Thursday, September 17

"COMPAGNIA TRAMONTANA”: CHERSO E LUSSINO

Dopo il tragico 8 settembre 1943, tra la notte del 17 e 18 dello stesso mese, le isole del Quarnero venivano occupate dai partigiani di Tito, il 13 novembre, in seguito ad un’offensiva Tedesca in Balcania si ritiravano precipitosamente ed i Titini venivano sostituiti dai Tedeschi. 

I presidi erano dislocati nelle cittadine di Cherso, Óssero e Lussinpiccolo mentre il compito di ricordare ufficialmente che le isole erano territorio Italiano era spettato ai 100 uomini della Compagnia della “Tramontana” (CpT). 

Il gruppo apparteneva al Reggimento “Istria”, il loro comandante era il tenente Stefano Petris. La CpT faceva parte della Milizia Difesa Territoriale (MDT) della Guardia Nazionale Repubblicana dal 31/01/1945 aveva una forza complessiva di 545 ufficiali, 1296 sottoufficiali, 7543 uomini di truppa (effettivi 9384).

La Compagnia aveva il compito di pattugliare e difendere i centri minori come: Caìsole, Dragosetti, Lussingrande, Óssero, Punta Croce, Smergo. L’impegno era gravoso considerato il numero dei volontari e le distanze da percorrere (km 81 tra Caisole e Lussingrande). Praticamente isolati per le difficoltà di mantenere i contatti con il Comando, senza ordini e senza conoscere la situazione in terraferma, senza macchiarsi di nessun crimine nei confronti della popolazione civile, si opposero ai partigiani che combattevano contro l’Italia, per la grande Jugoslavia di Tito.

Elio Lodolini nel volume “Il salvataggio degli Archivi della Dalmazia (1943 – 1945)” aveva pubblicato la testimonianza di Nino Arena che comprendeva anche il quadro operativo delle truppe nelle isole di Cherso e Lussino: “Per doverosa precisazione debbo segnalare che a Cherso sin dal dicembre 1943, si era costituita la Cp. Volontari italiani “Tramontana” (ten. Stefano Petris) dipendente del 2° Rgt. MDT - Istria (Ten. Col. Libero Sauro) che difese fino alla sua distruzione l’italianità del Quarnero nell’aprile 1945. A Lussingrande era attiva anche la batteria costiera di Monte Asino servita da marinai italiani. La Cp. “Adriatica” della Xa (T. V. Giannelli) fu l’ultimo reparto italiano giunto a rinforzare il presidio di Cherso.”

La Compagnia della “Tramontana” era formata per lo più da militi provenienti dal Castello di Caìsole e dal vicino villaggio di Dragosetti e dalla cittadina di Cherso. I pochi e poco esaurienti documenti indicavano genericamente i volontari come “da Cherso”. I punti di riferimento per i giovani isolani che si erano arruolavati erano state le figure dei Tenenti Domenico Bandera da Caìsole e Stefano Petris da Cherso.

Le notizie sul destino dei militi purtroppo ancora oggi sono incomplete: Bandera Giovanni da Cherso milite Cp “Tramontana” caduto il 25/08/1944; Benvin Domenico di Domenico n. a Cherso il 24/03/1925 milite, arrestato a Cherso il 24/04/1945 deportato ad Arbe, scomparso; Carvin Giorgio da Cherso caduto; Crivellari Antonio (detto Panane) da Cherso caduto; Doimi Francesco da Cherso caduto; Doncovio Zaccaria da Cherso, milite deceduto il 20/04/1945 per le ferite riportate in combattimento; Moise Benedetto n. il 24/12/1911 a Trieste, milite ucciso dagli slavi l’ 01/06/1945; Moise Bettino di Salvatore milite n. a Cherso nel 1912, arrestato a Gimino, scomparso; Negovetti Giovanni da Cherso milite caduto nel giugno del 1944 per difendere il “tricolore” che i tedeschi volevano fare ammainare. I tedeschi gli resero l’onore delle armi, il ”tricolore” non vene ammainato; Nicolini Benito n. 1926, s. tenente caduto a Cherso il 20/04/1945; Pandini Eugenio n. il 23/03/1925 a Crema (Cremona), s. ten. caduto il 05/03/1945 in un’imboscata nel corso di uno sbarco di partigiani; Poli Antonio, milite caduto 1944 – 1945; Tomaz Silvio di Luigi n. a Cherso il 03/05/1912, milite caduto il 20/04/1945; Carvin Giuseppe di Giorgio da Cherso, commerciante, legionario dannunziano, milite, ucciso e lapidato a Ústrine; Chersini Rocco di Nicolò e di Edvige Duncovich n. a Cherso nel 1928 milite, fatto prigioniero, riuscì a fuggire, raggiunse Udine, venne ricoverato in quell’Ospedale dove morì l’ 01//09/1945, per le ferite e le torture subite; Petris Stefano n. a Cherso il 22/12/1913, insegnante, Tenente Comandante la Cp. “Tramontana”, giustiziato a Fiume il 10/10/1945.

Il 20/04/1945 iniziavano gli attacchi aerei e dal mare, i partigiani di Tito che vestivano divise inglesi sbarcavano nella baia Verìn sita ad Occidente della cittadina di Óssero.

Lo scontro avvenne ad Óssero presso la Cavanella (Óssero) difesa da 36 tedeschi, alla fine si contavano 15 caduti, mentre 21 che si erano arresi venivano giustiziati dai partigiani con raffiche di mitraglia. Alle ore 9.30 i partigiani di Tito raggiungevano la vicina Neresine difesa da 28 Marò della X MAS armati di mitra e bombe e riuniti in una casermetta. Fatti prigionieri venivano obbligati a camminare scalzi sul terreno accidentato da Neresine a Verìn e da Verìn ad Óssero per 24 km, qui dopo avere scavato 2 fosse venivano uccisi a raffiche di mitra.

Alle ore 6.15 del mattino i partigiani occupavano Lussinpiccolo ed i 400 tedeschi si arrendevano. Dopo la resa, nella Piazza principale veniva alzata una croce, sulle cui braccia venivano appesi i quadri di Stalin e Tito, simbolo dell’ateismo vittorioso sul Cristianesimo.

A Cherso l’allarme scattava all’alba del 20/04/1945, venivano predisposti posti di blocco all’esterno della cittadina. Il I attacco aveva interessato le Contrade del “Prato” e della “Fortezza” ma veniva respinto. Alle ore 10.30 il settore meridionale di Cherso veniva abbandonata dalla guarnigione Tedesca in ritirata, S. Petris accorreva con un pugno di militi e riusciva fermare per il momento l’avanzata, intanto gli assalitori incendiavano le prime case presso la Porta Bragadina e la vicina Calle Nassinben. I partigiani appostati i loro mortai sull’altura della “Strada Nova” attaccavano la cittadina. Una delle granate colpiva a morte Miro Policek, , che cadeva innanzi al suo negozio in Piazza Vittorio Emanuele III (padre del Commissario del Popolo Aldo). Caduto Silvio Tomaz presso la sua abitazione, a Stefano Petris rimanevano soltanto una ventina di militi.

Il 22/04/1945 i militi che si erano arresi, venivano tradotti nei pressi di Ossero e fucilati, altri avevano avuto lo stesso destino vicino a Ústrine. Giuseppe Carvìn che si era rifugiato nella Canonica di Punta Croce retta dal cognato don Matteo Puri, su indicazione di un delatore chersino veniva prelevato, mutilato e lapidato nei pressi di Ústrine. Nicolò Lemessi che si era rifugiato nella sua tenuta di Punta Croce raggiunta la stessa canonica, veniva fatto prigioniero ma riusciva a barattare la propria vita con molto denaro conservato nella sua casa di Cherso, perciò veniva fatto salire su di una corriera della ditta Padovan.

Il tenente Roberto Comotti ferito gravemente veniva ricoverato nel minuscolo ospedale di Lussinpiccolo diretto dagli Inglesi. Qui conosceva il cap. James Lees ferito gravemente al capo. L’ufficiale inglese moriva dopo aver dettato le sue ultime volontà ed affidato le sue cose a Comotti. Il Tenente ritornato a casa, come promesso, raggiungeva l’ Inghilterra per recarsi da Lady Magdalene Lees mamma del cap. James, per consegnarle l’anello del figlio con inciso un gufo, che era lo stemma di famiglia . Da questo incontro era nata una grande amicizia tra una nota famiglia di Cherso, l’ufficiale italiano residente a Milano e Lady Magdalene.

Anche R. Comotti aveva voluto ricostruire il ruolino dei militi di Cherso e dopo S. Petris aveva ricordato: Antonio Crusi, Arduino Scopinich, Sala, Giorgio e Giuseppe Carvìn, Antonio Crivellari, Bruno Baici, Bertotto e Valà che aveva prestato servizio fino al 1944.

I militi arresisi dopo il combattimento del 20/04/1945 venivano fucilati nella Contrada denominata “Funtana”, sita nei pressi della cittadina di Cherso. Uno dei militi si chiamava Tonetti, fintosi morto riusciva a salvarsi. Rimasto l’ unico testimone aveva fatto redigere per gli archivi un verbale dei fatti di cui era stato protagonista.

I Tedeschi che si erano arresi venivano condotti innanzi al cimitero di Cherso e fucilati contemporaneamente ad alcuni soldati Italiani (dipendenti della Delegazione di Spiaggia, un Semaforista e dei Finanzieri). Tutti indistintamente erano stati derubati di ogni avere e poi sepolti in una o due fosse comuni scavate innanzi al Cimitero della cittadina.

Tra i testimoni degli scontri del 20/04/1945 va ricordata Suor Carla Atteims (membro dell’importante famiglia goriziana) che, sfollata da Pola assieme alle sue orfanelle a causa dei bombardamenti alleati era stata accolta nell’ “Ospizio de Seppi”. Durante il soggiorno chersino la Suora aveva impartito lezioni di pianoforte ad alcune adolescenti accattivandosi la riconoscenza e la simpatia di molti. Per non essere esposte ai rischi dell’inevitabile battaglia per la conquista di Cherso tutto il gruppo veniva trasferito nella Scuola Elementare Vittorio Emanuele III e Regina Elena (dolosamente incendiata negli anni ‘70) sita nella Contrada del Prà. In un’aula della Scuola Suor Carla aveva allestito un posto di pronto soccorso di fortuna dove oltre a S. Petris erano stati medicati altri militi feriti diventando, come Tonetti una preziosa testimone.

Nelle due isole sassose dove l’ aspra natura è regina, nel 1945 l’epilogo non era ancora avvenuto. Qua dove gli odori inebrianti sono guidati dai capricci dei venti, la terra non può essere violata dalla presunzione dell’ uomo civile o barbaro, terra vendicativa, terra calda e ospitale solo per chi la rispetta. Qua le tragedie si ripetono sempre diverse, terribili e definitive, così è stato anche per Stefano Petris e la sua discendenza che può riassumersi in poche parole “Da Cherso all’India, alla rierca dell’origine”. Perché Stefano che era stato fucilato nel lontano 1945 ancora una volta doveva essere il protagonista di fatti che nati nel Quarnero si dovevano concludere in India?

Trascorsi 45 anni da quando in quel tragico 20 aprile 1945 si era combattuta la battaglia di Cherso, Giannina mi aveva voluto parlare di suo marito: “Non l’avevo fatto prima perché il mio dolore doveva rimanere personale perché un episodio, l’ultimo per l’appunto della difesa di Cherso italiana non doveva essere deriso o discusso dai politicanti interessati a questo o quel colore”.

Stefano Petris superstite dalla battaglia del 20 aprile 1945, ferito si era rifugiato nella scuola Elementare che lo vide scolaro ed insegnante e licenziati i suoi militi della Compagnia della “Tramontana” formata da giovani di Cherso e di Caìsole, dopo essere stato medicato si consegnava ai partigiani di Tito.

E’ probabile che il seguente inciso sia fuori posto ma dopo il 1943 nessuno della mia famiglia era ritornato a Cherso. Nel 1968 mio padre ed io avevamo stabilito di ritornarvi per vedere quanto era rimasto di un mondo antico. Per le mie prime ricerche artistiche e storiche fatte sul posto, avevamo ottenuto un appuntamento in Municipio. Le Autorità ci avevano ricevuti con apparente disponibilità, si trattava di cinque persone tra le quali mio padre aveva riconosciuto un certo Medaric, Titino della prima ora.

Dopo i consueti convenevoli, non richiesta, ci veniva raccontata la storia riveduta e corretta di S. Petris, in sintesi: “Il vigliacco si era asserragliato nella Scuola Elementare colma di alunni ai quali si erano uniti quelli della Scuola Materna troppo esposta”. Ci sondavano per vedere da che parte stavamo ma non potevano sapere che ci era noto che le lezioni erano state sospese in previsione degli scontri cruenti. Ce ne andammo.

Allora non era ancora decaduto ed il Regno di Jugoslavia e la dinastia dei Karadjordjevic in esilio a Londra rappresentavano ancora il governo legittimo, perciò la Federativa di Jugoslavia non era ancora nata. Stefano confidando nell’applicazione della Convenzione di Ginevra nei confronti dei prigionieri di guerra e nel Governo legittimo, confidava che alla sua arresa sarebbe seguito uno scambio di prigionieri. Altri, forse 40 o 50, per lo più Austriaci della riserva ma anche qualche italiano che si erano arresi ai Titini, vennero uccisi ma prima della sepoltura semi nudi veniva approntato per loro un macabro banchetto innanzi al Camposanto, posti a sedere attorno ad una tavola venivano derubati e derisi. Per giorni, mosse dal vento si vedevano volare fotografie e documenti, i portafogli “vuoti” giacevano a terra, poi le misere spoglie finirono in una fossa comune all’esterno del Campo Santo e finalmente dimenticate.

L’angoscia di Giannina era diventata insopportabile quando era venuta a sapere che 15 concittadini tra uomini e donne (non aveva voluto confidarmi i loro nomi) avevano firmato per il Tribunale del Popolo un verbale contenente le testimonianze che dimostravano come Stefano fosse un pericoloso “nemico del popolo”, in pratica avallando la sua condanna a morte.

L’ultima speranza per la giovane moglie era stata quella di rivolgersi ad un noto avvocato di Fiume colluso con i Titini che per accettare l’incarico di difendere Stefano aveva chiesto un acconto di 3.000 lire.

Mentre Giannina cercava di aiutare il marito ed il legale pretendeva altro denaro, il prigioniero veniva portato da una località all’altra tra Abbazia e Susak per essere sottoposto ad estenuanti interrogatori e crudeli sevizie. I più duri erano stati i giorni di Abbazia dove l’interrogatorio e le torture erano state dirette da alcuni Commissari del Popolo russi. Il “nuovo ordine” vedeva nell’ intellettuale un elemento prezioso per il regime ma difficile da convincere ad abbracciare l’ideologia comunista. Il prigioniero respingendo ripetutamente la proposta di essere condotto in Russia per essere istruito nella dottrina marxista, diventava sempre più pericoloso. Conoscendo la sua fama di apprezzato insegnante gli sarebbe stata affidato di istruire i giovani in quell’ ideologia, al suo rientro in quella che era ancora Italia sarebbe stato ricompensato con carriera e denaro.

Refrattario alle lusinghe bisognava eliminarlo. Da Abbazia veniva portato a Susak e qui rinchiuso in una cella assieme ad altri tre prigionieri, tra i quali il dott. Miculicich. E’ qui che Stefano aveva sentito il bisogno di scrivere alla moglie due lettere, senza nessuna speranza di riuscire a fargliele pervenire. Non avendo a disposizione dei fogli di carta aveva usato per scrivere delle pagine bianche del suo De imitatione Christi,. Proprio allora la figlia di un alto ufficiale Titino aveva accusato dei fortissimi dolori addominali perciò veniva chiesto l’intervento del medico prigioniero. 

Il dott. Miculicich diagnosticava una grave peritonite ed accettava di intervenire ad una condizione, “la libertà se l’operazione fosse riuscita”. L’appendicectomia era riuscita così il medico, finalmente libero, riusciva a consegnare a Giannina le lettere del marito.

L’ultimo viaggio di Stefano era iniziato verso la prigione di Fiume mentre l’avido legale che ufficialmente era sempre il suo difensore, chiedeva un ulteriore acconto che in parte doveva servire per ottenere il permesso per un colloquio tra i coniugi Petris. L’appuntamento era stato fissato per le ore 9 del 10 ottobre, il legale non si era presentato e Giannina non l’avrebbe visto mai più. Alle ore 11 la giovane donna decideva di entrare nella Prigione per chiedere informazioni, in Portineria le veniva letto quanto contenuto in un registro: “Il detenuto è stato fucilato nelle prime ore di questa mattina” era il 10 ottobre 1945.

Con molto rischio uno o due concittadini compromessi ma già pentiti avevano avvertito Giannina di non fare ritorno a Cherso e di rifugiarsi a Pola. Qui il concittadino mons. P. Raffaele Radossi vescovo di Parenzo e Pola la nascondeva in una villa semidistrutta dai bombardamenti alleati. La famiglia era smembrata e mentre la mamma si trovava a Pola i suoi bambini, Bruno di 3 anni, Romano di pochi mesi ed i suoi genitori erano rimasti a Cherso. Il padre, Antonio Valentin per le calamità che avevano colpito la sua famiglia aveva tentato il suicidio tagliandosi le vene, esse erano: la fine di Cherso e del genero ed il dolore arrecatogli dal figlio Italo che si era arruolato tra i Titini.

La famiglia esule riusciva a raggiungere Torino dove Giannina avrebbe insegnato sino al pensionamento, il padre che aveva perso la ragione, prossimo alla pensione, si recava ogni giorno all’Intendenza di Finanza dove trascorreva le ore d’ufficio, seduto nella rientranza di una finestra in totale mutismo. Bruno e Romano dopo aver concluso brillantemente gli studi universitari, affascinati dalle filosofie indiane volevano allontanarsi dall’Italia. Il figlio maggiore si sposava in Olanda, dal matrimonio nasceva una figlia ma non soddisfatto si trasferiva per breve tempo in Turchia e già prima di separarsi dalla moglie abbracciava la filosofia dei veggenti pensatori Veda e della reincarnazione. Madre e figli guardavano lontano l’India per cercare l’ “origine”, così mi disse Giannina, erano certi di averla trovata ad Aurobindo Ashram – RSI (Pondichéry). Da parecchio tempo Bruno insegnava dottrina filosofica, ha la figura di un asceta che ricorda lontanamente il padre, porta la barba lunga, indossa una lunga tunica bianca e dei semplici sandali di cuoio. Dopo alcune fuggevoli relazioni con delle ragazze indiane, si univa ad una giovane domestica di stirpe Tamil.

La giovane donna appartiene ad una casta inferiore e secondo le leggi indiane non può inserirsi in una casta superiore, ogni sera aveva l’obbligo di raggiungere il suo villaggio, sito fuori dei limiti della città dove si trovava la capanna di famiglia con il pavimento in terra battuta. Giannina era convinta che la ragazza non desse troppo peso all’imposizione. Da questa unione, impossibile da ufficializzare, era nata una figlia che chiamerò Z., fatto che farà decadere Bruno che non potrà più insegnare filosofia.

Romano, il figlio minore di Stefano, amava raggiungere Bali dove acquistava delle pietre dure poi, con il treno partiva alla volta di Trieste intraprendendo dei viaggi molto avventurosi. I suoi acquirenti si trovavano: a Trieste, a Cherso, a San Martin di Cherso ed a Veglia. Per svolgere la sua attività in Croazia aveva dovuto affittare a caro prezzo del suolo pubblico che gli permetteva di sistemare delle bancarelle per intraprendere nei mesi estivi un piccolo commercio di collane e pietre da montare. Le umiliazioni subite da Romano in Croazia, allora parte della Jugoslavia dovevano essere state insopportabili ma il figlio di Stefano era tragicamente attratto dai luoghi dove il padre aveva operato e sofferto.

I due fratelli Petris sempre alla ricerca dell’ “origine” si distaccavano sempre di più dall’Europa, Bruno l’aveva individuata ad Aurobindo Ashram e Romano forse a Baly.

Giannina coinvolta dalla scelta dei figli decideva di vendere l’appartamento di Torino per trasferirsi a Trieste dove ne affittava uno in Viale D’Annunzio per essere vicina a Romano quando con la compagna Mariela, tra un viaggio e l’altro vi soggiornava per breve tempo. Con il capitale ricavato a Torino veniva acquistato in India un esteso terreno e veniva iniziata a costruire una villa che doveva rappresentare l’approdo sicuro per i tre Petris. Il terreno era destinato alla coltivazione intensiva dei giacinti che essiccati e raccolti in sacchi avrebbero costituito per la famiglia una buona rendita. Per parecchio tempo Giannina era stata assillata da non poter mettere la proprietà a nome suo in quanto la legge indiana proibiva a qualsiasi straniero di possedere terreni o beni immobili. Poi la decisione, veniva messa a nome della nipotina Tamil.

In una fotografia che ritraeva le prime fasi della costruzione della villa avevo notato dei muri di recinzione curvi, volti verso un corso d’acqua, la loro funzione era di impedire ai rettili di entrare in casa. La costruzione della villa era giunta quasi al termine ed avevo ammirato molte fotografie tra le quali parecchie degli interni. L’arredamento tradizionale era sostituito da numerose nicchie e l’ambiente appariva poco illuminato dalla luce diretta in quanto all’esterno erano state previste solo poche aperture. Giannina si stava ricostruendo la vita in un altro mondo ed alla mia domanda: dove andrai a fare la spesa? Rispondeva: “passano i pescatori”. Mi si strinse il cuore.

La nipotina Tamil ama danzare ed indossare braccialetti e collane colorate, non può portare il cognome Petris perché la legge non lo permette. Quando sarà più grande acquisterà uno o più risciò che affitterà, avrà così il denaro necessario per andare spessissimo al cinema e per acquistare abiti, collane e braccialetti. Secono la mamma, anche se decaduto, Bruno sembrava soddisfatto perché aveva trovato “l’origine”.

A 78 anni Giannina si trasferiva definitivamente in India per vivere nella casa della nipote, la legano ancora all’Italia la pensione che in India viene erogata con parecchie difficoltà burocratiche.
Nel giorno di un Natale di qualche anno fa, Romano moriva a Bali per overdose, la sua affezionata compagna Mariela, cittadina croata aveva potuto ereditare a Cherso la casa che era stata della mamma di Stefano e della zia Angiolina.

Un dilemma, Giannina non era riuscita o piuttosto non aveva voluto trasmettere ai suoi figli i principi in cui credeva Stefano? Ora la discendenza di Stefano si perpetua lontana da Cherso in una piccola danzatrice dal visetto abbronzato, felice di esibire intorno all’esile collo ed alle braccia collane e braccialetti colorati. Come avviene sempre, coloro che avevano avversato Stefano fino a denunciarlo al Tribunale del Popolo e nulla avevano capito del sacrificio suo e dei suoi militi, hanno voluto farne un esempio del proletariato prossimo all’ideologia avversata da Stefano per cui si era immolato. Tutto ciò perché il Tenente è si un Petris ma una sua antenata era stata una “ragazza madre”. Purtroppo per chi è in mala fede, Stefano, ricco o povero, nobile o plebeo non ha mai rinnegato: Dio, Patria, Famiglia, perciò era morto.

Trascorsi dieci anni da quando Gianina aveva voluto interrompere i nostri rapporti epistolari per conservare gelosamente intatti i nostri pensieri, di lei mi restano, qualche cartolina e qualche cartoncino di provenienza indiana dai colori particolari in cui si vedono le sagome di fiori esotici. Da allora non ho più avuto sue notizie ma mi riferiscono che ormai novantenne si è stabilita in India.

Forse tutto è spiegabile, viviamo in un periodo in cui agli eroi, quelli veri, non è stato riservato uno spazio, perciò speriamo nel futuro. (Fonte:Rinascita)