sabato, gennaio 28

Italy discuss for military cooperation.

The two ministers also talked about and joint appearance of the two countries' defense industry in the markets of Africa, Asia and the Far East. Šutanovac, who is on a working visit to Rome, told Tanjug that Italy was currently in the process of taking over the command of a large peacekeeping mission in Lebanon, where around 1,000 Italian soldiers were deployed.

"We discussed the possibility of joint involvement in the mission, where the Serbian army currently has six officers. We also want to take part in EU peacekeeping missions, and in Operation Atalanta (in Somalia) where Italy has its ships," he noted.

He added the two countries had a long history of military cooperation. "We have now laid new foundations for cooperation, primarily in education and training, both of our cadets and officers, and of special forces," Šutanovac said, adding he and his Italian counterpart also talked about cooperation of military institutions and the possibility of marketing joint products in third markets.  According to him, the goal is to market joint products of the Military Technical Institute and its Italian partners in large markets such as Africa, Asia, the Far East and South America.

Di Paola pointed out after the meeting that the two countries had longstanding special relations which will continue to develop and strengthen.

He said educational exchanges of military personnel would continue in the future and added they had discussed the possibility of Serbia taking part in EU or UN operations carried out by Italy. “We are more then open to working together, once the Serbian government decides to take part,” stressed the Italian minister. He added that Italy strongly supports Serbia's accession to Euro-Atlantic institutions. “We are looking forward to it, we strongly believe in this and we will work on it inside the EU and bilaterally,” he pointed out.

Italian Minister of Defence Adm. Di Paola also stated that Italy strongly supported Serbia's European path and hoped that the candidate status would be granted to Serbia in March, which was Serbia's key foreign policy and defense goal.

Perché i dittatori cadono o restano a galla?

«In Siria è in corso uno scontro aperto eualcuno lo vincerà. Se vogliamo che non sia come ha dichiarato Obama, dovremmo sostenere i suoi awersari». Michael Leeden torna a polemizzare con l'Occidente, che fa la voce grossa e temporeggia all'infinto deludendo le speranze di chi prova a rovesciare le dittature. Come quelle di Damasco e di Teheran. Non ci sono regole, ma solo probabilità.

Nessuno lo sa veramente, e sono così tante le incognite che è impossibile quantificarle. Colpi di Stato e omicidi, rivoluzioni e sconfitte in guerra, addirittura improvvisi crolli, sono tutti da ricercare nei testi, antichi e moderni. Anche chi fra noi ha predetto la caduta delle tirannie — come il sottoscritto nel caso dell'impero sovietico — rimane sorpreso quando si verificano davvero. In effetti, non si riesce a prevederle. A ben guardare, quella iniziale potrebbe passare come una domanda sbagliata.

Esistono talmente tante variabili e, visto che un Gheddafi non sarebbe mai capitolato senza un deciso aiuto esterno tiranno potrebbe sopravvivere a una crisi che invece potrebbe far crollare un altro dittatore, dovremmo formulare interrogativi specifici su ciascun tiranno e ricorrere a esempi storici di situazioni simili per aiutarci nella comprensione. Alcuni anni fa, quando lavoravo con Walter Laqueur, gli chiesi cosa stesse leggendo.

Mi rispose qualcosa come: «Principalmente biografie». Fu una bella lezione. Alcuni dittatori andranno in crisi, mentre altri diventeranno più forti e determinati. Con quale delle due categorie abbiamo a che fare in ogni specifica situazione? La domanda, quindi, non è cosa fa cadere in generale le dittature, ma "che probabilità di caduta ci sono per un determinato dittatore?".

Dobbiamo osservare attentamente le singolari caratteristiche di un regime ed evitare l'inutile ricerca di regole. Infine, non dimenticate che l'Onnipotente ci ha posto sulla terra per valore di intrattenimento. La maggior parte delle volte, con molta probabilità, ci è dato sbagliare. Quanti di noi si sarebbero aspettati una battaglia all'ultimo sangue per Gheddafi? Quanti avrebbero previsto che Gorbachev e il suo impero sovietico sarebbero implosi senza alcun conflitto? Di solito non siamo abbastanza svegli per prevedere queste cose.

Ecco perché il naso, non il cervello, è il più grande strumento di percezione sul rischio crollo di un regime. Perchè rileva le prime tracce di marcio, che generalmente accompagnano un imminente fallimento di volontà da parte del governante. Quindi, dobbiamo prestare particolare attenzione agli odori degli stessi tiranni e alla natura delle loro strutture governative. Non esistono regole generali appunto. Ci sono alcuni modelli che potrebbero aiutarci a rispondere — o a scovare — le domande giuste. Trovo sempre molto intrigante quando qualcuno crede di poter predire con sicurezza che un tiranno stia per crollare, come se si trattasse di applicare vecchie regole da manuale.

È da mesi che seguo con interesse come esperti su esperti non facciano che dirci che Bashar Assad sta per cadere. Proprio qualche giorno fa, niente meno che Dennis Ross, recentemente uscito dall'Amministrazione Obama, ci ha rese note le sue certezze in merito. A giudizio di Ross quello che abbiamo davanti è un regime che dipende completamente dalla coercizione. E questa sta fallendo. Ora, quando un regime totalmente dipendente dalla coercizione perde il proprio punto di forza, è chiaro che non avrà vita lunga. Lo spero proprio anch'io! Prendiamo allora due contro-esempi vicini a Damasco e che entrambi hanno l'Iran come proscenio.

Nel 1953, il premier Mohammed Mossadeq manda lo scià in esilio all'estero e milioni di persone scendono nelle strade di Teheran e delle altre città del Paese per festeggiare la vittoria di Mossadeq. II sovrano però torna in presto dall'esilio e il primo ministro viene rimosso. Di nuovo, milioni di persone festeggiano l'evento, proprio come pochi giorni prima si erano espressi a favore di Mossadeq. È evidente: ogni regime può crollare come pure rialzarsi. Venendo più ai giorni nostri, nell'estate del 2009, milioni di iraniani si oppongono ai brogli elettorali che hanno permesso ad Ahmadinejad di restare presidente.

Il regime ha dato via alla sua repressione, ma le proteste sono andate avanti. Proprio come oggi in Siria. La coercizione non ha funzionato. Al contrario, ha generato sfide ancora maggiori per la legittimità del regime. Le violenze del regime sono state ancora più dure, i dissidenti sono stati arrestati, torturati e massacrati. II regime così è sopravvissuto per un periodo più meno lungo. C'è poi una lunga serie di esempi, che include la Primavera di Praga nel 1968, in cui la repressione è risultata inizialmente fallimentare, per poi invece arrivare al successo. E altri, quali le cosiddette rivoluzioni colorate nelle repubbliche dell'ex Urss, in cui è sembrato che la dittatura sarebbe stata sconfitta e poi invece è tornata. Chiedete a Putin e a Medvedev come sono andate le cose.

Ma anche ai libanesi, oppure agli egiziani. Noi non sappiamo, non possiamo sapere come finirà in Siria, Libia o in 'Tunisia. Non sappiamo e probabilmente non sapremo mai per quanto tempo Bashr alAssad andrà avanti a massacrare il suo popolo. Al momento, non c'è ragione di pensare che il livello di violenza possa essere ridotto. Come del resto, non abbiamo idea e non ci è dato calcolare quanti ufficiali siriani di alto rango potrebbero disertare. Del resto, non abbiamo un quadro esaustivo delle capacità strategiche dei comandanti del Free Syrian Army che, con circa 700mila uomini, stanno fronteggiando il raìs.

Ancora più importante, non possiamo valutare se e in che maniera l'opposizione siriana riuscirà a ottenere un valido appoggio straniero, elemento fondamentale per il destino di Assad. II mio cuore sobbalza quando sento un uomo dalle doti politiche di Dennis Ross che è alla ricerca di una linea di comunicazione, piuttosto che di intervento in loco. Quando si auspica una condanna di Assad, lo sento dichiarare «che non dobbiamo preoccuparci e che non possiamo fare nulla».

Siamo di fronte a un errore intellettuale che sovverte il concetto di buona politica. In Siria è in corso uno scontro aperto e qualcuno lo vincerà. Se vogliamo che non sia Assad, come ha dichiarato Obama, ci conviene appoggiare i suoi avversari. È inverosimile che l'opposizione siriana possa vincere da sola, così come gli oppositori di Gheddafi non ce l'avrebbero fatta senza il sostegno delle forze occidentali. Di nuovo: sono gli esempi passati a dirci come sarà il futuro. Un supporto vigoroso dell'Onda Verde, nel biennio 2009-2010, avrebbe portato al potere Moussavi e i suoi aTeheran.'lùttavia, i governi occidentali, presidente Obama compreso, hanno preferito sostenere il regime dei mullah e così non è cambiato nulla.

Questo ha incoraggiato sicuramente gli iraniani da un lato e la cricca degli Assad dall'altro a resistere ancora più tenacemente alla crisi. Convincendoli che Obama non farà nulla per decretarne la loro caduta. Io non sarei, quindi, così sicuro che il destino di Assad sia segnato. Né del resto mi sbilancerei a dire che il regime iraniano abbia ormai prevalso. Le crisi sono determinate dalla tenacia dei popoli nel sopravvivere. È una questione di volontà, nervi saldi e fortuna, ma anche di leadership e imprevisti. Pensiamo ai terremoti, per esempio, i quali sono apparsi alle volte essenziali per la caduta di un tiranno.

È il caso del nicaraguese Anastasio Somoza. Proprio come gli assassini siriani, che vanno di pari passo con i criminali iraniani, credono di poter seguire i più recenti esempi storici, così l'opinione pubblica a Teheran sta osservando con molta attenzione i fatti in Siria.

Se qui l'opposizione vincesse, specie nel caso di un intervento occidentale, quella iraniana riprenderebbe coraggio. Se al contrario dovessimo continuare a tradire la libertà siriana, gli iraniani di ambo le parti — Ayatollah e loro avversari — arriverebbero alla conclusione che la lezione della storia è stata ben metabolizzata. E questa non dice: ride bene chi ride ultimo. Invece di leggere nei fondi di caffé, i nostri leader farebbero meglio a tentare di vincere. Senza troppi timori.

Un biennio di analisi sbagliate ha peggiorato la crisi e tolto la fiducia.

La cosa forse più straordinaria capitata in questi due anni di crisi dell'euro è la distanza, lo scarto concettuale fra la dinamica degli eventi e la rappresentazione che ne viene data, completa di ricette operative, dal pensiero economico prevalente e dalle autorità politiche. La crisi, partita con dimensioni limitate dalla periferia greca, si è aggravata fino a diventare un pericolo letale per l'Europa proprio a causa della dissociazione fra cosa e idea, fra patologia e diagnosi, fra dati di fatto e schema teorico.

Il tema principale della crisi è la fiducia, il suo progressivo sfaldamento. Gli squilibri negli scambi fra le aree del mondo, l'enorme creazione di liquidità avvenuta nell'ultimo quadriennio, la conseguente crescita di volatilità degli indici hanno provocato smisurate dissoluzioni di capitale aumentando il debito, già elevato, a carico prima dei circuiti finanziari e poi degli stati sovrani. In queste condizioni le garanzie poste a tutela del debito, l'abilità gestionale in quanto strumento di conservazione della fiducia diventano il presupposto degli scambi, il fattore principale che regola i flussi di capitale. La promessa di stabilità fa premio sulle valutazioni di rendimento: ciò che in passato era implicito, scontato, diventa questione, rovello.

Il rischio percepito intorno agli stock frena i flussi. Prima del crac Lehmann (settembre 2008) il rischio era rimosso (almeno nelle intenzioni), scompariva nella tecnologia degli algoritmi, si scaricava all'esterno, sempre più lontano. La fiducia, matematizzandosi, era garantita e i flussi si gonfiavano. Oggi il rischio emerge co- me tratto dominante e con fatica trova chi lo assume (se lo carica): la fiducia si scioglie, le attività fanno stallo, i flussi si riducono. La descrizione della crisi lascia invece sullo sfondo il debito e si concentra sui flussi: il deficit corrente è la variabile principale e la disciplina di bilancio diventa la chiave risolutiva: se migliora fino a generare avanzi significativi, il debito viene imbrigliato e, grazie a una progressiva erosione anno per anno, si riporta a dimensioni maneggevoli.

La fiducia si restaura con una virtù protratta nel tempo. Sanzioni automatiche che neutralizzano con la rigidità dell'algoritmo le tentazioni discrezionali della politica sono considerate la migliore garanzia per il mercato. La virtù corazzata dalle sanzioni offre una tutela di principio al debito e non ha bisogno dei poteri d'intervento (e dissuasione) con cui la politica difende la moneta.Spostare l'attenzione dal debito, che innesca la crisi di fiducia, al deficit, che in via storica l'ha prodotto, significa sbagliare il tempo, mancare la comprensione della fase d'eccezione che oggi si vive. Il tempo si è accorciato, la proliferazione dei soggetti che operano ha moltiplicato le alternative d'investimento che competono su scala mondiale e le soluzioni di lungo periodo hanno poca presa sulle decisioni minuto per minuto che fanno il mercato.

In uno scenario di elevato debito e di forti differenziali di produttività la disciplina di bilancio, soprattutto se da conquistare a tempi medi, non fornisce garanzia sufficiente, non è motore di fiducia. Il Regno Unito, do- tato di una propria moneta ben sostenuta, paga interessi sui propri titoli inferiori a quelli della Francia, anche se ha numeri di debito e deficit pari o peggiori. L'Europa che non mette al centro della sua azione la fiducia in via di sfaldamento e quindi la gestione e riduzione del debito perde attrattiva per i capitali, accentua la fragilità delle sue banche (che sommano alle sofferenze dell'economia reale un'alta quota di titoli nazionali di debito) e si offre come bersaglio per operazioni che sfruttano la volatilità dei mercati.

Perché accade tutto ciò? Per quale motivo durante un arco di tempo così lungo come l'ultimo biennio si è perseverato in un'analisi sbagliata, ci si è rinchiusi in una visione fantasmatica? Vengo- no in mente almeno tre motivazioni che si elencano in ordine crescente di importanza. Una è di carattere culturale. C'è in Europa un ampio consenso accademico su una visione macroeconomica che mette in primo piano la stabilità dei prezzi e la disciplina di bilancio, inquadra il debito come una variabile da tenere sotto controllo entro questi parametri e considera la politica industriale - se attuata in tale contesto - come un utile strumento di indirizzo e stimolo dell'economia.

I tempi eccezionali della crisi sono stati letti entro un paradigma pensato per tempi normali: le ricette distorte dell'ultimo biennio, prima fra tutte l'idea di erodere il debito con piccoli surplus annui di bilancio, ne sono il risultato. La seconda motivazione rimanda agli interessi che si sono consolidati attorno all'espansione dell'area pubblica: gestione delle attività, organizzazioni specializzate, poteri connessi. Mettere in primo piano la questione del debito implica come conseguenza operativa la cessione di ampie quote del patrimonio pubblico: ciò però accorcia il raggio degli interessi costituiti, scompagina poteri, redistribuisce l'equilibrio delle forze entro l'apparato dello stato.

Ne derivano ostruzioni e resistenze: le favorisce la farragine normativa, nazionale e comunitaria, che rende tortuose operazioni di cessione e le copre una diffusa ideologia che teorizza la proprietà pubblica come garanzia dei diritti collettivi o tutela delle posizioni sociali più deboli. La terza motivazione è la più importante di tutte e mostra anche un segno di svolta storica. La strategia monetaria e finanziaria seguita nell'Eurozona durante l'ultimo biennio ha conseguenze molto diverse da paese a paese: ad alcuni distribuisce premi, ad altri punizioni.

L'unità monetaria, la varietà fiscale e l'assenza di un vertice politico con cogenti poteri di coordinamento moltiplicano gli squilibri amplificando sia i vantaggi sia le difficoltà. L'arzigogolata architettura di regole e obblighi dell'Unione si rivela, in fase di tensione, uno strumento competitivo, un'arma di offesa per conquistare vantaggi sui partner. In Europa l'incremento, fino alla prevalenza, di elementi conflittuali è un processo di lungo periodo che rimonta indietro nel tempo alla fase conclusiva della presidenza Clinton e al termine (1998) del lungo cancellierato di Helmut Kohl.

In quegli anni, che vedono crescere l'idea del mondo multipolare, comincia ad allentarsi il legame atlantico e prende corpo la visione di un'Europa che, accelerando il passo dell'integrazione e allargandosi fino ai limiti continentali, accentua il proprio profilo di autonomia (la fortezza Europa); la strategia militare di Bush jr. dopo 1'11 settembre e gli scossoni finanziari conseguenti allo scoppio della bolla dot.com acuiscono le divisioni atlantiche (Chirac e SchrSder a fianco di Putin e in contrasto con gli americani), ma la costruzione europea, contro le aspettative di molti, si blocca: nel momento in cui è sciolta da un vincolo politico forte, aggrava il suo originario deficit di legittimità (nei trent'anni precedenti il suo motore espansivo erano state le sentenze della Corte di giustizia e la cattura di spezzoni di sovranità da parte delle élite tecnico-diplomatiche di Bruxelles) e va incontro a difficoltà politiche crescenti.

Un nuovo progetto costituzionale viene respinto da Francia e Olanda, l'allargamento a 27 aumenta in misura ragguardevole la complessità gestionale e diplomatica dell'Unione, i rammendi istituzionali approntati per rimediare allo smacco dei referendum persi e al caos da espansione disegnano un ghirigoro normativo che favorisce diplomazie trasversali e opportunismi nazionali, il condono delle sanzioni da applicare ai due paesi più forti che nel 2003 avevano sforato la soglia del 3 per cento di deficit conferma la curvatura strumentale della meccanica comunitaria: tra il 2001 e il 2004 l'Europa si introflette sulla scena mondiale, si allontana dai cittadini come un compound autocentrato e diviene il teatro di una competizione strisciante e opportunista fra stati.

La Germania è il paese che, grazie all'abilità politica di Schroder, futuro presidente di una società russa dei gasdotti, coglie meglio il nuovo stato di cose: chiama a un patto di sviluppo i soggetti sociali, riorganizza la produzione, migliora la produttività, sostiene l'espansione verso i mercati dell'Asia. La ristrutturazione permette alla Germania di catturare al meglio le opportunità insite nel sistema di governo della moneta ispirato al marco: l'euro, gravato da economie deboli, consente all'export tedesco prezzi largamente inferiori a quelli che sarebbero toccati al marco e toglie a insidiosi concorrenti lo strumento della svalutazione.

Quando, dopo il 2008, la crisi di fiducia si trasmette dal circuito bancario ai debiti sovrani, il peculiare impianto di governo dell'euro, che affida il giudizio dei mercati sui debiti sovrani solo alla disciplina di bilancio e impedisce interventi fmanziari di sostegno, dissocia entro l'Unione monetaria le traiettorie delle diverse economie: quelle più deboli diventano un target indifeso (perché dare chance al loro debito?) e si potenziano quelle forti che nell'incertezza sanno distillare fiducia (i rendimenti dei titoli tedeschi scendono sotto zero). L'Unione e le sue regole di comando si trasformano in strumenti di egemonia: culturale in primo luogo e commerciale di riflesso.

La Germania resiste a operazioni di solidarietà monetaria non per cocciutaggine bottegaia ma per una molteplice convenienza: fiscale, economica, politica. In fondo è l'unico paese in Europa che dispone di un'alternativa strategica: o un'Unione larga messa disciplinatamente in riga o un'associazione ristretta di taglia baltica, complementare con la Russia. Dall'altro lato i paesi mediterranei per ora hanno una strategia sola e obbligata: fare i compiti a casa e poi sperare di ottenere lo zuccherino di qualche (modesto) sostegno tecnico. Diciamolo, come linea di battaglia non è granché.

Dall'Egitto alla Tunisia leader musulmani a caccia di investimenti.

Le rivoluzioni hanno pesato circa 56 miliardi di dollari in termini di riduzione del Pil, le economie hanno bisogno di investitori per ripartire Ugo Tramballi DAVOS. Dal nostro inviato M Ma lei non si sente un po' a disagio ad essere qui? «Perché mai? E al Forum che sono gli investitori, non al Cairo. Quindi siamo venuti al Forum», rispondeAbdel Moneim Fotuh, candidato islamico alle presidenziali egiziane. I Fratelli musulmani incontrano il capitalismo: il confronto è interessante, il risultato non ancora chiaro. Solo un anno fa la gente era già in piazza Tahrir ma a Davos ancora si celebravano le riforme economiche orientate al mercato, fatte dai regimi arabi nostri amici.

Il World Economic Forum ha sempre commesso degli errori e ha sempre saputo correggersi. Perché il business occidentale molto preoccupato li ascoltasse, sono stati invitati il premier tunisino Hammadi Jebali, il capo del Governo marocchino Abdellah Benkirane e Fotuh. Silenzioso, c'è anche Rachid Gannouchi, il leader politico e morale del partito islamico moderato Ennahda, vincitore delle elezioni tunisine. Tutti islamici.

L'unico laico è Amr Moussa, anche lui candidato alle presidenziali egiziane. Il quadro del problema è descritto da Jebali: «Ottocentomila disoccupati, aoomila dei quali laureati: un quarto destinati alla disoccupazione; 400mila giovani guadagnano un euro al giorno. Questa è la nostra sfida». Il primo ministro si riferisce alla Tunisia ma parla per tutti gli altri. Il prezzo della libertà è stato più o meno calcolato:56 miliardi di dollari in termini di riduzione dei Pil nei Paesi delle Primavere. Il quadro è forse molto più preoccupante.

Il nocciolo del problema è come la crisi sarà affrontata. Qual è, se ce n'è uno, il modello economico dell'Islam politico che vince le elezioni? «Oggi possiamo garantire i vostri interessi più che in passato. Voi investitori europei dovete tornare da noi, abbiamo bisogno dei vostri investimenti», s'infervora il marocchino Benkirane. «Ma abbiamo bisogno di stabilità sociale, dovete tenere conto che nei nostri Paesi sono state commesse molte ingiustizie nel nome dell'economia di mercato».

Fotuh, che si sente in campagna elettorale, trova un bello slogan per far tornare i 5o milioni di turisti di un tempo: «Il sole in Egitto è sempre lo stesso». Anche con gli islamici. «Vogliamo un sistema fiscale che garantisca giustizia sociale: come gli americani. Abbiamo bisogno della proprietà pubblica e privata. Diciamo una correzione del capitalismo, come Occupy Wall Street». Non quel capitalismo delle riforme passate, screditato dall'inesistenza di distribuzione dei benefici e dalle rivolte. Ma capitalismo in ogni caso.Abdelilah Benkirane capisce che il messaggio non è chiarissimo né convincente.

Occorre di più: «È vero, da giovani eravamo estremisti. Quando siamo entrati nella sfera politica abbiamo capito, siamo diventati più realisti. Se ancora avete dei dubbi - dice al business del Forum - venite a trovarmi, pranzeremo insieme. L'unica cosa che non farò sarà offrirvi del vino». Uscendo dalla sala delle conferenze, mentre spiega di sentirsi a suo agio a Davos, Abdel Fotuh incrocia Tim Geithner. Dopo i Fratelli musulmani tocca parlare al segretario al Tesoro americano. Il contatto è casuale e fugace. Prima o poi dovrà essere più concreto.

Serbia’s deputy PM and Interior Minister Ivica Dačič says relations between Serbia and Montenegro should be harmonized since the two peoples are very close.

He explained that the two countries’ citizens had excellent relations while politically Serbia and Montenegro were each other’s biggest enemy. “I think it’s time we get over it,” the minister pointed out. He noted that Serbia had a national interest and a legitimate right to take care of its people living outside Serbia, including Montenegro.

“I know there are no two other peoples in the world who are closer than the Serbian and Montenegrin peoples, no matter where they live. This is why every attack on each other is like spitting on oneself. The attacks that come from both states are counterproductive,” Dačič explained.

According to Podgorica-based daily Dan, the Serbian minister repeated that Montenegrin assembly speaker’s adviser Andrej Nikolaidis’ statements were “very dangerous”. He explained that statements that lament the fact that the explosives had not been used were not a freedom of speech.

“Those are very dangerous statements that can legitimize terrorist attacks,” the interior minister underscored. He added that such statements were creating a bad atmosphere in relations between the two countries.

giovedì, gennaio 26

Crisi: non si può escludere che l'austerità porti la crescita.

Nel suo classico "La favola delle api, ovvero vizi privati e pubbliche virtù" (1724), il filosofo e satirico anglo-olandese Bernard Mandeville descrisse in versi la storia di una prosperosa società (di api) che improvvisamente decide di fare dell'austerità una virtù, abbandonando tutte le spese eccessive e i consumi stravaganti.

Cos'era successo, poi? "Crollano i prezzi della terra e delle case; / palazzi incantevoli, le cui mura, / simili a quelle di Tebe, che erano state elevate a suon di musica, / si devono dare in affitto. / (...) L'architettura è del tutto abbandonata. / Gli artigiani non trovano più alcun impiego. / Le poche api che restano, vivono miseramente. /

Non si è più preoccupati di come spendere il proprio denaro, ma di come guadagnarne quanto basta per vivere". Questi versi non suonano forse vicini a quello che molti paesi avanzati stanno passando, dopo che una crisi indotta dalla finanza ha lasciato il passo al lancio dei piani di austerità? Quella di Mandeville è forse un'autentica profezia dei nostri tempi? "La favola delle api" ha avuto un vasto seguito ed è all'origine di una disputa che è arrivata fino ai nostri giorni.

I piani di austerità adottati da buona parte dei governi europei e di altri nel resto del mondo, sommati alla riduzione dei consumi dei singoli cittadini, minacciano di produrre una recessione su scala globale. Ma come possiamo sapere se Mandeville aveva ragione rispetto all'austerità? E' difficile che il suo metodo di ricerca — un lungo poema per illustrare una teoria — possa suonare convincente a orecchi moderni.

Alberto Alesina, economista a Harvard, ha recentemente raccolto le provenecessarie a capire se una riduzione di un deficit sovrano — che è come dire un taglio alla spesa e/o un aumento delle tasse — provochi sempre effetti negativi: "La risposta a questa domanda è un sonoro no", scrive Alesina. A volte, forse addirittura spesso, le economie si sviluppano in modo soddisfacente a seguito di brusche riduzioni dei deficit governativi. Può darsi che,a volte, un programma d'austerità rafforzi la fiducia tanto da alimentare una ripresa economica.

Dobbiamo esaminare la questione con attenzione, non dimenticando che il problema sollevato da Mandeville è di natura decisamente statistica: il frutto di una riduzione del deficit non è mai del tutto prevedibile, perciò possiamo soltanto chiederci qual è la probabilità che un piano del genere possa riportare con successo alla prosperità. Per l'economista Valerie Ramey, il guaio è che si sceglie il rigore soltanto quando la situazione è già grave sperità economica.

E il problema più grande, in questo caso, è rendere conto di possibili fenomeni di causalità invertita. Per esempio, se i sintomi di un periodo di prosperità economica portano un governo a preoccuparsi dell"overheating" del mercato (il surriscaldamento dato dalll'afflusso eccessivo di capitali stranieri, che li porta a finanziare anche investimenti improduttivi) o dell'inflazione eccessiva, si può provare a raffreddare la domanda interna alzando le tasse o riducendo la spesa statale.

Se il governo riuscisse a evitare anche lievemente il surriscaldamento del mercato, un osservatore sprovveduto potrebbe pensare di trovarsi di fronte a un caso in cui l'austerità ha rafforzato l'economia nazionale. Allo stesso modo, il deficit governativo potrebbe essere calato non per effetto dell'austerità, ma perché le aspettative di crescita economica che si sono create sui mercati azionari permettono al governo di incassare entrate maggiori dall'imposta sulle plusvalenze.

Di nuovo — ma questa volta dal punto di vista dei bilanci statali— ci ritroveremmo di fronte a uno scenario osservando il quale si potrebbe concludere che l'austerità porti prosperità. Jaime Guajardo, Daniel Leigh e Andrea Pescatori, del Fondo monetario internazionale, hanno recentemente studiato diciassette piani di austerità messi in atto negli ultimi trent'anni.

Il loro approccio è diverso da quelli usati finora: si sono focalizzati sugli intenti dei governi e non hanno considerato soltanto l'andamento del debito pubblico, ma anche quello che poi gli esecutivi stessi hanno dichiarato a proposito. Hanno analizzato i discorsi sul debito, rivalutato nei dettagli i programmi di stabilità e hanno persino considerato le interviste concesse da esponenti del governo.

Hanno considerato "piani di austerità" soltanto i casi in cui i governi hanno imposto aumenti di tasse o tagli alla spesa funzionali perché li consideravano nzionali a una politica prudente, in grado di dare benefici sul lungo termine, e non perché dovevano rispondere a rischi economici nel breve termine o alla possibilità che il mercato si surriscaldasse. La loro analisi ha rilevato una chiara tendenza dei programmi di austerità a ridurre i consumi e a indebolirel'economia.

Questa conclusione, se valida, costituisce un ammonimento severo per i politici di oggi. Invece altri, come Valerie Ramey dell'University of California di San Diego, sostengono che Guajardo, Leigh e Pescatori non hanno giustificato del tutto le loro conclusioni. E' possibile, dice Ramey, che i risultati a cui sono giunti riflettano una sorta di causalità inversa: potrebbero descrivere la tendenza dei governi a usare l'austerità nei confronti di un debito pubblico eccessivo soltanto quando hanno ragione di credere che le condizioni economiche in cui si trovano potrebbero rendere il peso del debito insostenibile.

Potrebbe sembrare un comportamento improbabile - uno sarebbe portato a pensare che delle pessime prospettive economiche suggeriscano ai governi di posticipare, piuttosto che accelerare, le misure di austerità. In risposta ai commenti di Ramey, i tre economisti del Fmi hanno aggiunto alla loro analisi anche la percezione che i mercati avevano della serietà del problema del debito al momento dell'approvazione dei piani di austerità, arrivando a risultati molto simili a quelli a cui erano arrivati in precedenza.

Ma Ramney potrebbe avere ragione: anche se uno scoprisse che i tagli alla spesa o gli aumenti delle tasse sono seguiti da tempi cupi per l'economia, questo non basterebbe a escludere che la colpa possa essere di tutt'altri fattori. In definitiva, il problema principale delle valutazioni dell'efficacia dei programmi di austerità è che gli economisti non possono condurre degli esperimenti controllati in tutti i dettagli.

Quando c'era da testare il Prozac sui pazienti depressi, i ricercatori li hanno divisi a sorteggio in gruppi di controllo e gruppi sperimentali. Fatta la divisione, avevano iniziato a sottoporli a numerosi test. Con il debito di una nazione non possiamo fare niente di tutto questo. Quindi, che cosa dobbiamo concludere? Che le analisi storiche non ci insegnano niente di utile?

Dobbiamo forse tornare alle argomentazioni astratte di Mandeville e dei suoi epigoni, John Maynard Keynes incluso, che pensava che ci fossero buone ragioni per aspettarsi che l'austerità avrebbe prodotto periodi di depressione? Non c'è una teoria astratta che può prevedere come la gente reagirà a un programma di austerità. Non abbiamo altra alternativa che guardare ai dati storici. E le prove portate da Guajardo e dai suoi co-autori ci dicono che sì, le decisioni con cui un governo adotta deliberatamente un programma di austerità tendono a essere seguite da momenti molto duri.

I politici non possono permettersi di aspettare per decine di anni, in attesa che gli economisti gli offrano una risposta definitiva (che peraltro potrebbe benissimo non essere mai trovata). Ma, a giudicare dagli elementi in nostro possesso, i programmi di austerità, in Europa come altrove, sembrano ragionevolmente diretti a risultati molto deludenti.

L'esigenza di schierare i caccia-bombardieri F-35

Appena a largo, quando Civitavecchia è scomparsa alla vista, da poppa Staffan de Mistura e il comandante della portaerei, l'ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, hanno lasciato cadere in mare una corona d'alloro per ricordare le vittime della Costa Concordia.

Il picchetto è sugli attenti, la tromba suona il silenzio, le pale degli elicotteri oscillano al vento, qualcuno tra gli ambasciatori a bordo non nasconde la commozione. Alle nostre spalle, sull'isola, la torre alta che finisce con l'antenna, spicca il motto: «In arduis servare mentem».

Esattamente quello che non è successo all'Isola del Giglio che è davanti a noi a circa 40 miglia marine. Lo raccomandava Orazio di conservare la lucidità nei momenti difficili. Impossibile non accostare le due navi. Lo fa, infatti, il sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura.

«Una tragedia, ma l'Italia è altro da questo». Un messaggio che i 37 rappresentanti diplomatici saliti a bordo hanno apprezzato. «Da una nave di eccellenza come questa - dice il sottosegretario - abbiamo voluto ricordare con dolore la tragedia, la nostra solidarietà alle vittime, ma anche ricordare che l'efficienza deve essere collegata con un buon addestramento e che molti, molti italiani hanno fatto la loro parte in quella occasione».

Con queste parole è iniziata la breve navigazione per mostrare le potenzialità che ha questo gioiello della Marina mihtare, una delle due portaerei che ha l'Europa, agli ospiti della Cavour per l'iniziativa «Ambasciatori a bordo». La nostra ammiraglia, per le possibilità operative, coniuga 1 esigenza di mantenere l'efficienza della forza navale italiana e i tagli alla Difesa dovuti alla crisi.

«Tutte le nazioni - dice il rappresentante della Farnesina - dovranno fare attenzione a una situazione economica difficile. Credo che la "Cavour" in qualche maniera sia la risposta in questo senso. Come mantenere l'eccellenza e nello stesso tempo risparmiare». La nave, infatti, è una unità multiuso: può essere impiegata come portaerei, come centro comando, come base per operazioni anfibie, come nave ospedale in casi di calamità e per fermare i pirati.

Ieri al largo di Civitavecchia è stata solo una spettacolare dimostrazione: uomini arenati si calano su una nave dall'elicottero Nh 90. Scendono sul ponte della Duilio che affianca la nave a dritta, ma lo stesso potrebbe accadere e accade quando si tratta di ispezionare a largo una nave perché sospetta. Il Bh 101, invece, scende sul ponte e lascia un ferito. È una dimostrazione, ma ad Haiti è successo davvero, quando questo stesso ponte ha fatto spazio al dolore e alle lacrime degli haitiani.

I due Harrier AV8-B Plus a decollo verticale fanno acrobazie entusiasmando tutti. È stato utile averle fatte anche in scenari di guerra. Il progetto è sostituirli con gli F-35. Lammiraglio Luigi Binelli Mantelli assicura che il «Programma JSF» che si riferisce a questi aerei va avanti: «Il progetto - spiega - è eminentemente aeronautico: l'aviazione militare ha bisogno di questo veivolo per il suo futuro.

La Marina si è aggregata a questo programma perché ha l'esigenza di sostituire gli attuali Harrier. Il nuovo aereo moltiplica le nostre capacità, sicuramente almeno le raddoppia rispetto a quelle attuali e serve anche a completare le capacità della portaerei». Il sole tramonta quando la nave rientra in porto. Sbarcano tra gli ambasciatori anche quelli di nazioni che hanno beneficiato di queste nostre capacità. Potrebbero dirci quanto questi nostri mezzi li hanno aiutati a crescere.

"Ottimo lavoro, Leon". Navy Seal in Somalia.

I servizi segreti americani battono i servizi francesi sul loro campo tradizionale, l'Africa. Si è dovuto aspettare fino al mattino per scoprire perché martedì sera il presidente americano, Barack Obama, prima del discorso sullo stato dell'Unione, si è congratulato a microfoni aperti con il segretario alla Difesa, Leon Panetta. Nella notte del Corno d'Africa, otto ore più avanti rispetto al fuso orario di Washington, una squadra di Navy Seal a bordo di due elicotteri aveva appena liberato due ostaggi in mano ai pirati del nord della Somalia, grazie a informazioni precise.

Dopo uno scontro a fuoco Jessica Buchanan, una bionda fotogenica di 32 anni, americana, e Poul Hagen Thisted, di 60, danese, sono stati trasportati via, verso la base americana di Gibuti, illesi. Nove pirati sono stati uccisi e cinque catturati. I due lavorano per un'ong che si occupa di sminamento ed erano stati catturati il 25 ottobre scorso, "per costringere gli Stati Uniti a ritirare le navi da guerra che sorvegliano le rotte commerciali", avevano detto i rapitori.

Il governatore della regione di Galmudug, Mohamed Ahmed Alim, conferma la presenza di dodici elicotteri americani ancora sulle piste dell'aeroporto della capitale locale, Galkayo, e parla di negoziati in corso per il rilascio di un terzo ostaggio, un giornalista americano sequestrato sabato. Torna l'Obama a cui piace giocare il ruolo del freddo, come già era successo ad aprile, quando diede l'ordine di attaccare il covo di Bin Laden e poi intrattenne i giornalisti durante una serata di gala con la stampa, in tight e sorrisi e candore.

Imperturbabile come Michael Corleone nel "Padrino", scrisse Maureen Dowd sul New York Times. In Africa orientale il presidente può contare su una rete combinata di intelligence e militari che ormai supera i servizi segreti francesi, tradizionalmente più avanti di tutti gli altri sul grande continente, anche se loro sono proiettati di più sulla costa a occidente - grazie ai legami con le ex colonie.

Cinque giorni prima del blitz per la liberazione degli ostaggi, un capo di al Qaida è stato ucciso da un aereo senza pilota vicino a Mogadiscio. Secondo il Guardian la posizione del libanese con passaporto inglese Bilal al Berjawi è stata rintracciata grazie a un suo errore, poche ore prima avrebbe fatto una telefonata a Londra, sul cellulare della moglie che aveva appena partorito. Berjawi, difeso in contumacia da avvocati inglesi per reati di terrorismo, evitava di entrare in contatto con loro per non esporsi a questo tipo di rischi.

L'ultima volta era stato avvistato in Kenya, a Nairobi, dove si era rifugiato dopo essere stato ferito durante alcuni bombardamenti dal cielo nel luglio 2011 imputabili - ancora una volta - agli americani e alla loro caccia. La Cia e i militari che lavorano assieme (per questo sono arrivati i complimenti a Panetta) hanno buoni contatti? E' verosimile.

Nel luglio 2011 il settimanale americano The Nation ha descritto in un lungo articolo le operazioni dei servizi americani in Somalia, la mezza dozzina di edifici e gli otto hangar incorporati all'aeroporto internazionale Aden Adde di Mogadiscio che è la zona relativamente più sicura della capitale (perché alle spalle ha l'oceano Indiano), e una seconda base nascosta nell'edificio della Agenzia di sicurezza del governo so- malo, da dove fanno sapere: "Gli americani sono i nostri più grandi finanziatori.

E pagano anche molti agenti locali sul campo, 200 dollari al mese che qui è una cifra importante, per tenere d'occhio che cosa succede in giro". Ci sono altri contatti. Il presidente del Puntland (che è la regione semiautonoma dove ieri è avvenuto il blitz dei Navy Seal) è Abdirahman Mohamed Mohamud, conosciuto anche come Farole, e a novembre ha autorizzato Stephen Heifetz, della Steptoe & Johnson LLP, a rappresentare lo stato a Washington come lobbista in materia di sicurezza e guerra ai pirati.

Heifetz è un alleato potente, scrive il sito specializzato Africa Intelligence. Ex uomo della Cia negli anni Novanta, poi al dipartimento di Giustizia e a quello della Sicurezza interna (tra il 2006 e il 2010). La Direction générale de la Sécurité Extérieure si sta muovendo invece con meno sicurezza.

A ottobre il rapimento della paraplegica Marie Dedieu da un resort nel Kenya, nonostante le ricerche frenetiche sulla costa della Somalia e i combattimenti ingaggiati dai commando francesi del Commandement des opérations spéciales - negati dal governo di Parigi - è finito con la morte dell'ostaggio e la furia del presidente Nicolas Sarkozy, altro che "Padrino" americano, a detta dei ministri che erano accanto a lui quando arrivò la notizia.

A nord ci sono movimenti - elicotteri francesi con a bordo negoziatori sono stati visti atterrare all'aeroporto di Hargeisa - e pressioni sul governo del Puntland, perché organizzi uno scambio di prigionieri per liberare un agente dell'intelligence francese, Denis Allex, rapito a Mogadiscio nel 2009. Per ora le pressioni sono state inutili.

lunedì, gennaio 23

LIBIA: Abdel Hafiz Ghoga si dimette.

Il numero due del Consiglio di transizione libico, Abdel Hafiz Ghoga si dimette. Lo ha annunciato egli stesso ad al Jazira. «Non voglio influenzare il Consiglio e mi dimetto nell'interesse della nazione», ha detto. Vice capo e portavoce del Cnt, Ghoga era entrato nel mirino delle proteste che sabato erano esplose a Bengasi di fronte alla sede dell'organismo che guida la Libia verso un nuovo sistema istituzionale e avevano sfiorato anche il capo del Cnt, Mustafa Abdel Jalil, colpito da diverse bottiglie di plastica. Ghoga, contestato anche ieri da circa 4.000 studenti della Università di Ghar Yunis, è considerato da loro un opportunista, una volta legato al regime di Muammar Gheddafi e poi riciclatosi in un ruolo di altissimo profilo nella nuova Libia.

È diventato bersaglio della rabbia studentesca dopo l'arresto di undici giovani che lo avevano contestato duramente la scorsa settimana. Il Consiglio è evidentemente intimorito dalla misura della protesta, che potrebbe, ha detto ieri Abdel Jalil, condurre il Paese in un «pozzo senza fondo». «Dietro queste proteste, si nasconde qualcosa di non buono. La gente non ci ha dato abbastanza tempo e il governo non ha sufficiente denaro. Io dico loro: dateci una chance, dateci almeno un paio di mesi», ha sottolineato Jalil, che ha accettato le dimissioni di Saleh El-Ghazal, sindaco nominato della città che fu l'epicentro della rivolta contro Gheddafi. Anch El-GHazal, che proprio da Jalil fu messo su quella poltrona, è stato duramente contestato ieri. Intanto è stata rinviata alla prossima settimana l'adozione della legge che dovrà disciplinare a giugno l'elezione dell'assemblea costituente, mentre l'adozione di un 10% di quote rosa sarà abbandonata.

«La legge elettorale doveva essere annunciata oggi, ma alcuni articoli devono essere rivisti. La legge sarà adottata il 28 gennaio», ha affermato Abderrazak al-Aradi, membro del Consiglio nazionale di transizione. Un altro membro del Cnt, Fathi Baja, ha indicato da parte sua che il rinvio sarebbe di «qualche giorno». L'adozione della legge slitta per valutare i consigli e i suggerimenti delle organizzazioni della società civile e di esperti, dopo che alcuni articoli del progetto di legge pubblicati online sono stati contestati, come quello che riservava il 10% dei seggi dell'assemblea alle donne.

CROAZIA: Governo e opposizioni dalla parte dell'Europa. Il presidente: «Una grande opportunità»

Il presidente che compone musica e insegnava diritto parla così dell'Europa che finalmente apre le braccia alla Croazia. Ivo Josipovic sgombra il campo dai dubbi dei nazionalisti e degli ultrà che sabato scorso hanno tentato di strappare una bandiera europea, paventando la perdita dell'indipendenza conquistata con la guerra. «La UE è una grande opportunità per tutti noi. Diventandone parte non perderemo né la nostra sovranità nazionale, né le nostre risorse economiche».

Ma è quasi con riluttanza che gli elettori croati hanno votato ieri per il referendum su un'adesione sentita dalla maggioranza come un evento ineluttabile e persino necessario, ma senza l'innamoramento di qualche anno fa. Bassa l'affluenza ai seggi, appena il 42%. lontana dal 70 previsto, forse anche perché non era stato fissato un quorum ma solo la maggioranza semplice. Secondo i primi dati parziali i sì sarebbero al 67,1per cento, oltre le previsioni della vigilia, probabile effetto della scarsa partecipazione al voto. I no al 32%.

Dopo la firma del Trattato sull'adesione nel dicembre scorso, il passaggio referendario è una tappa di avvicinamento all'Europa. ll processo si concluderà con la ratifica Con il 67 per cento dei sì, la Croazia approva l'adesione alla Ue. Ma l'affluenza al referendum è stata bassa: solo il 42%. Favorevoli governo e opposizioni. Il presidente Josipovic: «È una grande opportunità». dei parlamenti dei 27 Stati Membri, prevista entro il 1 luglio del 2013. Il percorso non è stato facile e l'entusiasmo dei croati ne ha risentito: nel 2003 l'80 per cento si diceva favorevole all'ingresso in Europa, in questi giorni invece il presidente Josipovic ha dovuto ricordare l'importanza del sesto allargamento dell'Unione.

Anche la crisi, la deriva della Grecia trascinata a picco dal debito senza che l'Europa gettasse una vera ciambella di salvataggio, hanno spento molto dell'entusiasmo che la prospettiva europea suscitava in Croazia dopo la fine della guerra: l'adesione appariva allora come un approdo sicuro che allontanasse Zagabria dalle incertezze balcaniche, rifondandone l'indipendenza nata sulla riva sbagliata del nazionalismo. La Ue era la ricetta che imponeva di saldare i conti, dettava le regole di convivenza, teneva la barra nella direzione giusta.

Anche dolorosamente, come quando sull'altare della UE è stato sacrificato il generale Ante Gotovina: eroe nazionale in Patria, criminale di guerra per il Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia dell'AJA, il suo arresto e l'estradizione suscitarono le proteste di piazza. Proprio Gotovina, che guidò senza troppi distinguo l'operazione "Tempesta" contro i serbi della Krajina, e inaudite violenze sui civili, per i quali sta scontando una condanna a 24 anni di carcere, dalla cella ha inviato un messagio ai croati, invitandoli a dire si al referendum per l'adesione alla Ue. Appello non isolato il suo. A favore dell'adesione si sono espressi tutti i partiti politici parlamentari, il governo di centro-sinistra e l'opposizione, le istituzioni accademiche e culturali, a partire dalla Chiesa cattolica.

Ma il consenso generale non è bastato a scaldare la campagna referendaria, lanciata solo due settimane fa. Pochi o nessun manifesto per le strade, persino nella capitale, pochi dibattiti intorno a quella che governo e opposizione hanno definito come «la decisione del millennio». Un debito estero al 102% del Pil, la disoccupazione al 17,9 per cento. Un passato ancora recente di corruttela, liquidato dopo l'arresto dell'ex primo ministro Ivo Sanader solo alla fine del 2011. La Croazia arriva in Europa con un bagaglio pesante, ma sui dubbi fa ancora premio la speranza di prospettive più solide.

«Nonostante la crisi economica abbia colpito duramente l'Europa è il mondo intero, ciò non è un motivo per dire no alla UE - ha ricordato il presidente Josipovic - perchè non è l'Europa la causa di questa crisi, ma la debolezza delle economie nazionali. La Ue è la soluzione della crisi. Per quanto sia vero che essa non risolverà tutti i nostri problemi, ci potrà aiutare a uscirne».

L'ultimo martire per la libertà del Tibet si chiama: LOSANG JAMYANG.


Aveva 20 anni. Si è dato alle fiamme in una strada di Ngaba, capitale della protesta estrema, del suicidio come testimonianza della disperazione di un popolo oppresso. A Ngaba sono divampate ben undici delle sedici torce umane che dallo scorso mese di marzo hanno macabramente illuminato la quotidiana desolazione del popolo tibetano incatenato. Ma a diversi giorni dal suo gesto di eroico autolesionismo, nessuno sa con certezza se Losang sia morto per le ustioni o per le bastonate dei poliziotti che gli si sono avventati addosso non appena l'hanno visto cospargersi di kerosene e appiccare il fuoco alle vesti.

Prima ancora di preoccuparsi di spegnere il rogo, raccontano fonti citate da un movimento internazionale di solidarietà con i tibetani, gli agenti hanno infierito con rabbia sul poveretto, reo di quello che per loro era un intollerabile atto di insubordinazione, che hanno l'ordine di impedire in ogni modo. «I presenti - dicono i testimoni oculari- sono rimasti sconvolti nel vedere gli uomini in uniforme percuotere il ragazzo con le loro mazze chiodate. Subito centinaia sono accorsi per un'improvvisata manifestazione, mentre il corpo di Losang veniva portato via».

La polizia ha risposto con violenza. Quattro donne sono rimaste ferite, due da colpi d'arma da fuoco. Ngaba si trova nella provincia cinese del Sichuan, ai confini con il Tibet, la regione che l'Armata popolare occupò nel 1950 costringendo alla fuga e all'esilio molti locali, fra cui il Dalai Lama. Mentre Lhasa e il resto del Tibet sembrano paralizzati dalla repressione e dagli asfissianti controlli imposti dalle autorità dopo la rivolta del 2008, lo spirito di contestazione riemerge nelle zone adiacenti abitate da folte comunità tibetane.

Alla testa della protesta sono i monaci buddhisti. Pechino ne è talmente consapevole che proprio contro di loro è orientato il grosso dei provvedimenti liberticidi degli ultimi tempi. Sono arrivati sino a piazzare i militari dentro ai conventi, e telecamere per controllare i bonzi nei luoghi di preghiera. Il potere sa quanto ascendente i religiosi abbiano sulla gente comune, e quale venerazione accomuni monaci e laici nei confronti della loro guida spirituale in esilio, il Dalai Lama. Anche Losang si era tosato i capelli e aveva indossato per un certo tempo la tunica color zafferano. Poi era tornato a Shewa, il villaggio natio, determinato a dedicare la vita alla causa nazionale.

Era impegnato in un'associazione per la diffusione della lingua tibetana. Attività eversiva secondo il potere comunista, che vuole imporre la supremazia dell'etnia han. La cinesizzazione forzata del Tibet passa attraverso l'afflusso di coloni da altre parti della Repubblica popolare sino al punto che oggi i tibetani sono minoranza nella loro stessa terra. Alla rivendicazione di identità culturale e politica da parte della popolazione autoctona, Pechino contrappone dosi massicce di propaganda comunista assieme ai presunti vantaggi dello sviluppo economico promosso dal governo centrale.

Il Dalai Lama e i suoi seguaci vengono contrabbandati come nostalgici difensori di privilegi di casta e tradizioni oscurantiste. Se dall'esilio di Dharamsala, in India, propone un piano di armoniosa convivenza delle due comunità, basato sulla concessione di ampie autonomie al Tibet pur nel rispetto dell'unità statale cinese, il governo risponde dipingendolo come un «lupo travestito da agnello», un cripto-indipendentista, che parla di non-violenza mentre si allea con il secessionismo terrorista. Attività terroristiche in realtà il Tibet non ne ha conosciute.

Ma certo le nuove generazioni sono impazienti. Ai dirigenti più anziani che insistono per seguire la via pacifica cara agli insegnamenti buddisti, i giovani fanno presenti gli scarsi risultati sinora ottenuti in quel modo. Il contrasto è emerso un anno fa nell'assemblea degli esuli a Dharamsala, in cui il Dalai Lama abbandonò il ruolo di leader politico nelle mani di un laico, Lobsang Sangay, primo ministro del governo provvisorio. Ma per tutti i tibetani Tenzin Gyatso rimane il faro spirituale, la persona di cui invocavano il nome e il ritorno in patria Losang Jamyang e gli altri quindici martiri nel momento in cui si davano fuoco.

Quasi tutti monaci, comprese due donne. Steven Marshall, consigliere del Congresso Usa per gli affari cinesi, ritiene che la scia di suicidi di protesta sia destinata ad allungarsi. E sottolinea come i dimostranti che talvolta trovano il coraggio di scendere in piazza per onorarne la memoria, scandiscano sempre più frequentemente entrambe le parole con cui la lingua tibetana esprime il concetto di libertà. Non solo quella che si riferisce ai diritti individuali della persona, ma anche quella che designa l'idea di indipendenza nazionale.

US aircraft carriers to deliver 'direct message to Iran'.

In an apparent show of strength, Washington is deploying a second carrier strike group in the Gulf. US officials also confirmed their commitment to maintaining a global fleet of 11 aircraft carriers despite budget pressure to cut the fleet's size.

“That’s the reason we maintain a presence in the Middle East,” AP cited US Defense Secretary Leon Panetta, as saying in a speech to about 1,700 sailors aboard the USS Enterprise. “We want them to know that we are fully prepared to deal with any contingency and it’s better for them to try to deal with us through diplomacy.”

Panetta added that the aircraft carrier USS Enterprise is on course for the Persian Gulf – and will steam through the Strait of Hormuz in a direct message to Iran, AP reports.

"We'll continue to make those messages clear. The most important way to make those messages clear is to show that we are prepared, that we are strong, that we'll have a presence in that part of the world," Panetta added.

The USS Enterprise, along with the other six ships in the carrier strike group, will deploy to the Middle East in March. It means the US will maintain two carrier strike groups in the Persian Gulf region. The warships are expected to support the country’s battle operations in Afghanistan, its anti-piracy efforts and other missions.

Meanwhile, Iran claims it is not concerned with the move, saying it is a part of routine activity.

"US warships and military forces have been in the Persian Gulf and the Middle East region for many years and their decision in relation to the dispatch of a new warship is not a new issue and it should be interpreted as part of their permanent presence," Revolutionary Guard Deputy Commander Hossein Salami was quoted by the IRNA news agency on Saturday.

Tensions escalated in the Gulf after Iran warned the US that it might block the Strait, which is a major transit route for global oil supplies, if the West places an embargo on its oil exports.

Tehran also urged Washington not to send carriers into the Gulf. In return, Washington said it would continue to deploy its ships in the region.

The USS Enterprise, along with the other six ships in the carrier strike group, will deploy to the Middle East in March. Therefore, the US will maintain two carrier strike groups in the Persian Gulf region. The warships are expected to support the country’s battle operations in Afghanistan, its anti-piracy efforts and other missions.

Next week the EU is set to agree an embargo on Iranian oil. The West expects the sanctions to force Iran to suspend the nuclear weapon activities it is allegedly practicing.

Putin outlines and his manifesto.

The Russian Prime Minister and presidential hopeful, Vladimir Putin, has set out his vision for the future of immigration and internal movement in a major newspaper article published today. ­The article is the second in a series outlining Mr Putin’s position on a range of key challenges he would face if elected president in March. In today’s instalment, the Prime Minister looks at the issue of internal movement of people within the country, as well as immigration into Russia from neighboring countries. He also looks at how to tackle the global problem of interethnic and interreligious clashes and the rise of ultra-nationalism in many countries.

Mr Putin stressed the responsibilities that come with being a migrant, notably the responsibility to assimilate and integrate into the society and community of the adopting nation. The failure of immigrants to respect the traditions of their host countries has already led to a wave of nationalistic uprisings and xenophobia among local populations worldwide.

Such conflicts are most directly linked with ethnicity and faith. Vladimir Putin stressed that Russia has been a multicultural country for centuries. The fall of the Soviet Union led to a situation when citizens of former Soviet Republics – less advanced economically – rushed to Russia for jobs and means of feeding their families, either migrating to the Russian Federation permanently, or coming to the country for work. Thus, the last 20 years have seen much pressure put on the idea of multiculturalism in Russia.

The reality is that multiculturalism has failed, not just in Russia, but globally. The leaders of such major economies as France, Germany and Great Britain are now officially recognizing that failure. Economic migration into Russia following the fall of the USSR led to considerable tensions which Russian society is still struggling to correct. In 2010, those tensions led to open hostility against migrants during riots on Manezhnaya Square in the center of Moscow.

Since then, the Russian authorities have been fully engaged in tackling such tensions. The PM said that if elected president, he would move forward with more measures to fight the problem. Vladimir Putin explained that Russia, with its stable, centuries-old multiculturalism, has a radically different outlook from the US, where everybody has essentially come from somewhere else.

Prime Minister Putin said it was impossible to stop illegal immigration in to the country altogether, but promised to put in place a system to cut the number of illegal immigrants to a minimum if elected president in March. The PM also said he wanted to see the establishment of a body that would monitor not just foreign, but internal migration as well. This is needed when people move within Russia from between regions with uniquely different cultural codes, to help people integrate into the new culture easily.

If elected president, Mr Putin proposes to solve the acute problem of intolerance and nationalism through education. The issue would be tackled in schools, with children being educated about other faiths and ethnicities from kindergarten onwards. He also proposes that all migrants should be tested on their knowledge of the Russian language, history and literature if they want to work in the country. The tests would come in the framework of a complete review of the Russian immigration system.

A similar system of citizenship tests has been in place in the UK and the US for some time. Vladimir Putin believes it is now time to introduce such measures in the Russian Federation.

Croats say ‘yes’ to EU membership in 2013.

Croatians voting in this weekend’s referendum have given the green light to the country’s accession to the European Union in July 2013. However with only 47 per cent of those eligible turning out to vote, enthusiasm for the initiative seems muted. With nearly all ballots counted, Croatia's state referendum commission said that about 66 per cent of those who took part in the referendum answered "yes" to the question: "Do you support the membership of the Republic of Croatia in the European Union?"

About 33 per cent were against, while the rest of the ballots were invalid. The turnout of 44 per cent, however, pointed to apathy on the issue among many. For the country’s accession to the Union, no fewer than half had to vote “yes” in the referendum. Croatia signed an EU accession treaty last December after seven years of entry talks, though the EU delayed a final decision due to Croatia’s territorial disputes with neighboring Slovenia. Croatia was also urged to arrest war crimes suspects on its territory. Now, the country is slated to become the 28th EU member on July 1, 2013, if all the bloc’s member states ratify the deal.

While a majority of voters support Croatia’s accession to the EU, a significant number still oppose it – with police clashing on Saturday with anti-EU demonstrators and reportedly arresting three. The violence erupted at the end of a protest rally of about 1,000 activists when a group of demonstrators attempted to take down an EU flag.

RT’s Tom Barton the witnessed violent scenes in the Croatian capital triggered by the prospect of EU membership. “The police are trying to push the protesters away as they take anti-EU protesters away. The situation is immensely tense here in the Croatian capital – fighting has broken out and it‘s been going on for a little while now. Police are trying to take people away in vans and protesters are trying to stop them,” Barton reported.

The anti-EU protesters say the government is trying to suppress any dissent. They argue that joining the bloc would surrender Croatia‘s independence to Brussels. A few streets away the foreign minister, Vesna Pusic, has been trying to convince people that accession is vital for the Croatian economy.

“Actually without the stability that‘s calculated into the credit rating of Croatia that is translated into membership of the European Union, Croatia‘s budget would be in serious trouble,” argues Pusic. Everywhere you turn in Croatia, the EU is being discussed. But whereas most of the political class present a seamlessly Europhile stance, public views differ widely.

Fishermen fear the Italians will encroach on their waters and exhaust the supply of fish. Small family businesses fear suffocation as the EU favors retail giants. Others say Croatians will have to obey the EU‘s regulations, and those who do not, will have to stop trading.

Worries about sovereignty, local industries and economic wellbeing are foremost.
And there are still some voices in parliament that think the benefits of joining are not worth the costs. “We‘re not going in with our heads high up, were going on our knees because our economy is non-existent, our exporting is pretty bad, our GDP is very low, so we don‘t really have anything to offer,” Ruzhia Tomasic, Croatian Nationalist Party leader, told RT.

Even at the local theater, the drama being staged focuses on Croatia‘s relationship with Europe.However, those on stage are less than enthusiastic about the issue, preferring to poke fun at it. “It‘s irritating because all you can read on Facebook, it‘s all pro or anti EU, and its getting a bit absurd because there is no real quality debate,” says one of the actors, Miran Kursphahic.

Back out on the streets the arguments, quality or not, continue with ferocity. With such strong emotions in play, it seems unlikely this referendum will heal the country’s divisions over European membership.

domenica, gennaio 22

A voler essere un grand'uomo bisogna profittare di tutta la propria fortuna. (François de La Rochefoucauld). Berlusconi l'ha fatto. E per demolirlo, hanno abbattuto tutta la politica italiana.

Tutti i nodi vengono al pettine, anche quelli del PD. Conseguenzadi quello che è il suo peggior vizio: l'ipocrisia. Lo scorso anno Pier Luigi Bersani & company, concentrati nella crociata pseudomoralistica contro le donnine di Arcore, hanno esaltato in funzione anti Cav una serie di argomenti che avevano come bersaglio il nostro Paese. Non hanno espresso alcuna solidarietà al governo di allora, ma invece hanno penato all'esasperazione questi temi.

All'epoca, infatti, per il PD le agenzie di rating erano oracoli infallibili che bisognava ascoltare, la politica egoistico-rigorista tedesca un riferimento europeista, lo spread un giudizio di Dio sui governi europei, i risolini di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy su Silvio Berlusconi un esempio d'ironia da condividere e da imitare. Insomma, tutto l'armamentario che andava bene per far fuori il Cavaliere, a costo di ridicolizzare il buon nome del Belpaese, era lecito, anzi andava più che bene.

E se un TG, invece di ossessionare gli italiani sull'ennesima puntata della fiction «Ruby e le altre», metteva in piedi campagne di vera contro-informazione nel desolante scenario del pensiero unico offerto nel suo complesso dalle gazzette italiane, spiegando che le agenzie di rating già nella proprietà sono tutt'altro che imparziali, che la Francia stava nelle stesse condizioni dell'Italia o che Merkel pensava solo agli affari suoi, veniva accusato di censurare le notizie o di utilizzare «pseudo-notizie» per coprire quelle «vere».

Arrivato Mario Monti al governo è arrivato anche il fatidico «contrordine, compagni». Per cui Ruby è passata di moda mentre le «pseudo-notizie» di qualche mese fa sono diventate d'incanto «importanti». E, naturalmente, nel nuovo corso di Bersani le agenzie di rating americane si sono trasformate in un covo di delinquenti (Romano Prodi gli ha addirittura contrapposto un'agenzia cinese, la Dagong global credit rating, di cui è consulente); come pure nel nuovo vocabolario del Pd Sarkò è un mezzo guascone, Merkel un cancelliere che spesso supera la sottile linea rossa che divide la testardaggine dall'ottusità.

Insomma, usato di scena il Cavaliere, per Bersani e i suoi è cambiato il mondo: sta per essere stilato anche un elenco di nuovi mostri da disprezzare che sta perprendere il posto dei vecchi. Sbaglia di grosso, però, chi pensa che l'ipocrisia non abbia i suoi costi.

Che per questo difetto, che in politica qualcuno scambia per una qualità, non si paghi un prezzo. Il primo a pagarlo è stato il Paese; invece di creare un rapporto collaborativo tra maggioranza e opposizione secondo l'esempio spagnolo, il Pd ha preferito optare per il governo dei tecnici, quindi per una sorta di delegittimazione della politica. E ora, dopo la ricetta Monti, «tasse e ancora tasse>> il PD per dare credibilità in Europa a un governo di professori, che non è stato legittimato dal voto popolare, deve accettare l'idea che la maggioranza ombra con il Pdl, cioè con chi fino a ieri ha giudicato alla stregua di un'organizzazione di criminali, venga alla luce del sole.

Cosa che non può non intaccare la credibilità del Pd: un simile comportamento dimostra che ogni tesi o accusa è strumentale ed è usata ipocritamente solo per raggiungere l'obiettivo che sta a cuore al partito. La vecchia logica comunista riveduta. E questi cambi repentini non sono mai preceduti da un mea culpa, da una riflessione politico-culturale. Ecco perché andiamo incontro in tempi brevi a una grave crisi di credibilità che può essere risolta nell'unico modo possibile; le elezioni.

Analysis-Paralysis

From time to time I shall publish my blog in English - my native language - and this is one of these occasions. My apologies for those of you who will not be able to completely understand it, but I know that a large number of you will have no problem at all.
 
Analysis-Paralysis (Jiddu Krishnamurti)
 
My heart leaps up when I behold
A rainbow in the sky;
So was it when my life began;
So is it now I am a man;
So let it be when I grow old,
Or let me die.
The Child is father of the Man;
And I could wish my days to be
Bound each to each by natural piety.
(William Wordsworth)
 
 Fancy starting with two quotations. Other people’s thoughts. Can’t you be original? But when someone else has so beautifully put into words what you have long ago discovered to be your deepest thoughts there is no point in trying to better them. I have long realized that it is better to be an observer in this world rather than a participant. Of course one is immediately accused of opting out, taking the easy path, but I hold that being an observer is not only better for oneself, but for the world as a whole. When one looks at the mess the ‘participants’ have made of this world it would seem obvious that the fewer participants there are the better. Which means the more observers there are the better. The Taoist principle of ‘doing nothing’. The ‘participants’ in forestry cut down the trees and destroy the forest, while the ‘observers’ walk through the forest and enjoy the trees and the life they sustain. To quote Henry David Thoreau, another great influence on the development of my ‘observer’s’ role:
 
If a man walk in the woods for love of them half of each day, he is in danger of being regarded as a loafer; but if he spends his whole day as a speculator, shearing off those woods and making earth bald before her time, he is esteemed an industrious and enterprising citizen. As if a town had no interest in its forests but to cut them down!
(H. D. Thoreau : Walden : Life without principle)
 
Progress and a strong economy have become the religion of the twenty-first century and to sustain this religion obviously requires participants. But those participants who work in the realms of ecology and conservation hold that if we continue as we are going now, we shall destroy the world. So is the final aim of progress to cut off the branch we are sitting on? Let the participants answer that question.
Why do I start with Wordsworth’s poem, ‘The Rainbow’? The key words of the poem are of course: ‘The Child is father of the Man’. The child does not analyze the world he lives in, he observes it. When he sees a rainbow he delights in the beauty of the multi-coloured arc that has suddenly appeared in the sky and doesn’t think about why it has suddenly appeared, about the sun shining through the rain, about refracted light and so on. I wish I could remember the first time I saw a rainbow! Why can’t I remember the:
 
...time when meadow, grove and stream,
The earth, and every common sight,
To me did seem
Apparell’d in celestial light,
The glory and the freshness of a dream.
(William Wordsworth : Intimations of immortality...)
 
Why is it that when anyone is asked what the first thing is that they remember, it is very rare for anyone to remember anything before they were three and sometimes it is even later? It occurs to me that it has something to do with the fact that as soon as a child becomes a conscious being he is an observer – he is watching and imbibing the world around him. He is not analyzing it, he is not trying to change anything, he is observing what IS and accepting it as the only reality. ‘The Child is father of the Man’. Throughout one’s life, the only reality is what IS, but we are not satisfied with what is and so we are continually trying to change it into what we think is better for us. But what IS remains, however deeply we bury our heads in the sand. The pressure on man to analyze, to participate in the progress of the society we have created have made him:
 
Forget the glories he hath known,
And that imperial palace whence he came.
 
 My first memory is of the time I was in hospital having my tonsils out, when I was three-and-a-half. It was in Salisbury Infirmary in 1944, during the Second World War. Hospital rules were very strict and because of the risk of infection, no visitors were allowed, not even parents. It was the first time I had been separated from my mother and I have a vivid picture in my mind of my mother waving to me through the small window in the ward door. A very traumatic experience and I have found, when asking people to recall their first memory, it is invariably a traumatic experience. But, from what my parents told me, I had a number of traumatic experiences before that. When I was two I was feeding our bull (my father was a farmer), throwing down handfuls of hay in front of it’s mouth. I got closer and closer and suddenly the bull raised its head and its horn caught in the strap of my dungarees and I was lifted up above the bull’s head. To a two-year-old this must have been the equivalent of being suddenly swept away by a tsunami – but I have no recollection of this. Neither did I subsequently have any fear of bulls, or of any other animal for that matter. If I had been older, perhaps things might have been different. I would perhaps have reflected on what could have happened – as it was I seem to have accepted it quite simply as one of the things that happen in life. Of course it goes without saying that my father was there and immediately ‘rescued’ me, so I was not in any actual danger, although the concept of ‘danger’ is certainly not foremost in the mind of a two-year-old, and if it is present at all, it has probably been planted there by a parent. For good reason of course! 

This brings to mind something that happened to me more than fifty years later, when, having re-learnt to be an observer and to accept things as they ARE, I was walking through Belgrade in February on a mild afternoon after a fairly long period of snow and ice. The streets and pavements had long been clear of frozen snow, but on the rooftops the condensed snow had turned to ice and was still going through the melting process. I was walking past the National Museum, when suddenly I heard a loud crash just behind me and slivers of what looked like broken glass slid past me along the pavement. I glanced round and discovered that a huge lump of frozen snow – probably weighing at least 20 kilos, had dislodged itself from the roof of the museum and plunged to the pavement a few metres behind me – or on the spot where I had been a second or so before. 

I remember feeling no fear at all – I think the only thought that passed through my head was ‘Coo, that was lucky’ and I continued on my way. Of course later I ‘analyzed’ the situation and realized that if it had hit me, my brains would have been scattered across the pavement and I would have been no more – but the important thing was that at the time I accepted it as something that WAS – in the same way that I had accepted being lifted up by a bull at the age of two. 

When did I start being an ‘observer’? Or rather, when did I start realizing the importance of ‘observing’? The big change started around 1980 in the British Council Reading room – the very old one - near the Beograd department store in Knez Mihailo Street. I was looking for something for a TV programme from the history section, and started to read the introduction to one the books I took down. It said very simply that one of the problems of modern man was that he was so obsessed with progress and creating new things that he had no longer time to enjoy what mankind has created over the previous thousands of years. In a second I realized the truth of this - it hit me between the eyes and I could think of nothing else.

There was no more research that afternoon. I went home to reflect on this discovery. There was little I could do to drastically change my life – I had a family to keep and a job that I could do well and that paid quite sufficiently. But mentally I was already changed. I was approaching 40 – and for me this turned out to be a ‘change of life’ – a fairly drastic psychological but more philosophical change which developed over the following ten years. 

To start with I realized that since I had left school I had hardly read a single book – some Agatha Christie, the occasional Thomas Hardy – some poetry, perhaps, but very little else. I’d neglected most of the classics – all the foreign ones. I’d never read Tolstoy, Dostoyevsky, Thomas Mann... I immediately decided correct this and set myself the task of reading a book a week! And when I set myself a task – it is all or nothing – and in this case it was all. In two years I topped 100 books – unfortunately I no longer have the list I made – it would make a very useful appendix to this piece – but I do know that I reached the hundred mark – and the books included, of course, War and Peace, Ana Karenina, Resurrection, The Brothers Karamazov, Crime and Punishment, The Magic Mountain – which remains my favourite novel – and then most of Thomas Mann, eventually all Thomas Hardy, a bit of Dickens... 

There were also philosophical books – a lot of Bertrand Russell – some history books. Later I took to Sartre and existentialism. I had rejected Christianity as being the – or my – religion – but after a while I felt empty – I felt there must be something else – something greater than just me, although for a long while I clung to existentialism, while dabbling in the eastern religions. I soon realized that in essence there was not a great difference in the philosophy of the great religions – although, as Fromm’s To Have or to Be ’ excellently points out, the fundamental difference is in just that – Western man is preoccupied with ‘having’ whereas the traditional eastern way of life is concerned with being – and ‘observing’! However, another difference was in the practices of the organized groups and churches which grew up around them. 

I soon realized that faith was a very individual thing and that to belong to a church which had rules and encouraged strict behaviour was in fact opting out. As Tolstoy wrote somewhere – one’s religion is one’s relationship with the universe. My God and my relationship with him and the universe was entirely my affair – not a priest’s. Of course, the word ‘God’ itself presents a problem. Having been strictly brought up in the Christian – Anglican – church and from a very early age assuming that God was as real as the Sun and the Moon, my picture of God was of a benevolent old man who both looked after us, judged us, made rules for us, and saw everything one did and, most important of all, although he forgave us our sins, was the one who would decide whether we went to heaven or hell when we died. All these beliefs had of course disappeared from my conception of God – but the name remained. In a philosophy group I attended in London in 1983/4, the word used was ‘the creative principle’ which is OK, but rather clumsy. 

So my ‘change of life’ involved both starting to reflect on and enjoy what the human race has passed down to us over the centuries and to start to ‘observe’ and to question the very existence of God without rejecting ‘the creative principle’ altogether. The latter took great strides later on in the 80s – I shall now return to the former. As well as reading intensively, which naturally both consciously and subconsciously influenced both the way I thought and my overall philosophy of life, I took a greater interest in art, always visiting galleries at every opportunity – but without searching first for the ‘great masters’ the pictures one ‘ought to see’. Of course it gave me a great thrill to see pictures I had only previously seen as reproductions in books, but many of the pictures that particularly struck me were supposedly ‘minor’ or relatively ‘unknown’, even ‘unimportant’. I usually bought a catalogue or booklet which contained reproductions of the paintings I had seen, but this sometimes proved a mistake. 

A cutting example of ‘analysis-paralysis’ was the booklet I bought in Venice after visiting the ‘Scuola Dalmata’ of St. George and St. Tryphone to see the 9 Carpaccio paintings which have hung there since he painted them between 1502 and 1507. The first picture one sees, on the left as one enters is St George killing the dragon, painted in 1507. Yes, it is one of Carpaccio’s greatest works –it is beautiful, full of wonderful details that one can study for hours. 

I stood transfixed before it for so long that it was then difficult to really appreciate fully the remaining 8 pictures – though I returned to do that several times later – on every trip to Venice, to be precise. On these occasions I was unable to experience my original thrill on seeing the St. George painting, because in the meantime I had read the booklet:
An ideal triangle drawn from the dragon’s back legs, passes to the knight’s head and ends with the head of the charging horse. Every object obeys to a ‘tireless proportion of forms’ as Longhi says ‘within an unimaginably dazzling space’. The triple shadow of the dragon on the ground, the far-off perspective of palm trees on the same level as its head, the mystical remoteness of the vessels on the far away sea, the carefully observed details of the oriental town on the left and every detail of the foreground in which he loves to isolate his shapes in a skilful play of light, should all be carefully studied.
(Guido Perocco “ Guide to the ‘Scuola Dalmata...”)
 
 “Should all be carefully studied” – Why? The next time I looked at the picture, all I could see were triangles. Guido Perocco – or rather my foolishness in reading the guide book in the first place - had totally ruined my natural ‘observer’s’ enjoyment of the painting. I had been encouraged to become an ‘analyst’. On my first visit to the ‘Scuola’, having spent an hour or so with the paintings, I went upstairs where there were some more paintings, which are described in the guide book as ‘mostly votive painting of little value’. Being in need of a little rest I found somewhere to sit, and very soon my eyes wandered up to the ceiling which consisted of a mosaic of wooden shapes with an octagonal central picture surrounded by four oval ones. 

But it was the mosaic of painted wooden shapes that struck me and eventually overwhelmed me. How long had it taken to make this ceiling? Months? Years? However long it took it was made at a time when beauty, excellence and perfection were the criteria. Time stood still. Money was not the deciding factor. Today a ceiling is slapped on in a matter of minutes – it is a functional division between the room it tops and the room above it. A coat of paint and the odd light fitting and it serves its purpose. Who looks at ceilings nowadays? But this ceiling in the ‘Scuola’ was to be looked at, to be observed, until one got a crick in the neck. It was a typical example of what former generations have left us to enjoy – if we can find the time. Not only something of great beauty, but a whole philosophy. ‘Beauty is truth, truth beauty,’ as Keats puts it.

Of course, one can find so many examples of architecture and interior design from the past which are examples of this love of beauty – the Gothic cathedrals being but one of them – and museums are full of artifacts and furniture that demonstrate that time was not money but that beauty was truth. A later visit to the National Museum in Budapest, which traces Hungary’s history, from before its formation until the present, painting a fascinating picture of the past centuries, brought home to me the rather drastic changes that took place during the 20th century, when functionality really started to take over. 

Politics is a field where analysis is definitely paralysis. ‘Man is a political animal’, said Aristotle. True, but only if ‘politics’ is truly ‘the art or science of government’, something that should concern and involve everyone who cherishes democracy. But unfortunately pure politics has been superseded by ‘party politics’ and politicians are on the whole more concerned about buttering up the voters before the next election than about what is best in the long term for the ‘polis’, the nation state. And the voters are not much better – they tend to vote with their pocket rather than with their brain. The Oxford Dictionary of Etymology gives as an archaic definition of the word ‘politician’: ‘schemer’, ‘intriguer’ – and that is how many people see politicians today. In my adopted country, Serbia, this is definitely how the majority of voters see their politicians. 

The last time I voted in an election in the UK was in 1983 – I voted for the Green Party in the European Parliamentary Election. Since then I have preferred to observe British elections rather than take part in them. I genuinely believe that today in so-called Western democracy it makes very little real difference which party is in power. In Britain all the parties now aim at attracting the ‘centre’ – and, whichever party wins the election, what they actually do will not differ appreciably from what either of the other two main parties would have done if they had won. This, of course is the point of view of an ‘observer’ of politics. 

Not many devotees of the Conservative, Labour or Liberal-Democrat parties would agree with me. Since becoming a Serbian citizen I have used my newly obtained right to vote, even though my heart has told me not to. Even before I became a voter, I was every bit as affected by the political turmoils of the nineties as homebred Serbs, but whereas the majority of the population allowed themselves to be dragged further and further down into the depths of despair, I was able to observe what was happening and not get psychologically involved, and while on a practical level I had to accept the shortages and the rampant inflation, I didn’t allow it to affect me psychologically. The flowers still grew in spring, the nightingale still arrived in April and sang its heavenly song and music still remained the food of love. Love of life... 

In the British parliament the Opposition parties are paid to oppose the policies proposed by the elected government. The main opposition party even has the grandiose title ‘Her Majesty’s Opposition’. The idea is to provide a safety valve, to prevent a governing party with a large majority from steamrollering their policies through without other points of view being at least forcefully expressed. But if politicians truly have the welfare of the ‘polis’ at heart, why can’t they all sit down together and try to discover what is best for the country they have been elected to serve? Surely there are plenty of intelligent men and women among them - surely if they all pooled their intelligence, their ideas, they could come up with something that would last longer than the four or five years before the next election? That is something inconceivable in Serbia where there are goodness knows how many political parties. 

Man’s mania for analysis has resulted in increasing fragmentation; we like to put things in cubby holes as that way they become easier to manage. But the world is one – it is made up of many different things but they are all intertwined and together make up the indivisible whole. Fragmentation starts at school, where we are obliged to learn different subjects. Each teacher has specialized in a particular subject – History, Geography, Languages, Art, Science, Mathematics – but these are all part of the whole, they are all intertwined – they are all part of history, they are all concerned with geography – the history of a language or of art involves us with all the subjects we learn at school. Science is the study of everything around us – although our knowledge of it is relative and continually changing. The one exception to my thesis is perhaps mathematics, which is an artificial subject invented by man and used to assist him in his fragmentation. 

‘Progress’ requires increased specialization – in order to increase our ‘knowledge’, scholars must spend their lives studying narrower and narrower subjects – perhaps one day someone will spend his life studying the left tusk of the African elephant or the effect on human fingers of sending SMS messages. Perhaps the most important decision I made in my life was to reject the possibility of going to Cambridge to study History because I wanted to work in the theatre – or rather try to find a way of getting some sort of job in the theatre, because when I left school in the provinces I had no idea how I was going to realize my ‘romantic’ desire. 

But thanks to my strong desire – my ‘passion’ – I found a way and my subsequent move to television and where I eventually started directing children’s programmes ensured that the last thing I was going to do was specialize. I worked largely on magazine-type programmes and wrote and directed an incredible variety of films – in which other job does one get the opportunity to jump by parachute from an aeroplane, dive in a submarine, land by helicopter on an aircraft carrier, descend 1000 metres towards the centre of the earth down a coal mine..? 

When the spirit moved me I directed a drama series, my love of music guided me towards a series the aim of which was to help children appreciate all kinds of music, my ‘bird-watching’ and ‘conservationist’ period led to an ‘ecology’ series for children. I have had periods when I specialized, but these periods were limited, and always seem to lead naturally to something new.
 Now, at the age of seventy, I am still observing, looking for – and finding – something new, ever-grateful for having discovered at a very early age the truth of Krishnamurti’s adage – that analysis brings paralysis.

LA GERMANIA ED IL SUO SILENZIO SIMMETRICO

Nelle stesse ore di un giorno di crisi finanziaria Mario Monti diceva al Financial Times cheAngela MerkeL Nicolas Sarkozyelui hanno deciso di osservare sulla Banca centrale europea e sulle sue eventuali politiche di salvezza dell'euro dal naufragio nel debito un «silenzio simmetrico»; Sarkozy, nel frattempo, registrava il trauma del declassamento francese da parte di Standard & Poor's annullando il vertice a tré già programmato, e imminente, per ragioni di immagine elettorale; e il cancelliere tedesco rompeva il silenzio simmetrico ribadendo che era esclusa la possibilità di un intervento dei governi in favore della banca di Francoforte come «lender of last resort» o prestatore di ultima istanza Bisogna aggiungere al quadro il duro allarme sistemico di Mario Draghi, che si affanna a riempire di liquidità le banche private con mezzi di fortuna, ma per adesso con risultati a dir poco aitemi, e l'intemerata del superburocratealla moneta, il finlandese Ollie Rehn, contro le agenzie di rating che sono americane di origine e non sono imparziali.

Il lavoro, le imprese, il credito, il modo di vita, le pensioni e i consumi e il futuro economico degli europei sono affidati a una classe dirigente che non è ne carne ne pesce, che non è esclusivamente tecnocratica e non è primariamente politica, ciascuno si mette nei panni dell'altra figura di riferimento, tutti si rubano il mestiere, e l'Unione Europea vive nell'illusione di governarsi fuori dalle regole e dagli schemi storici della guerra e della pace, della ricerca di egemonia delle nazioni, della difesa arcigna dell'interesse privilegiato di ciascuno, senza contare la decisiva costellazione delle politiche domestiche, delle minacce elettorali che incombono sui diversi poteri elettivi, e di mille altri alibi dietro cui si protegge l'impotenzadegli stati nel fronteggiare l'aggressività,la paura, la mobilitàe la voracità dei mercati finanziari di tutto il mondo. Il «silenzio simmetrico» è il silenzio tecnicamente gestito della politica e della storia di fronte al problema della responsabilità.

Gli inglesi stanno in una situazione severamente deficitaria da molti punii di vista. Ma nessuno tocca il mercato finanziario britannico perché la Banca d'Inghilterra fa politiche massicce di quel che nel gergo delle city si chiama «quantitative easing», immette soldi e batte moneta a favore del sistema creditizio privato e pubblico Gli americani sono sull'orlo di una piccola ma effettiva ripresa, dopo aver loro stessi generato con il gioco dei derivali nella bolla speculativa immobiliare le turbolenze finanziarie poi approdate alla crisi greca e al suo successivo contagio in tutta Europa e nel mondo, e questa ripresa dipende in larga misura dallo stesso fattore, il ruolo attivo e dichiarato, aperto, della Federai reserve nella difesa del sistema del credito privato e pubblico. Se Londra e Washington avessero osservato nella tempesta quel silenzio rivendicato dal capo del nostro governo tecnico, e dai suoi partner franco-tedeschi, starebbero sulla stessa nostra barca, in bilico verso un tragico naufragiocome la Costa Concordia. Quand'è che Monti si deciderà a rompere quel silenzio mortale sul fattore di svolta della crisi?

sabato, gennaio 21

H5N1 virus


Under pressure to put their research on hold due to fear of a biological disaster, an international team of scientists have voluntarily suspended their study on an advanced, incredibly deadly mutation of the H5N1 bird flu. In an effort to better understand the deadly bird flu virus, Ron Fouchier of Erasmus Medical College in the Netherlands, Adolfo Garcia-Sastre of Mount Sinai School of Medicine in New York and Yoshihiro Kawaoka of the University of Wisconsin, Madison have been slaving over their study of the avian influenza. In conducting their own research, the team of scientists was able to mutate the original H5N1 virus into a much more lethal form to see how the outbreak could increase in intensity if not controlled outside of the lab. As word came around late last year that their research had returned a variation able to induce an international outbreak, however, the scientific community urged them to abandon their study in fear that the mutated strain would escape the lab and cause a deadly, worldwide outbreak.

With the fear failing to subside weeks later, the team of scientists has temporarily halted their research. In its natural form, the bird flu virus has led to nearly 600 known cases and 340 deaths since it was discovered in 2003. That year there were only four outbreaks, all in East Asia, although in the years since an outbreak has claimed lives as far west as Egypt. The scientists were studying what damage a mutated strain of the virus could bring, but the US National Science Advisory Board for Biosecurity cautioned them to refrain from publishing the results of their finding, fearful that it would influence budding bioterrorists to use the study to create their own strain and launch an epidemic.

Despite the Board’s urging, others in the science community were skeptical. "In the end, is the likelihood of misuse outweighed by the danger of beginning a Big Brother society?" Professor Wendy Barclay of Imperial College London asked the Daily Mail last month.

The researchers say in a letter published in the journals Nature and Science on Friday that they will take a two-month break from their efforts. Since news of their study caught wind, the US government, the World Health Organization and other international bodies have been evaluating a way to go about publishing the findings in periodicals eventually, taking into account their research but avoiding the publishing of a how-go guide for biological warfare.

“We realize that organizations and governments around the world need time to find the best solutions for opportunities and challenges that stem from the work,” the scientists write.
“We hope that by having a calm and reasoned discussion of the facts, scientists and biosecurity experts can reach a better understanding and find ways to enable the research to go forward while minimizing risks,” adds Kawaoka.