Sunday, May 31

BIG SCANDAL IN FORMER YUGOSLAVIA


A Range Rover with reinforced front bumpers and its headlights off swung across the highway and deliberately crashed into the agents' tiny Fiat Punto. Alberto De Falco, 33, and Antonio Sottile, 29, were killed. Two others sitting in the back seat were seriously injured. Driving in the Range Rover, which was crammed full of contraband Marlboro and Merit cigarettes, were Giuseppe Contestabile and Adolfo Bungaro, two soldiers of local crime boss Bruno Rillo. Rillo, who was not in the Range Rover, was arrested and convicted of smuggling. Contestabile and Bungaro were convicted of smuggling and still face murder charges.




The killing of the two agents in Brindisi reflects the powerful underworld interests involved in tobacco smuggling into Italy. Like many other countries in the European Union, Italy's tobacco taxes are high. The country also has a state monopoly over manufacture and distribution, which keeps prices high and, therefore, makes smuggling that much more lucrative. Italian authorities have compiled several recent intelligence reports gleaned from investigations and court trials dating to the early 1980s. According to one of these reports obtained by the Center, tobacco smuggling was transformed in the early 1980s from a cottage industry into "an incredible commerce of thousands of cases" worth "hundreds of Billions" of lira per shipload, transacted through Swiss bank accounts.

Saturday, May 30

OBAMA AL TELEFONO 3 ORE CON LA MERKEL: FIAT OUT.

PRESIDENTE COSSIGA: "OBAMA NON VUOLE UN COLOSSO EUROPEO DELL'AUTO CHE POTREBBE DOMINARE IL MERCATO PLANETARIO. ALLORA, CONVINCE LA MERKEL CHE.....".

Friday, May 29

Radovan Karadzic Trial



Radovan Karadzic ha ragione: l'accordo con il Dipartimento di Stato americano ci fù. Decine di funzionari dell'ONU ne erano a conoscenza.



L'ex leader serbo-bosniaco, Radovan Karadzic, ha chiesto al Tribunale penale internazionale per i crimini dell'ex Jugoslavia l'annullamento delle accuse a suo carico invocando un accordo con gli Stati Uniti che gli garantirebbe l'immunità. Karadzic sostiene di avere testimoni dell'accordo con Holbrooke, tra cui l'ex speaker del Parlamento serbo-bosniaco, Momcilo Krajisnik, e l'ex ministro degli Esteri, Aleksa Buha, ma anche documenti e lettere che ne proverebbero la veridicità. Gli avvocati di Karadzic hanno prodotto un'istanza di scarcerazione di oltre 100 pagine in cui chiedono alla Corte dell'Aja di tenere un'udienza speciale per stabilire la veridicità delle dichiarazioni di Karadzic circa un incontro a Belgrado il 18-19 luglio 1996 con il negoziatore Usa Richard Holbrooke che avrebbe promesso al leader serbo-bosniaco l'immunità in cambio della sua scomparsa dalla scena pubblica. Un accordo che tuttavia Holbrook, oggi inviato speciale dell'amministrazione Obama per Afghanistan e Pakistan, ha sempre smentito.

BIN LADEN IN BOSNIA

venerdì 29 maggio 2009 "IL PICCOLO" di Trieste


Lo studioso ed ex agente segreto americano in Bosnia John R. Schindler domani, alle 18.30, nella Tenda Erodoto ai Giardini Pubblici di Goriziao dibatterà con Marco Dogo e Fabio Mini sul tema “Nazioni, nazionalismi e guerre nei Balcani”. Al festival, Schindler presenterà inoltre il suo libro “Jihad nei Balcani – Al-Qa’ida e guerra etnica in Bosnia 1992-1995” (euro 30,00), edito da LEG – Libreria Editrice Goriziana: la tesi sviluppata dello storico è che gli eventi dell’11 settembre hanno trovato “incubazione” nelle guerre religiose dell’ex Yugoslavia.
Per gentile concessione della Leg anticipiamo un brano del quarto capitolo, intitolato “Con il Corano ed il kalashnikov”, tratto dal libro “Jihad nei Balcani” di John R. Schindler.


La leadership di al-Qa'ida aveva un interesse diretto nella guerra bosniaca; rappresentava, per loro, il nuovo Afghanistan, un fronte che offriva un'apertura alla jihad e che avrebbe portato i guerrieri santi in Europa. Il vice di bin Laden, Ayman al-Zawahiri, effettuò numerosi viaggi in Bosnia per aiutare la causa. Le autorità egiziane – che consideravano il medico il nemico pubblico numero uno – stabilirono che Zawahiri, il quale trascorreva molto tempo con la leadership di al-Qa'ida a Khartoum, dirigeva parecchie operazioni in Bosnia servendosi di organizzazioni umanitarie come paravento. Zawahiri inviò il fratello Muhammad, anch'egli mujaheddin a tempo pieno, nei Balcani, nel ruolo di rappesentante di al-Qa'ida durante la guerra civile.

Lo stesso bin Laden trascorse un periodo in Bosnia durante la guerra. Nei primi anni Novanta il maestro terrorista non era affatto la celebrità internazionale che sarebbe diventato negli anni seguenti, e specialmente dopo l'attentato all'ambasciata in Africa Orientale nell'agosto 1998, ma, già a metà del 1993, i funzionari di sicurezza egiziani lo avevano indicato come guerriero santo particolarmente pericoloso, che svolgeva un ruolo rilevante nella jihad bosniaca. Essi individuarono “nell'uomo d'affari saudita” ricercato, uno dei protagonisti dietro lo sforzo bellico islamico nei Balcani.

La presenza di bin Laden in Bosnia, ed i suoi legami con i vertici della leadership di Sarajevo, erano fatti che l'SDA (il Partito di Azione Democratica, il partito bosniaco musulmano al potere; ndr), in seguito, avrebbe fatto il possibile per negare, per ovvie ragioni. Ma numerose fonti attestano le sue visite a Sarajevo per l'organizzazione del sostegno islamico alla causa musulmana. Il testimone più interessante, ed il più credibile, a riconoscere bin Laden in Bosnia è Renate Flottau, una stimata giornalista, che nei primi anni Novanta risiedeva a Belgrado ed era corrispondente per i Balcani di “Der Spiegel”, il più importante periodico d'attualità tedesco. Incontro l'arabo alto, dalla voce suadente, nel 1994 – non ricordava la data precisa, poiché effettuà numerosi viaggi a Sarajevo quell'anno – ma non diede importanza all'incontro; le era capitato di imbattersi in molti strani personaggi in Bosnia, durante la guerra, e l'importanza dell'incontro divenne chiara solo anni dopo.

La Flotta notò molti mujaheddin per le strade di Sarajevo in quel periodo; non facevano alcun tentativo per dissimulare la propria presenza, benchè gran parte di loro si presentassero come operatori umanitari, non soldati. Incontrò “un arabo alto, attraente, dagli occhi penetranti ed una lunga barba nera” nel foyer dell'ufficio del presidente Alija Izetbegovic; la Flottau era in attesa di un'intervista, mentre l'arabo voleva un'udienza. Le offrì un biglietto da visita a nome Osama bin Laden, ma, ammise la Flotta, “quel nome non aveva alcun significato per me”. I due ebbero una piacevole conversazione della durata di dieci minuti circa, nel corso della quale bin Laden espose le sue opinioni islamiste in un inglese eccellente ma con un fervore “sia impressionante che sorprendente”, ricordò. Egli parlò a lungo, non facendole alcuna domanda, ma rivelando di trovarsi in Bosnia per aiutare a portare i guerrieri santi nel paese; aveva un passaporto bosniaco emesso dall'ambasciata di Vienna.

Il contegno di bin Laden non era marziale, sembrava più un predicatore, poiché parlava “a bassa voce, con sicurezza e solennità”. La scena era, ricordava la giornalista tredesca, “incredibilmente bizzarra”. Lo staff di Izetbegovic era visibilmente contrariato dal fatto che l'uomo misterioso parlava con una giornalista occidentale. Essi informarono la Flottau che bin Laden era “qui ogni giorno e noi non sappiamo come liberarcene”. Benchè trattassero bin Laden come un dignitario, non volevano neanche che indugiasse nei pressi dell'ufficio presidenziale.

Quella non fu l'ultima volta che la corrispondente tedesca vide il combattente saudita. Lo rincontrò nell'ufficio di Izetbegovic qualche giorno dopo, questa volta accompagnato da diversi alti funzionari della SDA che la Flotta conosceva: fra tale entourage vi erano numerosi agenti della polizia segreta musulmana. Le visite di bin Laden a Sarajevo, venne a sapere, erano tenute segrete, ma di fatto molti ne erano a conoscenza.

Questo segreto di Pulcinella era noto a non pochi uomini politici musulmani. (esistono persino fotografie di Izetbegovic insieme a bin Laden; ndr).

Thursday, May 28

Montenegro e Serbia: cooperazione per normalizzare i rapporti

“I diversi punti di vista relativi alla questione del Kosovo, non devono costituire un ostacolo nell’ulteriore sviluppo delle nostre relazioni bilaterali”. Questo quanto dichiarato dal Presidente del Montenegro Filip Vujanovic, in seguito ad un colloquio con il presidente serbo Boris Tadic, nel corso della sua visita ufficiale di tre giorni in Serbia. 

Vujanovic ha dichiarato che i due Paesi hanno bisogno di costruire buone relazioni, al fine di concretizzare il loro potenziale democratico. “Il referendum ha rispettato i più alti standard. I cittadini attraversano la frontiera senza passaporti, hanno proprietà e godono di diritti sociali garantiti, oltre ad avere la possibilità di valorizzare i propri bisogni senza restrizioni o limitazioni”, ha aggiunto Vujanovic. 

Il Presidente montenegrino ha sottolineato che, durante l’incontro con l’omologo Tadic, ha constatato la possibilità di sviluppo di una buona cooperazione economica, dell’aumento del commercio estero, delle compagnie partner e degli imprenditori. 

Vujanovic ha ricordato che a maggio dello scorso anno, durante l’organizzazione delle Camere di Commercio a Budva, erano presenti oltre 140 aziende e imprenditori provenienti dalla Serbia ed interessati ad investire e cooperare con il Montenegro. 

“Sono stati conclusi accordi o sono in fase finale di negoziazione in ogni settore ed attendiamo inoltre una rapida conclusione dell’accordo sulla doppia cittadinanza che risolverà le ormai obsolete differenze concettuali”, ha spiegato il presidente del Montenegro. 

Vujanovic ha evidenziato, inoltre, che la cooperazione nella lotta contro la criminalità organizzata sia nell’interesse di ambedue i Paesi, così come la cooperazione in materia di integrazione all’Unione Europea. 

“Occorre condividere la nostra esperienza ed accelerare il nostro percorso verso l’UE. Ho sentito dire che la Serbia è decisa nel portare avanti la collaborazione con il Tribunale dell’Aia, penso che la fiducia nella collaborazione si sia alla fine realizzata”, ha dichiarato Vujanovic, invitando ufficialmente Tadic a visitare il Montenegro.

Confermando che Serbia e Montenegro differiscono per ciò che riguarda il Kosovo e che “la Serbia non riconoscerà mai l’indipendenza del Kosovo”, il Presidente della Serbia ha dichiarato che ora occorre migliorare i rapporti bilaterali, anche se la Serbia è rimasta colpita dal riconoscimento montenegrino dell’indipendenza del Kosovo, nel momento in cui la Serbia ha aperto la questione dinanzi alla Corte internazionale di giustizia. 

“La Serbia sostiene fermamente l’integrità del Montenegro e accetta gli standard internazionali. Le buone relazioni tra le due nazioni sono ben note in tutto il Paese, abbiamo ottimi risultati in materia di istruzione (per ciò che riguarda lo scambio di studenti tra i due Paesi) ma vi è anche un grande potenziale per ciò che riguarda la cooperazione nella ricerca scientifica e il turismo, settore quest ultimo nel quale emerge come i nostri cittadini trascorrano le proprie vacanze in Montenegro, elemento questo che costituisce un aspetto molto importante per i rami economici”, ha dichiarato Tadic. 

Affermando che i reciproci scambi economici sono estremamente elevati e che gli investimenti della Serbia verso il Montenegro rivestono grande importanza, Tadic ha aggiunto che la Elektroprivreda Srbjia, società serba di energia elettrica, è interessata a partecipare alla privatizzazione della Elektroprivreda Crne Gore, poiché la Serbia “vuole diventare un soggetto di importanza regionale in materia di industria elettrica”.

Tadic è favorevole ad appoggiare importanti progetti per i cittadini e per la stabilità politica, includendo tra questi la costruzione di tutti i corridoi paneuropei, tra cui la tratta Belgrado–Bar e, il prossimo anno, la realizzazione dell’autostrada Belgrado–Boljare. 

Parlando a proposito di strade e di ammodernamento della linea ferroviaria Belgrado–Bar, Tadic ha dichiarato che si cercheranno potenziali partner strategici, mentre il presidente Vujanovic ha sottolineato che il Montenegro è disposto ad accettare l'offerta del governo italiano, relativa alla realizzazione di uno studio di fattibilità per l'ammodernamento delle ferrovie. 

“Per la Serbia - ha sottolineato Tadic - la questione dello status dei montenegrini nel Paese è molto importante, non è inoltre accettabile che il popolo serbo in Montenegro abbia lo status di minoranza nazionale, poiché è assolutamente naturale che i serbi in Montenegro siano un popolo autonomo come lo sono i montenegrini in Serbia. 

Vi potrebbero anche essere differenti opinioni a riguardo ma la questione dovrebbe essere oggetto di dialogo in futuro e ogni pausa nei nostri colloqui bilaterali è contraria agli interessi dei cittadini e alla stabilità regionale”. 

Il Presidente Tadic ha infatti valutato come gli ottimi rapporti esistenti tra Serbia e Montenegro costituiscano un importante contributo per la stabilità regionale e che la divisione di Serbia e Montenegro da parte degli Stati Uniti, sia stata una dichiarazione politica legata al mantenimento della pace ed un momento raro nella storia dei Balcani, di divisione tra due Paesi senza conflitti o vittime.

“In un simile momento politico possiamo costruire le migliori relazioni possibili tra Serbia e Montenegro”. 

Rispondendo a una domanda relativa a quale sia il miglior modo per migliorare le relazioni economiche tra i due Paesi, dal momento che finora tutto è rimasto limitato ai soli accordi ufficiali, il presidente Vujanovic ha dichiarato che la realizzazione di alcuni progetti è ostacolata dalla sola mancanza di denaro. 

“Ho informato il presidente Tadic che l’ambizione del Montenegro è sostenere la concretizzazione degli studi di fattibilità per la ricostruzione della ferrovia Belgrado – Bar da parte del Governo italiano e fornire adeguate somme di denaro provenienti da fondi dell’Unione Europea, per attuare questa ricostruzione. 

Siamo disposti a fornire il nostro contributo e Tadic ha sottolineato come anche la Serbia sia spinta da medesima determinazione. Penso quindi che lavoreremo rapidamente su questo progetto. 

Anche l’Ungheria è interessata al trasporto ferroviario e il presidente ungherese ha parlato a tal riguardo. L’importante è che sia preservato l’itinerario della strada Bar - Boljare, la posizione della delle zone franche così come un ottimo ambiente economico", ha dichiarato Vujanovic. 

La rapidità dell’attuazione del progetto sembra dunque legata alla sola mancanza di denaro. 

Riguardo la domanda relativa a come spiegare il fatto che la Serbia aprirà tre consolati in Montenegro e quando invece la Serbia riceverà un nuovo ambasciatore dal Montenegro, Tadic ha risposto dichiarando che l’idea dei consolati è legittima e che a tal riguardo parlerà alla Commissione del Ministero degli Affari Esteri in Serbia e a quello del Montenegro, ma che la questione ha anche un carattere tecnico. 

“La questione dell’ambasciatore verrà discussa a livello dei due Ministeri e mi aspetto che al più presto l’ambasciatore del Montenegro venga a Belgrado", ha detto Tadic.
Alketa Alibali

Leggete il Presidente qui sotto:

Tuesday, May 26

COSSIGA: MI ADDOLORANO VELENI GETTATI SUL PREMIER E SULLA SUA FAMIGLIA

Roma, 26 mag. (Adnkronos/Ign) - Il Presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, in una intervista a ADNKRONOS/IGN, affronta la vicenda di Noemi Letizia, dicendosi ''sdegnato'' per l'uso elettorale che se ne sta facendo, ''addolorato '' per ''i veleni'' gettati su Silvio Berlusconi, la sua famiglia e Noemi stessa. E invita l'opposizione a presentare esposti alle varie procure della Repubblica invece di ''alludere''.


D.- Questa campagna elettorale per le elezioni europee e per il rinnovo di un consistente numero di amministrazioni provinciali e comunali e' dominata dal caso Berlusconi-Lario-Letizia. Quale e' la sua opinione?


R.- Il mio stato d'animo e' quello del dolore, dello sdegno, della preoccupazione e della meraviglia


D.- Perche' del dolore?


R.- Io sono amico di Silvio Berlusconi e mi sento amico della sua famiglia, in particolare di Veronica e di Barbara. E non puo' non addolorarmi il vedere una famiglia amica sbattuta ogni giorno sulle prime pagine dei giornali e vedere seminati quotidianamente veleni nel suo ambito con grave turbamento della sua pace: e questo anche da persone che fanno professione di fede cristiana ma che sembrano ritenere che l'interesse elettorale debba essere anteposto alla carita' e allo stesso umano rispetto per una famiglia….E che dire di Noemi?


D.- Si', che dice di Noemi?


R.- Non so nulla di Noemi, ma che questa ragazza sia anche essa sbattuta in prima pagina da autorevoli giornali ed additata al pubblico ludibrio come una puttanella figlia di genitori che agevolano il suo prostituirsi mi sembra cosa ingiusta e civile. E cio' non puo' che addolorare me che sono padre… (segue)

Milan, Italy. Judge Says C.I.A. Trial to Continue, With Restrictions

“We’re continuing, but it is more of a formality,” said the lawyer for Nicolò Pollari, the former chief of Italian military intelligence, who is among those on trial

Bosnian Serb Wants Charges Dropped

The former Bosnian Serb leader Radovan Karadzic filed a 140-page motion on Monday arguing that the war crimes charges against him should be dropped because he was promised immunity by a top American diplomat.


Mr. Karadzic has said since he was brought to the United Nations tribunal here last year that a diplomat, Richard C. Holbrooke, had offered him immunity in 1996 if he disappeared from public life.

Vice President Joseph R. Biden Jr. issued a strong rebuke on Tuesday to lawmakers here in the capital of Bosnia and Herzegovina

Biden Warns Bosnians About ‘Old Patterns

Vice President Joseph R. Biden Jr. told members of Parliament in Kosovo’s capital

Mr. Biden arrived in Belgrade

GRAVE FURTO AI MILITARI INGLESI



Saturday, May 23


Il senatore a vita e presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga ha scritto una lettera al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano con cui chiede di concedere la grazia ad Adriano Sofri.


''Come tutti gli italiani - inizia la lettera di Cossiga a Sofri - ho molto apprezzato, quale contributo a una memoria condivisa e a una Nazione infine moralmente pacificata, quanto da Lei detto in occasione del 25 aprile, Festa della Liberazione della Patria dal nazifascismo e quanto successivamente da Lei detto e fatto in occasione della Giornata della Memoria per le vittime del terrorismo, anche con l'atto altamente nobile e altrettanto nobilmente messo in atto con la loro partecipazione, di far incontrare al Quirinale, la casa di tutti gli italiani, la vedova del commissario di pubblica sicurezza Calabresi e la vedova del povero ferroviere anarchico Pinelli, sulla cui misteriosa morte mai e' stata detta una parola chiara e convincente.

Non credo che mi faccia velo la mia antica amicizia verso Adriano Sofri - alla cui colpevolezza non ho mai creduto anche a causa della farfugliata sentenza di condanna e dei caratteri del movimento comunista di Lotta Continua che mai ha praticato la lotta armata-, se Le chiedo di voler concedere la grazia ad Adriano, una grazia che gli farebbe vivere in piena liberta' una vita che gia' si avvia dolorosamente al suo termine a causa di gravissimi mali''.

''Lei, signor Presidente che e' un uomo retto e giusto non puo' trascurare la circostanza che, se anche fosse vero che il Sofri e' stato il mandante dell'uccisione del commissario Calabresi, mandanti politici, culturali e morali potrebbero essere considerati i firmatari del famoso appello che indicava in Luigi Calabresi il torturatore e l'assassino dell'anarchico Pinelli - continua il presidente emerito -. Il 13 giugno 1971 infatti il settimanale L'Espresso, allora diretto dal grande giornalista democratico Eugenio Scalfari, pubblico' un articolo di Camilla Cederna, intitolato ''Colpi di Scena e Colpi di Karate''' e sottotitolato ''Gli Ultimi Incredibili Sviluppi del Caso Pinelli'', in cui si accusava, da un lato, il Commissario Luigi Calabresi della morte di Giuseppe Pinelli e, dall'altro, tutto l'apparato istituzionale per la protezione che gli garantiva.In calce a questo articolo c'era un appello in cui, sulla base di queste argomentazioni, si chiedeva apertamente alle autorita' competenti di intervenire contro il commissario Calabresi ed i suoi presunti protettori. Nell'appello si leggono termini inequivocabili, come ''commissari torturatori, magistrati persecutori, giudici indegni''. L'appello si conclude - ricorda Cossiga - con la richiesta di ricusazione di tutti gli interpreti che, fino ad allora, avevano avuto un ruolo nella vicenda.Questo appello, presentato come lettera aperta, fu sottoscritto da numerose personalita' ed ebbe un numero di adesioni crescente nei giorni seguenti, tanto che L'Espresso decise ripubblicarlo nei due numeri successivi. Sull'ultima pubblicazione, uscita il 27 giugno 1971, si contano 757 firme, tra le quali molti esponenti di primissimo piano nel mondo della politica, del giornalismo e della cultura in genere, tutti elettori o simpatizzanti del Partito Comunista o di altri partiti di sinistra. L'appello diceva:'' Il processo che doveva far luce sulla morte di Giuseppe Pinelli si e' arrestato davanti alla bara del ferroviere ucciso senza colpa. Chi porta la responsabilita' della sua fine, Luigi Calabresi, ha trovato nella legge la possibilita' di ricusare il suo giudice. Chi doveva celebrare il giudizio, Carlo Biotti, lo ha inquinato con i meschini calcoli di un carrierismo senile. Chi aveva indossato la toga del patrocinio legale, Michele Lener, vi ha nascosto le trame di una odiosa coercizione. Oggi come ieri - quando denunciammo apertamente l'arbitrio calunnioso di un questore, Michele Guida, e l'indegna copertura concessagli dalla Procura della Repubblica, nelle persone di Giovanni Caizzi e Carlo Amati - il nostro sdegno e' di chi sente spegnersi la fiducia in una giustizia che non e' piu' tale quando non puo' riconoscersi in essa la coscienza dei cittadini. Per questo, per non rinunciare a tale fiducia senza la quale morrebbe ogni possibilita' di convivenza civile, noi formuliamo a nostra volta un atto di ricusazione''.

''Una ricusazione di coscienza - che non ha minor legittimita' di quella di diritto - rivolta ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni - prosegue ancora ilsenatore a vita -. Noi chiediamo l'allontanamento dai loro uffici di coloro che abbiamo nominato, in quanto ricusiamo di riconoscere in loro qualsiasi rappresentanza della legge, dello Stato, dei cittadini. ''I suoi firmatari erano tra gli altri Enzo Enriques Agnoletti, Giorgio Amendola, Laura Betti, Giorgio Benvenuto, Alberto Bevilacqua, Giorgio Bocca, Liliana Cavani, Lucio Colletti, Tullio De Mauro, Umberto Eco, Giulio Einaudi, Federico Fellini, Dario Fo, Renato Guttuso, Margherita Haker, Ferruccio Parri, Pierpaolo Paolini, Vittorio Ripa di Meana, Umberto Terracini, e infine il grande giornalista combattente di tante battaglie per la liberta' Eugenio Scalfari e il grande filosofo Noberto Bobbio, da tutti oggi celebrato come ''padre delle liberta' e della democrazia''.

''D'altronde - osserva Cossiga - credo che la vedova Calabresi e suo figlio Mario nell'accettare di incontrare la signora Pinelli si siano proprio posti sulla strada della pacificazione generale.La vedova Calabresi ha riconosciuto che non fu atto temerario, ma largamente giustificato dalle circostanze, che la signora Pinelli denunciasse il commissario per l'assassinio del marito; e la signora Pinelli incontrando la vedova Calabresi ha riconosciuto che le responsabilita' del commissario di polizia nella morte del marito dovevano inquadrarsi nel clima politico del periodo e nella politica di repressione poliziesca dello Stato di cui il Calabresi era un dipendente. Perche' quest'incontro fosse esaustivo mancava pero' la terza vittima: Adriano Sofri. E a questa assenza Lei puo' riparare concedendo la grazia a questo amico, esponente di un movimento che fu tra i piu' duri nell'opporsi ad ogni minaccia di involuzione autoritaria dello Stato. D'altronde, signor Presidente, Lei che ha avuto una rigida formazione rivoluzionaria secondo la dottrina marxista-leninista, non puo' essere per principio contro la violenza, e non puo' porre sullo stesso piano la violenza di uno Stato borghese, ancorche' formalmente ''democratico'', e cioe' quella che e' stata esercitata contro il Pinelli, e la violenza contro lo Stato borghese che forse si era macchiato anche di tremende stragi e che sarebbe stata esercitata in spirito di vendetta proletaria da un movimento comunista: che tale era Lotta Continua''.

''Credo che Lei vorra' accogliere questa mia richiesta che si pone nella linea della pacificazione nazionale e del riconoscimento di una memoria condivisa da Lei - conclude Cossiga -. Spero che Lei, signor Presidente, in coerenza con la sua cultura e la sua militanza democratica e comunista, sapra' compiere questo atto di coraggiosa equita'''.
 
"Quando ho iniziato il mio confronto con il presidente della Repubblica, per motivi non di carattere personale sapevo che sarebbe venuto il momento in cui avrei dovuto compiere il gesto che sto compiendo. Ciò comunque non determina un ritiro dalla vita politica. Anche se ritirarsi dal Parlamento, nel quale sono arrivato la prima volta nel '58, non è una cosa facile. Se Lei, signor presidente della Repubblica, non avrà un sussulto di dignità e coraggio, in un forte soprassalto di consapevolezza Lei passerà alla Storia come il 'Presidente Tentenna' o peggio!.

Scrivo a Lei che dovrebbe essere (ma non ne ha il coraggio, perché uomo di coraggio Lei non è mai stato e non è!) il garante della Costituzione e quindi massimamente del Parlamento, che in un regime democratico è l'unico 'sovrano legale', perché rappresentante dell'unico 'sovrano reale' che è il Popolo, e non Lei ne' la magistratura, ne' l'ANM, ne' il CSM. Lei dovrebbe quindi essere anche il garante delle prerogative poste a tutela dei membri del Parlamento: prerogative e non privilegi, perché sancite da una antica e ininterrotta, salvo parzialmente nel nostro Paese, tradizione costituzionale europea e americana a tutela non delle persone individuali ma della libertà ed indipendenza dei rappresentanti del Popolo Sovrano. Mi rivolgo a Lei come senatore e uomo di diritto, io, non certo Lei!

Non mi rivolgo a Lei come sarebbe più conveniente e giusto in una buona democrazia, da semplice cittadino, perché dei semplici cittadini, che sono il popolo vero della gente comune, Lei nulla sa e mai di essi ha sentito di far parte o si interessa, salvo che per farsi applaudire scompostamente con smodati sorrisi anche ai funerali, preferendo con la Sua Signora e con la Sua famiglia le barche dei ricchi industriali e le case di radical-chic, di cui Lei è uno dei tipici anche se 'modesti' esemplari!. Mi dimetto contro Ciampi. Ho detto e confermo che non metterò mai più piede al Quirinale e mai più avrò rapporti con il presidente della Repubblica finché Ciampi, che a me tutto deve, rimarrà. Il giorno che lascerà la presidenza della Repubblica, io riprenderò i miei rapporti normali con il Quirinale.

Ho deciso che non andrò più neanche alle consultazioni in caso di crisi di Governo: manderò le mie valutazioni, come ex capo dello Stato, per iscritto. Io mi dimetto contro Ciampi perché non voglio trovarmi in imbarazzo e mettere in imbarazzo le istituzioni. Voglio acquistare più libertà. E sia chiaro che non ritengo di essere andato sopra le righe: nei confronti di Ciampi ho detto meno di quello che pensavo. Lui non è un buonuomo, è un pover'uomo. Non è una figura di garanzia e l'opinione pubblica deve essere molto preoccupata, perché ci sono rischi di crisi istituzionale. Del resto Ciampi nulla sa di politica, né di diritto, né di politica monetaria, come dimostra la sua tragica gestione della crisi che portò alla svalutazione della lira. Magistrati irresponsabili.

In Italia i magistrati sono irresponsabili. Oggi assistiamo alle assoluzioni di coloro i quali sono stati giudicati dalla Corte di Appello di Palermo i mandanti della strage di Capaci. Alcuni boss mafiosi, per l'errore temporale dei magistrati, sono stati messi in libertà. Di questo, non parlerà nessuno, perché, con l'approvazione del presidente del Consiglio, l'Anm e quell'organo di 'm...a' che è il Csm, e lo dice con cognizione di causa uno che lo ha presieduto per sette anni, fanno l'equazione: autonomia-indipendenza-irresponsabilità. Questa sentenza pone un problema: siamo certi che i mandanti dell'uccisione di Giovanni Falcone si fermino
a Riina? Perchè non andiamo a cercare se, per caso, ci siano dei super-mandanti nella classe politica o istituzionale degli Usa, dell'Italia, dell'ex Urss?".
Francesco Cossiga

Cossiga: «Su Napolitano mi taccio ma dico che è giusto che sia definito una volta per tutte questo ruolo di garanzia che ha il capo dello Stato. Cosa significa? Garanzia da chi e da che cosa e con quali strumenti? Perché per ora il nostro capo dello Stato altro non è che una Regina Elisabetta senza cappellino e borsetta».

EROE


Il Colonnello Carmelo Burgio, nato ad Anzio l’8 giugno 1957, appena quindicenne entra nella prestigiosa Accademia militare della “Nunziatella” di Napoli e da allora non smette mai più di portare l’uniforme. Approda con entusiasmo nell’Arma dei Carabinieri e, uso obbedir tacendo come recita il motto dell’Arma, segue tutto l’iter gerarchico. A domanda transita nel prestigioso Reggimento Paracadutista “Tuscania” dei Carabinieri e ne diventa il Comandante. Per la sua alta professionalità viene nominato vice comandante del “GIS”, il gruppo di intervento speciale dei Carabinieri voluto nel 1978 dall’allora Ministro degli Interni Francesco Cossiga.

Dalla bolgia terroristica di Nassiriya, dove approdò all’indomani della strage di Nassiriya che costò la vita, fra l’altro, a 12 carabinieri, Burgio viene paracadutato dritto dritto a Caserta, nell’inferno di Casal di Principe. Il Colonnello Burgio, volato da una mattanza a un’altra, viene incaricato di portare un attacco diretto al cuore dell’antistato camorrista.

Eccolo il fine investigatore, sempre in prima fila con i suoi uomini come quando era al Tuscania, che in quasi cinque anni ha quadruplicato il bilancio degli arresti e dei beni sequestrati disarticolando i clan che comandano dalla periferia nord di Napoli al litorale Domizio. Nessuno, meglio di lui, conosce i segreti della camorra.

Dall’anno scorso ad oggi, i carabinieri hanno arrestato 253 camorristi, rintracciato 19 super latitanti, sequestrato e confiscato beni per oltre 200 milioni di euro. La risposta dello Stato, con Burgio, s’è fatta sentire, e questa pressione ha portato a pentimenti importanti. 
Grazie, Colonnello. Grazie.

Friday, May 22


Bruno Contrada. Le accuse.


Bruno Contrada. L'assoluzione.




Ore 16.58 e 20 secondi: una carica esplosiva di circa 100 Kg di tritolo brilla all’interno di una FIAT 126 parcheggiata in prossimità dell’ingresso della casa dove abita la famiglia del magistrato. Vengono uccisi Paolo Borsellino e gli agenti Emanuela Loi, Walter Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano ed Eddy Walter Cosina. Resta ferito l’ultimo agente della scorta, Antonio Vullo, che si salva poiché era l’unico rimasto all’interno di una delle auto blindate.
SARA' RESO NOTO IN SETTIMANA IL DOSSIER DI CARLO PALERMO

Repubblica — 01 luglio 1984 pagina 4 sezione: POLITICA INTERNA
Il dossier inviato a Nilde Jotti e a Francesco Cossiga dal giudice Carlo Palermo è, a quanto pare, ancora in viaggio, lungo i 588 chilometri che separano Trento da Roma. Nella società telematica i tempi della giustizia sono sempre gli stessi e il trasferimento del carteggio raccolto dal magistrato dell' inchiesta sul traffico internazionale delle armi e che accuserebbe di violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti il Psi, procede a passo di lumaca. La suspence, dunque, continua. Solo nei primi giorni della prossima settimana deputati e senatori potranno forse conoscere le rischieste rivolte ai presidenti della Camera e del Senato da Carlo Palermo. A Montecitorio e a Palazzo Madama c' è chi teme che il magistrato abbia voluto, liberandosi delle 20mila pagine che compongono il dossier, levarsi un peso di dosso, scaricandolo però sul Parlamento. E nessuno, almeno per ora, è in grado di prevedere quale sarà la destinazione finale di questa valanga di carte: la Commissione Inquirente per i reati ministeriali, oppure la Giunta per le autorizzazioni a procedere? La risposta sta scritta nella relazione allegata agli incartamenti dal magistrato. Una volta ricevuto in consegna il dossier, Nilde Jotti e Francesco Cossiga avranno solo compiti di "smistamento", assegnando a chi di dovere l' incarico di vagliare i documenti del giudice. Salvo sorprese, l' iter prescelto da Carlo Palermo, rivolgendosi ai presidenti dei due rami del Parlamento, non potrebbe che concludersi sui banchi dell' Inquirente. Prima di venire caricato su un furgone, perchè i carabinieri lo scortassero a Roma, il dossier aveva fatto in lungo e in largo il giro del Palazzo di giustizia trentino. Dall' ufficio di Carlo Palermo, l' ingombrante malloppo è approdato nell' ufficio del Procuratore capo, Francesco Simeoni, dove avrebbe fatto 24 ore di sosta. Quindi, è stato il turno del Procuratore generale trentino, Adalberto Capriotti, di leggersi le carte. Altra pausa di riflessione, infine, venerdì mattina, è stato dato il "via" al lentissimo viaggio verso Roma. Una lentezza che potrebbe avere una spiegazione: in questi giorni, Camera e Senato sono rimasti deserti e sia la Jotti che Cossiga risultano fuori sede. Così, i messaggeri del giudice Palermo potrebbe aver preferito attenderne il ritorno. Nel frattempo, tutto tace. Nessun commento è arrivato, almeno per ora, dal partito socialista o da Bettino Craxi, direttore coinvolto nella vicenda dal giudice. Solo il capo della Procura trentina si è fatto strappare due parole ma per non andare oltre il solito "no comment". Domani, comunque, Carlo Palermo, dopo una breve e tempestiva vacanza, tornerà al lavoro, nel suo ufficio blindato al primo piano del Palazzo di giustizia. Anche una volta ricomparso in pubblico, tuttavia, ben difficilmente il giudice accetterà di fornire chiarimenti, preferendo lasciare la parola ai vertici di Camera e Senato. Proprio in questi giorni, il giudice istruttore è impegnato nella stesura della sentenza di rinvio a giudizio contro gli imputati di traffico d' armi, un pool di personaggi che ruotavano attorno al mercante di Aleppo Henry Arsan, protagonisti e comprimari di una storia giudiziaria clamorosa: se sono 20 mila le pagine del dossier mandato a Roma, sono almeno 300 mila quelle destinate a rimanere a Trento, salvo che la corte di Cassazione non decida, come è possibile, di assegnarle ad un altro Tribunale. Questi 300 mila fogli di carta sono la summa enciclopedica di quella che, per Palermo, è la cronaca del più grande traffico d' armi mai scoperto al mondo. Telex, copie di contratti, appunti, promemoria, agende e diari che ricostruiscono il percorso di carri armati, elicotteri, tonnellate di fucili, perfino tre bombe atomiche, lungo i meandri di un mercato clandestino dominato dai servizi segreti. Ma di tutto ciò, nel dossier anti Psi non si troverebbe l' ombra: il carteggio romano, infatti, si limiterebbe ad illustrare l' attività del finanziere Ferdinando Mach, una rete di società, molto presenti sui mercati del Terzo Mondo, che il giudice ha creduto di poter ricollegare al Psi. 

ROSSANO BRAZZI E IL GIUDICE PALERMO.


Il traffico di eroina pura e morfina base scoperto dal giudice Carlo Palermo agli inizi del 1980, proveniente dai luoghi dell'Afghanistan, arrivava in Italia passando dalla Jugoslavia.

La droga veniva -secondo Carlo Palermo- rilavorata in Italia e distribuita in tutto l’Occidente dalla mafia siculo-statunitense. Molto spesso la droga veniva scambiata con armi e munizioni. La connessione con i servizi segreti italiani era a doppio filo.
Il tutto tra industrie belliche, finanzieri, partiti e governi.

Tra gli indagati un vip, Rossano Brazzi.

Assieme a Brazzi, il Generale Santovito direttore del Sismi, Francesco Pazienza, il Generale Romeo, il colonnello Massimo Pugliese, il Generale lo Cascio.

Dopo pochi anni risultò essere tutta una bufala. Chi ricompenserà i danneggiati?


Thursday, May 21



Intervista al Presidente Cossiga: nessuna cospirazione. L'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga risponde alle domande di Michele Altamura per Rinascita Balcanica. Nelle sue parole, un'analisi forte e sarcastica degli aspetti più problematici dei Balcani, con uno sguardo all'Unione Europa, agli Stati Uniti e alla Russia. Facendo cadere il velo del "cospirazionismo", traccia le fila dell'attuale confronto tra le potenze mondiali.



D.- L'indipendenza del Kosovo ha sconvolto e scosso l'intera opinione pubblica. Gli Stati Uniti e parte degli Stati Europei hanno deciso di sostenere e riconoscere la dichiarazione unilaterale dello Stato del Kosovo, aggirando il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, per poi mantenere i poteri di fatto nelle mani della Comunità internazionale. E' possibile affermare che sia stato dato ai kosovari solo un semplice contentino per mantenere il controllo su uno "Stato fantoccio"?
R.- Si tratta a ben vedere di uno Stato oggi quasi “semi-soverign”, istituto ben conosciuto nell’impero ottomano - Egitto e Tunisia, ad esempio. Ma la tendenza a sottrarsi dalla protezione - non si capisce bene se dall’ONU o dall’UE o dalla NATO - sarà forte il giorno che il Kosovo disporrà di un proprio esercito e di una propria forza di polizia, tendenza frenata certamente dal forzato decremento del reddito derivante dalle numerose attività criminose e dalla necessità degli aiuti degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.

D.- Il riconoscimento del Kosovo da parte dell'Italia è giunto senza un'adeguata discussione e in assenza di un Governo. Secondo Lei, tale decisione presa in questo modo, è frutto di una nuova politica estera dell'Italia o è servilismo?
R.- Il riconoscimento da parte di Stati come la Germania e la Svizzera è anche dovuto alla presenza in quei paesi di una vasta comunità albanese e kosovaro-albanese. Ma è stata determinante la constatazione che sarebbe stato impossibile riportare il Kosovo sotto la sovranità di Belgrado.

D.- La sua dichiarazione al Corriere della Sera a proposito della dinamica dell'11 settembre, ha destato non poche perplessità, in quanto ha confermato una tesi appartenente di solito al "cospirazionismo". Secondo Lei, determinate strutture manipolano gli eventi per il controllo di determinate zone geopolitiche?
R.- La mia è stata una battuta! In relazione al Kosovo, l’unica vera cospirazione è stata - se si può parlare di “cospirazione”! - il fatto che la Russia e gli Stati Uniti, nella loro ripresa “confrontazione”, hanno voluto confrontarsi anche in relazione al problema “kosovaro”, sul “conto” dell’Europa! Se il regolamento del rapporto Serbia-Kosovo lo avessero potuto trattare direttamente, magari con la mediazione dell’UE, Belgrado e Pristina, il problema forse sarebbe stato risolto “pienamente”.

D.- Ricordiamo che, con la caduta della Jugoslavia, abbiamo assistito all'arresto-sequestro del Presidente Slobodan Milosevic, che è stato sottoposto ad un processo definito da molti come parziale e non regolare, oltre che illegittimo. Dopo anni di vane indagini e ricerche, il Presidente Milosevic è morto in circostanze che non sono state ancora chiarite, a pochi giorni da una seduta decisiva per la difesa dalle accuse dell'Aja. A distanza di anni, dopo la sua morte, il Tribunale dell'Aja dichiara che la Serbia non è da ritenersi direttamente responsabile per gli eventi di Srebrenica, anche se rimane colpevole di non essere intervenuta per evitare il peggio. Come reputa Lei, da uomo di Stato e da Presidente, l'aggressione militare e mediatica contro Milosevic? Crede che quello sia stato un atto di democrazia?
R.- Io mi sono sempre pronunziato contro i così detti “tribunali internazionali". Ma il Tribunale dell’Aja è stato costituito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e se dal Consiglio di Sicurezza si accetta una parte, si deve poi accettare il tutto! O no? Pensi che nel team di "specialisti" che lo arrestarono quella notte, vi erano persone da me conosciute e stimate. Specialmente una!

D.- L'ex Procuratore del Tribunale Penale Internazionale dell'Aja Carla Del Ponte, durante il suo mandato, è stata a lungo criticata perché considerata in evidente "conflitto di interessi" perchè paladina degli interessi di lobbies bancarie e finanziarie e non della giustizia internazionale. In ogni caso, nel corso del suo mandato, Carla del Ponte ha ricoperto un ruolo politico più che giudiziario. Come giudica Lei questo contraddittorio personaggio?
rR.- Conosco bene l’Avv. Carla Del Ponte, ottima giurista. Non dimentichiamo che la Carla Del Ponte è stata un pubblico ministero prima del Canton Ticino e poi della Confederazione Elvetica: e la giustizia in Svizzera è, come in molti altri campi, una cosa diversa dal resto dell’Europa….

D.- Signor Presidente, Lei ha definito il Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi "un vile affarista", esponente di una lobby bancaria che deciso e portato avanti privatizzazioni e liberalizzazioni selvagge. Possiamo tuttavia dirle, che nei Paesi dell'Est che chiedono l'integrazione all'Unione Europea, vi sono delle strutture e dei Comitati della Commissione Europea che decidono, allo stesso modo, privatizzazioni e svendite del patrimonio degli Stati, come mezzo per accedere all'Europea. A questo punto, Le chiediamo, come definirebbe Lei tale strutture?
R.- Chi vuole entrare nell’ Unione Europea deve sottostare a una serie di regole. D’altronde non è obbligatorio entrare nell’Unione Europea. Quando fu chiesto a Putin perché mai la Russia non chiedesse di entrare nell’ Unione Europea, egli rispose: “E perché non l’Europa nella Federazione Russa?”

D.- Il bombardamento all'uranio impoverito nei Balcani è stato definito una "guerra umanitaria". Lo Stato oggi ha deciso di riconoscere i danni ai militari che sono stati esposti alle radiazioni durante le esplosioni. Secondo Lei, verrà mai riconosciuto un pari risarcimento alle popolazioni locali colpite? Il Presidente Giorgio Napolitano ha in diverse occasioni dichiarato che occorre istituire un "Nuovo Ordine Mondiale" come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. A che tipo di struttura crede si stia riferendo?
R.- Penso che Egli auspichi ad un rafforzamento dei poteri delle Nazioni Unite, e cioè praticamente del Consiglio di Sicurezza. Esattamente tutto come prima. Niente di più.

"Camp Bondsteel"

La nuova base USA nel "Kosovo indipendente": "Camp Bondsteel". 25.000 militari americani e armi da fantascienza. Ecco i veri padroni (dopo la guerra "NATO") dei Balcani. Gli altri? I kosovari? Fuck-off: solo comparse.

La Nato e l’Occidente come Hitler. Il Kosovo come Olanda, Belgio, Polonia e tutti gli altri Paesi invasi dai nazisti. La similitudine-choc arriva dal piccanotare in persona, l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga che punta il dito sulla guerra nei Balcani, dove ci sarebbe stato un “assoluto stravolgimento del diritto internazionale”. Cossiga ha parlato in occasione della presentazione del libro dell’allora ministro della Difesa Carlo Scognamiglio sul Kosovo: "Abbiamo commesso illeciti internazionali".

a) Abbiamo invaso un Paese membro dell'Onu, cioè la Repubblica jugoslava         (Serbia -con Kosovo annesso- e Montenegro).
b) Abbiamo invaso la Bosnia Erzegovina.
c) Abbiamo fatto operazioni militari senza dichiarare guerra ad uno Stato sovrano. d) Abbiamo proceduto all'occupazione militare di due Stati.
e) Abbiamo lasciato circa 126.000 vittime e feriti gravi.

Questo significa che "il fine giustifica i mezzi". Un vero e proprio mea culpa, insomma, e una rivisitazione delle scelte operate dal governo italiano in occasione della crisi dei Balcani. Il picconatore, dal canto suo, rivela un altro piccante retroscena. Il Parlamento italiano in quel periodo stava per votare sull’allargamento della Nato. Cossiga chiese a Silvio Berlusconi di votare a favore. Lui disse: “E’ più importante far cadere il governo Prodi. L'allargamento avremo modo di riprenderlo”. E, secondo Cossiga, si dimostrò miope di fronte a una difficilissima situazione politica e militare. Un atteggiamento ben diverso, spiega Cossiga, da quello assunto di recente, sulla stessa questione, dall'attuale Presidente del Consiglio. "Mi chiedo se la storia italiana sarebbe stata diversa se in quell'occasione Berlusconi avesse accettato di far parte di un governo di unità nazionale".
 I tre gioielli della religione serba ortodossa sopravvivono grazie ai soldati italiani che presidiano coi blindati i monasteri di Grazanica e Decani e il patriarcato di Pec. «Una felice unione di armi e arti», commenta Vittorio Sgarbi, che accompagna l' ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga in un viaggio nel Kosovo che rischia di sparire. «L' odio etnico - spiega il generale Alberto Primicerj, capo di un contingente multinazionale di quasi 9 mila uomini - è sempre vivo e minaccia di esplodere da un momento all' altro. Noi teniamo buona la gente con 19 compagnie di militari. Ne servirebbero 32». A Prizren è visibile lo scempio perpetrato durante i due giorni di follia che ha infiammato gli albanesi il 17 e il 18 marzo. Hanno devastato la sede del vescovo, ridotto in macerie la chiesa di San Giorgio, sventrato e dato alle fiamme la chiesa di Sant' Arcangelo. Dalla fine della guerra, nel giugno del 1999, fino ad oggi, gli albanesi del Kosovo hanno fatto saltare in aria ben 120 chiese in massima parte concentrate nella Methronia, la terra dei monasteri, l' area centrale del Paese, culla della civiltà ortodossa fin dal 1200. «Vorrei - dice Cossiga - che in Italia sapessero cosa stanno facendo qui di importante e nobile i nostri militari». Se non ci fossero loro, ammette tristemente padre Sava, «arriverebbero subito i vandali a portare rovina». Padre Sava vive, con una trentina di monaci, come un recluso nel monastero di Decani, tesoro architettonico, con deliziose colonne e leoni marmorei, impreziosito da affreschi del 1330. Per andare a fare la spesa i monaci devono farsi scortare dai militari. Gli italiani non possono proteggere tutto. I monumenti religiosi meno rilevanti sono rimasti incustoditi e gli albanesi ne hanno fatto scempio. È salvo, con attorno il baluardo dei blindati, il patriarcato di Pec, composto da 4 chiese saldate fra loro, incastonato in una piccola valle tra le montagne, con un ruscello davanti. Ben conservato anche il monastero di Grazanica, alla periferia di Pristina, dove padre Ezechiele accoglie Cossiga. Gli mostra le pareti e le volte a cupola affrescati con scene bibliche. Sono del 1306. «Nel 1305 - spiega Sgarbi - Giotto portò a termine gli affreschi della cappella degli Scrovegni. Gli autori di questi dipinti si misero al lavoro pochi mesi dopo. È come se Giotto gli avesse passato il pennello». Marco Nese

Ennio Remondino inviato del TG1. Che Francesco Cossiga sia uomo di rispetto su argomenti di intelligence militare e di strategie atlantiche è noto. A metà strada tra politica interna e internazionale, una sua dichiarazione degli anni scorsi meritava più attenzione. 
L'ex Presidente annunciava il suo voto a sostegno di Prodi per fare un favore a Forza Italia. Il Presidente Emerito suggeriva a Berlusconi di lasciare ancora la palla a Prodi, visto che tra le altre grane internazionali incombenti, «bisognerà ricominciare a sparare in Kosovo».
La profezia cossighiana concludeva con la solita coda al veleno: «Quando è D'Alema a bombardare Belgrado e tutta la Serbia, la guerra diventa una missione di pace».
Dal Kosovo, dove mi trovo, l'impressione che Cossiga possa avere ragione è forte. Lui certamente sa più di noi ma a volte, per capire, basta solo guardarsi attorno. La tensione è forte. Serbi e musulmani sono alle corde.

COSSIGA: USTICA

Cossiga: «I francesi provocarono la strage di Ustica».
Parola di Francesco Cossiga che ventinove anni dopo l'abbattimento del Dc9 Itavia decide improvvisamente di svelare un altro tassello sulla tragedia che la sera del 20 giugno 1980 costò la vita a 81 persone tra passeggeri e membri dell'equipaggio. In un'intervista rilasciata ieri a SkyTg24, Cossiga spiega infatti di aver saputo delle presunte responsabilità di Parigi dal Sismi, che avrebbe informato anche Giuliano Amato, all'epoca sottosegretario alla presidenza del consiglio del governo Craxi.

«Furono i nostri servizi segreti - ha detto ieri Cossiga - che quando io ero presidente della Repubblica informarono l'allora sottosegretario Giuliano Amato e me che erano stati i francesi, con un aereo della Marina, a lanciare un missile non a impatto, ma a risonanza.
Se fosse stato a impatto non ci sarebbe nulla dell'aereo». Non è la prima volta che l'ex presidente della Repubblica tira in ballo i francesi. Analoghe dichiarazioni, infatti, Cossiga le rilasciò nel gennaio dello scorso anno alla trasmissione radiofonica Baobab.

Del tutto inediti, invece, sono i riferimenti al Sismi e al generale Santovito, che guidò il servizio dal 1977 al 1981. «La tesi - ha spiegato ieri Cossiga - è che i francesi sapevano che sarebbe passato l'aereo di Gheddafi. La verità è che Gheddafi si salvò perché il Sismi, il generale Santovito, appresa l'informazione, lo informò quando lui era appena decollato e decise di tornare indietro. I francesi questo lo sapevano - ha concluso Cossiga - videro un aereo dall'altra parte di quello italiano e si nascose dietro per non farsi prendere dai radar».

Nessun commento da parte di Giuliano Amato, allora ministro degli Interni, alle parole di Cossiga che lo coinvolgono.

«Le conclusioni di Cossiga sono le stesse alle quali sono arrivato anch'io con la mia inchiesta», spiega Rosario Priore, giudice istruttore nell'inchiesta sulla strage. «Credo che le sue informazioni sia attendibili, anche se le sue fonti sono diverse dalle mie. Io non ho potuto dare una nazionalità all'aereo militare, anche se poteva essere solo statunitense o francese». Nel corso della sua inchiesta Priore si recò anche negli Usa: «La Nato disse che quella sera c'era un forte movimento aereo, che rendeva possibile la presenza di una portaerei. Anche in questo caso le possibilità non erano molte: o la Clemenceau, che però i francesi dissero che si trovava in porto a Tolone, o l'americana Saratoga, a Napoli». Plausibile anche l'ipotesi di un Sismi che allerta Gheddafi: «E' una teoria che circolava fin dall'inizio - conferma infatti Priore -. C'era una frattura nel Sismi: una parte filo-araba guidata da Santovito e un'altra più filo-israeliana».

Anche in questo caso le possibilità non erano molte: o la Clemenceau, che però i francesi dissero che si trovava in porto a Tolone, o l'americana Saratoga, a Napoli». Plausibile anche l'ipotesi di un Sismi che allerta Gheddafi: «E' una teoria che circolava fin dall'inizio - conferma infatti Priore -.
C'era una frattura nel Sismi: una parte filo-araba guidata da Santovito e un'altra più filo-israeliana».

Wednesday, May 20


Cossiga: «L'Italia non si trasformerà mai in uno Stato federale. Anzi, stanotte ho fatto un sogno: che tutti noi, riuniti qui, saremmo finiti in galera».
Al Teatro Argentina è in corso l'Assemblea degli eletti e delle elette delle Regioni e delle Province. Fuori programma, l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga chiede la parola. Dinanzi agli oltre mille consiglieri riuniti dirà che Aznar è un «fascista», spiegherà che i sardi sono «più italiani degli italiani» e racconterà di aver fatto un sogno... «Tutti noi, riuniti qui, in galera».
Premette di aver titolo a parlare solo in quanto democratico liberale, azionista e «sardo». «Sardo», vale a dire «più italiano degli italiani». Spiega Cossiga: «Voi siete solo nati in Italia, mentre noi abbiamo scelto di aderire alla Repubblica, rinunciando alla nostra sovranità».


Poi racconta. «Stanotte ho fatto un sogno: che tutti noi, riuniti qui, saremmo finiti in galera. E in Italia, di questi tempi, si finisce in galera molto spesso». «Saremmo finiti in galera - ripete il senatore a vita - perché vi sareste trasformati, e io associato a voi, nell'unica assemblea costituente del Paese».


Parole che introducono il tema della riforma federalista. Il nostro paese - secondo Cossiga - non sarà mai uno Stato federale. «L'Italia è il Paese delle mode, ora c'è quella del federalismo. Se un mio studente - afferma l'ex presidente - avesse illustrato il federalismo secondo la riforma del Titolo V della Costituzione approvata dal centrosinistra, l'avrei invitato a ritirarsi. Se invece lo avesse fatto secondo le linee del centro-destra lo avrei bocciato».


La 'moda del federalismo', secondo Cossiga, si accompagna a quella delle riforme istituzionali. «Tutti i governi le avevano nel programma, ora non se ne parla più. Mi chiedo perché ora la riforma dello Stato non possa partire solo da un'attività costituente dei Consigli regionali». «Aznar puzza di caserma marocchina di Franco».
Infine il duro attacco al premier spagnolo José Aznar, colpevole di aver tacciato di «perversione morale e intellettuale la pastorale dei vescovi baschi contro il terrorismo».


«Nemmeno Hitler e Goebbels erano arrivati ad offendere in questo modo la santità dei vescovi». «Aznar è un fascista. Chiamiamolo per nome: fascista. Ho detto 'fascista' - ripete Cossiga, - ma forse dovrei chiamarlo 'falangista', anche se quello era un movimento troppo nobile, mentre Aznar puzza di caserma marocchina di Franco».

Dies irae, dies illa, dies tribulationis et angustiae, dies calamitatis et miseriae, dies tenebrarum et caliginis, dies nebulae et turbinis, dies tubae et clangoris super civitates munitas et super angulos excelsos.
AUDIZIONE DELL’AMMIRAGLIO FULVIO MARTINI, GIA` DIRETTORE DEL SISMI, SU RECENTI NOTIZIE CONCERNENTI ATTIVITA` SPIONISTICHE COLLEGATE A FENOMENI EVERSIVI E SUL CASO MORO(*)

Dopo il talk-show del Presidente Francesco Cossiga con il segretario generale dell'associazione nazionale magistrati, ecco cosa appariva sui muri d'Italia.

Cossiga: "Sono cointestatario dei conti segreti di Fassino".


Presidente Cossiga: risponda alle accuse. Finalmente non la trattano più da matto, ma da mascazlone. Replichi, si discolpi, faccia qualcosa.


"Mi porteranno in Tribunale, ne sono sicuro.  Non mi possono arrestare, ma processare sì. Alla Procura di Roma si stanno fregando le mani. Adesso che non c'è più il mio amico Franco Ionta non avranno freni. Hanno materia abbondante: dentro tutti. Oltre a me, Letta, D'Alema, Fassino, Mastella, Pollari, Berlusconi, Scaroni dell'ENI, anche il PM di Milano Armando Spataro, Colannino, tutti.

Lei scherza. Ma questa è roba seria, non un gioco da Gatto mammone. Ci sono dei reati da Asinara. Lei è dipinto come il capo di una cupola di potere, anzi di una pirmaide (chiara l'allusione massonica). Ma non basta: lei Presidente è un ladro, amico di ladri!

"Mi permetta innanzitutto un ringraziamento. Grazie alla maginfìca spiata di Repubblica, un colpaccio dell'agente dei servizi segreti siriani Giuseppe D'Avanzo..."

Piano, Presidente. Qui di agenti ci siamo solo noi due.

"Ah, sì, caro Betulla, ma io sono più su, sono l'agente Crisantemo della CIA. Dicevo di D'Avanzo. Insieme al suo compare Bonini, che io credo siano forse anche del piccolo ma efficiente nucleo dell'intelligence di Al Quaeda in Italia. E' stato eccellente D'Avanzo".

Via, la smetta di scherzare.

"Non scherzo. Stavolta ha tirato un brutto tiro anche all'altro strumento inconsapevole di Al Quaeda, il suo amico Armando Spataro, il PM con cui si telefonavano anche sette volte in una mattina. Ha rivelato che il suo lavoro di magistrato è in funzione politica. Cercava di avere agganci nell'editoria grazie a Tronchetti Provera, che era capo di Telecom, Ap-com, azionista del Corriere... non mi stupisco, del resto. Ho parlato con dei vecchi democristiani, e mi hanno riferito che quando era PM sul lago di Como, Spataro era... vorrei evitare una parola volgare... ecco, un adulatore".

Lei è veramente pazzo: non concordo, mi dissocio!

"Beh, avrà mica paura di Spataro. Il suo ritratto fatto da D'Avanzo è fedele, così come io sono quel ladro che lui pittura così bene".

Un momento. Non è D'Avanzo, ma Tavaroli a raccontare queste pratiche occulte. E D'Avanzo prende anche le distanze.

"Povero Tavaroli. Lo conosco bene. Era un maresciallo dei Carabinieri, uomo del Generale Dalla Chiesa.

Fatto sta che accusa lei: suo grande estimatore...

"Ma è Tavaroli o quel che D'Avanzo gli fa dire? Hanno preso questo ex carabiniere e l'hanno sbattuto in cella con lo squartatore di Erba, uno che ha ammazzato dei bambini. Pensateci: un uomo potentissimo improvvisamente buttato in un pozzo nero, trattato da tutti come feccia; non uno, uno solo che l'abbia difeso o abbia ammesso di stimarlo. Dopo di che arriva suadente D'Avanzo, una, due, tre volte. Ha dietro di se qualcosa di così forte da aver spazzato via il SISMI. Uno che fa?"


Uno ci sta.


"O ce lo fanno stare"


Dice Tavaroli di lei che ha preso i denari da Ericsson, la ditta dei telefoni, oltre che da altre sigle, per organizzare la fuoriuscita di Mastella e dei suoi compari nel 1998 onde sostenere il governo D'Alema. Altro che straccioni di Valmy, come lei si vantava con paragone colto e rivoluzionario. mercenari da ditta di telefonini eravate...


"Mastella ha querelato. Mi dicono però che la carta da bollo l'abbia indirizzata solo contro il povero Tavaroli e non contro "La Repubblica"... Così' anche Fassino. io invece non querelo: confesso. Tavaroli-D'Avanzo-De Benedetti si sbagliano solo sul nome della ditta".


Adesso diamo al trio.


In realtà conta uno solo, l'ingegner Carletto De Benedetti. Ma mi lasci dire che il finanziatore è stato Vincenzo Novari, amministratore delegato di HG3, quella dei videotelefonini. Ma allora Novari non era ancora ai vertici".


Dunque ammette. O sta inquinando le prove, con la tecnica del polverone.


"No, confesso, mi autoaccuso. Mi autodenuncio. Sono cointestatario del conto corrente londinese che T-D'A-DeB assicurano sia nella disponibilità di Nicola Rossi, che è l'economista che è andato coi comunisti perchè pensava fossero liberali, di Fassino e di D'Alema. Non ho espresso solidarietà perchè è vero e i soldi sono anche miei".

Non esageri coi paradossi. E torni all'editore di Repubblica, De Benedetti.

"Questa mossa è tipicamente sua. D'Avanzo non risponde al direttore ma al padrone. Ezio Mauro è un bravo ragazzo, ottimo stipendio, bella moglie cui è fedele, bambini d'oro cui badare. Si gira dall'altra parte e lascia fare, pesa meno del due di coppe, ma è contento così. Il Voltaire Italiano (Scalfari, n.d.R.), tutt'ora vero direttore, filosofeggia, vuole il carcere per gli adulteri e i bigami, con perfetta coerenza, fa il teologo, non si occupa di queste faccende di denari e spie. De Benedetti è furioso. E' stato lasciato fuori da tutti i giochi del capitalismo italiano. Le banche si fondono? Intesa e San Paolo, Unicredit e Capitalia? Lui fuori. Uno giustamente se la piglia. La destra lo ha tenuto in disparte, la sinistra pure. Non è riuscito a beccarsi La7, non ce l'ha fatta a intortare Berlusca. Mettetevi nei suoi panni. nel suo bilocale di Saint Moritz con uso di cucina, difensore delle famiglie italiane che non arrivano alla fine del mese, si gode lo spettacolo di questa bomba tirata dai suoi uomini di Al Qaeda perchè i proletari si ribellino".


Lei ce l'ha sempre con De Benedetti. Non è sereno!


"Bugie. Mi ha finanziato abbondantemente. Con i 50 miliardi del 1980 lucrati grazie all'operazione Banco Ambrosiano ha trovato soldi per sostenermi. Ma non mi ha mai chiesto nulla. Pensava che da solo mi muovessi per aiutarlo con le sue grane giudiziarie a Milano e a Roma. In effetti è l'uomo che è stato meno in carcere nella storia delle carceri italiane: due ore, un campione. Ora ha nemico il mondo".

Davvero Scalfari accetterà questo tipo di giornalismo che lancia accuse senza prove?

"Scalfari ha avuto la sua palestra durante il fascismo sull' "Elogio della Razza", è stato monarchico, craxiano, demitiano, finirà a comandare, grazie a questo, una ASL a Benevento. Non si occupa di queste cose, ma solo dell'indissolubilità del matrimonio contro quello sporcaccione di Berlusconi".

GANDUS

Il Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga:
- Al Ministro della giustizia. -


Si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti di seguito riportati:


il magistrato dottoressa Nicoletta Gandus, Presidente del collegio della decima sezione penale del Tribunale di Milano, davanti al quale si sta celebrando un dibattimento nei confronti dell’on. Silvio Berlusconi, ha avuto modo, in un recente passato, di prospettare pubblicamente ed anche per iscritto reiterate, insistenti e fortissime critiche nei suoi confronti, quale Presidente del Consiglio dei ministri fra il 2001 e il 2006, appoggiando apertamente la formazione politica a lui avversa di centrosinistra e affermando altresì, la necessità di abrogare tramite tale formazione politica, leggi ritenute promulgate durante il Governo presieduto dall'on. Berlusconi solo ai fini di favorire se stesso;nel sito web www.megachip.info è pubblicato un documento intitolato: «Appello per la Giustizia - Un impegno per la giustizia». Tale documento era stato redatto nel febbraio del 2006 e si proponeva di richiedere alla nuova maggioranza di governo, che sarebbe dovuta scaturire dalle imminenti elezioni, l'abrogazione di una serie di leggi che, a parere dei firmatari, avrebbero devastato il «nostro sistema giustizia».


Cossiga a Berlusconi: ” Se fossi in te, scriverei così”


Il sempre fine ed ironico Francesco Cossiga scrive una lettera nelle veci del premier Berusconi.


“Cittadine e cittadini, di fronte ai gravi danni che le dure polemiche sulla sicurezza, sulla giustizia, sul ruolo della magistratura gestito dal CSM, dei giudici e dei pubblici ministeri hanno già causato e, minacciano di causarne di maggiori, frustrando il fruttuoso dialogo che si era già stabilito tra Governo e Maggioranza dal un lato e opposizione dall’altro; e specificatamente – e da lungo tempo! – tra me e l’on Vetroni, capo dell’opposizione, sui temi delle grandi riforme e che stava per dare già i primi frutti sul piano della riforma della legge elettorale per la elezione del parlamento europeo, sulla base di un accordo che prevede il mantenimento del sistema proporzionale, a liste sbarrate e senza voto di preferenza, e con la fissazione di uno sbarramento al 5 o al 4 per cento per essere ammesso al riparto dei seggi, credo mio dovere rivolgermi con pacatezza e compostezza al popolo italiano, l’unico sovrano reale del nostro stato democratico e liberale, con un discorso che verrà da me depositato alle due Camere del Parlamento Nazionale, che per volontà e mandato del popolo sono, nel nostro stato l’unico sovrano legale!


Sono oggetto da anni, già da quando decisi di entrare in politica e diventai per la prima volta leader di un grande movimento popolare e democratico e presidente del Consiglio del Ministri, oltre che di una campagna di delegittimazione personale e politica, di una persecuzione giudiziaria e da parte dell’amministrazione finanziaria. Dati certi ma sommari presentati negli scorsi giorni informano che i magistrati che si sono occupati di me sono settecento!


Sono onorato, perché, in questo campo della lotta implacabile delle magistratura militante per conquistare il potere politico assente con le armi della diffamazione, dell’intimidazione e della minaccia delle incriminazioni, so di aver solo seguito politici ben più importanti di me Giovanni Leone, Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, Clelio Darida, Antonio Gava e Oscar Luigi Scalfaro. Ma mentre l’azione congiunta di esponenti della sinistra in alleanza con la magistratura militante potevano avere una spiegazione politica rivoluzionaria ma pur sempre politica, come la stagione del Terrore Francese, attraverso il quale si affermarono in tutta Europa i valori di “libertà, uguaglianza e fraternità”; come lo sterminio dei kulak e dei dirigenti del partito comunista polacco, come le grandi epurazioni, i gulag e l’annientamento di una parte importante della classe borghese polacca, con i 25000 ufficiali e sottoufficiali dell’armata e della guardia di confine polacca nei boschi di Katyn e di quelli dell’Ucraina e della Bielorussia, tali atti furono sempre funzionali ad un grande disegno universale di libertà e di liberazione che ha coinvolto nella lotta milioni di persone.


Mentre la persecuzione contro queste personalità politiche italiane può trovare una spiegazione nel tentativo dei comunisti di reagire con l’attacco al crollo del muro di Berlino, alla distruzione dell’Unione sovietica, allo scioglimento del patto dell’Urss e del partito bolscevico dell’Unione sovietica, partito guida del comunismo internazionale, e aveva un senso, un senso e una valenza rivoluzionaria ed anche morale, nessun senso politico e morale, nell’accezione popolare e democratica, ha la lotta che la magistratura associata combatte per conquistare una centralità politica, ché nessun mandato è stato conferito dal popolo con libere votazioni a questo corpo di eminenti funzionari, reclutati per cooptazione familiare o a mezzo di una forma tipica di concorsi, a cui si viene preparati con mandato politicamente e ideologicamente selettivo nei corsi organizzati dall’ANM, attraverso la sua struttura servente, il CSM, come per lungo tempo furono organizzati dal Partito Comunista Italiano.


Certo, nel mio parlare e nel mio agire sono mosso dal mio giusto desiderio di difendermi, ma anche e soprattutto dal senso che ho di dover concorrere a salvaguardare il carattere liberale e di stato di diritto della nostra repubblica e di evitare che un gruppo di magistrati eversivi spazzi via, come accadde col funesto fenomeno di Mani Pulite, un’intera classe dirigente italiana, quella che aveva ricostruito materialmente e moralmente il paese e ne aveva fatto una grande e forte democrazia.


In questo momento grave per la democrazia, dichiaro che ritirerò l’istanza di ricusazione nei confronti del giudice Gandus, che dovrebbe, e dopo questo mio atto dovrà, presiedere la 25.ma sezione del Tribunale penale di Milano di fronte al quale sarò giudicato per il grave reato di corruzione in atti giudiziari. So che sarò condannato, viste le dichiarazioni rese dal magistrato Gandus e dall’enorme pressione mediatica e politica che viene esercitata sui tribunali, ultimamente in forma scomposta dal Partito Democratico, unico partito di sinistra che in Europa non sia garantista, e di un partito di centro chiamato Italia dei Valori, del cui leader, un magistrato da strapazzo, saranno rese note le vicende giudiziarie in un grosso tomo attraverso gli atti giudiziari che lo riguardano. E che io sia colpevole o innocente poco conta, oggi, per la giustizia italiana, e nulla conta sul piano politico.


Voglio dichiarare innanzi tutto che il governo ritirerà immantinente il disegno di legge sulle intercettazioni, il disegno di legge sulla sospensione dei processi, il disegno di legge contenente il cosiddetto Lodo Maccanico, il disegno di legge sulla sicurezza; sarà sospesa l’applicazione dell’accordo alla realizzazione del treno ad alta velocità Torino-Lione e sarà revocato il consenso del governo italiano all’ampliamento della base americana di Vicenza, comunicando all’amministrazione di Washington che il governo italiano è favorevole alla chiusura della stessa base, con il conseguente ridispiegamento di uomini e mezzi della brigata americana in altra località di un paese della Nato che si era già offerta di ospitarla. I gruppi parlamentari di maggioranza chiederanno all’amministrazione delle due Camere tutta la documentazione relativa agli ordinamenti giudiziari, esistenza e funzionamento dei eventuali consigli per la magistratura giudicante e per i pubblici accusatori, organizzazioni del pubblico ministero, competenza del ministero della Giustizia o delle autorità politiche aventi analoghe responsabilità, come gli attorneys general del Regno Unito e in Irlanda, sui temi del reclutamento dei magistrati, dei rapporti tra giudici, pubblici ministeri e polizia, forme, casi e modalità della promozione e dell’esercizio dell’azione penale, in modo che parlamentari e cittadini possano conoscere come e da chi viene esercitata la giustizia negli altri paesi.


Il governo costituirà presso la presidenza del consiglio dei ministri una commissione di stusio su questi argomenti, costituita sa professori di università, magistrati a riposo, avvocati, parlamentari, esperti, per formulare al governo stesso proposte per la riforma degli istituti cui sopra ci si è riferiti.


Ho già informato il presidente della Repubblica, il presidente del Senato, il presidente della Camera dei Deputati e i capi delle opposizioni: on. Casini, On. Di Pietro e On. Veltroni che se sarò condannato, come certamente sarò, dal Tribunale di Milano o da qualunque altro tribunale (l’Anm non ha che da scegliere), mi dimetterò immediatamente da presidente del Consiglio dei ministri e non accetterò di rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti e mi dimetterò anche da deputato.


Prima di dare le dimissioni, non appena avuta notizia della mia condanna, informerò i governi interessati che l’Italia, per motivi costituzionali, non è in grado di gestire il G8 e che comunque rinuncerò per questo turno a presiederlo.


Ogni ulteriore decisione conseguente alle mie dimissioni sarà competenza del Presidente della Repubblica.


Sia che si decida subito o successivamente di sciogliere le Camere e di indire nuove elezioni io, che non le gestirò, mi candiderò in Forza Italia per sollecitare il giudizio degli elettori e se vinceremo, riproporrò la mia candidatura alla presidenza del Consiglio dei Ministri.


Con questo mio discorso e con queste mie decisioni spero di aver dato un contributo al ristabilimento di condizioni normali nel regime di relazioni tra le istituzioni, in parlamento e nel paese tra maggioranza e o opposizione.”