«In Siria è in corso uno scontro aperto eualcuno lo vincerà. Se vogliamo che non sia come ha dichiarato Obama, dovremmo sostenere i suoi awersari». Michael Leeden torna a polemizzare con l'Occidente, che fa la voce grossa e temporeggia all'infinto deludendo le speranze di chi prova a rovesciare le dittature. Come quelle di Damasco e di Teheran. Non ci sono regole, ma solo probabilità.
Nessuno lo sa veramente, e sono così tante le incognite che è impossibile quantificarle. Colpi di Stato e omicidi, rivoluzioni e sconfitte in guerra, addirittura improvvisi crolli, sono tutti da ricercare nei testi, antichi e moderni. Anche chi fra noi ha predetto la caduta delle tirannie — come il sottoscritto nel caso dell'impero sovietico — rimane sorpreso quando si verificano davvero. In effetti, non si riesce a prevederle. A ben guardare, quella iniziale potrebbe passare come una domanda sbagliata.
Esistono talmente tante variabili e, visto che un Gheddafi non sarebbe mai capitolato senza un deciso aiuto esterno tiranno potrebbe sopravvivere a una crisi che invece potrebbe far crollare un altro dittatore, dovremmo formulare interrogativi specifici su ciascun tiranno e ricorrere a esempi storici di situazioni simili per aiutarci nella comprensione. Alcuni anni fa, quando lavoravo con Walter Laqueur, gli chiesi cosa stesse leggendo.
Mi rispose qualcosa come: «Principalmente biografie». Fu una bella lezione. Alcuni dittatori andranno in crisi, mentre altri diventeranno più forti e determinati. Con quale delle due categorie abbiamo a che fare in ogni specifica situazione? La domanda, quindi, non è cosa fa cadere in generale le dittature, ma "che probabilità di caduta ci sono per un determinato dittatore?".
Dobbiamo osservare attentamente le singolari caratteristiche di un regime ed evitare l'inutile ricerca di regole. Infine, non dimenticate che l'Onnipotente ci ha posto sulla terra per valore di intrattenimento. La maggior parte delle volte, con molta probabilità, ci è dato sbagliare. Quanti di noi si sarebbero aspettati una battaglia all'ultimo sangue per Gheddafi? Quanti avrebbero previsto che Gorbachev e il suo impero sovietico sarebbero implosi senza alcun conflitto? Di solito non siamo abbastanza svegli per prevedere queste cose.
Ecco perché il naso, non il cervello, è il più grande strumento di percezione sul rischio crollo di un regime. Perchè rileva le prime tracce di marcio, che generalmente accompagnano un imminente fallimento di volontà da parte del governante. Quindi, dobbiamo prestare particolare attenzione agli odori degli stessi tiranni e alla natura delle loro strutture governative. Non esistono regole generali appunto. Ci sono alcuni modelli che potrebbero aiutarci a rispondere — o a scovare — le domande giuste. Trovo sempre molto intrigante quando qualcuno crede di poter predire con sicurezza che un tiranno stia per crollare, come se si trattasse di applicare vecchie regole da manuale.
È da mesi che seguo con interesse come esperti su esperti non facciano che dirci che Bashar Assad sta per cadere. Proprio qualche giorno fa, niente meno che Dennis Ross, recentemente uscito dall'Amministrazione Obama, ci ha rese note le sue certezze in merito. A giudizio di Ross quello che abbiamo davanti è un regime che dipende completamente dalla coercizione. E questa sta fallendo. Ora, quando un regime totalmente dipendente dalla coercizione perde il proprio punto di forza, è chiaro che non avrà vita lunga. Lo spero proprio anch'io! Prendiamo allora due contro-esempi vicini a Damasco e che entrambi hanno l'Iran come proscenio.
Nel 1953, il premier Mohammed Mossadeq manda lo scià in esilio all'estero e milioni di persone scendono nelle strade di Teheran e delle altre città del Paese per festeggiare la vittoria di Mossadeq. II sovrano però torna in presto dall'esilio e il primo ministro viene rimosso. Di nuovo, milioni di persone festeggiano l'evento, proprio come pochi giorni prima si erano espressi a favore di Mossadeq. È evidente: ogni regime può crollare come pure rialzarsi. Venendo più ai giorni nostri, nell'estate del 2009, milioni di iraniani si oppongono ai brogli elettorali che hanno permesso ad Ahmadinejad di restare presidente.
Il regime ha dato via alla sua repressione, ma le proteste sono andate avanti. Proprio come oggi in Siria. La coercizione non ha funzionato. Al contrario, ha generato sfide ancora maggiori per la legittimità del regime. Le violenze del regime sono state ancora più dure, i dissidenti sono stati arrestati, torturati e massacrati. II regime così è sopravvissuto per un periodo più meno lungo. C'è poi una lunga serie di esempi, che include la Primavera di Praga nel 1968, in cui la repressione è risultata inizialmente fallimentare, per poi invece arrivare al successo. E altri, quali le cosiddette rivoluzioni colorate nelle repubbliche dell'ex Urss, in cui è sembrato che la dittatura sarebbe stata sconfitta e poi invece è tornata. Chiedete a Putin e a Medvedev come sono andate le cose.
Ma anche ai libanesi, oppure agli egiziani. Noi non sappiamo, non possiamo sapere come finirà in Siria, Libia o in 'Tunisia. Non sappiamo e probabilmente non sapremo mai per quanto tempo Bashr alAssad andrà avanti a massacrare il suo popolo. Al momento, non c'è ragione di pensare che il livello di violenza possa essere ridotto. Come del resto, non abbiamo idea e non ci è dato calcolare quanti ufficiali siriani di alto rango potrebbero disertare. Del resto, non abbiamo un quadro esaustivo delle capacità strategiche dei comandanti del Free Syrian Army che, con circa 700mila uomini, stanno fronteggiando il raìs.
Ancora più importante, non possiamo valutare se e in che maniera l'opposizione siriana riuscirà a ottenere un valido appoggio straniero, elemento fondamentale per il destino di Assad. II mio cuore sobbalza quando sento un uomo dalle doti politiche di Dennis Ross che è alla ricerca di una linea di comunicazione, piuttosto che di intervento in loco. Quando si auspica una condanna di Assad, lo sento dichiarare «che non dobbiamo preoccuparci e che non possiamo fare nulla».
Siamo di fronte a un errore intellettuale che sovverte il concetto di buona politica. In Siria è in corso uno scontro aperto e qualcuno lo vincerà. Se vogliamo che non sia Assad, come ha dichiarato Obama, ci conviene appoggiare i suoi avversari. È inverosimile che l'opposizione siriana possa vincere da sola, così come gli oppositori di Gheddafi non ce l'avrebbero fatta senza il sostegno delle forze occidentali. Di nuovo: sono gli esempi passati a dirci come sarà il futuro. Un supporto vigoroso dell'Onda Verde, nel biennio 2009-2010, avrebbe portato al potere Moussavi e i suoi aTeheran.'lùttavia, i governi occidentali, presidente Obama compreso, hanno preferito sostenere il regime dei mullah e così non è cambiato nulla.
Questo ha incoraggiato sicuramente gli iraniani da un lato e la cricca degli Assad dall'altro a resistere ancora più tenacemente alla crisi. Convincendoli che Obama non farà nulla per decretarne la loro caduta. Io non sarei, quindi, così sicuro che il destino di Assad sia segnato. Né del resto mi sbilancerei a dire che il regime iraniano abbia ormai prevalso. Le crisi sono determinate dalla tenacia dei popoli nel sopravvivere. È una questione di volontà, nervi saldi e fortuna, ma anche di leadership e imprevisti. Pensiamo ai terremoti, per esempio, i quali sono apparsi alle volte essenziali per la caduta di un tiranno.
È il caso del nicaraguese Anastasio Somoza. Proprio come gli assassini siriani, che vanno di pari passo con i criminali iraniani, credono di poter seguire i più recenti esempi storici, così l'opinione pubblica a Teheran sta osservando con molta attenzione i fatti in Siria.
Se qui l'opposizione vincesse, specie nel caso di un intervento occidentale, quella iraniana riprenderebbe coraggio. Se al contrario dovessimo continuare a tradire la libertà siriana, gli iraniani di ambo le parti — Ayatollah e loro avversari — arriverebbero alla conclusione che la lezione della storia è stata ben metabolizzata. E questa non dice: ride bene chi ride ultimo. Invece di leggere nei fondi di caffé, i nostri leader farebbero meglio a tentare di vincere. Senza troppi timori.
sabato, gennaio 28
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