Monday, August 31

"LA REPUBBLICA": SPARATA LA PIU GROSSA...

CONTINUA LA MENZOGNA!

Tra i tanti messaggi di stima ricevuti in questi giorni da Dino Boffo per gli attacchi de Il Giornale, ce n'è uno che il direttore di Avvenire ha accolto con particolare emozione: la solidarietà di Benedetto XVI. Boffo - secondo una agenzia di stampa e fonti riservate vaticane - ha ricevuto la solidarietà del Papa dal cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, il quale domenica scorsa al telefono gli avrebbe detto che Ratzinger è stato subito informato del suo caso fin dal primo momento e che gli sta molto vicino.

Il direttore dell’«Osservatore Romano» (quotidiano della Santa Sede), rivela lo scontro tra mondo cattolico e politica.

«E’ vero, sulle vicende private di Silvio Berlusconi non abbiamo scrit­to una riga. Ed è una scelta che riven­dico, perché ha ottime ragioni». Dice Gian Maria Vian, direttore dell’Osser­vatore Romano, il quotidiano del Pa­pa, che «il giornalismo italiano pare diventato la prosecuzione della lotta politica con altri mezzi. Segno che la politica, in tutti i suoi schieramenti, è piuttosto debole. Infatti da alcuni mesi la contesa tra partiti sembra svolgersi soprattutto sui giornali, che hanno assunto un ruolo non sol­tanto informativo, come mostrano le vicende anche degli ultimi giorni. Ma forse — aggiunge Vian — non si è data sufficiente attenzione al fatto che, il giorno stesso in cui è esploso il caso del direttore di Avvenire, su Repubblica Vito Mancuso ha attacca­to, con molte approssimazioni stori­che e una durezza insolita, il cardina­le segretario di Stato, presentando co­me un appuntamento politico una ce­rimonia religiosa antica di sette seco­li, che quest’anno rivestiva una solen­nità particolare dopo la tragedia di un terremoto da trecento morti. Co­sì, nel giro di quattro ore, l’Osservato­re ha risposto con un editoriale che ha chiarito il significato della Perdo­nanza e ribadito che non ci occupia­mo di polemiche contingenti. Quan­to alla rinuncia del presidente del Consiglio, che è stato rappresentato da Gianni Letta, si è trattato di un ge­sto concordato, di responsabilità isti­tuzionale da entrambe le parti. Tanto più che i rapporti tra le due sponde del Tevere sono eccellenti, come più volte è stato confermato. Anche sul nostro giornale, che per la prima vol­ta, l’anno scorso, ha intervistato, in­sieme agli altri media vaticani, sia il presidente della Repubblica sia il pre­sidente del Consiglio». L’Osservatore Romano non si è mai occupato delle vicende di Berlusconi anche perché, spiega il direttore, «negli ultimi due anni il giornale è cambiato. Prima c’erano una o anche due pagine di cronaca italiana e un’altra di cronaca di Roma. Siamo un giornale piccolo, anche se impor­tante. Proprio su richiesta del nostro 'editore' abbiamo triplicato lo spa­zio delle informazioni internazionali. E, in genere, il quotidiano della Santa Sede oggi non è solito entrare negli scontri politici interni dei diversi Sta­ti, a cominciare dall’Italia. Preferia­mo dedicarci ad analisi di ampio re­spiro, piuttosto che seguire vicende molto particolari, controverse e di cui spesso sfuggono i contorni preci­si, come quelle italiane degli ultimi mesi».

Sul caso che riguarda il direttore di Avvenire, non è certo in discussione la solidarietà personale con Dino Bof­fo. Vian, che lo conosce da quindici anni ed è stato editorialista del gior­nale dei cattolici italiani, gliel’ha espressa per iscritto, il giorno stesso. E’ un dato però che la linea dell’Osser­vatore Romano non sia stata la stessa del giornale dei vescovi, e taluni edi­toriali di Avvenire molto critici verso il governo abbiano destato sconcerto Oltretevere: «Non si è forse rivelato imprudente ed esagerato — si chiede Vian — paragonare il naufragio degli eritrei alla Shoah, come ha suggerito una editorialista del quotidiano catto­lico? Anche nel mondo ebraico, fer­ma restando la doverosa solidarietà di fronte a questa tragedia, sono sta­te sollevate riserve su questa utilizza­zione di fatto irrispettosa della Sho­ah. E come dare torto al ministro de­gli Esteri italiano quando ricorda che il suo governo è quello che ha soccor­so più immigrati, mentre altri – pen­so per esempio a quello spagnolo – proprio sugli immigrati usano di nor­ma una mano molto più dura? Mi sembra davvero un caso clamoroso, nei media, di due pesi e di due misu­re » .

Anche l’informazione religiosa, de­nuncia Vian, tende ad appiattirsi sul­le tendenze deteriori di quella politi­ca, anch’essa un tempo in genere più ampia e approfondita. «Sono stato ac­creditato in sala stampa vaticana dal 1975 al 2007, e ricordo quindi benissi­mo il direttore Federico Alessandri­ni, in precedenza vicedirettore del­­l’Osservatore: un gentiluomo d’altri tempi sempre disponibile a spiegare le cose, che aveva tutta la preparazio­ne per farlo e interlocutori giornalisti ben più preparati e tuttavia desidero­si davvero di capire. Oggi, invece, sembra aperta la caccia al prelato, me­glio se cardinale, e preferibilmente per una battuta polemica. E così si fi­nisce anche per ripiegare su figure di ecclesiastici, magari autorevoli ma or­mai ritirati, oppure che non hanno il ruolo istituzionale per parlare a no­me della Santa Sede, come ha dovuto precisare l’attuale successore di Ales­sandrini, il gesuita Federico Lombar­di. Mentre, per fortuna, mi sembra che questa abitudine non sia così dif­fusa tra i vaticanisti non italiani». Vian non fa nomi, ma non è impossi­bile vedere dietro le sue parole il pro­filo del cardinale Lozano Barragán per la sanità e di monsignor Sgreccia per la bioetica, entrambi emeriti. «Ora, per esempio, dei migranti ha la responsabilità un diplomatico come l’arcivescovo Vegliò, che ha dimostra­to sensibilità e prudenza; certo, se si mette in discussione il suo ruolo o, peggio, si dicono enormità sul suo conto, come è stato fatto frettolosa­mente e con impudenza, lui ha tutto il diritto di reagire, anche con ener­gia, come ha fatto».

Ma i rapporti tra l’Italia e la Santa Sede, ribadisce Vian, «sono buoni. Berlusconi è stato il pri­mo a chiarire che non sarebbe anda­to a Viterbo per la prossima visita del Papa, quando ha capito che la sua pre­senza avrebbe causato strumentaliz­zazioni. L’incontro dell’Aquila è salta­to per non alimentare le polemiche, ma era stato previsto proprio per se­gnare simbolicamente un impegno comune, dello Stato e della Chiesa, per le popolazioni colpite dal terre­moto. Con la presenza del cardinale Bertone a rappresentare Benedetto XVI, che è anche primate d’Italia. No, nelle relazioni tra Repubblica Italiana e Santa Sede non cambia nulla».
(da Corriere della sera - Aldo Cazzullo)

POTREI SEMBRARE PAZZO,

Vi sembrerò un pazzo, ma Berlusconi manca di autostima. La rissa con i giornali e con la Chiesa Cattolica, dal punto di vista di Berlusconi e dei suoi interessi strategici, è incomprensibile. Lo dico in termini analitici, freddi, fattuali, avalutativi.

Naturalmente trovo certi metodi rivoltanti, ma alla lunga ci si rende ridicoli a dare giudizi di valore su storie personali e campagne diffamatorie originate da un divorzio. Io poi la mia parte l'ho pur fatta, e recitare sempre lo stesso copione è noioso. Avevo messo in guardia contro l'anarchia etica. Avevo dubitato che questo fosse un governo con qualche bigottone ma "senza cattolici". E avevo suggerito che non si può vivere un permanente 24 luglio, un capo di Governo intelligente deve sapere voltare pagina, mettersi sopra la mischia, e dare la sensazione che la vita di una nazione moderna non è l'andirivieni di una portineria.

Più o meno, siamo ancora lì. Ma la questione è ancora questa, se Berlusconi abbia il minimo interesse, una volta intercettata dalla stampa nemica una sua spregiudicata e licenziosa vita privata, fatta oggetto di una campagna scandalistica di successo, in Italia e nel mondo, a rispondere colpo su colpo, con una batteria di argomenti e con metodi che lo mettono sullo stesso piano di chi attacca la sua reputazione.

Perché mettersi al livello di un provocatore che ti attacca, vabbè, certe volte è un dovere (e forse un piacere) d'onore. Ricordo sempre come un segno di sottile demenza la risposta di un deputato socialista a un altro deputato socialista che lo schiaffeggiò nel Transatlantico della Camera: "Capisco le ragioni del compagno...". No, restituire uno schiaffo può essere un modo di fare pulizia ed evitare sceneggiate palloccolose a tutti.

A condizione che si tratti di un confronto tra pari. Ecco. Berlusconi manca di autostima, e mi rendo conto che nel dirlo devo sembrare un pazzo. Ma sotto certi atteggiamenti da megalomane spesso, gratta gratta, trovi banali insicurezze. Si sa. Manca di autostima, il presidente del Consiglio, perché si mette esattamente sullo stesso piano dei nemici che gli danno la baia. E non ne ha bisogno. Ha vinto le elezioni e nessuno glielo contesta. Ha messo in condizione di non nuocere i rivali interni, i suoi alleati gli riconoscono il diritto di comandare senza strafare.

Ha compiuto nel lungo termine un miracolo politico: resa possibile l'alternanza, fatto funzionare il maggioritario, e ora messo un po' d'ordine nei dossier di governo, con una rinuncia pesante al profilo riformatore ma con una capacità di tenere la rotta piuttosto notevole. Da quasi due decenni, al governo o all'opposizione, ciò che Berlusconi rappresenta, il fenomeno che ha scatenato, ha messo in scacco l'establishment e la politica professionale nel paese di Machiavelli, per non dire delle "congiure giudiziarie" e delle "campagne ideologiche" sventate e rese inoffensive.

Che bisogno c'era di ingaggiare un duello mortale con un gruppo editoriale da sempre ostile, e proprio nel momento in cui una campagna forzata, spesso alimentata dai comportamenti bizzarri del premier, sembrava sul punto di morire d'inedia?
(Da "Il Foglio- Giuliano Ferrara")

HANNO 2009 ANNI DI STAGE. NIENTE DI PIU' FACILE CHE CONTINUARE A COGLIONARCI,


LA CHIESA CATTOLICA BIFRONTE: LA SANTA SEDE E LA CEI.

LATO "A"

LATO "B 1/2"

LATO "B"


SUA EMINENZA BAGNASCO CARDINALE ANGELO "BOLLA"!


La pietra dello scandalo ha un nome: pedofilia. Un macigno che rischia di minare la credibilità della Chiesa Cattolica. La quale, travolta dagli scandali, ora s’impegna a cacciare le “mele marce” e collaborare con la giustizia. (Fonte WU Magazine - Piero Ricca)

Dicono che il Vizio Oscuro si consumi dalla notte dei tempi - nell’ombra e in silenzio - nelle scuole religiose, nelle sagrestie, nei seminari, negli oratori. Tollerato come un’umana debolezza, lavato in famiglia come la biancheria sporca. Negli ultimi anni il bubbone è scoppiato. Le vittime hanno iniziato a raccontare. L’informazione ha iniziato a indagare. La giustizia ha iniziato a funzionare. La percezione sociale del fenomeno sta cambiando.

Da tutto il mondo giungono notizie di abusi. Storie di infanzia violata, di giovani vite spesso rovinate per sempre. Storie di inchieste insabbiate, di tragedie che potevano essere evitate.

In Italia si ha notizia di innumerevoli casi, ma sono pochi i molestatori che finiscono in carcere. “Su 443 casi accertati - scrive Massimiliano Frassi, fondatore dell’associazione Prometeo - il 67 % è in libertà, e nella maggior parte dei casi svolge attività a stretto contatto con i bambini”. 

Molti se la cavano con il patteggiamento. Altri la fanno franca con la prescrizione. Uno dei pochi che sta in carcere è Don Marco Dessì, sacerdote cagliaritano che in Nicaragua s’era fatto un harem di bambini. Nel maggio del 2007 con il rito abbreviato il Tribunale di Parma l’ha condannato a 14 anni. Nel 2005 Don Pierangelo Bertagna ha confessato di aver abusato di quaranta bambini. A luglio 2008 è stato arrestato Don Ruggero Conti: gli vengono contestati abusi su sette bambini. Era uno dei garanti elettorali per la famiglia del sindaco di Roma Gianni Alemanno.

In Australia sono stati condannati e incarcerati 107 sacerdoti e religiosi. In Brasile, tra il 2005 e il 2006, oltre 1700 preti sono stati denunciati per violenze, orge e uso di droga con bambini.

Nel 2000 l’arcivescovo O’Connor, capo della Chiesa d’Inghilterra e Galles, ammette di aver coperto preti pedofili. Nel 2002 l’arcivescovo polacco Paetz è accusato di aver molestato seminaristi. L’arcivescovo di Vienna Groer è stato costretto a ritirarsi per aver molestato uno studente. Destino a cui non scampa nemmeno l’arcivescovo Storni di Santa Fè in Argentina, accusato di abusi sessuali su almeno 45 seminaristi. Una vicenda incredibile è quella del Reverendo Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo, lodato da Giovanni Paolo II come “efficace guida per i giovani”, dietro una parvenza di santità ha nascosto una vita dedita al vizio e segnata da un numero incalcolabile di abusi sessuali sui minori.

A Dublino sono emersi 150 casi di preti pedofili. Tra questi, Oliver O’Grady, condannato a 14 anni di carcere, che ha raccontato come adescava le sue vittime nel documentario della Bbc “Sex crimes and Vatican”, trasmesso nell’ottobre del 2006. In Italia il filmato ha dapprima spopolato su Internet e poi è stato trasmesso da Michele Santoro in una puntata di Anno Zero. In quel documentario, tra l’altro, si citava l’Epistola con la quale la Congregazione per la Dottrina della Fede, retta dal cardinale Ratzinger, richiamandosi all’Istruzione pontificia Crimen Sollecitationis del 1962, dettava la linea su come gestire i casi di pedofilia. 

Due le direttive fondamentali: avocazione presso il Vaticano di tutti gli atti di indagine e imposizione del segreto pontificio, pena la scomunica. E qui sta il punto critico, vedi alla voce: Omertà. “Il Vaticano ha ostacolato la giustizia anziché aiutare le vittime”, spiega l'avvocato statunitense Daniel Shea, il quale nel febbraio 2005 ottenne che Ratzinger fosse chiamato a rispondere di quell’atto davanti alla giustizia americana in un processo per abusi sessuali a Houston. Due mesi dopo Ratzinger fu eletto Papa e il processo fu sospeso per via dell’immunità diplomatica concessa ai Capi di Stato.

Lo scandalo più grande è scoppiato proprio negli States. Sono circa 5.000 i membri del clero accusati di abusi sessuali, 100 sono i preti condannati da tribunali civili. La gran parte delle inchieste si sono chiuse perché le famiglie delle vittime hanno accettato un risarcimento in denaro. Le diocesi più colpite sono quelle di Boston e Los Angeles. Si calcola che la somma complessiva sborsata dalla Chiesa statunitense si aggiri intorno ai 3 miliardi di dollari. Un ruolo decisivo l’ha giocato l’informazione, a cominciare dal Boston Globe, vincitore di un premio Pulitzer per l’inchiesta su quei fatti.

Personaggio emblematico dello scandalo americano è John Geoghan, ex prete di Boston. Gli vengono contestate violenze su 130 bambini in trent’anni; condannato a nove anni e incarcerato, verrà ucciso in galera. Il suo vescovo, Bernard Law, s’era limitato a trasferirlo di parrocchia in parrocchia. “Ho sempre pensato che la pedofilia fosse un peccato, non un crimine”, s’è giustificato. Dal 2002 è arciprete di Santa Maria in Trastevere. Come lui si sono comportati tanti altri prelati in giro per il mondo. “La Chiesa ha adottato la politica dello struzzo”, spiega Pepe Rodriguez, giornalista d’inchiesta spagnolo, “quando gli abusi vengono conosciuti all’interno della comunità dei fedeli, il responsabile della diocesi in genere lo trasferisce in un’altra parrocchia, per proteggerlo ed evitare lo scandalo”.

La “politica dello struzzo” ha contribuito alla diffusione di una devianza ad alto tasso di recidività. Un esempio: non più di un anno fa la Compagnia di Gesù evitò un processo per abusi su 110 bambini pagando un risarcimento di 40 milioni di dollari. Alcuni dei preti incriminati provenivano dalla diocesi di Los Angeles, dov’erano stati condannati per abusi su oltre 500 bambini. I superiori li avevano spediti in una minuscola isola dell’Alaska, Saint Michael, a curare le anime degli abitanti di una quindicina di villaggi. 


Ha impegnato la Chiesa ad assicurare i responsabili alla giustizia ordinaria, perché “gli abusi sessuali sui bambini sono incompatibili con il sacerdozio”. Un passo in avanti apprezzabile da parte di un’autorità spirituale che, fino a ieri, si rifiutava di incontrare le vittime. “Ma ora ci attendiamo che dalle parole si passi ai fatti”, ha commentato Bernard Barrett, esponente dell'associazione australiana Broken Rites, “i vescovi devono smetterla di intralciare i ricorsi ai tribunali”................ omissis...................

CON UNA FACCIA COSI.........CHI GLI CREDE?





(FOTO E DOCUMENTI DA "IL GIORNALE")

MEGLIO NON APRIRE "QUELLA" PORTA.

MARCO MINNITI, AVENDO RICOPERTO CARCHE POLITICHE NE SETTORE DELL'ORDINE PUBBLICO, IN UNA INTERVISTA AFFERMA CHE ...... LEGGI

ECCEZIONALE MAXISEQUESTRO DEI CC.

Napoli - La cassa continua degli Scissionisti del clan Amato-Pagano. Così la definiscono gli investigatori. Nella notte, con un'operazione preparata da tempo, hanno messo a segno un colpo al cuore di Scampia, il fortino dello spaccio del capoluogo campano. In due diversi appartamenti, uno a Scampia, l'altro a Mugnano, sono stati sequestrati 400 kg di stupefacenti di ogni tipo (valore "commerciale" 15,2 milioni di euro) e 250mila di euro in contanti. Sempre nella stessa operazione i militari hanno scoperto un'intero appartamento (a Mugnano) adibito a serra in muratura per la coltivazione della cocaina. E sotto la statua di Padre Pio, davanti al lotto G delle Vele di Scampia, i Carabinieri hanno trovato una cassetta a scomparsa che conteneva armi pronte a sparare: un fucile e tre pistole con il colpo in canna. In totale sono sette gli arresti.

Un appartamento era stato adibito interamente a ospitare vasi e vi sono stati scoperti 3mila semi di quella che ad un primo esame, anche degli esperti dell’Orto botanico di Napoli, è cocaina, con decine di flaconi da un litro di potenti radicanti, climatizzazione e illuminazione tale da far pensare che si stesse tentando una coltivazione domestica di questa droga, "il primo tentativo conosciuto in Italia", sottolinea il comandante provinciale dei carabinieri partenopeo, Gaetano Marruccia.

Gli arresti Sono sette le persone arrestate: a finire in manette tutti incensurati e per reati differenti. Le prime cinque persone sono state fermate perché trovate all’interno di due abitazioni distinte nelle quale vi era la cosiddetta cassa continua degli Scissionisti del clan Amato-Pagano. In un appartamento sono state arrestate cinque persone: il capofamiglia 75enne più tre figli. In un’altra casa, invece, è stata sorpresa una donna. I soldi erano nascosti, in entrambe le abitazioni, in cassetti a scomparsa. Uno era aperto da un telecomando che non poteva essere utilizzato da chi depositava le banconote sistemate in rotoli. In un altro caso, invece, il nascondiglio si apriva senza una serratura particolare. I circa 250mila euro ritrovati, secondo gli investigatori, rappresentano il provento di due-tre giorni di spaccio. Le altre due persone arrestate sono state sorprese a Mugnano dove i Carabinieri hanno sequestrato, tra l’altro, due box: veri e propri supermarket della droga.

I garage per i "tarocchi" A Scampia, nel quartiere alla periferia a nord di Napoli ritenuto il supermarket della droga, i trafficanti che solitamente riforniscono gli spacciatori della Campania e di altre regioni avevano trovato il sistema di confezionare il panetto di droga "tarocco": "tagliavano" la cocaina riuscendo a rivenderla come pura ingannando così anche le persone più esperte. È quanto hanno scoperto i Carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo di Castello di Cisterna, coordinati dal tenente Colonnello Fabio Cagnazzo, che l’altra notte oltre ad aver sequestrato un ingente quantitativo di stupefacenti e soldi, hanno recuperato anche degli stampi nei quali la droga veniva "allungata". Sui panetti, compressi con l’utilizzo di una potente pressa idraulica, venivano anche apposte le forme, simili a quelle trovate sulle confezioni di droga provenienti dal sud America. Così da 500 grammi di cocaina i trafficanti ne avrebbero ricavato oltre un chilo. La coca pura - di solito un centinaio di grammi su un panetto da un chilo - veniva messa all’estremità in modo da trarre in inganno chiunque interessato all’acquisto volesse assaggiarla.

VITTORIO FELTRI SCRIVE.


Scalfari s'inventa un incontro fantasma. Il fondatore di «La Repubblica» mi accusa di aver visto Berlusconi a Palazzo Chigi per pianificare una strategia mediatica: tutto falso come posso dimostrare a chiunque. Anzi, è lui il vero specialista in campagne diffamatorie (Carlo De benedetti alla spalle!! n.n.d.r.) costruite sulle congetture anziché sui fatti dalla prima pagina. A proposito. Il cardinale Angelo Bagnasco giudica disgustoso il nostro attacco, ma non giudica disgustoso l'episodio che lo ha generato e di cui è stato protagonista Dino Boffo. Che razza di morale è questa? Da quando in qua raccontare un reato è peggio che commetterlo? Sua Eminenza è fuori strada, e come lui i quotidiani che si sono accodati acriticamente. Qualche sprovveduto ci ha rimproverati di aver confezionato un falso per colpire Avvenire. Bene. Eccolo servito; pubblichiamo in prima pagina la prova regina: il testo della Procura da cui si apprende dell'avvenuta esecuzione della pena inflitta e il reato relativo. Leggete e mettetevi il cuore in pace. La realtà è questa: Boffo ha patteggiato, e perché lo abbia fatto sono affari suoi, che se vuole può spiegare. Oddio, comprendiamo il suo ritegno e il suo stato d'animo, un po' meno le dichiarazioni di Sua Eminenza Bagnasco e per nulla la maniera con cui i giornali le hanno enfatizzate senza nemmeno ascoltare.

AncheSua Eminenza Cardinale Angelo Bagnasco sbaglia: di «disgustoso» c'è solo la storia di Dino Boffo e dei suoi "protettori visibili ed invisibili".

Ma fin qui accettiamo, siamo gente di mondo. Ciò che sorprende è la spudoratezza di Eugenio Scalfari, fondatore di "La Repubblica", il quale per sostenere la tesi secondo cui io avrei agito come Killer di Berlusconi, si inventa una mia visita a Palazzo Chigi nei giorni successivi alla mia nomina a direttore del Giornale. Questa sì è una patacca, resa ancor più grave dalla circostanza, pure inventata, che io stesso avrei detto, non si sa a chi, di essermi recato dal Presidente per mettere a punto in un'ora i piani di attacco mediatico a fantomatici nemici politici. Un romanzetto fantastico che dimostra una cosa: qui se c'è uno specialista in killeraggio è Scalfari. Il quale se fosse stato un giornalista scrupoloso non avrebbe avuto difficoltà a verificare che a Palazzo Chigi sono andato l'ultima volta quattro o cinque anni fa. Perché chiunque entri nella sede della Presidenza del Consiglio esibisce i documenti, e le sue generalità vengono trascritte. Confermo invece di essere stato più recentemente a Palazzo Grazioli: circa due anni orsono; e al governo c'era Romano Prodi. Se poi non bastasse, sarei disposto a dare il mio ok a chi desiderasse controllare i tabulati delle mie telefonate in entrata e uscita e la durata delle conversazioni, da cui si comprenderà che con il Cavaliere ho parlato in un passato non remoto per un totale di un paio di minuti, non certo sufficienti a elaborare una strategia di killeraggio.

Ergo. La patacca è della "La Repubblica", non del Giornale.
Il Killer non sono io, bensì Scalfari che spaccia balle su di me esercitandosi in una pagina di giornalismo basato su congetture anziché sui fatti. Dunque "La Repubblica" è inattendibile. Mentre scrivo leggo un dispaccio di agenzia. Il pretendente alla segreteria del Partito Democratico, Ignazio Marino, afferma che c'è da vergognarsi di quanto è accaduto negli ultimi giorni. E punta il dito contro di noi. Marino non può permettersi simili libertà. Semmai è lui che deve vergognarsi: non si fa la cresta sulle note spese. Fregare soldi all'Università (che ti licenzia, di conseguenza) non sta bene e non fornisce la patente per guidare attacchi gratuiti al Giornale.

Sunday, August 30

Feltri, mai parlato di schedatura.

(ANSA) - ROMA, 30 AGO - Non ho mai parlato di schedature o informative giudiziarie e il Viminale non c'entra in nessun modo', precisa Vittorio Feltri sul caso Boffo. Il direttore de Il Giornale replica al direttore dell'Avvenire: 'Abbiamo un documento che prova un fatto, se il fatto non e' vero, Boffo lo smentisca offrendo i suoi documenti ai giornali'. Feltri quindi precisa: 'Mai stato negli ultimi quattro mesi a Roma, ne' a Palazzo Chigi ne' a Palazzo Grazioli e non ho sentito il premier Berlusconi al telefono.

LEGGI LA CONTROREPLICA DI BOFFO


Caro Vittorio, oggi per il Giornale avrei dovuto scrivere un articolo sull'attacco di Tremonti agli economisti, che non hanno previsto la crisi, come maghi che non ne azzeccano una, pane per i miei denti, ma lo farò domani, perché adesso mi preme darti tutta la mia solidarietà, per l'articolo sul direttore dev'Avvenire, un giornale che ha i suoi tic cattocomunisti, ma non ha necessariamente le carte in regola per farlo.

Tu hai citato giustamente l'ipocrisia del direttore che ha attaccato sul piano morale il premier Silvio Berlusconi, fiancheggiando la furibonda campagna estiva contro di lui e il suo governo, lanciata dal Pd e dai giornali ad esso alleati. Il direttore dell'Avvenire è stato condannato con una sentenza, passata in giudicato, per molestie a un signora regolarmente sposata a un uomo, con cui questo direttore aveva probabilmente una relazione.

Come tu hai scritto, chi lancia accuse moralistiche, riguardanti gli errori nella vita privata e verso la famiglia, di una personalità pubblica, traendone implicazioni di carattere etico e politico, circa la scarsa idoneità di tale personalità nella vita pubblica, deve avere le carte inregola per farlo, onde essere credibile dal punto di vista di tali pesanti implicazioni. Ma se risulta che colui che lancia le accuse, nel ruolo pubblico di direttore di un importante giornale, ha commesso atti privati lesivi della altrui famiglia, che sono stati accertati con sentenza di condanna passata in giudicato, se ne desume che le illazioni che egli trae a carico del premier Berlusconi come uomo pubblico sono sbagliate. Infatti per ammettere che fossero giuste, bisognerebbe anche ammettere che anche il direttore dell'Avvenire che le lancia non ha titoli per guidare un giornale che fa prediche morali.

Ma se si ammette che questo direttore non ha titolo per fare tali prediche, le critiche che egli fa non sono dotate di alcun valore. Sono carta straccia. Il teorema mi pare ineccepibile. E, aggiungo, c'è un'ulteriore importante differenza, fra di due casi. I fatti privati per cui Berlusconi è stato criticato non sono affatto provati sono presunti e lui li smentisce.

Invece lo scopo precipuo dei processi penali, anche quando si conchiudono con una condanna simbolica, è di far conoscere una verità di pubblico interesse. «La verità ci rende liberi». Questa frase ispirata a Sant'Agostino la disse Teresio Olivelli, di cui è in corso la causa di beatificazione, nel lager nazista, poco prima di morire, per le percosse 11 Cancelliere di un aguzzino, avendo difeso con il proprio corpo un compagno di prigionia.

La frase è scritta nella lapide dedicata ad Olivelli, nel Collegio Ghislieri dell'Università di Pavia, di cui egli era stato il giovane rettore. Io l'ho imparata a memoria e vedo che questo principio è sviluppato nell'Enciclica di Benedetto XVI Caritas in ventate in cui, fra l'altro, si legge «La verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo privo di contenuti relazionali e sociali». Credo che questa egui. (Il Giornale - Francesco Forte)

PATACCA?

Berlusconi doveva stare zitto!


Secondo il Presidente Francesco Cossiga, appena rientrato dalle vacanze, dietro la grande confusione di morali, accuse e querele c'è una strategia precisa. Un filo Berlusconi e Vaticano, Boffo e Cei, politica e Concordato: «II caldo. Colpa del sole. Mai mi è capitato di assistere a una tale fiera degli errori, e la responsabilità di tutto sono le ferie al mare. Non a caso pratico e consiglio le vacanze in montagna, dove la temperatura è più fresca e mette al riparo da tante sciocchezze». Chi ha fatto gli errori peggiori? «Io non mi impiccio degli affari privati di nessuno. Mi limito a rilevare che la storia ci ha consegnato esempi di maggiore prudenza rispetto a quelli cui abbiamo assistito. A Berlusconi ho cercato di dire che doveva stare zitto, ma lui è andato a "Porta a Porta" sul caso Noemi e ha legittimato attacchi su un piano finora mai sperimentato. Poi ha voluto partecipare alla festa della Perdonanza, altra scelta improvvida che ha contribuito all'incidente con Bertone. E alla sua avventatezza si è sommata quella della curia dell'Aquila che, non richiesta, ha fatto sapere che il premier non avrebbe potuto lucrare l'indulgenza».

Ma Boffo? Può fare ancora il direttore di Avvenire? «Premettendo che non leggo Avvenire perché lo considero noioso, Botto doveva sapere che i suoi attacchi colpivano il Governo di uno Stato legato alla Santa Sede da un regime concordatario.

Quanto al resto, ribadisco: chissenefrega della sua vita privata, Alessandro VI (Papa Borgia) fu un ottimo Pontefice. La vicenda che lo vede protagonista potrebbe sempre rivelarsi uno dei tanti pasticci della nostra magistratura». Non ci vede quindi una regia? «Considerare Berlusconi il mandante è assurdo. Certo Boffo si è esposto, cosi come l'ha fatto Famiglia Cristiana. Settimanale che, sotto la copertura religiosa, cela una società d'affari cui, dopo i due commissariamenti subiti dalla Società di San Paolo, non sono capitati altri guai solo perché fondata da don Alberione. E che adesso si è affiancata alla linea di Repubblica. Giornale che Berlusconi, altro errore, ha deciso di querelare». Perché lo ritìene un errore?
«Ma è possibile che Berlusconi si metta in mano alla giustizia italiana? Ripeto: colpa del caldo». Ha colpito anche la Chiesa? «Direi di si. Se il segretario della Conferenza episcopale francese avesse detto di Sarkozy quel che monsignor Crociata ha detto di Berlusconi, a Parigi l'avrebbero arrestato.

Tra l'altro mi ha sempre colpito la scelta di Crociata alla Cei dopo neppure un anno dalla nomina a vescovo. Una rapidità quasi mutuata dalla Terza Repubblica: la stessa facilità con cui si diventa mistri». Ma il governo rischia con queste tensioni Oltretevere? «Al governo e ai vertici del PdL ci sono molti meno cattolici di quanti ce ne siano tra gli elettori. E nella maggioranza c'è una linea laicista capeggiata da Gianfranco Fini che rappresenta il vero rischio per la tenuta». Ma Fini a cosa punta? «All'uomo va riconosciuto il coraggio di chi si è fatto circoncidere a Gerusalemme per poi fare domanda di iscrizione all'Associazione nazionale partigiani d'Italia. Ma credo stia giocando fuori tempo, il che è un altro errore grave. Perché, dovesse esserci un governo istituzionale, Napolitano chiamerebbe Casini. Fini adesso è applaudito dalla sinistra perché alleato oggettìvo contro Bedusconi, ma il vero beneficiario di una caduta del governo non è lui».

Per questo Casini tace? «Pierfùrby - non si offenda, è un complimento - è l'unico che, forse per aver scelto una meta estiva più fresca, ha compreso la lezione della Prima Repubblica e si gode in silenzio i vantaggi di questa situazione: una convergenza verso il centro». Suggerisce a Berlusconi di cercare un'udienza riparatrice? «La Santa Sede non ama le cose ufficiali. Se vuole ricucire col Vaticano, Berlusconi affronti Fini, riunisca i gruppi parlamentari e minacci di far saltare tutto se la legge sul testamento biologico non passa cosi com'è uscita dal Senato». È vero che il caso Boffo può aver fatto sorridere qualcuno alla CEI? «Stando alle parole di Bagnasco, no. Ho assistito a una difesa convinta che mi fa pensare a un errore della magistratura. Il patteggiamento del resto non è un'ammissione di colpa: lo dice la Cassazione.

Certo, se la còsa andasse avanti a lungo Boffo potrebbe fare un passo indietro per ragioni di opportunità». E in tutto questo l'opposizione? «Ricordo che Dario Franceschini, cattolico adulto demitiano e non zaccagniniano, sostenne la lettera con cui 60 parlamentari della Margherita, nel 2007, si schierarono contro l'editoriale di Boffo dal titolo "Non possumus" contro la legge sui DICO. Evidentemente le posizioni del segretario del PD in questi giorni risentono del grande colpevole di tutta questa fiera degli errori: il caldo». Mai mi è capitato di assistere a una tale fiera degli errori, e là responsabilità di tutto sono le ferie al mare. Pierfurby è l'unico che ha compreso la lezione della Prima Repubblica e si gode in silenzio i vantaggi di questa situazione: una convergenza verso il centro ò Berlusconi non è il mandante. Certo Boffo si è esposto così come Famiglia Cristiana. Al governo e nel PdL ci sono molti meno cattolici di quanti ce ne siano tra gli elettori e nella maggioranza c'è una linea laicista capeggiata da Gianfranco Fini.



BY STRATFORCE

The following is an internal STRATFOR document produced to provide high-level guidance to our analysts. This document is not a forecast, but rather a series of guidelines for understanding and evaluating events, as well as suggestions on areas for focus. [more]


RATKO MLADIC I RADE KARADZIC.




RICHARD HOLDBROOK REFUSED TO TESTIFY AT ICTY. READ HERE

BY STRATFOR: Kosovo, Russia and the West

Geopolitical Weekly
Graphic for Geopolitical Intelligence Report
The Serbian province of Kosovo declared its independence Feb. 17. Whether the move sets a precedent under which larger powers can redraw smaller nations' boundaries without U.N. authorization has been much discussed since then. More significant than this debate, however, is Moscow's potential reaction to the move. [more]

FINAL DIRTY ACT.




Global Security and Intelligence Report

By Scott Stewart and Fred Burton

On Aug. 24, Scottish Justice Secretary Kenny MacAskill addressed a special session of the Scottish Parliament. The session was called so that MacAskill could explain why he had decided to release Abdel Basset Ali al-Megrahi, the former Libyan intelligence officer convicted of terrorism charges in connection with the bombing of Pan Am Flight 103, and who had been expected to spend the rest of his life in prison. MacAskill said he granted al-Megrahi a compassionate release because al-Megrahi suffers from terminal prostate cancer and is expected to live only a few months.


ABOUT C.I.A.




LEGGI...... Lock Johnson e Reul Marc Gerecht.



Saturday, August 29

BETA NEWS: Montenegrin Police have contacted Ratko Knežević, who recently accused the country's PM Milo Đukanović of committing criminal acts.

R.KNEZEVIC

In a series of interviews, the former envoy to Washington and Đukanović's close associate also pointed the finger at Stanko Subotić, aka Cane, indicted in Serbia for organizing cigarette smuggling operations.

According to reports today, Ratko Knežević was contacted "via his wife's brother", who was brought in by police when officers wanted to get hold of Knežević's telephone number.

After this, he said, he contacted Rajko Malović – Montenegro's police chief of organized crime department – who told him the procedure was a mistake, and that "this was not the way to talk to him".

"I know that all the services have my contacts and that they are wiretapping my conversations with my family in Montenegro," said he.

Knežević claims he has evidence that EUR 1.2bn was laundered in Montenegro, and accuses Đukanović and Subotić of being the kingpins of what he refers to as the Tobacco Cartel, "also responsible for a series of murders in the Balkans".

Beta news agency reports.


H1N1: "I BASTARDI SANNO". TERRORISMO BIOLOGICO? CON TRE LIVELLI D'ATTACCO?

Washington, 29/08/09. E' in arrivo un nuovo ceppo molto piu' aggressivo dell'influenza A.


L'Organizzazione Mondiale della Sanita' ha avvertito che
si stanno registrando casi in cui il virus attacca direttamente i polmoni, anche di persone giovani e perfettamente sane che di solito non si ammalano per le comuni influenze. Il nuovo ceppo, che si potrebbe diffondere nei prossimi mesi, "causa gravi problemi respiratori e richiede lunghi ricoveri nei reparti di terapia intensiva di strutture specializzate", ha sottolineato l'OMS in un comunicato di aggiornamento sulla pandemia. In alcuni Paesi dell'emisfero meridionale dove attualmente e' inverno, ha riferito l'OMS, la percentuale di contagiati ricoverati in terapia intensiva ha raggiunto il 15%. L'allarme arriva dopo che l'OMS ha avvertito che tra l'autunno e l'inverno il 20-30% della popolazione europea potrebbe essere contagiato dalla seconda ondata della pandemia. Poche ore prima l'Oms aveva avvertito che il virus H1N1 ha provocato almeno 2.185 morti e 209.438 contagiati in 177 Paesi ed e' ormai il virus influenzale dominante del mondo, avendo soppiantato quello dell'influenza stagionale. A rischio ci sono in particolare le minoranze e gli indigeni, gruppi solitamente meno assistiti dal punto di vista sanitario e tra i quali sono piu' frequenti casi di asma, diabete e ipertensione.

COMMENTO: QUANDO LA VERITA' SARA' EVIDENTE. AVREMO PERSO TANTO.


Our Gang – Kosovo Liberation Army


Hashjm Thaci is also known as the organiser of the Drenica-Group
. The group controlled between 10-15 per cent of criminal activities in Kosovo in connection with smuggling of arms, stolen cars, oil and cigarettes as well as with prostitution, the establishment and maintenance of connections with the Albanian, Czech and Macedonian mafia. Other than that, Thaci’s sister is married to Sejdija Bajrush, one of the leaders of the notorious Albanian mafia.


BASTA!

E' l'ora di dire basta agli attacchi virulenti e incattiviti che da ieri si susseguono contro Vittorio Feltri. E' evidente che qualcuno, abituato alle campagne aggressive di Repubblica o di altre testate, teme un quotidiano forte e combattivo come Il Giornale".

GUERRE BATTERIOLOGICHE IN VITRO.

Friday, August 28

ARTIC SEA. Merkel: accelerare negoziati per pace in Medio oriente.

BERLINO - E' essenziale accelerare i negoziati tra Israele e palestinesi per la ripresa del processo di pace. Lo ha detto a Berlino la cancelliera tedesca, Angela Merkel, durante una conferenza stampa congiunta con il premier israeliano, Benjamin Netanyahu.
E' di importanza fondamentale, ha proseguito la cancelliera tedesca, fare progressi sul congelamento degli insediamenti israeliani per la ripresa del processo di pace in Medio Oriente.

Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha ribadito la sua richiesta, secondo cui i palestinesi devono riconoscere Israele come Stato ebraico. Questa, ha detto durante una conferenza stampa congiunta con la cancelliera tedesca Angela Merkel, è una condizione per arrivare all'obiettivo della soluzione di pace in Medio Oriente.

Il premier israeliano ha anche chiesto "sanzioni paralizzanti" contro l'Iran per impedire al Paese di dotarsi di armi nucleari.


GUERRA SENZA RISPARMIO.

Da qualche mese il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, insiste sulla ritorma della Pubblica Sicurezza, una revisione completa della legge 121 del 1981 che smilitarizzò la Polizia e che tuttora regola il coordinamento delle Forze dell'Ordine.

«Attualizzarla, non Stravolgerla» dice Maroni.

Il suo sogno, mai espresso apertamente ma neanche smentito, è trasferire in futuro i Carabinieri, dalla Difesa al Viminale, da cui già oggi dipendono per le funzioni di Ordine Pubblico. L'obiettivo raggiungibile concretamente. Per ora, è un coordinamento che eviti sprechi e garantisca più sicurezza alla cittadinanza. Comunque vada, sarà una rivoluzione. E Maroni ha anche indicato i tempi della riforma: due anni, cioè entro il trentennale della legge 121 che ricorrerà nel 2011.

Un impegno che non sarà facile realizzare. Il Capo della Polizia. Antonio Manganelli, sta già lavorando a un progetto che rimoduli «le articolazioni territoriali delle forze di polizia a carattere generale», Ps e Carabinieri, come lo stesso Maroni annunciò il 13 gennaio in Senato.

Un lavoro lungo e diplomatico che al momento non prevede lo spostamento dell'Arma sotto il Viminale ma cerca di individuare il modo migliore per razionalizzare quanto esiste. Certo non fu per caso che in gennaio Maroni inviò in Francia due dirigenti del suo ministero per studiare la «rivoluzione francese» attuata da Nicolas Sarkozy: lo spostamento della Gendarmeria, equivalente all'Arma dei carabinieri, alle dipendenze del Ministero dell'Interno. Il gendarme resta militare pur prendendo ordini dal prefetto.

Oltralpe, però, le sovrapposizioni italiane non ci sono, perché ai gendarmi sono affidati i centri minori e alla polizia le grandi città: proprio uno degli obiettivi del progetto redatto nel 1997 dall'allora sottosegretario all'Interno Giannicola Sinisi. Idea irrealizzabile secondo Marco Minniti, responsabile del dipartimento Sicurezza del Pd ed ex viceministro dell'Interno: «La divisione territoriale non è praticabile, sconvolgerebbe l'Italia» dice a Panorama. «Invece una rivisitazione profonda della legge 121 è indispensabile.

Abbiamo cinque forze di polizia più quelle regionali, provinciali e locali. Cosi come nella legislatura guidata dal centrosinistra varammo con il centrodestra una riforma che pareva impossibile come quella dei servizi segreti, oggi possiamo arrivare a im risultato condiviso». Nell'audizione dinanzi alla commissione Antimafia del 2 aprile Maroni espose con chiarezza le sue preoccupazioni. Nei prossimi cinque anni diverse migliaia di poliziotti e carabinieri andranno in pensione e già oggi tutte le forze dell'ordine lamentano una carenza complessiva di circa 23 mila uomini. Anche se nel 2009 saranno arruolati 2.800 poliziotti e carabinieri, secondo il ministro sarà impossibile assumerne altri 20 mila nei prossimi 4 o 5 anni. E dunque va rivisto «il modello organizzativo che vede una sola competizione sul territorio» tra PS e Arma, spesso causa di «diseconomie che devono essere superate».

Impresa complicata, se solo si pensa che l'Italia è da tempo sottoposta a una procedura d'infrazione da parte dell'Ue per non avere ancora organizzato il 112 come numero unico per le emergenze: resta uno dei cinque centralini esistenti. mentre da anni è il numero unico d'emergenza in tutta Europa. E sembra altrettanto difficile unificare le sale operative, nonostante gli esperimenti positivi di centrali interconnesse come quelle di Trieste (dove una richiesta d'aiuto viene girata a chi è più vicino, compresi i vigili urbani) e di Rovigo.

Maroni sa che dovrà scontrarsi con interessi e abitudini consolidati, tuttavia non nasconde di avere studiato i modelli organizzativi di tutti i Paesi europei che «vanno nel senso di una concentrazione delle forze di polizia, di un coordinamento stretto, dell'eliminazione di corpi esistenti per prevedere un sistema omogeneo e che funzioni».
Lo disse in maggio al forum delle polizie locali a Riva del Garda. Proprio la riforma delle polizie locali è considerata dal governo il passo successivo al decreto sicurezza già approvato, e su di essa concordano rutti, dal PD al PdL.

Nella maggioranza l'anima di AN, storicamente vicina ai carabinieri, alza le antenne quando teme qualcosa di simile a un ridimensionamento dei loro poteri. A cominciare dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che nel difendere i «suoi» carabinieri insiste, anche lui, sull'abbattimento dei costi e sul migliore coordinamento. «Le funzioni dell'Arma, che compirà 200 anni nel 2014, non si toccano» premette Filippo Ascierto, deputato di lungo corso, membro della commissione Difesa e maresciallo dei carabinieri, però «tra i ministri dell'Interno Maroni (a sinistra) e della Difesa La Russa, razionalizzare ed eliminare le sovrapposizioni è indispensabile». Recupero di efficienza e risparmi sono possibili perché secondo il ministro dell Interno «non è più possibile avere presidi sul territorio che alle 8 di sera chiudono per carenza di personale». Non è casuale il riferimento alle Stazioni dei carabinieri.

Struttura decisiva nel controllo del territorio che va rafforzata anche secondo Filippo Saltamartini (PDL), vicequestore aggiunto della Polizia di Stato e oggi senatore membro dell Antimafia. Il primo passo sarà evitare sprechi e doppioni nel controllo del territorio tra Arma, Polizia e Finanza. Raggiungere un migliore coordinamento significa anche definire un punto di mediazione. Ci sono zone con Polizia, Carabinieri e Finanza e altre prive di controllo: in molte aree toccherà probabilmente all'Arma riorganizzarsi, quasi come una doverosa disponibilità dopo avere ottenuto l'autonomia dall'Esercito diventando la quarta forza armata.

Nello stesso tempo gli ufficiali dei Carabinieri porrebbero essere destinati agli stessi incarichi dei prefetti senza per questo rinunciare alla carriera militare. «Un loro maggiore coinvolgimento ai vertici dell'Ordine Pubblico potrebbe essere un giusto riconoscimento» riflette ancora Minniti. «Perché non pensare in futuro a un carabiniere capo della Criminalpol?». Ipotesi, naturalmente.

Dal centrosinistra arrivano messaggi che incoraggiano Maroni ad andare avanti, tanto da far proporre a Minniti «un piano straordinario di controllo del territorio anche per decreto legge».
Come ha detto Maroni, ci sono tante idee e proposte diverse. Tra non molto arriverà il momento della sintesi. (Fonte: Panorama - Stefano Vespa)

GIANCARLO CAPALDO. N'DRANGHETA E......






LA CRIMINILITA' E' PADRONA DEL LITORALE LAZIALE. LEGGI QUI
. E QUI.





COSSIGA: BERLUSCONI, LETTA,.....




E, se non sbaglio, Gianni Letta...... Leggi.







BRACCIALI ELETTRONICI, PER DETENUTI. SPESI 6 MILIONI DI EURO. RICORDATE?


Chi si ricorda dei 350 braccialetti elettronici che dovevano servire per il monitoraggio dei detenuti agli arresti domiciliari? Voluti nel 2001 dall'allora premier Giuliano Amato, dal ministro degli Interni Enzo Bianco e da quello della Giustizia Piero Passino, costano ancora 6 milioni di euro l'anno per il noleggio, ma non vengono utilizzati. Si sono dimostrati inefficaci e per questo sono tenuti in una stanza blindata al Viminale.

La denuncia di Donato Capece, sindacalista delle guardie penitenziarie del SAPPE, è di quelle che lasciano il segno ed è stata inserita in un'interrogazione parlamentare del senatore radicale eletto nelle liste del PD Marco Perduca. Purtroppo il contratto firmato con Telecom Italia nel 2001 obbliga lo Stato a pagare e a non poter usare altre apparecchiature fino al 2011.I braccialetti elettronici dovevano servire ad alleggerire la tensione sulle carceri e sulle guardie penitenziarie, che hanno una carenza di organici che sfiora le 10 mila unità e un arretrato di straordinari di 50 milioni per gli ultimi sei anni.


NARCISO E' FURIBONDO. MA HA RAGIONE.

Sono sconcertato dall'atteggiamento dell'opposizione. In tutta Europa il tema dell'immigrazione è considerato una questione di interesse nazionale, sulla quale maggioranza e opposizione si confrontano. Ovunque, tranne che in Italia, dove l' opposizione specula anche sulle tragedie, pur di attaccare il governo. Solitamente misurato fino ai limiti dell'algore, stavolta Franco Frattini sembra davvero furibondo. E in questa conversazione con Panorama il ministro degli Esceri ne ha per tutti: per il Pd (non tutto, però) e per l'Idv, per le intemperanze della Lega, per gli egoismi dei nostri partner nordeuropei e dei nostri vicini maltesi.

L'agosto, decisamente, non sembra fatto per regalargli troppo riposo. L'anno scorso scoppiò il conflitto tra Russia e Geòrgia. Stavolta sulla quiete ferragostana si è abbattuto il caso dei cinque naufraghi eritrei raccolti nei pressi di Lampedusa (forse gli unici sopravvissuti tra 78 partici dalla Libia), che ha aperto il vaso di Pandora delle polemiche. Con il governo accusato di inumanità e ritenuto quasi responsabile di strage; e a sua volta accusatore del centrosinistra e della Uè, che continua a considerare gli arrivi via mare dei disperati africani come un problema dei soli paesi mediterranei.

A indignare Frattini sono l'arrivo di una mozione contro l'esecutivo italiano annunciata al Parlamento europeo dal gruppo dipietrista e la (pubblicizzata) visita del segretario del Pd Darlo Franceschini (secondo il quale il governo «è razzista e xenofobo») a due dei naufraghi eritrei ricoverati a Palermo. «All'Italia» dice il ministro «si deve il salvataggio, non l'abbandono. Noi abbiamo salvato più vite in mare di tutti gli altri paesi europei messi insieme. Non dico che sull'intera politica estera l'opposizione debba avere un atteggiamento costruttivo, ma almeno sulle questioni che toccano la vita e la morte. I nostri partner europei sono stupefatti. Io stesso, negli anni trascorsi a Bruxelles da commissario europeo, non ho mai visto niente di simile.

In Spagna il PSE di Zapatero ha sull'immigrazione un atteggiamento ben più rigido di quello italiano, eppure mai il PPE ne ha fatto oggetto di speculazioni politiche fuori dai confini. Ecco dove sta l'anomalia italiana, ecco perché continuiamo a non essere un Paese normale: a causa dell'ossessione anriberlusconiana che acceca l'opposizione, la porta a danneggiare persino il proprio paese». Viene da chiedere, ascoltando toni così aspri, se il titolare della Farnesina scorga vie d'uscita, occasioni di ricucitura, con la legislatura appena agli inizi.
«Franceschini» è la risposta «ha cominciato male. Quella visita ai sopravvissuti con telecamere e giornalisti al seguito è stato un passo sbagliato. Sarà stato probabilmente influenzato dal clima congressuale, ma registro che Pier Luigi Bersani non l'ha seguito su questo terreno, e ciò va sottolineato. Dopo il congresso, con chi uscirà vincitore desidero francamente un confronto a tutto campo su politica estera, politica mediterranea e di immigrazione.

Certo, se dovessero vincere Franceschini o Ignazio Marino non mi faccio molte illusioni ». Ma non solo per Bersani il ministro ha parole d'apprezzamento. Con le nuove intese UE - Italia la situazione migliorerà ancora. «Da Veltroni, queste porcherie non c'erano, con lui avevamo un confronto settimanale. E si sapeva chi esprimeva la politica estera del Pd. Ora, non si sa più». Se i rapporti con l'opposizione sono una ferita sanguinante, anche quelli con la Chiesa sono una spina dolorosa. Dinanzi al dramma marittimo ferragostano, l'Avvenire ha addirittura evocato una nuova Shoah, sono arrivate critiche da CI, dalla Caritas e dal Consiglio Ponticificio per i migranti.

Con cenni delicati sul tappeto (testamento biologico, divorzio breve, pillola abortiva) e una pur fin qui misurata presa di distanza del mondo cattolico dalla vita privata del premier. C'è da drizzare le antenne. Ma Frattini non si mostra troppo preoccupato. «Con la Chiesa, a differenza che con il PD, noi ci confrontiamo. E il salvataggio di ogni vita umana è per loro come per noi un punto irrinunciabile. Inoltre la Chiesa sa bene che abbiamo l'obbligo iscituzionale di rispettare la legge europea che prevede il respingimento e il rimpatrio dei clandestini». E allora? Per il ministro all'origine delle tensioni ci sono le intemperanze leghiste, il crescendo di uscite al vetriolo (fino alla minaccia di rivedere i Patti lateranensi) che il Carroccio ha scagliato, già dall inizio della vicenda, contro le gerarchie. «Quando importanti prelati vengono definiti "i soliti catto-comunisti che hanno ormai perso il catto.

Bisogna smetterla con questi toni». Dopo il Pd e la Lega, il Frattini furioso ne ha pure per i partner dell'UE. Basta chiedergli, viste le sue accuse all'inerzia di Bruxelles che finora sulla lotta all'immigrazione via mare ha lasciato l'Italia da sola, dove fosse lui tra il novembre del 2004 e il maggio del 2008, quando era euro commissario con delega proprio all'immigrazione. «Intanto» premette «la Commissione europea adotta finalmente un piano per la ridistribuzione dei rifugiati tra rutti i 27 paesi, che è anche frutto del mio lavoro. Poi, certo, il piano dovrà essere esaminato a ottobre dal Consiglio Europeo, e può darsi che qualche Stato non ci sta e blocchi tutto. Perché finché non entra in vigore il trattato di Lisbona che introdurrà le decisioni a maggioranza qualificata (e qui occorre tra l'altro aspettare il referendum irlandese di ottobre, ndr) tutte le scelte vanno fatte all'unanimità.

Ma molti Stati potrebbero aderire ugualmente su base volontaria; e in ogni caso sapremo chi denunciare all'opinione pubblica e al Parlamento europeo. L'Italia, statene sicuri, può e deve fare la voce grossa».
Sì, ma da che parte potrebbero arrivare i veri? Frattini non si tira indietro: «Belgio, Danimarca, Germania, Austria, Polonia. Gli ultimi tre Paesi hanno assorbito in passato grandi flussi di migranti dall'Est, soprattutto turchi, e non intendono farsi carico dei nuovi immigrati da sud». Insomma, ci sarebbe da stare poco allegri, ma il responsabile della Farnesina è ottimista. «Anzitutto, cresce la consapevolezza che, con la libera circolazione prevista dal trattato di Schengen, qualsiasi rifugiato entri in Italia poi potrà andare dappertutto. Inoltre ho fiducia nella presidenza di turno della Svezia.

Tre anni fa, circa 20 mila rifugiati provenienti dal Kurdistan si diressero tutti verso quel paese, dove esisteva già una loro comunità. La Svezia, che rischiava il collasso, fu aiutata dall'Europa che accettò di dividere l'onere. E ora sono certo che vorrà ricambiare quell'aiuto».
L'auspicata redisrribuzione dei rifugiati (ormai la gran parte dei clandestini) secondo Frattini porterà a soluzione anche la contesa con Malta, che ora fa di tutto per non accogliere sul proprio minuscolo territorio le barche dei disperati. «Quando capiranno che su 500 persone ne dovranno tenere solo un paio, vedrete che le rigidità maltesi verranno meno».

E con la Libia? Il bilancio sembra in chiaroscuro, visto che da quelle coste si salpa ancora. Ma anche qui il ministro fa professione di ottimismo e regala qualche rivelazione. «E vero che dalla Libia si parte ancora, ma in proporzione di 1 a 1.000 rispetto a prima dell'accordo italo-libico. E' la prova che le ultime partenze sono organizzate da disperati isolati è nel fatto che a bordo, purtroppo per loro, non hanno più i gps e i telefoni satellitari forniti dai trafficanti di esseri umani con i quali chiedevano di essere raccolti non appena erano sicuri di essere nelle nostre acque». La situazione migliorerà ulteriormente, spiega, «perché sta per decollare un progetto UE-Italia per monitorare, via satellite, i confini meridionali della Libia, 1.500 km attraverso i quali arriva il traffico organizzato dall'Africa nera che poi punta via mare verso l'Europa».

Buone notizie anche sul fronte della collaborazione con la Libia nei loro campi d'accoglienza. L'iniziale resistenza a ospitare funzionari dell'Italia e dell'ONU per accertare in loco chi abbia o no diritto all'asilo è venuta meno. «L'UNHCR (l'agenzia ONU per i rifugiati, ndr) ha già aperto un ufficio a Tripoli. E ai libici non dispiace certo se gli preleviamo qualche centinaio di persone in regola per venire in Europa». Prima di rituffarsi nelle ultime giornate di vacanza, il ministro ci tiene a smentire una preoccupazione esternata da vari comandanti di pescherecci, convinti che con la nuova legge sulla sicurezza dare soccorso ai clandestini comporti un accusa di favoreggiamento. «Sciocchezze senza fondamento. Anzi, sarebbe reato fare il contrario». (Fonte Panorama - Stefano Brusadelli)

Thursday, August 27

ARTIC SEA: IL MOSSAD E L'IRAN.

WASHINGTON - La misteriosa Arctic Sea è come la balena delle favole: nella sua pancia puoi trovare di tutto. Le autorità russe, dopo tante smentite, hanno affermato che il carico della nave «dirottata» in agosto poteva essere costituito «non solo dal legno finlandese» destinato all'Algeria. E dunque, ha aggiunto il capo della Commissione d'inchiesta Alexander Bastrykin, andremo fino in fondo per capire cosa sia realmente accaduto sulla nave sparita in Atlantico e ritrovata a metà d'agosto alle isole Capo Verde. «Entro dieci giorni avremo una risposta», assicurano gli inquirenti. Un tempo necessario per torchiare gli improbabili pirati e l'equipaggio. Quindi per esaminare a fondo la nave, una volta che sarà arrivata a Novorossiisk, sul Mar Nero. Infine per confezionare una verità accettabile. L'impressione è che non solo il cargo ma anche il Cremlino abbia qualcosa da nascondere. E, anche alla luce delle dichiarazioni di Bastrykin, l'ipotesi del «carico segreto» non è più una semplice speculazione. L'ultimo scenario nella saga del Baltico chiama in causa il Mossad. Fonti giornalistiche russe hanno sostenuto che i Servizi segreti israeliani avrebbero abbordato la nave in acque svedesi (24 luglio) per bloccare una fornitura di missili da crociera X-55 e anti-aerei 8300 all'Iran. Un blitz camuffato da atto di pirateria per stroncare un contrabbando che andava avanti da tempo. Un'azione alla James Bond seguita da una visita del presidente israeliano Peres a Mosca: l'incontro ufficiale sarebbe però servito per chiedere spiegazioni al Cremlino. La Arctic Sea avrebbe imbarcato le armi a Kaliningrad in giugno, un mese dopo ha raggiunto uno scalo finlandese per caricare una partita di legno, poi è salpata il 23 verso l'Algeria. Un'altra versione comparsa sulla Pravda indica, invece, come responsabile dell'operazione «una potenza occidentale» che avrebbe deciso di far emergere la storia per mettere in imbarazzo i russi. Mosca, a questo punto, avrebbe reagito «in modo isterico». Insistono le fonti locali, che Putin fece mobilitare la Flotta per arrivare alla Arctic Sea prima di altri e conoscerne il contenuto. Una mossa protetta da un fitto sbarramento di notizie false o confuse. Mosca ha ammesso di aver mentito per mischiare le carte. Comportamento giustificato fino al recupero dell'equipaggio, meno dopo l'arresto dei presunti corsari. Con la «liberazione» della nave e la cattura, senza sparare un colpo, di «otto pirati» si pensava infatti che il giallo avrebbe conosciuto l'epilogo. E invece si è arricchito di nuovi episodi. I russi, per prima cosa, hanno preso a rimorchio la Arctic Sea facendo rotta per il porto del Mar Nero dove arriveranno tra qualche giorno. L'equipaggio è rimasto sotto il controllo delle autorità: strano trattamento per delle vittime di un gesto di pirateria. Altre sorprese sono arrivate dai «corsari», trasferiti a Mosca. Quando le loro foto sono apparse, i familiari di Andrei Lunev, uno dei pirati, hanno avuto uno choc: «È incredibile. Pensavamo che fosse morto tre anni fa in un naufragio e invece è vivo». Non meno bizzarra la composizione della banda. Questa la prima lista fornita dagli investigatori: un lituano, un russo, uno spagnolo, tre apolidi e due con la nazionalità da accertare. Il «redivivo» Lunev si è professato «ecologista» ma quando gli hanno chiesto il nome della sua associazione ha replicato con un «non lo so». Un altro ha detto di essere un metalmeccanico, un terzo di aver fatto il pescatore. Diversi sfoggiavano tatuaggi sulle braccia e qualcuno ha pensato di poter decifrare tra i disegni i simboli di qualche gang mafiosa. Ma un esperto lo ha escluso: «È roba da marinai militari». Da Tallin hanno suggerito che almeno sei dei criminali fossero estoni, alcuni dei quali con gravi precedenti penali. Quanti fiutano aria di imbroglio hanno avanzato dubbi su chi sia il reale proprietario del mercantile battente bandiera maltese ma registrato da una compagnia russo-finlandese. «Sono loro i veri titolari o dietro ci sono i Servizi segreti russi, dice un osservatore americano sottolineando indiscrezioni, poi smentite, trapelate da Mosca. A questo punto non resta che attendere le conclusioni dell'inchiesta, ma con la convinzione che sentiremo parlare ancora molto della Arctic Sea. (Guido Olimpio)

COMMENTO:
IL 12/08/09 (NESSUNO AVEVA COMPRESO) QUESTO ERA IL MIO POST.
IL 13/08/09 (TUTTI VEDEVANO PIRATI) QUESTO ERA
IL MIO POST.
IL 19/08/09 (TUTTI ERANO A CAPOVERDE) QUESTO ERA
IL MIO POST.

A LATO DEL BLOG, IN "CATEGORIE" VEDI "ARTIC SEA"

PERDONO. «TUTTI NE ABBIAMO BISOGNO.


A Bertone interessa che non si tocchino il Concordato e l'8 per mille e che non vincano i laici.

Non dimenticate che il Vaticano fece accordi anche con Hitler e Mussolini.

«Tutti abbiamo bisogno di perdono, ma io all'Aquila non sarei andato»: il Presidente Emerito Francesco Cossiga commenta la presenza del Premier, domani, alla Perdonanza celestiniana. E aggiunge: «Ormai è un casino. Tutti parlano a nome della Chiesa. Serve che la Segreteria di Stato prenda in mano la situazione».

Presidente, Berlusconi è il primo premier che partecipa. Lei che idea si è fatto? Premesso che non ho titolo per dare consigli a Berlusconi e tantomeno al Cardinale Bertone, io non sarei andato alla Perdonanza se fossi stato Premier e non avrei celebrato il rito se fossi stato Segretario di Stato del Vaticano, lasciandolo al Vescovo del luogo.

Perché?
Ma non lo vede che casino che è scoppiato... Alla fine Berlusconi, che era partito con l'intento di chiudere il caso, ha finito per rinfocolare una polemica con la Chiesa che non si era vista dai tempi in cui Mussolini sciolse l'Azione cattolica. Evidentemente cercava il perdono.

Ne ha bisogno? Del perdono?
Tutti ne abbiamo bisogno. Ma le pare possibile che la Curia dell'Aquila, che peraltro avrebbe fatto bene a tacere, ha detto che Berlusconi non può avere l'indulgenza perché essendosi risposato dopo il divorzio doveva confessarsi otto giorni prima e dire qualche Padre nostro eAve Maria? Un casino, appunto: la Chiesa scatenata contro il governo. Alt un momento. Ci andrei piano a parlare di Chiesa. Siamo di fronte ad alcune prese di posizione di singole personalità della Curia o della Conferenza Episcopale. Chi è questo monsignor Crociata, vescovo da otto mesi, che parla a nome del Vaticano? O quell'altro, come si chiama, monsignor Antonio Vegliò. Per non parlare dei direttori di Avvenire e di Famiglia cristiana.

Ce l'ha con Dine Beffo e don Sciortìno?
Direi che Famiglia cristiana, che più propriamente chiamerei Famiglia Allargata, hanno scelto di parlare alla fascia dei cattolici anti-berlusconiani. Certo a me, che vengo da una famiglia massonica, fa piacere che i cattolici siano diventati accesi sostenitori dello Stato unitario e altrettanto ferventi anti-federalisti, ma si capisce dove il settimanale vuole andate a parare. Mentre non trovo nessuna giustificazione agli scritti di Boffo che pur sempre dirige l'organo ufficiale della CEI e dovrebbe astenersi da attacchi politici ammantati da scelte religiose.

Serve un po' d'ordine?
Qui deve prendere in mano la situazione la Segreteria di Stato vaticana. Punto. Dalle mie parti si dice che non si possono mettere le armi in mano alle creature. E questo è il caso. Altrimenti se uno vuole giocare libero si abroga il Concordato. Se la Chiesa ritiene incrinato il vincolo che la lega allo Stato italiano per motivi etici o religiosi, proponga l'abolizione del Concordato. E infatti la Lega, che ha capito il gioco, minaccia. Quindi un conto è il magistero morale della Chiesa, un altro gli ammonimenti che a vario titolo arrivano al premier. Appunto. La Chiesa, nel corso della sua storia, non ha mai espresso giudizi personali ma solo giudizi generali da cui ognuno traeva il proprio insegnamento. Vorrei ricordare che Berlusconi è il Presidente del Consiglio in un regime concordatario. Questo pone dei limiti allo Stato verso la Chiesa ma anche alla Chiesa verso lo Stato. Tutto ciò che va oltre l'enunciazione di principi generali storpia. Si è chiesto come mai il Segretario della Conferenza Episcopale francese non ha detto nulla su Sarkozy, che è al terzo matrimonio, e sulla sua vita privata con Carla Bruni?

Però rincontro tra Berlusconi e Bertone all'Aquila sa di riconciliazione...
In quella sede secondo me non si diranno niente. Andiamo al sodo. Diversamente dalla CEI, alla Segreteria di Stato che in passato ha fatto accordi con Hitler fino a tacere sulla Shoah, che ha fatto il Concordato con Mussolini, altro discreto donnaiolo, non gliene importa proprio nulla delle donne che si tromba Berlusconi.

E che importa?
Che non si tocchi il Concordato, che non si tocchi l'8 per mille di socialista memoria, che non passino i DICO, che non venga accorciato il tempo per il divorzio, che non sia modificato alla Camera il testamento biologico. Su questi temi io ho qualche timore. I laici nel PdL sono la maggioranza, e pure nel governo dove di cattolici praticanti non ce ne sono più di quattro. Non è da escludere che si vendichino di questa offensiva dei cattolici boffìniani e sciortiniani per mandare sotto il testo sul testamento biologico approvato dal Senato.

Parliamo dei rapporti con la Libia: vale la stessa realpolitik che c'è tra la Segreteria di Stato e Palazzo Chigi?
Lei sa che io sono amico di Gheddafi. Ma al di là di questo se ci da il petrolio chissenefrega delle Frecce tricolori. Io gli avrei mandato pure l'Amerigo Vespucci, la Garibaldi con gli aerei che decollano, e pure qualche esercitazione spettacolare. Non c'è un limite alla realpolitik: la violazione dei diritti, ad esempio? Questa è la politica di Bushjr. In politica estera ci sono due imperativi: la Sicurezza dei confini e gli Affari. Le risulta che Obama si interessa delle persecuzioni dei musulmani cinesi o dei giornalisti in Russia? Mi aspetto che Uolter Veltroni scriva un libro su Obama dal titolo: Chissenefrega dei diritti civili. Noi siamo oltre. Chiaro?

ALLARME! CLIMA CHE PREOCCUPA. SICUREZZA? TERRORISMO? CRIMINE ORGANIZZATO? MACCHE'....

Dopo l'aggressione dei giorni scorsi a una coppia fuori dal GayVillage, un altro luogo simbolo della comunità omosessuale è stato attaccato. Ad essere preso di mira, il locale Qube in via del Portonaccio, sede il venerdì sera delle feste di Muccassassina, storico appuntamento settimanale della comunità gay, lesbica e transessuale della Capitale. Un luogo-simbolo, dove alcuni ignoti martedì sera hanno infranto i vetri e hanno gettato del liquido infiammabile.
«È un clima che può preoccuparci, proprio per questo ho dato mandato alla DIGOS (
Divisione Investigazioni Generali e Operazioni Speciali) di svolgere le indagini. È una questione su cui la nostra "attenzione è altissima" perché non possiamo ignorare la sequenza temporale ravvicinata con l'accoltellamento del "Gay Village", dice il Questore Giuseppe Caruso commentando l'attacco incendiario al Qube.

Mentre per il presidente della Regione Piero Marrazzo «l'intolleranza sta crescendo e mette in pericolo la dignità di un'intera città». «Siamo all'emergenza civile, la comunità gay adesso ha paura lancia l'allarme Vladimir Luxuria, exdeputata ef fondatrice di Muccassassina, il clima è quello del ventennio nazifascista, con le squadracce che andavano in giro a mettere paura agli omosessuali».


E ancora: «Quanto accaduto al Qube fa pensare a un attacco compiuto per vendicare l'arresto di "Svastichella", il nuovo eroe degli omofobi», ha detto Luxuria riferendosi all'uomo rinchiuso nel carcere di Regina Coeli con l'accusa di aver accoltellato e preso a bottigliate la coppia omosessuale all'uscita dal Gay Village, all'Eur. E proprio dal letto dell'ospedale Sant'Eugenio, dove è ancora ricoverato perle gravi ferite riportate, Dino, il gay accoltellato da " Svastichella", accusa: «Pensavo che Roma fosse una città libera, ma non è cosi. E ho perso anche il lavoro». La comunità omosessuale, dunque, adesso si sente accerchiata e ha paura. «Dopo l'aggressione al Gay Village e l'attacco al Qube, speriamo che l'escalation di violenza si fermi e che il triangolo dell'odio non si chiuda qui alla Gay Street» dice Annalisa Scamera, titolare di un altro luogo di ritrovo simbolo della comunità omossessuale, il Pub Coming Out in via San Giovanni in Laterano. Locale che, circa un anno fa, fu teatro di un altro attacco incendiario. «Dobbiamo alzare la guardia avverte Annalisa Scarnera nei locali della Gay Street distribuiremo volantini in italiano e in inglese in cui daremo consigli come comportarsi per difendersi da possibili aggressi oniomofobe». Come ad esempio, non uscire mai dai locali da soli, controllare di non essere seguiti e non parcheggiare l'automobile in strade troppo buie. «Sarà un vero e proprio decalogo dice la titolare del Coming Out ma alle istituzioni chiediamo di vigilare, perché la situazione rischia di esplodere».
E proprio per prevenire altri raid contro i frequentatori della Gay Street, i titolari dei locali della strada pensano ad avviare una "cooperativa" che si occupi di garantire la sicurezza nella zona. «Un servizio di tutela per i frequentatori dei locali omosex e per gli stessi residenti di via San Giovanni in Laterano» spiega Annalisa Scarnera.


COMMENTO: MAH!

Sicurezza la stretta sul crimine

Ad agosto è entrato in vigore il cosiddetto pacchetto sicurezza, normativa che, nota soprattutto per avere introdotto il reato di immigrazione clandestina e le ancor più criticabili ronde, si occupa, invece, di numerosi altri aspetti, che rischiano di passare quasi inosservati. Tacendo di altri, infatti, va ricordato come una parte dell'articolato è dedicata a misure di contrasto alle mafie, che, muovendosi in una condivisibile logica non di tipo strettamente penalistico, introducono numerose e importanti novità. Si va dalle modifiche in senso molto restrittivo del regime detentivo del 41 bis a quelle che razionaiizzano la gestione dei beni confiscati. E, ancora, a misure di prevenzione patrimoniale, al conferimento di maggiori poteri ai prefetti per evitare infiltrazioni della criminalità negli appalti pubblici fino alla riscrittura della norma che regola lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali per infiltrazione e condizionamento mafioso. La stesura originaria di questa norma, l'articolo 143 del Testo unico sugli, enti locali, che risale al 1991, nasceva dalla presa d'atto di quanto per le organizzazioni di tipo mafioso fosse importante il controllo degli enti locali. Sono proprio questi ultimi ad essere i principali centri di spesa in alcuni territori; erogano, fra gli altri, servizi in materia di assistenza, rilasciano concessioni edilizie o autorizzazioni in materia ecologica. Le competenze degli enti locali fanno gola alle mafie sia perché rappresentano occasioni di arricchimento sia perché, attraverso il loro controllo si rafforzano il potere ed il consenso sociale. Ed è per tale ragione che le mafie brigano per avere amministratori collusi o conniventi. La normativa prevedeva, in presenza di infiltrazioni criminali, e conseguenti condizionamenti della vita amministrativa, lo scioglimento temporaneo (da 18 mesi a 2 anni) degli organi elettivi e la sostituzione di essi con amministratori di nomina prefettizia. Pur ricevendo qualche critica, l'istituto ha dato negli anni buona prova di sé ed è stato uno strumento molto utile per arginare lo strapotere mafioso nelle istituzioni. Da tempo, però, anche da parte degli addetti ai lavori, si avvertiva l'esigenza di una sorta di «tagliando»; nella precedente legislatura, la Commissione Antimafia aveva predisposto un testo, approvato in modo bipartisan, che non si era riusciti a far licenziare dal Parlamento; proprio quel testo, opportunamente recuperato, è finito nel pacchetto sicurezza. Un esame approfondito richiederebbe altri spazi e quindi ci si limiterà a rimarcare alcune delle novità più interessanti. Una prima attiene agli organi potenzialmente interessati dai provvedimenti amministrativi repressivi. Con il precedente testo si potevano sciogliere solo gli organi elettivi, l'esperienza, però, aveva evidenziato come spesso i condizionamenti mafiosi si concentrassero anche sulle strutture burocratiche degli enti (come uffici tecnici, finanziari ed edilizi) che, dalla riforma Bassanini in poi, esercitano un potere di gestione più penetrante e duraturo di quello degli organi elettivi. La nuova normativa consente la verifica dei collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata anche «con /riferimento al segretario comunale o provinciale, al direttore generale, ai dirigenti ed ai dipendenti dell'ente locale», accertati i quali, potrà, poi, essere adottato «ogni provvedimento utile a far cessare il pregiudizio ... ivi inclusa la sospensione dell'impiego del dipendente, con avvio di procedimento disciplinare, ovvero la sua destinazione ad altro ufficio o mansione». In tal modo sarà possibile ridurre le capacità di controllo amministrativo di quella che viene definita la «burocrazia mafiosa». Altro punto nodale della riforma è la previsione di incandidabilità degli amministratori «responsabili delle condotte che hanno dato causa allo scioglimento». Si colma così una lacuna della precedente legge che, nulla prevedendo, consentiva agli amministratori dell'ente sciolto di ripresentarsi anche alle elezioni immediatamente successive, vanificando l'effetto positivo del commissariamento. È una novità «pesante» perché infrange un vero e proprio tabù, secondo il quale solo le condanne possono impedire le candidature. I risultati concreti, però, saranno tutti da verificare sia perché l'incan- didabilità non consegue automaticamente, ma richiede una pronuncia del tribunale, con tempi che rischiano di "essere incompatibili rispetto all'effetto sperato, sia perché essa è limitata ad un unico turno elettorale relativo, fra l'altro, alle sole elezioni regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali che si svolgono nella regione nel cui territorio si trova l'ente sciolto. Pure importante è la previsione di specifiche scansioni temporali per il completamento dell'iter amministrativo e l'obbligo per il governo, anche in caso in cui non si proceda ascioglimento, di adottare comunque un decreto in cui si dia conto degli esiti delle attività di accertamento, provvedimento che potrà divenire pubblico secondo modalità da disciplinarsi dal ministro dell'Interno. In conclusione, il giudizio sulla riforma è certamente positivo anche se, permanendo ampiamente discrezionali i presupposti per lo scioglimento, saranno le concrete scelte governative che dimostreranno l'effettiva efficacia delle innovazioni per il contrasto alla mafia. Raffaele Cantone

Somalia, liberato uno degli agenti francesi.

Secondo fonti vicine ai rapitori è stata pagata una parte del riscatto a miliziani che sono stati convinti a disertare. Leggi

Napoli e il suo hinterland, dove perdura un "aggressivo modello gangsteristico"

La Dia: «Si assiste al perdurare di un aggressivo modello gangsteristico» Gli affari della camorra tra piazze di spaccio e business dei rifiuti Gemma Contin Bemardo Provenzano, nella sita tana sulla Montagna dei Cavalli, quando è stato arrestato dagli uomini di Renato Cortese stava guardando il Padrino, film cult degli Anni Settanta di Francis Ford Coppola, tratto dall'omonimo long seller di Mario Puzo. Allo stesso modo Giuseppe Bastone, 28 anni, napoletano, inserito nell'elenco dei cento latitanti più pericolosi d'Italia, considerato dagli inquirenti il "referente" del clan degli Scissionisti per lo spaccio di droga, stava guardando Camorra, il film di Matteo Garrone tratto dal celeberrimo e celebrato libro di Roberto Saviano, quando è stato catturato dai carabinieri di Casoria che lo hanno rintracciato a Scampìa, quartiere "simbolo" alla periferia di Napoli, asserragliato in un bunker-galera di tré metri per tré dove, mentre a chi soffre di claustrofobia manca il respiro solo a dirlo, il camorrista si era organizzato con tanto di tiwù al plasma, megamonitor ultrapiatto, videoregistratore, lettore dvd, antenna parabolica, decoder e ogni altro gadget tecnologico in grado di alleviare e allietare la latitanza "in casa" del boss. L'episodio, assieme all'arresto in un hotel di Rimini - dove si godeva la sua movida estiva pagandosi ie vacanze spacciando hashish - di uno dei figli del capo dei Casalesi Francesco "Sandokan" Schiavone, è un buon "movente" per parlare di camorra, secondo i dati offerti dalla relazione della Dirczione investigativa antimafia che alla mafia napoletana, o meglio alla "criminalità organizzata campana", dedica un capitolo di 77 pagine articolato provincia per provincia con tanto di nomi, localizzazioni e filiere di business, difese da «dinamiche violente finalizzate a consolidare la propria influenza mafiosa sui tenitori di elezione». Dice la Dia di aver voluto fecalizzarsi «sugli indotti economico-patrimoniali dei sodalizi e sulle loro capacità di infiltrazione nella sfera imprenditoriale» che confermano «l'operatività complessiva di tale agglomerato criminale per la penetrazione nel bacino produttivo campano, con la correlativa capacità di inquinare segmenti di mercato particolarmente redditizi, quali il ciclo dei rifiuti. La pressione camorristica sulla società campana, proprio in ragione dei caratteri di pervasività e di profonda penetrazione di tale matrice criminale - insistono gli investigatori - costituisce un fenomeno parassitario di elevate dimensioni globali a livello regionale, tanto da costituire una pesantissima remora sulle prospettive di sviluppo». Pare di leggere non solo il libro di Saviano ma anche le inchieste della giornalista della redazione di Caserta del Mattino Rosaria Capacchione e soprattutto le sentenze al processo "Spartacus" del magistrato Raffaele Cantone. Infatti, precisano gli esperti della Dia, usando quasi gli stessi termini identificativi: «Nell'alveo di tale sistema mafioso, definito appunto 'o sistema dai medesimi sodali, si consolida progressivamente un'architettura di servizi delittuosi che riesce a saldare le forme associative più qualificate con la criminalità comune, favorendo alleanze e scomposizioni, anche con scontri violenti tra fazioni, che hanno diffuso nel tessuto sano della società una significativa percezione di insicurezza». I contesti più pervàsi e a rischio sono Napoli e il suo hinterland, dove perdura un «aggressivo modello gangsteristico»; e poi «l'intera provincia del capoluogo, anche a fronte di significative presenze di degrado urbano e sociale, con forti spinte attrattive del sistema criminale che drena costantemente nuove leve sollecitate dalle facili lusinghe di arricchimento rapido garantito dai mercati illegali esistenti, primo quello degli stupefacenti». Di «un'endemica presenza criminale» sono impestati anche i comuni a nord della provincia di Salemo, nell'Agro Nolano, nel Vallo di Lauro e in molti comuni avellinesi, marchiati oltre che dal traffico di droga anche da una diffusa pratica estorsiva; e poi nell'Agro Aversano, sul litorale domizio, in provincia di Caserta dove si registra, scrive la Dia, «l'espressione più evoluta del "sistema camorristico", che nelParco di un ventennio è riuscita ad evolvere dal paradigma predatorio classico a un modello di "camor- ra imprenditrice", con traffici illeciti estesi in un assetto geo-economicocriminale di livello addirittura transnazionale». Si arriva così al "triangolo della morte" di Casal di Principe, Castelvolturno, Mondragone, dominio incontrastato dei Casalesi, che comprende anche luoghi simbolo, come Villa Literno, dello sfruttamento non solo criminale di migranti e manodopera al nero. Attraverso il sapiente dosaggio di attività di infiltrazione economica e di un'indiscussa organizzazione "militare", i Casalesi, secondo la Dia, «si sono espansi nell'intera provincia e nel Basso Lazio, giungendo a esercitare una sensibile pressione criminale sul territorio, atta a indurre forme di collusione passiva in determinati settori della società civile». La Dia, tuttavia, incentra la massima parte del suo "schema interpretativo" riferito all'organizzazione manosa campana, attorno a quello che considera l'attività prevalente - quasi esclusiva - della camorra, e doè il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti: «II fenomeno complessivo, caratterizzato da assetti gestionali a carattere transnazionale, viene sviluppato dalle consorterie camorristiche attraverso: l'individuazione delle aree di produzione e di approvvigionamento, in sinergia con le organizzazioni che producono le droghe; i rapporti con i vari brokers (produttore, importatore, distributore); strategie finanziare ad hoc per il supporto ai traffici che comprendono le tecniche volte a dissimulare le transazioni economico-finanziarie e ad occultare i proventi illecitamente acquisiti; la creazione di canali di traffico che assicurano flussi costanti di droghe e vanno ad alimentare i mercati di competenza; l'individuazione di tutti quei mezzi ritenuti idonei a garantirne il trasporto in sicurezza nelle vàrie fasi di importazione e successiva distribuzione sul territorio nazionale; la realizzazione di basi logistiche adibite allo stoccaggio della mercé in attesa delle sue destinazioni e dello spaccio; l'individuazione e la gestione delle reti di distribuzione all'ingrosso e al dettaglio, in sinergia con un vasto insieme di soggetti, procacciatori, spacciatori e vedette, che costituiscono la rete delle piazze di spaccio». n numero dei sodalizi attivi, secondo la Dia, sarebbero di 35 più 5 gruppi minori a Napoli città, di 41 gruppi più 14 minori nella provincia di Napoli, 6 più 3 a Benevento e provincia, 4 ad Avelline, 13 a Salemo, e un solo cartello" a Caserta, egemonizzato dai Casalesi, da cui dipendono vari "gruppi di fuoco". Nel 2008 le segnalazioni di fatti-reati per associazione mafiosa sono state 59 contro le 74 in media ogni anno nel triennio precedente (2005-2007). Quelle per associazione a delinquere "semplice" sono state 111 contro le 150 del 2007,180 nel 2006,235 nel 2005. Gli omicidi di tipo mafioso sono stati 58 nel 2008, 88 nel 2007, 65 sia nel 2006 che nel 2005, 102 nel 2004. «Il territorio della provincia di Caserta è stato teatro dei reati più cruenti, tra i quali sicuramente l'eclatante agguato compiuto a Castelvoltumo il 18 settembre 2008 nei confronti di sei soggetti africani». Le estorsioni e il connesso circuito dell'usura «rappresentano per la criminalità organizzata campana una fonte primaria di reddito, con 1097 segnalazioni di fatti-reati di estorsione e 88 di usura nel 2008. Il fenomeno delle estorsioni, che nell'ultimo anno ha visto un numero di segnalazioni in calo, aveva raggiunto quota 1380 nel 2007; 1198 nel 2006,1085 nel 2005,1002 nel 2004. Quello dell'usura presenta una "serie storica" di 130 segnalazioni nel 2007, 70 nel 2006,99 nel 2005,58 nel 2004. I reati spia di successive estorsioni, come i danneggiamenti, hanno raggiunto quota 14423 nel 2008,15000 nel 2007,14000 nel 2006, poco meno di 13000 nel 2005 e poco più di 10000 nel 2004. Hanno subito un'impennata invece gli incendi (altro reato spia) che nel 2008 sono stati segnalati in 1467 casi, contro i 1150 del 2007, 1010 nel 2006, 998 nel 2005, 980 nel 2004. Come si vede, contro un numero di reati spia pari a quasi 15000 danneggiamenti e 1500 incendi, le segnalazioni di estorsione sono state 1100, meno del 10% delle minacce avvenute con danneggiamento materiale o incendio di beni. Il che la dice lunga da un lato sul grado di "controllo" mafioso del territorio, ma dall'altro è rivelatore anche di una sorta di impotenza, se non di inesistenza, delle organizzazioni "civili", dalle associazioni antimafia alle organizzazioni delle categorie economiche come la Confindustria, la Confcommercio, la Confesercenti, eccetera, ma anche Istituzioni e amministrazioni locali, a far sentire una voce di condanna limpida e ferma contro la camorra e le troppe acquiescenze di cui riesce ad avvalersi. Silenzio tanto più inquietante ess.endo la Campania, dice la Dirczione investigativa antimafia, «la regione ove i segnali di infiltrazione e di condizionamento della Pubblica Amministrazione sono stati più forti e visibili, tanto da detenere il primato di Enti commissariati» (Comuni, Asi, altri consorzi locali). Infine, «in relazione al fenomeno di riciclaggio, va evidenziato da un lato l'assetto estremamente diversificato delle attività economiche presenti sul territorio - scrive la Dia - e dall'altro l'alto livello di illegalità registrato nella regione, ove non mancano i soggetti in grado di coniugare interessi illeciti ed operazioni apparentemente legali». L'insieme dei fattori elencati,concludono gli uomini della Dia, permette di affermare che «la Campania è costituita da un terreno estremamente fertile per il riciclaggio-reinvestimento di proventi illeciti, specialmente tramite l'acquisizione di unità immobiliari, attività .commerciali, esercizi pubblici, mediante prestanome che tendono ad allontanare formalmente l'effettivo titolare dei beni dall'utilizzo di proventi di natura illecita: il riciclaggio quindi è spesso collegato al fenomeno del reimpiego dei capitali». Ed è, questo, un aspetto peculiare delle attività delle mafie, che consente ai boss di rientrare in possesso e di poter utilizzare i patrimoni criminali alla luce del sole, sotto falso nome, con investimenti, inquinamenti finanziari, forzature e falsificazioni dei fenomeni economici, che andranno appositamente analizzati e messi in luce.