Wednesday, September 30



Premessa


«È mia ragionata e ragionevole convinzione, suffragata da fortissimi indizi, che Aldo Moro [(1916-1978)] fosse stato rapito dalle Brigate Rosse guidate dal KGB [(1)], convinzione divenuta certezza dopo aver raccolto presso la Procura di Budapest le prove materiali della relazione organica fra servizi sovietici e brigatisti italiani» (2). Queste parole si riferiscono a uno dei filoni del lavoro, svoltosi nel quasi totale silenzio della stampa italiana, della Commissione parlamentare d’inchiesta concernente il cosiddetto «dossier Mitrokhin». Presidente di questa Commissione — di cui facevano parte rappresentanti della maggioranza e dell’opposizione — è stato il giornalista e senatore Paolo Guzzanti.
Quando i lavori della Commissione si conclusero, la stampa internazionale e soprattutto le televisioni dedicarono più di duemila servizi ai riscontri contenuti nella relazione finale, mentre in Italia ne parlarono solo pochi giornali.
Il fine istituzionale della Commissione era di «[…] accertare la veridicità e l’affidabilità delle notizie contenute nel dossier Mitrokhin, senza alcuna strumentalità e propaganda di parte, ma con l’obiettivo di cercare di ricostruire quello che è avvenuto in Italia in anni cruciali che hanno interessato straordinari cambiamenti politici e sociali; anni funestati da stragi, terrorismi, assassinii, ma anche anni caratterizzati da una straordinaria ripresa economica e da una grande partecipazione popolare alla vita politica del paese» (3).
Inoltre si segnalava che dal dossier Mitrokhin «[…] emerge chiaramente che il KGB era presente in Italia con contatti nella politica, nella pubblica amministrazione, nell’imprenditoria, nel giornalismo e nella Chiesa. Partendo proprio da questo ultimo dato e da quanto scritto nell’ultimo libro del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II [(1978-2005)] dal titolo “Memoria ed identità” — in cui per la prima volta parla dell’attentato alla Sua persona come “una delle ultime convulsioni delle ideologie della prepotenza scatenatesi nel XX secolo” — la Commissione ha ritenuto opportuno avviare un ciclo di audizioni al fine di verificare l’eventuale ruolo svolto dal KGB e dai Servizi segreti dei Paesi dell’ex Patto di Varsavia nell’attentato del 13 maggio 1981» (4)
La Commissione ha inoltre effettuato missioni in Francia e in Ungheria al fine di acquisire materiale documentale nell’ambito dell’inchiesta.


2. Mitrokhin, il suo dossier e il Sismi (5)


Ma vediamo ora di analizzare la figura di Mitrokhin e come viene alla luce il suo famoso dossier.
Vassilj Nikitich Mitrokhin nasceva nel 1922 nel distretto di Ryazan (Russia Centrale) e partecipa alla Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) come ufficiale dell’esercito. Nel 1944 si laurea in diritto e inizia la carriera nell’intelligence esterna sovietica. Alla fine del 1956, a seguito di sue moderate critiche riguardanti il modo in cui era stato diretto il KGB, viene rimosso dalle operazioni all’estero. La svolta in quella che sarà presto la sua «odissea intellettuale», come lui stesso la definì, avvenne però nel 1968 a seguito della repressione della «Primavera di Praga», da cui Mitrokhin capì che il sistema comunista era ormai irreformabile. Da allora egli cominciò a maturare l’idea di compilare un archivio che documentasse le operazioni del Kgb all’estero, come tentavano di fare coraggiosi dissidenti con la stampa clandestina — il cosiddetto «samizdat», cioè «edito in proprio». Per una curiosa e fortunata coincidenza nel giugno del 1972 Mitrokhin divenne responsabile dell’archivio centrale del KGB a Mosca e per dodici anni, cioè fino al suo pensionamento avvenuto nel 1984, riuscì a trascrivere a mano una enorme quantità di documenti top secret che poi ribatteva a macchina e riordinava nella sua dacia di campagna nei fine-settimana. Con la sua scelta, ovvero quella di trascrivere documenti segretissimi, Mitrokhin rischiò la vita assieme a quella della sua famiglia, in quanto, se fosse stato scoperto, sarebbe stato di certo fucilato senza tanti processi.
Dopo la fine, nel 1991, dell’Unione Sovietica Mitrokhin riuscì l’anno successivo a trasferire la sua documentazione fuori dal Paese. Infatti, nella notte fra il 23 e il 24 marzo 1992, proprio come in una perfetta spy story, Mitrokhin riuscì a raggiungere in treno Riga, capitale della Lettonia ormai indipendente, portando con sé una parte del suo archivio opportunamente selezionato e nascosto in una valigia: lì riuscì ad avere un incontro presso l’ambasciata britannica dopo un fallito tentativo con quella americana. I diplomatici inglesi capirono subito di avere di fronte del materiale scottante che si sarebbe rivelato una fonte di informazioni d’importanza straordinaria. Verso la fine di quell’anno autorizzarono pertanto l’ingresso in Gran Bretagna di Mitrokhin, che portò con sé, assieme alla sua famiglia, anche tutto il prezioso archivio. Mitrokhin visse così in una località segreta fino alla morte, avvenuta nel 2004.
Il prodotto del lavoro svolto da Mitrokhin era composto da quasi trecentomila schede, che vennero decodificate, tradotte e classificate da personale del servizio segreto inglese sotto l’attenta e pignola supervisione dell’archivista russo. Le schede vennero poi consegnato ai governi di ciascun Paese cui i report si riferivano: all’Italia, in un arco di tempo dal 1995 al 1999, vennero recapitate 261 schede.
Però il Sismi, il servizio segreto militare italiano, evitò accuratamente di incontrare e di ascoltare il teste «Impedian», ovvero Mitrokhin, nonostante gli fosse stata offerta questa opportunità dal servizio inglese «[…] per ottenere tutti i chiarimenti che avrebbe potuto dare sulle identità, le attività, il ruolo e l’importanza delle persone» (6).


3. La fase del terrorismo e il «caso Moro»


Come emerso da fonti ufficiali tedesche, austriache e ungheresi, nonché dai verbali dei ministri della Difesa del Patto di Varsavia, dagli anni 1950 fino alla metà degli anni 1980 il blocco sovietico aveva allestito dei piani di invasione dell’Europa occidentale.
Una osservazione molto attenta ci permette di notare fra l’altro di notare come le direttrici di invasione nel nord Italia previste dai piani sovietici coincidessero inquietantemente con le città che videro la nascita, lo sviluppo e il radicamento delle Brigate Rosse comuniste. E queste esaurirono la fase della lotta armata verso la fine degli anni 1980, proprio — e forse non è un caso — con la crisi e con la fine del comunismo in Europa.
Il piano di attacco al nostro Paese prevedeva la conquista del Nord Italia con l’impiego di circa trecentomila effettivi: eppure, nonostante l’entità di questa massa umana che sarebbe stata scatenata al nostro confine orientale, l’invasione non sarebbe stata possibile — in primo luogo l’attraversamento delle Alpi —, se a tergo delle linee italiane non si fosse organizzato un caos incontrollabile mediante l’eliminazione di centri strategici di reazione tramite assassini, sabotaggi e attentati (7).
Il delitto Moro si inserisce in questo contesto, in quanto «è un dato di fatto accertato che durante la sua prigionia furono sottratti i piani segreti della difesa da un’invasione, contenuti nella cassaforte del Ministro della difesa» (8) e in particolare i piani di quelle operazioni dietro le linee amiche, denominato «Stay behind», che avrebbe dovuto scattare come risposta all’invasione delle forze del Patto di Varsavia.
«La cattura dell’ostaggio cartaceo rappresentato dai piani militari durante il rapimento Moro è probabilmente la ragione stessa del rapimento» (9). «L’obiettivo del GRU [(10)] consisteva nell’ottenere da e tramite il presidente Aldo Moro preziose informazioni militari per scavalcare i confini italiani senza ritardi e senza perdite» (11).
Il ruolo delle Brigate Rosse si può pertanto inquadrare in questo contesto internazionale, come strumento necessario al compimento di vaste azioni di sabotaggio e di destabilizzazione in coincidenza con un’invasione sovietica. Simili piani coinvolsero anche la Francia e la Germania, che furono scosse a loro volta in quegli anni «da forme di terrorismo simili a quello italiano e tra loro strettamente collegate e correlate» (12).
Riguardo al sequestro e all’assassinio dell’onorevole Aldo Moro, segretario della Democrazia Cristiana (Dc), c’è da notare innanzitutto il modo con il quale avvenne il sequestro: «Aldo Moro fu catturato con una vera e propria operazione di commando, l’unica messa in atto dopo la seconda guerra mondiale. Tutta la scorta fu assassinata ed era presente anche un tiratore scelto straniero che non fu mai preso e del quale non si è mai parlato» (13). Questo «tiratore scelto» viene citato nel report n. 83 del dossier Mitrokhin con il nome di Sergej Sokolov. Secondo il racconto del professor Franco Tritto, al tempo assistente universitario di Moro, Sokolov ebbe modo di frequentare i corsi tenuti da Moro all’Università di Roma. Moro, sebbene insospettito dall’atteggiamento del giovane, «[…] voleva poterlo controllare dappresso, invitandolo alle manifestazioni culturali» (14) da lui promosse. Pochi giorni dopo il sequestro dello statista, Sokolov lasciò improvvisamente l’Italia. Tre anni più tardi sarà di nuovo nel nostro Paese come parte attiva dei servizi sovietici in occasione degli sviluppi giudiziari del fallito attentato a Papa Giovanni Paolo II (15).
Inoltre, «Aldo Moro fu l’uomo che strutturò i Servizi segreti italiani e che partecipò attivamente a tutte le fasi della costruzione della difesa dell’Alleanza atlantica» (16); per di più era l’uomo che stava traghettando il Partito Comunista Italiano (Pci) nell’area di governo secondo la logica del famoso «compromesso storico», seguito allo «strappo» del segretario comunista Enrico Berlinguer (1922-1984) — ma non di tutto il Pci — nei confronti di Mosca. Berlinguer dichiarò allora, per evidenti calcoli politici, di sentirsi «più protetto dall’ombrello della NATO» (17) che non al di fuori dell’Alleanza. E tutto ciò era quindi in palese e aperto contrasto con la pianificazione di una conquista militare dell’Europa da parte dell’Unione Sovietica, inclusa l’Italia del Nord.


4. Via Gradoli e il ruolo di Romano Prodi


Il 2 aprile 1978, mentre era in corso il sequestro dell’on. Moro, il professor Romano Prodi — allora non parlamentare — avrebbe partecipato in casa di amici in provincia di Bologna a una seduta spiritica, nella quale un piattino, mosso dallo spirito del defunto sindaco cattolico di Firenze Giorgio La Pira (1904-1977), richiesto dell’ubicazione della prigione di Moro, avrebbe composto il nome «gradoli». Trasmessa l’informazione al Viminale, il 6 aprile venne organizzata dalla polizia una retata nel paese di Gradoli (Viterbo) a caccia del luogo dove Moro era rinchiuso. In modo «casuale» il successivo 18 aprile venne rinvenuto al n. 96, interno 11, di via Gradoli a Roma un «covo» delle Brigate Rosse abbandonato di recente, dove era stato probabilmente detenuto il presidente della Dc.
Questa versione è sempre stata trattata con grande cautela dagli organi d’informazione. Invece il senatore Guzzanti sostiene che Prodi, ascoltato dalla Commissione Mitrokhin abbia mentito «sapendo di mentire» e che quella di Prodi sia stata una «[…] falsa seduta spiritica, grazie alla quale [Prodi] ancora protegge il suo segreto» (18). Per questo motivo Guzzanti presentò una denuncia in data 23 dicembre 2005 al Procuratore Capo di Roma, accusando pubblicamente Prodi «[…] di essere un mentitore non avendo mai voluto dire la verità sull’identità di chi gli ha fornito l’indirizzo, nome della strada, numero civico e dell’interno, dove il quartier generale dei rapitori di Aldo Moro si erano stabiliti durante l’interrogatorio del prigioniero, e anzi di non aver voluto comunicare la preziosa informazione alle autorità dello stato, agendo in modo tale da far giungere alla fine le forze dell’ordine al paese di Gradoli anziché in via Gradoli a Roma, cosa che permise ai rapitori di eclissarsi» (19).
Voglio soltanto ricordare che, «per una curiosa coincidenza, pochi mesi dopo la seduta spiritica, Prodi avvia la sua “vera” carriera politica diventando ministro dell’industria nel quarto governo Andreotti» (20).
Sul conto di Romano Prodi esiste un’interrogazione al Parlamento Europeo del deputato inglese(Fonte:Identità Nazionale) Gerard Batten — visitabile sul sito —, il quale chiede all’ex-presidente della Commissione Europea di chiarire la sua posizione rispetto al KGB. Tale richiesta venne fatta in seguito alle rivelazioni ricevute da Batten da parte di un ex-colonnello del servizio segreto russo rifugiato a Londra, Aleksandr Val’terovič Litvinenko (1962-2006), il quale era anche in contatto con Mario Scaramella, consulente della Commissione Mitrokhin. Purtroppo Litvinenko, che fra l’altro aveva scritto un libro accusando apertamente la politica del presidente Vladimir Putin in Russia, è morto in seguito ad avvelenamento da polonio-210, una sostanza radioattiva letale, in un ospedale di Londra nel novembre del 2006 (21).
Comunque, le accuse contro Prodi sono state rilanciate anche dall’ex presidente della Lituania Vytautas Landsbergis sul giornale The Baltic Times del 25 gennaio 2007.
Dunque nessuno di questi elementi prova che Prodi fosse un uomo del Kgb, ma neppure lo assolve con certezza dal sospetto.

5. L’attentato a Papa Giovanni Paolo II

«[…] Il GRU sovietico ebbe l’ordine dal ministero della Difesa a Mosca, il quale a sua volta aveva avuto ordine direttamente da Leonid Breznev [(1906-1982)], di liquidare Wojtyla per sgombrare la Polonia a fini militari» (22). È ormai chiarito al di là di ogni ragionevole dubbio che i vertici dell’Urss abbiano preso l’iniziativa di eliminare Karol Wojtyła e che tale decisione si sia basata su necessitŕ militari prima che ideologiche. Esso venne organizzato con la complicità dei Servizi segreti bulgari e di quelli della Repubblica Democratica Tedesca (DDR), ingaggiando per l’esecuzione il terrorista nazionalista turco Mehmet Alì Agca. Sia che l’attentato riuscisse o sia che fallisse, la STASI (23), il Servizio tedesco-orientale, doveva poi occuparsi delle operazioni di disinformazione necessarie al caso, nel quadro della cosiddetta «operazione “Papst׆». Sappiamo oggi che in quel periodo il Patto di Varsavia era impegnato nell’enorme sforzo economico, logistico e strategico di mantenere in posizione offensiva la più grande armata di tutti i tempi e che la Polonia in questo contesto strategico-militare rappresentava il teatro centrale di una guerra-lampo. «La causa lontana e diretta dell’attentato […] è militare. […] La soppressione del Papa polacco che manteneva la Polonia in uno stato di rivoluzione permanente e dunque di inagibilità […] avrebbe dovuto rendere di nuovo quel grande territorio di manovra agibile, come è sventuratamente accaduto per secoli» (24). L’inagibilità della Polonia con la imprevista vitalità del sindacato cattolico operaio Solidarnosc (Solidarietà) — il cui leader Lech Wałesa era il secondo obiettivo da affidare al killer turco (25) — e la sua connessione con il noto ex-arcivescovo di Cracovia, fu per i piani sovietici un duro colpo che portò all’ipotesi di un’invasione del Paese, come già avvenuto in Ungheria nel 1956 e in Cecoslovacchia nel 1968. Il problema fu poi risolto con un auto-colpo di Stato militare da parte del generale polacco Wojciech Witold Jaruzelski, attuato il 13 dicembre 1981, che fece sciogliere tutte le organizzazioni politiche e sindacali compresa Solidarnosc.

6. Qualche considerazione finale

In questa esposizione ho cercato di mostrare come un vero e proprio «filo rosso» unisca gli avvenimenti della storia recente in Europa e che questo sia attestato anche e soprattutto dalle rivelazioni del dossier Mitrokhin e dai lavori della Commissione parlamentare presieduta dal senatore Guzzanti.
Se mi è lecito guardando alla storia di quegli anni in una prospettiva di fede cristiana, mi ha colpito quanto Antonio Socci ha scritto di recente: «Gli esperti di questioni politico-militari sostengono che il 1984, con il duro scontro sui missili che mettevano alle corde il sistema sovietico, fu il momento di massima tensione tra Est ed Ovest. […] Il fatto che mise ko il potenziale militare sovietico […] fu l’esplosione dell’arsenale di Severomorsk, nel Mare del Nord. Senza quell’apparato missilistico […] l’URSS non aveva più alcuna speranza di vittoria" (26). È singolare constatare che la data di questo fatto è il 13 maggio 1984, festa della Madonna di Fatima e terzo anniversario dell’attentato in Piazza San Pietro contro il Papa; così come va ricordato che proprio il 25 marzo 1984, festa dell’Annunciazione a Maria, il Papa aveva consacrato il mondo al Cuore immacolato di Maria, come richiesto dalla Madonna a Fatima (27).
«Senza sapere nulla di tutto questo — scrive Socci —, né delle segrete cose del Cremlino, Lucia [dos Santos (1907-2005)], l’ultima delle veggenti di Fatima, in una delle sue rarissime interviste dichiarò candidamente: “La Consacrazione del 1984 ha evitato una guerra atomica che sarebbe accaduta nel 1985”» (28).
Matteo Masetti


Note

(1) «Kgb» è la traslitterazione dell’acronimo russo «Komitet Gosudarstvennoj Bezopasnosti» (Comitato per la Sicurezza di Stato).
(2) Agi (Agenzia Giornalistica Italia), 3-10-2006.
(3) Commissione parlamentare d’inchiesta concernente il «Dossier Mitrokhin» e l’attività d’intelligence italiana, istituita con legge nr. 90 del 7-5-2002 e Documento conclusivo sull’attività svolta e sui risultati dell’inchiesta, doc. n. 374, prot. n. 4208 del 15-3-2006, pp. 1-2, consultabile su Internet all’indirizzo: .
(4) Ibid., p. 9.
(5) Sismi è la sigla del Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare, cioè il servizio segreto militare italiano.
(6) Documento conclusivo sull’attività svolta e sui risultati dell’inchiesta, cit., p. 16.
(7) Cfr. ibid., p. 173.
(8) Ibid., p. 96.
(9) Ibid., pp. 210-211.
(10) Gru è la traslitterazione dell’acronimo russo «Glavnoe Razvedyvatel’noe Upravlenie» (Direttorato Principale per l’Intelligence), il servizio informazioni delle forze armate russe.
(11) Documento conclusivo sull’attività svolta e sui risultati dell’inchiesta, cit., pp. 210-211.
(12) Ibid., p. 97.
(13) Corriere della Sera, Milano, 1°-12-2005.
(14) Ibid., p. 216.
(15) Cfr. ibidem.
(16) Ibid., p. 96.
(17) Ibid., p. 102.
(18) Agi, 3-10-2006.
(19) Adn Kronos, 30-11-2006.
(20) Documento conclusivo sull’attività svolta e sui risultati dell’inchiesta, cit., p. 239.
(21) Cfr. il Giornale, Milano, 25-11-2006. «Trofimov [superiore di Litvinenko, ndr] seguitava a fargli pervenire [l’interlocutore è Litvinenko, ndr] le sue valutazioni e fra queste […] che Romano Prodi, Presidente dell’Unione Europea [l’anno è il 2004, ndr], avrebbe avuto “relazioni molto segrete con le strutture dell’ex KGB”, cosa per me non del tutto nuova, considerato che durante i lavori della Commissione Mitrokhin avevo già scoperto che la sede della società Nomisma [fondata a Bologna da Romano Prodi, ndr.] a Mosca era in joint-venture con l’“Istituto Plehanov”. E che questo istituto altro non era che il nome di copertura della sezione economica del Kgb».
(22) il Giornale, Milano, 19-1-2006.
(23) Stasi è l’abbreviazione di «Ministerium für Staatssicherheit» (Ministero per la Sicurezza di Stato).
(24) Documento conclusivo sull’attività svolta e sui risultati dell’inchiesta, cit., p. 267.
(25) il Giornale, Milano, 19-1-2006.
(26) Cfr. Antonio Socci, Mistero Medjugorie, Piemme, Casale Monferrato (Alessandria) 2005, pp. 141-143.
(27) Cfr. «In modo speciale Ti affidiamo e consacriamo quegli uomini e quelle nazioni, che di questo affidamento e di questa consacrazione hanno particolarmente bisogno» (Giovanni Paolo II, Atto di affidamento e consacrazione alla Vergine, Roma, 25-3-1984).
(28) Cfr. A. Socci, op. cit., p. 144.

“The EU report on South Ossetian war is a political compromise”

        
The report issued by the European Parliament commission leaves room for Georgia to continue the old politics of President Saakashvili and will not resolve tensions, says former MEP Giulietto Chiesa.

Chart: Tracking Gitmo Detainees’ Days in Court.

by Christopher Flavelle, ProPublica -

Last summer, the Supreme Court ruled that detainees held at Guantanamo have the right to appeal their detention in front of a federal judge. Since then, federal judges have decided the cases of 38 detainees, 30 of whom judges have ordered released. In the absence of a clear legal framework from Congress, those judges have functioned, "in essence, as the country's national security court," as ProPublica's Chisun Lee wrote.
(Here's our ongoing coverage of the detention dilemma.)
To help navigate the outcomes of those cases, we launched an online feature in July tracking each detainee's petition for freedom. We've now updated that feature, to include the judges' latest rulings on five additional detainees. Three of those detainees had their petitions denied.
The remaining two men -- Mohammed Al Adahi, of Yemen; and Fouad Al Rabiah, of Kuwait -- were ordered to be released. But they are unlikely to leave Guantanamo anytime soon. Of the 30 detainees who have been ordered released, only 11 the U.S. has actually released from custody.

Israel Agrees to Release Prisoners in Return for Information on Soldier.

Israel decided Wednesday to free 20 Palestinian women from Israeli prisons in exchange for a videotape proving that a captive Israeli soldier held in the Gaza Strip is still alive.
The decision was the first tangible sign of movement in talks that have dragged on for more than three years over the release of the soldier, Sgt. Gilad Schalit.
In a statement, Prime Minister Benjamin Netanyahu's office said Wednesday that it expects Schalit's Hamas captors to release a recent videotape of the soldier. The deal is to be carried out on Friday.
The statement said Israel's Security Cabinet accepted the deal, put forward by Egyptian and German mediators, as a ''confidence-building measure.'' It quoted a senior official in Netanyahu's office as saying the negotiations are still ''expected to be long and difficult.''

RATKO KNEZEVIC: PISMU POLITCKOM VRHU SJEDINJENIH AMERICKIH DRZAVA!








непосредне земљотреса



È uno dei due testimoni al mondo che sa come Al Qaeda recluta i martiri islamici e come nei campi afghani li indottrina e addestra al combattimento e agli attentati suicidi. Per questo da tre anni il pentito Tlili Lazar vive sotto protezione. Chiuso in casa. Un cortocircuito burocratico gli nega i documenti di copertura che gli permetterebbero di inserirsi nella società lavorando per guadagnare di che vivere. 

«Ho mantenuto i miei impegni, ma lo Stato mi ha abbandonato», ha detto ai suoi avvocati, che lunedì gli avevano consigliato di non rispondere ai magistrati americani venuti a Milano per interrogarlo.

Le dichiarazioni di Lazar hanno riempito pagine di verbali. Entrato in Italia nel 1994 come bracciante, nel 1996 si trasferì a Milano dove si avvicinò ai fondamentalisti che ruotavano in­torno alle moschee di viale Jen­ner e via Quaranta. 

Nel 1998 par­tì per l’Afghanistan per essere addestrato all’uso di armi ed esplosivi. Quando una bomba rudimentale esplose accidental­mente facendogli saltare le dita della mano destra, capì che fa­re il martire non era cosa per lui. «Mi sono svegliato», ha det­to. Tornato a Milano, riallacciò i contatti con gli integralisti ma, coinvolto nelle inchieste della Procura sul terrorismo in­ternazionale, dovette riparare in Francia dove fu arrestato nel 2002.

Estradato nel 2006, deci­se di collaborare (come, in Ger­mania, il palestinese Shadi Ab­dallah) firmando un accordo con il Servizio Centrale di Prote­zione: lui rivelava tutto, lo Sta­to gli garantiva una casa, un permesso di soggiorno, 800 eu­ro al mese e un nome nuovo per rifarsi una vita.

I suoi verba­li hanno aperto uno squarcio inquietante sulla rete del terro­re di Bin Laden, hanno consen­tito di chiudere processi impor­tanti e permetteranno di avviar­ne altri, compreso quello ai tre detenuti «italiani» di Guantana­mo, che Berlusconi, con una promessa personale al presi­dente Usa Obama, ha deciso di accogliere.  

Per questo Al Qaeda lo vuole morto. La risposta del­le istituzioni non ha soddisfat­to il tunisino, il quale invece ap­prezza l’impegno di protezione garantito dai carabinieri. «Ri­schio la vita, sono stato ai pat­ti, ma lo Stato mi ha molto de­luso », ha detto ai suoi legali che, prima dell’interrogatorio con i prosecutors , hanno conse­gnato al gip Giuseppe Gennari un elenco di rimostranze. «Co­se per lui fondamentali, non ca­pricci», spiega l’avvocato Mar­co Boretti, che difende Lazar con il collega Davide Boschi. In soldoni, le leggi sull’immi­grazione non consentirebbero al collaboratore di diventare cit­tadino italiano e, quindi, di ot­tenere documenti con un no­me di copertura. Lazar resta La­zar e chiunque può sapere da Internet chi è.

Ma nessuno as­sume uno che, oltre a essere un ex terrorista, è ricercato dagli scherani di Bin Laden. «Con 800 euro deve mangiare, paga­re la manutenzione della casa e le cure per la ferita. Non ce la fa più e potrebbe non testimonia­re ancora», dichiara Boretti, al quale Lazar ha confidato: «Chiuso in casa penso solo ai miei guai»

Il rischio è che cada in depressione. Se ciò avvenis­se, potrebbe risentirne l’atten­dibilità delle sue di­chiarazioni vanifi­cando anni di lavo­ro. «È un intreccio perverso di questio­ni burocratiche e normative che im­pedisce il funziona­mento del program­ma di protezione e stressa i collabora­tori, con ripercus­sioni sui procedi­menti », commenta il pm Elio Ramondi­ni, impegnato in inchieste legate a La­zar. 

E che ciò che il superpentito ha da dire sia determinante lo sanno anche i pm americani che, capita l’antifona, lì su due piedi lo han­no invitato a trasfe­rirsi negli Usa sotto la tutela del Witness Protection Pro­gram. «Diffida. Ma ci sta pen­sando», dice Boretti. (Fonte: Corsera)

Tuesday, September 29

CANCER IN THE NATO’s TIME

URANIUM BOMBS - THE SHAME:   "MANDELLI'S MEDICAL GOVERNMENT COMMISSION ". READ HERE (ITALIAN)




Throughout the areas which have been affected by NATO bombings, hundreds of people are dying of cancer. Experts say that this may be a result of uranium shells being used.


A little cemetery in Bratunac, Eastern Bosnia became the final resting place for a number of cancer victims. A local resident, who preferred to remain anonymous, gave RT the names of some who are buried there. He says they all died of cancer.


Djoko Zelenovic, who worked in the local military repair factory, died from the disease at the age of 65. The 35 year-old mother of two small children also rests here.


Tuesday marks the 10th anniversary of the beginning of the three-month NATO bombing campaign of the former Yugoslavia – and a decade later, the wounds of the war are still felt.


There used to be no more than one or two funerals a year in this small Serbian village in Eastern Bosnia. Since NATO dropped bombs on Sarajevo in the summer of 1995, the number has climbed to as many as one or two deaths a month.


Nikola Zelenovic’s parents are buried here. He says they were healthy until the NATO bombings and is now spearheading an investigation.


Nikola says that “my family lived throughout the war years in the town of Hadjici. My father was working in one of the factories there when NATO bombed it. His health problems started soon afterwards. He died from lung cancer. My mother died a year and a half after him from Leukemia. My parents were never sick before.”

YUGOSLAVIA: NATO URANIUM BOMBINGS AFTERMATH TAKES TOLL ON SERBIA




There's a ticking time bomb in Serbia, where doctors have reported a sharp increase in cancer deaths among locals and claim this could be linked to NATO's use of depleted uranium shells during the 1999 bombings. 

Serbia is a beautiful country, but it appears to be dangerous to live in. After NATO used depleted uranium munitions there during the 1999 bombing campaign, military experts from Belgrade have registered an increased radiation level and claim the area is highly contaminated.


The Radojkovic family believe they are the victims of the Alliance’s military operation called ‘Merciful Angel’.


The family’s youngest son Nikola was just five years old when an air strike hit his family village.


“I remember nine bombs dropped on that day – they targeted a TV tower just a kilometer away. I was playing in the backyard at that time. The first strike made me fall over. After the second strike I held on to a tractor. A shock wave raised both me and the vehicle,” recalls Nikola Radojkovic, a victim of fallout from depleted uranium missiles.


The family thought that was the end, but the real battle was yet to come – the battle to save the boy's life.Eight years after the bombing, Nikola felt he had something like a fish bone stuck in his throat. Surgeons extracted two tiny pieces of shrapnel. Later, a tumor appeared there which continues to grow. Doctors believe the two things are related.


”We had three operations here in Serbia, three more in Germany – it cost 40,000 euros. Almost every family here helped us. Now the doctors say we have to do two more operations to stop the tumor’s growth, and we need 20,000 euros more,” says Dragon Radojkovic, Nikola’s father.


In 2000, NATO disclosed that depleted uranium weapons were used during its mission to bring peace to Kosovo. The Pentagon couldn’t hide cancer deaths among NATO soldiers who were serving in the region.


Doctor Nebojsha Srbljak was among the first to raise the alarm. In 2001 he registered an unprecedented increase in cancer patients.


”There is no other place in the modern world where so many people and so many young people – aged between 30 and 40 – die from cancer. Blood and lung cancer are most widespread,” says Dr. Srbljak, Head of the Merciful Angel NGO.


In an animal hospital in the south of Serbia, one of the most-bombed regions, there is evidence of something going wrong.


“Over the last 10 years, I have seen many two-headed calves, six or eight-legged lambs and other anomalies among animals. Mutation is a normal thing, but when there are so many cases – it’s a symptom. Our nature is sick. And certainly – it has to do with depleted uranium usage,” says Miodrag Milkovic, a veterinarian.


Ten years after NATO bombed the former Yugoslavia, the consequences are felt almost everywhere in Serbia. And as it takes billions of years for uranium to decay, the shadow of the ghost of the merciful angel will hang over the region virtually forever.

ProPublica’s Dafna Linzer to Appear on NewsHour Tonight

by Mike Webb, ProPublica -
Dafna Linzer (Credit: Lars Klove)
ProPublica senior reporter Dafna Linzer will appear on PBS' NewsHour With Jim Lehrer tonight to discuss her report on how the Obama administration is working to recover from missteps that might delay the president's plans to close the prison at Guantanamo. Linzer will appear with Evan Perez of The Wall Street Journal.

Linzer's report, co-written with Washington Post staff writer Anne E. Kornblut, explains what went wrong and who was in charge of the administration's Guantanamo policy. For more of our coverage of these issues, be sure to check out "The Detention Dilemma" section of our site, which features stories about and links to several Gitmo cases that have already been decided by judges, a list of likely CIA prisoners who are still missing, a list of the secret Office of Legal Counsel memos from the Bush administration and much more. 


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I processi migratori rappresentano un problema irrisolto per tutte le grandi democrazie europee. 

Sia i meccanismi di protezione dall'immigrazione clandestina, spesso organizzata e sfruttata da : organizzazioni criminali, sia quelli d'integrazione dell'immigrazione legale appaiono ancora indefiniti e controversi, anche in paesi, dalla Gran Bretagna alla Francia, , nei quali questo fenomeno si è realizzato assai precocemente.

E' quindi del tutto ovvio che anche in Italia, l'ultima arrivata a doversi confrontare con fenomeni di immigrazione massicci, si apra una ricerca di soluzioni che anima un confronto politico serrato e talora esasperato. Al di là delle esagerazioni propagandistiche, si tratta di realizzare un'effettiva separazione tra l'immigrazione illegale e criminale, e l'altra, in modo da ridurre l'area grigia intermedia, la cui estensione tuttora considerevole rende difficile adottare misure di effettiva integrazione dei lavoratori immigrati e di effettiva espulsione di chi rappresenta un pericolo per la convivenza civile e la legalità.
 

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, autore della prima legge che è intervenuta con severità contro l'immigrazione clandestina, ora sottolinea, non contraddittoriamente, una visione dell'immigrazione legale diversa da quella della Lega nord, che la considera un fenomeno transitorio. Gli immigrati destinati a radicarsi nel nostro paese, a mettere famiglia qui, a convivere con le leggi e le istituzioni italiane saranno comunque qualche milione. A essi va riconosciuto l'apporto che danno all'economia e il diritto a una convivenza e a un'accoglienza che riflettano il carattere inclusivo delle istituzioni democratiche e l'indole più profonda del popolo italiano.

Questo si potrà fare tanto meglio e tanto prima se l'azione di respingimento dell'immigrazione clandestina e criminale avrà successo, in modo da superare le preoccupazioni e le paure che esistono e che non sono affatto razzistiche. E' giusto comandare in casa propria, ma l'Italia è anche la casa di tanti lavoratori immigrati e onesti, che sono i primi a non voler essere confusi con clandestini e criminali.

GIOVANNI PAOLO I


In campo disciplinare era un riformista: trovava infatti inutile la pompa ecclesiastica; incoraggiò i parroci a vendere i vasi sacri e altri oggetti preziosi della chiesa a beneficio dei poveri. Nel 1971 poi propose che le chiese ricche dell'Occidente dessero l'uno per cento delle loro rendite alle chiese povere del terzo mondo.
Pur essendo praticamente sconosciuto all'estero, fu eletto nel terzo scrutinio del primo giorno del conclave riunitosi nell'agosto del 1978, dopo la morte di Paolo VI. La sua candidatura si impose quando divenne evidente che la maggioranza dei cardinali voleva un papa dallo stile completamente nuovo, senza relazioni con l'ambiente curiale; dopo l'elezione lo stato d'animo che prevalse fra gli elettori fu una gioia incontenibile; l'uomo che avevano scelto era "il candidato di Dio".
Si disse che l'avere scelto il nome di Giovanni Paolo esprimeva il desiderio di combinare le qualità progressiste e quelle tradizionali di Giovanni XXIII e di Paolo VI; il 27 agosto egli annunciò ai cardinali - leggendo un testo ufficiale precedentemente preparato la sua intenzione di continuare a mettere in atto le deliberazioni del concilio Vaticano II, conservando intatta allo stesso tempo "la grande disciplina della chiesa nella vita dei sacerdoti e dei fedeli".


Tre settimane più tardi, intorno alle undici di sera di giovedì 28 settembre 1978, morì per "un attacco cardiaco" mentre era a letto intento a leggere delle carte contenenti appunti personali. 


Fù Papa per 21 giorni! 
«Non sospenderemo il progetto, è un nostro diritto sovrano. Nulla da dire sul nuovo sito»


L'Iran non sospenderà il suo programma di arricchimento dell'uranio in quanto si tratta di un «diritto sovrano». A due giorni dal vertice a Ginevra fra i Paesi del gruppo 5+1 (Russia, Cina, Usa, Francia, Gran Bretagna + Germania) e Teheran sul nucleare, il numero uno dell'Organizzazione iraniana per l’energia atomica Ali Akbar Salehi getta benzina sul fuoco. «Se abbiamo il diritto di arricchire l’uranio, se abbiamo il diritto di convertire l’uranio, se abbiamo il diritto di produrre combustibile, lo faremo. Non sospenderemo questo progetto perché sono un nostro diritto sovrano. Non siamo disposti a mercanteggiare i nostri diritti sovrani».


Salehi va oltre, affermando: «Non discuteremo di nulla che riguardi i nostri diritti nucleari, ma possiamo discutere di disarmo, possiamo discutere della non proliferazione e di altre questioni generali». Quindi ha puntualizzato che questa posizione include il nuovo sito per l'arricchimento dell'uranio la cui esistenza, rivelata recentemente, ha suscitato dure condanne in Occidente. «Il nuovo sito rientra nei nostri diritti e non c'è bisogno di parlarne», ha detto il capo dell'agenzia iraniana, aggiungendo che Teheran non abbandonerà le proprie attività nucleari «neanche per un secondo».


Infine il Parlamento iraniano ha minacciato non meglio specificate «altre decisioni» in campo nucleare se falliranno i colloqui di Ginevra: un documento, diffuso dall'agenzia Khabar, afferma che il prossimo incontro è, per le potenze mondiali, «una storica opportunità» per risolvere i problemi con l'Iran. 


Le Potenze non devono tuttavia ripetere «i passati errori» perché il Parlamento ha il potere di adottare «altre decisioni». Già in passato Teheran aveva minacciato di ridurre la cooperazione con l'Aiea, l'agenzia internazionale per l'energia atomica e di uscire dal Trattato di non proliferazione, se fossero state varate nuove sanzioni.

IRAN: GIOCARE SULL'ORLO DEL BURRONE!


TOP SPY INDICTED IN SEX RING CASE

        

Moscow’s regional military court is due to resume hearing a sex trafficking case involving 13 suspects, one of whom is a Senior Russian intelligence officer.

Investigators, who busted the alleged trafficking ring in 2007, claim the group smuggled more than a hundred women into Western Europe and the Middle East, where they were forced to work as prostitutes.

As a result of the level of sex trafficking in Europe and the Middle East, the beautiful Russian name Natasha has, unfortunately, over the past two decades become a byword for a Russian prostitute.
One Natasha in particular thought she was going on vacation, but ended up locked in a brothel in the United Arab Emirates.


“I didn’t have the slightest doubt. My best friend asked me if I wanted to join her on holiday. As it turned out, she just brought me there as a slave, took the money and left,” says Natasha, a victim of the sex trade.

At times Natasha thought she wouldn’t survive, but the thoughts of her small son kept her hopes alive. After seven months in captivity she managed to flee and returned home. Fear, hatred and shame continue to haunt her, however.

“People who are involved in this business have so many connections, they fear nothing. They have policemen, judges, even sheikhs among their clients. I’m very afraid they will find me. I’m afraid for my own life and the life of my family,” Natasha says.

The group charged with sex trafficking has been on trial for more than two years.


“Actually this is the first time the Moscow regional military court has been dealing with such a crime. These people have been accused of human trafficking and involvement in prostitution,” says Moscow regional military court spokesperson Aleksandr Minchanovsky.


The striking thing about the case is the involvement of defendants from high-level positions. One of them, for instance, is lieutenant colonel Dmitry Strykanov, who worked for the Military Intelligence Directoratea Spy Agency of the Russian military.


The extent to which he used his professional connections is yet to be determined. Those following the case, however, say the sex trade is fueled by corruption.


“The opposing side has everything – the best lawyers, money, power, connections. And women who became victims of the sex trade are simply defenseless,” says Alyona Arlashkina from the Angel Coalition, an organization which fights human trafficking.


Strykanov himself denies any involvement in sex trafficking, saying he was only helping to prepare travel documents.


With state financing drying up in the 1990s, he claims officers had no other choice but to look for additional sources of income.


It is no secret that harsh economic realities often push women into prostitution. What is unusual is to hear men charged with sex trafficking use the same argument to defend their actions.
EU-25/27 Watch cumulative index
Analytical Indexes
2004 2006 2007 2008 2009
#1 - December #2 - January #4 - January #6 - March #8 - March

#3 - July #5 - September #7 - September

Assemblea parlamentare NATO

Sessione annuale (2009)
Edimburgo, 13-17 novembre 2009


Assemblea parlamentare NATO
Sessione annuale
Edimburgo, 13-17 novembre 2009


La 55^ Sessione annuale dell'Assemblea parlamentare della NATO avrà luogo ad Edimburgo (Regno Unito) dal 13 al 17 novembre 2009.

Da questa pagina è possibile accedere al programma dei lavori ed alle relazioni in discussione.

USA: SEMBRA L'ITALIA ALL'INVERSO!

Contro il presidente Barack Obama c'è in atto «un complotto di destra». Lo ha detto l'ex capo della Casa Bianca Bill Clinton in un'intervista rilasciata alla Nbc, evocando un'accusa fatta nel 1998 da sua moglie Hillary al tempo del Sexgate. A chi gli chiedeva se "un complotto di destra" stesse giocando un ruolo negli attacchi contro Obama, Clinton ha risposto: «Oh, puoi scommetterci». L'ex presidente ha poi aggiunto che «la congiura della destra non è stavolta forte come allora perché è cambiata la composizione demografica dell'America». Clinton ha suggerito che la destra sta "architettando storie" per danneggiare l'agenda della Casa Bianca: «Vogliono che Obama faccia fiasco e questa non è una buona ricetta per l'America».


Ma l'ex presidente si è detto convinto che le elezioni del 2010 non saranno una replica del 1994, quando i democratici, azzoppati dal fallimento della riforma sanitaria, finirono per perdere il controllo del Congresso nel voto di metà mandato. Primo punto, ha spiegato Clinton, il Paese è cambiato ed è più interessato ad un'azione che sia positiva. Poi, ha aggiunto l'ex capo della Casa Bianca, gli americani «hanno già visto questo film» e sanno cosa è successo con i repubblicani dopo otto anni di George W. Bush.

COMMENTO: ANCHE LA"POMPA NEGATA" (LEWINSKI) E' STATO UN "COMPLOTTO DI DESTRA"? AVERE MENTITO AL PROPRIO PAESE DI NON AVERE AVUTO RAPPORTI SESSUALI CON LA LEWINSKI, ALTRO "ATTACCO DELLA DESTRA?".

Monday, September 28

BERLUSCONI, FACCIAMO IL TIFO PER LEI.

Ora Berlusconi, dopo una settimana all'estero per l'Assemblea generale dell'Onu e il G20, torna in Italia e si rimette al lavoro. 

Ritira le citazioni civili ai giornali, smette di occuparsi della inesauribile letteratura sulla sua vita privata, lascia che la TV si faccia da sola e da sola si involtoli nel proprio nulla, rimette all'onore del mondo il meglio del suo carattere, sorridente, dialogante, autoironico, si da una disciplina e un'agenda politica, e la propone al Paese. 

Magari da anche una intervista a Repubblica.

Berlusconi ha un senso, come uomo di Stato, perché il suo concetto di libertà politica ed economica riguarda direttamente la vita delle imprese e delle famiglie, la vita degli individui; niente di enfatico o di eccentrico, semplicemente gli si chiede di riprendere in mano le sue idee sulla crescita, esposte nel discorso di apertura della legislatura e in mille altre occasioni, e di rilanciarle nella forma di decisioni e atti di riforma che incidano sul fisco, sulla concorrenza e sulla competitivita. 

Altrimenti l'Italia si muoverà come un pachiderma nella fase imminente della ripresa. Gli si chiede di varare una seria e profonda riforma della giustizia, nel senso dell'efficienza e del garantismo (e tra le due cose c'è una relazione stretta); di provvedere con lungimiranza al deficit energetico, realizzando il progetto del nucleare civile; di integrare le giuste misure di contrasto dell'immigrazione clandestina selvaggia con procedure di integrazione visibili e di tutela del diritto d'asilo in cooperazione con l'Onu, nel segno di una cultura dell'accoglienza che ha un significato profondo, una volta eliminate le maggiori paure sociali e svuotato il più pericoloso dei canali di traffico degli umani, la rotta marittima. 

Gli si chiede di occuparsi della cultura, dell'istruzione, della salute, sempre nel segno di un metodo liberale e di contenuti attenti al significato profondo delle cose in un governo civile senza paraocchi confessionali e senza cedimenti alle logiche conformiste del secolarismo fanatizzato. 

Gli si chiede di andare in Parlamento spesso, di dare il senso di una qualche considerazione istituzionale alla classe dirigente eletta, e di cambiare completamente registro con la stampa, che va considerata un'industria di libertà, per di più in crisi, e trattata senza disprezzo e senza subalternità, provocando i fatti (questo è poi il governo di un paese) ai quali presto o tardi la stampa dovrà fare eco, mantenenedo autonomia critica o spirito di pregiudizio (chissenefrega). 

In televisione meglio andarci di rado, trattando il mezzo con efficace correttezza. La campagna elettorale per le regionali va consegnata interamente nelle mani del partito unitario della maggioranza, trattando senza fretta ne ansia i sempre risolvibili problemi che pone la Lega o che pone Fini, sapendo che si discute con alleati indipendenti, gente che fa politica, e non amici sempre sotto esame di fedeltà. 

Poi abbiamo bisogno di essere divertiti, incuriositi, sollecitati dalle mille attenzioni che quel grande uomo di spettacolo è capace di prodigarci, come cittadini e come spettatori. Non lo vogliamo con la compassata e dignitosa mestizia di un Forlani, il Cav., lo preferiamo autentico e qualche volta sbarazzino, magari irritante per gli snob ma salace e puntuale al rendez vous con l'ipnosi di massa. Soprattutto, ci piacerebbe essere sorpresi, di tanto in tanto. Non sempre nomine di fedelissimi, qualche volta aperture a competenze diverse, sia pure a sinistra o in ambienti lontani dai soliti circuiti, e uno spirito di governo proiettato sulla legislatura, senza chiusure di partito. 

Continui tranquillo a promuovere anche le belle ragazze, non glie ne verrà alcun danno. Il lodo Alfano? Andrà benone, il giudizio della Corte Costituzionale. Andasse male si provvederà, con tutta calma, ad impedire, con i modi più soavi, aggressioni giudiziarie politicamente orientate. La maggioranza c'è, non bisogna vivere con la sindrome del 24 luglio permanente. Auguri, e buon lavoro, Presidente.
ADESSO VOGLIONO GIUDICI ISLAMICI IN ITALIA. LEGGI

KOKAINA: Britanska mornarica zaplenila rekordnu količinu.

Autor: Tanjug | Foto:AFP | 28.09.2009. - 09:48
Britanska mornarica zaplenila je pet i po tona kokaina na jednom ribarskom brodu u blizini obale Južne Amerike, što je najveća količina droge koju je Kraljevska mornarica ikada zaplenila.


Britanska mornarica, zajedno sa američkom Obalnom stražom, presrela je brod pošto ga je uočio helikopter iz sastava mornarice.
Na brodu je otkriveno 212 paketa kokaina, od kojih je svaki težak približno 26 kilograma, preneo je BBC.
Procenjuje se da je vrednost zaplenjene droge na crnom tržištu oko 240 miliona funti.
Reč o o trećoj velikoj zapleni droge koju je britanska mornarica u poslednjih nekoliko meseci izvela u blizini obale Južne Amerike.
U dve operacije, izvedene u julu i avgustu, mornarica je zaplenila kokain u vrednosti 39 miliona funti.

Kosovo delegation has no place at UN


Author: | 28.09.2009 - 08:51

Kosovo delegation has no place at UN
Serbia Foreign Minister Vuk Jeremic said that Belgrade had forwarded official protest to the UN because of visit by Kosovo President Fatmir Sejdiju to the world organization.

‘We sent our protest to the UN Secretariat and requested urgent investigation how that had happened’, Jeremic said. According to his words Sejdiju and members of Kosovo delegation are private citizens and cannot be allowed to attend the UN General Assembly session. Sejdiju and members of Kosovo delegation had cards that allow them enter certain parts of the UN Building in New York, but were not entering the hall in which the UN General Assembly was in session.

Albanian Prime Minister Sali Berisha called on in New York governments of countries that are the EU members to recognize unilaterally proclaimed independence of Kosovo and Metohija. 


‘After proclamation of independence multiethnic tensions have eased, displacement of Kosovo Serbs has stopped and the process of return of many Serbian families has begun’, Sejdiju said at the 64th session of the UN General Assembly. He even said that ‘Kosovo has become an important factor of peace and stability in the Balkans and the Southeast Europe’ and pointed out readiness by Albania to help the province regarding return of displaced people, as reported yesterday by Albanian press agency ATA. 
 
Serbia President Boris Tadic called on Friday in New York all countries that have not recognized unilaterally proclaimed Kosovo independence not to change such stance but oppose one of the biggest threats to the international system established by foundation of the UN.

Biljana Plavsic in Belgrade end of October

Former president of RS to be released from prison.


Author: T. N. Đ. | 28.09.2009 - 08:47

Biljana Plavsic (79) is to be released from prison in Sweden on October 27. She is to come to Belgrade where she is likely to take a permanent residence, as her family confirmed to ‘Blic’. She has a flat in Belgrade and Serbian citizenship.


Nerma Jelacic, spokesperson of the Hague Tribunal’s Prosecution says for ‘Blic’ that the Tribunal shall not be involved in Plavsic’s transport to the country of future residence.

‘That is to be settled by the country in which Plavsic served the sentence, her lawyer and the country that she is going to live in’, Jelacic explains.

‘Biljana has been informed about decision by the Hague Tribunal. She shall arrive in Belgrade on a direct flight from Sweden. Everything is ready for her arrival’, Vasilija Plavsic, her sister-in-law says.

Plavsic is very happy because she shall be released after she has served two thirds of her prison sentence. She was sentenced to 11 years in prison in January of 2001 for expel of non-Serbian population from parts of Bosnia/Herzegovina under Serbian control. She pleaded guilty for war crimes in exchange for suspension of indictment for genocide.

Cooperazione Serbia-Fiat

Lo stabilimento di Kragujevac, in cui si concentra la cooperazione tra Gruppo Fiat e Zastava, darà inizio tra cinque o sei settimane alla produzione di  un nuovo modello Fiat, per un investimento di oltre 800 milioni di euro. Ma l'espansione della Fiat in realtà non si arresta, e si prepara ad evolvere nella creazione di un vero e proprio indotto automobilistico italiano in Serbia, con gli investimenti delle maggiori imprese italiane che producono componenti auto.