Monday, August 17

PRESIDENTE FRANCESCO COSSIGA - ONORE E RISPETTO

“L'uomo viene ucciso più dal cibo che dalla spada, ma le Istituzioni italiane vengono uccise solo dal ridicolo.” F.C. 17/08/2010-17/08/2020
"Se un giorno si pubblicassero tutti i "dossier della C.I.A." riguardanti, esclusivamente, l'Italia ed il ruolo tragico che essi ebbero su politica, mafia, stragi e delitti negli ultimi 60 anni; io non sarò morto invano " F.C. 21/03/2009


Saturday, May 2

AL CENTRO DI ROMA SI NASCONDE UN'IDRA A SETTE TESTE

Caro Amico Ivan, 

ti scrivo sulla (m)agistratuta italiana, cosi ti rilassi un po...

Secondo la rivista nord americana "Forbes", tra i i 196 Paesi del mondo, l’Italia è il numero 8 per ricchezza totale. L’Italia è uno dei Paesi più ricchi del mondo eppure deve andare in giro come un mendicante perché è occupato da una casta. Questa è la ragione del perché lo Stato italiano non può funzionare. 

E non può funzionare -unicamente- a causa del sistema legale "corrotto" ideologicamente e/o materialmente; che diventa, inesorabilmente, la disarticolazione nervosa che si dirada internamente nello spire dell'Idra/Stato a danno di tutti i cittadini. 

Ogni volta che qualcuno cerca di riformare questo sistema, malato cronicamente, per aver una "SANA magistratura europea", dopo poco, viene bloccato dai magistrati stessi che aprono -contro di lui/loro- un qualche processo impigliando anche qualche parente o amico. 

In Italia non c’è (g)iustizia. L’Italia è un Paese -coatto- occupato da caste. E la principale delle caste è quella dei magistrati, uno dei corpi più lenti e improduttivi del mondo. 

"I giudici della Cassazione italiana sono pagati molto meglio che la media dei giudici in Europa. Si lamentano? 

Non hanno i mezzi semplicemente perché costano troppo ai cittadini italiani: per quel poco che danno. Danno? Sì! Danno!! Troppo. 

I giudici della Cassazione guadagnano più dei giudici della Corte Suprema americana che sono solo 7. Loro, gli italiani, sono più di un centinaio".

Se in Italia qualcuno non ti paga, tu lo porti a processo, lui perde, va in appello, riperde, va in appello di nuovo, poi va in Cassazione e il giudice della Cassazione non scrive la sentenza per un anno, per due anni, per tre anni. E’ successo. Tante volte. Se il poveretto che non è stato pagato ormai da 15 anni chiede al suo avvocato di fare una protesta, insomma, di fare qualcosa questo gli risponderà “per carità”. Non sia mai!

Poi (quel) magistrato andrà in pensione e un altro giudice prenderà l’incarico e rivaluterà tutti gli atti. Come può funzionare uno Stato così?"

Uno Stato così nel suo funzionamento, per esempio oggi con l’emergenza del virus, ha emesso un documento per i pagamenti più semplici possibili ed è composto di 10 pagine. L’equivalente in Canton Ticino sono 4 domande, occupa un terzo di una pagina, perché lì se dici una bugia ti fai sei mesi in carcere. Questo sistema "ITALIANO" non da giustizia. Se e quando te la daranno, forse tu sarai morto. Magari di pandemia COVIN-19.

A causa della macchinosità di questo sistema medioevale, non si muove nulla. Non puoi sapere se il giudice, che si prende tutto quel tempo, non scrive la sentenza per ignavia e/o perché è corrotto. No. Tu non puoi saperlo. 

Forse l’imprenditore, tuo debitore, che non ti paga ha passato una "mancia" al giudice ma tu non puoi saperlo. Non importa se è ignavia e/o corruzione il risultato è sempre lo stesso: cioè che lo Stato italiano non può funzionare in questo modo. 

Fai l'esempio della Cassa depositi e prestiti, nella situazione di oggi, potrebbe funzionare come un fondo sovrano e potrebbe dire: "forza fate quella strada, avanti aprite quel cantiere, sbrigatevi costruire quel ponte, ma non potrà MAI farlo perché subito interverrà qualche magistrato. 

Poi, sai che c'é, in Italia è così tutto così strano: prima arrestano -con gogna le persone (ricordiamoci -uno per tutti: ENZO TORTORA!!) poi cercano le prove. Quante volte è successo!? Decine di migliaia di vote!! 

Il caso limite, in tutta Europa, che è stato esaminato e studiato, ovunque, da tutti i Legislatori: è il caso di Calogero Mannino. Venne accusato di mafia nel 1994 ed è stato definitivamente assolto nel 2019. Dopo 25 anni. Perchè il "fatto non sussiste".

La Procura di Palermo perde i suoi processi ed ogni volta rifarà appello per poi ri-accusarlo della stessa porcheria,  ma usando un altro nome. Prima era associazione esterna alla mafia poi è diventato negoziato Stato-mafia. Come può funzionare uno Stato così? Negli Stati Uniti, dove io ho vissuto, una cosa del genere non può  accadere. Negli Stati Uniti farebbero un serio processo contro questo magistrato e lo metterebbero in galera. Va in prigione perché ha fatto dei processi contro un cittadino senza averne prove".

Ma, in Italia, c’è addirittura la carcerazione preventiva. Da nessun parte del mondo accadono cose così come in Italia. Forse in Corea del Nord. O in sud Sudan. Forse. Comunque vedi su Amnesty International.

In Italia, prima il magistrato ti accusa, poi ti arresta, poi ti sbatte dentro, poi lui cerca le prove contro di te ma SOLO DOPO, dopo, tenendoti sempre in carcere. No. Non può funzionare così! 

Nell’Unione Europea ci sono Paesi molto più poveri dell’Italia, come ad esempio la Slovacchia, la Polonia, l’Ungheria. Dove oggi Giuseppi Conte è là, seduto per terra, che strilla:"voglio gli eurobond!”. Ma chi dovrebbe pagare gli ungheresi? Gli slovacchi? i polacchi? E tanti altri poveri Paesi  dell'Unione europea schiavi di Bruxelles e suoi votanti a pagamento e/o tariffa SEMPRE favore di Germania e Francia. Paesi tipo, come la Slovenia, la Lettonia, l'Estonia, l'Austria, l'Ungheria, etc.

L’Italia vuole solidarietà da un gruppo di Paesi che sono molto, ma molto più poveri di essa e a distanza siderali, come cultura e socialità.

Gli italiani oggi sono a casa con la pandemia. Sarebbe una buon occasione per riflettere. E dire: siamo un Paese molto produttivo e ricco ma il nostro Stato non funziona perché il sistema legale è quello che è!! La casta infetta il sistema nervoso o, la linfa, di un Paese meraviglioso non funziona. 

Lo Stato italiano é gestito da una classe di persone che non sono, certamente, europee. La magistratura italiana non è una magistratura europea. Non so da dove viene, forse è una magistratura da polit-buro e non importa se le cose non funzionano se per ignavia o per corruzione. Tanto il risultato non cambierebbe lo stesso. 

Quelli che accusarono Calogero Mannino 25 anni fa, erano i suoi nemici politici e il sistema li ha lasciati fare. Certo i procuratori sono controllati da un corpo professionale ma in Italia questo corpo professionale, che è il Consiglio Superiore della magistratura, è lottizzato da differenti fazione. 

Gli italiani devono riflettere. Siamo mendicanti perché lo Stato non funziona. Lo Stato non funziona perché non abbiamo una magistratura europea. Dobbiamo finalmente avere una magistratura europea. Un giudice che non scrive una sentenza in un mese o in una settimana deve essere licenziato".

"L’opinione pubblica quando vede che il paziente sta morendo perché ha la cancrena deve vedere dove è cominciata questa cancrena. I media devono esaminare due cose per capirlo, non mille, non un milione di cose: un processo come quello di Calogero Mannino: in tutto il mondo non si è mai visto!! E' un anomalia gigantesca da far vergognare diverse generazioni.  

Comincia il tutto dal non avere una giustizia di tipo europea, dal non avere una magistratura europea. Faccio un altro esempio: il sistema legale francese che è quasi simile a quello italiano ha però una differenza: nessun procuratore può muoversi se non autorizzato da un giudice di istruzione che chiede ai magistrati che accusano: 'tu le prove le hai? Per far durare il processo velocemente, tre giorni!? Ed avere così una risoluzione chiara? No!? Allora non disturbare il cittadino!'. 

Se tu fai una truffa contro lo Stato ti prendono subito, perché non hai un sistema intasato da tutte questa massa di accuse opinabili, lungaggini, cose barocche e fatte per altri motivi. Ti fanno un processo e ti mandano in prigione rapidamente. Quanti italiani sono in prigione per non aver pagato le tasse?" 50!! Negli Stati Uniti 230.000!!

Racconto l’aneddoto di una signora di New York, proprietaria di grandi alberghi. Ha pagato 800 milioni di dollari in tasse ma, in quell’anno, qualche anno fa, si è fatta comprare un sofà di poche migliaia di dollari, 3400 dollari, e l’ha portato a casa sua e non in uno dei suoi alberghi come dichiarato. Quando è stata beccata dalle tasse ha preso 3 anni di prigione, di solito sono cinque. Aveva 76 anni ed è andata in prigione. Il processo è durato circa un’ora".

"Se fosse accaduto in Italia avrebbero aperto un dossier per investigare cosa ha fatto negli ultimi 60 anni. Forse l’ha fatto altre volte? Sa, ci sono molti modi, per la magistratura araba o turca che l’Italia ha, per non fare il proprio lavoro. 

Ricordo quando Giulio Andreotti era accusato di associazione esterna mafiosa. Invece di fare vedere due fotografie, lui che abbraccia il suo grande amico Salvo Lima e Lima che abbraccia qualche mafioso, si è deciso di accusarlo di tutto, compreso l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli. 

In Italia la signora dell’albergo di cui sopra, non avrebbe fatto un giorno di galera. Le avrebbero aperto un’indagine per 27 anni".

Saturday, April 25

25 APRILE 1945 RICORRENZA PERPETUA:ODIO SENZA STORIA



Il 18 settembre 1943 i partigiani erano in Italia, 1.500, di cui un migliaio di “autonomi”, bande di militari dell’ex esercito del Re d'Italia. 

La Resistenza impegnò i fascisti distogliendoli dal fronte con gli Alleati, ma da sola non avrebbe mai potuto sconfiggere i nazisti. In base al conto di Bocca, infatti, il 18 settembre 1943 i partigiani erano in tutto 1.500, di cui un migliaio di “autonomi”: bande di militari nate dallo sfasciarsi del Regio esercito, che si collegheranno poi in gran parte con la Democrazia cristiana o il Partito liberale. 

Nel novembre del 1943 sono 3.800, di cui 1.900 autonomi. La sinistra diventa maggioritaria nel 1944: al 30 aprile ci sono 12.600 partigiani, di cui 5.800 delle Brigate Garibaldi, organizzate dal Pci; 3.500 autonomi; 2.600 delle Brigate Giustizia e Libertà del Partito d’Azione; 600 di gruppi più o meno esplicitamente cattolici. 

Per il luglio 1944 c’è la stima ufficiale di Ferruccio Parri che per conto del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (Clnai) stima 50.000 combattenti: 25.000 garibaldini, 15.000 giellisti e 10.000 autonomi e cattolici. Bocca vi aggiunge un 2.000 tra socialisti delle Brigate Matteotti e repubblicani delle Brigate Mazzini e Mameli. Nell’agosto del 1944 si arriva a 70.000 e nell’ottobre a 80.000, che però calano a 50.000 in dicembre. 

Giorgio Bocca poi conta 80.000 uomini ai primi del marzo 1945, cita una stima del comando generale partigiano su 130.000 uomini al 15 aprile, e calcola che “nei giorni dell’insurrezione saranno 250.000-300.000 a girare armati e incoccardati”. Anche di questa massa i garibaldini, ammette Bocca, “sono la metà o poco meno”. 

Ma fu davvero questa “rivoluzione” a liberare l’Italia? Anche qui, piuttosto che sulle polemiche è opportuno basarsi sulle cifre. Oltre a quello dei partigiani alle dipendenze dei partiti del CLN, in Italia tra settembre 1943 e aprile 1945 furono arruolati altri due eserciti. 

Il secondo fu il complesso delle forze militari della Repubblica Sociale Italiana (RSI), che secondo una stima redatta dal Comando SS di Milano contavano al 9 aprile 1945 attorno ai 130.000 uomini: 72.000 della Guardia Nazionale Repubblicana, nata dalla fusione tra Carabinieri, Milizia e Polizia Africa Italiana; tra i 30.000 e i 35.000 soldati delle quattro divisioni regolari (Littorio di Granatieri, Italia di Bersaglieri, Monterosa di Alpini, San Marco di Fanteria di Marina); 22.000 delle Brigate Nere, organizzazione armata del Partito Fascista Repubblicano; 4.800 della XMAS di Junio Valerio Borghese; 1.050 della Legione Autonoma Ettore Muti. 

Da parte sua Rodolfo Graziani in un suo memorandum a Mussolini del 25 giugno 1944 aveva stimato in 400.000 gli uomini chiamati dalla RSI. Il terzo esercito, infine, fu quello del Regno del Sud, che iniziò coi 6.000 uomini del Raggruppamento italiano motorizzato entrato in linea il 7 dicembre 1943, e mandato subito al macello sul fronte di Cassino, contro le posizioni di Monte Lungo e Monte Maggiore. 

Dal 18 marzo 1944 assunse il nome di Corpo Italiano di Liberazione (Cil), e nel luglio 1944 diede vita ai quattro Gruppi di Combattimento Friuli, Cremona, Legnano e Folgore, ognuno con un organico compreso tra i 9.500 e 12.000 uomini. Questi “Gruppi”, nucleo del futuro Esercito Italiano ricostituito, entrarono in linea nel gennaio del 1945 e parteciparono allo sfondamento sulla Linea Gotica sul fronte adriatico, assieme ai polacchi del generale Anders e a quella Brigata Ebraica embrione del futuro esercito sionista di Israele (e i cui reduci nelle manifestazioni del 25 aprile si sono visti sventolare in faccia la bandiera palestinese). 

In particolare fu il Gruppo Friuli la prima unità alleata a entrare a Bologna. Come ammetteva invece Graziani nel già citato memorandum del 28 giugno 1944, malgrado i 400.000 richiamati la Rsi contro gli alleati non aveva “potuto inviare al fronte che quattro battaglioni di volontari, il Barbarigo, il Folgore, e due delle Ss”. 

“Siamo grati al MONDO INTERO dagli americani agli Algerini, dai polacchi agli inglesi, agli australiani, agli indinani, ai sud africani, ai bulgari e quant'altri ANCORA!!! GRAZIE"!!! 

Grazie per averci liberato, col concorso di TUTTI anche dei partigiani italiani, di cui sopra”. “Anche l’Italia ha vinto”, era il famoso titolo di un numero speciale del 1945 del Mercurio, rivista culturale allora di grande prestigio. 

Sui vantaggi che l’Italia aveva ottenuto nel “pagare il biglietto di ritorno nella democrazia” (frase di Edgardo Sogno), scrisse diffusamente Paolo Emilio Taviani, che aveva iniziato la sua carriera politica presiedendo a 32 anni il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) della Liguria, e che oltre a essere un noto pezzo grosso della DC fu anche a lungo il presidente della Federazione Italiana Volontari della Libertà (FIVL).

Un’organizzazione di ex-partigiani cattolici, liberali, ex-badogliani, militari e moderati in genere, che in quella particolare “triplice resistenziale” modellatasi sull’esempio di quella sindacale era un po’ l’omologa della CISL (con la “rossa” ANPI, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, come la CGL; e la FIAP, Federazione Italiana delle Associazioni Partigiane, fondata da ex-azionisti, e corrispondente alla UIL. 

Taviani, dunque, parlava di vari documenti che avevano rivelato progetti degli Alleati per una vera e propria spartizione dell’Italia. Gli inglesi si sarebbero installati in pianta stabile nelle isole; i francesi avrebbero ingoiato la Val d’Aosta e tutto il Piemonte e la Liguria occidentale, oltre a mantenere una zona di occupazione fino al Ticino.

Tito si sarebbe pappato l’intero Friuli almeno fino al Tagliamento; l’Alto Adige sarebbe stato riconsegnato all’Austria; addirittura c’erano i greci che volevano una zona d’occupazione in Puglia! 

La Resistenza e l’attività delle truppe del governo del Sud avrebbero appunto evitato questo disastro. Altri storici contestano che sia stato effettivamente il contributo militare italiano alla guerra anti-tedesca a pagare il “biglietto di ritorno”, e sostengono che piuttosto sia stata la nostra importanza strategica sul fronte della guerra fredda dopo la rottura tra USA e URSS a favorirci. 

Quale che si il vero motivo, che comunque l’Italia sia stata trattata meglio rispetto a Germania e Giappone dopo il 1945 non è un’illusione.

Non solo infatti da noi l’occupazione militare durò solo fino al 1946, rispetto alla data del 1951 per il Giappone e del 1954 per la Germania (a parte la occupazione di Trieste, da parte dei comunisti di Tito e degli inglesi, fino a tutto il 1956). 

Non solo all’Italia fu possibile darsi una Costituzione da sola mentre gli Alleati imposero la nuova Costituzione giapponese e interferirono pesantemente nella genesi della Grundgesetz tedesca (anche se, visto il modo in cui queste costituzioni hanno funzionato, molti ritengono oggi che l’apparente fortuna italiana rispetto a Germania e Giappone sia stata in realtà una disgrazia...). 

Non solo all’Italia fu persino possibile ricevere indietro una delle ex-colonie, la Somalia, in amministrazione fiduciaria per dieci anni. Addirittura, fu proprio per il motivo esplicitato che l’Italia “si era schierata dalla parte giusta” che ci fu possibile partecipare alle Olimpiadi di Londra del 1948 e ai campionati di calcio in Brasile del 1950: eventi sportivi da cui invece i “vinti” Germania e Giappone furono esclusi come misura punitiva (è vero che, anche qui, c’è chi ritiene che se ci avessero impedito di andare in Brasile a fare figuracce ci avrebbero fatto solo un favore...). 

LE BUGIE
Oggi, comunque, è proprio su questo mito fondante che si basa tutta la capacità del variegato fronte pacifista di coniugare il nuovo anti-americanismo con la fedeltà alla lotta antifascista originaria. “No alla guerra senza se né ma, ma la guerra antifascista era un’altra cosa”. “Che c’entrano gli americani? Noi italiani ci siamo liberati da soli coi partigiani, gli americani sono venuti dopo!”. “I popoli devono liberarsi da soli, come abbiamo fatto noi italiani coi partigiani”, eccetera. 

E’ un tipo di argomentazioni su cui in realtà rispondono poco i due grandi filoni revisionisti tornati alla ribalta con libri recenti. Il primo è quello relativo ai “crimini” dei partigiani, in particolare di quelli “rossi”, che è stato oggetto del best seller di Giampaolo Pansa “Il sangue dei vinti. 

Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile”.

E’ un tema su cui, per la verità, si era dilungata da tempo tutta una pubblicistica non solo neo-fascista ma anche moderata, e di cui un punto di riferimento è tuttora nei tre tomi della “Storia della guerra civile in Italia” di Giorgio Pisanò. E si è detto che rispetto a questa polemica la grande novità del libro di Pansa è nell’essere una prima “ammissione” da parte di un uomo di sinistra. Ma la realtà è forse più sfumata. 

Questo tipo di pubblicistica “revisionista”, infatti, non si limita a dire che molti partigiani commisero crimini e atrocità, ma contesta anche drasticamente il ruolo e l’importanza militare della Resistenza. E ciò è contraddittorio: come possono aver commesso i partigiani tanti crimini se erano “quattro gatti” e la Resistenza “è stata inventata”? 

E’ un po’ la stessa contraddizione della storiografia revisionista sui campi di sterminio, le cui argomentazioni ridotte all’osso sono: “Gli ebrei non sono stati mai mandati nei campi di sterminio, e comunque se lo sono meritato!”. 

 Pansa, invece, pur non essendo stato partigiano per ragioni anagrafiche, si è laureato con una tesi sulla Resistenza in provincia di Alessandria, che è poi stata trasformata in un libro che lo stesso Giorgio Bocca, oggi suo flagellatore, nel suo saggio del 1978 sulla storiografia della Resistenza definì una tappa fondamentale di quella “seconda generazione” di studi culminata nella sua “Storia dell’Italia partigiana”. 

 Inoltre prima di diventare giornalista il giovane Pansa lavorò tre anni in un istituto di storia della Resistenza, ed è a quest’epoca che risale una massiccia “guida bibliografica” sulla Resistenza in Piemonte tra 1943 e 1963. 

Insomma, è proprio perché Pansa non dubita sulla “corposità” della Resistenza che ha potuto comprovarne gli eccessi. C’è poi un secondo filone revisionista che contesta il primato “rosso” della Resistenza, rivalutando massicciamente il ruolo dei non comunisti. In questo campo il titolo recente è “La Resistenza cancellata” di Ugo Finetti. 

Ma in realtà i punti di riferimento effettivi li aveva già dati Giorgio Bocca nel 1966 proprio con la sua “Storia dell’Italia partigiana”, in cui si era messo a contare non solo il numero dei partigiani nei momenti cruciali del periodo settembre 1943-aprile 1945, ma anche la rispettiva filiazione ideologica. 

E tutta la storiografia moderata successiva, compresi i Montanelli e Cervi dell’“Italia della Guerra Civile”, ha poi utilizzato proprio quelle cifre. Che danno della Resistenza un quadro ben diverso da quello che ripete Giorgio Galli nei suoi libri sulla storia dei partiti politici italiani, secondo cui “tra i due terzi e i tre quarti dei partigiani erano comunisti”.  
Ma al di là della polemica interna sul peso delle varie componenti, il dato interessante è che stando a questa stima appena un partigiano su 23 ha combattuto per almeno un anno; 5 su 6 hanno preso le armi negli ultimi 4 mesi; quasi 4 su 5 negli ultimi 2 mesi; e addirittura uno su due negli ultimi 10 giorni! 

Insomma, la tesi secondo cui in Italia nel 1945 ci fu una gran massa di eroi della sesta giornata, come si diceva a Milano dopo le cinque giornate del 1848, non è calunnia, ma verità storica acclarata. E che corrisponde d’altronde a una precisa logica militare: sono sempre i finali aggregarsi di masse alle élites guerrigliere a segnare il trionfo delle rivoluzioni. 

In particolare il comportamento di 1.400 paracadutisti che si fecero massacrare per cercare di fermare l’avanzata americana su Roma fu eroico. E va pure ricordato che la XMAS di Borghese, cui apparteneva il Battaglione Barbarigo, nel 1945 avrebbe combattuto sia contro i titini che contro la Friuli. 

Ma a parte questi casi numericamente marginali, resta il dato obiettivo che mentre il Regno del Sud riuscì a partecipare alla guerra vera e propria, la Rsi sostanzialmente no. E ciò perché i 130.000 uomini rimasti dopo la falcidia di diserzioni e imboscamenti erano stati distolti dalla guerriglia partigiana, che aveva trattenuto dal fronte anche almeno 70.000 soldati tedeschi. 

Insomma, la Resistenza è certo sopravvalutata, ma oggettivamente distrasse almeno 200.000 combattenti che agli Alleati avrebbero potuto dare più di un fastidio

Ma dato alla Resistenza quel che è della Resistenza, bisogna pure dare agli Alleati quel che è degli Alleati. E anche qui, le cifre e le date parlano da sole. La Resistenza, cresciuta tra settembre e dicembre del 1943 al momento dell’avanzata alleata, subisce i primi micidiali rovesci tra la fine del dicembre del 1943 e il febbraio 1944, quando l’inverno arresta le operazioni sul fronte di Cassino e i tedeschi fanno allora grossi rastrellamenti che distruggono gran parte delle prime bande. 

Ed è proprio di questo shock che i “rivoluzionari professionali” del Partito Comunista e di quello d’Azione approfittano per prendere il sopravvento sugli autonomi, riorganizzando gran parte degli sbandati e inquadrando le nuove reclute nel momento in cui la ripresa dell’offensiva Alleata costringe i tedeschi ad allentare la presa

E la successiva avanzata degli anglo-americani dalla Linea Gustav alla Linea Gotica consente dunque alle bande di moltiplicarsi e attaccare, fino a creare le famose “repubbliche partigiane”: da Alba all’Ossola, alla Carnia, a Montefiorino. 

Ma il nuovo arrestarsi del fronte con l’autunno coincide con una nuova crisi, e sebbene i vertici partigiani contestino quel “Proclama Alexander” con cui il comandante inglese ha chiesto loro di sbandarsi in attesa della bella stagione, di fatto tra ottobre e dicembre del 1944 la cifra dei combattenti quasi si dimezza, mentre le repubbliche partigiane sono riconquistate l’una dopo l’altra. 

Infine, la moltiplicazione finale degli effettivi e la presa delle città coincide con la finale offensiva Alleata. Insomma, i partigiani spadroneggiavano quando dovevano vedersela solo con le forze della RSI, ma erano messi alla corda ogni volta che i tedeschi potevano distrarre dal fronte abbastanza forze da fare un repulisti. 

E un dato oggettivo è pure che sebbene dopo lo sbarco in Provenza del 15 agosto 1944 il confine delle Alpi fosse ridivenuto fronte tra tedeschi e Alleati, benché alle immediate retrovie di questo fronte il Piemonte fosse la regione con le bande partigiane più forti e agguerrite, i tedeschi riuscirono a reggere quella linea fino ad aprile inoltrato senza alcun problema. Conclusione: senza i partigiani, gli Alleati ci avrebbero messo un po’ di mesi in più a risolvere la guerra in Italia. Ma senza gli Alleati, la Resistenza non avrebbe potuto neanche cominciare. 


Città come il "Triangolo Industriale" furono soggette a pesanti "area bombings" da parte degli aerei del "Bomber Command" provenienti dalle basi inglesi. 

Quando gli Alleati conquistarono il nord Africa, le città italiane entrarono nel raggio di azione dei bombardieri pesanti B-17, B-24, Lancaster ed Halifax. Tra i bombardamenti più pesanti, quello del 19 luglio 1943 su Roma e quello del 19 agosto 1943 a Foggia con oltre 9000 vittime. 

Diverse azioni di bombardamento vennero effettuate anche su Napoli, La Spezia e in Sardegna presso Cagliari e La Maddalena, principali porti della Regia Marina, con pesanti danni alle navi e gravi perdite anche tra la popolazione civile. 

Pesantissimi furono poi i bombardamenti di Reggio Calabria del 1943 con 24 bombardamenti solo sulla città di Reggio, senza contare quelli sui centri minori vicini. Nonostante gli obiettivi di interesse militare fossero distrutti, i bombardamenti si protrassero ulteriormente e il 9 settembre gli inglesi entrarono in una città ridotta a un mucchio di macerie; i morti furono 3.986, i feriti 12.043 e il 70% degli edifici era distrutto o danneggiato

Tra le altre città colpite pesantemente dai bombardamenti, nel corso della guerra, si ebbero: Ancona, Avezzano, Bari, Benevento, Cassino, Grosseto, Civitavecchia (distrutta per l'80%), Isernia, Livorno, Palermo, Pisa, Pescara, Porto Santo Stefano, Terni, Treviso. Le stime più verosimili collocano il numero di vittime civili causate dai bombardamenti sull'Italia tra 150.000 e 300.000.

Friday, April 24

2020 OIL WORLD WAR

The recent decline in oil prices by as much as 300% could be explained with reasons of emotional nature, Dmitry Marinchenko, Senior Director at Fitch Ratings, Oil & Gas believes.

According to him, prices for WTI futures for June-August are still trading within 20-30 dollars, and for September-December - 30-35 dollars. Accordingly, one may conclude that markets are waiting for a gradual recovery in prices, even though Brent and Urals are going to drop below $10 too, the expert believes.

Investors ready to pay to get rid of oil
Raiffeisenbank analyst Andrei Polishchuk believes that the sharp drop in oil prices occurred because OPEC+ countries have not cut production yet. Therefore, WTI (West Texas Intermediate) has thoroughly plummeted in price, and it is Saudi Arabia to blame.

On April 20, prices of May futures for WTI crude oil became negative for the first time in history. Manufacturers pay buyers to collect oil from them.

Some experts believe that for futures contract, one buys crude now, but the contract is physically executed later. Most of such contracts are never executed, and here is why:

According to the idea, futures contracts should be placed by oil companies (selling their future oil), and bought by oil refiners (so that today they know today the price that they will pay for oil in a month or later).

The futures contract is based on incomplete prepayment. For example, you buy June oil for $20 now, but you pay $2 right now and the remaining $18 - at the moment when the transaction is closed (it is called futures expiration).

The system would work just fine if it was not for speculators who lay their eye on these securities. In fact, it is speculators, who issue most of the oil futures, and it is speculators who buy most of them.

In fact, the system does not work as a real sale of a certain amount. The whole story looks like gambling: some sell oil that they do not have, while others buy it even if they do not need it.

On the day of expiration of the futures, the buyer pays extra for the oil and immediately sells it at the exchange rate to the real oil consumer (processor). They either profit or lose.

This is what happens on a calm market. When there is a market collapse, and no demand, and you understand that expiration is about to take place, what should you do? You are just an investor, a guy in a suit - you don't need oil at all. You only have one way out: get rid of the futures at all costs, and you do not even mind pay money for it, because you do not understand what to do with crude oil, which you should buy under the futures contract, analysts believe.

It brings up a natural question: "Does everyone remember that the best way to raise oil prices is a war?"

Exchange players are in a panic: they need to decide what they should do about their May contracts for oil. When time comes, they will have to buy it and then pay for its storage, so they try to get rid of the goods now, even at a negative price. As for the real sector, one should expect a rise in the cost of freight for tankers (which were hardly left empty) and tough measures from the US administration."

US President Donald Trump is trying to improve this crisis and introduce measures to financially stimulate oil workers if they stop production. In general, those steps are justified taking into consideration full oil storage facilities around the world. The picture looks dull against the backdrop of quarantine measures. 

Therefore, a strict moratorium on production with the cost of oil companies being cut off appears to be the most probable scenario.

At the same time, all this will become a good incentive for a number of countries to exit quarantine, which will immediately increase the consumption of hydrocarbons.

It remains only to understand how quickly it is going to happen and at what cost. The past fifteen years have convincingly proved that war in oil-rich regions a protracted and outdated business.

Oil collapse 2020: Best way to raise oil prices is war. For the first time in history, WTI oil futures were trading at minus $40 per barrel. Experts try to analyze such a catastrophic collapse of the value of contracts.

For the first time in history, WTI oil futures were trading at minus $40 per barrel. Experts try to analyze such a catastrophic collapse of the value of contracts.

The recent decline in oil prices by as much as 300% could be explained with reasons of emotional nature, Dmitry Marinchenko, Senior Director at Fitch Ratings, Oil & Gas believes.

Oil collapse 2020: Best way to raise oil prices is WORLD war.

According to him, prices for WTI futures for June-August are still trading within 20-30 dollars, and for September-December - 30-35 dollars. Accordingly, one may conclude that markets are waiting for a gradual recovery in prices, even though Brent and Urals are going to drop below $10 too, the expert believes.

Investors ready to pay to get rid of oil. Raiffeisenbank analyst Andrei Polishchuk believes that the sharp drop in oil prices occurred because OPEC+ countries have not cut production yet. Therefore, WTI (West Texas Intermediate) has thoroughly plummeted in price, and it is Saudi Arabia to blame.

On April 20, prices of May futures for WTI crude oil became negative for the first time in history. Manufacturers pay buyers to collect oil from them.

Some experts believe that for futures contract, one buys crude now, but the contract is physically executed later. Most of such contracts are never executed, and here is why:

According to the idea, futures contracts should be placed by oil companies (selling their future oil), and bought by oil refiners (so that today they know today the price that they will pay for oil in a month or later).

The futures contract is based on incomplete prepayment. For example, you buy June oil for $20 now, but you pay $2 right now and the remaining $18 - at the moment when the transaction is closed (it is called futures expiration).

The system would work just fine if it was not for speculators who lay their eye on these securities. In fact, it is speculators, who issue most of the oil futures, and it is speculators who buy most of them.

In fact, the system does not work as a real sale of a certain amount. The whole story looks like gambling: some sell oil that they do not have, while others buy it even if they do not need it. On the day of expiration of the futures, the buyer pays extra for the oil and immediately sells it at the exchange rate to the real oil consumer (processor). They either profit or lose.

This is what happens on a calm market. When there is a market collapse, and no demand, and you understand that expiration is about to take place, what should you do? You are just an investor, a guy in a suit - you don't need oil at all. You only have one way out: get rid of the futures at all costs, and you do not even mind pay money for it, because you do not understand what to do with crude oil, which you should buy under the futures contract, analysts believe.

Exchange players are in a panic: they need to decide what they should do about their May contracts for oil. When time comes, they will have to buy it and then pay for its storage, so they try to get rid of the goods now, even at a negative price. As for the real sector, one should expect a rise in the cost of freight for tankers (which were hardly left empty) and tough measures from the US administration."

US President Donald Trump is trying to improve this crisis and introduce measures to financially stimulate oil workers if they stop production. In general, those steps are justified taking into consideration full oil storage facilities around the world. The picture looks dull against the backdrop of quarantine measures. Therefore, a strict moratorium on production with the cost of oil companies being cut off appears to be the most probable scenario.

At the same time, all this will become a good incentive for a number of countries to exit quarantine, which will immediately increase the consumption of hydrocarbons.

It remains only to understand how quickly it is going to happen and at what cost. The past fifteen years have convincingly proved that war in oil-rich regions a protracted and outdated business.

Saturday, April 18

LETTERA APERTA A QUELLA ACCOZZAGLIA DI CARNEADI

Caro (b)uffone, che siedi a Palazzo, in dubbia compagnia dell'etereo ermafrodita regista che ti sculetta accanto. Il mio primo impulso, trasformatosi in pensiero, è stato quello di venire da Milano a Roma per strangolarvi tutti quanti, con le mie mani. Senza autorizzazione e senza mascherina.

“Mi ha infastidito, profondamente, il tono della tua voce falsa-paternalistica-a-reti-unificate- indirizzata al povero orecchio del pubblico italiano. 

Ma, poi, nonostante aver avuto una forte "camomilla milanese", vidi masochisticamente, per sbaglio, Giovanni Floris in "di-m-arte-dì". Dopo quella melma-catatonica sulla 7: avrei vomitato. 

Però, stamane, ancora con un piccolo prurito alle gonadi mi sono seduto e ho cominciato a scriverti. Iniziando proprio da te che sei un (b)uffone!!!

Che come un'Idra di Lerna, hai moltiplicato altre teste di C.... pardon "d'Idra" che hai messo a palazzo con l'intento di farci pisciare il cervello -ogni mattina, pomeriggio, sera e notte, senza pietà, TRA LE CHIACCHIERE DI QUEI CIALTRONI CHE DANNO "VERI NUMERI DI FOLLIA" NATI FORSE DA UNA DIARREA COGITATIVA LIBERATORIA.

ALTRI, CINICI CARNEADI SCIENZIATI, GIOCAVANO AL LOTTO SULLA PELLE DI VERE PERSONE -CHE COME MOSCHE- MORIVANO AD OGNI ORA PER MOSTRUOSA INCAPACITA' DI GESTIONE DELLA COSA PUBBLICA DA PARTE TUA!!! 

Tu e le tue TESTE D..IDRA -giorno e notte- per quasi tre mesi, presenti in tutte le trasmissioni TV condotte anche da baldracche corrotte al silicone e di lussuriosi marchettari, spacciati per pseudo-giornalisti, ma in realtà, avidi di soldi, potere e spargere a più non posso:"DISINFORMAZIONE" solo per aggraziarsi e appagare il tuo EGO MALATO.

Ci hai trattato come un popolo di bambini viziati e anomici, vittime di pulsioni infantili, incapaci di comprendere la gravità della situazione e di agire di conseguenza. Il messaggio che sentiamo da te, ripetere insistentemente è: ‘State tutti a casa’. 

Nessuno lo accompagna, però, con una dose di informazioni adeguata, né con un quadro chiaro della situazione. Qualcosa che spieghi alle persone perché devono fare quello che gli si ordina. 

Ognuno dice la sua. I comitati di esperti, i capi dei partiti, i vertici delle istituzioni, sia nazionali, sia locali. Il risultato è una babele di messaggi che costringe a obbedire alla cieca. Senza avere una limpida e reale conoscenza di ciò che sta succedendo”. 

Oppure, magari, si fosse materializzato qualche ectoplasma di Ducesca Storia Imperiale Romana, per darci conto della VERA situazione di merda in cui ci troviamo e dei ritardi dolorosi che ancora ci attanagliano la gola e di chi, o cosa , si stia facendo per risolverli.

Dobbiamo inventarci "sic et simpliciter"un uomo decente, forte in cultura sociale e onestà morale, che ci tracci un lungo orizzonte temporale, e che allo scadere delle parole date, le cose ripartino, realmente, secondo un vero piano stabilito.

A ragione di tutto questo sopra elencato, Macron ha chiesto ai francesi di fidarsi della République. E ci è riuscito, alla grande! Altro che i (b)uffoni cortigiani e puttane markettare sui social.

Un Uomo, volevamo, che avesse trattato TUTTE le persone che lo ascoltavano da cittadini adulti e responsabili. Chiedendo la loro collaborazione, spiegandogli , soprattutto, perché era necessaria. Dando la reale sensazione -a pelle–  di conoscere i veri  fatti in essere !! Lui NIENTE!!!

Bravò Macron che in una situazione d’emergenza, come questa, abbia spinto la Francia a dare un ordine al caos. L’Italia no”. Lo sappiamo molto bene a cosa sia servito il risorgimentale rigurgito dei Savoia mangiandosi l'Italia e tutte le sue Casse deposito e prestiti. Rimpinguando i forzieri piemontesi. E bravò Garibaldì!

Ma sto (b)uffone a chi lo diamo? 

Il problema è che, in Italia, oltre a un conflitto tra stato centrale e regioni, c’è stato un proliferare di task force, comitati, gruppi di tecnici. Abbiamo assistito, stupefatti,  al dilagare della competenza e dell’incompetenza.

La maggior parte sono semplici idioti, parvenu e ladri. E di questo vergognoso nulla, che niente a che fare con l’architettura istituzionale, bensì l'ignoranza e la poca cultura politica fatta da piccoli peones non seri e non rispettabili.

Sissignori, avete ragione, i medici sono necessari, ma non bastano. In nome della Salute Pubblica non si può sospendere l’intero spettro dei bisogni umani e sociali. Non in maniera indefinita, quantomeno. 

Manca l’indicazione di una prospettiva oltre l’emergenza. Un discorso che dia un senso collettivo agli enormi sacrifici che tutti stanno facendo. L’orizzonte dei fini verso cui tendere è completamente buio, al momento.

Già Leopardi parlava della mancanza di fede pubblica di cui è afflitto il nostro Paese. Le istituzioni italiane non si fidano del popolo italiano. Il popolo italiano non si fida delle istituzioni. 

È questo il circolo vizioso che c’è sempre stato. La novità è che gli italiani hanno dato prova di un senso civico sorprendente ed enorme, pur di fronte alla confusione, all’incertezza, all’impreparazione, agli scontri quotidiani tra il governo e le regioni. 

Per vivere, abbiamo bisogno di regole, ma di regole che siano basate sul sapere, che siano in grado di dare una motivazione ai doveri. Noi, invece, siamo stati fatti prigionieri senza avere contezza di ciò che sta accadendo. 

Così è difficile supporre che la fiducia nelle istituzioni duri a lungo. I filosofi, gli studiosi, gli scrittori, gli intellettuali, non si accorgono mai davvero delle cose che accadono, mentre accadono. Non so dirvi, onestamente, cosa stia, veramente, cambiando nel nostro modo di organizzare la nostra vita. 

L’impressione è che siamo di fronte a un’apocalisse, nel senso originario del termine: una rivelazione, il cui contenuto è difficilissimo da decifrare in maniera completa. Un bisogno enorme di uguaglianza è emerso chiaramente. 

È sotto i nostri occhi. Perché si può vivere questo isolamento in maniera indolore, oppure in maniera infernale. La differenza non la fa la psicologia. La fa la condizione sociale. Se ho una villa, me la cavo. Se sto con l’intera famiglia in un piccolo appartamento della periferia urbana, soffro come un cane. 

La storia sembra insegnarci che ogni grande crisi suscita nell’umanità imprevisti risvegli. 

Il regno dei fini però non nasce a comando, schematicamente, in maniera automatica. Nasce sempre nelle singole vite. Nelle stagioni felici dell’uomo, accade che la stella della vocazione si accenda in molte persone contemporaneamente. 

Così una stella, più un’altra stella, più un’altra ancora, e ancora un’altra, possono formare una grandiosa costellazione. Di cui ciascuno non vede che la propria piccola luce. Ma che, tutte insieme, illuminano la strada che porta l’umanità altrove. DOVE NON CI SEI TU!!! (b)UFFONE!!!

Saturday, April 11

ITALIANI IGNORANTI O COMPLICI? QUESTO E' IL M.E.S.!

Il MES oppure ESM, sostituisce il Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) e il Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (MESF), nati per salvare dall'insolvenza gli stati di Portogallo e Irlanda, investiti dalla crisi economico-finanziaria.[8] Il MES è attivo da luglio 2012 con una capacità di oltre 650 miliardi di euro, compresi i fondi residui dal fondo temporaneo europeo, pari a 250-300 miliardi.

Il MES è regolato dalla legislazione internazionale e ha sede in Lussemburgo presso un ufficio bancario privato. Il fondo emette prestiti (concessi a tassi fissi o variabili) per assicurare assistenza finanziaria ai paesi in difficoltà e acquista titoli sul mercato primario (contestualmente all'attivazione del programma Outright Monetary Transaction), ma a condizioni molto severe. Queste condizioni rigorose "possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite" (art. 12). 

Potranno essere attuati, inoltre, interventi sanzionatori per gli stati che non dovessero rispettare le scadenze di restituzione i cui proventi andranno ad aggiungersi allo stesso MES. È previsto, tra le altre cose, che "in caso di mancato pagamento, da parte di un membro dell'ESM, di una qualsiasi parte dell'importo da esso dovuto a titolo degli obblighi contratti in relazione a quote da versare [...] detto membro dell'ESM non potrà esercitare i propri diritti di voto per l'intera durata di tale inadempienza" 

Il fondo è gestito dal Consiglio dei governatori formato dai ministri finanziari dell'area euro, da un Consiglio di amministrazione (nominato dal Consiglio dei governatori) e da un direttore generale, con diritto di voto, nonché dal commissario UE agli affari economico-monetari e dal presidente della BCE nel ruolo di osservatori. Le decisioni del Consiglio devono essere prese a maggioranza qualificata o a maggioranza semplice (art. 4, c. 2).
Partecipanti al Consiglio Europeo del 24-25 marzo 2011, che ha provveduto alla revisione dell'art.136 del TFUE 
Il MES emette strumenti finanziari e titoli, simili a quelli che il FESF emise per erogare gli aiuti a Irlanda, Portogallo e Grecia (con la garanzia dei paesi dell'area euro, in proporzione alle rispettive quote di capitale nella BCE), e potrà acquistare titoli di stati dell'euro zona sul mercato primario e secondario. Il fondo potrà concludere intese o accordi finanziari anche con istituzioni finanziarie e istituti privati. È previsto l'appoggio anche delle banche private nel fornire aiuto agli stati in difficoltà. In caso di insolvenza di uno Stato finanziato dallo MES, quest'ultimo avrà diritto a essere rimborsato prima dei creditori privati.

L'operato del MES, i suoi beni e patrimoni ovunque si trovino e chiunque li detenga, godono dell'immunità da ogni forma di processo giudiziario (art. 32). Nell'interesse del MES, tutti i membri del personale sono immuni a procedimenti legali in relazione ad atti da essi compiuti nell'esercizio delle proprie funzioni e godono dell'inviolabilità nei confronti dei loro atti e documenti ufficiali (art. 35).

Tuttavia, un collegio di cinque revisori esterni (art. 30, comma 1 e 2), indipendente e nominato dai governatori del fondo, ha accesso ai libri contabili e alle singole transazioni del MES. La composizione del collegio è così ripartita: un membro proviene dalla Corte dei Conti Europea, e altri due a rotazione dagli organi supremi di controllo degli Stati membri.


La Corte Costituzionale tedesca ha posto un limite al contributo tedesco al salvataggio dei Paesi in difficoltà, evitando comunque di vincolare ogni singola azione dell'ESM al giudizio del Parlamento.

I diritti di voto di ogni Stato membro non sono capitari (voto personale), ma in proporzione al valore delle quote versate nel fondo. Le quote di capitale autorizzato e richiamabili sono emesse alla pari (prezzo uguale al valore nominale), senza essere in alcun modo gravate da oneri, mentre pegni e ipoteche non sono trasferibili. In caso di mancato pagamento, lo stato membro perde il diritto di voto finché non risolve la posizione debitoria, e il numero dei diritti di voto è ricalcolato fra gli altri stati. Ciascuno stato mantiene invece l'obbligo ("irrevocabile e incondizionato", art. 8, c. 4) di contribuire al capitale autorizzato, anche se diviene beneficiario o riceve assistenza finanziaria dal MES. Per tutte le decisioni è necessaria la presenza della maggioranza relativa di due terzi dei membri aventi diritto di voto, che rappresentino almeno i due terzi dei diritti di voto.

Nel concedere un sostegno alla stabilità, il MES inoltre persegue la completa copertura dei costi operativi e di finanziamento e vi include un margine adeguato. Il tasso di interesse oltre alla copertura dei costi deve garantire un profitto al fondo dal ricevimento della richiesta (art. 9, comma 3).

La responsabilità di ciascun membro del MES è in ogni caso limitata alla sua quota di capitale autorizzato al prezzo di emissione determinato. Nessun membro del MES può essere considerato responsabile, in virtù della sua appartenenza al MES, degli obblighi da questi contratti.

Friday, April 10

GERMANIA DI MERKEL E SCHAUBLE ..VERGOGNA !!

                                                                                                                                                                                                                                                                      

Monday, April 6

EUROPE BYE BYE .THAT'S REALLY TOO MUCH FOR ALL OF US!

Europe losing Italy for COVIN-19? Furious at their plight being ignored and over resistance to coronabonds, Italians’ sense of betrayal deepens. Miles Johnson in Rome, Sam Fleming in Brussels and Guy Chazan in Berlin wrote.  Please use the sharing tools found via the share button at the top or side of articles.

A year ago Carlo Calenda ran in European parliamentary elections in Italy under the slogan “We are Europeans”, a rallying cry to defend his country’s place in the EU at a time of rising nationalism. Now even Mr Calenda, a 46-year-old former minister and Italian permanent representative to the EU, is experiencing a crisis of faith in an idea he has spent a lifetime fighting for. 

“This is an existential threat, I am not sure if we are going to make it,” he says. “You have to consider my party is one of the most pro-European parties in Italy and I now have members writing to me saying: ‘Why do we want to stay in the EU? It is useless.’” 

As Italy faces its most severe crisis since the second world war, with more than 15,000 deaths from coronavirus and its economy on course to suffer the deepest recession in its modern history, there is a rising feeling among even its pro-European elite that the country is being abandoned by its neighbours. 

As Italy faces its most severe crisis since the second world war, with more than 15,000 deaths from coronavirus and its economy on course to suffer the deepest recession in its modern history, there is a rising feeling among even its pro-European elite that the country is being abandoned by its neighbours. 

“A massive, massive shift is happening in Italy. You have thousands of pro-Europeans moving to this position,” says Mr Calenda, who leads the recently formed liberal Action party. 

Last month Sergio Mattarella Italy’s softly-spoken 78-year-old president, and the man its establishment has relied on to safeguard its constitution and international alliances, warned the future of Europe was at stake if its institutions did not show solidarity with their country. 

“I hope that everyone fully understands, before it is too late, the seriousness of the threat to Europe,” he said in an evening television address beamed into the homes of millions of Italians. Many in Rome now feel that unless bold action is taken by northern European countries, they risk Italy turning its back on the European project forever. 

There are already signs that Italian faith in the EU has been damaged. In a survey conducted last month by Tecnè, 67 per cent of respondents said they believed being part of the union was a disadvantage for their country, up from 47 per cent in November 2018.

Donald Tusk, the former European Council president, told the FT the situation today was much more worrying than during the euro crisis — both politically and economically. 

Southern European expectations of a rapid demonstration of solidarity from the rest of the EU early in the pandemic were not met, even if the bloc has subsequently ramped up its assistance including financial aid and equipment. 

“I hope everything can be fixed, but the loss of reputation is huge,” says Mr Tusk, who is now president of the European People’s party, the centre-right political alliance. “We must save Italy, Spain and the whole of Europe and not be afraid of extraordinary measures. This is a state of emergency.” 

Mr Tusk says the EU’s assistance for Italy and other hard-hit countries is vastly more substantial than that from China and Russia, but he warns that “in politics perception can be more important than fact”. 

In 2018 Italy became the first founding member to elect a government hostile to the EU, with Matteo Salvini, the anti-immigration League leader and then deputy prime minister of the coalition government, raging against “the Brussels bunker”. 

The following year that government fell, and Mr Salvini was banished to opposition, giving pro-Europeans hope that the nationalist threat had faded. But many believe bitterness felt from events over the past month could permanently alter the country’s politics in Mr Salvini’s favour.

“There was a feeling before that the political system had marginalised the anti-EU forces,” says Lorenzo Pregliasco, a pollster at YouTrend. “Now if pro-European party activists and politicians are no longer so sure how they feel, imagine what the voters think.”

Figure 1

At the core of the argument is a bitter divide over the extent to which euro area countries should be pursuing a far more unified economic response to the crisis. Finance ministers will meet on Tuesday to attempt to agree a package of measures aimed at marshalling greater Europe-wide fiscal firepower.

Italy is among the member states that are pushing for the euro area to be far more ambitious by collectively selling bonds to help fund the massive economic rebuilding efforts that lie ahead. 

The discussions mark just the latest iteration of a longstanding dispute over collective fiscal action that economists call debt mutualisation and which many see as the biggest missing element of the single currency. 

The EU does have a rescue fund called the European Stability Mechanism which countries can use. But despite assurances to the contrary from the ESM’s managing director, Klaus Regling, many Italians still fear lending from the institution would come with tough conditions attached and would stigmatise the country. It would feel to many that their country was being punished for a disaster that was outside of its control.

Roberto Gualtieri, Italy’s finance minister, has said that Italian gross domestic product is likely to fall by 6 per cent this year. Other economists believe this may be a conservative estimate. With the country entering the crisis with a debt-to-GDP ratio already at 136 per cent, there is a real threat that Italy’s debt reaches a level that brings into question its sustainability. 

In March, with the virus already ripping through southern Europe, nine euro members led by France, Italy and Spain signed a joint letter pushing for so-called coronabonds — jointly issued debt backed by all euro countries including deep-pocketed Germany — to help pay for the recovery effort. 

The depth of divisions over the topic was exposed at a tough EU leaders’ video conference call in late March in which the Italian prime minister Giuseppe Conte and his allies pushed hard for the door to be opened to coronabonds. 

Mr Conte said the euro area’s bailout instruments had been developed for the last crisis and were ill-suited to the current symmetric shock hitting the entire continent. “What will we tell our citizens if Europe does not prove capable of a united, strong and cohesive reaction in the face of a symmetrical, unpredictable shock of this historical magnitude?” he asked.

Leaders eventually struck a compromise and issued a statement using vague language that effectively kicked deliberations in to Tuesday’s eurogroup meeting of finance ministers. 

But the truce did not last long. Ursula von der Leyen, the European Commission president and a former German defence minister, appeared to use dismissive language in an interview, describing coronabonds as a slogan and appearing to express sympathy with Germany’s concerns about the idea.

The language provoked immediate rebukes from Mr Conte and Mr Gualtieri, forcing the commission to issue a late-night statement that vowed to leave open all options that are compatible with the EU treaty. 

Ms.Von der Leyen’s shifting positions reflected in part sharp divisions among her commissioners as well as the EU as a whole over the idea of coronabonds. 

While the discussion over which financial instruments can be used to help Italy is technical, the tone of the debate has become emotionally charged in both southern Europe and in the north, where the Netherlands has sided with Germany in opposing coronabonds.

Mr Calenda last week took out a full-page advert in the German daily Frankfurter Allgemeine Zeitung, signed by himself and a number of leftwing mayors and governors from the regions worst-hit by the outbreak. 

In it they attacked the Dutch position as “an example of a lack of ethics and solidarity”, called the country a tax haven and compared German reluctance to support joint European debt with the partial cancellation of Nazi war debts by European countries including Italy after the second world war.

“Germany could never have paid it,” the letter said. “Your place is with the Europe of institutions, of values of freedom and solidarity. Not following small national egoisms.”

“They shouldn’t be using such emotional arguments,” says Eckhardt Rehberg, a German MP in Chancellor Angela Merkel’s Christian Democratic Union. “Every country should ask itself whether it bears some responsibility for the situation it is in. Look at Italy’s health system. You cannot blame all your difficulties on Europe and Germany. As a German politician, I find that unfair.

The current German-Italian tensions are part of a much longer dispute, stretching back to the eurozone sovereign debt crisis of 2010-12. 

Even back then, many in southern Europe saw eurobonds as a potential solution. But Ms Merkel was always opposed, saying in 2012 that there would be no such instruments “as long as I live”. For the chancellor and her CDU party, the EU treaties were sacrosanct: and they expressly forbade the mutualisation of debt. The rule was clear: states cannot finance each other.

Yet in the eurozone more broadly, her reputation suffered. Southerners increasingly saw her as Europe’s great disciplinarian. Posters appeared in Greece showing her with a Hitler moustache. She was depicted as a witch, a dominatrix or a wicked stepmother, and accused of trying to subjugate the whole continent.

In Italy the hostility to her was fanned by the media empire of then prime minister Silvio Berlusconi. Records of bugged phone calls emerged in which he referred to the chancellor in extremely disparaging terms. In August 2012 the newspaper Il Giornale, owned by Mr Berlusconi’s brother, had a front-page picture of Ms Merkel raising her hand in a vaguely fascist salute, accompanied by an article claiming Italy was “no longer in Europe, it is in the Fourth Reich”. 

The crisis has emboldened politicians on Italy’s right who sense the mood in the country is shifting against Brussels, as well as becoming more anti-German. 

“The EU has gone from doing absolutely nothing to some trying to profit from the difficulties we are facing,” says Giorgia Meloni, leader of the far-right Brothers of Italy, which has made significant gains in opinion polls to become the second most popular rightwing party after Mr Salvini’s League.

“There are people who are trying to use the virus to speculate. There is a game to weaken Italy and buy its strategic assets,” she told the FT. “While we are counting our dead, they are counting the risk of losing interest on their bonds.”

Claudio Borghi, a League MP who has led a ferocious campaign against Italy accepting money from the ESM — arguing it would be tantamount to a surrender of sovereignty — this week posted an Italian Fascist era poster with a smiling German soldier extending his hand. The text reads “Germany is truly your friend”. Mr Borghi wrote: “Time goes on, but the tactics are always the same.”

Franziska Brantner, a German Green MP, says the Italians she has spoken to see themselves as “a laboratory for corona”, adding: “They feel, Germany is just watching them and trying to learn from their experience. There is real bitterness among my pro-European friends in Italy. They’re saying what have we done to the Germans to make them treat us like this?”

Italy’s pro-Europeans are hoping that the mounting shock from the Covid-19 crisis will jolt recalcitrant northern European countries into making a large enough gesture of solidarity to repair the damage that has been done. 

In recent days opponents of collective fiscal action have been on the defensive as the sheer scale of the economic slump has become clearer. In the Netherlands, the government of prime minister Mark Rutte last Wednesday proposed a solidarity fund worth €20bn, with cash transfers set to go straight to the coffers of Rome and Madrid to fund emergency medical spending. 

His finance minister Wopke Hoekstra had been criticised in the south after he called on Brussels to investigate why some economies did not have fiscal buffers to see them through a crisis. Portugal’s prime minister António Costa called the remarks “repulsive”. 

Mr Rutte’s proposal would only fill a small part of the gap given the vertiginous public finance challenges facing Italy and Spain, but the very fact that a country that has traditionally been a vociferous opponent of any fiscal transfers between euro area members should make such a suggestion is indicative of the changing public mood. 

Bruno Le Maire, France’s finance minister, on Thursday laid out plans for an “exceptional and temporary” joint fund that would help countries kick-start their recoveries. This would issue bonds with the joint guarantee of all EU member states and be operated by the European Commission. 


For Mr Tusk there is now little time left for the EU’s richest nations to come forward with bold and positive initiatives and avoid instilling any sense of humiliation in countries that needed help. “People are suffering now — it is not a political game,” he says. “People have to feel that we are a real community and a real family in such a time.”

UNITED EUROPE WILL LOSING ITALIANS PEOPLE

Oil markets are facing a perfect storm. The scissors of supply and demand are moving against one another, generating increasing pain on the oil industry and the political and financial stability of oil-producing countries.

Global oil demand is dropping due to the recession induced by the COVID-19 shut down of economic activity and transport in the most industrialized countries. Goldman Sachs predicts that global demand could drop from 100 million barrels per day (mdb) in 2019 to nearly 80 mdb in 2020.[1] If confirmed, this would be single biggest demand shock since petroleum started its race to become the most important energy source in the world.

Meanwhile, global supply is increasing due to the “oil price war” triggered by the Saudi decision on 7 March to offer discounts and maximize production, increasing output to a record high of 12.3 mbd. The Saudi government had reacted to the refusal by Russia to contribute to a coordinated OPEC production cut of 1.5 mbd, thus shelving, for the moment, the OPEC Plus alliance than had been forged in 2016 precisely to prevent a continuous drop in oil prices

Figure 1 OPEC oil production and supply adjustments


Most analysts explain the ongoing Saudi-Russian oil war with their willingness to increase their respective market share to the detriment of US shale producers. A different, but authoritative interpretation of the Saudi strategy, comes from Bernard Haykel, a professor at Princeton University who is personally acquainted with Saudi crown-prince Mohammed bin Salman.

Professor Haykel maintains that the Saudi decision might actually be motivated by the long-term goal of maximizing oil rents while there still is a market for Saudi oil “because climate change has fueled a global push toward de-carbonization and renewable energy”.[2]

In the short-term, the Saudi leadership is probably seeking to bring Russia back in line with OPEC while at the same time punishing US shale producers which rely on higher oil prices for commercial viability. Yet, Riyadh is also pursuing a longer-term goal, which entails producing as much oil as possible for a world that will be less reliant on petroleum in the medium term.

There is an inherent contradiction between the two goals stated above and the need for Saudi Arabia to preserve a relatively high oil price in order to guarantee fiscal income for the state, thus providing adequate welfare to its citizens.

As a result of the twin supply and demand shocks, the price of US oil (West Texas Intermediate – WTI) has dropped below 20 dollars a barrel followed by wild oscillations. At this price, most US shale companies will not be profitable, (only 3 US shale companies have an average breakeven cost at 30 dollars), while certain qualities of US crude have been sold at negative prices.

The world’s most important crude benchmark (Brent), is below 30 dollars per barrel. With these prices, the political, social and economic turmoil already experienced by OPEC countries such as Venezuela, Libya, Algeria, Nigeria and Iran before the present crisis will become unbearable; while both Saudi Arabia (with a fiscal breakeven at 84 US dollars per barrel) and Russia (with its lower fiscal breakeven price at 48 US dollars) will face tremendous pressures.[3]

The present crisis holds numerous similarities with the oil “counter-shock” of 1985/86 (Figure 2).[4] At the time, global oil demand was declining due to the economic recession of the early 1980s, as well as to the introduction of efficiency measures and the shift to “alternative” energy sources (nuclear and natural gas) put in place by most OECD governments. Similarly to today, there was a problem of over-supply, due to the advent of new oil production, particularly from the British and Norwegian North Sea. Today, a large portion of new supply instead comes from the US shale industry, especially in the Permian Basin, that has increased US production from 5 mbd in 2008 to more than 12 mbd in 2019, giving rise to the so-called “shale revolution”.


Like today, Saudi Arabia was fed up of being forced to continuously cut production to defend the OPEC price and, in the Autumn of 1985, decided to discipline non-OPEC producers by offering discounts and maximizing production. Oil prices fell to nearly 10 dollars a barrel as a result, having a terrible impact on oil producers. US “independent” producers faced bankruptcy, and the cycle of oil industry “mega-mergers” began. OPEC countries entered a phase of political and economic turmoil: Saddam Hussein’s ill-conceived gamble to revive a bankrupted Iraq by invading neighbouring Kuwait in 1990 was only the most evident consequence of the “counter-shock”.


The first novelty is that we might now have reached “peak oil demand” due to a combination of cultural, financial and political shifts in the largest industrialized countries, combined with the ever-increasing pressures for “deglobalization”, heightened by the recent shock from the global pandemic.[5] While the price “counter-shock” of 1985/86 led to a massive expansion of global oil consumption that fuelled the neoliberal globalization of the 1990 and 2000s (global oil consumption increased from 60 mbd in 1985 to 100 mbd in 2019), it is unlikely that the price shock of 2020 will bring global oil demand back beyond the peak of 100 mbd. This will be especially true if state investment plans to counteract the COVID-19 induced recession will be also oriented toward boosting “green” technologies and infrastructures.

The other novelty is that most OPEC countries, and crucially the two countries that played a key role for the creation of OPEC, Venezuela and Saudi Arabia, are for different reasons shifting from a “political approach” to oil production, to a prevailingly “commercial approach”. The Venezuelan government has essentially lost control over its oil industry – which has been effectively privatized and controlled by foreign, mostly Russian, companies. Saudi Arabia has taken the unprecedented step to market 1.5 per cent of its national oil company Saudi Aramco, and as a result now needs to consistently produce dividends for its shareholders, even if at the expense of Saudi state finances.

The spread of this “commercial approach” by OPEC national oil companies will not allow for significant structural production cuts in a competitive environment. Nor will it allow for strong international cooperation with a focus on preserving oil rents for OPEC governments and protecting the availability of the natural resources for future generations. National companies will be struggling to defend their market share, and will thus offer discounts to their customers and demand fiscal incentives from their governments.

The combined pressures from the new “peak demand” scenario, together with the weakening of OPEC due to the commercial orientation of national oil companies, will basically wipe out whatever was left of a “structure” of the oil market that has become increasingly unstable since the 1970s. The race to the bottom of oil prices will wreak economic havoc on most oil-producing countries and regions of the world, including on US states such as Texas (where the oil industry represents 10 per cent of the GDP and directly employs 360,000 workers), and on high-cost OECD oil producers such as Canada.

Since the 1970s, OPEC has been the only international organization that, with moderate success, has attempted to control production and stabilize prices. It cannot, and will not, continue doing so any longer. It will not accept to rein in production while the rest of the world simply strives to pump out as much oil and gas as possible, be this from shale formations, from tar sands or from below the Arctic, with utter lack of environmental concerns. Oil production cuts will either be shared and coordinated with other world producers, or they will simply not happen.

John Maynard Keynes had repeatedly warned about the need for global management to stabilize the price of commodities.[6] The only precedent for global negotiations on energy prices has been the Conference for International Economic Cooperation (CIEC) held in Paris from 1975 to 1977. At the time, a select group of 27 participants from the OECD, OPEC and the “less developed countries” tried to discuss energy prices and development issues in parallel. The danger stemmed from soaring oil prices and the widespread fear of “running out of oil”. The exercise ended in failure because of the unwillingness of OPEC, then at the peak of its power, to discuss prices without relevant concessions by industrialized countries.

This time is different. The risk and instability derive from peak oil demand, low prices and the need for stable prices in order to plan a speedy transition away from fossil fuels, while avoiding the political and economic collapse of oil-producing countries. A new “pro-rationing” effort must be undertaken at a global level, involving the US and other OECD members, OPEC and non-OPEC states such as Russia, Mexico and Brazil. Significantly, the “pro-rationing” conducted by the Texas Railroad Commission in the 1930s already served as the model for the founders of OPEC.

Whatever its format and however difficult it may be to change a “neoliberal” ideology that rules out state-led regulation of production, the time for a global dialogue on production levels and oil prices (and possibly on environments standards) has come. Deregulation of the energy market has to give way to a new era of regulation of the oil industry at both national and international levels.

The alternative will leave commercially-oriented oil companies, both national and international, free to engage in a destructive price war that will maximize environmental degradation and the squandering of natural resources. A destructive price-war will ultimately endanger decarbonization efforts (car-markers are already pressing governments to relax emissions standards), and will increase political and economic instability in OPEC countries, such as Saudi Arabia and Iran, that are key regional actors.

Giuliano Garavini teaches International History at Roma Tre University. He is the author of “The Rise and Fall of OPEC in the Twentieth Century” (Oxford University Press, 2019).

[1] Tsvetana Paraskova, “Goldman Sachs: Prepare for a Massive Oil Demand Shock”, in OilPrice.com, 26 March 2020, https://oilprice.com/Energy/Energy-General/Goldman-Sachs-Prepare-For-A-Massive-Oil-Demand-Shock.html.

[2] Bernard Haykel, “Saudi Arabia’s Radical New Oil Strategy”, in Project Syndicate, 23 March 2020, https://prosyn.org/LmBSCnq.

[3] Jack Farchy and Paul Wallace, “Petrostates Hammered by Oil Price Plunge and Pandemic’s Spread”, in Bloomberg, 28 March 2020, https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-03-28/petrostates-hammered-by-oil-price-plunge-and-pandemic-s-spread.

[4] Duccio Basosi, Giuliano Garavini and Massimiliano Trentin (eds), Counter-Shock. The Oil Counter-Revolution of the 1980s, London/New York, IB Tauris, 2018.

[5] The debate on “peak demand” has been raging since 2018. See Spencer Dale and Bassam Fattouh, “Peak Oil Demand and Long-Run Oil Prices”, in OIES Energy Insights, No. 25 (January 2018), https://www.oxfordenergy.org/?p=30822.

[6] See Robert W. Dimand and Mary Ann Dimand, “J.M. Keynes on Buffer Stocks and Commodity Price Stabilization”, in John Cunningham Wood (ed.), John Maynard Keynes. Critical Assessments, Second Series, Vol. VIII, London/New York, Routledge, 1994, p. 87.