Le rivoluzioni hanno pesato circa 56 miliardi di dollari in termini di riduzione del Pil, le economie hanno bisogno di investitori per ripartire Ugo Tramballi DAVOS. Dal nostro inviato M Ma lei non si sente un po' a disagio ad essere qui? «Perché mai? E al Forum che sono gli investitori, non al Cairo. Quindi siamo venuti al Forum», rispondeAbdel Moneim Fotuh, candidato islamico alle presidenziali egiziane. I Fratelli musulmani incontrano il capitalismo: il confronto è interessante, il risultato non ancora chiaro. Solo un anno fa la gente era già in piazza Tahrir ma a Davos ancora si celebravano le riforme economiche orientate al mercato, fatte dai regimi arabi nostri amici.
Il World Economic Forum ha sempre commesso degli errori e ha sempre saputo correggersi. Perché il business occidentale molto preoccupato li ascoltasse, sono stati invitati il premier tunisino Hammadi Jebali, il capo del Governo marocchino Abdellah Benkirane e Fotuh. Silenzioso, c'è anche Rachid Gannouchi, il leader politico e morale del partito islamico moderato Ennahda, vincitore delle elezioni tunisine. Tutti islamici.
L'unico laico è Amr Moussa, anche lui candidato alle presidenziali egiziane. Il quadro del problema è descritto da Jebali: «Ottocentomila disoccupati, aoomila dei quali laureati: un quarto destinati alla disoccupazione; 400mila giovani guadagnano un euro al giorno. Questa è la nostra sfida». Il primo ministro si riferisce alla Tunisia ma parla per tutti gli altri. Il prezzo della libertà è stato più o meno calcolato:56 miliardi di dollari in termini di riduzione dei Pil nei Paesi delle Primavere. Il quadro è forse molto più preoccupante.
Il nocciolo del problema è come la crisi sarà affrontata. Qual è, se ce n'è uno, il modello economico dell'Islam politico che vince le elezioni? «Oggi possiamo garantire i vostri interessi più che in passato. Voi investitori europei dovete tornare da noi, abbiamo bisogno dei vostri investimenti», s'infervora il marocchino Benkirane. «Ma abbiamo bisogno di stabilità sociale, dovete tenere conto che nei nostri Paesi sono state commesse molte ingiustizie nel nome dell'economia di mercato».
Fotuh, che si sente in campagna elettorale, trova un bello slogan per far tornare i 5o milioni di turisti di un tempo: «Il sole in Egitto è sempre lo stesso». Anche con gli islamici. «Vogliamo un sistema fiscale che garantisca giustizia sociale: come gli americani. Abbiamo bisogno della proprietà pubblica e privata. Diciamo una correzione del capitalismo, come Occupy Wall Street». Non quel capitalismo delle riforme passate, screditato dall'inesistenza di distribuzione dei benefici e dalle rivolte. Ma capitalismo in ogni caso.Abdelilah Benkirane capisce che il messaggio non è chiarissimo né convincente.
Occorre di più: «È vero, da giovani eravamo estremisti. Quando siamo entrati nella sfera politica abbiamo capito, siamo diventati più realisti. Se ancora avete dei dubbi - dice al business del Forum - venite a trovarmi, pranzeremo insieme. L'unica cosa che non farò sarà offrirvi del vino». Uscendo dalla sala delle conferenze, mentre spiega di sentirsi a suo agio a Davos, Abdel Fotuh incrocia Tim Geithner. Dopo i Fratelli musulmani tocca parlare al segretario al Tesoro americano. Il contatto è casuale e fugace. Prima o poi dovrà essere più concreto.





























