Saturday, July 31

Prefetti e Potere

Il Consiglio dei ministri ha approvato un regolamento che disciplina le modalità con le quali sono rilasciate le informazioni riguardanti gli accessi e gli accertamenti effettuati presso i cantieri delle imprese impegnate nell'esecuzione dei lavori pubblici. E quanto si legge nella nota di palazzo Chigi. Il provvedimento, si legge nel comunicato, amplia l'ambito di intervento dei prefetti in materia di contrasto alla criminalità organizzata, conferendo la potestà di disporre accessi e accertamenti nei cantieri avvalendosi di gruppi interforze. Si tratta dei poteri già attribuiti all'Alto Commissario antimafia, il cui esercizio trasferito ai prefetti mira all'accertamento di forme di collusione riscontrate attraverso indagini di polizia; il provvedimento ha ricevuto il parere delle Commissioni parlamentari e del Consiglio di Stato.

Friday, July 30

Alla faccia dell'inciucio.

Il meccanismo barocco di elezione dei mèmbri laici del Csm sembra fatto apposta per mettere in scena il solito spettacolo dei veti incrociati, che permette ai partiti di esibire intransigenze propagandistiche. L'accordo tra le maggiori formazioni politiche, con l'esclusione dell'Italia dei valori, per l'elezione di Michele Vietti al Consiglio superiore della magistratura in vista della sua assunzione della vicepresidenza rappresenta una pagina di buona politica, piuttosto rara di questi tempi e quindi ancora più apprezzabile. Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani hanno saputo rinunciare a questo consueto balletto, senza farsi condizionare dalle pressioni che volevano indurli a pretendere una soluzione estremistica. E' significativo il fatto che l'accordo si realizzi su nomine che intervengono sul tema politicamente più controverso, quello della giustizia. Per capire il valore dello sforzo compiuto da Bersani basta verifìcare la durezza con la quale ha rimesso in riga Ignazio Marino (aveva votato scheda bianca) e umiliato con i fatti le "conneries" di chi - da MicroMega alla giovane Debora Serracchiani - ha cercato di processare il segretario del Pd per "inciucio". Anche il Cav. ha fatto prevalere l'interesse istituzionale sull'insistenza nella richiesta, peraltro legittima e basata sulla prassi, di una candidatura propria alla vicepresidenza del Csm. Naturalmente, oltre che alla volontà conciliatrice dei leader, la possibilità di un'intesa richiede una candidatura che abbia caratteristiche di affidabilità e competenza particolarmente eminenti. Michele Vietti non è solo un esponente politico che si trova nella ristrettissima area di possibile sovrapposizione delle volontà dei due maggiori partiti. E' una persona che ha sempre dimostrato saggezza ed equilibrio, doti che gli saranno utilissime quando dovrà cercare di contenere e se possibile far regredire gli antagonismi che hanno reso finora impossibile un dialogo costruttivo tra mondo giudiziario e politica.  Il che gli ha portato risultati assai più consistenti di quelli che consegue quando li contesta ambedue altezzosamente. L'isolamento parlamentare dei manettari e dei giustizialisti è la conseguenza proprio della capacità dei leader di non farsi trascinare sul solito terreno delle ritorsioni reciproche, e dell'autorevolezza oggettiva del candidato proposto dall'Udc, partito che ha giocato in questa vicenda un ruolo di effettiva mediazione tra i poli.
L'insinuazione, chiarita ampiamente da altri, era efficace ma piuttosto bassa, e la parte migliore di me se ne scusa. Ma la parte peggiore voleva per un momento mettersi al livello di questa setta di croniste aguzzine che domandano al malcapitato di turno: "E con quei soldi che voleva farci?". "Droga pesante e armi", ho esclamato. La mia attenuante è questa: penso davvero che cattiva magistratura e cattivo giornalismo stiano facendo dell'Italia un oscuro Stato di polizia.

L'inchiesta sull'omicidio Tommasino

L'inchiesta sull'omicidio Tommasino sta rivelando uno scenario gravissimo e inquietante per quanto riguarda gli ultimi anni di vita civile e politica a Castellammare». È questo il commento duro e diretto del sindaco stabiese Luigi Bobbio, lontano dalla politica stabiese al tempo del commissariamento del circolo del Pd e dell'arrivo della commissione d'accesso al Comune, a poche ore dall'operazione che ha visto l'arresto per estorsione delTimprenditrice OlgaAcanfora e di altri due professionisti, Massimo Di Maio e Alfonso Di Vuolo. Chic'era, invece, ha preferito non parlare, studiare la situazione dopo lo choc delle ultime rivelazioni riguardanti le commistioni tra politica, imprenditoria e potere criminale: così l'ex sindaco Salvatore Vozza, cosìl'exvicesindaco Nicola Corrado. Dal «nuovo» Pd stabiese, scaturito da un medio periodo di commissariamento, il segretario cittadino Nicola Cuomo e il consigliere comunaleAntonio Pannullo hanno fatto sapere che sono «in attesa di ulteriori sviluppi per poter dare giudizi politici sulla questione». Meglio discuterne a freddo, quindi, anche perché i contorni della vicenda non sono ancora completamente delineati. Basta guardare alla posizione di un fedelissimo del consigliere assassinato, ovvero Carlo Nastelli, anch'egli a quel tempo rappresentante consiliare di Margherita prima e di Pd poi. Come Tommasino. Per il gip di Napoli, Nastelli resta indagato a piede libero per tentata estorsione: avrebbe portato il ras Mosca dalla vittima dell'estorsione, l'architetto Giuseppe Celotto, che non l'ha però riconosciuto come accompagnatore. Pd e ancora Pd: anche l'imprenditrice Acanfora era molto vicina agli ambienti dei democratici stabiesi ai tempi dell'estorsione e dei contatti con i D'Alessandro. Nessuna dichiarazione in merito allo sviluppo delle indagini anche per quanto riguardalafamiglia Tommasino. «Abbiamo deciso ha affermato Giovanni, fratello del consisdiere ucciso, anche a nome della vedova Tommasino, Libera Vingiani - di capire meglio la situazione prima di rilasciare commenti». Aggiunge invece il primo cittadino Bobbio: «La politica manovriera è morta e la mia amministrazione, fin dall'inizio, ha dichiarato guerra senza quartiere al crimine, agli interessi personali e alle connivenze in qualunque modo si manifestino. Chiunque, pertanto, non sarà al mio fianco in questa battaglia, o in qualsiasi forma e con qualsiasi comportamento o per qualsivoglia motivazione si metterà di traverso, sappia che lo farà contro la mia amministrazione.

Thursday, July 29

Nè vincitori. Nè vinti.

E' Punica via per evitare che una deflagrazione senza senso si porti via, tra le macerie di un partito e di una esperienza di governo, la credibilità del centrodestra, prima di tutto nella testa e nel cuore di quanti ci hanno seguito e dato il mandato di rappresentarli. Non ci sarebbero ne vinti ne vincitori, alla fine della mattanza. Quando dico che si deve chiudere una pagina conflittuale e aprime una nuova, non faccio appello ai sentimenti, di cui non nego l'esistenza e che hanno la loro importanza per molti di noi; non esibisco ne chiedo ipocrisie, faccio invece appello alla ragione, ai fatti, all'analisi politica e alle basi pubbliche e discorsive, intessute di dialogo e di capacità di riflessione comune, di qualunque possibile fiducia tra diverse leadership". "Resettare tutto, senza risentimenti": con questa formula esordisce -in una breve conversazione serale-  Gianfranco Fini, presidente della Camera, leader di una componente del Pdl con la quale la maggioranza beriusconiana è in rotta aperta dopo mesi di roventi polemiche. Che cosa vuoi dire, presidente? "Vuoi dire che Berlusconi ed io non abbiamo il dovére di essere e nemmeno di sembrare amici, ma dobbiamo onorare un impegno politico ed elettorale con gli italiani. Per questo ci tocca il compito, anche in nome di una storia comune non banale, di deporre i pregiudizi, di mettere da parte carattere e orgoglio, di eliminare le impuntature e qualche atteggiamento gladiatorio delle tifoserie. Osserviamo a Fini che Berlusconi dice di sentire minacciata l'unità del Popolo della libertà e la capacità d'azione del governo, perché sostiene che gli amici politici del presidente della Camera e lui stesso sono passati dal dissenso a ima aspra e irrispettosa opposizione sistematica verso di lui come capo dell'esecutivo e presidente del partito. "Nessuno dei miei amici, tantomeno io, ha mai messo in discussione la leadership di Berlusconi nel partito e nel governo. Il che non significa, tanto più in tempi così turbolenti e gravidi di incognite, rinunciare alle proprie idee". Discutiamo con spirito liberale Come si supera un conflitto tanto duro? "Si prendono le questioni politiche in campo e si discute con spirito liberale, con pazienza, con umiltà e se necessario anche con fervore, ma senza retropensieri, senza farsi condizionare dalle ombre del carattere: Io dico per i miei interlocutori e anche per me stesso, naturalmente". Da che cosa si parte per resettare? "L'e conomia e la condizione della società italiana sono il primo punto. Bersani oggi alla Camera è stato da questo punto di vista convincente: c'è un paese reale che deve essere rappresentato fino in fondo, ci sono problemi sociali, dal mercato del lavoro alle relazioni sindacali, che vanno affrontati con giudizio, ci sono categorie da ascoltare e alle quali fornire risposte, c'è da immaginare di nuovo la condizione in cui il paese possa tornare a crescere e a produrre una ricchezza da dividere. Non mi pare che il leader del maggior partito di opposizione voglia avallare un ritorno agli aspetti più radicali ed estremi di una politica che si illuda di risolvere nei processi e nelle indagini della magistratura i propri problemi. Se Berlusconi prendesse lui stesso l'iniziativa di grandi Assise per la crescita del paese, lui che di economia ne capisce e che la vive sulla sua pelle di imprenditore, faremmo fare un passo avanti decisivo a tutta la discussione pubblica in atto, e ci sintonizzeremmo con tanta gente che è in ansia e vuole veder risolti i suoi problemi. Non possiamo limitarci a difendere, in modo secondo me sbagliato, gli interessi di chi ha adottato comportamenti antieuropei nel mercato del latte". Fini vuole ripartire dalle questioni poste nella dirczione, l'unica finora svolta da parte del Pdl. "Ma per resettare, ripeto, non per replicare. Sono due cose diverse. Sono l'una l'opposto dell'altra. E credo che a Berlusconi piacerebbe riacquistare un ruolo centrale di regia per Palazzo Chigi sul tema della crescita, senza che questo significhi emarginazione di un ministro come Tremonti, che ha segnato alcuni successi importanti. Così anche nei rapporti con la Lega: non è punitivo per Bossi che il Pdl riapra una discussione sul federalismo fiscale, con lo scopo di associare governatori e sindaci di tutto il paese alla decisione su quel che si dovrà fare, una decisione che non può pesare solo sulle spalle di Tremonti e Calderoli". Opponiamo a Fini un'impressione diffusa, che sia ormai molto più la questione del potere nel partito e quella del rapporto tra legalità e garantismo a dividere i quadri, le truppe e il corpo di base del Pdl. Fini non respinge l'osservazione, ma precisa: "Non tutti i problemi vengono dalle posizioni che ho espresso e che alcuni miei amici nel partito hanno espresso. In Sicilia è una specie di caos politico. A Latina e a Reggio Calabria emergono divisioni profonde ai massimi livelli amministrativi. Un partito deve costruire un suo baricentro, inventar- si un modo per convivere, deve sentirsi diretto entro uno sforzo comune. Anche qui si può resettare tutto, e senza risentimenti. Berlusconi non ha nelle sue corde il "modello partito", questo lo so, ma non c'è conflitto tra la sua leadership e un maggiore ordine politico nel Pdl. E a questo si collega anche il fattore della 'questione morale', espressione che per la verità non amo e sa di moralismo vecchio stile, magari di moralismo politicizzato, il peggiore. Vede, garantismo e legalità non sono in conflitto. La mia solidarietà verso chiunque sia colpito da gogna mediatica e da accanimenti palesi è di antica data, e resta intatta.. A Napoli ho parlato della stranezza del comportamento di un sottosegretario che si dimette senza avvertire l'opportunità di dimettersi anche da coordinatore regionale: ho invece letto il giorno dopo sul Giornale di famiglia che avevo chiesto la testa di Silvio Berlusconi. Certo che se poi gli ultras, sempre nemici di ogni buon compromesso politico, riportano al capo che io voglio fare un repulisti giustizialista, allora prevale la logica degli anatemi. Non è possibile equivocare la mia posizione: io ho radici e appartenenza culturali e politiche chiare. Qui sto e qui resto, in ogni senso.. Nel senso dello schieramento e delle idee portanti. Poi, certo, penso che dovremmo discutere seriamente di un codice etico, riflettere seriamente su quanto detto ieri dal neopresidente della Corte dei conti, del disegno di legge contro la corruzione, e penso che tutto ciò sia nell'interesse comune di un'impresa comune, quindi anche nell'interesse di Berlusconi. D'altra parte, se la presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiomo e il ministro Guardasigilli Angelino Aitano si accordano su un testo che libera il governo e la maggioranza dall'assedio, che fa respirare il potere e la libertà del Parlamento, vuoi dire che due teste pensano meglio di una, ed è questo che dobbiamo valorizzare. So bene che Roberto Maroni e gli altri uomini di punta del Viminale stanno facendo un lavoro di immensa importanza per la legalità, quella vera, non quella fatta di sole parole. Se avessi dubbi radicali, se davvero fossi sfiduciato e amaro, non direi, anche sulle questioni della legalità, che si può e si deve resettare tutto, per scrivere un nuovo capitolo con un po di ottimismo.

MARIPOSA E L'FBI

Ad appena 23 anni Iserdo, questo il soprannome del ragazzo da hacker, era riuscito a creare nel dicembre 2008 un «botnet» che ha colpito almeno la metà delle 1000 aziende che compaiono nella classifica di Fortune e circa 40 delle maggiori banche internazionali. E' caduto in trappola in una strada di Maribor, in Slovenia: era Fhacker più ricercato dall'Fbi e gli agenti federali sono riusciti ad ammanettarlo al termine di un'indagine durata cinque mesi, che ha coinvolto 190 nazioni e che, per dimensioni e mezzi impiegati, non ha nulla da invidiare alla caccia ai terroristi di Al Qaeda. L'intenzione è stata sin dall'inizio quella di svaligiare le imprese più ricche del Pianeta adoperando i loro computer come se fossero dei Cavalli di Troia, per entrare nelle casseforti senza neanche farsi vedere. Svaligiare le società più ricche del mondo, usando i computer come via d'accesso alle casse «botnet» è infatti un network di computer dirottati. Iserdo lo aveva creato vendendo - per cifre che andavano dai 500 ai 1300 dollari - un particolare virus informatico ad altri hacker, un virus che assicurava la possibilità di infiltrarsi nel computer della vittima designata a sua totale insaputa, impossessandosi dei dati bancari, dei codici delle carte di credito, delle password e delle identità personali m maniera tale da spostare illegalmente fondi per una cifra complessiva difficile da stimare, ma comunque da capogiro. Come ha spiegato dopo l'arresto Jeffrey Troy, vice direttore della divisione cybernetica dell'Fbi, «Iserdo era l'equivalente di un boss del crimine organizzato che fornisce a delinquenti comuni chiavi di porte, informazioni dettagliate sugli oraci dei proprietari e mappe delle case da svaligiare, facendo attenzione a non esporsi mai in prima persona». Atradire questa sorta di gangster del web sono stati tré pesci piccoli, ovvero tré hackers spagnoli che la polizia di Madrid ha arrestato cinque mesi fa, ottenendo da loro le informazioni che hanno messo l'Fbi sulla pista giusta. Una volta individuato in Slovenia il rifugio dell'hacker, l'Fbi ha avvertito la polizia criminale di Lubiana ed è stato messo a segno il blitz che ha portato all'arresto.  Vendeva ad altri criminali un virus che poi gli forniva migliaia di codici e password «botnet» più aggressivo finora creato su Internet, Iserdo aveva scelto il nome spagnolo di «Mariposa» farfalla - perché il virus riusciva a posarsi sul computer delle vittime senza che nessuno se ne accorgesse. In queste ore l'Fbi sta mettendo assieme tutti i tasselli, prevedendo «numerosi arresti nelle prossime settimane» in più Continenti. Per l'esperto di sicurezza online Rik Ferguson, interpellato dalla tv BBC, «il tallone d'Achille di Mariposa si è rivelato essere l'eccessivo successo avuto» ovvero «la facilità con cui si è diffuso esponendo il creatore al rischio di essere identificato». La debolezza dei «botnet» è infatti proprio nelle dimensioni: più si allargano più si espongono al rìschio di essere scoperti e smantellati. L'indagine resta tuttavia circondata dal più stretto riserbo al fine di non perdere l'effetto sorpresa: la vera identità di Iserdo non è stata resa nota, si sa solamente che l'arresto è avvenuto a Maribor dieci giorni fa e che l'hacker è stato rilasciato, probabil-. mente perché ha accettato di collaborare, e si trova adesso in una località top secret. Neanche i reati per cui è incriminato sono stati resi pubblici, proprio come avviene nel caso dei terroristi di Al Qaeda detenuti in località segrete o imprigionati a Guantanamo. Di certo, la collaborazione del super hacker è più importante dell'arresto perché può consentire agli inquirenti di accelerare l'identificazione dell'esercito di piccoli criminali cybernetici che ha creato, inviando ad ognuno di loro una semplice email con allegato il pacchetto contenente il virus con cui aggredire banche e aziende finanziarie per untotale di almeno 12 milioni di computer. Per arrivare a Iserdo l'Fbi ha creato una task fórce di cento alti nmzionàri, arruolando contractors civili, giovani ricercatori cybernetici e esperti di mezzo mondo. In poco meno di due anni avrebbe contagiato ' 12 milioni di computer. «Mariposa era senza dubbio uno dei più estesi botnet del mondo» ha aggiunto Troy, spiegando che adesso la task force si concentrerà sul prossimo obiettivo ovvero il «botnet» denominato «Conflicker» che spinge i computer a «creare danaro in maniera ordinaria, inviando migliala di spam oppure diffondendo falsi software antivirus» attraverso Internet. La sua vera identità non è ancora stata resa nota secretati anche i capi d'accusa Internet che sono riusciti a ricostruire le diramazioni del «botnet» in 190 nazioni nonché una struttura informatica del virus molto sofisticata, come di mostra il fatto che era più impenetrabile del «botnet» che questa primavera ha aggredito Google in Cina rubando gli indirizzi email di molti dissidenti.

Il carteggio dei "diari di guerra"

E' il caso di un rapporto dell'ambasciata americana a Roma del maggio 2007 nel quale si annuncia che l'Italia si sta apprestando ad aumentare il contributo militare alla missione Nato in Afghanistan, ma intende farlo "con discrezione" evitando la pubblicità di una decisione altrimenti complicata dalle procedure inteme e dalla sensibilità'politica della missione. C'è una discreta componente italiananei documenti sulla guerra afgana pubblicati domenica scorsa dal sito Wikileaks. Inevitabile, vista la mole complessiva (92.000) dei messaggi che sono stati rubati dai sistemi informatici di sicurezza del governo americano, e dato il ruolo rilevante che le comunicazioni di ambasciata giocano nel voluminoso fascicolo. Un altro documento relativo ambasciatore a Washington Giovanni Castellaneta e il vice segretario di Stato Usa John Negroponte, si registrano i malumori del governo italiano, il cui premier Prodi non ha avuto ancora modo di incontrarsi con il presidente Bush a un anno dalla sua nomina. Il rappresentante americano esprime invece il suo nervosismo per un possibile processo in contumacia contro il marine Mario Lozano, il militare che uccise il nostro agente del Sismi Nicola Calipari all'aeroporto di Bagdad. Sarebbe un "messaggio orribile" dice Negroponte a Castellaneta, il quale prima gli oppone la competenza del tribunale italiano per un crimine commesso da americani all'estero, ma poi lascia intravedere spiragli per un possibile rallentamento, o il blocco del processo. Ci sono poi riferimenti all'altro rapimento del giornalista Daniele Mastrogiacomo; al trasferimento di un prigioniero in mani italiane, e ci sono dettagli di incidenti come quello del 7 di luglio del 2008, nel quale un soldato italiano ha sparato e ferito un ufficiale dei servizi segreti afghani. Il carteggio dei "diari di guerra" si sta rivelando privo di sorpresa o di scandalo. I media americani segnalano già il suo tramonto di popolarità agli occhi di una opinione pubblica ormai assuefatta ad un avvicendamento delle notizie sempre più rapido. Resta però un solco politico sulle sorti della campagna militare afgana, che il rapporto di Wikileaks ha contribuito ad approfondire. Martedì il Congresso ha accordato altri 59 miliardi di dollari per finanziare le missioni irachena e afgana, ma il voto alla camera ha segnato la defezione di più di 100 tra i deputati democratici, contro i 32 che avevano dissentito un anno fa di fronte a una simile decisione sul dei fondi. Critiche sonore si sono udite anche in occasione del voto di conferma del generale James Mattis a capo del Comando Centrale delle due guerre. Il quotidiano londinese Times dice di averne trovati decine in sole due ore di lettura, e segnala il rischio di possibili, prossimi attentati contro la loro vita. L'altra questione in sospeso è quella della sicurezza personale delle tantissime persone citate nei documenti pubblicati, specialmente gli agenti afghani che si prestano alla collaborazione con le forze alleate.

Microsoft Global Criminal Compliance Handbook, 24 Feb 2010

Cryptome.org is a venerable New York-based anti-secrecy site that has been publishing since 1999. On Feb 24, 2010, the site was forcibly taken down following its publication of Microsoft's "Global Criminal Compliance Handbook", a confidential 22 page booklet designed for police and intelligence services. The guide provides a "menu" of information Microsoft collects on the users of its online services. Microsoft lawyers threatened Cryptome and its "printer", internet hosting provider giant Network Solutions, under the Digital Millennium Copyright Act (DMCA). The DMCA was designed to protect the legitimate rights of publishers, not to conceal scandalous internal documents that were never intended for sale. Although the action is a clear abuse of the DMCA, Network Solutions, a company with extensive connections to U.S. intelligence contractors, gagged the site in its entirety. Such actions are, in the opinions of those supporting transparency, a serious problem in the United States, where, although in theory the First Amendment protects the freedom of the press, in practice, censorship has been privatized via abuse of the judicial system and corporate patronage networks.

Before they realized the world had changed

The texts make for fascinating reading, and provoke some good discussions of the cliched, "Where were you when it happened?" variety. But a source I've found even more interesting, if chilling, is the Sept. 11 Television Archive ( www.archive.org/details/sept_11_tv_archive).Here, you can watch television coverage of the event as it happened, starting even before the attacks began. The videos cover the major American broadcasters -- CNN, ABC, CBS, NBC and Fox --as well as the BBC. The passage of time has not dulled the horror. It's still as much a kick in the gut as it was eight years ago. Indeed, watching the coverage again this morning, my eyes were glued to the handy little clocks the networks insert into their broadcasts alongside their corporate logos. A literal countdown. It's like watching a tragedy from afar, knowing it's going to happen, but being helpless to stop it. The feeling of dread is still overpowering. The footage also has a whiff of surreal absurdity about it, something that would be darkly funny were it not so horrid. While the first plane struck at 8:46 that morning, setting the North Tower of the World Trade Center ablaze, the networks carried on with their original programming schedules, unaware that the world had just changed. Particularly awful is the archived footage taken from Fox 5 in Washington, D.C., where a reporter is interviewing a travel agent about cruises for singles looking for love. The segment ends with the reporter, the travel agent and a group of representative lonely hearts belting out the theme from The Love Boat. Meanwhile, several hundred miles away, thousands of New Yorkers were being forced to choose between leaping from their office windows or burning to death. While the example of Fox 5 is particularly cringe-inducing, the other networks were little better. CBS' The Early Show had a guest from Gourmet magazine discussing the arrival of fettucini alfredo in America when the North Tower was hit. ABC's Charles Gibson was interviewing Duchess Sarah Ferguson about her weight loss and self-esteem from ABC's studios not far from what had just become Ground Zero. Over at NBC, Katie Couric had just finished interviewing Harry Belafonte and Matt Lauer had begun an incredibly awkward talk with a far-too-enthusiastic author hawking his new biography of Howard Hughes when Lauer suddenly broke away and cut to commercial before delivering the somber news. It's hard to reconcile the weight 9/11 holds in our civilization's collective consciousness with the utterly irrelevent fluff that was considered news when the world awoke that morning. Everyone recalls not just the day's events, but the total hysteria of the days that followed. It was all-catastrophe, all-the-time, and it went on week after week. The footage before news of the attacks breaks is a peek back to a lost era, not necessarily better, but certainly more innocent. It can't be said that the attacks changed the nature of our media's obsession with the trivial; the interviews with television and music stars that came just moments before the attacks would not seem at all out of place today. There are other fascinating moments in the footage. The very genesis of many of the wackier 9/11 conspiracy theories can be found in the confused, panicky broadcasts (Was it a bomb? A missile? No, it was a plane, but a small plane!). It's also interesting to compare how the anchors responded to the attacks. CBS's Bryant Gumbel seems completely overwhelmed, unable to grasp that the collisions were deliberate, despite detailed reports from eyewitnesses who make it clear that the planes manoeuvred directly into the towers. Charles Gibson and Diane Sawyer at ABC are much quicker, with Gibson saying almost immediately after the second impact that a "concerted effort to attack" America was underway. As illuminating as these other issues are, however, it's still hard to get past the first minutes of the attacks, while reporters and hosts babble pleasantly through their morning shows, contentedly ignorant that the course of history was being changed forever, in some cases a mere handful of city blocks away. (Thanks to Matt Gurney and National Post)

Wednesday, July 28

FBI, Slovenian and Spanish Police Arrests Mariposa

Last week, the Slovenian Criminal Police identified and arrested the Mariposa Botnet’s suspected creator, a 23-year-old Slovenian citizen known as “Iserdo.” The work of the Slovenian and Spanish authorities was integral to this investigation.  More

Il "trasferimento" del Col. dei CC Fabio Cagnazzo

Ricevo e volentieri pubblico:

I sottoscritti sostituti, avendo appreso del trasferimento ad altro incarico del Colonnello dei Carabinieri Fabio Cagnazzo, attuale comandante del Gruppo Castello di Cisterna, con la presente intendono rappresentarle, affinchè la SV voglia renderne partecipe l'interessato e i vertici della sua scala gerarchica, il loro più vivo e sentito apprezzamento per l'encomiabile lavoro svolto, in questi ultimi 10 anni, dal predetto ufficiale, come comandante dapprima della Compagnia di Nola e successivamente del nucleo investigativo del Gruppo di Castello di Cisterna, essendosi egli distinto per le non comuni capacità di investigazione, di lealtà alle istituzioni, di coordinamento e di motivazione del personale dell'Arma dei Carabinieri alle sue dirette dipendenze, che hanno consentito a questa DDA di ottenere eccezionali risultati nell'attività di contrasto alla criminalità organizzata e di prevenzione e repressione dei reati sul territorio ricadente nella sua giurisdizione. 

Per tutti basti ricordare la cattura di oltre 180 latitanti e la disarticolazione delle strutture criminali agli stessi riferibili. Tra i tanti assicurati alla giustizia dal Reparto comandato da Cagnazzo, si citano: - Cannine e Pasquale Russo, capi storici dell'omonimo clan operante nel nolano, arrestati dopo oltre 15 anni di latitanza; Vargas Pasquale, esponente apicale del clan dei casalesi; Marcello Di Domenico, capo dell'omonimo clan operante nel nolano; Di Domenico Ciro, fratello di Marcello e reggente dell'omonimo clan; La Montagna Domenico, capo dell'omonimo clan operante in Caivano, arrestato dopo oltre un anno di latitanza; Pellino Modestino, reggente del clan Cerniamo operante in Crispano; Ferramelo Luigi, esponente apicale del clan Cerniamo; De Rosa Paride, capo dell'omonimo clan operante in Qualiano, arrestato dopo oltre un anno di irreperibilità; Marrazzo Vincenzo, capo dell'omonimo clan operante in Casandrino; Aloia Antonio, Di Buono Antonio ed Esposito Ciro, esponenti apicali dei clan acerrani; Capasse Antonio, capo dell'organizzazione criminale operante in Marigliano; levino Giuseppe, capo della batteria militare del clan Russo; Tecchia Gennaro, inserito nell'elenco dei 100 più pericolosi latitanti d'Italia e componente dell'articolazione criminale coordinata da Io vino Giuseppe. 

Tra le tante indagini condotte dal Reparto comandato da Cagnazzo, vanno citate: - le indagini a carico dell'articolazione territoriale di Marigliano del clan camorristico facente capo a Mazzarella Vincenzo, che, nell'estate del 2005, hanno portato alla cattura (e alla successiva condanna) di oltre 50 appartenenti al suddetto sodalizio, tra cui lo stesso Mazzarella Vincenzo e Mazzarella Roberto; - le indagini a carico delle organizzazioni camomstiche acerrane, che, a far data dal febbraio del 2005 ad oggi, hanno portato alla cattura e alla successiva condanna di oltre un centinaio di affiliati ài vari organismi criminali attivi sul territorio, tra cui i capi storici Crimaldi Cuono, Di Fiore Mario e De Falco Ciro (successivamente ucciso); - le indagini a carico del clan Sarho di Ponticelli e delle diverse articolazioni territoriali operanti nell'area vesuviana intema della Provincia di Napoli (S. Anastasia, Somma Vesuviana, S. Vitaliano, Casalnuovo, Pomigliano d'Arco), che, dall'estate del 2006 al luglio del 2009, hanno portato alla cattura prima e alla condanna poi (anche per omicidio) di oltre 200 appartenenti ai diversi sodalizi camorristici e allo storico risultato della collaborazione con la giustizia di tutti i vertici del potente clan metropolitano e della sua sostanziale disarticolazione; - le indagini a carico dei clan Di Lauro e degli scissionisti operanti sul territorio di Napoli Secondigliano/Scampia e delle diverse articolazioni territoriali operanti nei comuni limitrofi, che hanno portato all'arresto prima e alla condanna poi (anche per diversi omicidi) di oltre 120 appartenenti ai citati sodalizi camorristici, al sequestro di ingenti quantitativi di sostanza stupefacente, al sequestro di ingenti patrimoni nonché allo storico risultato della collaborazione con la giustizia di tutti i componenti della famiglia Prestieri; - le indagini nei confronti dei clan camorristici operanti nei Comuni di S. Antimo, Casandrino e Grumo Nevano, che hanno portato all'arresto di oltre 120 affiliati nonché all'emissione nei confronti dei predetti di sentenze di condanna a pene severe; - le indagini relative all'omicidio di Verde Francesco, detto il "Negus", capo dell'omonimo clan camorristico di S. Antimo, che hanno portato alla cattura dei responsabili di detto omicidio; - il rinvenimento dell'arsenale di armi del clan Castaido di Caivano nel settembre 2003 e del clan De Rosa di Qualiano nel febbraio 2008; - le indagini che hanno permesso di fare luce su un ramificato traffico intemazionale di sostanze stupefacenti, che aveva, come epicentro Caivano ed i territori dei comuni di Afragola, Casoria e zone limitrofe, per espandersi in ambito transnazionale; - le indagini nei confronti delle più agguerrite cosche attive nei tenitori di Ercolano e Torre Annunziata, che, sfociando dapprima in decine di provvedimenti, cautelari e successivamente in altrettante sentenze di condanna, hanno contribuito in maniera determinante a porre argine alle faide di camorra che in quei tenitori per anni hanno rappresentato un fattore di foltissimo allarme sociale e di notevole pericolo per la pubblica incolumità; - le indagini, di grande rilevanza, nel campo del traffico intemazionale di solo di operare importanti sequestri di droga, ma anche di comprendere appieno e di provare gli attuali collegamenti della criminalità organizzata campana con i principali cartelli di narcotrafficanti attivi in territorio sudamericano, nonché nei Paesi Bassi e nella penisola iberica; - le indagini nel territorio di Castelvoltumo, Parete ed Aversa sugli esponenti del clan Bidognetti e, in particolare, sui latitanti del gruppo di Setola Giuseppe nel periodo in cui la commissione di efferati delitti di sangue aveva determinato sconcerto e allarme nella popolazione residente, momenti di tensione.Catturati 180 latitanti. Colpite le più importanti organizzazioni criminali del territorio, dai Russo a Somma. Nonostante l'omertà e le connivenze eccellenti anche in ambito istituzionale....OMISSIS.........

28 luglio 1985: Beppe Montana

Spesso incontrava i giovani nelle scuole per sensibilizzarli al rispetto della legalità e dei valori democratici, perché, diceva ancora, «i nostri successi sono il frutto non solo delle investigazioni ma anche del progresso culturale». Dobbiano convincerli. Perché da soli non ce la possiamo fare». Così ripeteva Beppe Montana, il capo della "catturandi" di Palermo morto il 28 luglio 1985, ucciso dalla mafia. Per lo stesso motivo diede vita al comitato "Lillo Zucchetto", giovanissimo poliziotto ucciso ad appena 27 anni il 14 novembre 1982, mentre era impegnatissimo nella ricerca dei latitanti. Al suo funerale la chiesa era vuota e Beppe da questo capì che doveva muoversi anche sul fronte delle formazione. Parlava coi giovani e parlava coi fatti. Appena nominato alla guida della "catturandi" della Squadra mobile di Palermo così parlò ai cronisti: «È inutile che venite a trovarmi ogni giorno. Posso darvi in media una notizia ogni sei mesi. Quattro giorni dopo "cosa nostra" gliela fece pagare. «Ora il clima è totalmente diverso - commenta il fratello Dario -, molto è cambiato in meglio. E questo nasce dalla storia della Mobile palermitana. Una storia di impegno e di apertura alla società». Il nostro è un impegno che si sviluppa in tempi molto lunghi. E se proprio dobbiamo parlare possiamo farlo solo a cose fatte». In realtà di notizie ne diede molte, brillanti operazioni, tanti latitanti catturati. Gli ultimi, ben sette in un colpo solo, il 24 luglio.

Le scorte e il potere.

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US “sparked Russian spy sensation”

n an effort to distract attention from the release of thousands of secret documents on the Afghanistan War, the US rounded up 11 Russian “spies” according to internal sources. Just weeks after being hung out to dry after getting branded in the US media spin machine as “spies”, the wrist-slapped Russians are back in Moscow, where “their future looks bright,” Prime Minister Vladimir Putin assured them. Anna Chapman, for example, whose perky good looks were enhanced by an alluring cloak-and-dagger lifestyle that never seemed to get more exciting than a trip to the local coffee shop, suddenly acquired enough star collateral to reject an invitation by actress Angelina Jolie to the Russian premiere of the film “Salt”, in which Brad’s better half plays – all too surreally in light of recent events – a suspected Russian spy. But it gets better. Below the vapid veneer of this shoddy spy script, which more resembled a commercialized Hollywood film trailer than any real-life espionage case, experts and analysts were practically screaming: “Where is the ‘bleeping’ story, and why did it break now, especially when Russian President Dmitry Medvedev had just met with US President Barack Obama for the upbeat ‘Cheeseburger Summit’ at Ray’s Hell Burger in Arlington, Virgina?” Good question. After all, the reason provided by the Federal Bureau of Investigation (FBI) for explaining when they moved against Team Russia when they did is not terribly convincing. In a nutshell, the FBI said it was concerned that their “deep cover” Russian spies would suddenly disappear into the fabric of American suburbia, with their children and dogs in tow, once word got out that an undercover agent, posing as a Russian embassy employee – donning Groucho Marx trick glasses, no doubt – had met with Miss Chapman with a request that she deliver a forged passport to another individual. Miss Chapman, however, expertly imitating any law-abiding American citizen, duly reported the incident to the New York City Police. So now the FBI is worried that their “deep cover” Russian spy ring, which they wasted a full decade of taxpayer dollars trailing across American suburbia, would suddenly disappear like Alice down the rabbit hole. But this is the 21st Century, and we live amidst an iron matrix of technological contraptions that do not make an escape across the great American frontier a very easy prospect, even for seasoned spies. So then why did the dragnet drop around the reckless Russians when it did? The real reason, it seems, has a lot to do with a former computer hacker by the name of Julian Assange, who first grabbed headlines in April when he posted on his WikiLeaks website horrific video grabs of US soldiers aboard an Apache helicopter in Baghdad (July 2007) gunning down 12 civilians, including two Reuters reporters.
The soldiers were under the impression, the Pentagon explained, that they were targeting armed militants. Whatever the case may be, the Apache crew’s callous cheering following the incident dealt US forces another public relations disaster on the home front. Around the same time that his shocking Iraqi video was burning down the Internet, Assange poked the wasps’ nest a bit deeper by making the stunning announcement that he had acquired some 90,000 secret documents detailing every move by the US-led coalition forces in Afghanistan. In other words, a very big can of worms that made Washington wriggle in terrible discomfort. The White House, however, had ample time to prepare for this latest WikiLeaks broadside, and this is when the sensational Russian spy was allegedly hatched, according to several defense experts. “The White House understood it needed something really big to distract attention away from what was coming down the pipe,” said a former embassy diplomat who now works with a major US defense contractor, speaking on the condition of anonymity. “There was really no need for the FBI to round up those Russians when they did unless there was some higher purpose. And that purpose…was the threat that Assange would release documents that would be extremely damaging to the war effort in Afghanistan.” The War in Afghanistan, which began on October 7, 2001, pits some 150,000 NATO coalition forces against the Taliban and Al-Qaeda, and about a dozen other ragtag militant outfits. The United States makes up the overwhelming bulk of the troop presence, yet plans to begin handing over large parts of the military operation to Afghanistan elements of the security apparatus, which has been riddled with subversive elements from the very beginning. While saying that he believed that the suspected Russian spies were in the United States for “illegitimate purposes,” the US defense contractor, who maintains regular contacts with diplomatic circles, said that the Russians were conveniently used as “decoys to attract the hunters away from the approaching larger target.”
In addition to wanting to have a sensational smokescreen, courtesy of ten Russian "spies", and with some extra support from Miss Jolie, the defense expert added that Washington was determined to chalk up a major intelligence victory before WikiLeaks broke out its devastating secret documents. "The Obama people wanted a big win before those 90,000 secret documents hit the Internet," the defense contractor said. "If the Republicans attempt to use the WikiLeaks scandal to their advantage, saying that Obama should have prevented its release, the Oval Office will be able to point to the outed Russian spy ring." The defense contractor added that the WikiLeaks story broke just before US Congress was about to vote on a $59 billion emergency funds package for the wars in Afghanistan and Iraq. The bill passed the House on Tuesday by a 308 to 114 vote. It will now go to the White House for the president's signature. But Julian Assange was not the only hot potato that Washington was forced to handle at very short notice. Another US government source, who also refused to be identified due to her proximity to the on-going investigation, offered a different take on the Russian spy case, alluding to the mysterious disappearance of an Iranian nuclear scientist, who turned up on American soil this month claiming that he had been abducted by US intelligence.
Last June, Shahram Amiri, who worked at Tehran's Malek Ashtar University, which is closely connected to Iran's Revolutionary Guard, disappeared in Saudi Arabia during a pilgrimage. Original reports said that he had met with US intelligence officials and agreed to resettle in the United States. The US hailed the defection of the scientist an “intelligence coup.” Whether Amiri had trouble adjusting to his new neighborhood is not clear, but in July he turned up in Iran, claiming that he had been “abducted and tortured” in the United States. Earlier statements by Amiri on the Internet suggest that he was in the US on his own accord. US officials, meanwhile, said that the Iranian was always free to go. "Let me say that Mr.Amiri has been in the United States of his own free will. And he is free to go," Hillary Clinton, US Secretary of State told reporters at the headquarters of the State Department. “Personally, I think this case [of the missing Iranian scientist] was far more troubling for Washington than what has appeared on WikiLeaks,” the veteran diplomat said in an email. “You have to remember that much of what he [Julian Assange] posted on his website was not that damaging, aside from the reports that Pakistan was working with the Taliban behind the scenes. But the US already suspected that there have been such isolated incidences in the past.” The diplomat then further downplayed the significance of the WikiLeaks documents, arguing that they covered the period January 2004 and December 2009, the period when events in Afghanistan would have fallen on George W. Bush’s watch. Essentially, the Obama White House is furious about the release [of the secret military documents] not because it makes their military efforts look bad, but because they represent a serious breach of national security,” she said. “These events did not happen on Barack Obama’s watch, but on George Bush’s, yet that still does not give the White House reason to celebrate.”
Although the above interviews with US diplomats failed to produce any hard evidence that the Russian spy case was stirred up to deter attention away from the real action, their own personal conversations with high-ranking officials suggest this was a strong possibility. Indeed, there is almost no other way to explain all of the dust that had been kicked up around the Russian “spies” who had precious few tales to tell. Perhaps we will just have to wait for the next WikiLeaks release to set the record straight.

Robert Bridge, RT

Pristina offered special status for north

Dukadjin Gorani, political advisor to Kosovo Prime Minister Hashim Thaci said for ‘Blic’ yesterday that Kosovo Government is ready that in talks with Belgrade it comes to a solution for the Serbs in the north of Kosovo and that one of the options is a special status ‘within Kosovo borderlines’. Serbia Government has neither accepted nor rejected the proposal and is of the opinion that negotiations over Kosovo can begin only after debate at the UN General Assembly, high state sources say for ‘Blic’ on condition of anonymity.‘Kosovo Government and Prime Minister Thaci repeated on several occasions readiness that in talks, negotiations and by an agreement an optimal solution for the north of Kosovo is reached. It is difficult to say now what that solution is going to be, but by that statement the Prime Minister said clearly that there is a wide range of possible solutions, one of them being special status’, Gorani says for ‘Blic’. He insists on well known stance that the ‘Serbian community in the north of Kosovo has to accept the reality’. The similar was said by American Ambassador to Kosovo Christopher Dell during his taking part in briefing at the Center for foreign journalists in Washington on the occasion of the opinion given by the International Court of Justice. As the ‘Voice of America’ reported Dell said: ‘I have heard Prime Minister Thaci to say once publicly at least and several times in private talks that he is ready to creatively take into consideration ways in which the special nature of the north of Kosovo can be recognized within borderlines of the Kosovo state having in mind that in Europe of the 21st century there is room for a special status – that is, perhaps the status is the wrong word – for special nature of a region within a sovereign state’. ‘Blic’ was confirmed at the USA Embassy in Pristina that this is Ambassador Dell’s original statement. Ambassador Dell yesterday, in a new statement to media, explained not to have called for giving autonomy to the north of Kosovo, nor has he ever heard Kosovo Prime Minister doing that publicly or privately. ‘As a matter of fact I brought in question the correctness of such characterization of the Prime Minister’s stance by a Serbian reporter who asked me that question and I am surprised that Kosovo media were tricked by this well known journalist trick. The ‘Voice of America’ put the word ‘autonomy’ in the title but I have not used that expression and I shall not use it because we are not supporting that. The stance of the USA Government is very clear. We strongly support Kosovo status as an independent and sovereign state and its territorial integrity. We would also like to see Kosovo and Serbia move together as independent states towards integration into Euro-Atlantic institutions’, American Ambassador in Pristina said. It is interesting that Kosovo Deputy Foreign Minister Vljora Citaku said yesterday that the USA and the most influential EU countries would at the autumn session of the UN General Assembly suggest a resolution by which they would support opinion by the ICJ over legality of proclamation of Kosovo independence. ‘Blic’ yesterday got confirmation of this news at the USA Embassy in Belgrade and at the State Department. Serbia top authorities interpret all of these statements as intensified pressures which were expected after the ICJ’s opinion had been announced. As ‘Blic’ learns from reliable sources Serbia Government shall at the moment make no reaction to such statements and pressures because it is focused on huge and uncertain job of securing majority for the resolution at the UN General Assembly. ‘We are in permanent negotiations with the EU and we have not rejected any of the offers made’, a high source told ‘Blic’.

The British Judge rejected request by Belgrade

Serbian War Crimes Prosecution said it would file a complaint to a decision by the court in London rejecting request for extradition of Ejup Ganic, member of former war Presidency of Bosnia/Herzegovina charged with war crimes.
‘We respect any decision of the English court, but there is a right to complaint to a higher court and we shall exercise that right. We shall try to get replies to questions torturing families of more than 60 victims’, Bruno Vekaric, the spokesman of the Prosecution said.
The British Judge Timothy Workman rejected request by Belgrade claiming that ‘there are proofs that the court trial against Ejup Ganic would be politically motivated’.

In the first half of this month it was talked in details in a courtroom in Westminster about events in Sarajevo at the beginning of the war, on May 2 and 3 in 1992. Serbian War crimes Prosecution claims that Ganic is responsible for a series of incidents that are in category of war crimes, including the attack on the JNA convoy which was withdrawing through Dobrovoljacka Street.

Ganic’s lawyers claim that the action launched in Belgrade is politically motivated and that Serbia has abused British laws allowing it to request extradition.

46 arresti nel clan Strisciuglio

foto segnaletiche

Prime luci dell’alba, 300 militari del Comando Provinciale di Bari, supportati da un elicottero e da unità cinofile, hanno portato a termine un’importante operazione di polizia che ha consentito di disarticolare il clan “Strisciuglio”, il gruppo criminale dominante di questo capoluogo poiché non solo numericamente più consistente ma anche il più agguerrito e costantemente in lotta con i sodalizi rivali per il controllo del territorio (in particolare nei quartieri Libertà, Borgo Antico, Carbonara, San Girolamo, San Pio, San Paolo, Palese, Santo Spirito con propaggini fino a Bitonto e Giovinazzo).

46 le ordinanze di custodia cautelare emesse dal GIP del Tribunale di Bari – di cui 45 già eseguite – a carico di altrettanti soggetti che dovranno rispondere, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti, detenzione e porto di armi clandestine e da guerra ed altro.

L’indagine, convenzionalmente denominata “Libertà’, ha avuto inizio dopo l’esecuzione del blitz “Eclissi”, avvenuto il 23 gennaio 2006 con l’arresto di 182 esponenti del medesimo sodalizio, a dimostrazione della profonda conoscenza delle dinamiche criminali da parte della Direzione Distrettuale Antimafia, ed è stata condotta avvalendosi di sofisticate ed innovative tecniche di intercettazione ambientale, anche con video-riprese, e telefoniche, rivelatesi particolarmente preziose per i contenuti probatori acquisiti, dichiarazioni di collaboratori di giustizia, servizi di riscontro sul territorio operati dai Carabinieri e compendiati in arresti e sequestri di sostanze stupefacenti e ingenti quantitativi di armi.

Le investigazioni hanno messo in luce la straordinaria capacità militare di cui è dotato il clan Strisciuglio, che, nonostante il forte ridimensionamento causato dall’esecuzione del blitz “Eclissi”, era riuscito a concretizzare un piano espansionistico efficace grazie alla sapiente direzione di Giacomo Valentino, seguace del noto boss Lorenzo Caldarola, capace di coagulare un numero elevato di nuovi affiliati, riuscendo a ri-organizzare la centrale dello spaccio del quartiere Enziteto.

Centrale è risultato il ruolo delle donne in tema di gestione della contabilità delle attività delittuose, collegamento con la componente carceraria dell’organizzazione, lo sfruttamento dei minori in attività delittuose, il controllo del territorio attraverso una fitta rete di vedette che monitoravano gli spostamenti delle Forze dell’Ordine.

L’attività di indagine, in particolare, ha consentito di documentare:
- la riorganizzazione del clan Strisciuglio, che è riuscito a mantenere il controllo dei q.ri cittadini Libertà, San Paolo, Borgo Antico, Carbonara, Enziteto e San Girolamo;
- l’organigramma del clan, con indicazione dei fondatori, promotori, organizzatori ed affiliati.

I PERSONAGGI DI SPICCO NELL’ORGANIZZAZIONE CRIMINALE –
- VALENTINO Giacomo, come figura centrale dell’organizzazione, poi divenuto responsabile del q.re San Paolo e più recentemente collaboratore di giustizia;
- SPANO Luigi, come reggente dell’articolazione operativa del q.re Libertà ed Enziteto, dopo i decessi di CATACCHIO Marino, LAERA Michele e SPILOTROS Onofrio;
- RAGGI Angela, organizzatrice delle squadre di spacciatori al soldo del sodalizio;
- RAGGI Francesco, elemento cardine della rete di distribuzione e fornitura dello stupefacente nei vari quartieri di interesse del clan;
- RAGGI Giovanni, PASSAQUINDICI Antonio, VALERIO Vito e MORAMARCO Nicola, responsabili dei “gruppi di fuoco”;

FRA I RISULTATI DELL’OPERAZIONE – Accertata la responsabilità generale del sodalizio in ordine a decine di estorsioni avvenute nel capoluogo e nel suo hinterland in danno di imprenditori operanti nel settore dell’edilizia, costretti a pagate tangenti per la c.d. “protezione”;

L’ATTIVITA’ DEI CLAN ALL’INTERNO DEI CARCERI PUGLIESI - L’attività del clan Strisciuglio anche all’interno delle Case Circondariali di Bari, Lecce Foggia e Taranto, concretizzatasi in prevaricazioni ed atti di proselitismo verso i detenuti appartenenti ad altre compagini criminali. Sono stati documentati anche episodi di aggressione fisica operati all’interno degli istituti penitenziari da esponenti del clan Strisciuglio come manifestazioni speculari alle turbolenze che si verificavano – di volta in volta – sul territorio del capoluogo;

la contestabilità, per il reato di associazione mafiosa, delle aggravanti dello sfruttamento dei minori nella commissione di delitti e della (ampia) disponibilità di armi. Su quest’ultimo punto tra i sequestri operati dai Carabinieri si ricorda l’irruzione del 3 giugno 2008, in un condominio di via Candura del q.re San Paolo, ove all’interno del vano ascensore venivano rinvenuti e sequestrati due fucili mitragliatori e svariato munizionamento;

Un momento della comferenza

Un momento della comferenza a Bari (imm.Stato)
’insorgenza e lo sviluppo di un contrasto armato interno, intervenuto nel settembre 2008 con l’omicidio di CATACCHIO Marino freddato in pieno q.re Libertà per mano di QUERINI Nicola, che ha visto un’iniziale scissione tra il gruppo facente capo a VALENTINO Giacomo e quello facente riferimento al boss CALDAROLA Lorenzo, capo storico dell’articolazione operativa del q.re Libertà, poi ricompostasi grazie alle mediazioni degli esponenti di spicco detenuti;

lo scacchiere operativo in cui sono stati ridefiniti i rapporti di alleanza nel q.re San Paolo di Bari con il clan Telegrafo, attraverso un patto di collaborazione stretto tra VALENTINO Giacomo, IACOBBE Carlo e VALERIO Lorenzo, gli ultimi due esponenti di spicco del succitato sodalizio criminale, avente lo scopo la suddivisione dei proventi illeciti dello spaccio di sostanze stupefacenti e del racket delle estorsioni sul quartiere San Paolo;

il canale di approvvigionamento di stupefacente, in particolare cocaina ed hashish, a seconda della competitività dei prezzi di mercato, rappresentati da ZONNO Cosimo, noto narcotrafficante barese e da un’organizzazione orbitante nel napoletano;

le riunioni che avvenivano tra gli adepti al sodalizio, organizzate all’interno di ristoranti del litorale barese o nell’entroterra del capoluogo, nel corso delle quali si decidevano le strategie sulle sfere d’influenza ovvero le joint-venture con esponenti di gruppi criminali alleati. A tal riguardo rileva evidenziare l’irruzione fatta il 25.9.2006 da Carabinieri e Polizia in un ristorante di S. Spirito, in occasione dei festeggiamenti per il 42° compleanno di VALENTINO Giacomo, che consentiva l’arresto di tre pregiudicati del clan “Strisciuglio” ed il sequestro di due pistole.

Gli aspetti più inquietanti emersi nel corso delle indagini sono rappresentati dallo sfruttamento dei minori nelle attività delittuose, dall’importante ruolo assunto dalle donne nella distribuzione “a cascata” delle direttive dei capi detenuti, dal controllo della distribuzione della droga agli affiliati all’interno delle carceri, che penetrava all’interno di quelle strutture mediante lanci effettuati con le “fionde” o attraverso familiari durante il colloquio con i detenuti.

L’attività di contrasto al clan è rafforzata dall’esecuzione, nel tempo, di provvedimenti restrittivi in danno di affiliati al medesimo sodalizio, colti nella flagranza di reati concernenti le armi e lo spaccio sostanze stupefacenti.

I numeri dell’operazione:
- 18 capi d’imputazione relativi a singole fattispecie delittuose di cui all’art.73 DPR 309/90;
- 3 capi d’imputazione relativi a detenzione e porto di armi clandestine;
- 1 capo d’imputazione relativo ad una rapina a mano armata in danno dell’Area di servizio Agip sita in viale Europa del q.re San Paolo.

ELENCO ARRESTATI:
1. Raggi Angela, Bari 1967;
2. Amore Arturo, Bari 1987;
3. Ciani Vincenzo, Bari 1975;
4. Ciaramitaro Nicola, Bari 1987;
5. De Filippis Leonardo, Bari 1988;
6. Dimatteo Salvatore, Bari 1983;
7. Faccilongo Saverio, Bari 1986;
8. Fanelli Giorgio, Bari 1981;
9. Fanelli Patrizio, Bari 1977;
10. Fanizzi Lorenzo, Bari 1988;
11. Forziati Spiridione, Bari 1965;
12. Gaudio Giovanni, Bari 1978;
13. Gernone Francesco, Bari 1967;
14. Gernone Raffaele, Bari 1981;
15. Iacobbe Alessandro, Modugno 1979;
16. Iacobbe Carlo, Bari 1970;
17. Lavopa Giuseppe, Bari 1983;
18. Lopez Franco Vincenzo, Palo del Colle 1985;
19. Lopez Marco, Palo del Colle 1987;
20. Lovreglio Giovanni, Bari 1975;
21. Miccoli Michele, Bari 1980;
22. Monno Vito, Bari 1978;
23. Moramarco Nicola, Bari 1979;
24. Passaquindici Antonio, Bari 1979;
25. Patruno Antonio, Bari 1972;
26. Patruno Massimo Emiliano, Bari 1973;
27. Perrelli Giosuè, Bari 1981;
28. Piperis Nicola, Bari 1983;
29. Querini Donato, Modugno 1977;
30. Raggi Antonio, Bari 1958;
31. Raggi Francesco, Bari 1980;
32. Raggi Giovanni, Bari 1986;
33. Santirocco Nicola, Bari 1982;
34. Savarese Gianpiero, Bari 1980;
35. Savarese Roberto, Bari 1983;
36. Schingaro Simone, Bari 1966;
37. Sebastiano Luca Antonio, Bari 1979;
38. Sisto Vincenzo, Bari 1971;
39. Spano Damiano, Bari 1978;
40. Spano Luigi, Bari 1974;
41. Telegrafo Carmine, Palo del Colle 1981;
42. Valentino Vito, Bari 1985;
43. Valerio Lorenzo, Bari 1968;
44. Valerio Vito, Bari 1977;
45. Violante Valerio, Bari 1983.

Monday, July 26

Michel Germaneau, 78 anni, non aveva possibilità.

Nessuno ha accettato di liberare i prigionieri islamisti detenuti nella regione, condizione posta dai rapitori. Come era avvenuto per un altro ostaggio francese, liberato dopo trè mesi di detenzione in cambio di quattro terroristi imprigionati in Mali. II suo destino era segnato. Michel Germaneau, 78 anni, volontario di una piccola organizzazione umanitaria francese, un cavaliere solitario che sognava di aiutare i tuareg, non aveva possibilità. Da quando, il 20 aprile, un commando dell'Aqmi, la sezione magrebina di al Qaeda, l'aveva rapito nel nord del Niger, fino a ieri sera quando un comunicato dei rapitori ne ha annunciato la esecuzione, tutto è stato contro di lui. Questa volta i governi della regione hanno deciso di non cedere: i quattrocento combattenti di al Qaeda stanno estendendo pericolosamente il loro potere in un'area amplissima che va dal Ciad alla Mauritania lungo tutta la banda del Sahel, controllando i traffici di droga, di armi e di uomini con i loro potenti pick up. Mettendo in pericolo la stabilità di regimi poveri e fragilissimi. Algeria e Mauritania, soprattutto, vegliano perchè venga rispettata la linea dura. E poi c'è stato, giovedì scorso, il raid dei soldati mauritani, appoggiati da una trentina di commandos francesi per cercare di liberarlo, che ha distrutto una base di al Qaeda. è stata la sua condanna a morte. L'ultimatum scadeva ieri sera. Con implacabile precisione un messaggio registrato trasmesso da Al Jazeera ha annunciato che l'ostaggio era stato giustiziato per vendicare i nostri fratelli uccisi nel raid. A Parigi ci si appiglia alla mancanza di conferme concrete, ma le speranze ormai sono pochissime. Lo stesso Ministero della Difesa aveva ammesso poche ore prima del comunicato che non c'erano più prove che Germaneau fosse ancora vivo. Rischiano di allargarsi, dunque, le polemiche sul raid lanciato dalle forze mauritane nel Nord del Mali a 150 chilometri dalla frontiera, sede di una base logistica del gruppo diretto da Abou Zeid, che ha rapito Germaneau. Non c'erano prove della sua presenza nel campo, lo ammettono gli stessi francesi, gli indizi erano fragili; ma Parigi, dopo aver consultato la Spagna che ha altri due rapiti nelle mani di al Qaeda, ha dato il via libera. Non solo: ha offerto, oltre all'assistenza tecnica, anche una trentina di commandos delle unità speciali. Sono stati ritrovati e distrutti ingenti quantitativi di esplosivo, armi e materiale meccanico. Ma Germaneau non c'era. E forse non è mai stato custodito in quel campo. Come ha spiegato un alto grado dell'esercito francese, gli uomini di Abou Zeid sono dei pazzi pericolosi, decisi a uccidere tutti gli occidentali su cui riescono a mettere le mani. Insieme a quattrocento soldati mauritani che hanno addestrato negli ultimi mesi alla lotta antiterrorismo hanno nascosto i loro veicoli a una ventina di chilometri dal campo; poi, all'alba di giovedì, hanno lanciato l'attacco. Operazione tecnicamente riuscita: sei militanti di al Qaeda sono stati uccisi, altri quattro sono fuggiti.

Le banche italiane sono a rischio.

E' l'allarme lanciato dal Copasir-Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica che in un documento sul cybercrime cita i dati della centrale d'allarme Abi Lab (Associazione bancaria italiana) secondo la quale l'89% delle banche su un campioner di 162 istituti di credito ha dichiarato di avere riscontrato tentativi fraudolenti mirati al furto delle credenziali di autenticazione all'home banking.

Il phishing è uno dei problemi principali tanto che Poste Italiane ha avviato una collaborazione con l’università statale di Milano per implementare un sistema denominato “Phishing Forensic Analyzer“, uno strumento di supporto alla clientela e alle vittime di phishing tramite posta elettronica. Poste Italiane ha anche avviato la costituzione di un “Centro di eccellenza nazionale” sulla cybersecurity (CenSec), con l'obiettivo di fungere da acceleratore della conoscenza e cultura nazionale sulle problematiche relative alla sicurezza informatica; identificare e diffondere le soluzioni di contrasto alla minaccia; contribuire allo sviluppo di nuove soluzioni organizzative, procedurali, tecnologiche e di regolamentazione.

La situazione rimane comunque critica. A fronte di una sostanziale riduzione dell’incidenza percentuale delle frodi informatiche perpetrate tramite phishing (le falle nel sistema hanno concesso lo 0,6% di casi di smarrimento di identità informatica), si assiste per contro ad un aumento degli attacchi di crimeware. Nel corso del 2009, infatti, il 37,9% degli attacchi subiti dalle banche del campione sono riferibili al fenomeno del phishing, mentre nel 47,5% dei casi essi sono riconducibili a crimeware; nel 14,6% dei casi non è stato possibile determinare la causa primaria di perdita delle credenziali da parte dei clienti.

Secondo il Copasir “In prospettiva, occorre una pianificazione strategica in materia di contrasto alla minaccia cibernetica, parte di una strategia nazionale di sicurezza che possa dettare le linee guida a tutti i soggetti interessati, coordinandone gli sforzi ed assumendosi, innanzitutto, l’onere di pianificare le azioni per la messa in sicurezza delle infrastrutture critiche di sicurezza nazionale. Queste ultime, inoltre, dovrebbero essere oggetto di una rapida e completa classificazione, attraverso una mappatura puntuale e la definizione conseguente del loro perimetro, siano esse materiali o immateriali”.

Il limite principale dell'azione italiana si trova però nella dimensione della prevenzione della minaccia e nell’assenza di una pianificazione coordinata e unitaria al livello del vertice politico, per mettere al sicuro il più possibile i sistemi strategici nazionali connessi alla rete informatica. “Per ovviare a tali carenze, si ritiene di dover raccomandare al Governo di dotarsi di un impianto strategico-organizzativo che assicuri una leadership adeguata e predisponga chiare linee politiche per il contrasto alle minacce e il coordinamento tra gli attori interessati”.

Saturday, July 24

IL SEGRETO E LO STATO

Un segreto è segreto e quello di stato non può essere sacrificato all'utopia della trasparenza totale. Si discute molto, a proposito e a sproposito, dei "segreti" che ammorberebbero la vita della Repubblica. Si potrebbe obiettare che, caso mai, sono le propalazioni giudiziarie di illazioni e mezze verità non controllate a suscitare tensione. AI di là delle considerazioni relative alle vicende più recenti, bisognerebbe esaminare oggettivamente il tema dell'esigenza tutti gli stati hanno di mantenere il"Segreto" su questioni e vicende particolarmente delicate.

Lo stato di diritto delimita, ma non abolisce, la Ragion di Stato, della quale il segreto è una conseguenza. E' ragionevole porsi il problema del senso specifico che conserta (o meno) la ragion di stato in un regime democratico. Com'è noto il segreto di stato è stato opposto in varie occasioni, e talora sugli stessi argomenti, sia da governi di centrodestra sia di centrosinistra. E' naturale che le opposizioni pretendano sempre la "trasparenza", ma se poi si trovano a governare, le parti si invertono sistematamente. Questo significa che ci sono legittimi interessi nazionali che richiedono di essere tutelati anche col segreto, e sarebbe bene che senza ìpocrisie o strumentalità che questo fosse riconosciuto da tutte le parti politiche responsabili.

D'altra parte il caso più celebre di pubblicazione dei segreti di stato vide come protagonista il Consiglio dei commissari del popolo sovietico, che però, dopo aver rivelato i segreti della diplomazia zarista, costruì il sistema più rigidamente segreto della storia contemporanea. La conduzione delle guerre richiede il segreto, e questo vale sia per quelle esteme come per quelle inteme. Combattere le bande armate terroristiche o la criminalità organizzata richiede strategie, che debbono avvalersi di strumenti di intelligence, che possono agire, spessoai margini della legalità/solo se coperti dal segreto. Naturalmente si rispetta, almeno in linea di principio, la ragion di stato se si riconosce il ruolo unitario dello stato come tutela fondamentale dell'interesse nazionale. Se si introduce il dubbio, si affaccia la tesi del "doppio stato", si abbatte la base stessa su cui si fonda il sistema.

La democrazia, che è una forma di stato, viene proposta come antagonista allo stato, cui non viene riconosciuto il carattere democratico in base al principio della sovranità popolare. L'utopia di uno stato senza segreti, apparentemente affascinante, in realtà finisce col minare proprio le fondamenta dello stato, e quindi, da noi, della democrazia.

MEMORIALE DI UNA ITALIETTA FUMANTINA

L' Italia è un paese fondato sulla rimozione del passato politico: remoto e recente. In nome del futuro, anteriore o controfattuale, come le fondazioni di Montezemolo e Fini suggeriscono. Serve per sopravvivere a se stessi, ai barbari dòmini cui l'Italia, in quanto espressione geografica, s'è sottoposta più o meno volontariamente, per convenienza. Della psicostoriografia, la somma disciplina del Ciclo della Fondazione di Isaac Asimov, applicata però non alla fantascienza bensì al romanzo storico, che è il nostro genere prediletto, l'Italia fa un uso smodato: revisionismo ideologico. Pranza o Spagna, borboni & savoiardi, Usa e/o Urss, De o Psi, Agnelli vs. Berlusconi... purché se magna. L'imperativo è evitare la gogna (propria).  Oggi è l'era berlusconiana il passato che può trapassare nel suo contrario, per cui conviene girare il soprabito, come la "gabbana" dei militari disertori (da cui "voltagabbana", termine sempre in voga, come la moda di Dolce & Gabbana), o almeno prepararsi nel caso serva darsi alla macchia o passare alle linee nemiche. Già, ma come sarà (stata) questa fine? Tutti la invocano da così tanto tempo che nella migliore delle ipotesi non avverrà mai, perché Berlusconi è immortale, o comunque meno mortale di quanto molti vorrebbero; nella peggiore delle ipotesi, invece, è già avvenuta e nessuno se ne è reso davvero conto. Il canto della fine è un classico delle civiltà in decadenza. .

Come sarà la fine di Silvio?

Gli antiberlusconiani più duri sognano un nuovo piazzale Loreto (dove accorreranno anche berlusconiani resipiscenti in prima fila per la foto); ma, forse, i più moderati si accontentano che Berlusconi spiri in una Hàmmamet due; ovviamente aggiornata, con più figa attorno, una pizzeria propria, un karaoke per gli amici, un vulcano, qualche cactus, cose così, da Villa Certosa; ma galleggiante, una villacrociera, nel mar dei Caraibi, battente bandiera libica o corsara; i berlusconiani sentimentali, invece, sognano un funerale come Lady D o, almeno, come quello per Mike Bongiomo (c'era persino Fabio Fazio al fianco di Silvio); in fondo il Cavaliere sta tra il Duce, al dolcificante, e la principessa del popolo: e "Candle in the wind" gliela può suonare Fidel Gonfalonieri, lui sì, Fedele fino alla fine; la location? Il Duomo di Milano, tranquillamente, dove il Cavaliere già sta facendo le prove in questi giorni. Comunque vada a finire, dicono tutti con sussiego, sarà un crollo. Un crollo? Sì, ma psichico ancor più che materiale, pieno di confusione e una certezza: salvarsi. Come 1'8 settembre del '43, quando la maggioranza degli italiani, che erano stati fascisti, fascistissimi, iniziò a mutare, in antifascisti dell'ultim'ora, nonfascisti da sempre, qualunquisti alla bisogna.  Molti ex Pci iniziano a diventare non-più-comunisti o, come il giovin compagno Walter Veltrom della Fgci, mai-stati-comunisti. Never-been-K. Due menzogne complementari. Il paese che ha dato la linea, nera, a tutta l'Europa nel primo Novecento di colpo non è più fascista. Il paese con il più importante partito comunista dell'emisfero occidentale del Dopoguerra non ha più un comunista che ammetta d'esserlo senza arrossire (no, Gianni Vattimo non vale, era nell'azione cattolica da ragazzo e poi gli piace il castrismo per motivi esotici). E ora? Ora succederà che un giorno preciso, di un mese preciso, di un anno preciso che solo iddio sa, gli italiani si scopriranno tutti mai-stati-beriusconiani. Never-been-B. Il problema non riguarderà solo i berlusconiani veri, o nicodemici - che lo era- Come 1'8 settembre del '43, quando ìa maggioranza degli italiani, che erano stati fascisti, fascistissimi, iniziò a cambiare senza dirlo, ma anche gli antiberlusconiani che hanno campato con le prefetture culturali del suo impero: scrittori di sinistra pubblicati da Mondadori, volti noti di Fininvest-Mediaset, giornalisti organici al gruppo di famiglia. E poi, ovviamente, quei post fascisti che gettano fango su chi li ha tirati fuori dalla fogna, cioè Berlusconi. Il problema degli antiberiusconiani duri e puri, ed editorialmente ricchi grazie a libretti e spettacolini teatrali, sarà costruirsi un nuovo nemico. Ma questo pure è un altro discorso. Che fare? Per sopravvivere a se stessi non basta prepararsi a "cancellare le tracce7', per usare l'espressione di Pierluigi Battista in merito agli intellettuali italiani che passarono dal fascismo all'antifascismo militante. Non c'è abbastanza distanza, la vita è una sola e la storia è liquida. Per questa ennesima meta- - bisogna far perdere già adesso le tracce. O, almeno, confonderle. Come? Con rapide virate, meglio ancora se false, virate, magari corredate da ricordi che tornano alla mente, d'improvviso, al momento giusto. Enrico Mentana, che per la verità ha sempre difeso con le unghie è con i denti un suo profilo indipendente, s'è però ricordato solo di recente, dopo la rottura sul caso Englaro, delle cene Mediaset che erano cene di partito, cene azienda per festeggiare vittorie del Cavaliere.

Qualcosa del genere sta, forse, succedendo ad Antonio Ricci. Se qualcuno (come lo scrittore Nicola Lagioia sul Fatto quotidiano) lo accusa pasolinianamente di "fascismo culturale", il papi di "Drive in" insulta gli autori Einaudi accusandoli di essere servi del berlusconismo (il bue che dice cornuto all'asino? No, l'asino che vuole volare oltre le proprie e altrui piccolezze). In una gag degna del giovanissimo Carlo Verdone ("Porto d'armi"), tira fuori la tessera che attesta la sua fantomatica "continua e consapevole esperienza di antifascista": "Ironia della sorte - rivendica Ricci - l'Anpi mi da la tessera onoraria". Un antifascista, dunque, patentato. Ma è a punti anche questa patente? Ricci, impagliata la coda, rincara la dose con una lettera pubblicata su Dagospia sotto le mentite spoglie, rosse (cromoterapia politica?), del Gabibbo. "Drive in non è stata l'apoteosi dell'individualismo - rivendica Riccinski - ma il trionfo del collettivo, una vera trasmissione comunista, nazionalpopolare in senso gramsciano". In merito agli attacchi, violenti, che subisce in alcuni recenti libri Einaudi, parla di "un classico esempio di come si sia ridotta la casa editrice nelle tremule mani dei berlusconiani e della sua evidente deriva sottoculturale". Gli autori Einaudi che lo criticano sono "servi di Berlusca" impegnati nella "demonizzazione-santifìcazione del loro capo, attribuendogli, infischiandosene di qualunque buon senso nel loro furore di lacchè, piani machiavellici sofisticatissimi e genialate impraticabili per qualunque essere umano". Perché Ricci sbandiera la tessera onoraria dell'antifascismo militante e insulta i servi del Berlusea, sia pure con un tentativo di ironia o di'sarcasmo? Si sta arruolando nelle brigate borrelliane di R3 (Resistere, resistere, resistere...) Comunque sia, i commensali di un pranzo romano di pochi giorni fa, ossia Mentana, Telese e Travaglio, hanno apprezzato il nuovo corso di Ricci. "Striscia" La7? Chissà. Intanto, come direbbero Greggio & lachetti, entrino... LE VELINE! A dimostrazione che la destra berlusconiana ha anche delle (belle) teste pensanti, va segnalato l'attivismo delle donne che a breve potranno recitare il mantra: mai-stateberìusconiane. Come la giornalista Caterina Soffici, che ha rotto con il Giornale nella versione machista di Vittorio Feltri, dopo essere stata per anni capocultura del giornale di Berlusconi (Paolo). Ora, dopo il libro per la Feltrinelli "Ma le donne no", fa la ronda rosa contro Berlusconi II problema riguarderà anche gli antiberlusconiani che hanno campato con k prefetture culturali del suo impera (Silvio). Fa pendant con la fronda,sempre rosa, di Liberamente, l'associazione di Gelmini, Carfagna e Prestigiacomo, che offrendo spesso sponde a Fini non è vista di buon occhio dagli ex colonnelli di An passati, poche armi e molti bagagli, con Berlusconi. L'episodio più succoso, però, nei gender studies bèrlusconiani, resta la rubrica di Hunziker & Bongiorno che il gaio Alfonso Signorini ha cancellato da Chi. La bella Michelle sa scrivere?, si è chiesto qualche machoberlusconiano. L'italo-elvetica made in Mediaset è in realtà una vittima collaterale dell'azione contro la Bongiorno, pasionaria finiana.

Sul fronte del video, versante Rai berlusconica, chi si professa mai-stato-berlusconiano è Giovanni Masotti. Per una sua nomina, raccontano i giornali di sinistra come l'Unità, si era mosso persino Berlusconi che, però, poi ha avuto altre grane. Ora che non gli hanno nemmeno confermato la corrispondenza da Londra, minaccia ricorso, diventando il nuovo Ruffini, di destra. "Amici? - ha detto Masotti indignato nei giorni scorsi a chi gli chiedeva come mai il centrodestra lo avesse scaricato -.  Ma quali amici. Ho le mie idee, da liberal-conservatore e quelle non le rinnego. Ma la verità è che, pure nel centrodestra, non contano il merito e l'esperienza, ma l'essere dei maggiordomi, e io non sono un cameriere". Sul fronte del porto (delle nebbie) è sbarcato un carico di democristianità. Dopo anni di onorata militanza berluscona, Giuseppe Pisanu ha aperto le porte della commissione Antimafia che presiede ai pm di Caltanisetta che prima dell'audizione hanno dato alle agenzie frasi incendiarie sui rapporti mafìa-politica, plot prediletto anche dagli ultimi arrivati dell'antiberlusconismo. Pisanu ha poi fatto in modo che venissero smentite, ma certi temi sono come il fuoco greco: butti l'aequa e lo alimenti. L'uscita dal circolo berlusconiano è stata comunque salutata dai compagni del Manifesto con un urrà dietrologico: Pisanu bordeggia Fini per smarcarsi dai rapporti avuti con Flavio Carboni, sulla cui barca "Punto rosso", nei primi anni Ottanta, si dice veleggiasse con ospiti ingombranti. Pronti a virare? Si vira... Nel confondere le tracce beriuscomane, comunque, i più abili e spudorati sono gli aennini (abili già a cancellare quelle fasciste). Doppiamente ingrati verso l'uomo del destino che ha sorriso loro. Con Berlusconi, abbandonano colui che li ha ripuliti dalla rogna e condotti al governo. Rispettano la legge di Vico, dei corsi e dei ricorsi, aggiornata da Marx (ohibò), per cui la tragedia si ripete in farsa. Non fu forse il Gran Consiglio del fascismo a sfiduciare Mussolini il 25 luglio 1943 per salvarsi la faccia? Certo, in molti fecero una brutta fine, perché intervennero i tedeschi e ci fu il processo di Verona. Mussolini, come disse Churchill a suo cognato, "fu grande e coraggioso, perché non esitò a fucilare il cognato". Ma oggi, al massimo, arrivano i leghisti guidati da Renzo la Trota. E poi il lavoro sporco lo stanno facendo le toghe rosse, basta appoggiarle.

Tra i più zelanti aennini non-più-berlusconiani, vanno segnalati il senatore Pdl Enrico Musso, che sul Secolo XIX non perde occasione per smarcarsi dal Cavaliere, e il deputato Pdl Fabio Granata,, per la verità giustizialista della prima ora, ma adesso, addirittura, titolare di un blog sul sito del Fatto quotidiano, l'house organ dell'antiberlusconismo forcaiolo. Dove, per intenderci, ha commentato le indagini sulla P3 in termini berlingueriani: "Una ciclopica questione morale che attraversa la politica italiana e il partito nel quale abbiamo fatto confluire la storia antica, nobile e trasparente della destra italiana". Più combattuto il facebootìno Angelo Mellone, neodirigente Rai in (alta) quota BF (Berlusconi-Fini), che sul social network, Facebook, oscilla tra la lealtà al capo (Fini) e al capo del capo (Berlusconi), tra la linea Bocchino e quella La Russa. Lo scopo? Non fare la fine del fesso: cioè l'ultimo dei bèrlusconiani, se vincono i finiani, o il primo dei finiani se, salvato da Bossi, Berlusconi colpirà con la coda quelli che considera traditori. Che non fosse berlusconiano doc Mellone l'aveva detto in "Cara Bombo. Berlusconi spiegato a mia figlia" (Marsilio), del 2007. Un libro però sinceramente ed euforicamente beriuscofilo (il Cavaliere è ducescamente l'Operoso Insonne). Spessosono dorotei i suoi commenti più recenti, sulla P3, per esempio. Scrive enigmàtico su FB, con chiusa fascistissima, Mellone: "Io con questa roba qui non c'entro niente; E non è giustizialismo, solo modestissima etica civile, ciò che divide una nazione sana da una a rischio di marciume. E io preferisco marciare, piuttosto che marcire". La Marcia su Roma diventa Roma Marcia (nazione infetta, capitale corrotta). A chi le manette? A loro! Uno spassò di lungimiranza retroattiva, di sogno del poi, è l'intervista indignata di Luca Barbareschi a Repubblica di giovedì scorso. L'attore-regista del "Trasformista" (un film, un alibi), ha sparato contro Berlusconi e Mediaset, "un freno allo sviluppo del paese". Lo era anche quando ci lavorava lui? Il freno forse deriva dal fatto che Mediaset gli nega i soldi per un nuovo film? Ma sentitelosulle intercettazioni: se ai tempi di Sacca disse indignato che erano una trappola / forse perché c'era finito anche lui che chiedeva soldi per una fiction, ora le intercettazioni che riguardano i suoi avversari nel confondere la tracce, comunque, i più abili e spudorati sono gli aennini (oblìi già a cancellare quella fascista) nel Pdl sono sacrosante. Barbareschi, candido come una fìnta candid camera, confessa la sua delusione per il Pdl. "Credevo che avrei fatto politica, non gli interessi del premier".

Che fare? "Siamo già al dopo Berlusconi". Dunque? "Noi deputati non possiamo essere trattati come sudditi mentre si trasforma lo stato in un bordello". Non senza avere la propria parte di guadagno, evidentemente. Barbareschi, profeticamente, disse che "An in Rai ha portato solo mignotte". Intanto, sul versante editoriale, l'editoria d'autore, di autori impegnati, impegnati a sinistra ma con una casa editrice di destra (cuore e portafoglio sono strabici si sa), si segnalano i primi smarcamen- tì (a sinistra ci si riposiziona, a destra ci si smarca, la sinistra gioca a zona al suo intemo, la destra sempre e solo a uomo). In particolare, sono tanti gli autori che da Mondadori stanno andando via. A volte, anche solo per motivi economici, con la Gems o la Peltrinelli che offrono di più (nella galassia berlusconiana, da Me: diaset al Milan si risparmia). Girano voci che non sarà Mondadori il prossimo libro di Mario Desiati, giovane editar Fanó dango, che assieme al gruppo editoriale di Mauri e Spagnoi sta attirando molti giovani autori mondadoriani; d'altronde non è stato mondadorianp il romanzo "Le rondini di Montecassino", uscito da Guanda, di Helena Janeczek, collaboratrice della casa di Segrate cui si deve l'idillio (che fu?) tra Saviano e Mondadori. L'autore di "Gomorra" è il vero punto dolente della doppia coscienza intellettuale di tanti big, a sinistra: considerare Berlusconi un criminale e pubblicare con la sua casa editrice, essere il frontman della band di Repubblica e una gallina dalle uova d'oro mondadoriane. In pochi, d'altronde, fecero come Sandro Veronesi, che chiuse i conti con la Mondadori berlusconizzata per Feltrinelli (poi Bompiani e ora Fandango). Il vero miracolo mai-stato-beriusconiano, comunque, spetterà a Emesto Franco, direttore Ei- Tra gli autori impegnati a sinistra ma con una casa editrice di destra si segnalano i primi smarcamenti ' naudi che ha rifiutato di pubblicare il nobel Saramago, antiberlusconiano ed evasore fiscale. Per molti ha fatto, letteralmente, Io struzzo. A costoro e ad altri futuri mai-statiberlusconiani, è dedicato ironicamente il testo inedito della canzone che dovrebbe approdare al festival di teatro-canzone di Viareggio, dedicato a Giorgio Gaber, in particolare a "Qualcuno era comunista", versione (non più) berlusconiana. "Qualcuno fu berlusconiano". Ecco il testo in anteprima.

"Qualcuno fu berlusconiano perché nacque a Milano / qualcuno fu berlusconiano perché il nonno, lo zio, il papi... e pure la mami / qualcuno fu berlusconiano perché sognava Milano2, perché tifava Milan, guardava 'Drive in' / qualcuno fu berlusconiano perché Tangentopoli fece fuori Dei e Psi / qualcuno fu berlusconiano per il timore del comunismo al potere / qualcuno Fu berlusconiano perché i magistrati politicizzati fanno paura/qualcuno fu berìusconiano perché non c'era nulla di meglio / qualcuno fu berìusconiano perché odiava il Vaticano / qualcuno fu berìusconiano perché la Mondadori è la Mondadori / qualcuno fu berìusconiano perché pure a Medusa, a Mediaset, pagavano bene / qualcuno fu berìusconiano perché prima... prima... era stato fascista / qualcuno fu berlusconiano perché prima era stato comunista / qualcuno fu berlusconiano perché era un po' socialista e un po' democristiano / qualcuno fu berlusconiano perché sai che palle gli antiberlusconiani / qualcuno fu berìusconiano perché non amava le tasse / qualcuno fu berìusconiano perché la tv pubblica faceva schifo /qualcuno fu berìusconiano perché amava la fica sopra ogni cosa / qualcuno fu berìusconiano per dispetto al padre sessantottino / qualcuno fu berlusconiano perché hai presente Occhetto? / qualcuno fu berlusconiano perché era più berlusconiano degli altri / qualcuno fu berlusconiano perché non ne poteva più di 50 anni di governi democristiani incapaci e mafiósi /qualcuno fu berlusconiano perche era mafioso. Qualcunofu berlusconiano perché odiava i moralisti / qualcuno fu berlusconiano perché prima era stato comunista /qualcuno fu berlusconiano perché: Bondi faceva tenerezza / qualcuno fu berlusconiano perché era ricco e amava il pòpolo..; dei ricchi. Qualcuno fù berlusconiano perché aveva bisogno di un favore, una spintarella per il suo residence: e quando non gli arrivò l'aiutino iniziò ad essere antiberlusconiano / qualcuno fu berìusconiano perché credeva a un'Italia nuova, sulle ali della libertà / Rimpianti? No! Forse già allora molti avevano visto mentire Berlusconi con gli occhi luccicanti... e come gazze ladre s'erano fiondati sui talenti / E ora? Le gazze ladre gridano ladro al loro capo. Uomini e donne hanno fatto carriera e ora vogliono far fìnta d'averla fatta senza di lui. Quante miserie in un corpo solo.

NATO knocking

Russian and NATO military brass met for talks in Moscow on Friday where heightened cooperation was high on the agenda. But how much does Russia really gain from its cooperation with the 28-member Alliance? Russia and NATO are committed to working together to finding solutions to modern challenges, Chief of Staff of the Russian Armed Forces General Nikolay Makarov told reporters on Friday after his meeting with Chairman of the NATO Military Committee Admiral Giampaolo di Paola in the Russian capital. “We are back together to look for answers to modern challenges and threats to international security and for mutually acceptable problem solutions,” Russia’s highest-ranking military leader said. “We are ready to pool efforts to find solutions to contemporary challenges and threats to international security; mutually acceptable ways to settle the problems we are facing.” Also during the meeting, Makarov and Giampaolo di Paola summed up the results of NATO-Russia military cooperation that began in Brussels in May. “We have made a good start: about half of what was planned has already been implemented. We believe it is not the size of plan that matters. What is necessary is to set the right priorities of cooperation,” the Russian military chief said. Makarov’s remark reflects NATO's willingness to step up cooperation with Russia in 2011 in counter-terrorism missions, as well as in the protracted and increasingly deadly War in Afghanistan. The NATO-led International Security Assistance Force (ISAF) has about 120,000 troops in Afghanistan, while 46 countries are involved in security efforts in the war-torn country. But an increasing number of political analysts are beginning to wonder if Russia is getting the short end of a long stick. Did Makarov and his NATO counterpart hammer out any truly groundbreaking agenda, or was their meeting yet another opportunity to utter vague statements in an effort to conceal the general emptiness of the relationship?

So what is really at the core of the “NATO-Russian relationship”?

For starters, Moscow absolutely agrees with Washington on the importance of beating the Taliban in Russia’s near abroad in Afghanistan. To help achieve this end, Russia has agreed to the sharing of intelligence-gathering data, as well as military equipment, including the Mi-26T Halo helicopter, which has been serving NATO troops in Afghanistan for more than three years. “Russia and NATO's long-term interests in this region coincide,” General Makarov noted. “We are interested in successful operations of the international force.” Makarov then mentioned Russia’s decision to provide the US military with an air corridor into Afghanistan for the delivery of fresh troops and supplies. “We render real assistance to the NATO contingent in this country,” Makarov mentioned on Friday. “First of all, we ensure the transit of military equipment and personnel.” Imagine if the tables were turned, and Russia found itself battling terrorists somewhere deep in South America? How willing would Washington be to grant an air corridor through Texas or thereabouts? It’s safe to say that such an idea would generate the biggest political scandal to hit Washington in a long time. Yet what does Russia get in return for its generous fly-the-friendly-skies program? At every globetrotting opportunity, Washington makes annoying overtures to particular countries about becoming a member of the 28-member military Alliance, which, many argue, should have been boxed up and sent to the basement along with the Soviet Union many years ago. Just this month, US Secretary of State Hillary Clinto n told Ukraine – despite a new leadership under President Viktor Yanukovich that has rejected membership in such alliances – that the door to NATO will remain open.

“NATO'S door remains open but it is up to Ukraine to decide whether or not you wish to pursue that or any other course for your own security interests,” Clinton said. It is no secret that Russia views the spread of NATO up to its borders as a direct threat to its national security.
Speaking of borders, US President Barack Obama decided last year to shelve a Bush-era plan to deploy a long-range missile defense system in Poland and the Czech Republic, opting instead for a potentially more sophisticated sea- and land-based missile interceptors. Russia, in addition to NATO sprawl, also views the US missile defense system as a threat to its national security, and this belief has been reinforced by Washington’s reluctance to allow the Russians to fully participate in the development and operation of this sophisticated technology, which has every possibility of igniting an arms race. Werner Hoyer, the German Minister of State, wrote Friday that it is vital to develop real cooperation between Russia on the one side and NATO and the European Union on the other. “We must hold a dialogue with Russia on our future positions and the way we see our role in the world,” Hoyer said in an interview with the Sueddeutsche Zeitung Newspaper, where he came out in favor of a “serious partnership” between Russia and NATO in the future. “NATO must resist the temptation of fixing its potential contesters,” adding that “It would be a big mistake to squeeze Russia into that pattern.” And in a final snub, the United States continues to deny Russian aircraft from defoliating Afghanistan’s millions of acres of poppy fields, the product of which in the form of heroin is increasingly finding itself on Russian streets. If NATO really wants a partnership with Russia, and seems that it must first understand that, in the words of a wise diplomat: “It takes two to tango.”

Kosovo’s declaration of independence

The advisory opinion was read out by the president of the International Court of Justice (ICJ), Hisashi Owadaat, at the court's seat at the Peace Palace in The Hague.

The ICJ examined the issue of the legality of Kosovo’s declaration of independence at the demand of the UN General Assembly submitted in October 2008. The panel of 15 judges includes representatives of courtiers who back Kosovo and those who do not recognize the breakaway region as an independent state. The entire international community has been waiting breathlessly for The Hague’s ruling debating the what-ifs. Even though the ICJ ruling is non-binding, the UN highest court’s opinion may lead to serious political consequences.

But it was Belgrade and Pristina who held their fingers crossed since their future is at stake. However, both seemed quite confident that The Hague Court will take their side. Earlier, Serbian President Boris Tadić said that Belgrade was ready for all possible opinions from the court, but expected that the opinion would state that the Kosovo Albanians do not have the right to an ethnically motivated secession from Serbia, cited Serbian B92 broadcaster. He expressed hope that the ruling would be based on the principles of international law and would not trigger splits within other countries. The Serbian leader added, B92 writes, that Belgrade will be open for discussions “through all institutional systems, with the opposition and non-governmental organizations” internally after the court’s ruling. He also said that the Serbian citizens would be informed of the country’s further steps in the fight to preserve Kosovo.

The ruling in favor of Serbia would mean that Belgrade could bring back the Kosovo status issue at the UN. At the same time, it could spark instability and violence as the two million-strong Albanian majority would fight for independence. Kosovo, for its part, expected the ICJ to rule in their favor. And that confidence was given even more grounds after Washington pledged full support for Kosovo on the eve of the Hague hearings. On Wednesday, US Vice President Joe Biden met with visiting premier of Kosovo Hashim Thaci. “The vice president reaffirmed the United States' full support for an independent, democratic, whole, and multi-ethnic Kosovo, whose future lies firmly within European and Euro-Atlantic institutions,” the White House said in a statement following the meeting. “The Vice President also reiterated the United States’ firm support for Kosovo’s sovereignty and territorial integrity.”

Thaci said that Kosovo “will respect the opinion”. However, the New York Times cites him, the premier made it clear that he believed that Kosovo’s independence was irreversible. “Kosovo is a country of stability… It is a consolidated state. And the laws we are passing are based on international best standards,” he said. Meanwhile, the NATO-led peacekeeping force in Kosovo (KFOR) is prepared to face any potential scenario after the ICJ ruling is announced, its Commander General Markus Bentler said. He has also called on sides to refrain from provocations and violence. Serbs have announced they are planning to hold a meeting in Kosovska Mitrovica in Northern Kosovo, RIA Novosti reports.

Former Serbia’s southernmost province of Kosovo unilaterally declared independence on February 17, 2008, following almost two years of failed talks between Pristina and Belgrade. So far, Kosovo has been recognized by 69 states including the US and 22 out of 27 EU states. Serbia, Russia, China, India, Spain and Greece have maintained the stance that the Albanian-dominated Kosovo has violated international law. To acquire UN membership, Kosovo has to be recognized by two-thirds of the 192 members of the organization. It is expected that the ICJ court’s ruling may boost the process, prompting the breakaway region’s recognition by a number of other states.

Medvedev invites Italian business

       
It is particularly important for us that Italian companies take part in hi-tech spheres of Russian economy,” he said during a joint media conference following bilateral talks with the Italian leader. Medvedev noted that a new modern scientific centre to be built in Skolkovo – which is to become Russia’s Silicon Valley – will offer unprecedented tax conditions.
“The special legal order, we hope, will be comfortable for foreign investors, including our Italian partners,” Medvedev said, adding that this unique decision is to create a special business climate in Skolkovo.
However, high-technologies are not the only thing that Russia would want to cooperate with Italy in. Medvedev recalled the five priorities set for the development of Russia’s economy including pharmaceuticals, space technologies, telecommunications and the creation of new industries in the field of atomic technologies. Practically any of these spheres, he said, is open for Italian partners.
“We discussed several bilateral issues, particularly how our economies are overcoming the crisis,” Medvedev said, cites Itar-Tass. “I informed the prime minister about the state of affairs in our country, all is developing quite well in our country,” he said, adding that according to forecasts, Russian economic growth will reach five percent this year.
One of the obstacles on the way to development of business relations is the lack of consensus within the EU on introducing visa-free travel between Russia and Europe. On a number of occasions Russia has said that it is ready for that step. However, so far not much progress has been achieved on the issue.
Speaking at a media conference on Friday, Italian Prime Minister Silvio Berlusconi noted that the problem with visas slows down progress in business relations. He said that he “is confident that this problem needs a solution.” However, he added, the idea is meeting resistance from Eastern European countries.
There is certain resistance on the part of Eastern European countries, which, apparently, is related to history,” Berlusconi said. The Italian premier said he can understand resistance to dropping the visa regime for historical reasons, but “it is completely not understandable” from the point of business and economic development. He vowed to raise this issue at the EU in order to speed up the progress on the matter. However, “the unanimous position of all 27 EU states should be certainly achieved for this purpose,” Berlusconi added.
The Italian leader also noted that Russia, for its side, should simplify bureaucratic procedures which will make it easier for foreign businessmen to work in the country.
“We hope that the Russian government has the desire to simplify bureaucratic procedures for companies working in Russia,” Berlusconi said, cites Interfax. “Bureaucratic pressure” on business is among the principal barriers, the premier stressed.