Monday, May 31

Piero Grasso, è tornato a propalare "ipotesi e ragionamenti"

In un paese serio non si convive con il dubbio che il partito del capo del governo abbia avuto origine da una strategia stragista. O si accerta che le cose sono andate a quel modo, e lo si caccia via o lo si rinchiude in galera a seconda del suo grado di coinvolgimento, oppure chi avanza quell'ipotesi senza indizi, senza prove, senza criterio di responsabilità si becca, quale che sia la sua autorevolezza, il disonore sociale, e in più la sanzione penale che tocca ai calunniatori, Spiace dover dire queste cose dopo che un magistrato autorevole, Piero Grasso, è tornato a propalare "ipotesi e ragionamenti" sulle stragi del 1993 che hanno uno sfondo politico e nessun avallo giudiziario; dopo che un politico come Walter Veltroni è saltato sul ronzinante delle nuove rivelazioni & allucinazioni, dalla sua postazione di commissario dell'Antimafia, con piccolo cinismo opportunista; dopo che l'ex capo di stato, un Carlo Azeglio Ciampi che ho sempre rispettato, ha evocato sul bagnasciuga di Santa Severa un fantomatico colpo di stato che sparse il terrore nella Roma del 1993, e mai produsse il minimo effetto politico. Io c'ero nel 1993. Avevo quarant'anni, avevo fatto politica, scrivevo, facevo televisione, conoscevo i protagonisti della vita di palazzo, parlavo di quanto accadeva con i miei familiari, i miei amici più cari. Fu un anno duro, tristo, in cui la democrazia dei partiti ricevette colpi non elettorali, ma giudiziari, e devastanti, terroristiche campagne di moralizzazione attraversarono con furia codina un paese sulla via della sventura. Ci sono stato anche tutti gli anni successivi, sono stato al governo con gli stragisti presunti, ho conosciuto e raccontato come potevo nel bene e nel male - su questo giornale - quella straordinaria e pazza figura che è Berlusconi, coltivando un'amicizia di cui vado orgoglioso nonostante la sideralè distanza che divide un borghese ex comunista dalla nuova classe dirigente; e in tutti questi anni ho sempre pensato che questa chiacchiera sulle stragi, avallata da settori militanti e fanatizzati della magistratura, ma sempre con il piccoto'ffiezzo dell'allusione sotto le mentite spoglie "ipotesi & ragionamenti", non poteva che nascere dalla protervia pseudoliberale con cui il partito azionista cercava di imporre, a quel paese di minoranza che pretendeva di governare anche quando perdeva le elezioni, la favola costituzionale di una maggioranza delegittimata dal conflitto di interessi, dalla corruzione, dall'inidoneità liberaldemocratica dei nuovi arrivati alla gestione dello stato. Ma la protervia ha ovviamente dei limi ti, in una democrazia degna del nome. La prepotenza, che si serve delle accuse non provate per stanare e colpire l'avversario strategico, imputandogli di essere mandante o complico di stragi commesse con il fine criminale di far nascere una nuova "entità politica", in questo caso il partito del capo del governo, bè, abbiate pazienza ma anche uno stomaco da struzzo, che notorimente durissima coquit, digerisce tutto, non lo può più sopportare. O Grasso e Veltroni e Ciampi e i mille altri scudieri di non so quale verità segreta, impronunciabile, la piantano di muoversi nel territorio mobile della calunnia, e ci dicono quel che sanno di fermo e di solido, e quel che sanno ci impressiona e ci stimola a chiedere che si renda conto dell'inaudito, oppure devono essere loro chiamati a rendere conto della loro totale cinica e strumentale irresponsabilità (o stupidità, che in fatto di arte del governo dello stato è anche molto peggio). Non basta una dichiarazione di Cicchitto. Un'alzata di spalle di Berlusconi. Un articolo di giornale qui e là. La maggioranza deve prendere la cosa sul serio, e chiedere conto. Deve passare all'attacco, se crede nella propria legittimazione a governare, deve fare in modo che il Parlamento si esprima liberamente, seriamente, autorevolmente sulla faccenda; e che si arrivi a una conclusione valida una volta per tutte. Noi abbiamo vissuto i peggiori anni della nostra vita (e qualcuno, anzi parecchi, non ne è uscito vivo) all'insegna del dubbio sistematico sulla natura di questa democrazia, sul doppio stato, sulla strage politica. La storia è pazza e infame, una gran meretrice capace di tutto il peccato del mondo, ma le zone grigie della storia si diradano con la schiettezza e l'assunzione di responsabilità pubblica, non con l'uso semiprivato dei ricordi e delle mezze verità, non con la storia di gruppo, spezzettata e divisa, che infanga la Repubblica, avvelena i suoi anni più tumultuosi, distrugge la sua base di consenso. Se è stato in nome di Forza Italia e della discesa in politica di Berlusconi che sono state messe le bombe del 1993 a Milano e a Roma e a Firenze, perché la mafia e il partito del capo del governo convergevano nello stesso progetto eversivo, lo si dica apertamente, assumendosene la responsabilità, e lo si statuisca con prove; altrimenti si consideri ufficialmente un calunniatore, un sicofante e un criminale chi sparge questi veleni per l'aria che respiriamo.

300 milioni di euro, utilizzati per l'agevolazione di commesse e appalti

Gli interrogatori dei testimoni cominceranno questa mattina e la prima ad essere ascoltata sarà il neo prefetto de L'Aquila Giovanna lurato che all'epoca era al vertice della Dirczione tecnico-logistica. Poi toccherà ai suoi collaboratori più stretti. L'esame della documentazione sequestrata circa un mese fa nelle sedi delle aziende coinvolte nel progetto - oltre a «Elsag Datamat», «Vitrociset», «Engineering Ingegneria Informatica», «Cap Gemini Italia», «Oit-Organizzazione impianti tecnologici», «Selex Communications» - ha consentito agli inquirenti di avere un quadro piuttosto preciso di quanto accaduto e dunque il rischio è che qualcuno possa vedersi contestare le accuse di associazione a delinquere e turbativa d'asta già ipotizzate nei confronti del manager di Elsag Francesco Subbioni, del suo collaboratore Guido Nasta e di altri funzionari impegnati nella trattativa con le istituzioni. Provviste di denaro create utilizzando false fatturazioni di società controllate dalla holding principale. L'indagine dei magistrati su Finmeccanica continua a muoversi su due binari paralleli per verificare l'accantonamento all'estero di almeno 300 milioni, utilizzati per l'agevolazione di commesse e appalti. E adesso punta anche al Viminale. I pubblici ministeri napoletani hanno convocato tutti i componenti della commissione aggiudicatrice del ministero dell'Interno. Obiettivo: accertare la regolarità delle procedure che hanno portato all'affidamento alla società Elsag Datamat la realizzazione del Cen, il centro elaborazione dati che doveva sorgere a Capodimonte e costare 33 milioni di euro. Gli stessi manager avrebbero poi consentito alla Elsag di aggiudicarsi pure la gestione del sistema di infonnatizzazione durante il G8 che si è svolto in Abruzzo la scorsa estate. Gli stanziamenti per il Cen, così come quelli per il sistema di videosorveglianza della cittadella della polizia che doveva essere : realizzata a Napoli ma \ è stata poi accantonata quando sono cominciati gli accertamenti, rientrano nel Pon, il Programma operativo nazionale «Sicurezza» e non è escluso che al termine dell'attività istruttoria prevista a partire da questa mattina, si decida di chiedere chiarimenti al prefetto Nicola Izzo, il vicedirettore generale della Polizia che del Pon rappresenta l'autorità di gestione e al questore dell'epoca Oscar Fioriolli, che si era occupato di alcuni aspetti organizzativi relativi al progetto. A legare l'indagine svolta nel capoluogo partenopeo con quella avviata a Roma sembra essere la «Selex», amministrata dall'ingegner Marina Grossi, consorte del presidente di Finmeccanica Pierfrancesco Guarguaglini. Proprio dalla verifica dei bilanci di questa società sarebbe stato infatti rintracciato uno dei fili che porta ai fondi trasferiti oltre confine. Non a caso gli agenti della Dia - la dirczione investigativa antimafia delegata all'indagine - hanno acquisito i contratti relativi a numerosi appalti gestiti dall'azienda, così come dalle altre controllate che hanno subito una perquisizione. Uno degli ostacoli da superare riguarda però l'accessibilità ad alcuni documenti. Finmeccanica, così come le partecipate, ha come attività principale quella che riguarda la Difesa e gli armamenti. Per questo alcuni amministratori delegati si sono rifiutati di consegnare le carte relative ad alcuni appalti rispetto ai quali potrebbe essere apposto il segreto di Stato. Si tratta infatti di informazioni che attengono alla sicurezza nazionale, oppure a quella di Stati esteri che hanno acquistato componenti oppure apparecchiature di alta tecnologia. n sospetto è che anche questi affari possano nascondere il trasferimento di denaro su conti esteri e dunque non è escluso che si decida di sollecitare l'azienda a mettere a disposizione degli inquirenti quantomeno gli aspetti contabili degli affari siglati, quantomeno per ricostruire il percorso dei finanziamenti. E così verificare l'eventuale esistenza di tutti gli accantonamenti che sarebbero serviti ad occultare le provviste.

Sunday, May 30

Kosovo je srpski Jerusalim

Šef diplomatije Vuk Jeremić, koji će sutra boraviti u poseti Nemačkoj, izjavio je da je članstvo Srbije u Evropskoj uniji cilj i centralni projekat Vlade Srbije i da je Kosovo i Metohija srpski Jerisalim.''Mi znamo da Evropa i ceo svet doživljavaju teška vremena, ali to ne menja ništa, što se tiče našeg cilja, članstva u EU, što je centralni projekat naše vlade'', rekao je Jeremić u intervjuu nemačkom nedeljniku ''Špigl''. On je istakao da Srbija ne treba da bude prisiljavana da odluči između Evrope i Kosova, koje je nazvao srpskim Jerusalimom. Grčka kriza, ozbiljne privredne turbulencije, sve to absorbuje energiju, ali ako se zapadni Balkan zaboravi, buduće krize biće predvidive, a geopolitička cena visoka....'', upozorio je Jeremić. Upitan ''da li je to pretnja'', on je odgovorio da ne kaže da Balkanu predstoji eksplozija. 'Ali, kada mi čujemo da EU posle prijema Hrvatske, želi pauzu, to nas demorališe'', istakao je Jeremić, dodajući da se, takođe, kada se iz određenih gradova čuje odlučno ''ne'' prijemu Turske u EU, postavlja pitanje, znači li to da će Srbi pripasti turskoj sferi, kao u prošlim vekovima. EU bez koncenzusa o kandidaturi Srbije Jeremić je izrazio nadu da se Srbija više neće priključivati nijednom drugom lageru nego EU. ''Mi smo na tome teško radili'', dodao je on. Ogovarajući na pitanje o zahtevu Srbije za članstvo u EU, Jeremić je izjavio da taj zahtev još nije u Evropskoj komisiji i da, izgleda, 27 članica EU nisu jedinstvene. Ukazujući da u Berlinu želi da naglasi neophodnost proširenja EU, Jeremić je rekao da je oficijelna pozicija nemačke vlade - podrška članstvu Srbije u EU. Ipak, na putu u tom pravcu je konsenzus među 27 članica EU neophodan, a nemački glas ima značajnu težinu'', izjavio je Jeremić.

Kosovo: scontri a Mitrovica

Le truppe NATO sono intervenute per disperdere migliaia di albanesi e serbi a Mitrovica durante una protesta contro le elezioni locali serbe. Testimoni, nella citta' del nord del Kosovo divisa in due, riferiscono che dei colpi sono stati sparati vicino al ponte sul fiume Ibnar che separa il nord, abitato da serbi, dal sud abitato dagli albanesi. E' intervenuta anche la polizia di EULEX, missione europea in Kosovo. Due serbi sono rimasti leggermente feriti da lancio di pietre.

L'Italia sta attraversando uno dei periodi più difficili della sua storia

L'ex segretario del Pd Walter Veltomi ieri è tornato ad accusare: «Resta un velo di mistero che è giunto il momeato di squarciare, una volta per tutte. Perché negli anni tra il '92 e il '93 la mafia, che non aveva mai fatto stragi se non Portella della Ginestra, comincia a mettere bombe? Perché uccide in quel modo Giovanni Falcone? La mia risposta è che, appunto, non sono solo stragi di mafia». Gianpiero D'Alia, capogruppo Udc al Senato, propone un'inchiesta parlamentare. Ipotesi che Fabrizio Cicchitto respinge con forza. Per il presidente del Pdl alla Camera, le commissioni parlamentari sulle stragi sono state troppo spesso «una cassa di risonanza per molte operazioni di demonizzazione». Mancano pochi minuti alla mezzanotte del 28 luglio 1993 quando a Milano, in via Palestro, esplode un'autobomba. E il terzo attentato in pochi giorni, dopo gli ordigni di Róma e Firenze. «Ricordo perfettamente la grande tensione di quella sera», racconta Andrea Manzella, all'epoca segretario generale della presidenza del Consiglio: «Appena mi informarono dell'accaduto mi precipitai al telefono per avvertire Ciampi, che qualche era prima si era recato a Santa Severa per il fine settimana», Nel frattempo arrivano a Palazzo Chigi le prime notizie. L'esplosione ha completamente distrutto il padiglione di arte contemporanea della Villa Reale. Cinque persone hanno perso la vita dilaniate dallo scoppio. «Mentre parlavo con il presidente del Consiglio sentimmo il boato di un'altra esplosione». In realtà gli ordigni sono due. Le autobombe deflagrano a Roma, vicino alla Basilica di San Giovanni in Laterano e alla chiesa di San Giorgio al Velabro. Poi, il silenzio. Improvvisamente la telefonata si interrompe. «Oggi non esito a dirlo - ha raccontato Ciampi -.In quel momento ebbi paura che fossimo a un passo dal colpo di Stato». I timori dell'allora capo del Governo non sono infondati. In quei giorni l'Italia sta attraversando uno dei periodi più difficili della sua storia. Il Paese è appena uscito dallo scandalo tangentopoli. Solo un anno prima i giudici del pool antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno perso la vita in due attentati dinamitardi. Il governo d'emergenza guidato dall'ex governatore della Banca d'Italia si e insediato da poche settimane. E poi ci sono le bombe. Il 14 maggio un'esplosione aveva sia colpito la Capitale, a via Fauro. Due settimane dopo un altro ordigno aveva devastato via dei Georgofili, a Firenze, vicino alla Galleria degli Uffizi. Bilancio: cinque morti e quaranta feriti. «Di quella notte ricordo bene le riunioni dei capi dei servizi segreti e dei responsabili delle forze di polizia a Palazzo Chigi. Incontri convocati in fretta e furia e che fummo costretti a tenere al lume di una candela. A differenza del capo del Governo, non pensai subito a un colpo di Stato. A dire là verità non avevo neppure il tempo di formulare un'ipotesi. Ero impegnatissimo a ristabilire le comunicazioni per diramare le convocazioni. Intanto cercavamo di capire la natura del blackout elettrico. Inizialmente credevamo che il guasto riguardasse una centralina estema da Palazzo Chigi. Eravamo convinti che qualcuno avesse potuto manometterla. Alla fine, invece, fu accertato che si trattò di un problema interno. Ci dissero che fu colpa dell'autocombustione di una piastrina». Nel luglio del 1993 Pino Pisicchio era il sottosegretario ai Lavori Pubblici. Ancora non dimentica il clima di quei giorni. «L'Italia stava vivendo una rottura sistemica, era finita una Repubblica ma ancora non c'era coscienza di dove il Paese sarebbe andato a finire. All'incertezza politica si unirono le paure per quegli attentati. Temevamo tutti un colpo di Stato, assolutamente. Se ripenso a quelle vicende, mi ricordo un brutto periodo, difficilissimo». L'Italia fu davvero sull'orlo di un golpe? E chi furono i responsabili di quelle stragi? «Ancora oggi rimangono molte domande a cui bisogna dare risposta)), ha chiarito qualche giorno fa il procuratore Antimafia Piero Grasso. Il coinvolgimento di Cosa nostra è ormai dimostrato. Ma è ancora polemica sull'ipotesi di possibili connessioni tra le cosche e alcuni segmenti del mondo politico o degli apparati dello Stato.

COPASIR 2

Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) ha svolto oggi l'audizione del direttore dell'Aise Adriano Santini, che ha riferito le valutazioni dell'intelligence sulla situazione in Afghanistan. Nel corso dell'audizione, riferisce una nota del Comitato, sono stati anche forniti ulteriori elementi di informazione sulle principali aree di crisi, sullo stato di attuazione della riforma dei Servizi e sul processo di riorganizzazione dell'Aise. Nella stessa seduta il Copasir ha audito l'ambasciatore Aragona, nella sua qualità di componente del gruppo di esperti per il nuovo concetto strategico della NATO, relativamente ai rischi per la sicurezza nazionale derivanti dal cyber crime, su cui lo stesso Comitato ha deciso di riferire alle Camere con una specifica relazione.

Saturday, May 29

Trattato di non proliferazione nucleare

Israele non parteciperà alla Conferenza internazionale "per la denuclearizzazione del Medio Oriente" e l'eliminazione di tutte le armi di distruzione di massa nella regione. La conferenza, fissata per il 2012, è uno dei punti chiave del documento di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), approvato ieri all'unanimità dai 189 Paesi aderenti. Una conferenza possibile solo con la partecipazione dello Stato ebraico, che non ha mai sottoscritto il Trattato.

"Questo accordo è ipocrita e debole. Ignora la realtà e le vere minacce per la regione e il mondo intero": è quanto si legge in un comunicato diffuso da Toronto, dove è in visita il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. "Il testo punta il dito contro Israele, l'unica democrazia nella regione e il solo Paese minacciato di annientamento".

Nel documento finale approvato a New York, le cinque potenze nucleari riconosciute (Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina) si impegnano ad accelerare la riduzione degli arsenali, a diminuire l'importanza strategica delle armi nucleari e a presentare un rapporto sui progressi di tali iniziative nel 2014. Anche Barack Obama aveva accolto con "forte" disaccordo il fatto che Israele fosse l'unico Paese menzionato nella sezione dedicata alla denuclearizzazione del Medio Oriente.

Formica è stato assolto: avvertite il quotidiano "Il Fatto".

Formica oggi si sente un perseguitato politico, come tanti socialisti “fatti fuori” a colpi di avvisi di garanzia e con sentenze di condanna spesso di dubbia fondatezza. LEGGI

PASQUALE E CLAUDIO LOCATELLI

Špansko ministarstvo je navelo da je 58-godišnji Lokateli uhapšen u saradnji španske i italijanske policije kada je stigao na madridski aerodrom Barahas da bi se sastao sa svojim sinom koji je doputovao iz Italije.Špansko ministarstvo unutrašnjih poslova saopštilo je danas da je uhapšen narko bos Paskale Klaudio Lokateli koji je pripadao italijanskoj organizovanoj kriminalnoj grupi Kamora.

Milošević Karadžića nazivao ludim doktorom

„Ključna greška kod vas je na globalnom planu grešite i rešenje vidite u potpunom porazu Muslimana. To nije dobro, jer će nam oni biti i komšije i susedi, a sa susedima treba da imamo dobre odnose”, citirao je u svom dnevniku Ratko Mladić reči Slobodana Miloševića sa sastanka u Karađorđevu od 20. septembra 1994, a koji je srpska policija sa gomilom video snimaka i dokumentacije zaplenila u Mladićevoj porodičnoj kući u Beogradu.Taj materijal je prosleđen Haškom tribunalu, a Tužilaštvo je dnevnike uvrstilo u dokaze u sudskim postupcima u Hagu.„Blic” prenosi najzanimljivije detalje sastanka u Karađorđevu, održanog svega deset meseci pre potpisivanja Dejtonskog sporazuma, a koji su prepričani u dnevniku nekadašnjeg generala Republike Srpske.U prisustvu Zorana Lilića, predsednika SRJ, Momira Bulatovića, tadašnjeg predsednika Crne Gore, Milošević je preko Mladića poručio Karadžiću i njegovim najbližim saradnicima da neće da razgovara sa „neljudima i lopovima”.„Rukovodstvo Republike Srpske mora da promeni politiku. Dok se ona ne promeni, ništa nećete dobiti. Mi nećemo da pomažemo pogibiju našeg naroda i 100 odsto suludu politiku”, upozoravao je Milošević Mladića.Sudeći po onom što piše u njegovom dnevniku, tadašnji predsednik Srbije je od Ratka Mladića u Karađorđevu zatražio da se što pre sklopi mir i prihvati podela BiH na pola-pola.
„Shvati Ratko, takva podela je poštena. Neće svet prihvatiti drugačiju podelu. Moraju se uvažiti interesi sva tri naroda. Pravedno je da Muslimani i Hrvati imaju 50 odsto teritorije Bosne i Hercegovine”, rekao je Milošević u Karađorđevu.
On je potom nastavio da ubeđuje Mladića.„Za vrlo kratko vreme imaćemo garancije Kontakt grupe da Republika Srpska uđe u konfederaciju sa SRJ. Mogao bih postići da sa muslimanske strane budu Amerikanci, a sa naše Rusi, pa da se dogovorimo da na bazi konfederalnog odnosa SRJ brani te granice”, ubeđivao je Milošević Mladića, stalno ponavljajući da je jedini izlaz da se zaključi mir.„Najveća opasnost preti od suludog rukovodstva na Palama. Nemam nikakvog animoziteta prema vama. Nije katastrofa Plan, već njihova politika. Vojnička logika je jasna - rat moramo završiti”, rekao je Milošević u Karađorđevu, prema onome što je Mladić zapisao u dnevnicima.

Ratko Mladic used to sell weapons to Croats

It can be seen in the diaries that Slobodan Milosevic requested in July of 1993 that the war should be over as soon as possible and that ‘too large support’ should not be given to Croats in Herceg-Bosnia. It also can be read that the police and army leadership had huge problems regarding discipline of staff leaders.
The Hague Tribunal’s Prosecution has publicized parts of Ratko Mladic’s diaries confiscated by Serbian police in February this year during search of his family house in Belgrade. Audio tapes and other documents were also confiscated on that occasion. The prosecution publicized parts of the diaries in form of evidence in court trials against Herceg-Bosnia leaders Jadranko Prlic, Bruno Stojic, Slobodan Praljak, Milivoj Petkovic, Valentin Coric and Berislav Pusic. Mladic left notes of meetings he had with them in a Hungarian town and in Njivice in Montenegro. Also publicized are notes from meeting with Slobodan Milosevic in Belgrade with presence of Nikola Sainovic (then prime minister), Jovica Stanisic (then chief of secret police) and Radovan Karadzic

COPASIR

E' attualmente in corso, presso il Copasir, l'audizione del procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, predisposta dal Comitato presideduto da Massimo D'Alema in seguito alle rivelazioni emerse negli ultimi giorni sulle stragi di Capaci e via D'Amelio e sul fallito attentato dell'Addaura.

Chiarezza sulle procedure

Il Copasir chiede al direttore generale del Dis, De Gennaro, di rendere un’ informativa sui lavori realizzati nelle sedi dei servizi segreti. Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, nell’ ambito delle proprie funzioni di controllo, vuole fare chiarezza sulle procedure di acquisizione di beni e servizi e sui lavori realizzati nelle strutture di competenza del Dipartimento informazioni e sicurezza, Aise e Aisi.

Attack against South Korean ship looks like false flag operation

While international investigators have accused North Korea of sinking a South Korean patrol corvette in March, China has taken a more cautious position. Investigative journalist and RT contributor Wayne Madsen says it is because Beijing suspects there was greater deception at work. “The Cheonan [navy corvette] was sunk by this torpedo that was later to be discovered to have been of German manufacture. Germany said it sells no military weapons to North Korea. This thing is starting to look like a classic false flag operation,” Wayne Madsen says. “Kim Jong-Il who very rarely travels – and when he does, he only travels by train – went to Beijing. My sources in Beijing say that he went to Beijing, that Chinese authorities said that North Korea did this, he denied it. They were satisfied with his response,” Madsen adds. “Now the Chinese are very suspicious of the US’ intentions in richening things up in the Korean peninsula.”

Kaspiysk injured two traffic policemen

Militants opened fire on traffic police when they were ordered to stop at a checkpoint. No officers were injured in the shootout. Two of the three men have been identified, with police saying one of them was on the federal wanted list for terrorism. Later on Saturday, a blast in Dagestan’s city of Kaspiysk injured two traffic policemen. An explosive device was set up in the way of a traffic police car, according to the local Interior Ministry spokesperson. “One policeman is bruised and another slightly injured,” the spokesman said. Investigators are working on the scene.

Oriano Mattei : Lettera aperta a Michele Altamura

L'articolo che è uscito sul quotidiano Montenegrino DAN in data 03 Dicembre, per la prima volta un giornalista rilascia un'intervista vera e seria, dei fatti che sono accaduti negli ultimi quindici anni nei Balcani e in principal modo in Montenegro. LEGGI QUI.

Piero Grasso è stato riconfermato Procuratore nazionale dell’antimafia

Piero Grasso è stato riconfermato Procuratore nazionale dell’antimafia dal plenum del Csm ed è una buona notizia che premia il magistrato di grande serietà e capacità professionale. A tal proposito, vale la pena ricordare che fu al fianco di Giovanni Falcone in diverse inchieste. Con lui, l’Antimafia ha ottenuto grandi successi nella lotta contro le organizzazioni criminali e, per di più, si è distinta in operazioni in cui noti latitanti sono stati arrestati. Nel 17° anniversario della strage di Georgofili, ha riletto quella vicenda in chiave soltanto di ipotesi e ragionamenti, al contrario di alcuni suoi colleghi che danno molto per scontato fatti e personaggi con nome e cognome, che poi, nel giro di un decennio o di anni, sono smentiti da tutt’altra verità. Figurarsi che si sono svolti processi che sono risultati nulli, come nel caso della strage di Via D’Amelio, in cui un pentito falso è stato smentito da quello vero. Tuttavia, quando la verità è lontana come in questi casi e, in special mondo, quando si tratta di eventuali rapporti tra mafia e politica, è meglio parlare con prove. Le stragi del ’93 erano tese a causare disordine per dare “possibilità a una entità esterna di proporsi come soluzione”,ha detto Grasso. “L’attentato al patrimonio artistico - ha spiegato il Procuratore antimafia - orientava la situazione in Sicilia verso una prospettiva indipendentista, e dava la possibilità ad una entità esterna di proporsi come soluzione per riprendere in pugno la situazione economica, politica, sociale, che veniva dalle macerie di Tangentopoli”. Secondo Grasso “certamente Cosa Nostra, attraverso questo programma di azioni criminali, che hanno cercato di incidere gravemente e in profondità sull’ordine pubblico, ha inteso agevolare l’avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste”.

Detto questo, Grasso ha fatto bene a chiarire che “occorre dimostrare l’esistenza di una intesa criminale con un soggetto anche politico in via di formazione, intenzionato a promuovere e sfruttare una situazione di grave perturbamento dell’ordine pubblico per agevolare le prospettive di affermazione politica; e dimostrare l’esistenza di contatti riconducibili allo scambio successivo alle stragi”. Per Grasso, dunque, “rimangono delle domande a cui bisogna dare risposta”. Grasso, di cui apprezziamo la sua onestà intellettuale, ha messo i puntini sulle i, in un momento in cui il rapporto tra mafia e politica è tornato d’attualità. E’ notorio che l’ala militarista che faceva capo a Totò Reina lavorava per un disegno indipendentista, riprendendo, in modo rivenduto e corretto, il progetto del Movimento siciliano di cui Andrea Finocchiaro Aprile fu uno degli esponenti principali. Tuttavia, in alcune riunioni,che si fecero nel corso di quegli anni, secondo Alfio Caruso, autore di “Milano ordina uccidete Borsellino”, parteciparono esponenti della Lega Nord di cui non sono citati mai i nomi, perché erano una sorta di illustri sconosciuti, personaggi che, in quei tempi, affollavano il Carroccio della prima ora che puntava direttamente alla secessione. Il Nord ai nordisti, cioè alla Lega e il Sud ai sudisti, ossia alla Mafia.  Con questo vogliamo dire che, in quel periodo tanto travagliato della nostra vita nazionale, tutti parlavano con tutti, ed è bene che si scavi, giudiziariamente, per far venir fuori la verità. Crollata la Prima repubblica, i partiti tradizionali e quelli allo stato nascente cercavano nuovi referenti sociali, così come la Mafia che, avendo perso il suo principale interlocutore, la Dc, cercava a trecentosessanta gradi dei nuovi interlocutori politici. In questo parlar con tutti, anche gli apparati dello Stato e il Parlamento non si sottrassero dal farlo. Ragion per cui, le inchieste dovrebbero puntare a scoprire su quale materiale sono state costruire le fondamenta della Seconda repubblica, dal momento che quelle della Prima erano marce.

Friday, May 28

SE LO SONO RICORDATO 2 - ALLELUJA

Provviste di soldi occultate all'estero e utilizzate per ottenere commesse e appalti. Fondi «neri» che Finmeccanica avrebbe accantonato grazie all'attività di società collegate alla holding. L'inchiesta avviata dalla Procura di Roma sul colosso pubblico, di fatto considerato una delle casseforti di Stato, si concentra sulle disponibilità finanziarie. E afferra il filo che porterebbe a numerosi conti correnti aperti nelle filiali di banche che si trovano in paradisi fiscali come Singapore e Hong Kong, ma anche in alcuni Paesi europei. Il sospetto dei magistrati è che dietro l'intreccio di aziende usate per sigiare contratti miliardari sia stato celato il versamento di tangenti. Soldi finiti nelle tasche di politici e funzionar!, anche stranieri, per agevolare la chiusura degli accordi. L'attività di Selex Al centro delle verifiche ci sono le disposizioni impartite dal presidente Pierfrancesco Guarguaglini, ma c'è anche l'attività della "Selex", amministrata da sua moglie, l'ingegnere Marina Grossi e «controllata» proprio da Finmeccanica. I carabinieri del Ros, cui sono state delegate le indagini, sono entrati due giorni fa nella sede principale dell'azienda, che si trova in via Tiburtina a Roma, e hanno sequestrato numerosi documenti che riguardano appalti e forniture. Altri atti sono stati acquisiti presso gli uffici della «Elsag datamat», la consociata che ha ottenuto l'appalto per la gestione dei sistemi informatici durante il G8 che si è svolto a L'Aquila la scorsa estate. Gli aerei americani Gli accertamenti cominciano un paio di mesi fa. Indagando sull'organizzazione criminale che fa capo a Gennaro Mokbel, gli investigatori captano alcune conversazioni che riguardano Finmeccanica. E lo sentono mentre afferma: «Io ieri sera sono stato a cena con uno dei capoccioni di Finmeccanica, uno dei tré che comandano Finmeccanica. Lui però vive negli Usa, a Washington, è quello che ha firmato l'accordo da sei miliardi sugli aerei; Finmeccanica fa gli aerei degli Stati Uniti». In un'altra conversazione racconta di essere stato a cena con «il numero tré della terza industria militare del mondo e con due persone della Cia» e aggiunge: «Aveva una scorta de quelle che non se possono immaginare, armati. M'hanno offerto un cazzo de marchingegno. Non a me, ma tramite sempre l'avvocato Nicola (il senatore Di Girolamo), di aprire una loro agenzia per tutto il centro Asia, per la vendita di prodotti di sicurezza e prodotti militari; elicotteri Agusta e via dicendo. C'abbiamo una riunione lunedì». Nei giorni successivi, Mokbel partecipa a un incontro dove c'è tra gli altri Lorenzo Cola, ritenuto vicino proprio a Guarguaglini. Si discute dell'acquisizione della «Digint» e si lamenta perché «abbiamo tirato fuori i soldi, ma non abbiamo visto uno straccio di contratto, non abbiamo visto il futuro». Si tratta di un investimento da 8 milioni di euro che - almeno nelle mire del gruppo - avrebbe dovuto portare appalti e commesse. Non a caso Marco Toseroni, arrestato con l'accusa di essere uno dei collaboratori più fidati di Mokbel, dice: «Con Marco (lannilli) ci sentiamo ogni due giorni. Gli sto già procacciando lavoro per Finmeccanica... il nostro avvocato di Singapore ci ha dato delle date fra il cinque, il sei... il sette a Singapore. Oggi mi ha chiamato, quello è estremamente operativo, ha già parlato con un ex capo comandante dell'Aeronautica militare di Singapore che è stato l'attaché». Vengono disposti nuovi controlli e ci si concentra sulla Selex. Il sospetto è che l'azienda abbia pagato numerose forniture pur non avendo mai ottenuto le apparecchiature che risultano elencate nei contratti. Queste false fatturazioni, per una cifra comunque superiore a quelle di mercato, avrebbero consentito di creare provviste di denaro poi trasferite all'estero. Non solo. L'accantonamento dei fondi sarebbe avvenuto attraverso l'acquisizione di società che in realtà erano «scatole vuote» ma servivano a giustificare la movimentazione dei soldi. I risultati delle rogatorie già effettuate dai magistrati, che si sono recati personalmente a Singapore e Hong Kong proprio per prendere visione degli atti, sono stati incrociati con la documentazione contabile acquisita durante la prima fase d'indagine. E così si è deciso di far scattare le perquisizioni. Del resto oltre alla Procura di Roma, fascicoli che riguardano Finmeccanica sono stati aperti a Milano e a Napoli. In particolare si sta cercando di ricostruire l'attività della «Elsag datamat» che, dopo aver partecipato all'appalto per la videosorveglianza della cittadella della polizia nel capoluogo partenopeo, ha poi ottenuto in esclusiva quello per i sistemi informatici del G8.1 magistrati napoletani procedono per associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d'asta. L'ipotesi dei colleghi romani riguarda invece episodi di corruzione e di evasione fiscale. Una tesi che Finmeccanica smentisce ufficialmente quando «nega che siano mai stati costituiti fondi neri in Italia o all'estero».

Thursday, May 27

SE LO SONO RICORDATO: ALLELUJA!

Lo ha riferito ieri al Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, il prefetto Gianni De Gennaro, coordinatore dei due servizi segreti ufficiali, l' Aise e l' Aisi. Fu l' allora ministro dell' Interno Claudio Scajola a firmare l' appalto per la costruzione della palazzina ex Sisde di piazza Zama, a Roma, vinto dall' imprenditore Anemone. De Gennaro ha chiarito che tutti i nulla osta segretezza del gruppo Anemone (uno era intestato alla moglie dell' imprenditore), sono stati ritirati. Il Copasir presieduto da Massimo D' Alema ha dunque deciso di estendere la richiesta a tutti gli appalti relativi ai servizi segreti: oltre all' edilizia, anche quelli delle forniture e delle manutenzioni. Il tutto per accertarne la trasparenza e la correttezza amministrativa. Per quanto riguarda i cinque nomi dei vertici delle forze dell' ordine e dei servizi segreti spuntati nell' elenco di Anemone (dal capo della polizia allo stesso De Gennaro, dal vice dell' Aisi Nicola Cavaliere al generale della gdf Francesco Pittorru, indagato nell' indagine di Perugia), il Copasir ha deciso in modo informale di non aprire alcun accertamento, visto che nessuno di quei nomi risulta indagato. Ad eccezione di Pittorru che beneficiò di un contributo di Anemone per l' acquisto della casa della figlia: il generale, infatti, è da qualche giorno andato in quiescenza.

Monday, May 24

Fenomeni di lobbying e di corruzione politica

I grandi giornali di informazione conducono la battaglia contro la legge di regolamentazione delle intercettazioni, nel contesto di una generale chiamata alle armi in difesa della libertà di stampa, con questo slogan, che campeggia in particolare nelle pagine di Repubblica in testa a ogni pezzo di giudiziaria & scandalistica: "Non avremmo potuto scrivere questo articolo se fosse in vigore la legge bavaglio". E chi vi dice, che l'eliminazione di quegli articoli sia un danno alla libertà e al giornalismo libero? La cosa, infatti, va dimostrata. Non basta dire: Berlusconi, intercettato e messo in grave imbarazzo mille volte, si vendica e fa approvare una legge che ci impedisce di colpirlo in prima pagina con gli strumenti delle indagini preliminari. Non basta aggiungere: anche Fassino, D'Alema e molti altri esponenti della nomenclatura politica di sinistra sono stati travolti da scandalismi derivati dalle intercettazioni, e per questa ragione non fanno abbastanza per impedire l'approvazione della legge bavaglio che impedisce di origliare troppo facilmente e di pubblicare baldanzosamente i risultati delle spiate digitali, anche i più estranei all'interesse pubblico delle notizie. E' encomiabile che ormai tutti siano scesi o stiano scendendo in campo, da Carlo De Benedetti al direttore di Repubblica Ezio Mauro; è interessante che l'establishment editoriale si dia da fare allestendo tribune, e magari potenziali patiboli, e trasformando in tricoteuses la gran massa dei lettori dei suoi giornali. Ma ci vorrebbe qualche argomento solido. L'unico che vedo è che, per quanto auspicabile l'eliminazione di quel giornalismo tarato, sarebbe meglio non avvenisse per legge dello stato. Sarebbe gradita una risposta, per esempio, a un semplice quesito. Chiunque legga una decina di giornali quotidiani o di settimanali stranieri in lingua francese, tedesca e inglese, non è mai, si dica mai, mai nella vita, incappato nelle lenzuolate delle intercettazioni di cui si parla, che sono l'oggetto della contesa, che sono il succo dei pezzi e delle paginate pubblicate in italiano dai nostri giornali, e poi sceneggiate con doppiatori, nel modo più suggestivo e drammatico possibile, nelle trasmissioni televisive più sporcifìcanti del mondo. Mai. E perché? Perché altrove non si intercetta? Perché altrove non si delinque o non si indaga? No. Semplicemente per questo: perché altrove, anche dove esistono mafie e criminalità organizzate, anche dove accadono fenomeni di lobbying e di corruzione politica, non si usa pubblicare lenzuolate di intercettazioni come materiale per l'informazione - sputtanopoli che tutto confonde in un generico e demagogico disprezzo per la vita privata delle persone pubbliche. Un giorno Scalfari, Mauro, ma perfino i pistaroli e i cronisti in buona fede e i talk show host, si diranno allo specchio, presi da improvviso pentimento: ma abbiamo combattuto una battaglia postborbonica, ci siamo messi in girotondo per obiettivi pieni di malizia, indegni di una società civile adulta, credevamo di lottare per la verità e invece lottavamo per la più malsana delle curiosità, per il pettegolezzo calunnioso, per l'origliamento di stato, roba da piccola inquisizione spagnola. Io sono scettico sul destino della legge che regola e limita le intercettazioni e il diritto di pubblicare testi appartenenti alla privacy personale dei cittadini, anche di quelli indagati. Non c'è in Italia una ovvia caratura culturale di rispetto dei diritti della persona, sbattiamo la gente in galera per farla confessare, abbiamo le prigioni piene di piccola gente in attesa di giudizio e ne siamo fieri, abbiamo liquidato in modo truffaldino una classe dirigente che aveva fatto la Costituzione e la Repubblica, e ora ci ritroviamo con il solito andazzo corruttivo e una pletora di magistrati politicizzati con la fregola del potere. Siamo un paese impazzito. E non è lontano il giorno in cui questa legge contro le inchieste-portineria e il giomalismo-origliatore sarà stravolta al punto da consentire che tutto prosegua come prima. Ma se avessi fiducia nella possibilità di ottenere che i giornali non pubblichino più quelle trascrizioni orrende, che le notizie di reato siano configurate, salvo casi eccezionali come il solito esemplare Watergate, come notizie serie e non come aggressioni e character assassination, bè, allora scenderei in piazza, firmerei appelli, farei la buona battaglia: ma dall'altra parte.

Il Consiglio Nordatlantico ha autorizzato la riorganizzazione del comando regionale meridionale di Isaf

 I provvedimenti entreranno in vigore alla fine dell’estate. L’idea è partita dal generale statunitense Stanley McChrystal, comandante in capo di Isaf, per ottimizzare la catena di comando e controllo, in particolare della regione Sud. Ad oggi, infatti, nelle sei province dell’area ci sono più di 50 mila soldati della forza Nato e otto brigate afgane. La nuova configurazione, invece, alleggerirà la pressione per i militari internazionali e permetterà loro di dare il via a operazioni anti guerriglia più efficienti a livello locale. Non si tratta di una decisione definitiva. Della questione discuteranno i ministri della Difesa della Nato, che si riuniranno a Bruxelles presso il quartier generale dell’Alleanza atlantica il 10 e l’11 giugno.Molti problemi che l’Isaf (la missione a guida Nato) in Afghanistan deve affrontare, sono tuttora dovuti a una struttura di comando poco chiara e troppo limitata. Per questo motivo, il Consiglio Nordatlantico ha autorizzato la riorganizzazione del comando regionale meridionale di Isaf (acronimo: Rc-S) e la creazione di quello Sud Ovest (acronimo: Rc-SW). La nuova struttura avrà la responsabilità delle province afgane di Helmand e Nimroz e inizialmente sarà guidata da un alto ufficiale statunitense. Il Rc-S, invece, sotto il comando del generale britannico Nick Carter, gestirà Kandahar, Oruzgan, Zabul e Daikundi.

al-Maliki ed Allawi

La maggioranza necessaria a governare è di 163 seggi e nessuno dei contendenti ha raggiunto tale soglia rendendo dunque necessario l’avvio delle negoziazioni per la creazione del nuovo Governo. Questo è stato proprio il motivo principale dell’incontro: l’avvio delle trattative per formare il nuovo Governo iracheno, per quanto tale obbiettivo sembri lontano a causa dei ritardi nell’ufficializzazione dell’esito delle elezioni nonché delle frizioni latenti tra i vari attori politici. Il Primo Ministro al-Maliki, a dispetto dell’assenza di Allawi, ha annunciato che il proprio blocco politico ha già trovato un accordo con lo storico gruppo rivale sciita dell’Alleanza Nazionale Irachena guidato dall’ex premier Ibrahim al Jaafari, formando così il più numeroso gruppo in seno al Parlamento. Ciò nonostante il totale dei parlamentari raggiungerebbe quota 159, rimanendo quindi ancora insufficiente per governare il Paese (mancherebbero all’appello 4 seggi). Si è svolto giovedì a Baghdad l’incontro tra i maggiori leader politici iracheni a due mesi e mezzo dalle ultime elezioni. Il meeting, fortemente voluto dal Presidente Jalal Talabani, ha visto la partecipazione di gran parte dell’establishment politico iracheno ad eccezione del rappresentate del blocco Iraqiya Iyad Allawi, il quale si trovava in visita in Giordania al momento della riunione. Un’assenza non di poco conto se si considera che il movimento “trans-tribale” Iraqiya, che nell’ultima tornata elettorale ha trovato il supporto incondizionato della minoranza sunnita del Paese, è il partito che ha ottenuto il maggior numero di seggi nel neo-eletto parlamento (per la precisione 91, contro gli 89 del movimento di al-Maliki ed i 70 dell’Alleanza Nazionale Irachena).

La reazione di Allawi a tale annuncio non si è fatta attendere: il leader di Iraqiya ha infatti manifestato le proprie preoccupazioni affermando che qualora il suo gruppo fosse escluso dal Governo si incorrerebbe nel serio pericolo di veder scoppiare una nuova ondata di violenze etnico-tribali nel Paese. Va sottolineato che al-Maliki ed Allawi, il quale non ha mai nascosto l’ambizione di contendere il ruolo di Primo Ministro iracheno al rivale, non si sono ancora incontrati dopo le elezioni. Il portavoce di Allawi, Tareq Hashemi, ha però fatto sapere che il meeting di giovedì è stata un’ottima occasione per tentare una conciliazione tra i vari contendenti politici nella speranza che questo possa condurre ad una stabilizzazione. La tensione politica che si è venuta a creare subito dopo le elezioni, infatti, ha reso l’Iraq vulnerabile agli attacchi dei ribelli che nelle ultime settimane hanno portato all’uccisione di centinaia di civili nel Paese. Ma per quanto l’incontro possa apparire come un modo per stemperare i toni del dibattito politico, in realtà le posizioni di alcuni leader politici sono tutt’altro che concilianti. Proprio Maliki ha rilasciato in settimana un’intervista al quotidiano al-Mada nella quale accusava il rivale Allawi di fomentare l’odio inter-tribale contribuendo a creare un’atmosfera da guerra civile. Per tale motivo, continua al-Maliki, Allawi non può ricoprire alcun ruolo nell’apparato di potere. Pare dunque che le speranze di gran parte degli iracheni, che vedevano nelle elezioni dello scorso marzo una possibilità per porre rimedio all’odio inter-tribale, risultino disattese, almeno per il momento. Ad aggravare la situazione, proprio in contemporanea con il meeting di Baghdad, ci ha pensato la Turchia che, con un’operazione militare mirata, ha bombardato il Nord dell’Iraq dando vita ad uno dei raid più consistenti degli ultimi anni. La missione, durata tutta la giornata di giovedì, ha visto colpire oltre 50 obbiettivi che secondo fonti turche sarebbero state basi del Pkk, il Partito Comunista Curdo da anni nel mirino di Ankara. Questo andrà sicuramente ad incidere sulla già delicata situazione politica di un Iraq che vorrebbe farsi trovare pronto al ritiro americano fissato per la fine del 2011.

Sunday, May 23

MEDIO ORIENTE: 1947 o 1967?

Qual è il più grande ostacolo alla pace israelo-palestinese? La confusione sul conflitto a cui fare riferimento: 1947 o 1967? Se è quello del 1947, quando l’Onu raccomandò la divisione in due Stati del mandato britannico in Palestina, è in gioco l’esistenza di Israele. Se il mondo arabo avesse accettato il piano dell’Onu, non ne sarebbe scaturito alcun conflitto. Due Stati – uno ebraico, l’altro arabo – sarebbero sorti l’uno accanto all’altro. Ma mentre i leader ebrei l’accettarono, gli arabi lo rifiutarono. Questi non riconobbero l’antico e durevole legame tra il popolo ebraico e la regione, e considerarono invece gli ebrei i moderni Crociati. La loro opposizione condusse ad un attacco nel 1948 da parte di sei eserciti, finalizzato alla distruzione di Israele. Fallirono, ma non smisero di provarci.  Nel 1967, con l’Egitto e la Siria che lanciavano orribili appelli all’annientamento di Israele, scoppiò il conflitto. In meno di una settimana le forze israeliane ne uscirono vittoriose e conquistarono terre in Egitto, Giordania e Siria. Israele ritenne di aver acquisito un nuovo assetto negoziale. Avrebbe potuto cedere terra, con rettifiche modeste, in cambio di una pace sicura, così come fatto da molte altre nazioni uscite vittoriose da guerre di autodifesa, tenendo conto delle nuove realtà sul terreno. Se è così, allora la natura del conflitto è sui confini definitivi, non sulla legittimità di Israele. Altrimenti, stiamo continuando la guerra del 1947. Con Egitto e Giordania la questione è risolta. Nel 1979, Israele e Egitto firmarono un trattato di pace. Due leader improbabili lo resero possibile. Anwar Sadat che aveva poco prima capeggiato le forze armate dell’Egitto contro Israele, si dimostrò una figura coraggiosa. Egli preferì costruire il futuro dell’Egitto invece di negare ad Israele il proprio. E Menachem Begin, per lungo tempo icona della destra israeliana – che aveva precedentemente dichiarato di voler trascorrere gli anni della pensione in Yamit, un insediamento israeliano nel Sinai – approvò la sua restituzione all’Egitto nel 1982, nonostante le fortissime resistenze dei suoi residenti.

Quindici anni più tardi, Israele e la Giordania strinsero la pace, grazie a Yitzhak Rabin, un soldato diventato uomo di pace, e Re Hussein, un uomo di stato con una forte visione politica. Ma con i palestinesi è stata un’altra storia. Quattro leader israeliani consecutivi – Barak, Sharon, Olmert, e Netanyahu – hanno fatto appello ad una praticabile soluzione bi-nazionale. La leadership palestinese, comunque, ha spedito chiaramente segnali contrastanti su quale sia per loro il problema di fondo, se il conflitto del 1947 – ovvero il diritto di Israele ad esistere – o quello del 1967 – ovvero un accordo sulla terra. Yasser Arafat dimostrò di non essere un Sadat o un Re Hussein. Il giudizio sul suo successore e antico consigliere, Mahmoud Abbas, è ancora in corso. La situazione è divenuta, nel frattempo, ancora più complicata. Hamas, un’organizzazione terrorista appoggiata dall’Iran, ha preso il pieno controllo di Gaza due anni dopo che Sharon ebbe completato il ritiro unilaterale israeliano nel 2005, e l’Iran, coi suoi aggressivi programmi nucleari e missilistici, minaccia l’esistenza di Israele. Negli ultimi 16 mesi, la politica americana ha tentato di accelerare il processo di pace, ma ha fallito, fraintendendo i messaggi dei giocatori chiave. Mentre nel 2008 vi furono colloqui diretti israelo-palestinesi senza indispensabili pre-condizioni, la situazione è entrata in una fase di stallo nel 2009. Finalmente, tuttavia, stanno riprendendo dei colloqui di “prossimità”, con un destino incerto. Sebbene Israele cerchi negoziati faccia a faccia, l’Autorità palestinese vuole che Washington “consegni” Israele, qualcosa che, nel mondo reale, non accadrà.  Così si ritorna alla questione del 1947 contro il 1967.  Se i palestinesi sono veramente seri sulla pace e su un nuovo inizio, è ora di apprenderlo dalle lezioni del passato.  Le richieste dei massimalisti non raggiungono un accordo; questo lo ottengono invece i compromessi difficili. Il che richiede una coraggiosa leadership. Sadat e Hussein, Begin e Rabin, lo hanno dimostrato. Effettivamente, Sadat e Rabin pagarono con le loro vite la ricerca della pace. È giunto il tempo per i leader palestinesi di mostrare le loro carte. Se la battaglia è sul 1947, allora Israele continuerà a resistere, come ha fatto notevolmente finora. Ma se si tratta del 1967, allora un accordo, comunque difficile, è possibile. Nessuno sarà soddisfatto pienamente, ma un compromesso funzionale può essere trovato. Gli elementi di base di un accordo bi-nazionale – riguardo a confini, sicurezza, sistemazioni dei rifugiati, fine delle richieste, e Gerusalemme – non sono un mistero. Ma prima di tutto, di cosa si tratta, 1947 o 1967?

“D’Alema? E’ un problema umano”....

... ha detto Carlo De Benedetti. E molti a sinistra, anche tra coloro che non lo amano, hanno pensato che stavolta l’Ingegnere ha fatto centro. Consegnare il presidente del Copasir al lettino dello psicanalista sembra azzeccato a quelli che finora non hanno avuto il coraggio di farlo e che non vogliono commentare. L’estemporanea boutade di CDB durante la performance alla London School of Economics non è da archiviare solo come ruvida reazione al diminutivo poco vezzeggiativo di “berluschino” affibbiatogli dal presidente del Copasir, in risposta all’altrettanto spietato giudizio dell’Ingegnere sull’intera parabola dalemiana: non ha mai combinato niente e ha ammazzato il Pd. Lo spostamento dal piano politico a quello psicologico della polemica innescata dal libro intervista di Paolo Guzzanti a CDB non serve a chiuderla. Piuttosto spalanca il significato culturale di una storica avversione che rimanda a un tormentato sentimento di D’Alema verso un capitalismo ingrato che mai gli si è voluto consegnare.

Friday, May 21

“North Spirit” ship

The attack, which took place at a Cameroon port last Sunday, saw some 20 gunmen board the “North Spirit” ship before robbing the crew and kidnapping the ship’s captain and chief engineer. The pirates have since demanded a ransom.

Russia's Foreign Ministry has stated that the Movement for the Emancipation of the Niger River Delta – a large militant organization in Nigeria – are behind the incident.

The Investigative Committee in Moscow has meanwhile launched a criminal case against the attackers of the North Spirit vessel.

“Due to the fact that this crime has been committed against Russian citizens, the perpetrators will be prosecuted in line with Russian law,” stated Vladimir Markin, Spokesman for the Committee.
“The criminal case has been launched on accusations of kidnapping and armed robbery. Currently we are working to find out all the details of this incident.”

Di Pietro punta a darsi un profilo di forza responsabile

La decisione dell'Italia dei valori di votare a favore del testo elaborato nell'apposita commissione parlamentare sul primo decreto attuativo del federalismo fiscale, quello che riguarda la suddivisione regionale di settori del demanio statale, non avrebbe dovuto sorprendere. Il partito di Antonio Di Pietro già aveva votato a favore della legge generale sul federalismo fiscale, differenziandosi anche allora dall'astensione dei democratici e dal voto contrario dell'Udc. Di Pietro ha però voluto dare una sottolineatura particolare a questa scelta coerente con quelle precedenti, apparendo in tandem col ministro Roberto Calderoli e poi esprimendo un giudizio derisorio sul comportamento del Pd, incapace di operare scelte nette. Questo atteggiamento si inscrive in un percorso già avviato da qualche tempo, che tende a presentare la formazione giustizialista come una componente ragionevole di una possibile alternativa di governo. Si tratta di un percorso accidentato, che sembra guardare soprattutto all'efficacia propagandistica, come dimostra la posizione contraria all'impegno italiano in Afghanistan, assunta per attirare il consenso del voto di protesta proveniente da un'estrema sinistra ormai priva di riferimenti parlamentari. Anche il voto leghista contiene una componente protestataria, il che lo rende più contiguo di quanto appaia a quello dei giustizialisti. Abbattendo la cortina divisoria del federalismo, probabilmente, Di Pietro pensa di poter avere accesso, prima o poi, a quel promettente bacino elettorale. Più ingenerale, però, sembra di capire che l'evidente difficoltà del Pd a conquistare consensi nell'area moderata lo spinga a cercare un raccordo con l'Udc, che ridurrebbe il potere di coalizione dell'Italia dei valori. Anche per questo, per potersi presentare come centro di un'alternativa e non solo come aggregazione di polemiche e di denunce, Di Pietro punta a darsi un profilo di forza responsabile, non pregiudizialmente ostile a ogni scelta del governo, e per questo ha enfatizzato il sostegno al federalismo demaniale.

Violazione della libertà d'informazione

Regolamentare le intercettazioni per garantire effettivamente i diritti dei cittadini sanciti dalla Costituzione, dovrebbe essere un interesse comune di tutte le forze politiche. Naturalmente è ragionevole discutere sulle forme che tale garanzia deve assumere, tenendo conto innanzitutto dell'esigenza di contrastare reti criminali e terroristiche, ma non dovrebbero sussistere divergenze sulla finalità generale. Invece, non solo il partito giustizialista, nato e cresciuto attraverso l'uso distorto del circuito mediatico-giudiziario, ma anche il Partito democratico sostengono la campagna interessata delle testate, da Repubblica al Fatto, che intendono presentarsi come super-partiti. Anche esponenti democratici hanno subito la persecuzione che deriva dalla propalazione, già illegale con la normativa attuale, delle intercettazioni. E al di là di questo, un partito che fa costantemente e quasi ossessivamente riferimento alla Costituzione dovrebbe tenere conto, prima di tutto, dei diritti che essa garantisce, compreso quello di salvaguardia della sfera personale. Se si differenziassero dalla campagna forsennata che pretende di presentare come violazione della libertà d'informazione la tutela della sfera personale, i democratici potrebbero contribuire a definire una normativa equilibrata, che non lasci dubbi su eventuali intenti vendicativi, e che venga poi effettivamente rispettata. Come nel caso del federalismo fiscale, un atteggiamento costruttivo e responsabile consente alle opposizioni di ottenere parecchio, mentre l'accodamento a campagne propagandistiche pregiudiziali le rende inefficaci. Naturalmente la maggioranza ha l'onere e la responsabilità di agire in modo razionale ed equilibrato, di tener conto della percezione che l'opinione pubblica ha di questo problema, anche se non può contare su una sponda critica ma razionale nell'opposizione. Un tema di civiltà giuridica, evitare l'uso improprio di uno strumento investigativo e la propalazione indebita di notizie estranee alla persecuzione di un reato, sta invece diventando l'occasione di una rottura costruita sulla demonizzazione degli avversari, a tutto vantaggio di chi intende avvelenare i pozzi. Forse ormai il Pd è andato troppo avanti sulla strada sbagliata per fermarsi, ma così perde l'occasione di dimostrarsi autonomo e riformatore.

AFGHANISTAN: COPASIR ASCOLTA DIRETTORE AISE

Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica ha svolto, nella seduta odierna, l'audizione del direttore dell'Aise, generale Adriano Santini, che ha riferito le valutazioni dell'intelligence sulla situazione in Afghanistan. Nel corso dell'audizione sono stati anche forniti al Comitato ulteriori elementi di informazione sulle principali aree di crisi .

A Look at Kidnapping through the Lens of Protective Intelligence

By Scott Stewart
Looking at the world from a protective-intelligence perspective, the theme for the past week has not been improvised explosive devices or potential mass-casualty attacks. While there have been suicide bombings in Afghanistan, alleged threats to the World Cup and seemingly endless post-mortem discussions of the failed May 1 Times Square attack, one recurring and under-reported theme in a number of regions around the world has been kidnapping.
For example, in Heidenheim, Germany, Maria Boegerl, the wife of German banker Thomas Boegerl, was reportedly kidnapped from her home May 12. The kidnappers issued a ransom demand to the family and an amount was agreed upon. Mr. Boegerl placed the ransom payment at the arranged location, but the kidnappers never picked up the money (perhaps suspecting or detecting police involvement). The family has lost contact with the kidnappers, and fear for Mrs. Boegerl’s fate has caused German authorities to launch a massive search operation, which has included hundreds of searchers along with dogs, helicopters and divers.
Two days after the Boegerl kidnapping, al Qaeda in the Islamic Maghreb (AQIM) posted a message on the Internet claiming to have custody of French citizen Michel Germaneau, a retired engineer who had previously worked in Algeria’s petroleum sector. Germaneau was reportedly kidnapped April 22, in northern Niger, close to the border with Mali and Algeria. The AQIM video contained a photo of Germaneau and of his identification card. The group demanded a prisoner exchange and said that French President Nicolas Sarkozy would be responsible for the captive’s well-being.
Also on May 14, Diego Fernandez de Cevallos, a high-profile attorney and former presidential candidate, was kidnapped near his ranch in the Mexican state of Queretaro. Fernandez had left his home in Mexico City to drive to his ranch but never arrived. His vehicle was found abandoned near the ranch on Saturday morning and the vehicle reportedly showed signs of a struggle. It is not known who kidnapped Fernandez or what the motivation for the kidnapping was.
At the moment a kidnapping occurs, the abduction team usually has achieved tactical surprise and usually employs overwhelming force. To the previously unsuspecting victim, the abductors seemingly appear out of nowhere. But when examined carefully, kidnappings are, for the most part, the result of a long and carefully orchestrated process. They do not arise from a vacuum. There are almost always some indications or warnings that the process is in motion prior to the actual abduction, meaning that many kidnappings are avoidable. In light of this reality, let’s take a more detailed look at the phenomenon of kidnappings.

There are many different types of kidnappings. Although kidnappings for ransom and political kidnappings generate considerable news interest, most kidnappings have nothing to do with money or political statements. They are typically kidnappings conducted by family members in custody disputes, emotionally disturbed strangers wanting to take a child to raise or strangers who abduct a victim for sexual exploitation.
Even in financially motivated kidnappings, there are a number of different types. The stereotypical kidnapping of a high-value target comes most readily to mind, but there are also more spur-of-the-moment express kidnappings, where a person is held until his bank account can be drained using an ATM card, and even virtual kidnappings, where no kidnapping occurs at all but the victim is frightened by a claim that a loved one has been kidnapped and pays a ransom to the alleged abductors. Some of the piracy incidents in Somalia also move into the economic kidnapping realm, especially in cases where the crew or passengers are seen as being more valuable than the boat or its cargo.
Since kidnapping is such a broad topic, for the sake of this discussion, we will focus primarily on kidnappings that are financially motivated and those that are politically motivated. Financially motivated kidnappings can be conducted by a variety of criminal elements. At the highest level are highly trained professional kidnapping gangs that specialize in abducting high-net-worth individuals and who will frequently demand ransoms in the millions of dollars. Such groups often employ teams of specialists who carry out a variety of specific tasks such as collecting intelligence, conducting surveillance, snatching the target, negotiating with the victim’s family and establishing and guarding the safe-houses.
At the other end of the spectrum are gangs that randomly kidnap targets of opportunity. These gangs are generally far less skilled than the professional gangs and often will hold a victim for only a short time, as in an express kidnapping. Sometimes express kidnapping victims are held in the trunk of a car for the duration of their ordeal, which can sometimes last for days if the victim has a large amount in a checking account and a small daily ATM withdrawal limit. Other times, if an express kidnapping gang discovers it has grabbed a high-value target by accident, the gang will hold the victim longer and demand a much higher ransom. Occasionally, these express kidnapping groups will even “sell” a high-value victim to a more professional kidnapping gang. (On a side note, most express kidnapping victims tend to be male and are most frequently abducted while walking on the street after dark, and many have impaired their senses by consuming alcohol.)
In the United States, it is far more common for a relatively poor person to be kidnapped for financial motives than it is for a high-net-worth individual. This is because kidnapping groups frequently target groups of illegal immigrants, who they believe are far less likely to seek help from the authorities. In some cases, the police have found dozens of immigrant hostages being held in safe-houses.
Between the two extremes of kidnapping groups — those targeting the rich and those targeting the poor — there is a wide range of kidnapping gangs that might target a bank vice president or branch manager rather than the bank’s CEO, or that might kidnap the owner of a restaurant or other small business rather than an industrialist.
In the realm of political kidnappings, there are abductions that are very well-planned, such as the December 1981 kidnapping of Gen. James Dozier by the Italian Red Brigades, or Hezbollah’s March 1985 kidnapping of journalist Terry Anderson. However, there are also opportunistic cases of politically motivated kidnappings, such as when foreigners are abducted at a Taliban checkpoint in Afghanistan or AQIM militants grab a European tourist in the Sahel area of Africa. Of course, in the case of both the Taliban and AQIM, the groups see kidnapping as an important source of funding as well as a politically useful tool.

Understanding the Process

In deliberate (as opposed to opportunistic) kidnappings based on financial or political motives, the kidnappers generally follow a process that is very similar to what we call the terrorist attack cycle: target selection, planning, deployment, attack, escape and exploitation. In a kidnapping, this means the group must identify a victim; plan for the abduction, captivity and negotiation; conduct the abduction and secure the hostage; successfully leverage the life of the victim for financial or political gain; and then escape.
During some phases of this process, the kidnappers may not be visible to the target, but there are several points during the process when the kidnappers are forced to expose themselves to detection in order to accomplish their mission. Like the perpetrators of a terrorist attack, those planning a kidnapping are most vulnerable to detection while they are conducting surveillance — before they are ready to deploy and conduct their attack. As we have noted several times in past analyses, one of the secrets of countersurveillance is that most criminals are not very good at conducting surveillance. The primary reason they succeed is that no one is looking for them.
Of course, kidnappers are also very easy to spot once they launch their attack, pull their weapons and perhaps even begin to shoot. By this time, however, it might very well be too late to escape their attack. They will have selected their attack site and employed the forces they believe they need to overpower their victim and complete the operation. While the kidnappers could botch their operation and the target could escape unscathed, it is simply not practical to pin one’s hopes on that possibility. It is clearly better to spot the kidnappers early and avoid their trap before it is sprung and the guns come out.
Kidnappers, like other criminals, look for patterns and vulnerabilities that they can exploit. Their chances for success increase greatly if they are allowed to conduct surveillance at will and are given the opportunity to thoroughly assess the security measures (if any) employed by the target. We have seen several cases in Mexico in which the criminals even chose to attack despite security measures such as armored cars and armed security guards. In such cases, criminals attack with adequate resources to overcome existing security. For example, if there are protective agents, the attackers will plan to neutralize them first. If there is an armored vehicle, they will find ways to defeat the armor or grab the target when he or she is outside the vehicle. Because of this, criminals must not be allowed to conduct surveillance at will. Potential targets should practice a heightened but relaxed state of situational awareness that will help them spot hostile surveillance.
Potential targets should also conduct simple pattern and route analyses to determine where they are most predictable and vulnerable. Taking an objective look at your schedule and routes is really not as complicated as it may seem. While the ideal is to vary routes and times to avoid predictable locations, this is also difficult and disruptive and warranted only when the threat is extremely high. A more practical alternative is for potential targets to raise their situational awareness a notch as they travel through such areas at predictable times.
Of course, using the term “potential targets” points to another problem. Many kidnapping victims simply don’t believe they are potential targets until after they have been kidnapped, and therefore do not take commonsense security measures. Frequently, when such people are debriefed after their release from captivity, they are able to recall suspicious activity before their abduction that they did not take seriously because they did not consider themselves targets. One American businessman who was kidnapped in Central America said upon his release that he knew there was something odd about the behavior of a particular couple he saw frequently sitting on a park bench near his home prior to his kidnapping, but he didn’t think he was rich enough to be targeted for kidnapping. As soon as he was abducted, he said that he immediately knew that the awkward couple had been observing him to determine his pattern. He said that he often thought about that couple during his two months in captivity, and how a little bit of curiosity could have saved him from a terrifying ordeal and his family a substantial sum of money.
The same steps involved in a deliberate kidnapping are also followed in ad hoc, opportunistic kidnappings — though the steps may be condensed and accomplished in seconds or minutes rather than the weeks or months normally associated with a well-planned kidnapping operation. And the same problems with lack of awareness often apply. It is not uncommon to talk to someone who was involved in an express kidnapping and hear the person say, “I got a bad feeling about those three guys standing near that car when I started walking down that block, but I kept walking anyway.” This frequent occurrence highlights the importance of situational awareness, attack recognition and proper mindset maintenance.
Potential targets do not have to institute security measures that will make them invulnerable to such crimes — something that is very difficult and that can be very expensive. Rather, the objective is to take measures that make them a harder target than other members of the specific class of individuals to which they belong. Groups conducting pre-operational surveillance, whether for an intentional kidnapping or an opportunistic kidnapping, prefer a target that is unaware and easy prey. Taking some basic security measures such as maintaining a healthy state of situational awareness will, in many cases, cause the criminals to choose another target who is less aware and therefore more vulnerable.
Also, most people who are kidnapped in places like Afghanistan or the Sahel know they are going into dangerous places and disregard the warnings not to go to those places. Many of these people, like journalists and aid workers, take the risk as part of their jobs. Others, like the European tourists abducted in the Sahel (and some of the pleasure boaters kidnapped by Somali pirates), appear to naively disregard the risk or to be thrill-seekers. In the recent Germaneau case in Niger, due to the number of highly publicized kidnappings in the Sahel region over the past eight years, and Germaneau’s personal history of working in Algeria, it would be hard to argue that he did not know what he could be getting himself into (though we are unsure at this point what motivated him to run that risk). After Germaneau’s kidnapping, his driver was subsequently arrested, raising the possibility that he was somehow complicit in the abduction. This is a reminder that it is not at all unusual for kidnapping gangs to have inside help, whether a maid, bodyguard, interpreter or taxi driver.
In retrospect, almost every person who is kidnapped either missed or ignored some indication or warning of danger. These warnings can range from observable criminal behavior to a consular information bulletin specifically warning people not to drive outside of cities in Guatemala after dark, for example. This means that, while kidnapping can be a devastating crime, it can also be an avoidable one.

"This report is republished with permission of STRATFOR"

Yemen: Italy Offers To Back Fight Against Terrorism

Italy on Tuesday offered greater support to Yemen in its struggle to fight terrorism. Foreign affairs minister Franco Frattini made the announcement at a media conference after meeting his Yemeni counterpart, Abubaker al-Qirbi, in Rome.

Appalti: Copasir, ancora nessuna audizione di De Gennaro e non sono stati ricevuti documenti

Thursday, May 20

Due libri pubblicati di recente, "Terre profanate", di David Lane e "Il raccolto rosso 1982-2010" di Deaglio

Fu Giovanni Falcone a dirlo nel corso di un'intervista televisiva del 1992, l'ànno in cui fu poi ucciso. La giovane giornalista gli aveva chiesto: "Mi può parlare della mafia più potente del mondo?". E Falcone la deluse: "Mi dispiace signorina, ma purtroppo siamo soltanto settimi". Poi, forse per confortarla, aggiùnse: "'vede il mistero è che la nostra mafia è Punica che gode di letteratura". Non è propriamente ciò che è stato rimproverato di aver detto a Silvio Berlusconi circa un mese fa ("La mafia italiana è la sesta al mondo, ma è la più conosciuta, e questo perché ha avuto un supporto promozionale eccezionale, che l'ha portata a essere un fatto di giudizio molto negativo per il nostro paese"), ma gli somiglia molto. Falcone non avrebbe mai accusato Roberto Saviano di contribuire a denigrare l'Italia con il suo libro sulla camorra (ma la Piovra non piaceva tanto nemmeno a lui), e tuttavia non ha mai nascosto un suo motivato fastidio per certa "letteratura" sulla mafia tanto abbondante e petulante quanto retorica e spesso tendenziosa e. strumentale e tutt'altro che utile a capire e a combattere il fenomeno. Non è il caso di due libri pubblicati di recente, "Terre profanate", di David Lane e "Il raccolto rosso 1982-2010" di Enrico Deaglio, anche se su certi pregiudizi, certe premesse e certe conclusioni dei due autori non si può non dissentire. David Lane è da molti anni il corrispondente affari e finanza dall'Italia per L'Economist", un "corrispondente caustico e provocatorio", come sta scritto in copertina, ed è noto soprattutto per gli "speciali" che ha dedicato a Silvio Berlusconi per la delizia dei suoi lettori inglesi. Lane ha viaggiato per le terre profanate da Cosa nostra in Sicilia, dalla 'Ndrangheta in Calabria, dalla Camorra a Napoli e in Campania, dalla Sacra corona unita in Puglia, partendo da Gela e risalendo a Roma, passando per Corleone, Palermo, Messina, Reggio Calabria, Gioia Tauro, la piana di Sibari, Otranto, Eboli, Napoli e Casal di Principe. Ha raccolto documenti giudiziari, sentenze, mandati di cattura e ordini di sequestro, ha assistito alle udienze dei processi, ha intervistato sindaci e sindacalisti, preti e poliziotti, ha parlato soprattutto con i pubblici ministeri, con quelli che Leonardo Sciasela chiamava "i professionisti dell'antimafia". Nell'introduzione Lane confessa che non era mai stato prima in un tribunale e non sapeva nulla di criminalità e che ha cominciato a capire la mafia solo nel febbraio del 2001, quando l'"Economist" gli Chiese un servizio sulle elezioni politiche, ' quelle vinte da Berlusconi, e quando intervistò Giancarlo Caselli, allora procuratore a Palermo e master del processo a Giulio Andreotti (è con lui che ha cominciato), e quando lesse durante il volo della sera da Palermo a Milano il libro "L'eredità scomoda", scritto da Caselli e da Antonio Ingroia, il pubblico ministero del processo a Marcello Dell'Utri. Quel libro fu "una lettura avvincente e commovente": l'eredità di cui scrivevano i due magistrati era "un'eredità di tragedia, ma anche di speranza, la speranza che quegli orribili omicidi del 1992 Gè stragi di Capaci e di via D'Amelio, dove furono ammazzati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) potessero offrire un supporto politico contro la màfia".

Per Caselli e Ingroia "quelle speranze erano destinate ben presto a essere spazzate via" perché il "supporto politico" contro la mafia non ci fu, e perciò non c'era più da sperare in ciò che avevano detto Falcone e Borsellino, che la mafia poteva essere sconfitta, perché lo si può sperare solo se lo si voglia veramente,e per i due magistrati non lo si è voluto e non lo si vuole, la politica, i politici, soprattutto quelli che governano da quindici anni l'Italia, non lo vogliono. E Fautore di "Terre profanate" mostra di essere completamente d'accordo con loro. ó II libro di Lane è pieno zeppo di storie e di personaggi, di paesi e di paesaggi, più o meno conosciuti dal lettore italiano, meno o per niente da quello inglese, raccontati in maniera gradevole e accattivante, come Rosario Crocetta, ex sindaco di Gela del Partito dei comunisti italiani (oggi è nel Pd) e omosessuale dichiarato, doppia anomalia per la tradizionalista Sicilia meridionale, il quale assegna gli appalti per i lavori per l'impianto petrolchimico solo in presenza della polizia; o come Giuseppe Giuro, il sottufficiale della guardia di finanza che per dieci anni è stato il braccio destro di Antonio Ingroia, per cui ha svolto le indagini più delicate e stava con la scrivania nella stessa stanza blindata del magistrato, "l'allegro e ciarliere Pippo Ciuro", che dopo il lavoro andava a mangiare coi giornalisti nelle trattorie intomo al mercate del Capo, e c'è andato spesso anche con l'autore, e s'è. scoperto che spiava nei computer della procura e riferiva agli indagati, a cominciare dal famoso Michele Aiello, il proprietario della clinica Villa Santa Teresa, probabile socio di Bemardo Provenzano. E c'è il racconto del salasso di sangue che. ha provocato la guerra di Camorra per il controllo del territorio e per il monopolio ' dello spaccio della droga nel triangolo Secondigliano, Scampia e Miano, alla periferia di Napoli, non più di sei chilometri per dieci, una vera e propria carneficina, che ha avuto questo di originale rispetto alle altre guerre di mafia, è stata in realtà una sorta di pulizia etnica, la gente veniva ammazzata semplicemente perche era imparentata con esponenti dei clan coinvolti, non perché facesse parte personalmente del clan, la loro colpa era di avere un legame di sangue. E c'è naturalmente Casal di Principe,dove questa volta Lane preferisce al romanzato della "Gomorra" di Saviano,la cronaca e le cifre nude e crude del processo Spartaeus, il processo ai casalesi svoltasi a Santa Maria Capua Vetere e durato più di sette anni (dal 1998 al 2005),' 630 udienze, 126 imputati, una sentenza' lunga più di tremila pagine, 21 ergastoli, 95 condanne per 844 anni di reclusione: un processo epico, una grande battaglia vinta, dove, oltre la professionalità e l'impegno dei poliziotti e dei magistrati ci sarà voluto probabilmente anche un certo supporto politico. E' il presupposto e l'antefatto, e non l'effetto, del libro di Saviano, ma i milioni di lettori di "Gomorra", in Italia e all'estero, non lo sanno.

In conclusione, David Lane se la prende inopinatamente con la chiesa. Perché, spiega, il 14 gennaio del 2004 la Pontificia Università Lateranense per festeggiare l'ottantacinquesimo compleanno di: Giulio Andreotti gli ha concesso la laurea honoris causa in diritto civile e canonico. E questo nonostante che nel luglio del 2003 la Corte di appello di Palermo avesse pronunciato una sentenza che assolveva, sì, Andreotti dall'accusa di associazione mafiosa, ma convalidava la tesi: della procura secondo cui l'ex presidente del Consiglio sarebbe stato coinvolto in un'associazione per delinquere fino alla primavera del 1980, quando il reato cade in prescrizione: "Che messaggio, domanda Lane, inviava il Vaticano concedendo una laurea honoris causa a un uomo del genere?". A questo punto Lane torna da Giancarlo Caselli, che ha lasciato la procura di Palermo prima che il processo ad Andreotti terminasse ed è ora procuratore generale a Torino, e gli chiede cosa ne' pensa dello "strano modo" con cui i giornali italiani hanno riportato la notizia della sentenza, parlando di definitiva "assoluzione". E Caselli gli risponde che non è' affatto sorpreso, come non era rimasto; sorpreso che il presidente del Senato, esponente di Forza Italia e seconda carica dello stato, si fosse congratulato con' Andreotti per la "fine del lungo calvario",' e che il presidente della Camera, terza carica dello stato, avesse dichiarato la sua ' soddisfazione "come amico, come democratico cristiano e come presidente della'' Camera". Evidentemente, che la Corte di' cassazione abbia ritenuto che sia provato' che il politico più importante dell'Italia del dopoguerra era stato colluso con la mafia fino al 1980 non interessa la gente" il libro di David Lane si conclude così, come era cominciato, e non senza un'ultima cena in Sicilia sulla terrazza della casa del sostituto procuratore Antonio Ingroia. ' II libro di Enrico Deaglio è il seguito del suo vecchio "Raccolto rosso", il saggio che raccontava vent'anni di guerra civile' con diecimila morti ammazzati, e questa" volta racconta "l'inganno" di cui l'autore' è stato vittima nei confronti della mafia. Quando il libro uscì la prima volta nel 1993 Cosa nostra sembrava sconfitta, il suo esercito decimato. Perfino l'irredimibile Palermo, come la chiamava Sciascia, scendeva in piazza contro la mafia. C'erano motivi per essere soddisfatti. Se la precedente generazione aveva battuto il fascismo, noi potevamo dire di avere battuto la mafia...". E invece? "Dopo è accaduto l'impensabile. Ho provato a raccontarlo mettendo insieme gli atti giudiziari ma anche la mia esperienza di cronista sul campo. E' venuto fuori un "secondo tempo" molto diverso dal primo, in cui non erano immaginabili l'industriale brianzolo presidente del Consiglio, il suo taciturno fattore palermitano e il 'consiglieri' raffinato bibliofilo, condannato in primo grado quale ambasciatore delle richieste della mafia a Milano...". Anche Deaglio raccoglie e racconta delitti, attentati, sparizioni, misteri, ricatti, accordi segreti e fortune politiche, fatti anche più numerosi e approfonditi di quelli raccontati da David Lane, e molti fatti sono veri e pròvati, come quelli della carriera dei cugini Salvo e dell'assassinio ancora impunito, dopo vent'anni, del suo amico Mauro Rostagno, e molti altri sono solo presunti o persino arbitrari come quelli del generale dei carabinieri Mario Mori che ha catturato Totò Rima, ma avrebbe lasciato incustodito il suo covo per permettere alla mafia di ripulirlo di scottanti documenti (in proposito c'è stato persino un processo che ha assolto Mori con formula piena) e poteva catturare Bemardo Provenzano e non ha voluto farlo perché avrebbe trattato con lui e con Cosa nostra tramite Vito Ciancimino e gli avrebbe garantito l'impunità in cambio della consegna di Rina (e un altro processo è in corso, la persecuzione di questi Carabinieri dura da quindici anni, ma il teorema della procura è completamente sballato e totalmente privo di riscontri). I fatti sono fatti, ma i pregiudizi, le premesse e le conclusioni sono sempre quelli, più che la mafia è sempre Berlusconi l'ossessione, e sono sempre ancorati, più che ai fatti, alle interviste e ai teoremi dei soliti magistrati dell'antimafia, i Caselli, gli Scarpinato, i Natoli, gli Ingroia. Ed è assieme a Ingroia che l'autore ha presentato con successo il suo libro al salone di Torino. (Lino Jannuzzi)

Rising Crime Forces Kosovo Firms to Hire Security

As World Bank report says nine out of 10 companies in Kosovo pay for private security firms, experts fear the cost is burdening the struggling business sector and scaring off investors.

IRELAND: Cork man jailed for IRA membership

A CORK man who was arrested during the Garda investigation into a money-laundering operation involving the proceeds of the 2004 Northern Bank robbery in Belfast was jailed for three years and three months for IRA membership by the Special Criminal Court in Dublin yesterday.

The court convicted Tom Hanlon (43), a father of four and self-employed painter, of Pembroke Row, Passage West, Co Cork, of IRA membership on February 16th, 2005. He had denied the charge.

Convicting Hanlon, Mr Justice Paul Butler, presiding, said the court was satisfied Hanlon was “intimately involved in highly suspicious financial transactions involving monies which have been proved to have included proceeds from the bank robbery in Belfast”. But, the judge added, Hanlon had not been charged with a money-laundering offence, and did not have the opportunity to defend himself against such an accusation in court.

The judge said the court accepted the belief of Det Chief Supt Tony Quilter that Hanlon was an IRA member on February 16th, 2005.

That belief had been corroborated by Hanlon’s failure to answer material questions during his questioning by gardaí.

The court heard that Cork chef Don Bullman, who was found in possession of €94,000 in a Daz washing powder box, had been jailed for four years in 2007 for IRA membership on the same date as Hanlon was found guilty of membership.

Mr Justice Butler said the court had to be consistent, and he was taking nine months off the four-year sentence for Hanlon because he was not prosecuted until recently, even though the evidence against him was available at the same time as the evidence against Bullman in 2007.

During the five-day trial the court heard evidence from Mr Quilter that he believed on the basis of confidential information that Hanlon was an IRA member in February 2005.

The court also heard gardaí found a Sinn Féin chequebook, photocopies of “joke” Northern Bank notes with images of Gerry Adams and Martin McGuinness, two cheques for the Colombia Three campaign, and other documents in Hanlon’s bedroom.

Gardaí who carried out searches in the Cork area in February 2005 found £2.4 million sterling in seven bags in a locked cupboard in a house owned by financial adviser Ted Cunningham.

DNA samples taken from Hanlon matched DNA taken from the zip handle of one of the money bags.

The court was told that at least £26 million sterling was stolen from the Northern Bank in Belfast in December 2004.

Tuesday, May 18

IL DECESSO DELLA MORALE

Gli ultimi avvenimenti della vita del nostro Paese sempre più insistentemente e dolorosamente fanno martellare nelle nostre menti l’interrogativo: ma dunque non c’è proprio più una morale della vita pubblica? Sembra, infatti, che si vada esaurendo persino quell’uso, in sé marginale, di tale concezione, rappresentato dal rimprovero che si fa agli avversari di esserne privi, di non saperla concepire, di infischiarsene, di farsene beffe. Sembra, infatti, che oramai sempre più chiaramente e consapevolmente si finisca per contestare agli avversari soprattutto di farsi beccare con le mani nel sacco. Più che siano ladri, corrotti, scrocconi, sembra assuma importanza il fatto in sé che “gli altri” siano “indagati”, imputati, condannati. Anche di questo in qualche modo siamo debitori (cioè creditori) del Partito dei Magistrati. L’uso strumentale della giustizia, che presuppone una certa dose di indifferenza in ordine alla colpevolezza o innocenza di chi si persegue, finisce per rappresentare un alibi per un ulteriore passo avanti nello sfascio di quel poco che restava della moralità pubblica e della sua apparenza. Siamo dunque colti da una crisi di sconforto, cominciamo a ripiegarci su noi stessi, a piangere sul destino “perfido e baro” che ci ha fatto nascere in un’epoca sbagliata? Oppure gettiamo le basi di una nuova, meno beppegrillesca ed indecente “antipolitica”? Nemmeno per sogno. Non chiudere gli occhi di fronte al dato incontestabile della diffusione pandemica della corruzione e delle sue radici non significa affatto fare del moralismo e tanto meno usarlo come alibi e chiave di lettura generale degli avvenimenti, delle responsabilità politiche e storiche. Ecco: la storia. E’ il senso della storia, cioè la capacità di cogliere il significato, la portata delle situazioni attuali sulla dinamica dei tempi lunghi e lunghissimi, che fa la differenza tra un becero moralismo d’alibi e d’accatto e considerazioni diverse che debbono essere fatte. E qualcosa la storia ci dice. Chi e che cosa hanno distrutto quel tanto di morale pubblica che pure esisteva nel nostro Paese? Intendiamoci bene. Non credo che si possa dire tranquillamente che “una volta” c’era in Italia il senso dello Stato, il rispetto del denaro pubblico, che gli uomini politici di una volta si votavano a passare in povertà la vecchiaia, che erano tutti Cincinnati. Ma, è certo che molti ce n’erano che queste virtù le possedevano.

Se è vero che l’Italia Unita conobbe presto scandali per approfittamento dei pubblici poteri, da quello delle Ferrovie Meridionali (in cui rimase in qualche modo coinvolto persino il rigorista Bettino Ricasoli!) a quello della Banca Romana, che segnò personaggi del calibro di Crispi e di Giolitti, è certo che in molti, tanti altri casi, persino certi modestissimi approfittamenti dei beni pubblici testimoniavano positivamente di che tempra morale fossero e di quali sacrifici fossero capaci gli uomini “pubblici”: così Asproni che, poverissimo, si portava a casa i mozziconi delle candele del suo scranno al Parlamento Subalpino, per non passare, poi, le notti sempre al buio. Per non dire di Garibaldi che se ne tornò a Caprera con un sacco di sementi dopo aver donato a Vittorio Emanuele un Regno. Più rilevanti, magari, furono nei primi decenni dell’Unità, le ruberie periferiche, “municipali”, scandaletti e mancati scandali nelle amministrazioni locali, nell’accaparramento dei beni dei demanii e degli enti ecclesiastici soppressi. Ma, almeno, l’ipocrisia, “l’omaggio che il vizio rende alla virtù” o, se vogliamo usare altri termini, la preoccupazione di salvare le apparenze, non venne mai meno. E, certamente, anche qualcosa di più. Chi e che cosa, dunque, hanno distrutto quel tanto di morale della vita pubblica di cui oggi sembra doversi far fatica anche a raccoglierne le briciole? Certamente la Chiesa Cattolica irrise e demolì, per quanto in suo potere, il concetto stesso di “morale laica” che sostenne la classe politica risorgimentale e post-risorgimentale. Un’opera di demolizione, se non di demonizzazione che qualche effetto, dovette averlo, quando col 18 aprile 1948 la grande rivalsa cattolica conobbe la pienezza del potere. Intanto il fascismo aveva, da parte sua, irriso alla moralità borghese e demoplutomassonica, senza certo sostituirla con una strombazzata e retorica “nuova morale fascista”. Che la morale della vita pubblica “borghese” abbia avuto dal socialismo e, poi, del comunismo, irrisione e colpi demolitori è ben noto e difficilmente contestabile. Ma, soprattutto il partito comunista, che fu modello per più versi di un po’ tutti i partiti dell’Italia Repubblicana con una connotazione leninista, riuscì ad imporre un modello di moralità della vita pubblica costituito dalla “morale di partito”.

Afghanistan: A Taleban suicide car bomber struck a NATO convoy in Kabul

Twelve Afghan civilians also died — many of them in a public bus in rush hour traffic.

Forty-seven other people were wounded in the blast, the first major attack in the capital since February when suicide bombers struck two small hotels in the city center.

That attack killed 16 people and led Afghan police to pledge that they would tighten security and surveillance.

Police have publicized a number of arrests of would-be bombers since then, but Tuesday's bombing was a reminder that the city's defenses can still be penetrated by determined attackers.

Taleban spokesman Zabiullah Mujahid told The Associated Press in a phone call from an undisclosed location that the bomber was a man from Kabul and his car was packed with 1,650 pounds (750 kilograms) of explosive. The target of the attack was the foreign convoy, he said.

The area around the blast site was littered with debris as US troops and Afghan police held a security cordon around wrecked cars, the bus and sports utility vehicles. There were no obviously military vehicles but NATO troops often travel in unmarked SUVs in the capital.

NATO said six of its service members were killed in the attack, and US forces spokesman Col. Wayne Shanks confirmed that five of those were American. The nationality of the sixth was not immediately disclosed.

It was the deadliest attack for NATO in the capital since a September suicide bombing that killed six Italian soldiers. The attack comes as NATO readies a major offensive in the southern province of Kandahar, a major Taleban stronghold.

At least 12 Afghan civilians also died and 47 were wounded Tuesday — most of them in the packed city bus, the Interior Ministry said.

President Hamid Karzai condemned the attack.

"There were casualties among the NATO forces as well as among civilians — women, children and schoolchildren," Karzai told a news conference.

NATO said that five of its vehicles were damaged and more than a dozen civilian vehicles.

The Feb. 26 attack against two residential hotels killed six Indians, along with 10 Afghans. Afghan authorities blamed the attack on Lashkar-e-Taiba, the same Pakistan-based Islamist militia that India blames for the 2008 Mumbai terrorist attacks that killed 166 people.

CHIESTA INFORMATIVA A DE GENNARO

Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, nell'ambito delle proprie funzioni di controllo, ha deliberato oggi di richiedere al direttore generale del DIS, Gianni De Gennaro, di rendere una informativa sulle procedure di acquisizione di beni e servizi e sui lavori realizzati nelle strutture di competenza di DIS, AISE e AISI. Il Comitato ha, altresi', stabilito di procedere il prossimo 20 maggio al seguito dell'audizione del Direttore dell'AISE, generale Adriano Santini, che riferira' anche dell'attuale situazione in Afghanistan. Lo rende noto un comunicato del Copasir.

Monday, May 17

European spies meet in secret in Madrid. secret meeting held earlier this month has only just emerged.

It’s been revealed that 29 European spy chiefs met secretly in Madrid last May 5 in what was the least publicised summit organised as Spain’s six month Presidency of the EU continues.

There were no press releases or photographs to emerge from the meeting which was held in Alcalá de Henares, and the Presidency website overlooked the event.

It was chaired by the Deputy Prime Minister, María Teresa Fernández de la Vega, and saw the chiefs of the British MI5, the German BIV, the French DCRI, the Italian AISI and the Spanish CNI, among others. The 29 who attended represented the secret services of all the EU countries with the exceptions of Norway and Switzerland.

The meeting, which coincided with the frustrated attack in Times Square in New York, has the threat from Islamic terrorism as its central talking point.

Afghanistan: Italian soldiers killed in bomb attack in Herat

Two Italian soldiers were killed and two others were seriously injured on Monday in a bomb attack on a NATO military convoy in northwestern Afghanistan. Major Mario Renna, spokesman for the NATO International Security Assistance Force's western command, said the convoy struck a roadside bomb at 9.15 am local time about 25 kilometres south of Bala Murghab on the border with Turkmenistan.

The injured were immediately evacuated by helicopter to a military hospital in Herat.

Military sources told Adnkronos that one of the two injured Italian soldiers was a woman and neither of them was seriously wounded.

Italy has 3,300 troops in Afghanistan as part of ISAF and heads the western regional command headquartered in the city of Herat.

Twenty-two Italians have been killed in Afghanistan and the latest casualties took the total number of foreign casualties to 200 this year.

The Taliban were removed from government in Afghanistan a US-led invasion in 2001.

Saturday, May 15

Berlusconi conferma il segreto di Stato su rapporti Sismi-Olp

Nella lettera alle famiglie, datata 21 ottobre 2009, De Gennaro rende noto che, sui rapporti fra il Sismi (Giovannone) ed i palestinesi, il Presidente del Consiglio ha disposto «la proroga fino al 31 dicembre 2010 del segreto di Stato». La divulgazione di detti documenti «potrebbe comportare ripercussioni nell'area mediorientale, ancora connotata da elementi di forte criticità con possibili ricadute per la sicurezza del nostro Paese». «Il Presidente del Consiglio - prosegue De Gennaro nella lettera alle famiglie - ha perciò disposto un'attenta rivisitazione e selezione del carteggio, al fine di liberare dal vincolo tutte le informazioni riguardanti la scomparsa di Maria Grazia De Palo e Italo Toni, che non siano pertinenti all'oggetto del segreto».

Sono passati oltre 30 anni, ma l'Italia, in virtù di una decisione del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, mantiene il segreto di Stato sui rapporti che legarono il Sismi ed i palestinesi negli anni Settanta ed Ottanta. Lo si apprende da una lettera del direttore del Dis, Gianni De Gennaro, inviata ai familiari dei giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo, scomparsi a Beirut il 2 settembre 1980. Le famiglie Toni e De Palo hanno avuto accesso, a partire da marzo, a circa 1200 documenti dell'Aise.

«Ci è stato detto - riferiscono i familiari - che solo due documenti, tra quelli attinenti alla vicenda, non sono visionabili a causa del segreto di Stato». Alcune carte dell'Aise, visionate dalle famiglie, hanno degli 'omissis' per coprire i nomi di persone viventi o tuttora in servizio. I fratelli Toni e De Palo hanno però chiesto di poter esaminare le carte senza cancellature. L'Aise avrebbe accettato e starebbe procedendo nel senso auspicato dai familiari.