Thursday, September 29

Sconfitta: come una Vittoria

Nella discussione sul candidato governatore della Banca d`Italia si è innestata, sull`indecisione del governo circa il nome da sottoporre al parere non vincolante del consiglio superiore della Banca d`Italia, una polemica provinciale e impropria di natura personalistica. Vittorio Grilli, che insieme con il vicedirettore generale della Banca d`Italia, Fabrizio Saccomanni, è uno dei due candidati, viene etichettato da gran parte dei media come "tremontiano". Sicché se il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, lo preferisse a Saccomanni, ciò verrebbe considerato come una sua sconfitta e come una vittoria del ministro dell`Economia, Giulio Tremonti. Saccomanni ha fatto tutta la sua carriera in Banca d`Italia con compiti prevalentemente operativi e la sua nomina esprimerebbe una continuità interna. E` però errato classificare Grilli come "tremontiano" data la sua biografia. Egli non deve la sua attuale posizione di direttore generale del Tesoro al fatto di essere entrato al vertice di tale istituzione come un collaboratore di Tremonti, ma di Carlo Azeglio Ciampi quando era presidente del Consiglio nel 1994. Infatti fu allora che Grilli, professore di Economia mo- netaria e bancaria alla University of London, fu nominato direttore centrale dei Tesoro per le privatizzazioni, incarico che mantenne prima nei governi Berlusconi e Dini, poi nel governo Prodi, quindi con Ciampi al Tesoro sino al 2000, anno in cui passò al Crédit Suisse. Ragioniere generale dello stato dal 2002 al 2005, prima con il governo Berlusconi e poi con quello Prodi, Grilli è diventato successivamente direttore generale del Tesoro. Negli ultimi tempi ha fatto spesso lo sherpa nei vertici internazionali. Come economista appartiene alla scuola bocconiana, e con Alberto Alesina ha scritto vari saggi su moneta e Banche centrali. Dunque è improprio definirlo "tremontiano" anche per le concezioni di politica economica. Nessuno definirebbe come "merkeliano" il nuovo governatore della Bundesbank e membro tedesco del direttorio della Bce, Jens Weidmann, che, pur essendo socialdemocratico, è stato consigliere economico del cancelliere Angela Merkel. Saccomanni assicurerebbe la continuità con Draghi, ma questi fu nominato governatore di Banca d`Italia provenendo dall`esterno e dopo aver ricoperto la carica di direttore generale del Tesoro.

«Raggruppamento nazionale per la giustizia e la democrazia» !!!

La posizione espressa dal capo del Consiglio militare di Tripoli conferma le divisioni per la spartizione degli incarichi che hanno ritardato la formazione del nuovo governo provvisorio in Libia. Tra i principali.motivi di discordia figura anche il futuro ruolo dell`Islam. «Siamo moderati», ha avvertito nei giorni scorsi il presidente del Consiglio nazionale di transizione libico (Cnt), MustafaAb- del Jalil. «L`Islam sarà la principale fonte di diritto» nella nuova Libia, ha spiegato il leader del Cnt nel suo primo discorso pubblico a Piazza dei Martiri a Tripoli, seguito da migliaia di connazionali. «Non accetteremo nessuna ideologia estremista, di destra o di sinistra. Siamo un popolo musulmano, islamici moderati, e resteremo su questa strada. Sarete con noi contro tutte le persone che cercheranno di cambiare la nostra rivoluzione», ha insistito Jalil rivolgendosi alla folla. Il Cnt ha infatti deciso di aspettare fino alla liberazione totale del Paese per dare vita a un nuovo esecutivo. Lo ha annunciato uno dei responsabili. «Le consultazioni sono approdate alla decisione di rinviare la formazione del governo» finché il «Paese non sarà liberato» ha dichiarato ieri Mustafa al Houni, membro del Consiglio nazionale di transizione.Sul tavolo delle consultazioni il peso che ciascun gruppo dovrà avere nella nuova Libia. In questo clima, il portavoce militare del Cnt ha invitato nei giorni scorsi i gruppi armati ribelli a lasciare la capitale: «Considero la presenza armata nelle strade non salutare. Chiediamo ai gruppi armati di lasciare la capitale», ha detto il portavoce Ahmed Bani. Un messaggio rivolto in particolare ai combattenti di Zintan e Misurata, che occupano Tripoli da settimane, i quali hanno incrementato i reclutamenti e gli equipaggiamenti guidando le razzie nelle caserme del regime - e che sembrano prepararsi a rimanere nella capitale, piuttosto che lasciarla sotto il controllo della polizia o dei miliziani di quartiere. In vista di elezioni e della creazione di un nuovo stato dopo la caduta del regime di Gheddafi,, nascono numerose formazioni politiche: l`ultima in ordine di tempo è il «Raggruppamento nazionale per la giustizia e la democrazia», la cui fondazione è stata annunciata a Bengasi, con l`obiettivo di instaurare uno Stato basato sullo stato di diritto e sulla decentralizzazione. Sul piano economico il nuovo partito propone «una totale libertà» ma anche «salari più equi e una sicurezza sociale per assicurare una vita decente a tutti i cittadini, senza eccezione». Di fronte alle rivalità tribali e regionali, il Raggruppamento nazionale per la giustizia e la democrazia afferma che «il sistema amministrativo nazionale deve essere decentralizzato al fine di garantire alle regioni un`indipendenza finanziaria e amministrativa da una parte e l`effettiva amministrazione del paese dall`altra». «Sosteniamo idee liberali e vogliamo un sistema decentralizzato» con dieci province con reali poteri amministrativi, finanziari e legislativi, ha affermato Abdel Qader Kadura, presidente del comitato fondatore del partito. Lo scorso 27 luglio, sempre a Bengasi, nacque il primo partito sotto l`egida dei libici all` estero: il Partito della nuova Libia.

Iran to patrol US East Coast

Sick of the American navy’s ongoing presence in the Persian Gulf, an official with the military of Iran announced this week that they will be sending ships over to be stationed off the coast of the United States.

In other words, Iran thinks that what’s good for the goose is good for the colossal, militaristic gander.

"Like the arrogant powers that are present near our marine borders, we will also have a powerful presence close to American marine borders," reads a statement from Rear Admiral Habibollah Sayyar to the official Islamic Republic News Agency this week. The IRNA adds that Sayyar, the commander of the entire Navy of Iran, will call for “the help of our sailors who follow the concept of the supreme jurisprudence” to send a flotilla towards the Atlantic coast of the United States.

On the same day as Sayyar’s statement, Iran Defense Minister Gen. Ahmad Vahidi also revealed to the media that the navy has another tactic under its sleeve: the country is beginning production of cruise missiles made for sea-based targets that could even counter massive warships, reports The Associated Press. The AP says that Vahidi’s comments suggest that the weaponry could be used to combat American ships anchored in the Persian Gulf, but with a fleet setting sail towards the US, could a new cold war embark between the two nations?

The Department of Defense doesn’t think it’s a big deal.

Pentagon Spokesman Capt. John Kirby released a statement in response to Iran’s plans and says, "We've been pushing freedom of the seas for years and the Iranian navy can go wherever it wants.” Given those sentiments, it seems likely that the United States will continue to sail through the Persian Gulf, even if Iran is ready to respond to that presence.

For those keeping track, this marks at least the second time in a week that Iran has called out America as an “arrogant power.” Those were the words that Iranian President Mahmoud Ahmadinejad used last week when he called out the US for the military’s ongoing appearance in seemingly all ends of the globe.

"Do these arrogant powers really have the competence and ability to run or govern the world? Is it acceptable that they call themselves the sole defender of freedom, democracy, and human rights, while they militarily attack and occupy other countries?" Ahmadinejad said to the United Nations’ General Assembly last week.

In the meantime, it looks as if Iran will send ships elsewhere, as well. State-run Press TV suggests that the country will also be deploying a new fleet into the Gulf of Arden to protect the nation’s ships from pirate attacks.

Key Kosovo war crimes witness found dead

A key witness in a war crimes trial in Kosovo has been found dead in Germany. He had apparently committed suicide.
Nicholas Hawton, an EU spokesman in Kosovo, said on Wednesday Agim Zogaj's body was discovered in a city park in Duisburg, reports Associated Press.

Police believe that he hanged himself late on Tuesday.

"He committed suicide. There are no indications for a different explanation," police spokesman Stefan Bauer said, adding that an autopsy will be carried out on Thursday.

Zogaj was a protected witness in the trial of Fatmir Limaj. The ethnic Albanian and former transport minister under Prime Minister Hashim Thaci is suspected of unlawfully killing and torturing Serb prisoners during the 1998-99 Kosovo war. Many of the charges were based on Zogaj's witness statements.

Limaj, who remains an influential political figure in Kosovo, is also under investigation over alleged embezzlement of budget money during his time in the cabinet.

Last week, the former commander of the Kosovo Liberation Army was put under a month-long house arrest by a judge of the EU Rule of Law Mission in Kosovo pending his trial for war crimes.

Limaj was cleared of similar charges by a UN court in 2005 which ruled there was insufficient evidence to convict him.

Monday, September 26

Alleati, non amici

Se proprio non siamo ai livelli del sequestro del personale diplomatico di Teheran del 1979, poco ci manca per avere un nuovo casus belli. Hina Rabbani Khar, la titolare degli Esteri di Islamabad, avverte Washington: “Voi perderete un alleato. Non vi potete permettere di alienarvi il Pakistan, non potete permettervi di alienarvi il popolo pakistano. Fra Usa e Pakistan non scorre buon sangue, né è mai stata vera amicizia. Ma adesso i rapporti hanno toccato il punto più basso, più basso ancora rispetto ai giorni del raid americano (ufficialmente “non concordato” con Islamabad) ad Abbottabad per uccidere Bin Laden.

L’accusa lanciata giovedì dall’ammiraglio Mike Mullen, secondo cui sarebbe il Pakistan ad aver sostenuto l’attacco del gruppo Haqqani (talebani strettamente collegati con Al Qaeda) contro Kabul, rasenta la rottura dei rapporti diplomatici. Nel corso dell’attacco, infatti, è stata colpita anche l’ambasciata americana. Se scegliete di farlo, sarete voi a dover sopportare il costo della vostra decisione”. Il momento, in effetti, è il meno opportuno per rompere le relazioni. In Afghanistan si sono svolti ieri i funerali dell’ex presidente Rabbani, uomo-simbolo della nazione e capo negoziatore del Consiglio di Pace, l’organo che sta tentando una mediazione fra il governo di Kabul e i Talebani.
E’ possibile che la sua morte sia di esempio all’Afghanistan e incoraggi la popolazione a compattarsi contro i Talebani. Ma nel frattempo, l’effetto di breve periodo del suo assassinio sarà sicuramente uno stallo nel negoziato. In questa fase, dunque, il Pakistan si rende indispensabile, come mediatore fra le due parti.

Tuttavia gli americani hanno “qualche” ragione per essere indignati con il Pakistan e i suoi servizi segreti: aver creato i Talebani negli anni ‘90, aver ospitato Bin Laden, aver fornito armi e materiale ai Talebani che combattono la guerriglia contro l’Isaf in Afghanistan, non aver debellato le basi dei terroristi nelle province tribali di confine, ma, in compenso, aver protestano duramente ogni volta che la Nato conduce raid anti-terroristi in quei territori.
Se il Pakistan è più un piromane che un pompiere, come potergli affidare la sicurezza regionale? E quale altro alleato lo potrebbe sostituire?

Anche perché i tempi sono strettissimi: si deve giungere alla fine della guerra civile afgana entro il 2014, prima del ritiro dei contingenti internazionali. Dopo il 2014 il Pakistan diverrà, se possibile, ancor più importante, perché rimarrà l’unica potenza regionale alleata degli Usa in grado di mantenere l’ordine.

Serbia wants special status for Kosovo north

The session of the UN General Assembly shall be an opportunity that Tadic meets with the highest officials of the USA, Russia and EU in an attempt to get their support for the stances of Belgrade. One of these bilateral meetings could be the talk with the EU High representative for security and foreign affairs Catherine Ashton.

Nikola Jovanovic, editor of the ‘Challenges of European Integration’ magazine shares opinion of many of the reputable domestic and foreign experts claiming these days that partition of Kosovo is not possible today and that the most that can be achieved is special status for the north with maximal autonomy for the Serbs, without recognition of Kosovo but with clear territorial autonomy.

This is the platform that is in mind when speaking about negotiations on the basis of the ‘Ahtisaari Plus’ plan. Belgrade, however, still has not given up the plan for Kosovo partition.

‘It is clear that Thaci shall not accept anything that smells of defeat. Tadic shall have to find reply to a question how to say partition but that it does not sound so and also to get support for that idea’, Predrag Simic, Professor at the Faculty of political sciences in Belgrade.

After New York it shall be clear what Belgrade can count on in future negotiations and whether the status of the north will be on the table.

Tadic’s plan for Kosovo north understands
(1) seeking of optimal solution for the north,
(2) safety guarantees for Serbs in enclaves,
(3) status for the most important Serbian religious and cultural monuments,
(4) Serbian state’s and Kosovo Serbs’ property issues.

According to Ahtisaari’s plan Serbs would get their healthcare, high education, large financial autonomy for Serbian municipalities and protection zones around Serbian churches and monasteries.

US’s spending US$2.7 billion, or even more in the bombing campaign in Libya

Governmental estimates of US’s spending in the bombing campaign in Libya may have been one seventh of its actual cost, a military expert’s calculation suggests. The worst case figure is US$2.7 billion, or even more.

Francis Tusa, editor of Defense Analysis, used data provided in answers to parliamentary questions and figures published by the Royal Air Force (RAF) since the operation in Libya started. He used two methods of calculation to estimate how much UK Ministry of Defense spent on bombing Muammar Gaddafi out of power.

One method says the operation to the end of August took between $2.13 billion and $2.44 billion. The other one gives a potentially higher result – between $1.31 billion and $2.70 billion. The calculation did not include the cost of the continuing Libyan operation in September, or some other costs, like the transportation of hardware from the UK to the military base in Gioia del Colle, Italy.

Earlier in June the government said it estimates overall cost of the campaign at $401 million.

“Where there has been any doubt, I have underestimated rather than overestimated in my calculations,” Tusa said, as cited by The Guardian newspaper. “With the number of missions the RAF has flown in the last fortnight, I am sure the cost of the campaign has gone up considerably.”

Earlier this month the MoD revealed that UK combat aircraft had flown more than 1,600 missions over Libya – around one fifth of all NATO strike sorties. The government never gave details about how they reached their estimates of the war effort cost.

“It is vital we have transparency on this, as the British people will want to know that our military strategy balances advanced kit and equipment with cost-effective decisions. Many have questioned whether the decisions made in the rushed defense review left our forces stretched and may have cost the country more in this unforeseen conflict. It is up to ministers to answer that charge,” Jim Murphy, the shadow defense secretary, commented on the news.

The Parliament’s Defense Select Committee is currently doing an inquiry into operations in Libya. The first evidence session is scheduled on October 12.

Italian gas and oil company Eni has announced the resumption of oil production in Libya. The company’s oilfield is situated in the northeast of the country, 300 kilometers from the city of Benghazi. The announcement means Italy and Libya’s National Transitional Council (NTC) have come to an agreement. Foreign companies had to halt oil production in Libya when unrest spread across the country early this year. Now Libyan oil production is recovering. Last week OPEC recognized NTC as a legitimate power in Libya.

Pakistand-off: terrorist finger-pointing with US

The US and Pakistan have reached a new record-low point in relations, after both parties accused each other of supporting terrorism.

They are at odds over the Taliban-linked Haqqani network, which was allegedly behind the recent attack on US and NATO bases in central Kabul.

The attack in Kabul on September 13 left four policemen and three civilians dead, and dozens of people wounded. The 20-hour stand-off with the six gunmen armed with rocket-propelled grenade launchers and small arms was the boldest attack in years, for which the Taliban claimed responsibility.

US Ambassador Ryan Crocker said the organizer of the assault was “the Haqqani network”.

Jalaluddin Haqqani is a veteran of the Afghani insurgent movement, which fought against the Soviet troops with support from Pakistan and the CIA back in the 1980s. He held a ministerial position in the Taliban government.

Following the attack, several US officials accused Pakistan of failing to deal with the Haqqani network, or even directly supporting it.

"Time and again we've urged the Pakistanis to exercise their influence over these kinds of attacks from the Haqqanis. And we have made very little progress in that area," US Defense Secretary Leon Panetta said.

"The Haqqani network…acts as a veritable arm of Pakistan's Inter-Services Intelligence Agency," Chairman of the Joint Chiefs of Staff Michael Mullen told a Senate panel, adding that the ISI has a hand in other Taliban attacks on American and Afghani troops.

Pakistani officials deny the allegations and reacted harshly to them.

“If you say that it is ISI involved in that attack, I categorically deny it,” Pakistani Interior Minister Rehman Malik responded shortly after Mullen’s statements to Reuters. “We have no such policy to attack or aid attack through Pakistani forces or through any Pakistani assistance.”

A spokesman for the ISI General Athar Abbas said on Sunday that whatever contacts the agency has with Haqqani are limited to what is needed to stay in touch with a major player in regional politics.

"Any intelligence agency would like to maintain contact with whatever opposition group, whatever terrorist organization…for some positive outcome," he said adding that there is huge difference between having such a contact and supporting the network.

On Monday, Pakistan’s Foreign Minister Hina Rabbani Khar was urgently recalled from the UN General Assembly session in New York in protest over the US charges.

Speaking to journalists, the minister said that US cannot provide any proof of Pakistan’s supporting the Haqqani network She added that US itself established Haqqani network and leveling allegations on Pakistan for ties with Haqqani network.

She also warned that by continuously mounting pressure on Islamabad, the US is risking losing its strategic ally.

Meanwhile the Pakistani air forces have been put on alert among the mounting tension, reports the Hindustan Times newspaper. The troops are prepared to prevent possible attack by US drones on Pakistani territory.

US-led NATO forces in Afghanistan regularly attack suspected Taliban fighters in the tribal area of Pakistan, which is one of the major points of dispute in the ongoing diplomatic crisis due to civilian casualties they cause and Pakistan’s lack of contribution on such operations.

The latest exchange of rhetoric marks a new step in deterioration of ties between the long-time allies, which started with the killing of Osama Bin Laden by the US commandos on Pakistani soil in May.

The relations between Washington and Islamabad have been souring, as the US accused Pakistan of having close links with Taliban, blame it for harboring Osama Bin Laden and doubt Pakistan’s ability to protect its nuclear arsenals from terrorists. Pakistan believes that the US is crossing the line in doing what they want in Pakistani territory and not taking its interests into account.

“The problem here is, if you speak to Pakistani officials, they’ll tell you they are facing difficulties in seeing their American counterparts showing any kind of understanding to Pakistan’s strategic interests,” Pakistani political expert and president of the Paknationalists Forum, Ahmed Quraishi told RT. “It just seems to many Pakistani officials, especially diplomats in the Pakistani Foreign Office, that somehow Washington is expecting Pakistan to simply put up and shut up, and just follow whatever vision for the strategic situation in this region is in Washington.”

Sunday, September 25

Zarko Radunkovic, former Serbian army attachè in Libya was killed in Tripoli

Radunkovic was a retired colonel of the Serbian and Montenegrin Army. He used to work as army attache in Libya from 2000 to 2005. According to ‘Blic’ information Serbian authorities were not satisfied about how Radunkovic was doing his job what led to closing of army representative office in 2005 and re-opening of it last year.

In the meantime Radunkovic went into pension but he kept on traveling to Libya frequently as a representative of a private Belgrade company ‘Kofis’ which is dealing with arms trading. Serbian authorities intervened on several occasions because of that company’s business dealing since it was affecting the work of a state enterprise ‘Jugoimport’ which was officially working with Libya.

‘At one moment Serbia was under threat of embargo on arms export because of the ‘Kofis’ dealing’, ‘Blic’ source who worked with Radunkovic said.
Just a couple of weeks ago Radunkovic appeared on the B92 TV where he commented the situation in Libya.

‘The biggest danger for Libya at the moment might be announced intention of distribution of arms to citizens. That might cause civil war rather than pose a threat to coalition forces. Libyan army cannot harm coalition forces seriously. Gaddafi has never preparing himself for war against his own people. Three equipped brigades had 50 to 60 modern tanks, the rest was an obsolete technique purchased from the former USSR and Russia. It was not maintained at all what made it useless’, Radunkovic said.

According to the latest intelligence Radunkovic is also brought in connection with engagement of five Serbian citizens arrested in Libya last month over suspicion to be Gaddafi’s mercenaries. After they were identified their families addressed Serbian media claiming that the arrested men were not mercenaries but ordinary road construction workers.

Former assistant to the JSO security chief-of-staff Veselin Lecic arrested

Lecic was a close associate to Milorad Ulemek Legija and Milorad Bracanovic, the appointment of the latter one to the post of a head of the State Security being a condition for the JSO to end its riot. Lecic was also a frequent guest in Zemun.    

The investigation launched by the Prosecution for organized crime because of the JSO armed riot includes Milorad Ulemek Legija, Dusko Maricic, Zvezdan Jovanovic, (the three of them already serving long prison sentences), as well as the men arrested on Tuesday Lecic (the BIA employee), Mica Petrakovic (employee of Gendarmerie) and his colleague Dragoslav Krsmanovic, then Vladimir Potic (Anti-terror unit) and Radisa Dragic still at large. His wife claims that he is hunting in Macedonia, however, a wanted list has been issued after him.  

The Prosecution believes that the investigation should be an introduction to court proceedings that would reveal political background of Djindjic’s assassination and names of other people involved in that political murder.     Suspicion that Lecic had connections with the Zemun gang existed as early as at the time of the ‘Sward’ police action. Lecic was arrested then together with Zvezdan Jovanovic but spent only one day in detention. He was charged with extortion of evidence but was released. He was also a witness in court trial for attempted assassination of the SPO leader Vuk Draskovic in Budva in 2000.  

Testifying in court trial for assassination of Premier Zoran Djindjic he tried to confirm alibi that Ulemek, Jovanovic and Zeljko Tojaga were defending themselves with. Now arrested Krsmanovic and Petrakovic also testified in favor of the suspects.    

The investigation over the JSO riot is expected to lead to raising of charges against eight men who in November of 2001 set requests to Zoran Djindjic’s Government at the moment when the Premier and then home minister were abroad and who were ready to use weapons in order to oust then power.

Saturday, September 24

AD MEMORIAM

Gino Birindelli. Medaglia d’oro, marinaio, comandante, infine uomo politico. Posso dire di averlo conosciuto bene perché nel 1968, giovane capitano di corvetta, fui destinato alla Squadra navale come caposezione elicotteri alle sue dipendenze. Qualche mese dopo, divenni suo aiutante di bandiera. Birindelli era un mito per noi ufficiali di Marina. Con Durand de la Penne, Elios Toschi e Teseo Tesei impersonificava lo «spirito del Serchio», la base dove si erano formati gli incursori della seconda guerra mondiale. Ma è di altro che voglio parlare. Di come, nel giro di due anni, fu al centro di polemiche clamorose che cambiarono dal profondo le forze armate e la condizione militare in Italia.

Era il febbraio 1969. La Squadra navale, che Birindelli comandava, come tradizione aveva effettuato un lungo addestramento al largo della Sardegna. C’era una generale insoddisfazione: pochi soldi, navi vecchiotte, equipaggi mal pagati. Al termine della crociera, si toccò con mano che la Marina non era quella che avrebbe dovuto essere. Ci fu un incontro con i giornalisti. Io ero vicino all’ammiraglio. Lui parlò francamente, forse troppo. Più o meno, il discorso fu questo: «Se la Marina non interessa, meglio allora se andiamo tutti a casa». La conversazione fu ripresa dai giornali con titoloni in prima pagina. Ne venne fuori uno sconquasso. Si irritarono i nostri capi. Si determinò un certo allarme nel governo. Si fece sentire il Quirinale. D’altra parte, sull’ammiraglio piovvero migliaia di telefonate, lettere, telegrammi. Li ricordo bene perché ero io ad aprirli. Caso inedito, ci fu anche una lettera aperta di sostegno a Birindelli firmata da molti giovani ufficiali della marina militare. Erano anni turbolenti. In un ambiente conservatore come quello delle forze armate, la Contestazione non poteva essere vista con favore. E ci fu chi, immancabilmente, sentì nell’aria il tintinnar di sciabole. Per farla breve, ci fu chi temette qualcosa di serio. Tra i ministri dell’epoca ci fu allarme. Birindelli fu convocato a Roma e un membro del governo gli propose di diventare Capo di stato maggiore purché chiudesse la polemica sul nascere. Rifiutò, non perché non avesse legittime ambizioni, ma perché non intendeva sostituire per questa via un collega.

Qualche mese dopo, fu nominato alla guida del comando navale Nato-Sud Europa che all’epoca si trovava a Malta. Qualcuno evidentemente pensò che fosse meglio tenerlo lontano dall’Italia. Lo seguii. Ma anche lì, durò poco. Pochi mesi dopo il nostro arrivo, a Malta si votò ed ebbe successo il famoso Dom Mintoff, un radicale di sinistra che non amava la Nato. Tra i suoi primi atti di governo, dichiarò Birindelli «persona non grata» perché «noto militarista». L’ammiraglio ne fu molto amareggiato, eppure si buttò caparbiamente nella sfida, riorganizzando in pochi mesi il comando, nel frattempo trasferitosi a Napoli. La città lo accolse con calore passionale. E fu il suo secondo trionfo personale nel giro di un anno. Qualche mese dopo, era ormai il 1972, si votò anche da noi e Birindelli accettò l’offerta di una candidatura.

Il risultato finale di tante polemiche, possiamo oggi dire, fu la riorganizzazione dei comandi alleati che dura da allora e una serie di leggi a favore della condizione militare e delle forze armate, che rapidamente ritrovarono l’efficienza.


*Guido Venturoni

*già Capo di stato maggiore della Difesa già presidente del Comitato Militare della Nato

Arrestato a Budva (Montenegro)

Arrestato a Budva (Montenegro) nel novembre 2010, sulla base del mandato d'arresto Interpol emesso dall'Italia, Bajic e' stato estradato nel nostro Paese a marzo 2011. ''Avrebbe dovuto presentarsi mercoledi' prossimo ai magistrati della Dda di Milano -sottolinea l'Osservatorio permanente sulle morti in carcere- che indagavano e indagano, sull'attivita' del suo gruppo. L'avvocato sostiene che mai il suo cliente si sarebbe tolto la vita''.

''Sempre secondo il suo legale pero' -fa notare Ristretti Orizzonti- era stato chiuso in cella con un coindagato, tale Srpko Klisura, circostanza che a detta dell'avvocato meriterebbe di essere approfondita''. Bajic era stato trovato morto attorno alle 11 del mattino: ''Aveva atteso che i suoi compagni di cella uscissero per l'ora d'aria -spiegano a Ristretti Orizzonti- poi si era impiccato con la cintura di un accappatoio. Questo, almeno, e' quello che risulta agli atti della Procura''.

Il pm Giuseppe Rose ''ha disposto un esame autoptico -rileva l'Ossevatorio- per sgomberare il campo dai sospetti. La cella era in ordine, senza segni di violenza o di colluttazione. Ma avvocato e familiari insistono: non c'era motivo per cui dovesse togliersi la vita. E' probabile che nei prossimi giorni vengano sentiti anche i suoi compagni di cella''.

Thursday, September 22

IRAN: l`ayatollah Khamenei e il presidente Mahmoud Ahmadinejad.

A Teheran tutti sanno che la rivoluzione non perdona, quando serve divora i suoi figli e non si guarda indietro. Ma nessuna faida iraniana era mai degenerata più rapidamente e con maggiore virulenza di quella tra l`ayatollah Khamenei e il presidente Mahmoud Ahmadinejad. Come in una casa di cristallo si susseguono accuse e recriminazioni e il capo di un governo, fino a non molto tempo fa definito da Khamenei "il più popolare" nella storia della Repubblica islamica, viene minacciato di impeachment e costretto a scansare accuse di corruzione, abuso d`ufficio, stregoneria, sedizione e persino apostasia.

Il suo nome gira di bocca in bocca come protagonista di una feroce battuta riciclata: "Khamenei sta pensando di costruire una nuova arteria cittadina si chiamerà viale Martire Ahmadinejad" (in Iran molte strade hanno nomi di martiri, "martiri" della tradizione sciita, "martiri" della rivoluzione khomeinista e "martiri" della guerra Iran-Iraq, la stessa barzelletta in passato ha già preso di mira altri esponenti della barzelletta di Teheran: Khamenei pensa di costruire una nuova arteria: si chiamerà viale Martire Ahmadinejad" la nomenclatura di regime). La stampa internazionale lo definisce un`anatra zoppa, un presidente a mezzo servizio ostaggio dei diktat di Khamenei come prima di lui Rafsanjani e soprattutto Khatami. Riuscirà probabilmente a portare a termine il mandato presidenziale che scade nel 2013 e non se andrà senza lottare, ma la sua parabola politica, al momento, pare destinata al tramonto.

Di tutte le trasferte newyorkesi di Mahmoud Ahmadinejad questa è senz`altro la più complicata. Mentre i dissidenti iraniani organizzano manifestazioni contro di lui e i network se lo contendono ancora come una star, mentre gli studenti della Columbia lo invitano a cena e l`agenda resta fittissima, le voci sull`inarrestabile declino del suo potere esigerebbero un coup de théàtre dei suoi. E` probabile che oggi, nel suo discorso all`Onu, attacchi Stati Uniti e Gran Bretagna tirando in ballo il terna delle riparazioni di guerra per l`occupazione alleata durante il Secondo conflitto mondiale.

Mille corposi tomi sull`argomento sono stati fatti stampare da Ahmadinejad come omaggio a leader e delegati dell`Assemblea generale. Non è un soggetto che faccia tremare i polsi e l`inanellarsi delle sue invettive negli anni fa presagire temi più caldi. Con il gradimento della Repubblica islamica in costante declino nelle simpatie regionali tra i postumi dell`Onda verde e le attese suscitate dalla primavera araba - in un recente sondaggio Zogby nei paesi musulmani della regione l`Iran attrae solo il 14 per cento dei consensi - difficile immaginare che Ahmadinejad sappia resistere all`occasione di lanciarsi in una filippica sul riconoscimento della Palestina.
Potrebbe essere l`ennesimo azzardo, Emissari della Guida Suprema gli hanno ingiunto di moderare le provocazioni, che Ahmadinejad consideri quella all`Hotel Warwick una vacanza, lasci perdere l`Olocausto e le invettive antioccidentali, varchi la soglia del Palazzo di Vetro senza grilli per la testa. Ma un Ahmadinejad pacato e riflessivo all`ONU non si è mai visto ed è più facile immaginare che rilanci il dado nel tentativo di sparigliare i giochi dei suoi nemici.

La prima sfida nel frattempo se l`è giocata sulle teste dei due escursionisti americani detenuti dal 2009 in Iran con l`accusa di spionaggio. A una settimana dalla partenza Ahmadinejad ha annunciato a Nbc e Washington Post l`imminente rilascio dei due, frutto di un "un gesto umanitario unilaterale". E` assodato che il gesto non potesse essere il risultato di un ordine emanato dal suo ufficio, ma la tempistica della comunicazione era stata un eccellente viatico per la missione americana, Poi però la magistratura iraniana si è messa di traverso: il presidente non ha l`autorità per liberare i condannati. Shane Bauer e Joshua Fattal restano in prigione, il "caso" vuole poi che uno dei giudici incaricati di siglare i documenti perla scarcerazione sia in vacanza. "E` stato umiliato, niente simboleggia meglio l`appannamento della sua fortuna politica", scrive Geneive Abdo su Foreign Policy in un articolo intitolato "The impotence of Ahmadinejad". Al suo posto, Khatami si sarebbe chiuso in un silenzio offeso e sofferto, Ahmadinejad invece, appena sbarcato, ha incontrato Geor- Nel 2009, quando scoppiò la rivolta, la Guida Suprema perse molto in immagine. Da lì sono iniziate le schermaglie ge Stephanopoulos di Abc. Il giornalista gli ha chiesto se stavolta era in grado di offrire delle garanzie in merito alla liberazione.

Ahmadinejad ha risposto perentorio: "Noi agiamo in base a quello che diciamo. Se non vogliamo agire non lo diciamo". Il giorno dopo il giudice è rientrato in servizio firmando i documenti per la liberazione di Bauer e Fattal e Ahmadinejad ha incassato un mezzo successo alla vigilia del suo intervento al Palazzo di Vetro. La mortificazione di Ahmadinejad, più o meno concordata nei tempi e nei modi tra la Guida Suprema e i giudici di Teheran, non era un obiettivo abbastanza rilevante da giustificare l`esposizione dei panni sporchi della Repubblica islamica allo sguardo rapace dei suoi nemici. Khamenei sa che le guerre fratricide che percorrono il suo establishment minano l`immagine del regime.

Per vent`anni ha invocato unità e coesione ergendosi ad arbitro al di sopra delle parti. Nessuno ha mai creduto alla sua neutralità, rna a differenza di Rafsanjani, Khamenei è stato un kingmaker sui generis che ha fatto della modestia la sua cifra distintiva. Privo di solide credenziali religiose e sprovvisto di un carisma evidente, Khamenei si è schermito del suo passato da "piccolo seminarista" e ha tessuto la sua tela, Divide et impera è stato il suo motto. Si è servito di Khatami e se ne è sbarazzato. Ha tenuto a distanza Rafsanjani e lo ha colpito.

Snobbato dall`aristocrazia clericale, ha formato una nuova classe di mullah e, ayatollah di regime e benedetto l`ascesa prima dei pasdaran e poi dei bassiji. Nel corso della sua investitura presidenziale, quando Ahmadinejad è ancora un semi Carneade da cui l`opinione pubblica ancora non sa cosa aspettarsi, l`ex sindaco di Teheran bacia con deferenza la mano di Khamenei. E` il 2005 nessun presidente lo aveva mai fatto prima e il Rahbar coglie subito la portata simbolica di quel bacio.Khamenei risponde con un abbraccio di una spontaneità altrettanto inusuale.

E` l`inizio di quella che sembra un`alleanza perfetta. Saladino spietato dai pulpiti dei media internazionali, moltiplicatore di sogni di riscatto terzomondista, eterno Godot delle minacce nucleari, il presidente-pasdaran ha per un certo periodo stupito e superato le attese di Khamenei, Del resto le critiche alla gestione economica del suo protetto non lo hanno mai impensierito troppo, l`economia è un`importante scocciatura che però non è mai al centro delle considerazioni strategiche del Rahbar. Il nocciolo della questione per Khamenei è sei spre e solo la rivoluzione, il futuro e la tenuta della Repubblica islamica un assetto nel quale finalmente uscito dal cono d`ombra, Khamenei aspira a rivestire i panni di un novello Re Sole.

Se Ahmadinejad non fosse stato travolto dalla sindrome di Icaro, se solo non avesse preso il volo, lui che non aveva le ali, Kha- menei non se ne sarebbe dovuto disfare, Fino all`estate del 2009 poche ombre avevano offuscato il rapporto tra il Rahbar e il suo presidente, ma le proteste, i proiettili e i morti hanno cambiato tutto. Per la prima volta Khamenei si è sporcato le mani, ha perso la sua aura polverosa e schiva e nelle piazze è rimbombato il grido "Khamenei dittatore". Quattro anni dopo, alla seconda cerimonia d`investitura di Ahmadinejad, il presidente si è lanciato nuovamente verso il Rahbar per baciarlo, ha poggiato le labbra sulle sue spalle, ma Khamenei lo ha trattenuto infastidito, come a evitare che si avvicinasse troppo. Khamenei sa di aver perso molto, forse troppo nel giugno del 2009 e, di lì a poco, inizieranno le prime schermaglie tra il leader supremo e il suo presidente.

Già nel 2005, appena insediato, Ahmadinejad non perde tempo a premiare il corpo dei pasdaran con 10 miliardi di dollari in contratti distribuiti a società di comodo. I pragmatici insorgono, alcuni conservatori anche oltranzisti si indignano. Non succede nulla nemmeno quando il cosiddetto fondo per le emergenze viene prosciugato, A Khamenei non sfugge il costante e spericolato trasferimento di fondi dal presidente ai suoi alleati, ma più che a preoccuparsi per le traiettorie dei soldi si inquieta per quella delle persone. E` durante il secondo mandato di Ahmadinejad che l`inserimento dei suoi fedelissimi raggiunge l`acme.

Nell`esecutivo del 2005 i mullah mantengono una presenza forte nel Consiglio dei ministri (più o meno un terzo) e detengono poltrone importanti come la Difesa, gli Interni, la Giustizia e la Cultura. Poi, gradualmente, Ahmadinejad inizia a sbarazzarsi della rappresentanza clericale nel suo esecutivo. Congeda protetti di Khamenei come il ministro degli Esteri Manouchehr Mottaki, quello della Cultura Saffar Harandi e dell`Intelligente Gholam Hussein Ejehei. Ed è stato proprio il tentato siluramento del successore di Ejehei, Heydar Moslehi, l`affronto intollerabile. Ancora più decisivo nel deterioramento dell`intesa tra Khamenei e Ahmadinejad è stato il ruolo di Esfandiar Rahim Mashaei.

Consuocero e amico storico di Ahmadinejad, Mashaei è diventato in un paio d`anni l`uomo più chiacchierato del paese. Dipinto di volta in volta come un imbroglio- Il consuocero di Ahmadinejad incarna il deterioramento dei rapporti. Soprattutto per quel che ha detto dell`islam ne, un satanista, una spia, o un Rasputin che tiene Ahmadinejad sotto scacco, Mashaei è il più fidato tra i consiglieri del presidente. Gli sono stati affidati più di 13 incarichi. Quasi in ogni occasione Khamenei ha avuto da ridire e, quasi in ogni occasione, Ahmadinejad lo ha trattenuto finché ha potuto e poi destinato a una posizione di ancora maggior rilievo. Mashaei è stato capo di gabinetto e inviato speciale del presidente, suo plenipotenziario e, stando alle indiscrezioni, il suo successore designato.

Scaltro secondo i detrattori, lungimirante per i fan, Mashaei possiede un`abilità che turba molto la nomenclatura clericale. Il miglioje amico del presidente annusa l`aria e riposiziona di voltalin volta Ahmadinejad a seconda della convenienza e dell`interlocutore. Liberale (per quanto lo possa essere un ex pasdaran iraniano) in tema di costumi femminili, Mashaei ama rappresentarsi come un uomo del dialogo che getta ponti verso gli iraniani all`estero e non ha paura dei gusti dei suoi contemporanei. Sta rinverdendo a forza di mostre e simposi il mito di Ciro il Grande e ha detto che in Iran si dovrebbe poter festeggiare il Nowruz, il nuovo anno zoroastriano, con tutti gli onori, Ha vagheggiato un Iran in cui ci sia libertà di ascoltare non tutta ma molta più musica, un Iran in cui per le strade ci si possa tutti vestire più colorati. Ha assicurato che gli iraniani sono amici di tutti i popoli del mondo persino degli israeliani.

Le sue parole hanno fatto indignare Khamenei ("commenti privi di logica" ha sentenziato), ma mai quanto quelle sull`islam iraniano però. In un furbo mix tra nazionalismo e culto del Mahdi, Mashaei ha affermato che "visto che l`islam è una religione e non una cultura l`Iran dovrebbe tenersi stretta là propria e lasciare l`arabo agli arabi. Ma l`ostilità di Khamenei è dovuta soprattutto alla rappresentazione di un islam Oggi all`Onu il presidente cerca il suo riscatto. Ma uno scandalo finanziario da 2,6 miliardi di dollari rischia di offuscarlo iraniano in cui i mullah sono pressoché superflui perché il loro amato presidente è in "contatto diretto" con il dodicesimo imani e non necessita di particolari mediazioni.

Mashaei è divenuto la bestia nera della dirigenzaclericale e non è sfuggito il suo tentativo di strizzare l`occhio all`elettorato di Moussavi. "Ahmadinejad è sotto l`influenza di Satana", è esploso l`ex mentore, Ayatollah Mesbah Yazdi, formalizzando la rottura con il suo presidente. La scommessa di Mashaei (e di Ahmadinejad) in un momento in cui sanno di dover giocare il tutto per tutto è quella di intercettare il consenso di una classe media la cui soglia del dolore è troppo bassa per tornare alla piazza. Per questi e altri motivi Mashaei e gli altri fedelissimi dell`entourage di Ahmadinejad sono stati ribattezzati i "deviazionisti". Più di cinquanta collaboratori del presidente sono stati fermati, 25 arrestati e il governo che aveva giurato di far marcire la cossiddetta "tycoon mafia" di Rafsanjani si trova costretto a difendersi da accuse infamanti. I siti pasdaran Javan e Jahan on line infilzano ormai anche il presidente. Il fronte dei pasdaran si è spaccato in vista delle legislative del 2012, mentre crescono le ambizioni dei papabili per le presidenziali dell`anno successivo. Ma Ahmadinejad non può guardare troppo lontano.

Il suo Mashaei è stato trascinato nel più grande scandalo finanziario della storia iraniana. La frode da 2,6 miliardi di dollari risale al 2007 e coinvolge prestiti estorti a più istituti di credito, inclusa la Banca Saderat e dirottati per acquistare società a loro volta sfruttate per ottenere prestiti ancora più onerosi. Ahmadinejad ha difeso i suoi sostenendo di essere stato lui a scoprire la frode grazie all`aiuto dei suoi collaboratori, Nel frattempo i beni dell`uomo d`affari Amir-Mansour Aria sono stati congelati e Aria è, guarda caso, ritenuto vicino a Mashaei.

Se la liberazione degli escursionisti americani arriva in tempo utile per l`annuale viaggio americano del presidente, le ripercussioni della frode iraniana del secolo rischiano di riverberarsi pericolosamente oltre. Nel frattempo mentre a Teheran si accusano i deviazionisti di aver stretto un patto con Khatami e Rafsanjani o addirittura con i leader dell`Onda verde, Moussavi e Karroubi, ad Ahmadinejad non resta che auspicarsi che il suo discorso all`Assemblea generale sia forte abbastanza da coprire il resto del frastuono. Emissari dell`ayatollah Khamenei hanno invitato il presidente iraniano Ahmadinejad a moderare le provocazioni nei suo discorso in programma oggi all`ONU.

Mahmoud Ahmadinejad shared with RT his views on the Palestinian push for statehood, and the situation in the Middle East and his country in general.

RT: President Mahmoud Ahmadinejad, thank you very much for taking the time to sit with RT again. You are here to address the international body at the United Nations. Every year that you have come so far, you have advocated on behalf of the Palestinians, in support of their sovereignty and in support of the Palestinians having their own state. This year, the issue of Palestinian statehood is gaining a lot of new momentum in the Arab world amid the so-called Arab Spring – uprisings that have taken place in Tunisia, Egypt and Libya. Does the Palestinian bid for statehood come at the right time at this moment? What is your take on that?

Mahmoud Ahmadinejad: In the name of the Almighty, the most gracious and the most merciful, first I would like to greet you and all of your viewers and wish the Almighty's blessing for everyone. You asked a very important question. The people of Palestine existed even prior to the Second World War, prior to the First World War. And all people, all nations have the right to self-determination, but that right was taken away as a result of a previously-planned hostile takeover and dishonest takeover. That right should be restored. The sooner the better – it is their right. What is important is that it comes back in its entirety and they don't once again fall prеy to the political games that are often played.

RT: It’s interesting when you say “complete state”, “in its entirety” actually, because US President Barack Obama addressed the General Assembly saying that Palestinian UN membership and statehood can’t come from statements or UN resolutions. The only way there could be a peaceful plan in a two-state solution in the Middle East is through negotiations. Just last year, the US president said he hoped when he returned to the UN, there would be a Palestinian UN membership. So he clearly is backpedaling on his position. At the same time he has supported the Tunisians, the Egyptians, the Libyans, saying that it’s the will of the people to determine their future. Do you feel that the Palestinians have a reason to feel betrayed by the US president?

MA: I say that perhaps if we don’t use the word betray it is better. I think what has taken place is on a higher plateau than betrayal. This is the continuation of the suppression of the rights of the Palestinian people and the Palestinian nation. You see if they don't realize their dream of self-determination and legitimacy this year, this will occur next year. If not the next year, then the following year. This will happen and no-one can prevent that. Now can we logically and fairly ask of anyone to establish a dialogue and negotiate with occupiers in order to get the right of self-determination? Imagine a gang of thieves come and take over your home. Once they are asked to return the property to its rightful owner or owners they give predetermined sets of rules and conditions in order to leave what they took through theft. So this is the policy that has failed. It has been proven and it will be wiped away very soon, this principal of doing things. And the same goes for the Arab nations. Who did they rise up against? Against the United States’ influence in the region. It is clear the world over, dictators have been and are protected and supported by the United States. People rose up against the dictatorship, against Western influence, against US influence. Now how can the United States see itself as the rightful owner of such a popular movement? I think this is a trick. The fundamental point behind the popular uprising – not in the Arab world, but across the world – is against the influence of the extreme capitalist system which is inhuman at its core. And it is not just pertaining to the Arab World; it is the world over – in Europe, in Great Britain, in France, in Spain, in Greece – the world over – wherever we look today. If people are given permission and a chance to express themselves and express their opinions they will certainly rise up against the influence of the United States.

RT: You were referring to all of the uprisings that have taken place in the Arab World and some continue to take place now. Who is benefiting? Is anyone benefiting from the instability?

MA: You see, at the end of the day justice, freedom, and the right of self-determination is the right of all people, of all nations. All nations have the right to be free under fair conditions to live their lives and also have the freedom of choice. Everyone should recognize it as a God-given right and legitimate right. But there are of course always those who take advantage of such situations. Some will want to put their own copyrights, so to speak, on such events to be able to influence the atmosphere following these events. We believe that no one must interfere. Nations are fully capable of determining their own destiny.

RT: US Defense Secretary Leon Panetta said that the revolutions that have taken place in Tunisia, Egypt, Libya – I know you are familiar with this – he said that a similar revolution will happen in Iran in a matter of time. Your reaction, Mr. President?

MA: It is an opinion, of course. I think that Mr. Panetta was more than likely expressing the plans set in motion by the United States or entertained by the United States and the wishes of the US government. There are perhaps plans in the works against Iran. The movements that take place today across the globe are against the expansion of US influence. The people of Iran have been against that for the last 32 years. It is clear that during this time, because of the choice of the people of Iran, the United States government has been against such choice.

RT: The uprising that has taken place, and continues to take place in Libya, that was against the hegemony of the United States that was taking place in Libya?

MA: Yes. The wish of the nations is to rise up against the influence of the United States. Today they can very quickly hold free referendums in Libya and see whether people are against the influence of the United States or not, but NATO has not and will not allow such a thing to take place. NATO occupies nations by the force of its missiles, by the force of aerial bombardment and with vast media campaigns. They will not allow the legitimization of the will and the wish of the people. This is very simple. We can hold referenda. We can hold referenda in every single one of these countries in order to determine the will of the people vis-à-vis the influence of the United States. I think, the higher-ups in the United States government and the capitalist owners know this, and they are always financing such moves.

RT: Iran has enjoyed very good relations with Turkey. However, Turkey has just allowed the United States to place a NATO anti-missile radar on its territory, which is obviously directed at Iran. Turkey is taking a harsh stand on Syrian authorities that Iran, according to reports, has been supportive of. Do you believe that Iran is losing its relationship with Turkey in any way, given those two points that I just laid out?

MA: Our ongoing relationship with Turkey is a very good one. It doesn't mean that we don't have differences. The establishment of those radar bases and radar systems, I think, has been imposed on the nation of Turkey. Today the United States of America is a bully. It has force and it imposes its will. Just as you see that it's able to impose its will on many bigger, more powerful governments and nations. But this, in the long run, won't benefit the United States of America. Today relationships between the various nations of the world are not determined by the force of missile or weapon systems. They are determined by the people of those nations. Today we can hold a referendum in Turkey and determine the honest opinion of the Turkish people about the influence of the United States and at the end of the day the will of the people will prevail. In Syria, in fact, Mr. Bashar al-Assad and Mr. Erdogan have a very good relationship and they were good friends.

RT:It is interesting, Mr. President, that you say that your message is usually the same, because US President Barack Obama, when he spoke to the international community, his criticism of Iran was pretty much the same as it was the year before and pretty much similar to the criticism that George W. Bush made against Iran, which continues to be the same. If Iran and the US are always saying the same thing year after year, how could there ever be a reconciliation?

MA: Today what is taking place in North Africa and the Middle Eastern nations, in Arab nations, the Western countries are given credit for the popular accomplishments. There was a promise of change, of less military expansion, of no military expansion, of decreasing pressure on populations, of no discrimination. The people of the US should not have been pressured as they are today. Has any of this happened?

Today as we speak all of these games that result in hyper-wealth only, only serve to transfer the bulk of the wealth from the have-nots to the pockets of the rich, who will only get richer. The previous US president would come to the UN General Assembly and command other member nations: “such and such country must do this”. Did you not feel after today's speech such commands, if you will, are continuing and ongoing? We really need fundamental changes, which must take place. This is a human need.

RT:Mr. President, thank you very much for your time. We appreciate it.

MA: Thank you.

Tuesday, September 20

An explosion has hit the Turkish capital, Ankara

An explosion has hit the Turkish capital, Ankara, on Tuesday, according to Reuters. At least two have been killed and 15 injured, according to NTV television.

Police fear a second explosion may occur, a local news agency reported.

Monday, September 19

Electronic Monitoring Reduces Recidivism

A large NIJ-funded study of Florida offenders placed on electronic monitoring found that monitoring significantly reduces the likelihood of failure under community supervision. The decline in the risk of failure is about 31 percent compared with offenders placed on other forms of community supervision. Read more...

La nuova «grandeur» turca di Erdogan minaccia l`Europa

L`effervescente Turchia di Recep TayyipErdogan, già impegnata in un complesso e audace gioco politico in ambito mediorientale che l`ha riportata in primissimo piano, apre (o meglio, riapre) un altro fronte: quello con l`Europa, sua croce e delizia. Occasione di una nuova minaccia di sparigliamento di carte è l`ormai prossima (è in calendario per il semestre che va da luglio a dicembre del 2012) presidenza di turno dell`Unione Europea alla Repubblica di Cipro. Ankara ha annunciato in tono ufficiale che se prima di luglio non sarà trovata una soluzione all`annosa questione della divisione dell`isola, la Turchia sospenderà le sue relazioni con l`Ue.

La minaccia turca fa intravvedere un futuro in cui Ankara sarà ancor più di adesso riorientata verso Est, perseguendo politiche in progressiva contrapposizione con quelle occidentali. E sembra una carta giocata allo scopo di ottenere, peri suoifiniaCipro enonsolo, pressioni sull`Europa da parte degli Stati Uniti, sempre più preoccupati della brutta piega che stanno prendendo i loro rapporti coni loro tre principali alleati nella regione:
la Turchia, appunto, oltre a Israele e all`Egitto.

Bisogna ricordare che dopo il fallito colpo di Stato filo ellenico e la successiva invasione turca dell`estate 1974, l`isoladiCipro è divisa di fatto in due Repubbliche. Una, quella greca di lingua e di cultura, è l`erede del precedente Stato unitario ed è riconosciuta da tutto il mondo tanto da essere parte anche dell`Unione Europea e da avere l`euro come valuta dal gennaio 2008; l`altra, il cui territorio coincide con l`area occupata dall`esercito turco 37 annifa, è riconosciuta solo dalla Turchia e ha una popolazione turca che solo in p arte è turco-cipriota: Ankara infatti vi ha inviato in questi decenni decine di migliaia di coloni per rendere irreversibile il suo legame con la «Repubblica turca di Cipro Nord».

Nell`ultimo decennio sono stati condotti negoziati per giungere a una riunificazione dell`isola, ma l`obiettivo è parso fallire già nel 2004 quando i greco-ciprioti hanno largamente respinto per referendum il piano dell`Onu che i turco-ciprioti avevano invece accettato. Erdogan ha già minacciato più volte di congelare i rapporti con l`Ue sulla questione cipriota, l`ultima volta lo scorso luglio chiarendo che «non ci è possibile discutere con l`amministrazione greco-cipriota».

Ma questa volta la situazione è più complicata. Lo stesso vice premier turco Besir Atalay ha messo in relazione la minaccia con l`attuale profonda crisi tra il suo Paese e Israele e ha accusato i greco-ciprioti di approfittare di questa situazione per dedicarsi a ricerche di gas e petrolio nelle proprie acque territoriali del Mediterraneo «creando confusione». 

Anche questa è unavicenda complessa e vale la pena di ricordare che Atene, naturale "sorella maggiore" della Cipro greca, sta prendendo il posto di Ankara come alleato privilegiato regionale di Israele, creando un nuovo asse di cui la Turchia teme che Nicosia si avvantaggi.

La stessa Israele, tra l`altro, è sul punto di intraprendere lo sfruttamento di giacimenti di gas allargo delle sue coste settentrionali, ma Erdogan ha già fatto capire che vi si opporrà anche con la forza per tutelare gli interessi del Libano, che di quei giacimenti rivendica la comproprietà per una questione di confini marittimi. Ennesimo capitolo della politica di grandeur neo-ottomana che il leader turco ha deciso di legare al suo nome.

Destabilizing hole Europe

Russia need to reform politic according to Balkan,if Russia want to be serious international player need to consider some facts before it lead blind srbian politic that is simple using Russian UN Veto for interest and nothing else.no brotherhood here just simple interest..Russia supporting Srbia is destabilizing hole Europe and in same time creating enemy of USA,UK,FRANCE,GERMANY,ITALY with out a reason, Russia is putting his credibility in hands of sick Srbians, this politic is judged to fail ,and Serbia is putting Russia in same shame corner too.

"A meeting between President Tadić and Thaci has not been planned, is not possible, and will not happen"

The Serbian president's cabinet on Monday strongly denied that Boris Tadić was planning to meet with Kosovo Prime Minister Hashim Thaci while in New York for the UN General Assembly. "A meeting between President Tadić and Thaci has not been planned, is not possible, and will not happen," said Serbian officials. Earlier, Kosovo newspapers speculated about a meeting between the two leaders, with the possibility of an agreement on the removal of checkposts in northern Kosovo. The borders between Serbia and Kosovo have been the cause of recent tension between locals living in the area.

EU will discuss Serbian-backed proposals:"This is our land, our territory"

This week, the EU will discuss Serbian-backed proposals to break a deadlock in Northern Kosovo, where Pristina recently seized two disputed border crossings. The move has sparked outrage among local Serbs.

­A standoff develops on the border – Kosovo authorities backed by EU and NATO forces on one side, ethnic Serbian protestors on the other.

"This is our land, our territory," says Serb protestor Aleksander Virijevic.

Refusing to accept the Kosovan government's attempt to take over two border crossings in the north previously controlled by neighboring Serbia, the protesters are standing firm at the barricades they erected, and neither side is willing to back down.

"I don’t think that anyone in the world can tell these Serbian people to give up, accept the independent Kosovo and go home. It will never happen, they will not do it," stated Borislav Stefanovich, Belgrade's chief negotiator with Pristina.

For the time being, the protestors appear calm, but you do not have to look hard to see signs of the underlying tension.

All along the roads in the north, one comes across makeshift roadblocks. Serbian people are using gravel, rocks, pieces of wood – whatever they can get their hands on to disrupt the flow of traffic in this area.

Protestors have vowed the blocks will remain in place until a dialogue begins about who will man the border posts and what will happen with the revenue collected from the customs tax.

“We are not going to move until a solution is reached that works for both sides. The situation right now is unacceptable,” said Aleksander Virijevic.

Back in July, violence erupted when Kosovan authorities tried to take control of the border posts after Kosovan Prime Minister Hashim Thaci ordered a trade ban on Serbia.

The conflict resulted in the death of a policeman. Now, neither side wants to take action for fear it could once again ignite tension.

“Considering the major events taking place right now, and taking into account the concerns of the Serbian population living in the north, I would say that removing those barricades from the streets and the main highways is not a priority right now,” maintained Kosovan police officer Besim Hoti.

Fending off charges that they have breached their neutral position with regard to Kosovo, EULEX have said the monitoring of the customs gate will bring much-needed law and order to the north, and Pristina says it acted within the terms of an agreement – a claim that Belgrade strongly refutes.

“It is a serious incident and step back on the road to normalizing relations. Once you put a customs official, then it is a flag and then it is a coat of arms. And before you know it you will have a so-called Kosovo law and people here will be circled by something that looks like Kosovo state! They simply cannot accept it,” explained Stefanovich.

There's now talk amongst Serbians of building new roads to bypass the checkpoints if the Kosovan authorities refuse to leave.

For the time being, the border crossing remains blocked, and there are many obstacles to be overcome on the road to finding a resolution.

Saturday, September 17

Civilian deaths in Libya: who’s killing who?

In Libya, where NATO-backed NTC forces are attempting to wipe out the last remaining pro-Gaddafi strongholds, civilians are still being killed but normally-vocal countries backing a UN resolution to protect them have gone strangely quiet.

British Prime Minister David Cameron and French President Nicolas Sarkozy paid a visit this week to survey their handiwork. The first heads of state to visit Tripoli since the city fell to rebel forces say their countries’ work in spearheading the NATO intervention is not yet done.
“We must keep on with the NATO mission until civilians are all protected and until this work is finished,”

David Cameron told a joint news conference in Tripoli.

He is right: civilians are still being killed. But now that Gaddafi is virtually powerless, the people increasingly doing the killing are National Transitional Council forces, together with NATO, as they attack Bani Walid and other Gaddafi strongholds.

On that, Cameron and Sarkozy are silent.

“To paraphrase George Orwell in ‘Animal Farm,’ some civilians are more equal than others,” remarks John Laughland from the Institute of Democracy and Cooperation.

NATO insist their attacks are targeted, but there are reports of NTC reprisals against presumed Gaddafi supporters.

“Clearly there are real problems on the ground. There is a legacy of such a conflict that you will have human rights abuses taking part on both sides. The National Transitional Council have promised to hold their own fighters to account and I think that is a process we will see from now,” believes Middle East analyst James Denselow.

But it does not seem to be happening yet. The African Union alleges that transitional forces are hunting down and killing black Africans on the assumption that Gaddafi recruited them as mercenaries.

These allegations are borne out by an Amnesty International report which says the rebels are guilty of unlawful killings and torture. It is at pains to point out that Gaddafi’s forces committed terrible atrocities, but also documents a brutal settling of scores by rebel forces, including the lynching of Gaddafi’s soldiers.

Meanwhile, the colonel’s hometown is one of the last cities holding out against rebel and NATO forces. A letter – purportedly from Gaddafi himself – begs the UN Security Council to protect Sirte from being pounded by NATO, and to tackle what it describes as crimes by the forces of the new government. Civilian deaths appear inevitable.

Cameron and Sarkozy were quick to condemn Gaddafi for killing innocent Libyans in the lead-up to the imposition of NATO’s no-fly zone. But no such rhetoric is being aimed at the NTC.

Moreover, Britain has sponsored a draft UN resolution to ease sanctions against Libya and against Libya’s National Oil Corporation in particular, in a bid to get the oil flowing again.

Kosovan police assisted by NATO’s KFOR have taken over two border crossings with Serbia in the north of the breakaway region.­

A stand-off between KFOR forces and ethnic Serbs is underway on the Kosovo–Serbia border after Pristina took full control over the only two border crossings that link an ethnic Serb enclave in northern Kosovo with Serbia proper.

Kosovan police assisted by NATO’s KFOR have taken over two border crossings with Serbia in the north of the breakaway region.­

The locals are mostly ethnic Serbs, and they have been trying to prevent the takeover by blocking roads to the checkpoints and staging protests.

The unrest started when the authorities in Kosovo announced they were introducing customs controls on the border with Serbia. For Kosovan Serbs, the move has increased their isolation in a region dominated by Muslim Albanians.

The border crossing facility is currently under KFOR control. It has been ringed with barbed wire and helicopters are coming and going, bringing international forces to the border checkpoint.

The Albanian Kosovan police, who currently only have observer status here, are deploying just two officers at each disputed checkpoint.
It appears that a transfer of authority from KFOR to Kosovo’s ethnic Albanians is planned for the border crossings.

A first attempt by the Kosovan government to take control of the crossings came back in July. However, the move sparked clashes that resulted in the death of a policeman. Since then, it has been relatively quiet.

A huge number of Serbs have gathered at the barricades around the checkpoint in what looks increasingly like a stand-off, with the Serbs saying they are ready to stay to the bitter end. Ethnic Serbs fear that once Pristina controls the border crossings with Serbia, their days in northern Kosovo will be numbered.

The stand-off has already been called the “War of North,” but neither KFOR personnel at the border crossings nor the Serb protestors at the barricades are making any moves to either break through the barricades or re-capture the checkpoints for fear of being accused of provoking violence.

The UN Security Council has called an emergency meeting at the request of Serbia and Russia, but no final decision has been made on how to resolve the situation, with member countries apparently reluctant to make any concrete statements.

KFOR is pushing ahead with its takeover of the border crossings despite warnings from Moscow and Belgrade that the move carries a real risk of a serious escalation of the conflict.

Friday, September 16

TURCHIA: DRONI ISRAELIANI SUL PKK

C'è anche una contesa sui "DRONI", dietro al picco di ostilità raggiunto tra Turchia e Israele. Ankara non ha altro mezzo che i "droni" per attaccare i miliziani del PKK turchi, arroccati sulle montagne al confine con l'Iraq del nord. In attesa di poter sviluppare un programma proprio (i droni turchi del tipo "ANKA" entreranno in produzione non prima del prossimo anno) i generali di Ankara devono ricorrere ai droni di Israele e Stati Uniti.

Con un accordo da 185 milioni di dollari, il governo guidato da Recep Tayyip Erdogan si era assicurato 10 droni israeliani del tipo "HERON", con cui stava portando avanti un programma martellante di raids sui rifugi del PKK. Soltanto nell'ultimo mese, almeno 160 miliziani kurdi sono stati uccisi dall'attatto dei droni turchi. Questi droni heron, però, hanno bisogno di ottima manutenzione: secondo i militari turchi, 2 non funzionano, 3 devono stare a terra per via di guasti irreparabili al motore, 5 non sono mai riusciti a raggiungere le alte quote necessarie a bombardare i rifugi isolati sulle montagne del Kurdistan iraqeno. La riparazione, però, è emblematica: i turchi non sanno che fare e i tecnici israeliani ( che assicuravano di non aver notato alcun difetto nei voli di prova! ) non sono più in Turchia dall'anno scorso, quando Erdogan li aveva espulsi per ritorsione, dopo il "blitz israeliano a bordo della nave turca Mavi Marmara".

Nessun problema, hanno fatto sapere da Israele, basta che ci rimandiate i droni e saranno revisionati. Ma l'intervento di routine è rimasto impigliato nell'improvviso congelamento diplomatico con il governo di Gerusalemme ( Ankara contesta le conclusioni del rapporto dell'ONU sull'incidente a bordo della "Mavi Marmara" e chiede, perentoriamente, che il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, si scusi per l'attacco ). Una bella grana per le Forze Armate turche, che ad agosto scorso hanno lanciato la campagna di bombardamenti più intensiva da 4 anni a questa parte in Kurdistan, e ora si ritrovano con Israele che si rifiuta di "riconsegnare" i droni affidategli, già da quando venne fatta la manutenzione.

All'inizio, Ankara ha rimediato all'assenza dei droni israeliani appoggiandosi ai "PREDATOR" americani, di stanza in Iraq. E' un momentaneo espediente che ha permesso ai turchi di continuare le "operazioni d'intelligence" e di "bombardamenti mirati" ma che ha una data di scadenza: 31 dicembre 2011, data prevista ( fino a decisione contraria ) per il ritiro delle Forze alleate dall'Iraq.

La scorsa settimana, Ankara ha chiesto il permesso di poter schierare 6 droni "Predator" sul proprio territorio, per il continuamento dei raids contro il PKK anche dopo che gli americani non potranno più fornire "appoggio tattico"  dall'Iraq. Allentare la presa a questo punto manderebbe all'aria tutta la campagna di raids e costringerebbe Ankara a dover affrontare una reazione kurda ancora più virulenta (soltanto negli ultimi giorni è bastato lasciare un margine di manovra minimo perchè il PKK sconfinasse uccidendo 9 militari turchi).

La Casa Bianca, però, ha respinto la richiesta turca: se volete i nostri droni, dovete lasciarci una voce in capitolo nelle vostre scelte diplomatiche, soprattutto per quanto riguarda la voce "rapporti con Israele". I diplomatici americani sanno che gli aerei senza pilota sono una dell ultime leve a disposizione per agire sull'alleato turco, sempre più sbilanciato dalla parte dei paesi medio-orientali. Gli Stati Uniti, a corto ultimamente di alleati affidabili nella guerra al terrorismo dopo i primi esiti della "primavera araba", non possono permettersi di abbandonare al suo corso quella che resta pur sempre la seconda potenza militare della NATO.

I sintomi, al momento, non sono affatto promettenti: l'aviazione di Ankara sarebbe riuscita a manomettere il sistema di riconoscimento automatico installato sui caccia F-16, che distingue gli aerei amici da quelli nemici. Ora i turchi hanno perfezionato il discrimine, inserendo aerei e imbarcazioni israeliane nella lista dei "cattivi". In pratica, i caccia turchi possono fare quello che finora era impossibile, anche volendo: "sparare sui caccia israeliani".

Israele, intanto, non perde tempo: il ministro degli esteri di Gerusalemme, Avigdor Lieberman, avrebbe proposto un incontro ai vertici del PKK in Eurpoa, per "discutere di una possibile collaborazione". Il ministero israeliano, come prevedibile, ha smentito seccamente. Ma è sempre più chiaro che, mentre i due vicini rivali scaldano i muscoli, Washington si ritrova a poter evitare, per 6 droni, un più che indesiderabile conflitto "turco-israeliano".

Thursday, September 15

Jordan and the annulment of the 1994

The Israeli ambassador and almost all staff have been evacuated from the country’s embassy in the Jordanian capital, Amman, amid growing fears of an assault on the mission similar to last week’s attack in Egypt.

Fears of violent anti-Israel protests similar to those that erupted in Cairo were sparked following calls for a “million-man march” outside Israel’s embassy in Amman.

The action, scheduled for Thursday, had been organized via Facebook. The motto, “No Zionist embassy on Jordanian territory” was published online earlier this week and has already attracted thousands of pledges to attend the demonstration.

The Jordanian protesters, reportedly led by leftists, labor unions and Islamists, were expected to start gathering near the embassy by 14oo GMT. Their demands include the embassy's closure, expulsion of the ambassador from Jordan and the annulment of the 1994 peace treaty with Israel.

Routine diplomatic protocol stipulates that in ordinary situations all employees should return to Israel every weekend, with the exception of one diplomatic representative and a security team, the Haaretz newspaper reported.

But in the light of growing fears of an escalation of anti-Israeli violence and plans for a demonstration in front of the Amman embassy, Benjamin Netanyahu ordered that the diplomats be brought home a day ahead of schedule.

The move comes against a backdrop of tension ahead of the expected bid for UN recognition of Palestinian statehood. Nearly half of Jordan's six million residents are of Palestinian descent.

There is also growing friction with Turkey, which recalled its ambassador to Israel after the Jewish state refused to apologize for killing nine Turks in a military raid on a Gaza-bound aid flotilla last year.

Last weekend, protesters stormed Israel's embassy in Cairo in a 13-hour rampage that prompted the evacuation of nearly all Israeli diplomats from Egypt.

Israel will decide on Saturday whether its Amman diplomats will return to Jordan on Sunday as usual, Al-Jazeera newspaper reported, citing diplomatic sources.

Tuesday, September 6

There have been no more concerted terrorist attacks against the United States.

9/11 and the Successful War is republished with permission of STRATFOR.

Osservatorio Italiano: "Operazione internet invisibile"

Una analisi estremamente interessante dell'amico Michele Altamura. Invito tutti a seguire il suo ottimo giornale.

LIBYA: Gaddafi 'remains in Libya against all odds'


Deposed Libyan leader Muammar Gaddafi is in Libya and well protected, claimed his spokesman, Mussa Ibrahim, who stated to Arrai, a Syrian TV channel, that the colonel “feels fit and is in an expansive mood.”
­Ibrahim insisted his boss resides in a place “where no criminal gangs can get him.”
The spokesman also claimed that Gaddafi’s son Seif al-Islam has also remained in Libya, and is changing locations constantly.
Beginning at the end of March, the NATO coalition aired multiple claims about the Libyan leader fleeing the scene, leaving the doors open for NATO-supported rebels to come and rule Libya.
Gaddafi was reportedly exiled to a neighboring African country like Algeria or to a remote country like Venezuela. On August 22, there were rumors that Gaddafi was in talks with the authorities of the Republic of South Africa, while Al Jazeera debated whether Gaddafi would be heading to Zimbabwe or Angola. It seems, however, that the colonel has abided by his words and remains at home.
In the meantime, the rebels once again extended their ultimatum to the defenders of besieged desert town of Bani Walid, southeast of Tripoli. Hundreds of rebels supported by artillery have prepared to assault the last loyalist stronghold.
The forces loyal to Gaddafi have been fighting with rebels from Benghazi, directly supported by NATO, for over half a year now, but once the capitol Tripoli was captured in August – with British and French special forces clearing the way for disorganized rebels – the loyalist forces settled down into a guerilla war.

USA : Crisi finanziaria e minacce asimmetriche, le sfide per le Marine occidentali

di Andrea Mottola


Nel maggio del 2010, il Segretario alla difesa americano Gates, ha affermato che l'intera struttura della Us Navy non è più finanziariamente sostenibile per poter continuare ad esistere nel formato attuale, una flotta di più di 300 navi. Questo complesso di forze è quantitativamente eccessivo rispetto alle minacce asimmetriche che si dovranno affrontare e rischia di essere tecnologicamente inadeguato per affrontare le minacce della prossima generazione. La  maggior parte delle forze aeronavali è stata progettata per operare nel contesto di una minaccia simmetrica, ma oggi è  sempre più probabile che ci si trovi di fronte ad una minaccia di tipo asimmetrico, rappresentata, cioè, da mezzi difficilmente contrastabili con le tradizionali risorse: sommergibili e batterie missilistiche costiere, veloci imbarcazioni d'assalto, kamikaze, mine. In tutti questi casi l'avversario può condizionare pesantemente l'andamento delle operazioni facendo ricorso a mezzi limitati che, in termini di costi, complessità tecnologica e disponibilità, possono essere facilmente messi in atto senza avere alle spalle una nazione con un'industria cantieristica o grandi programmi di armamento. Tali minacce, poi, divengono particolarmente critiche quando ci si trova ad operare in prossimità dei cosiddetti chokepoints, le strozzature lungo le vie di comunicazione marittima, sia perché la densità di traffico che si incontra in prossimità di tali punti ne rende più difficile la scoperta, sia perché tale densità aumenta la possibilità che il nemico metta a segno un colpo su una nave in transito. Basterebbe pensare a cosa potrebbe accadere nello stretto di Hormuz, se i Pasdaran, in aggiunta alle migliaia di mine già presenti, decidessero di utilizzare uno dei missili anti-nave Kowsar, dotati di un’autonomia tale da poter infliggere pesanti danni a qualsiasi nave in transito nello stretto. Oppure, a quello che potrebbe succedere nello stretto di Formosa se si verificasse un attacco ad una delle navi della 7° flotta dell’Us Navy che incrociano in  quelle acque, ad opera di  qualche Houbei cinese, battelli da attacco rapido di dimensioni contenute ed estremamente agili, progettate specificamente per tattiche mordi e fuggi contro grandi navi da guerra e dotate di un’ampia gamma di missili anti-nave a lungo raggio. Altra seria minaccia per le operazioni navali è rappresentata dall'utilizzo di kamikaze su barche di piccole dimensioni ma con grosse cariche esplosive: gli incidenti del cacciatorpediniere USA Cole ad Aden nel 2000 o delle 2 navi americane Kearsage e Ashland ad Aqaba nel 2005 ne rappresentano classici esempi. La Us Navy ha investito molto nel contrasto a tali tipi di minacce, al punto da avere ideato una nuova tipologia di nave che dovrebbe prendere il posto delle fregate ed essere in grado di affrontare mine, sommergibili costieri e mezzi navali veloci: le cosiddette LCSs (Littoral Combat Ship). Inoltre, proprio dopo l'attentato del 2000 alla Cole, sono stati stanziati 6 miliardi di dollari per i prossimi 5 anni da investire nello sviluppo di piattaforme unmanned (di superficie, aeree e subacquee) da utilizzare anche nel contrasto alle mine, vista la tendenza all’abbandono di piattaforme dedicate (cacciamine). Se si confrontano gli assetti navali disponibili nei principali paesi Nato oggi e 20 anni fa, ci si accorge che i numeri sono sensibilmente diversi, dato che la minaccia e le missioni non sono solo qualitativamente cambiate, ma anche quantitativamente diminuite, a casa della generale riduzione dei bilanci della difesa. Nello specifico, la Royal Navy inglese ha visto una spaventosa riduzione in seguito ai pesanti tagli stabiliti dalla Strategic Defense and Security Review, in cui è prevista una sforbiciata al budget per la difesa dell’8%, pari a 37 miliardi di sterline nei prossimi 4 anni. Secondo i dettami della nuova SDSR, la nuova flotta britannica dovrà essere pronta  alla possibilità di essere impiegata in contesti asimmetrici e incentrata sulla difesa dai missili balistici. L'elemento più importante del potere marittimo britannico sarà costituito dai 7 sottomarini nucleari d'attacco classe Astute. Per quanto riguarda le portaerei Queen Elizabeth e Prince of Wales, la prima entrerà in servizio nel 2016 come portaelicotteri e senza aerei imbarcati e sarà quasi immediatamente messa "in naftalina"; la seconda, invece, sarà pronta nel 2020 e sarà allestita come portaerei convenzionale per imbarcare i caccia F35C, la variante del Joint Strike Fighter da portaerei, più economica e dotata di maggiore interoperabilità rispetto alla variante B a decollo verticale. È chiaro che se la RN resterà con una sola portaerei, questa potrà essere disponibile solo per periodi limitati a causa dei lavori di manutenzione e ammodernamento. Nello stesso tempo, infatti, è stato deciso di ritirare dal servizio già nel 2011 la Ark Royal, il che vuol dire che fino al 2020 la Gran Bretagna non avrà portaerei e vedrà altresì ridursi la capacità di proiettare forza d'assalto anfibio, perché sarà eliminata anche la Illustrious, mantenendo in questo ruolo la sola Ocean. Il governo inoltre ha posto fine al programma di velivoli da pattugliamento marittimo Nimrod, costato 3,6 miliardi di sterline e allo stesso tempo sta procedendo alla dismissione degli Harrier. Saranno ritirate 4 fregate classe Cornwall e la linea cacciatorpediniere/fregate scenderà a 19 unità contro le 24 attuali. Solo dopo il 2020 entreranno in servizio le nuove fregate Type 26. Tenendo conto della situazione finanziaria, l'acquisto di unità da combattimento di superficie più grandi è stato limitato in favore di navi più piccole ed economiche,  come la fregata multiruolo Littoral Combat Ship. Inoltre, è previsto il rimpiazzamento della flotta subacquea (rinviando però al 2016 la decisione finale sul numero di battelli da acquisire), il rinnovamento del sistema missilistico Trident dei sottomarini e l’allungamento della vita operativa dei sommergibili classe Vanguard. A livello strategico, va sottolineata la scelta di Londra di stabilire un rapporto privilegiato con la Francia nel campo della difesa, scelta che inciderà sugli gli equilibri nella Nato. Si verrà, infatti, a creare un asse di due "grandi" (che rappresentano il 43% della spesa europea per la difesa), accomunati dal possesso di un deterrente nucleare e, soprattutto, dalla capacità politica di impegnare i propri soldati dove e quando necessario per salvaguardare i propri interessi, in fretta e senza troppi problemi. Le operazioni in Libia rappresentano un esempio lampante in tal senso. Le iniziative potrebbero riguardare una "condivisione" di portaerei, una cooperazione nel contrasto delle mine e una collaborazione nella ricerca sui sommergibili. In ogni caso, questa nuova partnership con Parigi non andrà a scalfire la storica alleanza angloamericana: infatti, la Us Navy e la Royal Navy continuano a lavorare a stretto contatto  nel campo della lotta antisommergibile, nell’implementazione dei sistemi unmanned e nello sviluppo di armi comuni per la prossima generazione di sottomarini lanciamissili balistici. I due paesi hanno anche un memorandum d'intesa che consentirà ai piloti della RN e della RAF di volare con aerei della Us Navy, in modo da acquisire esperienza nell’operare da portaerei con catapulte.  Per ciò che riguarda gli altri principali paesi Nato, la Francia negli ultimi 20 anni ha aumentato sensibilmente la capacità di proiezione anfibia, ma anche Parigi ha dovuto fare i conti con la crisi finanziaria. Il programma per la costruzione di una seconda portaerei nucleare, da affiancare alla Charles de Gaulle, sembra essersi definitivamente bloccato e gli ordinativi per le fregate Fremm sono scesi da 17 a 11 unità. La componente subacquea è anch'essa profondamente cambiata, con l'abbandono dei battelli diesel e privilegiando la qualità offerta da battelli a propulsione nucleare: dopo i piccoli RUBIS, si passerà alle ben più prestanti unità del programma BARRACUDA, attualmente in costruzione. L’Italia, infine, nonostante lo sviluppo tecnologico, il cambio dello scenario e delle missioni, non ha  cambiato molto. Le forze d'altura si basano su due unità maggiori, Garibaldi e Cavour, 4 caccia lanciamissili e 12 fregate. Con la radiazione negli ultimi Atlantic da pattugliamento marittimo la componente si ridurrà dal 2012 a soli 4 ATR 72 ASW. Per quanto riguarda il futuro, le fregate si ridurranno, dato che le FREMM sono previste in 10 esemplari, i cacciamine scenderanno da 12 ad 8 mentre i sommergibili passeranno dagli attuali 6 a 4 battelli. Mentre, quindi, la stragrande maggioranza dei paesi occidentali si è trovata costretta  a tagliare i propri bilanci della difesa per poter fronteggiare la crisi finanziaria, altri paesi, forti delle migliori risposte fornite dalle proprie economie a tale crisi, hanno aumentato considerevolmente gli investimenti in campo militare e soprattutto navale. E’ il caso della Cina, in piena ricerca  di una capacità militare navale di respiro oceanico e non più solo costiero, che ha dato il via libera alla costruzione di 2 nuove portaerei a propulsione nucleare, oltre ad aver ultimato l'aggiornamento della portaerei Shilang (ex russa Varyag) che entro un anno dovrebbe essere introdotta in servizio. Un chiaro segnale che la Marina di Pechino intende allargare i propri orizzonti, non limitandosi più al mero controllo costiero, ma con la prospettiva di sviluppare una blue water navy vitale per assicurarsi una presenza navale in tutte le aree di interesse economico a difesa delle proprie SLOCs (sea lines of communications). Anche la Russia, dopo quasi un ventennio di stasi della sua industria cantieristica, sta ricominciando a produrre nuove navi di superficie per le esigenze nazionali, (fregate classi Grigorovich e Gorshkov), ed ha di recente siglato un contratto con la Francia dal valore di 2,3 miliardi di euro per l'acquisizione di 4 unità d'assalto anfibio di nuova generazione Mistral. Inoltre,è stato annunciato un programma per la costruzione di 4 nuove portaerei, che dovrebbe partire nella prossima decade. La Corea del Sud che, grazie alla sua imponente industria cantieristica, dal 2002 ha intrapreso un percorso per lo sviluppo di una flotta oceanica, iniziato con l’entrata in servizio del cacciatorpediniere Chungmugong Yi Sun-Shin, il più grande e tecnologicamente avanzato della sua storia. Da allora, Seoul ha acquisito una vasta gamma di imbarcazioni con un potenziale da flotta regionale di tutto rispetto. Ne è un esempio la nave d'assalto anfibio Dokdo che permette alla Marina Coreana di inviare un contingente di tutto rispetto anche in lontani teatri di operazioni. L’India, infine, è impegnata nello sviluppo di 2 portaerei, la Vikramaditya (ex russa Admiral Gorshkov) e la Vikrant già in costruzione. Inoltre, la Marina Indiana ha lanciato diversi nuovi progetti per sviluppare una flotta di fregate stealth, già in fase avanzata di costruzione, ed ha recentemente acquistato dagli Stati Uniti  8 aerei da pattugliamento marittimo P-8 Poseidon per 2,2 miliardi di dollari. Nel frattempo, i lavori di costruzione di circa 4 sottomarini nucleari sono in pieno svolgimento, mentre i sottomarini nucleari indigeni Arihant sono già in servizio, il che significa che il governo indiano è sulla buona strada per raggiungere il suo obiettivo di mantenere una forza di oltre 140 navi da guerra. Escludendo tali rare eccezioni, da tale analisi si può dedurre che gli attuali livelli di forza non sono sostenibili, tenuto conto della crisi finanziaria globale, e anche i compiti richiesti alle forze navali del 21º secolo sono molto diversi rispetto a quelli che erano stati posti alla base dei requisiti operativi originali. Compiti di esclusiva competenza militare con scarse probabilità di impiego (guerra antisommergibile, difesa antimissili balistici), a cui se ne aggiungono altri con maggiore possibilità di utilizzo (proiezione di una forza anfibia, protezione delle SLOC). Vi sono, poi, quelle missioni di polizia che possono essere affidate anche alla componente militare (contrasto all'immigrazione clandestina, protezione dei porti contro le minacce terroristiche). Considerata l'entità dei tagli ai bilanci ed il cambiamento degli scenari, bisogna decidere se avere uno strumento più orientato a quale di queste esigenze, perché è evidente che non vi sono risorse sufficienti per fare tutto e bene. Versatilità e flessibilità sono le parole d’ordine per tutte le principali marine occidentali alle prese con le sforbiciate ai fondi per la difesa e le sfide poste dal cambiamento delle minacce.

Monday, September 5

Reconstructing the Monterrey Arson Attack

Vice President of Intelligence Fred Burton demonstrates how video surveillance footage is used to reconstruct the recent arson attack in Monterrey, Mexico. Click here to view.

Why Al Qaeda is Unlikely to Execute Another 9/11


It is Sept. 4, and that means we are once again approaching the anniversary of al Qaeda’s Sept. 11, 2001, attacks against the United States. In the 10 years that have passed since the attacks, a lot has happened and much has changed in the world, but many people can still vividly recall the sense of fear, uncertainty and helplessness they felt on that September morning. Millions of people watched United Airlines flight 175 smash into the south tower of the World Trade Center on live television. A short while later they heard that another plane had struck the Pentagon. Then they watched in horror as the World Trade Center’s twin towers buckled and collapsed to the ground.
It was, by any measure, a stunning, cataclysmic scene, a kind of terrorist theater that transformed millions of television viewers into vicarious victims. Excerpts of the just-released memoir of then-Vice President Dick Cheney demonstrate that it was not just ordinary people who were affected by the attacks; America’s leaders where shocked and shaken, too. And judging from the statements of foreign citizens and leaders in the wake of 9/11, those who proclaimed, “We are all Americans,” it was also apparent that the toll on vicarious victims did not stop at the U.S. border.
One result of this vicarious victimization and the fear and helplessness it produced was that many people became fixated on the next attack and began anxiously “waiting for the other shoe to drop.” This spawned an entire industry of fear as dire warnings were propagated by the Internet of the impending “American Hiroshima” that was certain to result when al Qaeda detonated all the nuclear devices it had hidden in major U.S. cities. Chain emails were widely circulated and recirculated quoting a dubious Israeli “security expert” who promised simultaneous catastrophic terrorist attacks against a number of American cities — attacks that never materialized outside of Hollywood productions.
Fast forward a decade and we are now commemorating 9/11’s 10th anniversary, which seems more significant somehow because it is a round number. Perhaps of more meaningful significance is that this anniversary closely follows the death of al Qaeda leader Osama Bin Laden on May 2, 2011. Indeed, the buzz regarding this coincidence has caused many of our clients and readers to ask for our assessment of the terrorist threat inside the United States on this 10th anniversary of 9/11.
While we believe that today holds some degree of symbolism for many, the threat of an attack on Sept. 11, 2011, is no higher than it was on Aug. 11 or than it will be on Sept. 12, and below we explain why.

The State of Al Qaeda and the Jihad

All threats have two basic components: intent and capability. Al Qaeda’s leaders have threatened to conduct an attack more terrible than 9/11 for nearly a decade now, and the threats continue. Here’s what Ayman al-Zawahiri, now al Qaeda’s No. 1, said to his followers on Aug. 15, 2011, in a message released on the internet via as-Sahab media:
“Seek to attack America that has killed the Imam of the Mujahideen and threw his corpse in the sea and then imprisoned his women and children. Seek to attack her so history can say that a criminal state had spread corruption on earth and Allah sent her his servants who made her a lesson for others and left her as a memory.”
The stated intent of al Qaeda and the rest of the jihadist movement is, and has been, to strike the United States as hard and as often as possible. It logically follows, then, that al Qaeda would strike the United States on Sept. 11 — or any other day — if possible. With intent thus established, now we need to focus on capability.
One of the primary considerations regarding al Qaeda’s capability to strike the United States is the state of the jihadist movement itself. The efforts of the U.S. government and its allies against the core al Qaeda group, which is based in Pakistan, have left it badly damaged and have greatly curtailed its operational ability, especially its ability to conduct transnational attacks. In January we forecast that we believed the al Qaeda core was going to be marginalized on the physical battlefield in 2011 and that it would also struggle to remain relevant on the ideological battlefield. Indeed, it has been our assessment for several years now that al Qaeda does not pose a strategic threat to the United States.
Since we published our 2011 forecast, bin Laden has been killed as well as senior al Qaeda leader Atiyah Abd al-Rahman, who reportedly died in a strike by a U.S. unmanned aerial vehicle Aug. 22 in Pakistan’s North Waziristan region. We continue to believe that the al Qaeda core group is off balance and concerned for its security — especially in light of the intelligence gathered in the raid on bin Laden’s hideout. The core group simply does not enjoy the operational freedom it did prior to September 2001. We also believe the group no longer has the same operational capability in terms of international travel and the ability to transfer money that it had prior to 9/11.
Some people believe there is a greater chance of an attack on this year’s 9/11 anniversary because of the killing of bin Laden, while others note that al-Zawahiri may feel pressure to conduct an attack in order to prove his credibility as al Qaeda’s new leader.
Our belief, as noted above, is that al Qaeda has been doing its utmost to attack the United States and has not pulled any punches. Because of this, we do not believe it possesses the ability to increase this effort beyond where it was prior to bin Laden’s death. As to the pressure on al-Zawahiri, we noted in December 2007 that the al Qaeda core had been under considerable pressure to prove itself relevant for several years and that, despite this pressure, had yet to deliver. Because of this, we do not believe that the pressure to conduct a successful attack is any heavier on al-Zawahiri today than it was prior to bin Laden’s death.
Finally, we believe that if al Qaeda possessed the capability to conduct a spectacular attack it would launch the attack as soon as it was operationally ready, rather than wait for some specific date. The risk of discovery is simply too great.
There are also some who still believe that al Qaeda maintains a network of “sleeper operatives” inside the United States that can be called upon to conduct a spectacular terrorist attack. We do not believe this for two reasons. First, because the pressure on the core al Qaeda leadership to conduct an attack in the United States has been so high for several years there is no reason that it would not have activated any sleepers by now. It would certainly not be in the group’s best interest to keep any such operatives idle for a decade, especially since U.S. intelligence has made such headway in rolling up the organization. Al Qaeda has been faced with a use-it-or-lose-it scenario.
Second, while there is a long history of al Qaeda and other jihadist groups employing covert operatives and inspiring jihadist grassroots operatives or lone wolves like Fort Hood shooter Nidal Hasan, there is no history of al Qaeda employing true sleeper operatives, that is, operatives who burrow undetected into a society and then remain dormant until called upon to act. Because of this, we remain extremely skeptical that al Qaeda has ever had a sleeper network in the United States. If it had, it would have used it by now.
Would the al Qaeda core leadership like to conduct a spectacular terror attack on the 9/11 anniversary? Absolutely. Does it have the capability? It is unlikely.

A Grassroots Focus

As we noted in our annual jihadist forecast, we believe the greatest threat to the United States and the rest of the West in 2011 emanates from grassroots jihadists and regional franchises. However, the civil war in Yemen and developments in Somalia have preoccupied the attention of al Qaeda in the Arabian Peninsula (AQAP) and al Shabaab — the two regional jihadist franchises that have shown the intent and capability to conduct transnational attacks — leaving them very little opportunity to do so. Therefore, we believe the greatest threat of an attack on the 9/11 anniversary will come from the grass roots.
The bad news is that grassroots operatives can be hard to identify, especially if they operate alone; the good news is that they tend to be far less capable than well-trained, more “professional” terrorist operatives. And this means they are more likely to make critical mistakes that will allow their attacks to be detected and thwarted.
As the past few years has demonstrated, there are almost certainly grassroots jihadists operating in small cells or as lone wolves who are presently planning attacks. In fact, we know that since at least 1990 there has not been a time when some group of grassroots jihadists somewhere in the United States has not been planning some kind of attack.
Is it possible, then, that such individuals could be inspired to try to conduct an attack on the 9/11 anniversary if they can coordinate their attack cycle in order to be ready on that date. However, given the increased law enforcement vigilance that will be in place at hard targets on that day and the capabilities of most grassroots operatives, we can anticipate that such an attempt would be conducted against a soft target rather than some more difficult target such as the 9/11 Memorial or the White House. We also believe that any such attack would likely continue the trend we have seen away from bombing attacks toward more simple (and effective) armed assaults.
It must be remembered that simple terrorist attacks are relatively easy to conduct, especially if the assailant is not concerned about escaping after the attack. As jihadist groups such as AQAP have noted in their online propaganda, a determined person can conduct attacks using a variety of simple weapons, from a pickup truck to a knife, axe or gun. Jihadist ideologues have repeatedly praised Nidal Hassan and have pointed out that jihadists operating with modest expectations and acting within the scope of their training and capability can do far more damage than operatives who try to conduct big, ambitious attacks that they lack the basic skills to complete.
And while the authorities in the United States and elsewhere have been quite successful in foiling attacks over the past couple of years, there are a large number of vulnerable targets in the open societies of the West, and Western governments simply do not have the resources to protect everything. Indeed, as long as the ideology of jihadism survives, its adherents will pose a threat.
All this means that some terrorist attacks will invariably succeed, but in the current context, it is our assessment that a simple attack in the United States or some other Western country is far more likely than a complex and spectacular 9/11-style operation. In their primary areas of operation, jihadists have the capability to do more than they do transnationally.
Indeed, despite the concept of a “war on terrorism,” the phenomenon of terrorism can never be completely eliminated, and terrorist attacks can and will be conducted by a wide variety of actors (recently illustrated by the July 22 attacks in Norway). However, as we’ve previously noted, if the public will recognize that terrorist attacks are part of the human condition like cancer or hurricanes, it can take steps to deny the practitioners of terrorism the ability to terrorize.

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