Sunday, May 22

NEKADAŠNJI PREDSJEDNIK SAD DANAS U CRNOJ GORI

Klinton podijelio Crnogorce

Vijest o dolasku nekadašnjeg prvog čovjeka SAD podijelila je Crnogorce. Dok je za Vladu Bil Klinton drag gost kojeg treba dočekati sa svim počastima, u opozicji je Klintonova posjeta otvorila stare rane.

Wednesday, May 11

Main Al-Qaeda Operative for the Balkans Enjoys a Diplomatic Cover

El Mujahedin and Summer Jihad Camp in the Heart of U.S. ... read

La sicurezza è considerata un costo e non un investimento.

Antonio Manganelli lancia l’allarme a causa dei 30 mila immigrati giunti in Italia dopo le rivolte arabe. Alla presentazione del master in intelligence e sicurezza della Fondazione Link Campus University e della Fondazione Icsa, il capo della Polizia ha spiegato che ne sono stati arrestati 119 per reati precedentemente commessi in Italia, ma che «nessuno sa chi siano tutti gli altri, molti dei quali evasi. La Tunisia non solo non ha sistemi informatizzati che possano dialogare con i nostri» ha proseguito Manganelli «ma i registri dei detenuti e dei pregiudicati sono stati distrutti da un incendio a Tunisi». Una situazione molto più difficile di quella vissuta negli anni Novanta con l’Albania «perché da lì ricevemmo collaborazione». Limitandosi a citare dati ufficiali, il capo della Polizia ha ricordato che in alcune aree specifici reati sono compiuti al 70 per cento da clandestini, che compongono anche un terzo dei detenuti. Più in generale, Manganelli ha lamentato la scarsità di risorse per la sicurezza, «poche come non mai, tagli che non dipendono dalla crisi economica ma che registriamo da oltre 10 anni. Purtroppo la sicurezza è considerata un costo e non un investimento».

Saturday, May 7

IL GENERALE, IL PM E IL PATACCARO

Il Generale, Il Pm e Il Pataccaro

Il capo della polizia scettico sulla gestione convegnistica dei pentiti.

Il capo della polizia Antonio Manganelli è fresco di soddisfazione perla cattura di Mario Caterino, numero due del clan camorristico dei Casalesi, che è soltanto l`ultimo di una serie di arresti importanti: "Senza trionfalismi, ma qualche pezzo lo stanno perdendo". Accetta di parlare su un grande numero di questioni, dalla lotta contro i Casalesi ai tagli dei fondi alla polizia, dal rischio di una rappresaglia della Libia contro l`Italia al caso Abu Omar, l`Imam sequestrato a Milano dalla Cia nel 2003. Eppure, ha "una riflessione nostalgica da fare", che parte dalla categoria dei nuovi pentiti e arriva al momento dannato della "Verità dei pentiti", spara ta subito nei titoli cubitali dei giornali senza mai essere stata verificata. "Temo che il giocattolo oggi riveli qualche guasto - dice Manganelli - non si possono riscrivere le storie di mafia e antimafia affidandosi al primo che capita... insomma, si tratta di anni di sangue, di anni di lavoro, di anni di grande espressione di professionalità da parte di grandi investigatori".

Manganelli racconta un mondo alla rovescia, dove l`annuncio pubblico dei risultati d`inchiesta arriva subito - appena dopo le prime dichiarazioni di chi sceglie di collaborare con i magistrati - con tutto l`effetto che ne consegue; e l`indagine di conferma comincia invece dopo. "Io credo che oggi il vero problema, che ormai è diventato un vizio, è che loro denunciano una verità.

La dibattono. Ne fanno oggetto di convegni, di tavole rotonde, di salotti televisivi, la consolidano come verità nell`opinione pubblica, che ormai assume essere quella la Verità, e poi, soltanto dopo che questa Verità è stata raccontata al mondo, comincia un`opera lenta e pure difficile, certo che è difficile quando sono passati anni, di dimostrazione. Se ci fosse un.po` di riservatezza in più nella fase dell`istruttoria, diciamo, nella fase in cui si sta lavorando a questa verità, e se venisse annunciata al mondo soltanto quella verità che viene poi riscontrata, suffragata da elementi certi, se non ci affidassimo soltanto al vangelo secondo Matteo, o al vangelo secondo Giovanni...".

I pentiti appartengono ancora alla categoria delle fonti valide? Massimo Ciancimino il giovane ha appena fatto la figura del pataccaro, beccato e arrestato perché ha manipolato il documento che avrebbe dovuto sostenere tutta la sua credibilità di accusatore. "U` verru", Giovanni Brusca, dà l`impressione di essere un vecchio rudere, pronto a sostenere davanti ai magistrati tutto e il contrario di tutto. Da tempo in realtà si assisteva a una degenerazione, ma oggi cosa succede? "Io ho gestito una serie di persone, di fonti, da Tommaso Buscetta a Totuccio Contorno, da Antonino Calderone a Francesco Marino Mannaia, a Leonardo Messina, ed era un`esperienza pionieristica perché a quel tempo non c`era nemmeno la legge sui pentiti. A quel tempo ogni caso di collaborazione con la giustizia era molto selezionato e la collaborazione era vagliata, verificata, riscontrata, poteva portare o non portare dei contributi al processo ma comunque si faceva un certo tipo di lavoro.

Francamente tutto è rivisitabile, tutto è perfettibile, però bisogna farlo con la stessa professionalità, con la stessa esattezza.

Questo purtroppo io vedo che non capita.

E prima non andava così".

"E` saltato un meccanismo" "Non è tanto il fatto che oggi è gestito male un collaboratore di giustizia. E` che è saltato quel meccanismo di riservatezza che dava pubblicità alle dichiarazioni del collaboratore e le faceva diventare verità storiche soltanto quando queste dichiarazioni erano entrate a pieno titolo in un processo, avevano avuto i propri contraddittori, si erano sentite altre campane: altrimenti si ha soltanto l`effetto di buttare schizzi di fango qua e là. Che magari,sono funzionali giornalisticamente a un dibattito vivace oppure a portare acqua al mulino di questo o di quello. Però in effetti alla fine resti con un pugno di mosche in mano, perché scopri che quel processo viene archiviato e quell`altra istruttoria non ha esito. Il sistema in questo, devo dire, funziona, c`è un`autocorrezione, non è che il magistrato sostiene fino alla fine coane verità processuale la prima Verità: soltanto che la prima Verità, quella che è stata raccontata al mondo, nell`immaginario collettivo resta la Verità, e tutto il resto chissenefrega, non fa più notizia. Diciamoci la verità. Domani, quando si dirà che il collaboratore di giustizia Tal dei tali è un cialtrone, e tutte le cose che ha detto non sono verificabili quindi processualmente sono zero, non avrebbe dovuto nemmeno esserci un annuncio". (Rainer, segue nell`inserto XII) "Invece - continua Manganelli - la gente era già stata riempita con dichiarazioni suggestive, che sono pubblicizzate. Tutto questo ha finito per danneggiare proprio i collaboratori di giustizia: se a me un tempo la squadra mobile di Caltanissetta, diciamo, mi chiamava: `Abbiamo un nuovo pentito`, io ero tutto contento. Oggi se mi dicono di un nuovo pentito ci vedo scritto sopra `maneggiare con cura`, come certi farmaci: Ci si avvicina con molto più sospetto". Quando è cominciata questa deriva? Esiste un momento o un anno preciso? "Non mi sento in grado di dire qual è l`anno, ma credo ci sia molta responsabilità proprio nell`informazione, che afferma `abbiamo il dovere di informare la gente`. Però c`è pure il dovere di informarla in modo corretto, perché se si organizzano i convegni dando per buona una Verità che non è stata ancora processualmente accertata, e da là si parte per il dibattito, si parte dall`annuncio... da una verità prima annunciata, poi dibattuta in pubblico, quindi consolidatasi nella testa dell`opinione pubblica, e poi piano piano...

vedremo pure se si può dimostrare".

A proposito di informazione. Mal si concilia il fatto che sui giornali si parla della polizia a corto di benzina per le volanti e senza carta per gli uffici con questo lavoro impressionante contro i latitanti.

"Le forze di polizia, non soltanto ovviamente la polizia di stato, sono abituate a stringere la cinghia e a ottenere risultati, perché se si lavora in dieci si lavora meglio, se si è in cinque si stringono i denti, si lavora più ore ma se si vuole raggiungere un risultato lo raggiungiamo. C`è una considerazione più importante: Oggi c`è una professionalità che non avevamo vent`anni fa. Quando ho cominciato a lavorare in questo campo nell`84, con il pentimento di Buscetta e l`inizio del maxiprocesso, eravamo veramente dei pionieri armati di buona volontà, niente più di questo.

Per quanto riguarda uomini e mezzi, bisogna fare un discorso a parte: quando Beppe Montana dirigente della sezione catturandi di Palermo fu ucciso a Porticello eravamo nel luglio 1985 - qualche giorno dopo fu ucciso Ninni Cassarà, era la reazione della mafia alla morte di Salvatore Marino in questura - beh, facendo una zoomata, che cosa veniva fuori? Che Montana era capo di una sezione catturandi con tre autovetture e dieci uomini in tutto.

Oggi la stessa sezione di uomini ne ha ottanta. Insomma, dipende. Dove facciamo il confronto? Oggi. c`è più considerazione".

Ma teme tagli? "I tagli indubbiamente incidono pesantemente nella quotidianità, sono i tagli che registro a scuola di mia figlia, all`ospedale dove porto mio cugino.

L`auspicio è avere qualcosa in più, perché effettivamente serve in certi settori, come quello dei carburanti. Ora, sinceramente a me non è mai capitato di sentire che fosse mancata la benzina a qualche macchina, e si è gridato molto `Al lupo al lupo` negli ultimi anni. Però qualche preoccupazione di questo tipo si fa strada, effettivamente".

Sicurezza nazionale

Dal 25 aprile, "cioè da quando il governo ha annunciato che anche gli aerei italiani avrebbero bombardato la Libia", il capo della polizia sta lavorando alla possibilità "di una rappresaglia di Gheddafi sul territorio italiano". Ma, spiega, è un discorso più ampio, che parte dagli immigrati generici e arriva fino a volenterosi, eventuali vendicatori di Bin Laden. "Abbiamo decine di migliaia di immigrati in arrivo. Non sappiamo chi sono. Circa centoventi erano già latitanti per la legge italiana e li abbiamo arrestati, ma gli altri? Sappiamo per esempio che le carceri tunisine si sono svuotate, ma non chi siano gli evasi, perché laggiù sono pure stati bruciati i registri cartacei, gli unici esistenti.

A questo si accompagna l`atteggiamento di Tripoli dopo la nostra azione, muscolare nei loro confronti. Io ho ordinato che il Comitato di analisi strategica antiterrorismo, perché non è un ufficio, è un comitato presieduto dal capo dell`Ucigos, dell`antiterrorismo, ed è composto dagli esperti di tutte le forze di polizia e dei servizi segreti - quindi c`è di tutto, polizia, carabinieri, Aise, Aisi... il fatto di non essere un ufficio gli ha tolto qualsiasi orpello burocratico - Ecco, io ho disposto che si riunisse fisicamente o in teleconferenza tutti i giorni, per valutare ogni minaccia".

Friday, May 6

Come mai l’FBI non associa bin Laden al World Trade Center?

E’ bene specificare che OSAMA BIN LADEN non era ricercato per gli attentati dell’11 settembre 2001, dove sono morte oltre tremila persone, come invece viene affermato dal governo centrale, ma per l'attentato a Dar er  Saalam all'ambasciata USA nel 1998.

Bin Laden infatti sarebbe stato sepolto in mare dal ponte di una portaerei americana nel nord del mar Arabico dopo essere stato lavato secondo i costumi islamici ed aver ricevuto un funerale religioso.
Il suo corpo prima è stato lavato e avvolto in un lenzuolo bianco e poi un ufficiale ha letto un testo religioso tradotto in arabo da un interprete. Dopo la lettura, il corpo è stato posto su una tavola piatta, ribaltato, e calato in mare, ha detto un funzionario americano.

Possiamo immaginare un comportamento più bello e democratico di questo?

MOGLIE BUGIARDA DI UN MARITO BUGIARDO!

MOGLIE BUGIARDA DI UN MARITO BUGIARDOBUGIARDA 1BUGIARDA 2 BUGIARDA 3

Bosnia: State Institutions Under Attack

Bosnia faces its worst crisis since war ended in 1995. Violence is probably not imminent, but there is a real prospect of it in the near future unless all sides pull away from the downward cycle of their maximalist positions. Bosnia: State Institutions Under Attack, the latest International Crisis Group policy briefing, examines simultaneous crises in the country’s two entities.While seven months after the 2010 elections there is still no state (national)-level government, the authorities of the larger entity, the Federation, were formed controversially - a main domestic institution has said illegally - on 17 March and are being disputed by the main Croat parties who have now created their own, parallel Croat National Assembly. The other entity, Republika Srpska, has provocatively called for a referendum directed against the High Representative (the international governor), and the state-level judiciary. “These are crises of legitimacy, clashes between different visions of what kind of state Bosnia should be”, says Marko Prelec, Crisis Group’s Balkans Project Director. “The conflict is starting to tear apart state institutions, and it can threaten the state itself. Compromises are needed that allow all Bosnian sides - Bosniak, Croat and Serb - to feel they have won enough to justify stepping back from the brink”. The international community contributed to the crisis when the High Representative suspended the Central Election Commission’s ruling annulling election of the Federation’s President. Much of the international community now considers the Federation authorities legitimate but most Croats and Serbs do not. To assist in the formation of a truly legitimate Federation government, the High Representative should lift his suspension and allow the Central Election Commission decision to take effect, after which the Federation parliament should follow procedures to elect the president, who in turn should name a government that fully complies with the constitution. The referendum in the Republika Srpska has potentially even more dangerous ramifications, but the High Representative should not try to block it as this would likely only increase turnout and heighten tensions. The Serbs should call off the referendum, but if it goes forward, they should rule out any unilateral acts challenging state institutions such as withdrawing representatives from them. Though the situation is deeply troubling, the international community should not try to micro-manage it with technical solutions or sanctions that could encourage the Bosnian sides to harden their positions. Instead, it should use the 9 May UN Security Council discussion on Bosnia and the 13 May meeting of the EU’s Foreign Affairs Council to launch a strategic policy rethink. A high-level conference should be convened to reconfirm before the June referendum the international commitment to the Dayton Peace Agreement; make clear that no entity will be permitted to destroy Bosnia’s territorial integrity; remove the High Representative from local politics in order to restore his credibility as a neutral mediator; and give the EU the capacities to become the leading international actor in Bosnia. “The international community is too enmeshed in local politics; it needs to step back and calibrate its goals in line with its diminished influence”, says Europe Program Director Sabine Freizer. “Once the immediate crisis is resolved, Bosnia’s leaders can begin work on renewing the Dayton compact and achieving European Union membership”.

SPUDORATAMENTE PINOCCHIONI

Il generale Luciano Piacentini, già comandante delle forze speciali del "Col Moschin" e per molti anni in servizio negli organismi di Informazione e Sicurezza lavorando in diverse aree asiatiche, ritiene che il successo dell'operazione sia stato assicurato anche dal fatto che pochissime persone fossero al corrente della natura dell'obiettivo. "Un'operazione leggera con l'impiego di poche decine di uomini. Islamabad non è stata informata per non rischiare fughe di notizie e presumo che gli statunitensi abbiano condotto autonomamente anche la lunga fase di raccolta delle informazioni ad Abbottabad così come i reparti d'assalto avranno avuto a disposizione modelli e ricostruzioni dell'edificio per addestrarsi a compiere il raid". Molti interrogativi sono sorti circa la possibilità di infiltrare in una città militare quattro elicotteri e decine di militari statunitensi senza che i pakistani se ne accorgessero. Secondo Piacentini l'operazione ha preso il via dal piccolo aeroporto afghano situato a est di Jalalabad, vicino dal confine pakistano. "Gli elicotteri hanno probabilmente utilizzato contromisure elettroniche per non farsi individuare dai radar e immagino ci fossero in volo anche aerei radar Awacs, pronti a inviare i caccia nel caso gli elicotteri dei Navy Seal rischiassero di venire intercettati". Il rifugio di bin Laden, a due passi dall'accademia militare pakistana, conferma che fosse protetto dai servizi segreti di Islamabad? "Difficile dirlo, credo che per anni si sia nascosto in aree impervie dell'area tribale. Rifugiarsi vicino a basi militari è una scelta imprevedibile ma al tempo stesso si trattava di un'area residenziale dove i movimenti suoi o dei suoi famigliari, arabi e non pashtun, devono essere stati notati dalla gente del luogo". Piacentini, che per conto della Fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis) ha recentemente curato il volume "I nuovi scenari del terrorismo internazionale di matrice jihadista" valuta che la morte di bin Laden potrebbe agevolare la exit strategy statunitense da Kabul. "Sul piano militare i qaedisti hanno un peso limitato sui campi di battaglia afghani ma la morte del nemico più importante potrebbe indurre Washington ad accelerare i piani di ritiro incoraggiando al tempo stesso le trattative tra il governo di Kabul e i talebani". Il segretario di Stato, Hillary Clinton, ha confermato che ''siamo molto impegnati ad avviare una riduzione delle forze in Afghanistan da luglio anche se la portata del ritiro non e' stata ancora determinata''. Anche la Francia non esclude di anticipare il ritiro del suo contingente militare in Afghanistan, prima della data prevista nel 2014. Il ministro degli esteri, Alain Juppé, precisando che il calendario del ritiro potrebbe essere modificato in seguito alla morte di Osama bin laden. ''E' una delle opzioni a cui rifletteremo'' ha dichiarato. La strategia della Nato in Afghanistan "non cambierà" ha detto invece il segretario generale dell'Alleanza Atlantica, Anders Fogh Rasmussen sottolineando che "il processo di transizione sarà completato come previsto entro il 2014". "Non si può abbassare la guardia" precisa Piacentini che ritiene sia presto per anticipare i tempi del ritiro delle truppe alleate anche perché "le strutture combattenti e di al-Qaeda sono autonome dal vertice". Quanto ai talebani "molto dipenderà dalle decisioni della "shura di Quetta, l'organo di comando dei talebani, ma l'uccisione di bin Laden credo faccia dormire sonni poco tranquilli anche al Mullah Omar".

Russia in curbing drug trafficking

UNODC Executive Director Yury Fedotov is paying an official visit to Moscow to meet with high-level Russian officials to discuss the challenges in dealing with the interrelated threats of drugs and crime. As the lead UN agency working with countries in tackling illicit drugs, transnational organized crime and terrorism, UNODC cooperates with states across the world in countering these threats to international safety and security. Speaking ahead of his meetings in the Russian capital, Mr. Fedotov noted that sustained efforts by all partners in addressing contemporary challenges and threats are required: "The Russian Federation has an important geo-political role to play in dealing with some of today's most critical issues such as the trafficking of illicit drugs. On both a security level and with regard to human development at home and in the region, it is imperative that this scourge be dealt with."
Photo: Mr. Fedotov on tour at the Domodedovo Training Centre While in Russia, Mr. Fedotov is meeting with a range of lead officials across the spectrum of the country's anti-drug and crime divisions. The UNODC Executive Director will meet with the Head of the Administration of the President of the Russian Federation Mr. Sergey Naryshkin, and the Minister of Foreign Affairs Mr. Sergey Lavrov. In the course of his meetings yesterday, Mr. Fedotov discussed issues related to drugs and health with the Minister of Health and Social Development, Ms. Tatyana Golikova, and compared notes on a wide range of counter-narcotics issues with the Director of the Federal Drug Control Service, Mr. Victor Ivanov. In order to discuss criminal justice and law enforcement matters related to illicit narcotics, crime and security in general, Mr. Fedotov is meeting the Minister of Justice Mr. Aleksandr Konovalov; the State Secretary-Deputy Minister of Interior, Mr. Sergey Bulavin; the Head of Russia's Federal Financial Monitoring Services (Rosfinmonitoring), Mr. Yury Chikhanchin; and the Director of the Federal Correctional Service, Mr. Aleksandr Aleksandrovich Reymer. The Executive Director also visited yesterday the Domodedovo Training Centre which was established in 2003 by the Russian Government and UNODC. The Centre provides training to Russian officials as well as anti-narcotics and law enforcement personnel from the Commonwealth of Independent States as well as other countries, including Afghanistan and Pakistan. During his meetings the Executive Director of UNODC commended the Russian Government's support of the 1961, 1971 and 1988 drug control conventions - the 3 internationally agreed-upon drug control treaties which deal with narcotic drugs, psychotropic substances and precursors. He also noted concerns raised around border security and offered UNODC's assistance in providing training on border management and drug interdiction efforts. Mr. Fedotov expressed appreciation of the support provided by the Russian Government to the work of UNODC. In January 2011, Russia contributed US$ 7 million towards furthering UNODC's work, and pledged an additional US$ 2 million per annum to assist efforts in fighting the twin threats of illicit drugs and transnational organized crime.
Photo: Mr. Fedotov signs a visitors' bookOn the issue of drug dependence, Mr. Fedotov called for increased cooperation between Russian and other experts in improving the quality and coverage of treatment in the country as well as internationally. Noting that all partners, including the public sector, the NGO community, and international organizations, have their own unique roles to play in this area, the Executive Director called on the involvement of all players in tackling the drug challenge.
The move against illicit financial flows and the linkages to narcotics and other organized crimes were also discussed. As an important area requiring attention in the tackling of the global drug trade, the Russian Federation has been working actively with the international community on this: "Russia has been a supporter and contributor to the Paris Pact Initiative, a technical assistance project aimed at stemming opiates trafficked from Afghanistan, said Mr. Fedotov. "With the Paris Pact, Russia has been centrally involved in the production of the so-called 'Orange Paper' looking at the illicit financial flows linked to Afghan Opiates and helping improve knowledge about how to curb the drug trade on this level."
Mr. Fedotov will be accompanying Secretary-General Ban Ki-moon who is arriving to Moscow today on a visit which is part of his Central and Eastern Europe Mission. The Secretary-General will be holding talks with President Dmitry Medvedev, Foreign Minister Sergey Lavrov, and other officials as well as with the Head of the regional Collective Security Treaty Organization.

Thursday, May 5

Dambruoso: rischio di vendetta delle cellule islamiche in Europa

Stefano Dambruoso lo capì dal suo ufficio della procura di Milano, che stava nascendo-qualcosa di pericoloso. Mentre dalle stanze accanto i colleghi di Mani Pulite preparavano l`offensiva contro la politica corrotta, lui incardinava le prime indagini sul terrorismo islamico in Italia. E se ne accorsero pure Oltreoceano, quando il settimanale america- no Time lo inserì nella lista dei personaggi dell`anno nel 2001 per il «coraggio professionale dimostrato nella caccia al Terrore». Poi andò a Vienna, nella neonata struttura Eurojust, fino a diventare consulente delle Nazioni Unite perla ricerca sul crimine e la giustizia.

Oggi è a Roma, al ministero della Giustizia, a dirigere l`Ufficio di coordinamento degli Affa- ri Esteri. E la possibile reazione delle cellule islamiche in Europa dopo la morte di Bin Laden la considera tutt`altro che ipotetica: «E altamente probabile che cercheranno di lanciare un segnale - spiega Dambruoso esiste la possibilità che i cosiddetti dormienti, gli sleepers, i fondamentalisti che sono ormai inseriti a tutti gli affetti nella nostra società civile, decidano di riconoscersi in Al Qaeda: il simbolismo può diventare personalistico».

Sembra,un paradosso, ma la fine del capo di Al Qaeda potrebbe accrescere la pericolosità del suo network?
«Se vogliamo vederla da questo lato, possiamo affermare che alcuni fanatici potrebbero decidere di mantenere in vita la memoria di bin Laden con una serie di attentati».

Al di là dei simbolismi, la morte di Osama significa la fine di Al Qaeda?
«Per come la penso io, Al Qaeda era finita da tempo. Almeno non era più come quella che avevamo visto in azione nel 2001 da quando bin Laden era costretto a vivere braccato nella maniera che abbiamo appreso in questi giorni».

Quale crede che sia stato l`impatto della morte di Osama sulle cellule dormienti che vivono in Europa?
«All`inizio, credo, abbiano provato incredulità. Hanno pensato certamente che fosse un`operazione della propaganda americana. Dopo, quando se ne sono convinti, hanno sviluppato rabbia e voglia di vendetta immediata».

In che modo e verso cosa, principalmente?

«Gli obiettivi americani sono senz`altro in cima alla lista. Ambasciate, consolati, ma anéhe esercizi commerciali di qualsiasi riconducibilità agli Stati Uniti. Poi i simboli della cristianità. Penso al Vaticano, al Duomo dì Milano, alle chiese in generale. Ma siccome temo che agiranno soprattutto i cosiddetti cani sciolti, che non hanno strategia né piani sofisticati, la lista dei possibili bersagli è infinita. Va dai luoghi affollati fino agli acquedotti, che possono essere inquinati o, peggio, avvelenati».

Dopo gli attacchi alla stazione di Madrid del 2004 e alla metropolitana di Londra nel 2005, non si sono più registrati, almeno in Europa, attentati studiati a tavolino, ma solo tentativi estemporanei di fondamentalisti isolati. Che segnale è?
«Significa che da anni bin Laden non riusciva a trasmettere ordini precisi alle cellule in Occidente. In proposito è significativo che gli attacchi di Al Qaeda più cruenti si siano poi verificati solo nel Sud-Est asiatico, in Thailandia, in Afghanistan. Soprattutto in Pakistan. E in questi posti che Osama aveva ancora il controllo del territorio».

Che effetto potrà avere la sua morte sugli esiti del conflitto in Libia?
«Probabilmente nessun effetto. Perché l`ondata di protesta e di rivoluzione che sta attraversando quel paese e molti altri del Maghreb, non è stata innescata dal fondamentalismo di Al Qaeda»

Osama bin Laden: La chiacchiera viscerale d`occidente

II numero di stupidate scritte in occasione dell`esecuzione di Osama bin Laden è impressionante. Tom Friedman e Barbara Spinelli, Repubblica e New York Times: due giornali, due mondi C 1 è chi ha Toni Friedman e chi ha Barbara Spinelli. E` la differenza tra l`a- nalisi e la retorica, la politica e la chiacchiera, il ragionamento e l`emozione umorale, un discreto amore per l`umanità e il narcisismo etico nella forma dell`umanitarismo, la cultura fredda e la cultura umida, la comprensione dell`umiltà dei male e la ignoranza del carattere luciferino del perbenismo puritano.  Due editorialisti, due giornali (il New York Times e Repubblica), due mondi.  Friedman pensa all`ingrosso le stesse cose che pensa o affetta di pensare la Spinelli.  La speranza è che ora i movimenti contro le tirannie arabo-musulmane facciano la loro parte: lotte pacifiche, in nome della dignità e della libertà umane, con l`obiettivo della democrazia costituzionale, insomma con l`assunzione di un modello di vita occidentale nelle condizioni storiche date. E questa speranza, che nessuna persona sensata può non condividere, dovrebbe stare salda su una percezione limpida, sebbene controversa e discutibile, della nostra identità.  Ma per esporre la medesima tesi, i due partono da premesse opposte. Friedman, prima di dare la parola alla speranza del ballot, del principio di maggioranza come elemento risolutore del cambiamento di paradigma, dice dell`esecuzione di Bin Laden:  "Abbiamo fatto la nostra parte. Abbiamo ucciso Bin Laden con un proiettile (bullet).  Ora sta agli arabo-musulmani di fare la loro parte - uccidere il binladenismo con le elezioni (ballot) - vere elezioni, vere costituzioni, veri partiti politici e una politica di progresso". Semplice, chiaro, efficace. Invece la Spinelli, e con lei Michele Serra che per l`occasione si fa cattolico romano, prova "più sconcerto che chiarezza, più vertigine che sollievo" di fronte al leone e profeta del terrorismo islamista giustiziato.  Le sue contorsioni viscerali esprimono il ribrezzo di sé dell`intellighenzia europea legata a una visione apocalittica della realtà storica, che all`occidente riserva sistematicamente la parte dell`aggressore, anche quando sia aggredito: "Le guerre americane ed europee posteriori all`11 settembre" sono "gemelle" dell`offensiva terroristica, Guantanamo è fratello di Abu Ghraib, "terrorismo e guerra al terrorismo sono violenze sui popoli", e via con tutta la litania di concetti la cui estrema e irrimedia- bile stupidità politica s`imbelletta, ultima grottesca e senile mascheratura ideologica, nelle ansie di cambiamento. dei giovani di tutto il mondo.  La chiacchiera emotiva dilaga. Il dialogo ne è la farcitura, i luoghi comuni ne sono l`ordito sociologico, il giornalese ne struttura il linguaggio. Di fronte a un fatto nudo e tragico, patetici negazionisti a parte, si staglia il gioco della personalità espansiva, tenera, compassionevole, repellente a ogni elemento di cultura storica e politica. Ciascuno lotta per il suo posto in prima pagina, come se l`esecuzione del più fiero nostro nemico, e del più prolifico tra gli assassini di crociati cristiani ed ebrei, oltre che di musulmani, fosse l`occasione ultima e propizia per la passerella delle opinioni in libertà. Le semplici domande di chi ama il mondo, anche il proprio mondo, e lo vuole libero dalla paura, dal terrore, dalla guerra fatta in nome di Dio, di chi riconosce agli Stati Uniti d`America e ai figli dell`America caduti in battaglia, in uno con i combattenti delle nazioni alleate, il crisma di una dura missione che ci riguarda direttamente, ,non interessano la ciacola sentimentale e pacioccona di chi prova vertigine e turbamento ora che Osama bin Laden e il suo fantasma sono stati eliminati.  Pensate, lettori del Foglio, quale onore e delizia intellettuale rappresenta esserci sottratti per molti anni programmaticamente, senza cedimenti, con studio e senza ira, a questa poltiglia, a questa pappa del cuore che spaccia sensi di colpa punitivi, impossibili vie alternative, come una verità storica e una via ideologica alla speranza, Ama il tuo nemico, sii perfetto come il padre mio celeste: sono parole del discorso della montagna. Significano che il nemico esiste, che la perfezione divina agisce ed opera senza mai potersi incarnare nell`umanità gravata dal peccato e dalla storia, cui resta solo, ed è già molto, il paradosso cristiano, l`appello incoraggiante alla perfezione celeste che in terra è esclusa, perché il regno cristiano non è di questo mondo.  Il contrario simmetrico della predicazione coranica e della pratica islamista nella storia del califfato maomettano.  "E` la formula performativa, che non si è sentita, ad Abbottabad", scrive narcisisticamente e malamente la Spinelli.  Performativo o no, si è sentito uno sparo.

From Langley: Petraeus can no longer be the authoritative military voice on the war effort in Afghanistan.

Two apparently distinct facts have drawn our attention. The first and most obvious is U.S. President Barack Obama's announcement late May 1 that Osama bin Laden had been killed. The second is Obama’s April 28 announcement that Gen. David Petraeus, commander of U.S. forces in Afghanistan, will replace Leon Panetta as CIA director. Together, the events create the conditions for the U.S. president to expand his room to maneuver in the war in Afghanistan and ultimately reorient U.S. foreign-policy priorities.

The U.S. mission in Afghanistan, as stated by Obama, is the destruction of al Qaeda—in particular, of the apex leadership that once proved capable of carrying out transnational, high-casualty attacks. Although al Qaeda had already been severely weakened in Afghanistan and has recently focused more on surviving inside Pakistan than executing meaningful operations, the inability to capture or kill bin Laden meant that the U.S. mission itself had not been completed. With the death of bin Laden, a plausible, if not altogether accurate, political narrative in the United States can develop, claiming that the mission in Afghanistan has been accomplished. During a White House press conference on Monday, U.S. Homeland Security Adviser John Brennan commented on bin Laden’s death, saying "We are going to try to take advantage of this to demonstrate to people in the area that al Qaeda is a thing of the past, and we are hoping to bury the rest of al Qaeda along with Osama bin Laden."

Petraeus was the architect of the American counterinsurgency strategy in Afghanistan. He symbolized American will in the region. The new appointment effectively sidelines the general. By appointing Petraeus as CIA director (he is expected to assume the position in July), Obama has put the popular general in charge of a complex intelligence bureaucracy. From Langley, Petraeus can no longer be the authoritative military voice on the war effort in Afghanistan. Obama has retained Petraeus as a senior member of the administration while simultaneously isolating him.

Together, the two steps open the door for serious consideration of an accelerated withdrawal of most U.S. forces from Afghanistan. The U.S. political leadership faced difficulty in shaping an exit strategy from Afghanistan with Petraeus in command because the general continued to insist that the war was going reasonably well. Whether or not this accurately represented the military campaign (and we tend to think that the war had more troubles than Petraeus was admitting), Petraeus' prestige made it difficult to withdraw over his objections.

Petraeus is now being removed from the Afghanistan picture. Bin Laden has already been removed. With his death, an argument in the United States can be made that the U.S. mission has been accomplished and that, while there may be room for some manner of special-operations counterterrorism forces, the need for additional U.S. troops in Afghanistan no longer exists. It is difficult to ignore the fact that bin Laden was killed, not in Afghanistan, but deep within Pakistani borders. With the counterterrorism mission in Afghanistan dissipating, the nation-building mission in Afghanistan becomes unnecessary and nonessential. In addition, with tensions in the Persian Gulf building in the lead-up to the withdrawal of U.S. forces from Iraq, ending the war in Afghanistan critically releases U.S. forces for operations elsewhere. It is therefore possible for the United States to consider an accelerated withdrawal in a way that wasn’t possible before.

We are not saying that bin Laden's death and Petraeus' new appointment are anything beyond coincidental. We are saying that the confluence of the two events creates politically strategic opportunities for the U.S. administration that did not exist before, the most important of which is the possibility for a dramatic shift in U.S. strategy in Afghanistan.

Tuesday, May 3

OSAMA BIN LADEN: LA GRANDE E PERICOLOSA MENZOGNA

Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato l’altra notte, e ribadito ieri pomeriggio, che un commando di 14 Navy Seals americani ha ucciso Osama Bin Laden nel suo fortilizio di Abbottabad, un centro turistico a 70 chilometri da Islamabad, la capitale del Pakistan. Il blitz— di cui non abbiamo né video né foto— è durato un quarto d’ora: individuato con sicurezza il sito in cui si nascondeva il capo di Al Qaeda e ottenuto dalla Casa Bianca il permesso di intervenire, quattro elicotteri si sono alzati in volo da una base afghana e hanno trasportato il commando in questo fortilizio, una proprietà vasta, circondata da muri alti cinque metri e filo spinato, con varie costruzioni e baracche su due e tre piani e priva di Internet, telefoni, televisioni. Gli americani hanno raccontato che Osama viveva qui con le sue mogli, i suoi figli e le sue guardie del corpo. Quando ha visto arrivare i Seals ha aperto il fuoco, ma i soldati Usa hanno avuto rapidamente ragione della sua resistenza. Sul terreno sono rimasti cinque cadaveri: Osama, uno dei suoi figli, altri due uomini e una donna. Due mogli e quattro figli del terrorista sono stati arrestati, almeno secondo quanto racconta la tv panaraba Al Arabiya. Completata l’operazione, i Seals hanno caricato su un elicottero il corpo senza vita di Obama (stiamo sempre riferendo la versione ufficiale fornita in vari tempi dal Pentagono) e, appurato che nessun Paese arabo ne voleva le spoglie, lo hanno portato sulla portaerei Carl Vinson, nel mare di Oman. Qui si è svolto un funerale, «secondo il rito islamico» : il corpo di Obama è stato avvolto in un lenzuolo bianco e poi gettato in mare. Sul cadavere erano intanto stati compiuti i prelievi necessari per la lettura del Dna e l’identificazione certa. Questa è avvenuta in giornata, con una percentuale di probabilità — sempre secondo le fonti ufficiali— pari al 99,9%. 

Come hanno fatto a stabilire questo? Avevano frammenti del Dna di Osama? 

A quanto pare no. Hanno confrontato il Dna prelevato dal cadavere con quello dei parenti di Osama. 

Non era meglio portarsi quel corpo in America e farlo vedere a tutti? 

Era meglio, certo. Il blitz, come ha rilevato anche il nostro generale Leonardo Tricarico (ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica e membro della Fondazione Icsa), è pieno di stranezze. La prima stranezza sta proprio nella fretta in cui si sono sbarazzati del cadavere. Il funerale sarebbe avvenuto alle 8 di mattina, cioè non più di tre ore dopo l’operazione. In quel breve lasso di tempo, gli americani avrebbero verificato che nessun Paese islamico era disposto ad accogliere le spoglie del terrorista. Cosa impediva però di trasferirlo direttamente negli Stati Uniti e di seppellirlo in America, secondo il rito islamico, in un luogo segreto? Ieri ci sono state dichiarazioni di musulmani moderati che hanno protestato per questo corpo gettato in mare: un uomo morto, secondo il Corano, deve tornare nella terra. Così, tra gli altri, Mahmoud Ashour, dell’Accademia delle ricerche islamiche di Al Azhar, il più prestigioso centro del sapere sunnita al Cairo.

Altre stranezze? 

Abbottabad è una città piena zeppa di militari e di palazzine di proprietà dell’Isi, lo spionaggio pakistano. L’intestatario del fortilizio dove si trovava Osama non esiste. Risulta abbastanza probabile che Bin Laden fosse addirittura ospite dei servizi segreti pakistani. Il cui ruolo nella vicenda— alternativamente negato e ammesso durante la giornata di ieri — è tutto da capire. Altra stranezza: questa foto falsa diffusa ieri mattina dalle reti arabe. E come spiegare la resistenza del Pentagono a mostrare le foto del cadavere di Osama («se le vedeste non avreste più dubbi» )? Infine non si capisce se la mission dei Navy Sales fosse di catturare Osama vivo o morto. Per tutta la giornata di ieri, le fonti di Pentagono e Casa Bianca hanno detto che Osama doveva essere ucciso, ma ieri sera, improvvisamente, ci è stato spiegato che se Bin Laden e i suoi non avessero sparato, lo avrebbero catturato vivo e portato in America. Se potevano portarlo vivo negli Usa, perché non portarlo morto?

Lei dubita dell’operazione? 

Non posso permettermi di credere che Obama, la Clinton, la Cia (madrina dell’operazione) e tutti gli altri si mettano a dire bugie. Ci sono però dei passaggi incomprensibili e, in questi casi, sono abituato a sottolinearli. Che Osama sia morto, comunque, non ci sono dubbi.

Perché dovrebbero aggiustare la verità?

La morte dell’uomo delle Torri Gemelle è un gran colpo, e le quotazioni del presidente Obama, per la corsa alla Casa Bianca dell’anno prossimo, sono risalite. L’America adesso è in festa, e il mondo. del radicalismo islamico è sgomento. Sono comunque grandi risultati. Anche se tutti ci avvertono che dal terrorismo islamico dobbiamo attenderci adesso qualche contraccolpo.

USAMA BIN LADEN: Non si festeggia una sparatoria, si celebra bensì un consapevole atto di giustizia.

La cattura ed esecuzione di Osama bin Laden, preso come un latitante di mafia in un paese straniero che lo proteggeva, e sepolto in mare mentre l`America fa festa, ha una potenza simbolica eccezionale, al di là delle conseguenze strategiche oggetto delle nostre analisi. Quello di Obama in morte del nemico è stato un glorioso discorso della bandiera, quella bandiera che sta per la Repubblica, "one nation under God, indivisible, with liberty and justice for all" (una nazione sotto Dio, indivisibile, che garantisce libertà e giustizia per tutti). Quel paese fatale ha vinto tre guerre in Europa nel Novecento, fino al collasso dell`ultimo totalitarismo; ha costruito un modello controverso di società aperta e cristianamente ispirata, che non ha accettabili alternative in occidente; ha incantato ed eccitato il mondo moderno e postmoderno, dividendolo tra amici e nemici in una logica imperiale che non prevede conquista e occupazione di territori altrui e che è fondata sul sacrificio personale dei combattenti, su una macchina dì guerra e di intelligente che non ha rivali, su una libertà di iniziativa economica e sociale priva di riscontri nel resto del mondo; ha inaugurato questo secolo con una reazione calma e orgogliosa alla sfida di civiltà posta dall`islam politico che dura ancora e attraversa, oltre la vendetta, oltre la giustizia retributiva, oltre la tutela della sicurezza e dell`ordine mondiale fondato su libertà e democrazia costituzionale, la`vita di tutti noi. Per dieci anni il capo dell`organizzazione terrorista che aveva insanguinato New York e Washington, uccidendo in nome di Dio quasi tremila americani di tutte le origini etniche e di tutte le fedi al culmine di una lunga campagna di attentati in cui erano cadute centinaia di vittime in giro per il mondo, tutti simboli di carne del nemico crocia- to ed ebreo, ha provato senza riuscirci a ripetere l`evento. La "famiglia americana" evocata da Barack Hussein Obama ha fatto il suo dovere con George W. Bush e con il suo successore, che ha sviluppato e proseguito la strategia del liberatore di Afghanistan e Iraq con l`aiuto dei suoi uomini, il segretario alla Difesa Robert Gates e il generale David Petraeus, delle sue tecniche e strategie politico-giudiziarie, a partire da Guantanamo, e del suo spirito così ben rappresentato dal contegno riservato dell`ex presidente e del suo ex ministro della difesa Donald Rumsfeld. Il cambio nella retorica politica, perfettamente legittimo in una grande democrazia della parola, non ha modificato di una virgola il comportamento dell`America come comunità e stato, come Amministrazione e soggetto politico imperiale. Le varianti o le incertezze nella politica estera sono una cosa, ma il bisogno di giustizia fa parte dei principi autoevidenti su cui è fondata la nazione americana dall`epoca dei suoi padri costituzionali. Catturare e giustiziare il "most wanted" a dieci anni dall`al settembre non sarebbe stato possibile senza le radici americane: una rivoluzione repubblicana ispirata al Creatore e ai principi giusnaturalistici non negoziabili dei diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità. Un modello di politica e di società pieno di difetti, ma che non prevede derive totalitarie, antisemiti- smo dispiegato, sudditanza ad altro che non sia la legge nel principio dell`autogoverno. Bin Laden, ucciso a 54 anni come un criminale irriducibile, non era un nemico qualsiasi, era anche lui, come sono i presidenti americani, un leader politico e religioso pieno di fascino e di energia spirituale per i popoli che lo hanno seguito in effigie e per i seguaci che hanno reso possibile la realizzazione della prima fase del suo disegno fanatico. Ha combattuto contro l`Unione sovietica, negli anni Ottanta, con l`appoggio geopolitico dell`occidente e de- gli stessi americani, e poi ha cambiato la mira, puntando sul- l`ideale di un califfato islamico e sul risveglio purista, wahabita, dei popoli di fede musulmana. Contro Israele, contro l`America, contro i crociati cristiani d`occidente, in parallelo con la rivoluzione iraniana sciita, profittando della decomposizione degli stati canaglia o degli stati musulmani falliti, Osama ha portato guerra, lutto e distruzione ovunque gli sia riuscito di farlo. La sua è una grandiosa leggenda nera, di proporzioni mitiche. Le sue parole, la sua epica nazionale islamica, erano e restano oltre la sua morte una minaccia esistenziale per il nostro modo di concepire la società e la vita. Diverse forme di purismo, tra le quali quella dei Fratelli musulmani, navigano anche nei movimenti di liberazione dalle oligarchie arabo-islamiche corrotte. Il fatto che Osama abbia perso la sua corsa personale contro il cavallo che aveva definito "debole", l`occidente secolarizzato, è un "clamoroso trionfo", come ha detto il premier israeliano, ma non ha alcunché di definitivo, non porta ancora la pace e la sicurezza, perché la sensibilità jihadista è parte di un paesaggio storico e simbolico in cui Bin Laden torreggiava, ma che la sua morte in battaglia offusca senza cancellarlo. C`è ancora molto da fare. Per questo è bene ricordare che qui, nella retrovia europea della prima grande guerra del XXI secolo, le divisioni sono state profonde, e ha vacillato in molti la necessaria volontà di battersi. Le ragioni di sfiducia nella faccia che di sé offrono l`occidente e il suo fulcro curo-atlantico sono numerose. L`imperfezione e la infinita corregibilità sono il vero crisma del nostro modello sociale. La forza della mobilitazione culturale e politica contro il jihadismo, in difesa di una identità fragile e contestata, risiede nella sua libertà di tono, nella sua intelligenza profonda delle cose, nella sua capacità di accettare critiche e antagonismi come elemento strutturale di un modo di pensare e di agire. L`Italia di Berlusconi in questi dieci anni ha dato una mano agli americani e a Israele sotto attacco. Siamo rimasti un paese libero e dissonante, ciascuno con la propria voce, ma abbiamo fatto il nostro dovere.