Tuesday, March 30

The Secret History of the Iraq War

I Casamonica

Quattro gli episodi recenti più significativi il primo dei quali risale alla fine dello scorso febbraio quando i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Frascati arrestano tre persone per estorsione ed usura e sequestrano beni per oltre quindici milioni di euro. Oramai è scontro aperto tra forze dell’Ordine e il clan Casamonica: una battaglia senza esclusione di colpi che ha fatto registrare, soprattutto negli ultimi mesi, un intensificarsi senza precedenti. Due settimane dopo, nuovo blitz, sempre dei Carabinieri, e tre nuovi arresti per estorsione, rapina e lesioni personali. Lo scorso 18 marzo, poi, Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Frascati hanno sequestrato al clan dei Casamonica dieci appartamenti alla Borghesiana, tutti abusivi e costruiti in violazione della legge sull’edilizia. Le opere erano state già sottoposte a sequestro ma, anziché mantenerle nello stato in cui si trovavano al momento dell’attuazione del provvedimento, erano state rifinite e dotate anche di dodici telecamere ad infrarossi su tutto il perimetro dell’area ove erano costruite. L’altro giorno il salto di qualità: la scoperta dell’esistenza di un patto criminale tra la famiglia rom e la ‘ndrangheta per la gestione di un giro di affari calcolato intorno ai 40 milioni di euro all’anno e condotto tramite società e cooperative che gestivano appalti con enti pubblici e privati, e che avrebbero dovuto mettersi in affari per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti in Campania. Alla testa dell’organizzazione criminale Pietro D’Ardes, ex ispettore del lavoro rinviato a giudizio dalla procura di Palmi per associazione a delinquere in concorso con esponenti della ’ndrangheta, e, appunto, Rocco Casamonica, capo dell’omonima famiglia da sempre dedita all’usura e alle truffe nella capitale.

Tra il Lazio, la Campania e la Calabria sono stati sequestrati dalla Polizia Anticrimine della Questura capitolina anche beni per un valore complessivo di circa 10 milioni di euro, 15 aziende e quote di 21 società, oltre al sequestro di 165 conti correnti, auto di lusso, ville ed appartamenti. Inoltre è stato disposto il regime di sorveglianza speciale per sette componenti della famiglia di rom stanziali. Tra le 15 società sequestrate dalla polizia ci sono anche società che si occupano di parcheggi con Enti pubblici e privati, gestione di mense e di supermercati anche nella capitale. Secondo gli investigatori, questa operazione ha consentito «di bloccare e probabilmente recidere definitivamente tutte le attività illecite relative ad appalti che avrebbero potuto condizionare, anche con l’ausilio di prestanome, diversi settori della vita pubblica del Paese». Sempre da ambienti investigativi, però, non si nascondo preoccupazioni per le ramificazioni ancora esistenti dei Casamonica. Diramazioni che potrebbero consentire alla famiglia rom capitolina di riorganizzare fila ed affari. In particolare gli inquirenti si starebbero muovendo su due fronti: scardinamento della fitta rete (si parla di diverse decine di soggetti) di prestanome tramite i quali i Casamonica gestiscono gli affari, infiltrazione di “osservatori” delle Forze dell’Ordine all’interno dell’organizzazione. Certo, non sono missioni facili ma forse costituiscono gli unici strumenti in grado di scardinare in maniera definitiva un’organizzazione che, di fatto, si sta gradualmente impossessando (in modo illecito) di grosse fette del mondo economico della Capitale.

La CNPC annunciò la scoperta di un nuovo giacimento di petrolio.

Disastro inizialmente imputato a qualche attacco militare, orchestrato dalla marina militare nord-coreana. Comincia dunque a sgonfiarsi da sola, la crisi innescata dal misterioso naufragio della nave militare sud coreana (una corvetta da 1200 tonnellate), in pieno Mar Giallo. A sobillare gli animi, almeno in un primo momento, aveva provveduto proprio una fonte militare di Seul, particolarmente generosa nel fornire i particolari dell’affondamento della nave militare (era stato, difatti, segnalato che la poppa del Cheonan fosse stata devastata da un’esplosione all’altezza dell’elica. Tipico effetto da impatto da siluro). Il disastro marittimo (che ha causato una cinquantina di morti), non ha mancato di insidiare la finanza asiatica che, in un primo momento, aveva registrato dei “tremors” niente male, capaci di frenare lo slancio al rialzo del Dow Jones newyorkese. Va sempre tenuto presente che il Mar Giallo è una prominenza dell’Oceano Pacifico, che separa la Cina della penisola coreana. Situata tra le due Coree, a ridosso del Northern Limit Line (la linea di delimitazione marittima tra i due Stati), la zona teatro del disastro è stata regolarmente scenario di una cronica “guerra del granchio”, un conflitto autoalimentato dalla liceità del libero pescaggio, estremamente simile alle nostrane “tiritere” italo-tunisine di qualche lustro fa, ma con effetti potenzialmente molto più pericolosi.

Forse, al di là delle scaramucce di matrice ittica, potrebbe essere piuttosto interessante esaminare un risvolto che appare potenzialmente assai più sostanzioso. Quello rappresentato dalle scoperte effettuate nel maggio 2007, dalla società petrolifera nazionale della Cina (Cnpc). All’epoca, infatti, la Cnpc annunciò la scoperta di un nuovo giacimento di petrolio. Un giacimento di consistenti dimensioni, allocato, guarda un po’, proprio sulla piattaforma continentale del Mar Giallo, teatro di questa tragedia. Una motivazione non marginale, sufficiente a giustificare l’interesse di qualcuno dei protagonisti, nel tenere alta la tensione ed impedire ogni accesso a questa risorsa senza un preventivo accordo negoziale. Una via, peraltro, di ardua percorribilità, visto che i due paesi permangono in stato di guerra, data la mancanza di trattato di pace che ponga definitivamente termine al famoso conflitto del 1950-1953. Anzi, proprio dal 1999, le scaramucce hanno mietuto decine di morti in questa zona. Sei marinai sud-coreani uccisi nel giugno 2002. Mentre nel novembre 2009 le gerarchie militari non avevano mancato di spingere i propri fanti a prendere a cannonate il rispettivo avversario. Il tutto, certamente, per qualcosa di più di un mero obiettivo ittico. Ben venga il momento di porre le carte in tavola (Pechino permettendo), per poter dire che, almeno stavolta, nessuno ha preso un granchio.

Una efferata vendetta per l’eliminazione di Khaled.

Oltre settanta i feriti. Se poi il sindaco di Mosca Yuri Luzhkov dichiara che gli attentatori sono due donne-suicide, allora la logica non ammette altre interpretazioni: terrorismo, quindi Cecenia. Mosca si risveglia nel frastuono di due bombe che esplodono e uccidono nelle arterie della sua ramificata metropolitana. La prima bomba colpisce la fermata Lubyanka miete almeno 23 vittime. Quaranta minuti più tardi la tragedia si ripete in un convoglio al Park Kultury con almeno una dozzina di morti. La memoria collettiva corre indietro all’attentato del febbraio 2004 alla metro di Mosca, quando un solo attentatore suicida provocò la morte di 41 passeggeri – proprio in una stazione, quella di Avtozavodskaya, che è limitrofa alle due (Lubjanka e Park Kultury) colpite ieri. I media russi ventilano la notizia di una rivendicazione cecena. Inoltre il giorno prima degli attentati la polizia russa aveva arrestato ben otto sospetti nella zona degli Urali, specializzati in rapine e sequestri di membri della nomenclatura allo scopo di finanziare attività terroristiche nel Caucaso. A spulciare le cronache della turbolenta repubblica caucasica, si profila un’ulteriore conferma della pista cecena: lo scorso 18 marzo il presidente Ramzan Kadyrov in persona aveva annunciato l’uccisione di Abu Khaled, storico infiltrato di Al Qaeda nell’integralismo islamico che costituiva il mentore militare e strategico di tanti guerriglieri ceceni. Perciò il duplice attentato a Mosca può configurarsi come una efferata vendetta per l’eliminazione di Khaled. Ma questo significa che i ceceni rappresentano soltanto il braccio armato di una mente molto, molto più sofisticata. Il dato di fatto è che la Cecenia sta nuovamente colando a picco. Un dato crudo: Grozny è colpita da un’epidemia di tubercolosi. Se a Mosca su centomila persone si verificano ogni anno 77 casi di infezione, mentre in Europa il numero crolla ad una dozzina soltanto, in Cecenia i malati di tubercolosi quest’anno sono saliti a 325. La notizia nella notizia è che le autorità sanitarie, e amministrative in senso lato, sono incapaci di circoscrivere i nuovi focolai. Mancano medicinali e strutture. Mancano servizi pubblici essenziali, come fognature e rete idrica. Dieci anni dopo la presunta vittoria russa contro i separatisti, la Cecenia resta un inferno civile. La disperazione riaccende anche la guerriglia, che ritrova forza e risorse. I giornali russi si sono ben guardati dal trasmettere la notizia di una solenne batosta militare inflitta dai separatisti contro l’esercito russo nella città di Oktyabrsky. In sé non dice quasi nulla. Non serve nemmeno specificare che è localizzata nella repubblica del Bashkortostan. Però è tutto più chiaro quando si scopre che questi nomi impronunciabili si trovano tra il Volga e gli Urali. Inoltre era uno storico centro di aggregazione per i musulmani russi con mai sopite tendenze autonomiste. E’ prematuro tirare le somme: da una parte va in onda la replica degli attentati del 2004; dall’altra la “russo-fobia” sperimenta nuove forme. In mezzo si staglia un pesante dato di fatto: in Cecenia la vita quotidiana resta pericolosamente difficile. E’ il fallimento della ricostruzione annunciata, e pagata, da Mosca. Adesso anche al Cremlino sentono l’eco di questa sconfitta. Eco di morte che ha risuonato, ancora una volta, nella metropolitana di Mosca.

La Legge del Ritorno

Nella Knesset, vi è un tentativo di precludere a tutti i non ebrei che abbiano visitato Israele la possibilità di chiedere la cittadinanza israeliana secondo la Legge del Ritorno, se essi si convertono all’ebraismo successivamente alla loro visita. A parte l’ottusità di mettere in pericolo i legami con la vasta maggioranza della Diaspora, proprio nel momento in cui quei legami sono più importanti che mai per Israele, vi è l’insensibilità pura e semplice di tale mossa. Noi dovremmo essere una comunità accogliente, non chiusa. Ironicamente, noi piangiamo sui nostri numeri stazionari anche se noi stessi creiamo un percorso ad ostacoli per quei molti che trovano un significato nell’ebraismo e mostrano interesse a appartenervi. Ci deve essere, chiaramente, un criterio per la conversione, incluso un fermo impegno alla pratica dell’ebraismo, la sincerità genuina e la conoscenza dei principi della vita ebraica, delle sue credenze, storia e pratica. Ci dovrebbe essere, idealmente, uno standard di conversione accettabile per tutti i movimenti religiosi. Comunque, ciò si è dimostrato finora irraggiungibile, lasciando la determinazione di “chi è ebreo” al Gran Rabbinato d’Israele o alla Knesset. Alcuni giorni fa, ho assistito ad un discorso di una collega dell’American Jewish Committee (Ajc) di origine tedesca recentemente convertitasi all’ebraismo. Lei era stata istruita da un rabbino “Conservative” a New York, prima di apparire di fronte ad una corte rabbinica. È stata un’emozione potente vedere questa giovane donna parlare del suo abbraccio verso l’identità ebraica, del suo matrimonio ebraico, della circoncisione di suo figlio e del suo amore per Israele, che ha visitato molte volte.

Lei disse di essere venuta a lavorare all’Ajc come non-ebrea e di essere stata accolta con calore. Senza dubbio, quel senso di benvenuto contribuì alla sua successiva decisione di divenire ebrea. Immaginate se fosse stata trattata con distacco o sospetto, come sarebbe stato il caso in qualche altro scenario. Che genere di impressione le sarebbe rimasta? Il fatto che lei provenisse dalla Germania aveva solo reso la sua intera esperienza ancora più ispiratrice. Ma non potevo evitare di chiedermi quale genere di ostacoli lei potrà ancora incontrare lungo la strada. Alcuni potrebbero mettere in dubbio la “validità” della sua conversione “Conservative” o sfidare il suo diritto di vivere in Israele da autentica ebrea, se un giorno lei e la sua famiglia dovessero considerare di fare tale scelta. Durante il corso degli anni, ho incontrato altri meravigliosi convertiti che si lanciano con grande entusiasmo e che tanto aggiungono alla vitalità della vita ebraica. Infatti, spesso ho riscontrato che effettivamente, nel caso dei matrimoni, è il convertito all’ebraismo che sprona il coniuge nato ebreo ad un livello più alto di impegno nella comunità. Quelli che renderebbero la vita difficile ai convertiti, in Israele o altrove, trascurano molte considerazioni. Primo, raramente è facile cambiare la propria religione. Può significare andar via lasciandosi alle spalle una comunità, esperienze profondamente radicate, e persino la famiglia. Disdegnare o sottovalutare questo significa mostrare un’estrema indifferenza verso quello che il convertito attraversa a livello personale. Mi ricordo di una donna greca ortodossa che si era convertita all’ebraismo. Un giorno, lei mi confidò quanto fosse stato difficile. Da una parte, vi erano ancora ebrei che mettevano in dubbio la sua “autenticità”, sebbene la sua famiglia era attiva nella loro sinagoga Riformata ed i loro bambini avevano tutti avuto un’istruzione ebraica. D’altra parte, dato il collegamento profondo fra famiglia, chiesa e identità nella cultura greca, i suoi parenti non potevano accettare completamente la sua decisione, che aveva creato una tensione permanente con le persone che amava. O si prenda il caso di una giovane che era la figlia di un ministro degli esteri europeo. Lei, crescendo, era sempre stata interessata all’ebraismo, mi disse, e fece il grande passo quando incontrò un uomo israeliano. Lei si convertì attraverso il movimento “Conservative” negli Stati Uniti, ma questo non era sufficiente per la comunità ebraica di casa sua. Il ministro chiamò e chiese il nostro aiuto. Era sbalordito. Non poteva comprendere perché, dopo tutto lo studio intenso che sua figlia aveva effettuato, lei venisse ancora tenuta a distanza dai leader ebrei locali. Col tempo la situazione si è risolta, ma non prima di creare dei risentimenti.

Forse più dolorosa di tutte è la storia dello scorso anno di un ragazzo tredicenne in Spagna. Morto per un tumore al cervello, è stato seppellito appena fuori del cimitero ebraico perché la sua conversione all’ebraismo era avvenuta sotto gli auspici dei “Conservative”, spingendo perciò il Rabbino Capo Sefardita di Israele a decidere che egli non poteva essere sotterrato all’interno del cimitero stesso. Così, nonostante avesse frequentato ogni giorno una scuola ebraica e avesse avuto il suo Bar Mitzvah, il ragazzo fu seppellito in una sezione separata, riservata a coloro la cui “ebraicità” sia oggetto di discussione. Secondo, quella di unirsi al popolo ebraico in un mondo dove l’antisemitismo è in aumento, le sinagoghe e le scuole ebraiche sono soggette a sempre maggiori controlli di sicurezza, ed Israele viene demonizzato dai suoi nemici, non è necessariamente una decisione presa alla leggera. Non c’è un bonus di firma nell’unirsi al popolo ebraico, sebbene, pensandoci, non deve essere proprio questa cattiva idea! Al contrario, ci sono pericoli sempre presenti per quelli che decidono di unire il loro destino con quello del popolo ebraico. Non dovremmo tendere la nostra mano a quegli individui che accettano di assumere il rischio nel nome di una chiamata più alta? Terzo, è davvero questo il modo in cui noi desideriamo comportarci verso coloro che giungono ad ammirare la bellezza della tradizione ebraica, ma che non possono sentirsi a proprio agio in un ambiente rigidamente osservante, così come avviene anche per molti ebrei dalla nascita? Non violiamo quella bellezza attirando nubi su alcuni convertiti, facendo di loro gli oggetti di manovre legislative nella Knesset o cercando di creare, in effetti, gerarchie dell’identità? E quarto, noi ignoriamo il sempre crescente contributo dei convertiti alla vita ebraica. Io lo vedo nell’Ajc. Lo vedo nella nostra sinagoga. Lo vedo nella vita comunitaria ebraica più in generale. Col timore riverenziale che essi hanno verso l’eredità, la tradizione e la comunità ebraica, i convertiti aggiungono uno strato nuovo ed eccitante di vitalità alla nostra gente. Questa è una battaglia nella Knesset sui convertiti e sul loro diritto di fare aliya, sì. E’ anche una battaglia sul diritto di tutti gli ebrei, a prescindere dalla denominazione, di aiutare l’ingresso di membri nuovi nella compagine ebraica, consistente in criteri di base di conoscenza, sincerità ed impegno. E’ inoltre, una battaglia su una visione di Israele. Israele vuole definirsi come la casa di tutti gli ebrei o solamente, se vogliamo, di ebrei designati, autenticati da un rigido monopolio religioso? Questa è, in ultimo, una battaglia per l’anima dell’ebraismo: se, alla fine, noi dobbiamo essere un popolo aperto, inclusivo, che pratica il rispetto reciproco, o una comunità chiusa tra mura, autoescludente, dove solamente alcuni sono ritenuti degni di rispetto. Per me, la scelta è ovvia.

Direttore esecutivo
American Jewish Committee
(www.ajc.org)

Tronchetti Provera è riuscito a mantenere lo status di semplice testimone.

Dietro le porte chiuse dell'udienza preliminare per il caso Telecom, si apre uno spiraglio su una vicenda in teoria coperta dal segreto di Stato: i rapporti tra la compagnia telefonica e il mondo dei Servizi segreti. A sollevarlo è l'uomo che fino all'esplosione dello scandalo dei dossier illegali sedeva al vertice di Telecom: Marco Tronchetti Provera.

Ma ora, difronte alle accuse dell'investigatore Emanuele Cipriani - secondo cui era perfettamente a conoscenza delle attività «coperte» dell'ufficio security diretto da Giuliano Tavaroli - Tronchetti è stato convocato per quattro volte a rispondere alle domande degli avvocati difensori: che quasi mai gli hanno riservato il «garbo istituzionale» che la Procura aveva dimostrato nei suoi confronti durante le indagini preliminari. E così, interrogatorio dopo interrogatorio, oggi Tronchetti Provera è arrivato a dover affrontare il tema che porta dritto dritto ai rapporti coperti dal segreto di Stato.

Perché è certo che Tavaroli abbia lavorato in quegli anni - non solo per Telecom ma anche per i nostri Servizi segreti, ai cui stava Marco Mancini, suo amico fraterno e testimone di nozze. Ma cosa abbia fatto davvero Tavaroli per il Sismi, e con quali contropartite, probabilmente non si saprà mai. Però oggi è Tronchetti Provera a parlare dell'uomo che all'interno del governo rappresenta la massima autoritàin materia di intelligence: Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti.

Tronchetti parla per tré volte di Letta, in aula. La prima è quando racconta di avere parlato con il sottosegretario dei dossier che la Kroll - potente agenzia investigativa americana - aveva raccolto contro Telecom e contro di lui (Tronchetti) medesimo. La seconda è quando riferisce di avere chiesto lumi a Letta su come comportarsi quando, nel maggio del 2005, Tavaroli fu raggiunto dal primo avviso di garanzia. La terza, ed è la più singolare, risale al luglio 2005. Tavaroli è stato costretto a dimettersi da Telecom ma «poiché non c'erano evidenza di reati e si tratta di una persona con cinque figli, era stato assunto da Pirelli Romania».

Ma mentre Tavaroli è a Bucarest scoppiano le bombe sul metrò e sui bus di Londra.Tronchetti scopre di non avere vicino un manager in grado di tutelare l'azienda sul fronte dell'analisi e della prevenzione antiterrorismo. E va a chiedere consiglio a Gianni Letta. Non è chiaro, nella versione di Tronchetti, chi dei due avanzi per primo l'idea di richiamare in servizio «Tavola» (come lo chiamavano ai tempi dell'Anna). In ogni caso, va a finire che «Letta mi disse che Tavaroli era una persona importante, perché era stato nei Ros dei carabinieri, cosa che io non sapevo. Mi disse anche che visto il momento di tensioni era possibile che Tavaroli non avesse colpe e la sua situazione (cioè l'inchiesta a suo carico) fosse conseguenza di tensioni tra i servizi segreti». Possibile? Possibile che Tronchetti non conoscesse da dove arrivava l'uomo che si occupava della security fin dai tempi di Pirelli?

Possibile che dovesse andare a chiedere al governo lumi su una indagine che aveva già visto i Carabinieri perquisire gli uffici di Telecom? La sensazione è che davanti alle domande dei difensori Tronchetti si sia reso conto di trovarsi su un terreno scivoloso, e che abbia cercato di cavarsi d'impaccio in qualche modo, ma in questo modo abbia finito con entrare in rotta di incrocio con la autoritàpolitica. Sicuramente è inconsueto che temi così rilevanti non siano stati toccati nel corso delle indagini della Procura, ed emergano solo ora per iniziativa delle difese.

E la Procura, anche ieri, ha cercato di risparmiare imbarazzi al presidente di Pirelli, cercando di opporsi a due domande sulle incursioni nei computer del Corriere della sera. Ma il giudice Mariolina Panasiti respinge l'opposizione, ritenendo che anche di quella oscura vicenda si debba parlare per capire chi ordinasse davvero le imprese del Tiger Team, la squadra di hacker Telecom guidata da Fabio Ghioni.

Afghanistan: la Russia partecipa indirettamente alla guerra consentendo il transito di approvvigionamenti e rinforzi della Nato

I separatisti ceceni lo avevano detto: Mosca ha portato l'ordine delle baionette a Grozny, e noi porteremo il terrore a Mosca. Sembra essere inconfondibilmente caucasica, infatti, la firma che due donne kamikaze hanno posto ieri sotto la strage della metropolitana moscovita. Perché l'attentato, compiuto nell'ora di punta, rientra in una serie di altrettanto efferate imprese terroristiche ispirate e attuate nell'ultimo decennio dai ceceni anti-russi e dai loro alleati dell'intemazionale islamista. Perché il ricorso alle donne suicide trova precedenti soprattutto nell'assalto al teatro della Dubrovka (2002,129 morti) e si spiega, oltre che con il fanatismo di ogni terrorista, con la sete di vendetta delle vedove, delle sorelle, delle giovani violentate dalle truppe russe in 14 anni di guerre (non a caso esse vengono chiamate le «vedove nere», oppure le «fidanzate di Allah»). Perché, soprattutto, la pace imposta alla Cecenia dal proconsole moscovita Ramzan Kadyrov, sospettato tra l'altro di aver messo lo zampino nell'assassinio della giornalista Anna Politkovskaja, non ha cancellato ne le aspirazioni nazionali ne la tradizionale crudeltà di quelle bande cecene che usano trovare rifugio sulle montagne e che nemmeno gli Zar dei secoli scorsi,, come testimoniano Puskin e Lermontov, riuscirono mai a domare del tutto. Non ha molto senso, perciò, fare della dietrologia sulla strage del metrò. E' vero che alcuni, a cominciare dall'oligarca esiliato Berezovsky, accusano Putin e i servizi russi da lui controllati di aver fatto saltare in aria due interi palazzi abitati nel 1999 per agevolare la sua ascesa al potere. E' anche vero che la popolarità dell'attuale premier (ma sempre uomo forte) della Russia ha subito qualche marginale calo in coincidenza con i sacrifici imposti dalla crisi economica. Ma Vladimir Putin non si è certo ridotto a dover cercare un effetto di ricompattamento nazionale russo per il tramite delle bombe di Mosca. Semmai, colpendo un luogo emblematico (la stazione della Lubyanka è praticamente sotto la sede del FSB, i servizi segreti che hanno raccolto l'eredità del KGB) i terroristi hanno inteso ridicolizzare l'efficienza degli 007 russi che li hanno fatti arrivare sin li, e provare così ad intaccare quell'immagine di leader invincibile e inflessibile che da sempre piace ai russi e che Vladimir Putin ha sistematicamente fatto sua. Questo innalzamento del livello della sfida, dopo qualche anno di tranquillità almeno nella metropolitana della capitale russa, ha spiegazioni diverse e tutte poco rassicuranti. m Russia (come in Francia e negli Stati Uniti) si voterà per le presidenziali nel 2012, e l'ipotesi accreditata di un ritomo di Putin al Cremlino non è certo fatta per piacere a chi si ritiene sua vittima. Si aggiunga che molte cose sono andate cambiando nel Caucaso del nord. I ceceni hanno stabilito basi operative in mguscezia e nel Daghestan (sempre all'intemo dei confini russi), e soprattutto il terrorismo caucasico ha moltipllcato i contatti con altri movimenti islamisti a cominciare da al Qaeda, che all'attentato di ieri potrebbe anche aver dato qualche contributo. Va ricordato, a questo proposito, che la Russia partecipa indirettamente alla guerra in Afghanistan consentendo il transito di approvvigionamenti e rinforzi della Nato, il che evidentemente alimenta l'avvicinamento tra gli interessi dei ribelli ceceni, oggi guidati da Doku Umarov, e quelli di al Qaeda. Se le cose stanno così, è facile prevedere che quello di ieri non sarà l'ultimo colpo portato all'autorità e all'immagine di Vladimir Putin (e di Dmitri Medvedev, s'intende). «Li annienteremo», ha reagito il Primo ministro. Ma certezze del genere, anche in linguaggio molto più colorito, erano state espresse da Putin all'indomani di ogni strage. E' evidente, e anche giusto, 11 tentativo di rassicurare la popolazione. Ma crediamo che il potere russo sappia in realtà assai bene cosa sia in arrivo. Un ennesimo tentativo di stringere le maglie della sicurezza e di migliorare l'intelligence, ma come si può tenere sotto controllo una metropolitana sulla quale viaggiano quotidianamente quasi sei milioni di persone e che è tra le più estese del mondo (e anche tra le più belle, nelle stazioni impreziosite dagli affreschi del realismo socialista)? Un peggioramento della vita già grama degli immigrati caucasici a Mosca, spesso vittime di episodi di autentico razzismo mentre alcuni loro fratelli, divenuti oligarchi o aspiranti tali, sfrecciano scortatissimi nelle vie della capitale a bordo di lussuose berline nere. E soprattutto, un'ulteriore internazionalizzazione della sfida islamista, che nell'imminenza delle presidenziali potrebbe eleggere la Russia a privilegiato terreno d'azione come è accaduto in altre regioni del mondo. Non sarà dunque facile, «annientarli». E' più probabile che con il terrorismo i russi debbano continuare a convivere. E che qualche brutto pensiero possa attraversare la loro mente ogni volta che scendono nel ventre di Mosca per prendere il metrò. Quelle interminabili gallerie Stalin le costruì negli anni Trenta anche come rifugio, e l'idea del doppio uso non abbandonò mai completamente l'Urss. Oggi l'Unione Sovietica non c'è più, e anche la metropolitana è cambiata: da rifugio contro lo straniero è diventata obbiettivo del nemico intemo.

Red Alert: Two Explosions Hit Moscow Metro

There have been two explosions on Moscow metro systems March 29. The first explosion hit the second carriage of a metro train stopped at Lubyanka station and the second at Park Kultury station. Ten people were initially reported injured in the first blast with an unknown number injured in the second blast. With two blasts approximately 40 minutes apart in Moscow subway stations it is most likely it was coordinated terrorist attacks in Russia’s capital.

According to STRATFOR sources in Moscow, the two locations of the attacks on the subway in the city are symbolic. The first attack in Park Kultury is symbolic in that it is one of the city’s cultural centers being located near Gorky Park. The second location of the attack at the metro station of Lubyanka is nearly under the Federal Security Bureau’s headquarters—former KGB headquarters—the security hub of Russia. According to media reports, the attacks were caused by suicide bombers at the peak of rush hour in Moscow. Thus far, rumors are flying that Muslim extremists are responsible for the attack. In the past, there have typically been spring-summer attacks in Moscow in February, and spring is just now arriving in the capital. STRATFOR will be closely watching the situation for more details.

Moscow’s terror fears renewed



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Monday's Metro bombings have chilling echoes of the last time Moscow's commuters were targeted.

Chechen militants were blamed for killing 41 on a train six years ago, with Russia's most-wanted terrorist suspected of being involved. That man, the notorious Chechen militant Doku Umarov, is again under suspicion.
Russia’s top security official has said that investigators consider the attack by North Caucasus terrorists the most likely scenario in the Monday metro blasts case.
“According to preliminary information, these acts were committed by terror groups linked to North Caucasus,” stated Aleksandr Bortnikov, the director of the Federal Security Service. “We will consider this the main version of events as the bodies of two female suicide bombers who were residing in the North Caucasus were found at the sites.”
Umarov, 46, is thought to be one of those who organized the Beslan school siege in 2004, which ended in a blood bath.
Along with the investigation in Moscow, another has begun in the South of Russia. Chechen President Ramzan Kadyrov says he is ready to give all assistance possible to the investigators.
“We are ready to cooperate,” said Ramzan Kadyrov, the president of Chechen Republic. “We have the experience, we have the law enforcement structures and special services – they know all the ins and outs. We all witnessed what these people did in the Chechen Republic: they are trying to scare ordinary people and undermine the rapidly expanding economy, locally and throughout the country.”
The latest attack is widely believed to be in retaliation to successful police and security operations in Russia’s North Caucasus.
The bombings come less than a month after ten alleged militants were arrested in the North Caucasus region. They are accused in connection with the bombing of the Moscow to St. Petersburg express train last November, which killed more than two dozen people.
In addition, last month three militant leaders in the North Caucasus were killed in a shootout with security services, one of whom was thought to have trained suicide bombers.

China: Crunch Time

The global system is undergoing profound change. Three powers — Germany, China and Iran — face challenges forcing them to refashion the way they interact with their regions and the world. We are exploring each of these three states in detail in three geopolitical weeklies, highlighting how STRATFOR’s assessments of these states are evolving. First we examined Germany. We now examine China.
U.S.-Chinese relations have become tenser in recent months, with the United States threatening to impose tariffs unless China agrees to revalue its currency and, ideally, allow it to become convertible like the yen or euro. China now follows Japan and Germany as one of the three major economies after the United States. Unlike the other two, it controls its currency’s value, allowing it to decrease the price of its exports and giving it an advantage not only over other exporters to the United States but also over domestic American manufacturers. The same is true in other regions that receive Chinese exports, such as Europe.
What Washington considered tolerable in a small developing economy is intolerable in one of the top five economies. The demand that Beijing raise the value of the yuan, however, poses dramatic challenges for the Chinese, as the ability to control their currency helps drive their exports. The issue is why China insists on controlling its currency, something embedded in the nature of the Chinese economy. A collision with the United States now seems inevitable. It is therefore important to understand the forces driving China, and it is time for STRATFOR to review its analysis of China.

An Inherently Unstable Economic System

China has had an extraordinary run since 1980. But like Japan and Southeast Asia before it, dramatic growth rates cannot maintain themselves in perpetuity. Japan and non-Chinese East Asia didn’t collapse and disappear, but the crises of the 1990s did change the way the region worked. The driving force behind both the 1990 Japanese Crisis and the 1997 East Asian Crisis was that the countries involved did not maintain free capital markets. Those states managed capital to keep costs artificially low, giving them tremendous advantages over countries where capital was rationally priced. Of course, one cannot maintain irrational capital prices in perpetuity (as the United States is learning after its financial crisis); doing so eventually catches up. And this is what is happening in China now.
STRATFOR thus sees the Chinese economic system as inherently unstable. The primary reason why China’s growth has been so impressive is that throughout the period of economic liberalization that has led to rising incomes, the Chinese government has maintained near-total savings capture of its households and businesses. It funnels these massive deposits via state-run banks to state-linked firms at below-market rates. It’s amazing the growth rate a country can achieve and the number of citizens it can employ with a vast supply of 0 percent, relatively consequence-free loans provided from the savings of nearly a billion workers.
It’s also amazing how unprofitable such a country can be. The Chinese system, like the Japanese system before it, works on bulk, churn, maximum employment and market share. The U.S. system of attempting to maximize return on investment through efficiency and profit stands in contrast. The American result is sufficient economic stability to be able to suffer through recessions and emerge stronger. The Chinese result is social stability that wobbles precipitously when exposed to economic hardship. The Chinese people rebel when work is not available and conditions reach extremes. It must be remembered that of China’s 1.3 billion people, more than 600 million urban citizens live on an average of about $7 a day, while 700 million rural people live on an average of $2 a day, and that is according to Beijing’s own well-scrubbed statistics.
Moreover, the Chinese system breeds a flock of other unintended side effects.
There is, of course, the issue of inefficient capital use: When you have an unlimited number of no-consequence loans, you tend to invest in a lot of no-consequence projects for political reasons or just to speculate. In addition to the overall inefficiency of the Chinese system, another result is a large number of property bubbles. Yes, China is a country with a massive need for housing for its citizens, but even so, local governments and property developers collude to build luxury dwellings instead of anything more affordable in urban areas. This puts China in the odd position of having both a glut and a shortage in housing, as well as an outright glut in commercial real estate, where vacancy rates are notoriously high.
There is also the issue of regional disparity. Most of this lending occurs in a handful of coastal regions, transforming them into global powerhouses, while most of the interior — and thereby most of the population — lives in abject poverty.
There is also the issue of consumption. Chinese statistics have always been dodgy, but according to Beijing’s own figures, China has a tiny consumer base. This base is not much larger than that of France, a country with roughly one twentieth China’s population and just over half its gross domestic product (GDP). China’s economic system is obviously geared toward exports, not expanding consumer credit.
Which brings us to the issue of dependence. Since China cannot absorb its own goods, it must export them to keep afloat. The strategy only works when there is endless demand for the goods it makes. For the most part, this demand comes from the United States. But the recent global recession cut Chinese exports by nearly one fifth, and there were no buyers elsewhere to pick up the slack. Meanwhile, to boost household consumption China provided subsidies to Chinese citizens who had little need for — and in some cases little ability to use — a number of big-ticket products. The Chinese now openly fear that exports will not make a sustainable return to previous levels until 2012. And that is a lot of production — and consumption — to subsidize in the meantime. Most countries have another word for this: waste.
This waste can be broken down into two main categories. First, the government roughly tripled the amount of cash it normally directs the state banks to lend to sustain economic activity during the recession. The new loans added up to roughly a third of GDP in a single year. Remember, with no-consequence loans, profitability or even selling goods is not an issue; one must merely continue employing people. Even if China boasted the best loan-quality programs in history, a dramatic increase in lending of that scale is sure to generate mountains of loans that will go bad. Second, not everyone taking out those loans even intends to invest prudently: Chinese estimates indicate that about one-fourth of this lending surge was used to play China’s stock and property markets.
It is not that the Chinese are foolish; that is hardly the case. Given their history and geographical constraints, we would be hard-pressed to come up with a better plan were we to be selected as Party general secretary for a day. Beijing is well aware of all these problems and more and is attempting to mitigate the damage and repair the system. For example, it is considering legalizing portions of what it calls the shadow-lending sector. Think of this as a sort of community bank or credit union that services small businesses. In the past, China wanted total savings capture and centralization to better direct economic efforts, but Beijing is realizing that these smaller entities are more efficient lenders — and that over time they may actually employ more people without subsidization.
But the bottom line is that this sort of repair work is experimental and at the margins, and it doesn’t address the core damage that the financial model continuously inflicts. The Chinese fear their economic strategy has taken them about as far as they can go. STRATFOR used to think that these sorts of internal weaknesses would eventually doom the Chinese system as it did the Japanese system (upon which it is modeled). Now, we’re not so sure.
Since its economic opening in 1978, China has taken advantage of a remarkably friendly economic and political environment. In the 1980s, Washington didn’t obsess overmuch about China, given its focus on the “Evil Empire.” In the 1990s, it was easy for China to pass inconspicuously in global markets, as China was still a relatively small player. Moreover, with all the commodities from the former Soviet Union hitting the global market, prices for everything from oil to copper neared historic lows. No one seemed to fight against China’s booming demand for commodities or rising exports. The 2000s looked like they would be more turbulent, and early in the administration of George W. Bush the EP-3 incident landed the Chinese in Washington’s crosshairs, but then the Sept. 11 attacks happened and U.S. efforts were redirected toward the Islamic world.
Believe it or not, the above are coincidental developments. In fact, there is a structural factor in the global economy that has protected the Chinese system for the past 30 years that is a core tenet of U.S. foreign policy: Bretton Woods.

Rethinking Bretton Woods

Bretton Woods is one of the most misunderstood landmarks in modern history. Most think of it as the formation of the World Bank and International Monetary Fund, and the beginning of the dominance of the U.S. dollar in the international system. It is that, but it is much, much more.
In the aftermath of World War II, Germany and Japan had been crushed, and nearly all of Western Europe lay destitute. Bretton Woods at its core was an agreement between the United States and the Western allies that the allies would be able to export at near-duty-free rates to the U.S. market in order to boost their economies. In exchange, the Americans would be granted wide latitude in determining the security and foreign policy stances of the rebuilding states. In essence, the Americans took what they saw as a minor economic hit in exchange for being able to rewrite first regional, and in time global, economic and military rules of engagement. For the Europeans, Bretton Woods provided the stability, financing and security backbone Europe used first to recover, and in time to thrive. For the Americans, it provided the ability to preserve much of the World War II alliance network into the next era in order to compete with the Soviet Union.
The strategy proved so successful with the Western allies that it was quickly extended to World War II foes Germany and Japan, and shortly thereafter to Korea, Taiwan, Singapore and others. Militarily and economically, it became the bedrock of the anti-Soviet containment strategy. The United States began with substantial trade surpluses with all of these states, simply because they had no productive capacity due to the devastation of war. After a generation of favorable trade practices, surpluses turned into deficits, but the net benefits were so favorable to the Americans that the policies were continued despite the increasing economic hits. The alliance continued to hold, and one result (of many) was the eventual economic destruction of the Soviet Union.
Applying this little history lesson to the question at hand, Bretton Woods is the ultimate reason why the Chinese have succeeded economically for the last generation. As part of Bretton Woods, the United States opens its markets, eschewing protectionist policies in general and mercantilist policies in particular. Eventually the United States extended this privilege to China to turn the tables on the Soviet Union. All China has to do is produce — it doesn’t matter how — and it will have a market to sell to.
But this may be changing. Under President Barack Obama, the United States is considering fundamental changes to the Bretton Woods arrangements. Ostensibly, this is to update the global financial system and reduce the chances of future financial crises. But out of what we have seen so far, the National Export Initiative (NEI) the White House is promulgating is much more mercantilist. It espouses doubling U.S. exports in five years, specifically by targeting additional sales to large developing states, with China at the top of the list.
STRATFOR finds that goal overoptimistic, and the NEI is maddeningly vague as to how it will achieve this goal. But this sort of rhetoric has not come out of the White House since pre-World War II days. Since then, international economic policy in Washington has served as a tool of political and military policy; it has not been a beast unto itself. In other words, the shift in tone in U.S. trade policy is itself enough to suggest big changes, beginning with the idea that the United States actually will compete with the rest of the world in exports.
If — and we must emphasize if — there will be force behind this policy shift, the Chinese are in serious trouble. As we noted before, the Chinese financial system is largely based on the Japanese model, and Japan is a wonderful case study for how this could go down. In the 1980s, the United States was unhappy with the level of Japanese imports. Washington found it quite easy to force the Japanese both to appreciate their currency and accept more exports. Opening the closed Japanese system to even limited foreign competition gutted Japanese banks’ international positions, starting a chain reaction that culminated in the 1990 collapse. Japan has not really recovered since, and as of 2010, total Japanese GDP is only marginally higher than it was 20 years ago.

China’s Limited Options

China, which unlike Japan is not a U.S. ally, would have an even harder time resisting should Washington pressure Beijing to buy more U.S. goods. Dependence upon a certain foreign market means that market can easily force changes in the exporter’s trade policies. Refusal to cooperate means losing access, shutting the exports down. To be sure, the U.S. export initiative does not explicitly call for creating more trade barriers to Chinese goods. But Washington is already brandishing this tool against China anyway, and it will certainly enter China’s calculations about whether to resist the U.S. export policy. Japan’s economy, in 1990 and now, only depended upon international trade for approximately 15 percent of its GDP. For China, that figure is 36 percent, and that is after suffering the hit to exports from the global recession. China’s only recourse would be to stop purchasing U.S. government debt (Beijing can’t simply dump the debt it already holds without taking a monumental loss, because for every seller there must be a buyer), but even this would be a hollow threat.
First, Chinese currency reserves exist because Beijing does not want to invest its income in China. Underdeveloped capital markets cannot absorb such an investment, and the reserves represent the government’s piggybank. Getting a 2 percent return on a rock-solid asset is good enough in China’s eyes. Second, those bond purchases largely fuel U.S. consumers’ ability to purchase Chinese goods. In the event the United States targets Chinese exports, the last thing China would want is to compound the damage. Third, a cold stop in bond purchases would encourage the U.S. administration — and the American economy overall — to balance its budgets. However painful such a transition may be, it would not be much as far as retaliation measures go: “forcing” a competitor to become economically efficient and financially responsible is not a winning strategy. Granted, interest rates would rise in the United States due to the reduction in available capital — the Chinese internal estimate is by 0.75 percentage points — and that could pinch a great many sectors, but that is nothing compared to the tsunami of pain that the Chinese would be feeling.
For Beijing, few alternatives exist to American consumption should Washington limit export access; the United States has more disposable income than all of China’s other markets combined. To dissuade the Americans, China could dangle the carrot of cooperation on sanctions against Iran before Washington, but the United States may already be moving beyond any use for that. Meanwhile, China would strengthen domestic security to protect against the ramifications of U.S. pressure. Beijing perceives the spat with Google and Obama’s meeting with the Dalai Lama as direct attacks by the United States, and it is already bracing for a rockier relationship. While such measures do not help the Chinese economy, they may be Beijing’s only options for preserving internal stability.
In China, fears of this coming storm are becoming palpable — and by no means limited to concerns over the proposed U.S. export strategy. With the Democratic Party in the United States (historically the more protectionist of the two mainstream U.S. political parties) both in charge and worried about major electoral losses, the Chinese fear that midterm U.S. elections will be all about targeting Chinese trade issues. Specifically, they are waiting for April 15, when the U.S. Treasury Department is expected to rule whether China is a currency manipulator — a ruling Beijing fears could unleash a torrent of protectionist moves by the U.S. Congress. Beijing already is deliberating on the extent to which it should seek to defuse American anger. But the Chinese probably are missing the point. If there has already been a decision in Washington to break with Bretton Woods, no number of token changes will make any difference. Such a shift in the U.S. trade posture will see the Americans going for China’s throat (no matter whether by design or unintentionally).
And the United States can do so with disturbing ease. The Americans don’t need a public works program or a job-training program or an export-boosting program. They don’t even have to make better — much less cheaper — goods. They just need to limit Chinese market access, something that can be done with the flick of a pen and manageable pain on the U.S. side.
STRATFOR sees a race on, but it isn’t a race between the Chinese and the Americans or even China and the world. It’s a race to see what will smash China first, its own internal imbalances or the U.S. decision to take a more mercantilist approach to international trade.

From the Ferghana Valley to South Waziristan

From the Ferghana Valley to South Waziristan                                                            

EU da bude uporna po pitanju Bosne

Kušner se novinarima sinoć obratio posle radne večere sa svojim kolegama iz zemalja G-8 (Nemačka, Kanada, SAD, Francuska, Italija, Japan, Britanija i Rusija) i šeficom diplomatije EU Ketrin Ešton. Kušner je ocenio da EU treba da pokaže "tvrdoglavost i upornost" kada je Bosna u pitanju i da tamo zadrži prisustvo, "ne samo u vojnom smislu". On je takođe doveo u pitanje spremnost Bosne i Kosova da uđu u sastav EU. "Prema sadašnjem stanju stvari, da li su Bosna i Kosovo spremni da se pridruže EU", rekao je Kušner i dodao: "Nećemo da ponovimo Kipar", odnosno da se u Uniju primi jedna podeljena zemlja. Kušner je govorio novinarima o problemima kao što je Iran, i tom prilikom se osvrnuo i na zemlje bivše Jugoslavije. Ministri G-8 danas nastavljaju sastanak koji treba da pripremi samit ove grupe predviđen za 25. i 26. juni u Kanadi. Iran će biti jedna od glavnih tema današnjeg ministarskog sastanka G-8 u Kanadi ali ministri će takođe razmatrati i kontrolu naoružanja uopšte, a i druga pitanja kao što su terorizam u podsaharskoj Africi, Somalija, Jemen, Avganistan i Pakistan.

Italian diplomat Michael Giffoni, the EU envoy to the north of Kosovo

He claims that there is an absolute unity of all 27 countries over European perspective of Kosovo and Serbia and the regional cooperation is a principle that all countries in the region have to respect.


Q: What are your goals in the north of Kosovo?
‘The 27 members of the EU have supported my informal role of an envoy or a mediator for the north of Kosovo and it concerns promotion of values and goals – the rule of law, security, social-economic safety and responsibility for the rule of law – the values and goals that the EU wants to see in Kosovo. My role is very clear. I have to promote the values that the EU is based on and those values concern all people regardless if they are in the north of or in the whole of Kosovo. That can be achieved by mediation and dialog as one of my three priorities and not by imposing of solution as the practice was in the previous period. Next week an office of the ‘European House’, the EULEX and the EC shall be opened in the northern part of Kosovska Mitrovica. That shall create preconditions for increasing of credibility of the EU for realization of projects concerning improvement of living conditions of the local people. My task is that I in cooperation with the people from the EC identify problems and in a dialog with people in the field try to find solutions such as construction of water pipelines, infrastructure, public objects and similar. I have to say that I am going to work in an opposite direction in regard to previous practice. I shall start from the roots and not from the top of the power’.


Q: To what extent does your mandate overlap with Feith’s plan for the north of Kosovo?
‘It is easy to reply to that question. The thorough strategy for the north of Kosovo is not and cannot be presented as the EU document. However, when goals are concerned, it may happen that our goals sometime overlap’.


Q: The EU says that Serbia has to cooperate with neighbors including Kosovo?
‘Regardless of divided stances over Kosovo, the EU has a unique stance over European perspective of both Kosovo and Serbia and the whole region. Joining the EU can be achieved only through a regional cooperation presented in October last year. Blocking of that process by bilateral debates and disputes is not possible. Regional cooperation is a concept which has to be respected by all countries. If the EU has said that Kosovo has European perspective then Serbia cannot make a problem by pointing out the problem of the status of a part of the territory. That is our clear stance’.

Sunday, March 28

Ve lo immaginate un Togliatti, un Longo, un Berlinguer cedere spazio e potere a un direttore di giornale, a un televisionista, a un magistrato che si è messo in politica?

Non parlo degli altri. Parlo soltanto di me. Ho seguito molte campagne elettorali della Prima e della Seconda Repubblica. Ma non ne ho mai vista una tanto perversa e, insieme, grottesca come quella che si è conclusa ieri. Per questo mi dichiaro stufo, nauseato, schifato della lotta politica italiana. Dalle facce dei suoi leader. Dalle loro sparate su giornali e tivù. Dalla banalità velenosa che schizzava da ogni comizio o intervista. Dalla loro voglia di distruggersi. E infine dall'odio che seminavano in un paese già troppo nemico di se stesso. La memoria mi suggerisce una sola pronuncia corretta e sensata. L'ha fatta non so dove il leader dell'Udc, Pierferdinando Casini. Attenzione, non sto suggerendo ai lettori del "Riformista" di votare per lui. Ne tanto meno lo farò io. Dal momento che, come ho già detto in uno dei Bestiari, non andrò al seggio. Schierandomi con il partito più numeroso: quello dell'astensione. Ma qualche giorno fa, ho letto sul Televideo della Rai una dichiarazione di Casini che mi ha trovato d'accordo. Nella sostanza diceva: attenzione, l'Italia è ormai un paese dove tutti sono contro tutti. Gli italiani contro gli extracomunitari. I laici contro i cattolici. Gli antagonisti contro i moderati. Gli eterosessuali contro gli omosessuali. I governativi contro gli oppositori del governo. I fanatici del rosso contro quelli dell'azzurro. Insomma, aggiungo io, abbiamo adottato lo schema del peggior tifo calcistico: un blocco di ultra contro l'altro. Per il momento a parole, ma in futuro con armi assai più pesanti. Casini ha ragione. E come lui hanno ragione tutti gli analisti che affermano: la prima riforma da attuare dopo le elezioni è la riconciliazione nazionale. Lo penso anch'io, sia pure con molto scetticismo. Sono scettico perché conosco l'Italia e non soltanto, come ha sentenziato un lettore del "Riformista", perché leggo molti giornali e guardo i telegiornali di Sky. La conosco perché ci vivo da settantenni e ne ho studiato la storia, quella vecchia e quella nuova. Siamo sempre stati un paese di fazioni, di scontri fra una città e l'altra, di bande rivali, di il gusto sadico di straziare l'avversario. Può cambiare un paese fatto cosi? Per poter nutrire ' qualche speranza, sarebbe indispensabile che i leader politici cambiassero spartito e iniziassero a suonare una musica diversa. Ma non riesco neppure a immaginare che ne siano capaci. Il primo buon esempio dovrebbe darlo il capo partito più forte, Silvio Berlusconi. In questa »campagna elettorale ha di certo invaso tutti i media, però non so quanto gli sia giovato. Troppo collerico, iroso, ringhiante, indemoniato, con l'urlo di rabbia continuo. Insomma tutto il contrario della calma forza tranquilla che dovrebbe esprimere un leader liberale, come il Cavaliere dichiara di essere. Di Berlusconi mi ha colpito un dettaglio per niente irrilevante: la sua ossessione per la forma fisica, che poi nasconde il terrore di morire. Ha iniziato la campagna spiegando che si sentiva tanto forte da poter sfidare a braccio di ferro il mitico Carnera e batterlo. E dopo aver rivelato che si ritirerà tra cinquant'anni, ha concluso una delle ultime interviste, quella a Ugo Magri della "Stampa", dicendo: «Stanco io? No, sono in piena forma. Mi sfidi sui cento metri e se ne accorgerà». Qualcuno dei suoi dovrebbe ricordare al Cavaliere che una buona salute è certo augurabile a un premier. Ma da sola non basta. Il grande Rooseveit guidò gli Stati Uniti alla vittoria in guerra da una sedia a rotelle. In più, sempre i suoi generali avrebbero potuto suggerirgli di non chiedere il voto insultando i nemici. Non è il sistema più adatto per vincere le elezioni: i nemici gongolano e si moltiplicano. Questo iracondo Cavaliere darà il buon esempio? Ne dubito molto. L'altro che dovrebbe dare il buon esempio è il leader del Partito democratico, Pierluigi Bersani. In questa campagna lui ha mostrato il difetto opposto al Cavaliere. Mi è sembrato spento, grigio, esausto, incapace di offrire una scossa al proprio elettorato. E soprattutto ha trasmesso la sensazione di aver abdicato a favore di poteri esterni, ben più forti di lui. Penso a Tonino Di Pietro, a un giornale-partito del peso di "Repubblica", a una star della tivù come Michele Santoro e il suo "Annozero". Per rimanere nel campo dove è cresciuto Bersani, ve lo immaginate un Togliatti, un Longo, un Berlinguer cedere spazio e potere a un direttore di giornale, a un televisionista, a un magistrato che si è messo in politica? Il segretario del Pd ha lasciato la guida della campagna elettorale a gruppi di pressione estranei al partito. Dopo il voto gli presenteranno il conto. Se il centro-sinistra vincerà, si prenderanno il merito. Se perderà, la colpa sarà del debole Bersani. Accusato di non aver aggredito come doveva il Caimano. Lo stanno già dicendo. Ho descritto anomalie micidiali per qualunque democrazia. I due partiti maggiori dovrebbero rimettere le cose a posto. E chiudere l'epoca infernale delle urla e dell'odio. Da lunedì dobbiamo finirla di odiarci. È questo l'imperativo esistenziale per tutti. Quanto può durare un paese obbligato a restare di continuo sull'orlo di un abisso? » L'abisso è la guerra civile, oggi a parole, domani con altri mezzi. L'Italia ha bisogno di concordia, tranquillità, riforme condivise, solidarietà fra i diversi e di un rapporto corretto tra maggioranza e opposizione. Riuscirà ad ottenerli? Se volete una risposta schietta, eccola: temo proprio di no.

Saturday, March 27

I tempi della giustizia

Alle ore 11.10 del 14 giugno 2008 Giuseppe Uva, 43 anni, gruista, muore nel reparto psichiatrico dell'ospedale di Circolo di Varese. Attenzione alla data: 14 giugno 2008, quasi due anni orsono. Intorno alle 3 di quella notte Uva e l'amico Alberto Biggiogero erano stati fermati in stato di ebbrezza da una pattuglia dei carabinieri. Portati nella caserma di via Saffi, sempre a Varese, erano stati separati e Biggiogero, dalla sala di aspetto, aveva potuto ascoltare per ore le grida strazianti dell'amico. Uva era stato ricoverato nel pronto soccorso dell'ospedale: da qui, trasferito in psichiatria e sottoposto al trattamento sanitario obbligatorio e alla somministrazione di tarmaci incompatibili con il suo stato etilico.

Da qui la morte, qualche ora dopo. Questi i fatti essenziali (tutte le circostanze e le testimonianze si trovano sul sito www.innocentievasioni.net). Per quasi due anni le indagini sono state completamente ferme. Dopo che l'opinione pubblica e i familiari di Uva hanno sollevato con forza il caso, ecco la prima iniziativa della Procura: ieri un giornalista della Prealpina e uno della Provincia di Varese sono stati sentiti da un pm per «sommarie informazioni testimoniali» (evidentemente i loro articoli non sono stati apprezzati in procura).

Ma non è stato ancora mai ascoltato il principale testimone, Biggiogero, l'uomo che quella notte era stato fermato con Uva. Si spera che ac- cadrà presto, così come ci si augurano nuove indagini e nuovi rilievi autoptici (la procura starebbe pensando alla riesumazione della salma), per rispondere ai molti quesiti rimasti elusi. Questi i principali:

1. Esisteva un rapporto pregresso tra Uva e un appartenente alle forze dell'ordine? Testimonianze delle ultimissime ore parlano di una relazione tra Uva e la moglie di un carabiniere, e questo spiegherebbe il risentimento personale che determinò l'accanimento persecutorio di quella tragica notte.

2. Come mai l'autopsia sul corpo di Uva non ha contemplato gli esarni radiologici necessari a individuare eventuali fratture?

3. Perché non sono state considerate le dichiarazioni del comandante del posto di polizia presso l'ospedale?

Quest'ultimo ha scritto che la morte di Uva non sarebbe «un evento non traumatico»; che è rilevabile «una vistosa ecchimosi rosso-bluastra» sul naso e che «le ecchimosi proseguivano su tutta la parete dorsale»; che il corpo di Uva risultava privo degli slip e che sui suoi pantaloni «si evidenzia tra il cavallo e la zona anale una macchia di liquido rossastro». Patto confermato dalla testimonianza della sorella, che afferma di aver visto «tracce di sangue dall'ano». Siamo in presenza, come si vede, di un altro (l'ennesimo?) "caso Cucchi".

Balzano agli occhi le analogie. La prima: Uva e Stefano Cucchi (il giovane morto nei mesi scorsi a Roma dopo l'arresto e il ricovero all'ospedale Pertini) subiscono violenze mentre si trovano nella disponibilità di apparati statuali, che hanno come primo dovere istituzionale quello di garantire l'incolumità di chi si trovi sotto il loro controllo (è questo che fonda la legittimità giurido-morale dello Stato). Ancora: Uva e Cucchi, a seguito delle violenze subite, vengono ricoverati in una struttura sanitaria pubblica. Qui trovano la morte a causa di precise responsabilità del personale medico. Infine: nel caso di Cucchi e di Uva (ma anche in quello di Marcelle Lonzi, Giovanni Lorusso e di molti altri ancora), a rompere il muro del silenzio è una figura femminile, madre o sorella della vittima che trova in sé la forza, disperata e intelligente, per fare del proprio dolore più intimo un'occasione di denuncia pubblica.

Lunedì scorso il procuratore capo diVarese Maurizio Grigo ha convocato una conferenza stampa per affermare che «il 30 settembre 2009 la dottoressa Sarà Arduini ha aperto un nuovo procedimento proprio per verificare le nuove accuse della famiglia e le dichiarazioni rese dal signor Biggiogero». In altri termini ha ammesso candidamente qualcosa di enorme: la testimonianza, dettagliata e puntualissima, resa da Biggiogero il 15 giugno 2008 ha indotto il magistrato ad aprire un fascicolo contro ignoti il 30 settembre 2009. Ovvero a distanza di oltre 15 mesi dall'evento. E a distanza di quasi 6 mesi dall'apertura di quel fascicolo, come si è detto, quel testimone prezioso ancora non è stato ascoltato. Così come non sono stati ancora interrogati i carabinieri e i poliziotti presenti in caserma quella notte. Come dire: i tempi della giustizia.

Machiavelli va da sé.

Un modo di stare insieme secondo un alfabeto fatto di saghe, epiche, maghi, minuscoli guerrieri, foreste infestate di orchi e fiammeggianti sovrani della luce. Stupidaggini, forse. Proiezioni adolescenziali, magari. E tutto ciò fu rubato dalle pagine di Tolken pur di non perpetuare il rancore di una pesante eredità: la sconfitta militare e un Dopoguerra etemo annodato al collo peggio di un cappio da cui penzolare nella certezza inamovibile dell'inutilità di stare al mondo. Figurarsi quanto utile, invece, per la destra, era quel tentativo di stare nella scena politica. Qualcuno ci lasciava la pelle. Era ancora il tempo in cui c'era il regime e l'arco costituzionale. Si faceva la lotta al sistema. Non era più sufficiente risolverla con la colla e il secchio dell'attacchinaggio. Bussava alle spalle della giovinezza - Giovinezza! - il mito più che capacitante di farla finalmente estetica, la battaglia politica: e giù con i Campi Hobbit, allora. Sono i raduni di una destra "anni Settanta", non propriamente una replica di Parco Lambro, neppure una presa di Fiume, piuttosto un esperimento riuscito di "destra": comunitarista e non democratica, libertaria e non liberale, militante e non militarista, plurale e non occidentale, creativa e non mu- 1 Campi Hobbit degli ami Settanta, m esperimento riuscito di destra comunitarista, libertaria, militante e creativa seale e perfino anche musicale. Succedeva questo in Italia quando tutti, con faciloneria, pensavano fossero solo addestramenti paramilitari quelli dei Campi Hobbit dove, in luogo di confrontarsi "con l'egemonia degli altrui paradigmi culturali", poter sfog giare Ray-Ban e scarpe a punta. Furono - insieme a tanti convegni e al proliferare di riviste intellettuali tra le quali Elementi e Diorama Letterario - l'apice della Nuova Destra. E qualcosa di ancora più nuovo, a destra, dopo quell'esperimento che vide in Marco Tarchi l'animatore e il leader, non c'è più stato. Fu l'unico momento in cui la destra entrò in un mondo dal quale si era da sempre "autoesclusa". A maggior ragione con una "destra" al governo. Esclusa comunque. Nulla è mutato rispetto al passato. Per dirla con Tarchi, "la destra non sapeva partorire niente che andasse al di là di una produzione intellettuale di secondascelta, una sub-cultura (in termini gerarchici), come qualcosa che si collocava sotto il livello della cultura vera". E ancora adesso, malgrado il governo del paese, è così. E fin qui ce la caviamo con i modi del prologo. Le cose della teoria hanno i piedi per camminare e siccome tempo n'è passato da allora, il filo si riannoda a partire dall'attualità. Ecco: comunque vadano le elezioni, la destra - per come ha cristallizzato la propria fisionomia - è arrivata alla sua ultima fermata, e l'atto finale si rivela già nell'impossibilità di fare futuro (e non è un gioco di parole) oltre l'ombrello del berlusconismo. La destra-destra, qui s'intende. E' quella derivata dalla doppia mutazione da Alleanza nazionale in Pdl e, da questo, poi, in quel che è diventato il laboratorio della fronda finiana. Domanda delle domande, però: perché, facciamo ad esempio, la Lega di Umberto Bossi è cresciuta e si è evoluta senza farsi vampirizzare da Silvio Berlusconi - anzi, sovrastandolo ma aiutandolo non poco - mentre al contrario la destra è risultata solo un inciampo e si è dissolta nell'abbraccio con Forza Italia, anzi, creando non pochissimi disastri per sparire senza resti e senza eserciti? La destra-destra non avrà futuro fuori dell'epoca beriusconiana. Magari esisterà la parola è sarà una qualsiasi immondezza di tipo nevrastenico pop (esempi, purtroppo, non ne mancano a furia di isterie xenofobe e occidentaliste) ma la destra derivata dalla tradizione culturale della vena ghibellina, quella della Tradizione, quella, insomma, risorgimentale del liceo classico, della caserma e di Guglielmo Marconi, non Statua d'atleta ailo Stadio dei Marmi, a Roma troverà più modo di essere contempoì-anea al proprio tempo per manifesta incapacità di disegnare, innanzitutto, il presente. Cerco, intanto di dare a me stesso la risposta alla domanda di prima: la Lega vince perché è prassi. Tanto per cominciare il Carroccio, che pure nasce da una comunità a guida carismatica, rende tutti gli onori al capo ma ha messo in campo fior di campioni II lavoro teorico ài Tatarella, Niccolai, fìsvMìa e Torcili è sfumato nd fallimento del Pdl. Il rapporto conflittuale con Beriìtóconi quali Roberto Maroni - quello che materialmente sta sfasciando la mafia e la camorra -, quindi Tosi, sindaco di Verona (uno che non teme il paragone con la celebrata tradizione amministrativa delle municipalità rosse, tanto è bravo),, quindi ancora un ottimo ministro come Zaia e poi ancora curiosi e ghiotti incursori della cultura, magari sconosciuti al pubblico altero dei grandi quotidiani, ma di solida tempra (sia consentita l'espressione) spirituale. Sono quelli di "Terra Insubre". Personalmente li ho incontrati in una tavolata degna dei banchetti di Asterix e Obelix, anzi, degna dei Campi Hobbit. Ad un eerto punto della discussione hanno iniziato a fare una sana litigata e se in quello stesso momento, a Capalbio, qualcuno stava accalorandosi sulle "Mine vaganti" di Ozpetek, questi almeno se le stavano ragionando le questioni a proposito del concetto di divenire: si dividevano tra hegeliani ed eraclitei. Con tanti saluti all'egemonia culturale. E tanto per gradire, poi, la Lega che predica male con parole d'ordine ai confini del razzismo e dell'islamofobia, razzola poi benissimo se si pensa che quel fantastico Gentilini, prò sindaco di Treviso, è quello che meglio di un qualsiasi prete di frontiera ha saputo gestire l'immigrazione nella sua Alabama della Marca se è vero che più del 20 per cento delle partite Iva sono dei regolari extracomunitari. Gentilini è -giusto perché la Lega è sangue di popolo - quello che va a prendersi il tricolore di Cesare Battisti, la bandiera dimenticata nella tazza del cesso da Umberto Bossi, per stringerselo al proprio collo di vecchio alpino. La Lega è prassi mentre la Destra è tentativo senza essere pensiero, questa è Punica risposta possibile al perché tutto quel lavoro dei Pinuccio Tatarella e dei Beppe Niccolai (sul piano politico) e dei Domenico Fisichella e dei Marco Tarchi in ilio tempore (di quest'ultimo, appunto, e del suo nuovo libro adesso parleremo) sia infine sfumato nel fallimento del Pdl. E il dramma è doppio perché anche a dover vincere le elezioni regionali, il Pdl, il partito nato dalla fusione tra Forza Italia e quel che restava di Ah intomo alla figura di Gianfranco Fini, è crcpato. Se la Lega ha approfittato dell'opportunità del berlusconismo per realizzare i propri capitoli - sia esso il federalismo, l'immigrazione o la conquista del Veneto - la destra, al contrario, in Silvio Beriusconi - fatta salva la schiera lealista e faticatrìce di Maurizio Gasparri - ha avuto un padrone cui riservare solo coltellate. Non a caso Bossi, dal palco di piazza S. Giovanni, indicando il Cavaliere ha detto: "A lui io non ho mai chiesto una lira". Se la Lega è rimasta fedele a se stessa, la destra, a partire dalla svolta di Fiuggi, ha sistematicamente distrutto "il partito". È questo non l'ha fatto per veicolare libertà tra i propri aderenti ma per cinturare un leader e scimmiottare una contraffazione della società civile ritenendo ogni militante un pezzo di mondo da lasciare alla deriva. Perpetuando così "un senso di inferiorità", così diceva Beppe Niccolai, "che ha fatto sì di non cercare risorse al proprio interno ma fuori dai confini". Da Fiuggi in poi, sempre con l'eroica eccezione della sim telefonica di Gasparri dove FN non Jia ancora attratto a sé wmau autonomi, progetti emfofe àie non m la gemica adesione a8a Costituyanee aSaRepiWica ancora vive un sano nocciolo identìtarìo, è venuto meno il contatto carnale con il territorio, cori l'attivismo, con la base, con qualsiasi cosa che abbia a che fare con la selezione di una classe dirigente, con la convocazione di un congresso, meno che mai con il movimentismo creativo e metapolitico di un Campo Hobbit. E, dicendo questo, la prendo alla larga per arrivare al punto. Se la Lega ha incoraggiato al proprio interno la crescita di figure autonome (anche al costo di oscurare il capo), la Destra, oltre alla buona volontà di guastatori intercettati dalla polemica giornalista, ha seminato questa malinconica stagione del berlusconismo in crisi di grigi proconsoli fedelissimi al co-capo, ovvero quel Fini, altrettanto capo carismatico ma che a differenza del senatore Bossi, non ha ancora attratto a sé uomini autonomi, progetti e un fare presente che non sia la generica adesione alla Costituzione, al patriottismo repubblicano e alla corrente elencazione dei propositi assai in voga nell'antiberlusconismo così da guadagnare buona stampa e niente più. Un dato, questo dell'aver buona stampa, con il quale si rivela l'abolizione della passione senza sostituirla con l'intelligenza. Machiavellica va da sé. Ecco, parliamo di Tarchi. Politologo estraneo a qualsivoglia destra, ieri ideatore della più entusiasmante stagione della destra-destra (tanto da averla fatta nuova e - soprattutto - disarmante rispetto agli anatemi e ai luoghi comuni del patriottismo costituzionale di allora immutato rispetto a quello di adesso), Marco Tarchi che è uno studioso di provato spessore ha saputo scrivere un libro con la serietà propria di chi vive con distacco una stagione di cui fu il principale attore. Fu lui, infatti, a vincere un congresso contro Gianfranco Fini che dovette ricorrere a Giorgio Almirante per farsi nominare comunque alla guida del Fronte della gioventù. Poiché la storia non si fa con i se, non perdiamo di certo tempo ad immagi- Come suggerisce Torchi ne! suo ultimo fe'fcro, bisogna ripartire (Ma stagione dei Campi Hobbit per inven&xre una strategia metìpolitìca nare cosa sarebbe diventata la destra-destra se, giusto in quel frangente, con la leadership di un Tarchi non si sarebbe certo attardata con il vecchio armamentario: perfino "il Fascismo del 2000!". E però, il "capire cosa potesse spingere i ragazzi che frequentavano le sezioni missine a intestare un loro raduno nazionale a un personaggio fiabesco", è un'operazione di analisi culturale urgente specie se quasi tutta la schiera di chi era giovane allora, al fianco di Tarchi, adesso stia con Fini, su posizioni che l'attuale presidente della Camera ieri osteggiava e che oggi, al contrario, sostiene. E l'ultimo libro di Tarchi, "La Rivoluzione impossibile. Dai Campi Hobbit alla Nuova Destra" (edizioni Vallecchi, euro 18,00), è un perfetto scandaglio per rischiarare una stagione altrimenti dimenticata, specie se solo attraverso questa si può capire il come, il perché e il come mai la destra-destra di oggi al governo - pur con tutti quei protagonisti, Alessandro Campi, Luciano Lanna, Flavia Ferina, Umberto Groppi, Adolfo Urso e gli altri ràutiani derivati da quella stagione - abbia esaurite tutte le sue potenzialità. Era un giocattolo che doveva entrare per forza nella storia della destra, quello della Nuova Destra e con i Campi Hobbit a far da sfondo non c'è un dettaglio da scapestrati, ma la strategia metapolitica, l'unica che potrebbe definitivamente forgiare la destra senza per questo sfinire d'agguati un Berlusconi che il merito fondamentale lo ebbe: porgere l'ombrello alla cui ombra rendere fresca l'assolata solitudine di tanti. Sarebbe opportuno che, in sede di analisi e di confronto, si ricominciasse da quella stagione. Scrive Tarchi: "Le eredità ideologiche sono sempre più frequentemente rifiutate dai beneficiari e i segni delle identità originarie vengono cancellate per non creare imbarazzi negli interlocutori". Non è il caso degli Hobbit. Nessun imbarazzo deriva dai giorni di Castel Camponeschi e di Montesarchio (alcuni dei luoghi che videro i raduni), tanto meno possono essere dimenticati i convegni della ND dove arrivavano anche intellettuali fuori area come Massimo Cacciari. Sarebbe, appunto, opportuno che si riprendesse quel filo. E che i temi proposti allora - comunità solidale, critica al liberalismo, identità plurale, la paganitas perfino -trovassero finalmente i propri tempi, questi nostri. Altrimenti ci sarebbe un'ulteriore domanda, questa: perché il partito democratico è nato e l'altra cosa lì, una destra-destra, invece, no?

COPASIR

Copasir: audizione
Il Comitato per la sicurezza della Repubblica mercoledì 31 marzo alle ore 13,30 effettueraà l'audizione del Direttore dell'Agenzia informazioni e Sicurezza Interna (AISI).
Le altre notizie

FIRENCE: ubistvo Razije Hamidović 1991.

Beograd - Cvetko Simić, čije je raskomadano telo pre tri nedelje nađeno u zagrebačkom jezeru Jarun, posle atentata na Ivu Pukanića poslat je u Zagreb po naredbi Darka Šarića, ekskluzivno saznaje „Blic“.

Cvetko Simić i Darko Šarić
Simićev zadatak bio je da ispita šta se dešava u Hrvatskoj, koga tamošnja policija sumnjiči za zločin i da sazna koji srpski policajci su uključeni u istragu Pukanićevog ubistva.
- Posle eksplozije bombe na parkingu redakcije „Nacionala“ u Zagrebu, u kojoj su stradali Ivo Pukanić i Niko Franjić, ušli smo u trag SMS-u koji je glasilo: „U Zagreb stiže devojčica“. Čekali smo da vidimo ko će iz Srbije da krene u Hrvatsku i tako došlo do Simića. On je jedina osoba sa kriminalnim dosijeom koja je u to vreme prešla granicu Srbije sa Hrvatskom i uputila se ka Zagrebu - kaže za „Blic“ izvor iz vrha MUP-a Srbije.

On navodi da osoba koja je poslala SMS, a zatim u Hrvatsku uputila Simića, važi za Šarićevog saradnika.
- Ta osoba je veoma jaka i moćna u srpskom podzemlju. Sa Šarićem je u bliskim poslovnim vezama, koji su trenutno predmet istrage - kaže naš izvor.


On navodi da po Simićevom prelasku granice, srpska policija nije stopostotno bila sigurna da je on „devojčica“ iz SMS-a, koja se šalje „da ispita situaciju“.
- Ta poruka je mogla da se odnosi i na nekog drugog, ali već dan kasnije smo bili sigurni da se radi o Simiću - kaže naš izvor. Naime, Simić se jutro nakon „tajnog“ sastanka srpskih i hrvatskih policajaca, koji je održan odmah posle ubistva Pukanića i Franjića, u jednom tamošnjem hotelu, pojavio na istom mestu.
- U hotelu se raspitivao ko je od srpskih policajaca bio na sastanku. Raspitivao se i u hrvatskom podzemlju u kom smeru ide policijska istraga. Zbog toga je stupio u kontakt sa nekoliko tamošnjih jakih igrača. Hrvatska policija je ušla u trag tim kontaktima, i zbog toga je u istrazi ubistva Pukanića i privela Simića - kaže naš izvor.

Iako je kod Simića tada nađena izvesna količina narkotika i eksploziva, on je ubrzo pušten zbog, kako se pretpostavlja, dogovora sklopljenog sa hrvatskom policijom.
- Šta je Simić pričao policajcima u Zagrebu i kakav je bio dogovor koji mu je omogućio da odmah bude pušten, ispituje se u istrazi njegovog ubistva kao mogući motiv zločina - kaže izvor „Blica“.

On navodi da se ispituju i veze osobe koja je Simića poslala u Zagreb i Darka Šarića, kao i da li je eventualno bilo direktnih kontakata Simića i odbeglog pljevaljskog narko-bosa.
- Simić je imao jake pozicije u narko-klanovima u Srbiji, ali i regionu, Crnoj Gori, Bosni, na Kosovu i u Bugarskoj. Bio je jedna od spona između srpskog podzemlja i podzemlja u regionu - kaže naš izvor.

On navodi i da se trenutno ispituje zbog čega je Darko Šarić toliko bio zainteresovan za istragu ubistva Pukanića. Za ubistvo Pukanića, kao organizator optužen je Sreten Jocić, zvani Joca Amsterdam, ali i njegovi najbliži saradnici - Slobodan Đurović, zvani Kardinal, braća Robert i Luka Matanić, Milenko Kuzmanović, Željko Milovanović i Bojan Gudurić.

Ubijeni Simić bio je blizak sa Jocićevim saradnikom Goranom Marićem, koji je sa Ilijom Novovićem ubijen u aprilu prošle godine. Zagrebački „Jutarnji list“ objavio je da je posle Simićevog hapšenja, dva dana nakon Pukanićevog ubistva, hrvatska policija u njegovom kompjuteru našla zaštićenu korespondenciju sa braćom Darkom i Duškom Šarićem. „Jutarnji list“ je objavio i da je Simić u Zagrebu 2006. osnovao preduzeća „Taeda“ d.o.o. Preduzeće je registrovano na adresi porodične kuće Mirka Krakića Švabe (45), za kojim je raspisana Interpolova poternica zbog presude od deset godina zatvora za ubistvo Razije Hamidović 1991. godine u Firenci.

ARMI E BIGNE'.

Una banda di insospettabili trafficanti d'armi, guidata da un ex dirigente della Beretta. Almeno tré anni di triangolazioni proibite, per rifornire segretamente gli arsenali dell'Iran. E un carico parallelo di fucili in partenza per l'Eritrea. Con un polirico lombardo che si "fa pagare mediazioni su un conto svizzero: Pier Gianni Prosperini, assessore regionale della giunta Formigoni fino al 16 dicembre, quando è stato arrestato per corruzione. A collegare le guerre intemazionali alle tangenti italiane sono due indagini separate, che si sono incrociate proprio mentre la Guardia di Finanza ammanettava l'ex leader. LEGGI

Nazioni Unite: Luci rosse a Sarajevo

La violenza sessuale dentro alle Nazioni Unite continua a essere un problema talmente serio che il presidente Barack Obama gli ha dedicato un incontro ristretto con alcuni rappresentanti dei paesi coinvolti nello scandalo. Sulle 85.000 truppe dell’Onu dispiegate in oltre sedici operazioni di peacekeeping pesa l’onta più grave: l’abuso sessuale su donne e bambini. Non poco, soprattutto per chi ha vinto il premio Nobel per la Pace. Un’inchiesta del Wall Street Journal rivela che, da quando nel 2003 il Palazzo di vetro ha riconosciuto il problema, nulla o troppo poco è stato fatto per punire, scovare e processare i colpevoli. Anzi, c’è stata una certa opera di copertura degli abusi sessuali da parte dell’Onu. Il quotidiano americano ha studiato tre recenti casi: Sri Lanka, Marocco e India. Nel novembre del 2007 cento peacekeepers dello Sri Lanka furono accusati di aver abusato di bambini haitiani dai dieci ai sedici anni, nelle docce, nelle torrette di guardia, persino nei camion dell’Onu. Abusi sono stati commessi ancora da truppe marocchine impegnate nella Costa d’Avorio e truppe indiane sono state incriminate in Congo due anni fa.

E’ una storia che ha ricoperto di vergogna anche i segretari generali dell’Onu. Ruud Lubbers in qualità di Alto commissario per i rifugiati è stato accusato di aver molestato una sottoposta. L’inchiesta interna fece emergere le prove dell’abuso, eppure l’allora segretario dell’Onu Kofi Annan chiuse la vicenda. Furono le pressioni pubbliche, un anno dopo, a costringere Lubbers a dimettersi. L’inchiesta guidata dal principe giordano Zeid Raad al Hussein, citata anche dal Wall Street Journal, rivela che gli abusi sessuali “sembrano essere significativi, molto diffusi e ancora in corso”. I Caschi blu dell’Onu hanno commesso stupri e sono stati coinvolti in scandali sessuali anche in Bosnia, in Kosovo, in Cambogia, a Timor Est, in Burundi e nell’Africa occidentale. In Africa si parla ormai di “peacekeepers babies”, sono i bambini illegittimi dei soldati umanitari. Visto che l’Onu non è autorizzato a perseguire i colpevoli, il segretario generale Ban ki-Moon ha chiesto che i governi consentano che i Caschi blu accusati di abusi vengano sottoposti a giudizio. Ovviamente quasi nessuno lo ha fatto e il ciclo di violenze e impunità continua come prima.

Di tutte le missioni Onu, quella congolese – nota come “Monuc” – ha accumulato più denunce relative ad atti di corruzione e a violazioni dei diritti umani commessi dal suo personale. La missione in Congo è stata stabilita con l’obiettivo di pacificare il paese alla fine della guerra civile. E’ stata la seconda più grande missione di pace dell’Onu. Stupro, pedofilia e sfruttamento della prostituzione sono le accuse principali contro l’Onu. Un civile francese che lavorava all’aeroporto di Goma per le Nazioni Unite era solito filmare giovani ragazze congolesi, e commerciava in videocassette e fotografie pornografiche. La sua stanza era attrezzata con specchi sui tre lati del letto, mentre sul quarto lato c’era una videocamera azionabile con un telecomando. La polizia lo ha arrestato mentre stava per stuprare una bambina di dodici anni. Due peacekeepers russi hanno pagato due ragazzine di Mbandaka, le hanno cosparse di marmellata e poi hanno filmato l’orgia. A Bunia, una dodicenne di nome Helen è stata stuprata da un peacekeeper dell’Onu che l’aveva attirata offrendole una tazza di latte. Il soldato, dopo aver abusato della bambina, le ha dato un dollaro. Queste bambine sono conosciute come “one dollar baby”. Nella stessa base una tredicenne di nome Solange che cercava di vendere frutta è stata adescata con un biscotto, e poi stuprata. Dagli stessi inviati dell’Onu, che ha condannato lo stupro come “arma di guerra”.

Jihadism and the Importance of Place

By Scott Stewart
One of the basic tenets of STRATFOR’s analytical model is that place matters. A country’s physical and cultural geography will force the government of that country to confront certain strategic imperatives no matter what form the government takes. For example, Imperial Russia, the Soviet Union and post-Soviet Russia all have faced the same set of strategic imperatives. Similarly, place can also have a dramatic impact on the formation and operation of a militant group, though obviously not in quite the same way that it affects a government, since militant groups, especially transnational ones, tend to be itinerant and can move from place to place.
From the perspective of a militant group, geography is important but there are other critical factors involved in establishing the suitability of a place. While it is useful to have access to wide swaths of rugged terrain that can provide sanctuary such as mountains, jungles or swamps, for a militant group to conduct large-scale operations, the country in which it is based must have a weak central government — or a government that is cooperative or at least willing to turn a blind eye to the group. A sympathetic population is also a critical factor in whether an area can serve as a sanctuary for a militant group. In places without a favorable mixture of these elements, militants tend to operate more like terrorists, in small urban-based cells.
For example, although Egypt was one of the ideological cradles of jihadism, jihadist militants have never been able to gain a solid foothold in Egypt (as they have been able to do in Algeria, Yemen and Pakistan). This is because the combination of geography and government are not favorable to them even in areas of the country where there is a sympathetic population. When jihadist organizations have become active in Egypt, the Egyptian government has been able to quickly hunt them down. Having no place to hide, those militants who are not immediately arrested or killed frequently leave the country and end up in places like Sudan, Iraq, Pakistan (and sometimes Jersey City). Over the past three decades, many of these itinerant Egyptian militants, such as Ayman al-Zawahiri, have gone on to play significant roles in the formation and evolution of al Qaeda — a stateless, transnational jihadist organization.
Even though al Qaeda and the broader jihadist movement it has sought to foster are transnational, they are still affected by the unique dynamics of place, and it is worth examining how these dynamics will likely affect the movement’s future.

The Past

The modern iteration of the jihadist phenomenon that resulted in the formation of al Qaeda was spawned in the rugged mountainous area along the Afghan-Pakistani border. This was a remote region not only filled with refugees — and militants from all over the globe — but also awash in weapons, spies, fundamentalist Islamism and intrigue. The area proved ideal for the formation of modern jihadism following the Soviet withdrawal from Afghanistan in 1989, but it was soon plunged into Muslim-on-Muslim violence. After the fall of the communist regime in Kabul in 1992, Afghanistan was wracked by near-constant civil war between competing Muslim warlords until the Taliban seized power in 1996. Even then, the Taliban-led government remained at war with the Northern Alliance. In 1992, in the midst of this chaos, al Qaeda began to move many of its people to Sudan, which had taken a heavy Islamist bent following a 1989 coup led by Gen. Omar al-Bashir and heavily influenced by Hasan al-Turabi and his National Islamic Front party. Even during this time, al Qaeda continued operating established training camps in Afghanistan like Khaldan, al Farook and Darunta. The group also maintained its network of Pakistani safe-houses in places like Karachi and Peshawar that it used to direct prospective jihadists from overseas to its training camps in Afghanistan.
In many ways, Sudan was a better place for al Qaeda to operate from, since it offered far more access to the outside world than the remote camps in Afghanistan. But the access worked both ways, and the group received far more scrutiny during its time in Sudan than it had during its stay in Afghanistan. In fact, it was during the Sudan years (1992-1996) when many in the counterterrorism world first became conscious of the existence of al Qaeda. Most people outside of the counterterrorism community were not familiar with the group until after the August 1998 East Africa embassy bombings, and it was not really until 9/11 that al Qaeda became a household name. But this notoriety came with a price. Following the June 1995 attempt to assassinate Egyptian President Hosni Mubarak in Addis Ababa, Ethiopia (an attack linked to Egyptian militants and al Qaeda), the international community — including Egypt and the United States — began to place heavy pressure on the government of Sudan to either control Osama bin Laden and al Qaeda or eject them from the country.
In May 1996, bin Laden and company, who were not willing to be controlled, pulled up stakes and headed back to Afghanistan. The timing was propitious for al Qaeda, which was able to find sanctuary in Afghanistan just as the Taliban were preparing for their final push on Kabul, bringing stability to much of the country. While the Taliban were never wildly supportive of bin Laden, they at least tolerated his presence and activities and felt obligated to protect him as their guest under Pashtunwali, the ancient code of the Pashtun people. Al Qaeda also shrewdly had many of its members marry into influential local tribes as an added measure of security. Shortly after returning to Afghanistan, bin Laden felt secure enough to issue his August 1996 declaration of war against the United States.
The rugged and remote region of eastern and northeastern Afghanistan, bordered by the Pakistani badlands, provided an ideal area in which to operate. It was also a long way from the ocean and the United States’ ability to project power. While al Qaeda’s stay in Afghanistan was briefly interrupted by a U.S. cruise missile attack in August 1998 following the East Africa embassy bombings, the largely ineffective attack demonstrated the limited reach of the United States, and the group was able to operate pretty much unmolested in Afghanistan until the October 2001 U.S. invasion of Afghanistan. During their time in Afghanistan, al Qaeda was able to provide basic military training to tens of thousands of men who passed through its training camps. The camps also provided advanced training in terrorist tradecraft to a smaller number of selected students.
The U.S. invasion of Afghanistan radically changed the way the jihadists viewed Afghanistan as a place. U.S. military power was no longer confined to the Indian Ocean; it had now been brought right into the heart of Afghanistan. Instead of a place of refuge and training, Afghanistan once again became a place of active combat, and the training camps in Afghanistan were destroyed or relocated to the Pakistani side of the border. Other jihadist refugees fled Afghanistan for their countries of origin, and still others, like Abu Musab al-Zarqawi, left Afghanistan for the badlands of northern Iraq — which, as part of the U.S. no-fly zone, was out the reach of Saddam Hussein, who as a secular leader had little ideological sympathy for the jihadist cause.
Pakistan’s rugged and remote Pashtun belt proved a welcoming refuge for jihadists at first, but U.S. airstrikes turned it into a dangerous place, and al Qaeda became fractured and hunted. The group had lost important operational leaders like Mohammed Atef in Afghanistan, and its losses were multiplied in Pakistan, where important figures like Khalid Sheikh Mohammed were captured or killed. Under extreme pressure, the group’s apex leadership went deep underground to stay alive.
Following the U.S. invasion of Iraq in March 2003, Iraq became an important place for the jihadist movement. Unlike Afghanistan, which was seen as remote and on the periphery of the Muslim world, Iraq was at its heart. Baghdad had served as the seat of the Islamic empire for some five centuries. The 2003 invasion also fit hand-in-glove with the jihadist narrative, which claimed that the West had declared war on Islam, and thereby provided a serious boost to efforts to raise men and money for the jihadist struggle. Soon foreign jihadists were streaming into Iraq from all over the world, not only from places like Saudi Arabia and Algeria but also from North America and Europe. Indeed, we even saw the core al Qaeda group asking the Iraqi jihadist leader, Abu Musab al-Zarqawi, for financial assistance.
One of the things that made Iraq such a welcoming place was the hospitality of the Sunni sheikhs in Iraq’s Sunni Triangle who took in the foreign fighters, sheltered them and essentially used them as a tool. Once the largesse of these tribal leaders dried up, we saw the Anbar Awakening in 2005-2006, and Iraq became a far more hostile place for the foreign jihadists. This local hostility was fanned by the brutality of al-Zarqawi and his recklessness in attacking other Muslims. The nature of the human terrain had changed in the Sunni Triangle, and it became a different place. Al-Zarqawi was killed in June 2006, and the rat lines that had been moving jihadists into Iraq were severely disrupted.
While some of the jihadists who had served in Iraq, or who had aspired to travel to Iraq, were forced to go to Pakistan, still others began focusing on places like Algeria and Yemen. Shortly after the Anbar Awakening we saw the formation of al Qaeda in the Islamic Maghreb (AQIM) and a revitalization of the jihadists in Yemen, who had been severely weakened by a November 2002 U.S. missile strike and a series of arrests in 2002-2003. Similarly, Somalia also became a destination where foreign jihadists could receive training and fight, especially those of Somali or other African heritage.
And this brings us up to today. The rugged borderlands of Pakistan continue to be a focal point for jihadists, but increasing pressure by U.S. airstrikes and Pakistani military operations in places like Bajaur, Swat and South Waziristan have forced many foreign jihadists to leave Pakistan for safer locations. The al Qaeda central leadership continues to lay low, and groups like the Taliban and al Qaeda in the Arabian Peninsula (AQAP) have taken over the leadership of the jihadist struggle on the physical battlefield. As long as the ideology of jihadism persists, transnational and itinerant jihadist militants will continue to operate. Where their next geographic center of gravity will be hinges on a number of factors.

Geographic Factors

When one looks for prime jihadist real estate, one of the first important factors (as in any real estate transaction) is location. Unlike most home buyers, though, jihadists don’t want a home near the metro stop or important commuter arteries. Instead, they want a place that is isolated and relatively free of government authority. That is why Afghanistan, the Pakistani border region, the Sulu Archipelago, the African Sahel and Somalia have all proved to be popular jihadist haunts.
A second important factor is human terrain. Like any militant or insurgent group, the jihadists need a local population that is sympathetic to them if they are to operate in numbers larger than small cells. This is especially true if they hope to run operations such as training camps that are hard to conceal. Without local support they would run the risk of being turned in to the authorities or sold out to countries like the United States that may have put large bounties on the heads of key leaders. A conservative Muslim population with a warrior tradition is also a plus, as seen in Pakistan and Yemen. Indeed, Abu Musab al-Suri, a well-known jihadist strategist and so-called “architect of global jihad,” even tried (unsuccessfully) to convince bin Laden in 1989 to relocate to Yemen precisely because of the favorable human terrain there.
The importance of human terrain is very evident in the Iraq example described above, in which a change in attitude by the tribal sheikhs rapidly made once welcoming areas into hostile and dangerous places for the foreign jihadists. Iraqi jihadists, who were able to fit in better with the local population, were able to persist in this hostile environment longer than their foreign counterparts. This concept of local support is one of the factors that will limit the ability of Arab jihadists to operate in remote and chaotic places like sub-Saharan Africa or even the rainforests of South America. They are not indigenous like members of the Revolutionary Armed Forces of Colombia or Sendero Luminoso, and differences in religion and culture will impede their efforts to intermarry into powerful tribes as they have done in Pakistan and Yemen.
Geography and human terrain are helpful factors, but they are not the exclusive determinants. You can just as easily train militants in an open field as in a dense jungle, so long as you are unmolested by an outside force, and that is why government is so important to place. A weak government that has a lack of political and physical control over an area or a local regime that is either cooperative or at least non-interfering is also important. When we consider government, we need to focus on the ability and will of the government at the local level to fight an influx of jihadism. In several countries, jihadism was allowed to exist and was not countered by the government as long as the jihadists focused their efforts elsewhere.
However, the wisdom of pursuing such an approach came into question in the period following 9/11, when jihadist groups in a number of places began conducting active operations in their countries of residence. This occurred in places like Indonesia, Saudi Arabia, Morocco and even Egypt’s Sinai Peninsula, where jihadist groups joined al Qaeda’s call for a global jihad. And this response proved to be very costly for these groups. The attacks they conducted, combined with heavy political pressure from the United States, forced some governments to change the way they viewed the groups and resulted in some governments focusing the full weight of their power to destroy them. This resulted in a dynamic where a group briefly appears, makes a splash with some spectacular attacks, then is dismantled by the local government, often with foreign assistance (from countries like the United States). In some countries, the governments lacked the necessary intelligence-gathering and tactical capabilities, and it has taken a lot of time and effort to build up those capabilities for the counterterrorism struggle. In other places, like Somalia, there has been very little government to build on.
Since the 9/11 attacks, the U.S. government has paid a lot of attention to “draining the swamps” where these groups seek refuge and train new recruits. This effort has spanned the globe, from the southern Philippines to Central Asia and from Bangladesh to Mali and Mauritania. And it is paying off in places like Yemen, where some of the special counterterrorism forces are starting to exhibit some self-sufficiency and have begun to make headway against AQAP. If Yemen continues to exhibit the will to go after AQAP, and if the international community continues to enable them to do so, it will be able to follow the examples of Morocco, Saudi Arabia and Indonesia, countries where the jihadist problem has not been totally eradicated but where the groups are hunted and their tactical capabilities are greatly diminished. This will mean that Yemen will no longer be seen as a jihadist haven and training base. The swamp there will have been mostly drained. Another significant part of this effort will be to reshape the human terrain through ideological measures. These include discrediting jihadism as an ideology, changing the curriculum at madrassas and re-educating militants.
With swamps such as Yemen and Pakistan slowly being drained, the obvious question is: Where will the jihadists go next? What will become the next focal point on the physical battlefield? One obvious location is Somalia, but while the government there is a basket case and controls little more than a few neighborhoods in Mogadishu, the environment is not very conducive for Somalia to become the next Pakistan or Yemen. While the human terrain in Somalia is largely made up of conservative Muslims, the tribal divisions and fractured nature of Somali society — the same things that keep the government from being able to develop any sort of cohesion — will also work against al-Shabaab and its jihadist kin. Many of the various tribal chieftains and territorial warlords see the jihadists as a threat to their power and will therefore fight them — or leak intelligence to the United States, enabling it to target jihadists it views as a threat. Arabs and South Asians also tend to stick out in Somalia, which is a predominately black country.
Moreover, Somalia, like Yemen, has broad exposure to the sea, allowing the United States more or less direct access. Having long shorelines along the Indian Ocean and the Gulf of Aden, it is comparatively easy to slip aircraft and even special operations teams into and out of Somalia. With a U.S. base in Djibouti, orbits of unmanned aerial vehicles are also easy to sustain in Somali airspace.
The winnowing down of places for jihadists to gather and train in large numbers continues the long process we have been following for many years now. This is the transition of the jihadist threat from one based on al Qaeda the group, or even on its regional franchise groups, to one based more on a wider movement composed of smaller grassroots cells and lone-wolf operatives. Going forward, the fight against jihadism will also have to adapt, because the changes in the threat will force a shift in focus from merely trying to drain the big swamps to mopping up the little pools of jihadists in places like London, Brooklyn, Karachi and even cyberspace. As discussed last week, this fight will present its own set of challenges.

"This report is republished with permission of STRATFOR"