Friday, December 30

IRAQ: USA hanno speso 770 miliardi di dollari

Continuare ad armare il risorto esercito iracheno, rischiando di rafforzare un governo dalle evidenti ambizioni autoritarie e sempre più attratto nell'orbita di Teheran. Oppure rinunciare agli oltre dieci miliardi di dollari d'introiti, lasciando che a dotare l'Iraq di armamenti sia uno dei tradizionali rivali degli Stati Uniti. Lo spinoso dilemma - con risvolti di carattere umanitario, economico e strategico - è al centro in queste ore del dibattito interno americano. Proprio mentre il primo ministro al-Maliki prosegue la battaglia per la supremazia della maggioranza sciita sulle altre componenti del Paese e aumentano le tensioni tra la Casa Bianca e il regime iraniano. Soltanto qualche anno fa, in previsione di un presumibile ritiro, gli americani avevano immaginato di lasciarsi alle spalle un Iraq democratico, fornito di mezzi bellici ultratecnologici e in grado di arginare autonomamente l'ingerenza della Repubblica islamica. Il piano prevedeva la ricostituzione e il potenziamento di quello che, prima della guerra del 2003, era uno dei più vasti e potenti eserciti della regione. Quanto accaduto negli ultimi mesi però - dall'accelerazione forzata del drawdown, al rie-splodere della violenza settaria - ha reso pressoché anacronistici i propositi dell'epoca, e oggi in molti dubitano che abbia ancora senso sostenere militarmente lo Stato iracheno. A supportare la linea favorevole al progetto di riarmo sono soprattutto motivazioni economiche. Dal 2003 il Pentagono ha speso in Iraq circa 770 miliardi di dollari e, visto il risicato ritorno in termini di approvvigionamento energetico, il ricavato della vendita di armamenti sarebbe una sorta di compensazione, ancorché parziale. E impedirebbe agli altri Paesi esportatori di approfittare di un'eventuale rinuncia americana.

Peraltro a meno di un anno dalle elezioni presidenziali e con una disoccupazione ancora superiore all'otto per cento, la Casa Bianca non ha alcuna intenzione di fare a meno di quasi undici miliardi di dollari e delle centinaia di posti di lavoro che i rapporti tra l'industria bellica nazionale e l'esercito iracheno possono garantire. Nello specifico gli Stati Uniti si apprestano a consegnare a Baghdad caccia F-16, carri armati M1A1 Abrams, veicoli per il trasporto truppe, Suv, cannoni, porta munizioni e giubbotti antiproiettile di ultima generazione. Mezzi sofisticati che il governo iracheno, dominato dalla componente sciita, potrebbe usare per difendere i confini del Paese, ma anche per sopprimere le minoranze in caso di guerra civile e impedire la secessione delle ribelli province sunnite. Negli ultimi mesi le divisioni settarie presenti nell'esercito si sono accentuate, al punto che in molte caserme la bandiera nazionale è stata sostituita con quella sciita. E nonostante le pressioni di Washington, al-Maliki s'è rifiutato di sottoscrivere un accordo che, nel nominare il ministro della Difesa, lo avrebbe obbligato ad ascoltare le richieste della minoranza sunnita. «L'attuale rapporto tra Stati Uniti e Forze armate irachene mi preoccupa», s'è lasciato scappare qualche tempo fa James Jeffrey, ambasciatore a Baghdad e principale mediatore tra le aziende statunitensi del settore bellico e l'esecutivo al-Maliki. Dal Pentagono fanno sapere che alcune clausole apposte sui contratti di vendita consentiranno al personale americano di monitorare l'utilizzo degli armamenti, ma molti osservatori si chiedono cosa accadrebbe se, in caso di conflitto Usa-Iran, l'Iraq decidesse di schierarsi al fianco di Teheran. Uno scenario catastrofico a cui Obama, per il momento, sembra non voler pensare. D'altronde il motto di ogni presidente impegnato a guadagnarsi la rielezione è sempre e solo: «It's the economy, stupid!». Per occuparsi di tutto il resto ci sarà tempo dopo il 2012.

Questa non è la Libia.

La Siria è molto peggio della Libia, ci sono già seimila morti. Le sanzioni sono inutili e i ribelli confusi. L'occidente non sa che fare, la speranza è che Assad cada da solo, e faccia poco rumore L'opposizione civile è gestita da Parigi ma non si sa se ha sostegno interno. C'è una rivoluzione che non finisce, che sembra immobile, se non fosse che il contatore dei morti continua a girare, sfiora le seimila vittime, e ancora non si riesce a trovare un punto di svolta, odi non ritorno. La primavera araba in Siria è indigeribile per lo stomaco occidentale, che pure ingurgita di tutto, sembra messa lì per dirci: ehi, cos'è successo, non sapete più che fare? No, non sappiamo che fare. La protesta è iniziata il 26 gennaio scorso, la scadenza prossima è il 20 gennaio del 2012, quando gli improbabili osservatori della Lega araba dovranno consegnare il report su quello che hanno visto in Siria. Un anno di rivolte, repressioni, diserzioni, minacce, stragi che hanno aggravato il mal di stomaco, cementando la consapevolezza dell'impossibilità di agire. Nel gennaio scorso pareva tutto così semplice, così possibile. I giornali si divertivano a mettere in copertina i volti dei dittatori del medio oriente e del nord Africa con su delle croci, e chiedevano: chi sarà il prossimo? Venivano giù regimi che parevano eterni, e allo stupore si sostituiva la speranza che il cecchinaggio fosse senza fine. Bashar el Assad, il rais siriano che in apparenza non ha nulla di truce (anzi, quanto ci ha imbambolato quel ragazzo arrivato al potere per caso, con la sua mania di parlare di riforme senza farne mai una, una fornitura permanente di illusioni), era tra i candidati più citati: vive in un'isola alauita in un paese sunnita, una torre d'avorio circoscritta che sopravvive grazie al sostegno del padrino iraniano, pure lui un po' acciaccato. Se non cade un dittatore così, chi?, e si rimetteva mano a quelle mappe che rappresentano le vittorie e le sconfitte della grande sfida intraislamica: sunniti verso sciiti, sauditi contro iraniani. Quel dittatore è ancora lì, con un esercito che non dà segni percepibili di debolezza pure se, secondo l'intelligence israeliana, disertano a migliaia. Reprime la sua gente ovunque questa alzi la testa, i carri armati sparano, i soldati per strada pure, l'intelligence terrorizza, molti scappano, tanti scompaiono. Il dato dei bambini uccisi è ben più che indigeribile: tutto è co- minciato con un bimbo che aveva scritto frasi sul muro perché aveva fame, tanta fame, e poi le immagini brutali si sono moltiplicate, assieme ai pianti delle madri, inermi e mortificate dai lutti.

Non passa giorno senza un video o una foto che ci ricordi l'urgenza di fare qualcosa — assieme alla nostra inadeguatezza. I report delle La missione della Lega araba è già fallita, Obama prepara un piano per il 20 gennaio. Ma ci sono resistenze ong, poi: non si riescono a leggere, pieni come sono di dettagli inaccettabili, di violenze perpetrate con un cinismo folle deciso a tavolino — ennesimo paradosso. Assad è ancora lì che sovraintende a una repressione di massa, finge il dialogo diplomatico con una Lega araba che sembra fatta apposta per dipingere Assad come la vittima di un pregiudizio negativo internazionale, si fa intervistare e candidamente dice che no, non c'è nessuna repressione, soltanto un pazzo può agire contro il suo popolo. E gli americani si chiedono: sarà pazzo sul serio, o sono i generali a comandare e Assad ci manda messaggi subliminali con queste interviste lunari? Ci si arrovella così, per capire se il regime imploderà da solo, che è l'unico modo per uscire dalla guerra, l'unico digestivo. La risposta non c'è. I giornalisti non possono entrare: alcuni sconfinano dalla Turchia chia e raccontano quel pezzo di Siria in cui c'è una guerra civile e militare in corso, l'esercito dei ribelli contro quello regolare, ma non si conquista nulla, si muore e basta. Ricordate la Libia? I ribelli avanzavano, poi tornavano indietro, poi riavanzavano: si muovevano, sottraevano terra ai lealisti, puntavano a Tripoli. Poi anche in quel caso ci hanno raccontato una marcia trionfale che di trionfale non aveva nulla, se non l'enfasi dei media innamorati dell'idea di una rivoluzione dal basso contro il colonnello Gheddafi. Però almeno c'erano movimenti e persone decifrabili, leader con passati da macellai ma rivestiti per l'occasione con la cravatta, filosofi francesi che si facevano interpreti di una visione rivoluzionaria umanitaria ("la guerra senza amarla", non si poteva dire meglio di così), il mistero del colonnello in fuga, dei suoi figli vivi e morti, persino del viagra da dare ai soldati per stuprare donne con più costanza. In Siria c'è soltanto confusione, persino i "buoni" sembrano piegati a favorire i "cattivi". Ricorderete Amina, la blogger lesbica che mandava dispacci meravigliosi di vita quotidiana — e violenta, e paurosa — a Damasco, la blogger che aveva un padre così fiero e così libero che ci ha fatto commuovere tutti. Quando si è scoperto che Amina non era mai esistita e che era soltanto la marionetta in mano a un quarantenne di Edimburgo che si divertiva così, a immaginarsi giovane e lesbica a Damasco, ecco quel giorno Assad ha segnato uno dei suoi punti più importanti. Perché da quel momento, nell'indigestione generale, s'è insinuato il dubbio: ma sarà vero, mando giù anche questo? Tutto è parso più posticcio, *** meno credibile, tutti ci siamo sentiti come Truman quando, alla fine del film "The Truman Show", va a sbattere con la barchetta contro il cielo finto del suo mondo finto (ci siamo anche sorbiti trattati sulla nostra professione di mediocri giornalisti che ci fidiamo della prima storia bella che gira, che non verifichiamo più, non sappiamo più cercare fonti, beviamo tutto e ci lamentiamo del mal di pancia — raccontatela voi, una guerra con mille notizie e nessun occhio credibile che può vedere da vicino).

E' evidente che c'è qualcosa di guasto in una rivoluzione in cui si resta per settimane in balia dei giochetti di un blogger scozzese che quando confessa il suo bluff aggiunge: "Penso di non aver danneggiato nessuno" (no figurati, hai soltanto dato ad Assad la miglior arma possibile, il vittimismo, come se ne avesse bisogno, di armi). Non si può digerire una rivoluzione in cui si scoprono "i falsi" della propaganda buona e non quelli della propaganda cattiva. I ribelli, poi. Ci siamo abituati male, bisogna ammetterlo: i ribelli libici, per la maggior parte ex di Gheddafi che hanno abbandonato una nave vecchia e instabile, hanno modificato per sempre la percezione rivoluzionaria della primavera araba. L'eroismo del ragazzo che si è dato fuoco in Tunisia e il coraggio dei giovani che in Egitto sono morti a centinaia per cacciare Mubarak sono rimasti offuscati dalla foga tribale dei ribelli di Bengasi. Questo non significa che i libici non andassero difesi, ché quando Gheddafi minacciava di andare a stanarli come ratti "zenga zenga" era chiaro che le parole del colonnello andavano prese alla lettera. Ma nulla cambia il fatto che oggi quei ribelli ci fanno paura, non ci rassicurano, hanno fatto razzie, regolamenti di conti, stanno ancora ragionando con logiche gheddafiane (che poi sono le logiche libiche, quello lo sapevamo) e non pensano certo alla ricostruzione del paese. I ribelli siriani soffrono della stessa malattia libica, hanno un difetto di credibilità, per quanto il loro leader a Parigi, Burhan Ghalioun, sia uno degli intellettuali migliori della Siria. E' che c'è la leadership civile dei ribelli, riuniti nel Consiglio nazionale siriano, in Francia (nella stessa Francia che ospita anche lo zio del dittatore, Rifaat, che pontifica pure lui contro il nipote) e c'è quella militare, l'Esercito libero di Siria, in Turchia, guidata da un colonnello disertore, Riad al Asaad, che non è esattamente in sintonia con Ghalioun. Il colonnello porta avanti azioni clamorose, recluta soldati del regime regolare che è una meraviglia, si muove con la regia turca (e le armi e l'intelligence di Ankara) e il sostegno francese, ma continua a non essere convincente: non c'è un piano politico chiaro, è soltanto un grande assalto della Fratellanza musulmana che sfrutta un momento d'oro e travolge l'anomalia sciita della Siria a maggioranza sunnita? C'è dell'altro? Chissà. Clarissa Ward, strepitosa giornalista della Cbs che si è intrufolata in Siria e ha parlato con i soldati dell'esercito ribelle, ci ha restituito un'immagine idilliaca di questi militari che non vogliono sparare sui civili e combattono per vivere in un paese in cui si possa essere liberi di pensare e di agire.

Ma sarà l'effetto libico che ha distorto la nostra percezione, sarà che pure l'aiuto turco non è senza contropartite, sarà che fidarsi di eserciti non regolari è sempre difficile, fatto sta che per quanto non si possa che stare con i ribelli, il mal di stomaco resta. L'ultima trovata è quella della Lega araba, che forse è quanto di più indigeribile si potesse escogitare in termini diplomatici. La Lega araba crea spesso dei pasticci: è litigiosa, indecisa, al servizio degli interessi dei suoi finanziatori. Sulla questione siriana ha giocato pesante, ha minacciato l'espulsione di Damasco, ha deciso sanzioni, ha lanciato ultimatum. Le feluche e gli esperti che bazzicano per quegli ambienti hanno fatto un salto sulla sedia: vuoi vedere che la Lega araba questa volta ci toglie dai pasticci? Assad ha lasciato che gli osservatori della Lega araba entrassero nel paese per verificare sul campo che cosa sta avvenendo. Non che gli osservatori abbiano mai osservato qualcosa di rilevante, però è stata la prima breccia in un paese completamente sigillato, e in un anno di sanzioni inutili e di colloqui del tutto evitabili questa è stata una buona notizia. Soltanto che poi la Lega araba ha, per dirla con un'espressione americana che suona meno volgare pur non essendolo, "screwed up", trasformando un'occasione in una farsa, tanto che già alla prima uscita — l'uscita a Homs, una protesta di 70 mila persone ad accoglierli, i carri armati ritirati in quelle tre ore in cui gli osservatori sono stati lì e ieri altri raid, una carneficina prima che si alzasse il sipario su un'altra città, i ribelli che dicevano: la smettete di dar retta a signori mandati come comparse per girare il miglior film del regime? — gli analisti hanno detto unanimi: la missione è un fallimento. Il capo degli osservatori è un generale sudanese, Mohammed Ahmed Mustafa al Dabi, che in effetti di genocidi è un esperto, avendo creato i Janjaweed, "i diavoli a cavallo" che passavano e tagliavano teste così, per lavoro, nel Darfur. Lui smentisce, dice che ha sempre operato per coordinare gli sforzi tra Khartoum e le forze di pace dell'Onu e dell'Unione africana, che anche se fosse stata davvero questa la sua unica missione non ci sarebbe da festeggiare: quel coordinamento è stato un fallimento totale, con un milione di persone uccise. Per di più al Dabi è andato al potere con il golpe di Omar el Beshir (presidente sudanese che secondo la Corte dell'Aia è colpevole di crimini di guerra e contro l'umanità) e ha sempre lavorato con lui nell'intelligence militare del paese, negli anni in cui Osama bin Laden preparava in Sudan i suoi progetti di terrore.

L'elenco degli incarichi di al Dabi potrebbe continuare, vent'anni di onorata carriera in un regime colpevole di genocidio sono ricchi di dettagli, ma può esserci uomo meno indicato per guidare gli osservatori della Lega araba in Siria? Per il segretario della Lega, l'egiziano Nabil ElArabi, la scelta è stata giusta, perché si tratta di un militare "di grande esperienza", e al Dabi non ha deluso le aspettative dei suoi mandanti: dopo la prima visita — gli osservatori erano scortati dall'esercito di Assad — ha detto, vendendo- si come un'Alice nel paese delle meraviglie con turbante bianco e baffi neri, che le autorità sono state "molto collaborative" e che stanno fornendo elementi molto utili a comprendere quel che accade in Siria (tra gli osservatori poi sono stati mandati funzionari del Bahrein, il paese che ha spianato la protesta alla Piazza delle perle facendosi aiutare dai carri armati sauditi). La farsa della Lega araba, con i suoi dispacci quotidiani che al Dabi ogni sera compila "nella massima trasparenza" per i suoi capi al Cairo, finirà il 20 gennaio, e con essa si riaprirà la questione principale, che è quella che rende tutta questa faccenda così paradossale e indigesta: che cosa facciamo ora? I turchi hanno un piano e l'hanno già in parte messo in pratica: vogliono tirare giù il regime di Damasco sfiancandolo con continui colpi militari. L'esercito dei ribelli che trova rifugio e sostentamento sul confine con la Turchia serve a questo: minare Assad sul fronte dell'esercito, togliergli uomini, costringere l'establishment militare — che come in ogni buon regime ha un ruolo fondamentale ed è guidato dal fratello di Assad, Maher, che però non compare in pubblico da tempo, secondo alcuni è ferito, secondo altri è scappato, certo non sta drigendo le ultime operazioni militari — a liberarsi di Assad, scendere a patti con i disertori e guidare il regime change. I sauditi usano le loro ingerenze nella politica libanese — vedi l'ex premier Saad Hariri, che vive ormai tra Riad e Parigi, ché a Beirut lo farebbero fuori alla prima occasione — per destabilizzare anche quel confine, che infatti il regime siriano ha provveduto a sigillare con le mine. I francesi, molto attivi sul versante siriano nonostante l'antica passione di Nicolas Sarkozy per Assad, invocano la fine della dittatura e per ora collaborano con i turchi e con i sauditi, anche se sono riusciti a complicarsi la vita con Ankara approvando una legge che manda in prigione chi nega il genocidio armeno (la questione è gravissima: secondo alcuni questa mossa puramente elettorale pone fine alla collaborazione franco-turca in Siria, rendendo ancora più drammatica l'impossibilità di agire). E l'America? Come tutti, spera in un collasso interno, cioè che il regime cada da sé, ma più passa il tempo e più la linea fatalista perde vigore. Molti al Congresso criticano l'Amministrazione Obama per la sua inazione: il presidente sta applicando — secondo alcuni esperti — la dottrina già vista in Libia, quella del "leading from behind", e in questo caso il "behind" è soprattutto in quella Turchia rientrata nell'orbita americana dopo le sue pericolose passeggiate a braccetto con Teheran. Ma questa strategia non dà risultati, è logorante ma non incisiva e intanto il numero dei morti sale e le pressioni internazionali aumentano.

Secondo The Cable, blog retroscenista di politica internazionale di Foreign Policy, lo status quo è diventato inaccettabile anche per le bocche buone dell'Amministrazione americana, e così si sta predisponendo un piano d'assistenza per l'opposizione. Al National Security Council si riunisce un team molto snello formato da persone del dipartimento di stato, della Difesa e del Tesoro: nel gruppo ha un ruolo importante Fred Hof, il diplomatico che ha definito Assad "un morto che cammina" e che gestisce i rapporti con i leader dell'opposizione siriana e gli altri alleati americani nella regione. Il team sta prendendo in considerazione alcune opzioni: creare un corridoio umanitario o una "zona di sicurezza" per i civili lungo il confine con la Turchia; estendere l'aiuto umanitario ai ribelli; fornire aiuto medico agli ospedali siriani; stabilire contatti stabili con i ribelli, formare un gruppo di contatto internazionale oppure designare un coordinatore speciale che lavori con l'opposizione siriana, sul modello libico. In sostanza si vuole escludere qualsiasi opzione di "no fly zone" (anche perché coinvolgere un'altra volta la Nato e l'Onu sarebbe impossibile: i russi stanno sostenendo Assad, assieme a Hezbollah, che non è più vassallo ma fornisce denaro che raccoglie con la vendita di droga nelle Americhe, e l'Iran) e per questo il corridoio umanitario pare improbabile, e agire sull'opposizione. Una delle fonti di The Cable dice: "Molti pensano che stiamo eterodirigendo dal sedile posteriore il regime change, ma il motivo per cui siamo cosa cauti è che, se pensi alle possibili ramificazioni di un'alterazione dello status quo, non ne vieni fuori". Anche l'idea di collaborare con l'opposizione però non fa dormire la notte molti funzionari americani: i ribelli si sono militarizzati con una velocità sospetta e la leadership civile pare in balia degli espatriati, priva di un sostegno reale in Siria. Per di più ci sono stati già dei litigi: l'estate scorsa ci fu un incontro tra il Consiglio nazionale siriano e Washington per inviare aiuti medici in Siria; le due parti iniziarono a discutere sulla giurisdizione dell'intervento e il risultato fu che non arrivò negli ospedali siriani alcun aiuto. L'unico piano allo studio, cioè il digestivo della diplomazia internazionale, si fonda quindi sulla collaborazione con un'opposizione di cui nessuno si fida. E, come dice un funzionario anonimo, resta sempre nell'aria l'idea che non fare nulla sia meglio che fare qualcosa di troppo: "Questa non è la Libia. Quel che fai in Libia resta in Libia, con la Siria è diverso. Il rischio di muoversi più velocemente continua a essere più alto di quello di muoversi troppo piano". Che è come dire: aspettiamo il 20 gennaio, ma non fatevi illusioni, non sappiamo che fare.

Wednesday, December 28

Montenegro: war between old friends and partner.

Mr. Igor Luksic has proven to be valuable and transparent than the previous governments establishing a partnership with civil society, garnered sympathy of the international community, which is crowned by a decision on conditional opening of negotiations on Montenegro's membership in the EU. But kept their eyes closed to the persistent warnings that the Montenegro trapped in a network consisting of parts of the criminals and the security and political structures.

It is possible that these structures sent a note card listing the alleged telephone calls of the Prime minister and Foreign minister Milan Rocen, with note fugitive boss drug Darko Saric, for which the State Police and Prosecutors are expressly found to be counterfeit.

On the other words, these same institutions, who one directly and another indirectly who are subordinated to Mr. Luksic. Still today days they have show the total inability or unwillingness to disclose the motives of the murder of the businessman Mr. Dragan Becirovic and basketball Mr. Ljubomir Jovanovic.

Till now, they did not even identify the authenticity of documentetion reports regarding weapon, cigarette and drug smuggling on the border with Kosovo and Bosnia, while trying to boast success in cases of "Saric" and "Kalić" families, opened under strong pressure from western Secret Services, including the scandal of "phone listing".

Prime Minister, requires immediate response just for to determine whether criminal structures show so courage and in meantime muddied the political waters by trying to buy time.

MI5 shows lack of knowledge about Russia.

Poor intelligence and paranoia about Russia is what drove a case against a Russian woman accused of being a spy in the UK. Katya Zatuliveter spoke exclusively to RT after a court overruled a deportation order against her. “I could not have imagined for a second that I could win the appeal going against one on the most influential security services in the world,” Zatuliveter said. However, she says that she actually became scared only after she understood how unprofessionally the secret service was doing its job. “From very beginning I realized that they don’t know anything about Russia,” she explained. “The questions they were asking were absolutely stupid.”

One of the questions she was asked several times was: “How come you speak the English language if you are not a spy?”

“That’s when I actually got scared, extremely scared,” Zatuliveter said. “Not because that was an interrogation by MI5 but because they were unprofessional. They lacked any knowledge about the area they were working in, and they were extremely paranoid. And all these three together made such a horrible outcome.”
Zatuliveter was arrested a year ago after claims she was trying to siphon information during an affair with the British MP she worked for – Mike Hancock, a member of a Defence Committee. To win the appeal she had to disclose all the personal details of her life from the very beginning.

“I won because I put out there everything about my life step by step,” she said. Zatuliveter had to write her first witness statement before MI5 had even put their case. ”I did not know what they were accusing me of,” she said. “Everything I had was my deportation order that my presence is not conducive to national security.”. After a London tribunal allowed Zatuliveter to stay in the UK, ruling her affair with Hancock was genuine, the British government and MI5 still regard her as a threat to national security. But she believes that they were not prepared for her victory and put themselves in a position where they had to continue calling her a spy. “It never happened in history,” she said. “My case is the first case in world history of somebody who has been accused of being a spy who actually stayed and fought a legal case against it.”

IRAN: Se l'occidente impone sanzioni sul petrolio, da Hormuz non ne passerà più una goccia".

Il Brent sfonda quota 108 dollari al barile salendo di 35 centesimi in una sola seduta e anche il prezzo del greggio americano arriva a sfiorare i 100 dollari al barile al quinto giorno di una grande esercitazione navale iraniana nello stretto di Hormuz. I mercati colgono il messaggio di Teheran: la marina militare può bloccare il tratto di mare da dove passa circa il 40 per cento di tutto il petrolio trasportato via nave nel mondo e tagliare i rifornimenti. Il 2011 che finisce tra pochi giorni "potrebbe essere ricordato come l'anno dello choc da interruzione dei rifornimenti", commentano gli analisti della Jbc Energy, una grande agenzia di consulenza nel business dell'energia, sentiti dall'agenzia Reuters.

La minaccia alla rotta del greggio non è stata porta in modo esplicito dal governo di Teheran cinque giorni fa - anzi, la nota ufficiale parlava di un'esercitazione che manda "un messaggio di amicizia ai paesi della regione" - ma ora è ripetuta da un coro di voci laterali e continue, che fa da bordone allo spiegarsi della unità iraniane per duemila chilometri quadrati di mare dallo stretto di Hormuz fino al Golfo di Aden e al contemporaneo impennarsi del prezzo del greggio. "Velayat", supremazia, durerà in tutto dieci giorni. Ieri il vicepresidente Mohammad Reza Rahimi ha detto all'agenzia di stampa governativa Irna: "Se loro (l'occidente, ndr) imporranno sanzioni sulle esportazioni di petrolio dall'Iran, neanche una goccia di petrolio passerà dallo stretto di Hormuz".

I giornali russi - che quindi guardano la situazione da una complicata posizione di terzietà interessata - riferiscono che il generale che guida l'esercitazione, l'ammiraglio iraniano Habibollah Sayyari, risponde: "Se ricevessimo l'ordine (di chiudere lo Stretto, ndr) siamo in grado di farlo". Un parlamentare della commissione per la Sicurezza nazionale, Zohreh Elahian, lunedì aveva detto anche lui che "Le manovre della marina nel Golfo persico e nel mare dell'Oman dimostrano la potenza e la supremazia dell'Iran sulle acque della regione" e "i media occidentali ammettono che siamo in grado di chiudere lo Stretto di Hormuz, se fossimo costretti". La minaccia era arrivata esplicitamente già a luglio da parte del comandante delle Guardie rivoluzionarie dell'Iran, Mohammad Ali Jafari, e ancora prima a febbraio da Ali Fadavi, capo delle forze navali delle Guardie rivoluzionarie (il grosso della marina è finito da tempo sotto il controllo dei pasdaran, il resto ha compiti residuali, da Guardia costiera).

La maggior parte del greggio esportato da Arabia Saudita, Iran, Emirati arabi uniti, Kuwait e Iraq - assieme a tutto il gas naturale del Qatar - passa attraverso il tratto largo meno di otto chilometri davanti alle coste iraniane. Gli Emirati, per aggirare il rischio di un blocco, hanno appena terminato la costruzione di un oleodotto che può saltare lo strettoia marina con un milione e mezzo di barili al giorno, la metà della sua produzione. L'Iran teme l'arrivo nel 2012 di un nuovo round di sanzioni internazionali contro le sue esportazioni di petrolio, per colpa del programma atomico che le Nazioni Unite hanno definito "anche militare" e che il paese non ha intenzione di fermare. Per ora il progressivo accumularsi di misure internazionali ha colpito l'economia iraniana con durezzza, ma le risorse naturali - gas e greggio - hanno evitato che fossero "crippling", storpianti, come chiede il governo israeliano, e hanno protetto il regime.

Il viceministro per il Petrolio, Ahmad Qalebani, ha anzi appena annunciato 17 nuovi contratti con partner anche stranieri prima della fine dell'anno iraniano (il 21 marzo 2012) per sfruttare nuovi giacimenti. Ma se le sanzioni investissero l'esportazione di greggio la pressione potrebbe essere insostenibile. Il crollo in Siria Il mercato del greggio soffre anche della situazione in Siria: sabato il ministro di Damasco per il Petrolio, Sufian Alao, ha detto che la produzione è crollata al 30 per cento rispetto a prima. Ieri gli osservatori della Lega araba sono arrivati a Homs, uno dei centri degli scontri tra manifestanti e regime - da dove secondo le prime notizie i carri armati si stanno ritirando - ma la lo- ro efficacia è parecchio controversa. Il mercato del petrolio è anche incerto sulla situazione in Iraq: la crisi politica tra maggioranza sciita e minoranza sunnita sta peggiorando e ieri il governo del premier Nomi al Maliki era, secondo lo storico inviato del Wall Street Journal, Sam Dagher, "un passo più vicino alla dissoluzione".

Afghanistan: ecco tutti i suoi tesori nascosti.

Dopo le miniere di oro e lido ecco il petrolio. E mentre i soldati occidentali si fanno ammazzare per garantire stabilità all'Afghanistan, la Cina investe e fa affari redditizi. L'ultimo business in ordine di tempo è la firma dell'accordo tra Kabul e Pechino per l'estrazione degli idrocarburi. Il governo Karzai ha così dato via libera alla Cina per la prospezione ed estrazione di petrolio nella regione del fiume Amu, comprendente le province settentrionali di Sare-Pul e Faryab. l'Afghanistan è un Paese con rilevanti riserve di petrolio stimate in 1.596 milioni di barili, gas naturale stimate in 15.687 trilioni di piedi cubi.

In un comunicato, il palazzo presidenziale precisa che il ministro delle Miniere, Wahidullah Shahrani ha ricevuto l'incarico di procedere alla firma del contratto fra la compagnia China National Petroleum Corporation (CNPC) e l'afghana Watan Group. Insieme, si precisa, le due entità svolgeranno una attività di ricerca ed estrazione del greggio in tre campi della regione - Kashkari, Bazarkhami e Zamarudsay - che hanno un potenziale di 87 milioni di barili. E la terza importante iniziativa che va a buon fine nel settore minerario ed energetico, dopo il contratto firmato con una compagnia cinese per la miniera di rame di Aynak e quello raggiunto con India e Canada per il giacimento di minerale di ferro dillajigak.

Lo studio sulle ricchezze minerarie dell'Afghanistan realizzato dallo United States Geological Survey e reso pubblico lo scorso anno ha un precedente molto concreto e legato al contratto firmato nel novembre 2007 dalla Cina per lo sfruttamento di quello che è considerato forse il più grande giacimento di rame del mondo. Si tratta appunto della miniera di Aynak dove la Cina ha investito 3,5 miliardi di dollari a fronte di una potenzialità estrattiva 11,3 milioni di tonnellate di rame, valore commerciale di 88 miliardi di dollari. Nei mesi scorsi il presidente Hamid Karzai ha cercato di allargare l'orizzonte dei rapporti internazionali, staccandosi dagli Stati Uniti e dai Paesi Europei che fanno parte del «gruppo dei donatori», rivolgendosi a Pechino.

In campo ci sono naturalmente questioni economiche e investimenti che la Cina ha prontamente preso al volo. Tra questi anche la costruzione di tratti di ferrovia finanziati dall'Asian Deve-lopment Bank. L'azienda di Stato cinese Mcc ha garantito al governo di Karzai di costruire oltre mille chilometri di ferrovia, da Mazar-i-Sharif, a Nord, fino a Jalalabad nella regione orientale, passando per Kabul. In cambio Pechino offre una tariffa privilegiata per l'accesso di molti prodotti afghani sul mercato cinese.

In questo scenario, l'Italia sembra recuperare terreno. L'ex ministro Romani aveva avviato alcuni accordi per le piccole e medie imprese. Oggi, nominato dal governo Monti consulente per Afghanistan e Iraq, Paolo Romani incassa due importanti commesse. La prima è l'ampliamento dell'aeroporto di Herat, per una investimento di 137 milioni di dollari e la costruzione di un tratto di ferrovia nella provincia Ovest sotto giurisdizione del Prt italiano. Concluso anche l'accordo per la partecipazione di Eni, Saipem ed Enel alla costruzione del gasdotto Tapi frutto di accordi fra Turkmenistan, dove il gas viene estratto, Afghanistan, Pakistan e India in alternativa al «tubo» Nabucco. 1,596 Milioni Sono i barili stimati come riserve nel sottosuolo afghano.

AFRICA: Tre gruppi terroristici sempre più collegati.

Vaste zone dell'Africa settentrionale sono ormai infestate da gruppi radicali islamici che si muovono a livello trans-nazionale. Gli shabaab somali minacciano tutta l'Africa orientale; le cellule di al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi) operano molto più in Mali, Niger e Mauritania che nella loro terra natale algerina; dalla Nigeria i terroristi del Boko Ha-ram vorrebbero allargare il proprio raggio d'azione a Niger, Ciad e Camerun. Ma l'aspetto più inquietante della nuova piovra del terrore è che i contatti tra questi tre gruppi si fanno sempre più stretti.

Lo scorso aprile, il comandante militare delle operazioni americane in Africa si era detto convinto che i «taleban nigeriani» avessero stabilito dei contatti con la filiale di al-Qaeda nel Maghreb (Aqmi) e con gli shabaab somali. «Questa sarebbe la cosa peggiore per gli africani, ha precisato Carter Ham, ma anche per noi». Gli analisti sono ormai convinti che i membri di Boko Haram, al-Qaeda nel Maghreb e al-Shabaab stiano operando in partnership con un obiettivo comune. Addestramenti in Somalia per i «taleban nigeriani» e importanti finanziamenti dalla galassia qaedista «più preoccupante al presente, ha aggiunto Ham, è il chiaro intento del Boko Ha-ram e della Qaeda maghrebina di coordinare e sincronizzare i loro sforzi». Pochi mesi dopo, i126 agosto, è arrivata la conferma con l'attentato suicida condotto dal Boko Haram contro la sede dell'Onu ad Abuja, che ha provocato 24 morti.

Solo una partnership tra il movimento nigeriano e l'Aqmi poteva, infatti, spiegare la crescente sofisticazione degli attacchi del Boko Haram, compreso l'uso di autobomba. Poteva anche significare un aumento del flusso di denaro nelle casse del Boko Haram, che fino ad allora si autofinanziava principalmente derubando le banche in tutta la metà settentrionale (musulmana) della Nigeria. Dei collegamenti di Boko Haram con altri gruppi jihadisti parlano apertamente anche i Servizi segreti nigeriani (State security service). In Somalia, dove alcuni militanti del Boko si sono recati per addestrarsi, si è formato per esempio Muammar Nur, l'ideatore dell'attentato all'Onu, in possesso di tre passaporti (nigerino, somalo e nigeriano), su cui pende una taglia di 160mila dollari.

Ne è convinto anche Andrew Lebovich, analista americano presso il National Security Studies Programm, il quale vede nei clamorosi attentati del Boko Haram una «lettera di credenziali» alla struttura mondiale di alQaeda. I benefici sarebbero infatti reciproci. Oltre ai finanziamenti e agli esplosivi, Boko Haram ci guadagnerebbe in materia di "competenza terroristica". Avrebbe soprattutto quel profilo internazionale che gli conferisce credibilità nel tentativo di reclutare altri seguaci. Uguali vantaggi per al-Qaeda, che ha fatto dell'espansione verso sud una priorità per le sue operazioni in Africa dopo che i suoi movimenti in Algeria sono sempre più ostacolati. I contatti tra i due gruppi risalgono a due anni fa quando l'Aqmi ha offerto la sua assistenza militare ai musulmani della Nigeria. «Siano pronti - affermava un documento diffuso da un sito jihadista - ad addestrare i vostri figli a maneggiare le armi, e a offrire tutto l'aiuto necessario in uomini, armi, munizioni ed equipaggiamento per consentire al nostro popolo di Nigeria di difendersi e di respingere l'ostilità della minoranza dei crociati».

L'alleanza tra gruppi armati del Sahel è perorata anche dai ribelli del Ciad, guidati dall'ex generale Baba Ladi, che propone la formazione di «una nuova forzain grado di dire la sua nella regione», comprendente il Fronte Polisano, i ribelli tuareg del Mali e le tribù dei Fulani. Il gruppo di alQaeda nel Maghreb islamico (Aqmi) è nato in Algeria, ma si sta sviluppando in tutta la fascia sub-sahariana: ha recentemente ucciso e rapito diversi occidentali in Paesi come Mauritania, Mali e Niger. I miliziani di Boko Haram sono stati ribattezzati i «taleban nigeriani». Il gruppo è nato 11 anni fa nel Nord e le sue roccheforti si trovano a Maiduguri, capoluogo dello Stato nord-orientale di Borno. Hanno colpito ormai più volte anche nella capitale Abuja. Recentemente gli shabaab (i giovani) somali si sono ridefiniti come Imaarah Islamiya (Emirato islamico). Si oppongono al Governo di transizione e nelle zone del Sud impongono la sharia. Contro di loro sono scesi in campo anche il Kenya e gli USA.

Tuesday, December 27

CIA’s daily menu: 5 mln foreign tweets!

It has been a while since the US Central Intelligence Agency admitted it keeps an eye on everything that appears on Facebook and Twitter. A new report now says the CIA “vengeful librarians” have to follow up to 5,000,000 foreign tweets a day. ­In November, the CIA acknowledged a full monitoring of social networks. Almost two-thirds of intelligence reports made by the CIA for Washington now come from analysts monitoring millions of individual messages sent worldwide, says the Associated Press.

The CIA’s “vengeful librarians,” as the CIA Open Source Center (OSC) director Doug Naquin named them, monitor everything available regardless of its significance and language. This also includes TV news channels, internet chat rooms, local radio stations, and newspapers. Social media became the focus of the group’s activities during the unrest in the Islamic Republic of Iran, following its 2009 presidential election.  The goal is to map “the mood of a region” where the US pursues interest. Such a process let Washington in on the global public reaction after the death of Al-Qaeda leader Osama Bin Laden in Pakistan back in May.

Before that, the analysts saw the popular uprising coming to Egypt, but could not predict its exact timelines, said the center’s director, Doug Naquin. Fast-paced riots, as the ones which took place during the Arab Spring, put social networks such as Facebook and Twitter on to the top among crucial intelligence tools. The two also offer a growing coverage, with Mark Zuckerberg’s Facebook network boasting over 800 million active users, while June statistics showed over 300 million were singed in the Twitter microblog.

Gaza war over, battle for reparations continues

It has been three years since Gaza was pounded by a relentless Israeli bombing and invasion that lasted 22 days. The offensive killed almost 1,500 Palestinians, with many families being wiped out. For many, the battle has now shifted to the courts. Saleh Abu Hajaj is unusual – not because he laid a claim against the Israelis, but because he won. Victory, though, is bittersweet. “I’m a broken man. The Israelis say their army has morals. Which morals are they talking about?” he questions. It was December 2008. For three weeks Israeli soldiers bombed the Gaza Strip, killing nearly 1,500 Palestinians – four out of five were civilians. At the same time, hundreds of rockets fell on southern Israel, killing three Israeli civilians. “I couldn’t get to my home for 16 days, because the Israeli soldiers were firing all the time,” Saleh Abu Hajaj told RT. “As soon as they left, I went there and inside. On the walls, the soldiers had written ‘You’ll find the bodies 50 meters away.’ I found the body of my mother, buried in the sand, and the body of my sister, Majda, covered with some bricks.”. Saleh took his case to the Palestinian Center for Human Rights. In a precedent-setting move they secured an out-court settlement with the Israeli military. It took Saleh two weeks before he could retrieve the bodies of his mother and sister because of continued fighting in the area. The Israeli military said this made the case exceptional and justified reparation.

Saleh received just under US$150,000 compensation. “If someone loses his leg or hand, or is killed or injured, all the money in the world is not enough. But what we are fighting for here is a financial compensation that will offer some relief,” says Mohammed Bseso, a lawyer at the Palestinian Center for Human Rights. The Palestinian Center for Human rights has more than 200 cases like Saleh’s on its books. But the heavy paperwork, bureaucracy and expenses discourages many others from coming forward. Salah Talala al-Samouni, however, is a rare exception. He filed a claim three years ago – and is still awaiting a response today. “It was early morning. There was shelling and the apartment above was on fire,” he explains. “I went outside with my hands in the air – the soldiers told me to pull off my shirt and trousers. I did what they said, but they fired a rocket. I looked behind me – my mother had been blown apart. I identified her from her ears. My two-year-old daughter, my father, my aunt, my cousin, my whole family was killed in that moment.”. But convincing Israeli authorities that compensation is due can be a major obstacle. “If it’s an act of war, and usually military operations are, according to the Israeli case law, are perceived as acts of war, then the state is exempt from liability,” says Fatmeh el-Ajou, a lawyer who represents Gaza families suing for loss of relatives during the war. Whether Saleh Abu Hajaj’s case will help other Palestinians is not yet clear. The Israeli army has also said it has opened an investigation into what happened, but so far no indictment against any Israeli soldier has been filed.

Cash is trash: Big American Brother gives hints on how to spot citizen terrorists


Do you own flashlights? Or pay with cash instead of a credit card? And do grocery shopping for the week? I do. You probably do – and guess what, according to the Department of Homeland Security and the FBI, that could make both of us terrorists. Recently, a Department of Homeland Security video has been making its way around the Internet; it tells people in no mixed terms that “paying cash is suspicious and weird.” In an assertive, yet calm voice, the narrator tells viewers that, “if a patron appears nervous or anxious, or insists on paying cash, contact security personnel. This IS suspicious behavior.”. So basically, if  you’ve had a stressful day and don’t have a credit card, you're done for. This suggestion, and many others, has been sent out to hotels across the United States as part of the DHS’ ongoing “See something, Say something” program. It even includes an 84-page manual, grandly titled, “Protective Measures Guide for the US Lodging Industry” – which points out that asking for privacy, among other things, is a red flag. And that’s really what this boils down to: a war on privacy. A potential terrorist, argue the US security agencies, is much easier to track if he uses a credit card. Credit card use provides Big Brother instant access to the buyer's contact information, purchase history – and, if need be, the ability to cut off his financial supply in an instant.
But the implementation of this idea is a rather grim prospect: instead of using an existing system to aid their efforts, agencies like the DHS and the FBI are effectively taking away the freedom of choice guaranteed in a supposedly free country.

Don’t want to live on credit? Potential terrorist. Nervous? Potential terrorist. Don’t want to be disturbed? Potential terrorist.  And it gets worse. In an FBI pamphlet distributed to military surplus stores, people who “make bulk purchases of items including weatherproofed ammunition or match containers, meals ready to eat or night vision devices including flashlights” should be reported. Because all those things are “potential indicators of terrorist activities.”
FBI Handout Lists Purchase of Preparedness Items as “Potential Indicators of Terrorist Activities” (image from www.oathkeepers.org)
FBI Handout Lists Purchase of Preparedness Items as “Potential Indicators of Terrorist Activities” (image from www.oathkeepers.org). Of course, people who, say, want to go camping, can make do without any of the aforementioned items. They can just take their credit cards, march right into the woods and make do that way. Or better yet, take the card, leave the woods and check into a hotel – smiling all the way, never locking the door and burning the “do not disturb” sign immediately upon arrival. The helpful Bureau booklet also mentions “purchasing bipods or tripods for rifles” as dangerous. Not the rifles themselves – what’s a lethal weapon between friends, right? No, in a country where almost anyone anywhere can buy firearms, people only worry when you buy a tripod for it. And the absurdity doesn’t end there. The agencies are going out of their way to instill fear into whoever they can, convincing them to report anything they deem suspicious. Of course, that includes sending a text message discreetly if you’re in public. An unsuspicious, law-abiding citizen would obviously have to read his private messages or broadcast his phone calls out loud to be considered above-board. If he's whispering into his handset, however, the DHS is relying on its “citizen spies” to pounce and denounce the poor guy. 
Right-wing political tendencies can also land you in trouble. Vice President Joe Biden recently likened Tea Party supporters to terrorists. But go too far left – and you’re right back where youstarted, with the whole might of the American security system breathing down your neck. If you align yourself with the 99% of the Occupy movement, you’re not above suspicion either. Stories of undercover officers infiltrating various ‘Occupy’ camps across the country have been rife, CIA involvement has been hinted at – and the US’ biggest ally, the United Kingdom, has officially equated the protesters to terrorists.

Add to this:
- Being a veteran. Not that America has that many veterans, of course, having been recent history's most peace-loving, non-invading, unbiased country.
- Owning a gun. Of course, not only is it legal to own a gun, most people in the country know full well how to use one.
- Owning precious metals. Because the dollar is worth so much nowadays, the government thinks there's something kooky about people wanting to invest in something other than US Treasury paper.

And then, of course, there are SOPA and PIPA. They might sound like a couple of cute cartoon names, but the two bills – the Stop Online Piracy and Protect IP Acts – have caused huge concern in the States. Internet giants such as Google, Yahoo, and Twitter likened the act to Chinese-style censorship. There’s also the infamous NDAA – or National Defense Authorization Act, which basically allows indefinite detention of terror suspects, including American citizens. And if you look at what makes a potential suspect, you can pretty much expect to be waterboarded every time you answer your phone. Or buy too much food. Or a flashlight.  The irony of all this, of course, is that while the various agencies spin their citizen-spy web, they’re overlooking the obvious. What they’re doing is in conflict with the Second Amendment of the United States Constitution and the Bill of Rights. But hey, undermining a country’s founding document is nowhere near as bad as paying cash, right?

Stati.........Uniti (furono in).... Europa

I tedeschi vogliono essere nel mercato comune europeo per riconciliarsi con la razza umana, i francesi perché sognano un nuovo impero napoleonico, gli italiani perché non vogliono essere governati dai loro politici. Gli inglesi chiedono: se è un mercato, produce denaro? In assenza di un piano regolatore, il "progetto europeo" è, a grandi linee, il capovolgimento della massima di Von Clausewitz: è "la continuazione della guerra con altri mezzi". La "panic room" del dopo guerra, vale a dire l'unione sempre più stretta" del Trattato di Roma, presuppone o la colonizzazione da parte del più forte e più popoloso oppure l'ipocrita speranza che i tedeschi vogliano diventare italiani o gli inglesi diventare francesi.

I tedeschi (140 anni) e gli italiani (150 anni) hanno nazioni molto giovani, mentre inglesi e francesi hanno creato la loro identità nazionale combattendosi a vicenda per un millennio. Tuttavia, un'area di libero scambio in regime di aperta concorrenza sostituisce il campo di battaglia - è un campo di gioco equo, che consente il fair play e l'uguaglianza innanzi alla legge, che fa da arbitro. Vive la différence! La differenza d'approccio è stata talmente palese, da quando David Cameron ha posto il veto contro il tentato golpe da parte dell'Eurozona a danno delle istituzioni europee, che i più cinici hanno ipotizzato che il premier britannico si fosse riunito con Sarkozy, prima del vertice, per architettare il tutto.

Il risultato, infatti, è stata un'impennata dei consensi nei sondaggi delle rispettive nazioni, sia per il primo ministro britannico, sia per il presidente francese. E' grazie più alle forze di mercato piuttosto che alle politiche di Bruxelles se 50 mila inglesi si ritirano in Francia dopo la pensione ogni anno o se 300 mila francesi, tra cui anche la figliastra di Sarkozy, lavo- rano a Londra, rendendola la sesta città francofona al mondo. Con vero spirito "co- munitario", Sarkozy vuole che Londra abbia un proprio europarlamentare francese! I francesi e gli inglesi amano odiarsi a vicenda, e ciò si riflette anche nell'uso della lingua dei "frog" e dei "rosbif".

E' così che le pratiche del marchese De Sade sono "le vice anglais", un contraccettivo è una "french letter" o una "capote anglaise" e la sifilide è la "french gout" o "la maladie anglaise". Parlando de "l'Albion perfide", la perfida albione con cui i francesi si riferiscono alla Gran Bretagna, Chirac ha opinato che "non ci si può fidare di un popolo che cucina così male". Ciononostante, Cameron e Sarkozy hanno integrato le proprie forze armate e le industrie della Difesa combattendo insieme una guerra in Libia; una guerra nella quale i "buoni" tedeschi hanno preferito non immischiarsi: "Un'unione sempre più stretta"... ma forse ancora troppo lontana! Un gemellaggio anacronistico.

I tedeschi, d'altra parte, attraverso lo Spiegel, hanno lanciato una guerra lampo giornalistica contro una deliziosa cittadina di 35 mila abitanti a metà strada tra Cambridge e Londra, che dista meno di una decina di chilometri dall'aeroporto di Stansted, è a soli 38 minuti di treno dalla City (dove molti lavorano) ed ha le radiose industrie informatiche e biotecnologiche della Silicon Fen - il distretto high-tech di Cambridge - proprio dietro l'angolo. Sembra di essere nell'Inghilterra dell'ispettore Barnaby, serie televisiva trasmessa in Italia da La7 e programma tv preferito di Angela Merkel. Il consiglio comunale è composto da diciotto consiglieri conservatori eletti e un solitario Lib-Dem. Con un gesto che è passato inosservato dalla stampa britannica, il sindaco di Saffron Walden, John Wyllie, ha improvvisamente interrotto, dopo 46 anni, il gemellaggio con Villiers-sur-Marne (nei pressi di Parigi) e Friedberg (nei pressi di Francoforte), rompendo sul nascere l'aspirazione a "un'unione sempre più stretta".

Wyllie non riesce a comprendere lo sdegno gallico e teutonico. "Oggigiorno gli studenti preferiscono fare gli scambi con i giovani cinesi, russi e americani. Avevamo semplicemente bisogno di depoliticizzare la questione dei gemellaggi", ha detto il sindaco. In altre parole: per il pragmatico inglese, i mercati futuri di crescita sono rappresentati dai Brics. Tutta la situazione affonda le radici in un passato molto più remoto di quanto non si pensi, che nel caso di Germania e Italia risale fino all'antica Roma. Il confine fra Reno e Danubio continua secondo la separazione tra protestanti e cattolici: Cristo Re e la Vergine con il bambino. Il luteranesimo è stato alimentato anche dal nazionalismo tedesco antilatino.

I 350 Stati del Sacro Romano Impero riassunti poi nell'unione doganale (Zollverein) che ne annoverava quaranta e, quindi, in un unico impero nel 1870, hanno attraversato un processo di aggregazione di stati culturalmente omogenei. Gli eventi del 1939-1940 hanno dimostrato che la Grossdeutschland, la Grande Germania, non gradisce mettersi sullo stesso piano di altre culture. Questa mentalità, nonostante una volontà tormentata, continua a resistere a compromessi! Ironicamente, l'unione sempre più stretta" sembra essere, per citare Amleto, "un uso che sarebbe più onesto dimenticare, piuttosto che tenere in osservanza".

Montenegro: Director of the National Security Agency Mr. Vladan Joković resigned.

Mr. Jokovic shall so notify it, in the afternoon, to the Prime Minister Igor Luksic. "I am convinced that this action will not have any serious repercussions in the Security system of Montenegro, and shall not be subject to politicization and possible speculation," he said in resignation, submitted to MINA agency. Mr. Jokovic said that he believes that such a responsible gesture can only contribute to further democratization of society. He said the NSA in the past contributed substantially achieving the strategic goals of Montenegro, protect national interests and have a special sensitivity to basic principles of a democratic society.

"A complicated and challenging process of reform has been brought in the final stage, thanks to the enthusiasm and competency of this agency," said Mr. Jokovic. NSA, as he said, over the past year, effectively and rationally carry out its function, further strengthen the international position and significantly contributed collaboreted with parliamentary and civilian control, with the establishment of substantially higher level of confidence on that route.

"The concept of work, consistent with current trends and high professional standards, given the highly measurable results. Competently and with great success, the Agency has participated in complex international operations", it said in resignation. Mr. Jokovic said about to the overall atmosphere in the NSA-designed to encourage members to continuous improvement and adoption of only those standards and principles that form the dominant top professionals.

Prime Minister Mr. Luksic, after the affair "Listing", found that there was "an obvious deficit in the function of a number of State institutions."

Montenegro: something happened inside the Government Palace.

In New Year's honor meeting at Government House in Cetinje were present some ministers of the Government of Montenegro, some representatives of Diplomatic Corps, some Judiciary officials, some State officials institutions, people of the ruling DPS-SDP coalition, religious communities and civil sector. But, unbelieveble,  at the special cocktail party,  did not come the former Prime Minister Mr. Milo Djukanovic, the President of Republic Mr. Filip Vujanovic and the President of State Assembly Mr. Ranko Krivokapic, who have not even presented the Greeting protocol.

On the New Year's Prime Minister 's event also did'nt come Mr. Veselin Veljovic Police's  Director. Instead there was present the future candidate at Veljovic's position, currently director of the Montenegro's Customs Mr. Bozidar Vuksanovic. What's going on into the Palace ??

Pakistan da dietro le quinte

Si saprà in tempi brevi se le turbolente relazioni tra Stati Uniti e Pakistan saranno destinate a sopravvivere. Ma fin d'ora Washington non si fa illusioni e si sta preparando alla lotta contro il terronsmo senza Islamabad. «Il Pakistan ha chiaramente indicato che sta rivalutando l'intera relazione di amicizia», ha infatti dichiarato a condizione dell'anonimato un funzionario Usa al quotidiano New York Times, sottolineando che «il capitolo del dopo l'11 settembre è stato chiuso». Gli Usa cercheranno di mantenere un'alleanza strategica sulle questioni chiave della sicurezza, la stabilizzazione dell'Afghanistan e la salvaguardia dell'arsenale nucleare pachistano. La loro presenza in Pakistan sarà però certamente e drasticamente ridimensionata, sia dal punto di vista dei raid condotti contro al-Qaeda e i taleban con i droni telecomandati lungo le aree di confine- attacchi già sospesi da sei settimane - che da quello del numero di funzionari, soldati e contractor (già ridotto a poco più di un centinaio dai 400 di un anno fa). A far deteriorare ulteriormente le relazioni bilaterali sono infatti stati vari episodi interpretati da Islamabad come una «violazione» della propria sovranità da parte degli americani - dai raid aerei all'incursione che il maggio scorso ha portato all'uccisione di Osama Benladen-ma anche il recente scandalo dei memorandum inviati dall'Amministrazione del presidente Asif Ali Zardari a Washington chiedendo aiuto per limitare le ambizioni politiche dell'esercito pachistano e prevenire un possibile colpo di stato. Il recente ritorno in patria di Zardari, dopo un'assenza ufficialmente per ragioni mediche, avrebbe parzialmente dissipato i timori di un'imminente presa di potere da parte delle forze militari - che da almeno trent'anni guidano il Pakistan da dietro le quinte, ma il futuro del governo rimane incerto. Gli Stati Uniti si preparano al peggio anche per quanto riguarda l'aspetto logistico delle truppe e dei rifornimenti che devono attraversare il Pakistan diretti verso l'Afghanistan, il cui costo potrebbe presto aumentare nell'ordine di decine di milioni di dollari.

Stratfor di George Friedman VS Hackers Anonymus

Per quanto si sforzi, George Friedman, analista, fondatore e CEO dell'agenzia Stratfor, non riuscirà a ricordare una mattina di Natale peggiore. Nella notte della vigilia, il collettivo di hacker Anonymous ha violato il sito della sua agenzia, ha sottratto oltre duecento gigabyte di corrispondenza email, ha ottenuto i dati di più di quattromila clienti e, con le loro carte di credito, ha dato un milione di dollari di donazioni in beneficenza (alla Croce Rossa, a Save the Children e all'ong CARE, principalmente). Per la texana Stratfor (crasi della vera ragione sociale, Strategic Forecasting), che si occupa di intelligence, geopolitica e sicurezza, è un colpo che potrebbe essere letale: i nomi di quattromila clienti (tra cui una Aerospace Defence Italy srl e un'imprecisata ambasciata italiana) sono finiti on line, consultabili da chiunque, accompagnati dai commenti impietosi degli hacker ("alcuni dirigenti usavano password tipo stratfor'...", hanno scritto). George Friedman è stato costretto a un'umiliante email a tutti gli abbonati ai propri servizi, dicendo di tenere molto alla riservatezza dei rapporti con i propri clienti, ma che, insomma, "anche se non avete notato niente di sospetto vi raccomandiamo di controllare il vostro estratto conto periodicamente". Secondo il New York Times, l'attacco a mo' di Robin Hood è collegato all'inizio del processo al sergente Bradley Manning, incriminato per aver passato documenti riservati e oltre 250 mila rapporti diplomatici a Wikileaks l'anno scorso. Gli spioni guidati da Julian Assange, in effetti, hanno stretti legami con il collettivo Anonymous, che ha trovato nella difesa di Wikileaks una giustificazione nobile ai suoi atti di vandalismo cybernetico.

E' stato grazie all'Operation Avenge Assange, l'operazione con cui Anonymous si è vendicata contro chi aveva contribuito a danneggiare Wikileaks (MasterCard, Visa, Bank of America così come gli inquirenti svedesi che hanno incriminato il re degli spioni), che un collettivo nato quasi dieci anni fa in un forum di hacker e smanettoni (4chan.org) ha trovato una causa nobile e un'indiscussa notorietà. Un presunto nucleo autentico di Anonymous avrebbe attribuito l'attacco a Stratfor a un gruppo laterale in cerca di visibilità, ma l'opacità dell'organizzazione (sublime contraddizione per chi si fa alfiere della trasparenza) consiglia cautele anche sulla smentita. Lo sgarbo della notte di Natale, in effetti, non stona rispetto allo spartito classico di Anonymous: gli hacker mascherati come Guy Fawkes attaccano chiunque metta in pericolo la trasparenza e la loro idea di libertà, che sia la CIA o la banca dati degli utenti della PlayStation Sony o della Nintendo. Stando agli arresti compiuti finora, spesso sono ragazzini attorno ai vent'anni, che si fanno beccare al computer in mutande e che per darsi un tono si presentano ai processi con occhiali a lenti scure. Usano un lessico da terroristi, pieno di ideali altisonanti e quando va bene, come nella notte di Natale, riescono a fare danni su larga scala. Che si ricordi, c'è solo un caso su cui hanno preferito sorvolare: a fine ottobre avevano annunciato che, dal 5 novembre in poi, avrebbero fatto i nomi dei collaboratori del più sanguinario cartello della droga messicano, i Los Zetas. I narcotrafficanti avevano consigliato di pensarci per bene, ché anche i narcos dispongono di hacker niente male. Dopo qualche giorno di campagna mediatica, Anonymous aveva deciso, un po' in sordina, di lasciare in pace i narcos messicani. A convincerli, allora, era stato un report studiato per l'occasione da un'affidabile agenzia geopolitica americana, la Stratfor di George Friedman. Appunto.

Sunday, December 25

Boris Tadić insulted Montenegro

Boris Tadić (Tanjug, file)
Boris Tadić (Tanjug, file)
DPS’ Miodrag Vuković added that Tadić had humiliated Serb representatives in Montenegro and the state organs.  “The meeting with Tadić was not a talk between equal people, the Serbian president gave a lecture to (Socialist People's Party of Montenegro leader) Srđan Milić and (New Serb Democracy leader) Andrija Mandić and called on them to be loyal citizens of the state they have citizenship of. That is the biggest underestimate of Milić and Mandić,” he told MINA news agency.

The DPS official stressed that Milić and Mandić, as serious men and politicians, did not need anyone to tell them to be loyal to the state they lived in.

Vuković claims that the Council of the Republic of Serbia for Relations with Serbs in the Region meeting, which was held on Friday in Belgrade, had nothing to the with the status of Serbs in neighboring countries and that it had everything to do with Belgrade’s desire to influence processes in the countries of the region. He also stressed that a part of Serbia, including Tadić, did not recognize Montenegrin independence.

“I wonder how Serbia would react if its Hungarians were invited to Budapest or Albanians to Tirana,” the DPS official said.   “The meeting is just an indicator of Serbia’s inability to solve its open issues and desire to draw attention to other things and it is a proof of confusion that is present in the Serbian political scene,” Vuković concluded.

Friday, December 23

C'è del marcio in.... Somalia.

Rilasciati, dietro lauti compensi, a cittadini somali coinvolti in traffici di esseri umani e, addirittura, a membri di al-Shabaab, il gruppo ribelle di matrice qaedista? Domande che sorgono dopo che il Gruppo di monitoraggio ONU per la Somalia e l'Eritrea (SEMG) ha mosso rilievi (pesanti ma fragili) sul conto della diplomazia italiana in Kenya. Le supposizioni del SEMG sono raccolte per il secondo anno Secondo i funzionari delle Nazioni Unite, negli ultimi anni il traffico di esseri umani si sarebbe alimentato con la complicità di collaboratori locali delle nostre ambasciate. E forse di diplomatici in ruolo. La Farnesina: compiute ispezioni e corrette le procedure, ma nessuna corruzione consecutivo nel dossier riservato 2011 che l'organismo delle Nazioni Unite ha compilato e diffuso a luglio. Supposizioni che possono creare imbarazzo alla nostra diplomazia, ma che fanno anche emergere serie perplessità su alcuni documenti preparati da certi organismi dell'Onu. Il Semg ritiene infatti che membri delle ambasciate d'Italia per il Kenya e la Somalia siano stati coinvolti tra il 2005 e il 2010, in genere inconsapevolmente, ma in alcune circostanze anche volontariamente, nella vendita illegale di visti a trafficanti somali. Visti che potrebbero essere finiti anche nelle mani dei guerriglieri che stanno affamando il Paese, impedendo l'arrivo degli aiuti per contrastare la carestia o saccheggiandoli e rivendendoli. Dossier «secretato» Il rapporto dei funzionari Onu è sotto rigoroso embargo. Attraver *** so fonti del Palazzo di Vetro a New York, Avvenire ha ottenuto però la documentazione etichettata come "strettamente confidenziale". «Nel gergo delle missioni internazionali, questo tipo di dossier è chiamato "Comunicato ufficiale del caso (S.o.c.)" - ammette Matt Bryden, coordinatore del SEMG, raggiunto al telefono a New York -, ma non sono autorizzato a parlarne perché è la relazione più confidenziale tra quelle che produce il mio ufficio».

I S.O.C., rapporti più dettagliati, circolano unicamente all'interno delle delegazioni dei quindici Stati membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, i quali decidono poi se avviare procedure di sanzione contro i Paesi o le persone coinvolti. II ruolo del trafficante Nella documentazione confidenziale che Avvenire ha potuto esaminare, si legge che il più noto trafficante somalo di esseri umani, Abdirahman Abdi Salawat, in violazione della risoluzione Onu 1907 del 2009, relativa a sicurezza e terrorismo, «usa l'Italia come principale via di traffici verso l'Europa». Nel rapporto pubblicato dal Semg, Salawat è accusato di aver violato la risoluzione Onu in quanto «ha fatto arrivare in Europa presunti membri di al-Shabaab». Su cosa si fondano le rinnovate accuse dell'Onu all'Italia (già nel 2010 il rapporto parlava di circostanza analoghe)? Secondo quanto si è potuto appurare, tutto è cominciato i120 settembre del 2009, con un messaggio di posta elettronica proveniente da un anonimo "deputato somalo" e avente come oggetto «Tangenti e corruzione per i visti emessi dall'ambasciata d'Italia a Nairobi», destinato all'Ufficio immigrazione dell'Unione europea. Le circostanze riportate nella e-mail furono alla base di un'investigazione del Semg, che continua tuttora. «Diverse fonti somale ci avevano confermato tali accuse - afferma Bryden, superando in parte il riserbo -. Così, dopo aver raccolto prove sulla corruzione nelle vostre ambasciate, abbiamo ritenuto giustificato menzionare l'Italia nel rapporto di marzo 2010». Poco prima della pubblicazione del documento, una delegazione del Semg si era incontrata i123 febbraio del 2010 con due rappresentanti della missione d'Italia presso il Palazzo di vetro. Bryden sostiene addirittura di essere stato «verbalmente minacciato» dai due diplomatici dopo avere annunciato l'intenzione di accusare l'Italia di corruzione nel rapporto che era allora in uscita. L'ispezione da Roma A quel punto, la Farnesina spedì a Nairobi nel marzo 2010 due ispettori per parlare con i diplomatici interessati e controllare gli archivi dei visti.

Le conclusioni dell'ispezione sono in un documento inviato a Roma e non accessibile ai media. Uno dei provvedimenti - per così dire dimostrativo - della Farnesina fu però quello di togliere la firma per la concessione dei visti all'ambasciatore italiano presso il Governo federale di transizione somalo (Tfg), Stefano Dejak (recentemente nominato ambasciatore in Uganda e insediatosi a Kampala i122 ottobre come ambasciatore per Uganda, Ruanda e Burundi), il quale dal 2009 aveva ricevuto l'incarico di approvare le carte d'ingresso unicamente per i funzionari politici del Tfg. «Dato che l'Italia era menzionata nel rapporto - afferma una fonte diplomatica italiana sotto anonimato -, la Farnesina aveva ritenuto opportuno sospendere l'autorità sui visti all'ambasciatore Dejak, per evitare qualunque fraintendimento». Ma solo la relazione confidenziale degli ispettori sarebbe in grado di far luce sul vero motivo del provvedimento. Interpellato direttamente da Avvenire, il nostro ministero degli Esteri ha confermato che il suo ispettorato, nel marzo 2010, su segnalazioni imprecisate di possibili irregolarità, dispose una missione a Nairobi che si concluse con alcune raccomandazioni per correggere le procedure del rilascio dei visti. Non furono però rilevati - sottolinea la Farnesina - né casi specifici di corruzione né elementi di responsabilità individuali tali da fare assumere altri provvedimenti. Smentite e conferme Dopo la pubblicazione del rapporto Semg 2010, la diplomazia italiana a Nairobi definì i rilievi in esso contenuti «voci senza fondamento». Sebbene Avvenire non abbia trovato alcuna prova riguardo alla complicità diretta delle ambasciate italiane relativa al traffico di visti, le fonti incontrate a partire dal luglio 2010 hanno tuttavia descritto un complicato e sorprendente quadro delle dinamiche che caratterizzano l'emigrazione dei cittadini somali.

«Molti di noi devono affidarsi agli 'intermediari' per ottenere un visto dall'ambasciata italiana», spiega Omar, una delle fonti, che ora vorrebbe essere rimborsato dall'intermediario che non è riuscito a fargli ottenere il visto. «Dobbiamo pagare persino per raggiungere il nono piano dell'edificio in cui si trova l'ambasciata italiana a Nairobi». Ci è stato infatti riferito che negli ultimi quindici anni la somma da pagare ai mediatori locali per salire all'ufficio consolare era tra i 100 e 500 dollari. Altre centinaia di dollari sarebbero state versate per corrompere ufficiali dell'immigrazione keniota e italiana, addetti delle compagnie aeree e retribuire i trafficanti stessi. Sia le investigazioni del Semg sia quelle di Avvenire fanno emergere che un visto emesso dall'ambasciata italiana poteva fruttare alla catena degli intermediari tra i 12 e i 20mila dollari, denaro che i somali raccoglievano soprattutto attraverso parenti e amici già residenti all'estero. «Una volta pagata la somma, i trafficanti fanno arrivare un taxi sotto casa», afferma Halima (nome di fantasia), in attesa di essere prelevata per il viaggio della speranza in Europa. «Dall'aeroporto di Nairobi, un intermediario accompagna fino a destinazione per consegnarci a un altro trafficante in Italia, che gestisce l'arrivo e il passaggio di altre frontiere europee». La maggior parte delle persone comvolte nel traffico d esseri umani usa l'Italia come punto di passaggio per raggiungere l'Inghilterra o i Paesi scandinavi. Alcuni cittadini somali da noi intervistati puntano il dito contro un intermediario chiamato Banjo, e vari trafficanti, tra cui lo stesso Salawat. «Ho lavorato ufficiosamente per l'ambasciata d'Italia a Nairobi tra 112005 e i12009», ci ha detto Banjo nel dicembre 2010. «Mi occupavo di aiutare i somali a compilare i moduli per il visto italiano. Lo facevo volontariamente - spiega -, ma qualche soldo, secondo le possibilità dei miei clienti, lo guadagnavo». «Il SEMG crede che Salawat abbia usato Banjo per cospirare con un diplomatico d'alto rango all'ambasciata italiana presso il TFG», è scritto nel rapporto S.O.C. crede, ma non dimostra.

Introdotte nuovi meccanismi Secondo quanto acquisito daAvvenire, con un messaggio di posta elettronica del 4 maggio, la diplomazia italiana in Kenya aveva inizialmente negato al Seme di aver utilizzato Banjo. «Per poi ammettere che Banjo avesse lavorato come "traduttore" nella sezione consolare - si legge nel dossier S.o.c. -, ma che era impiegato in qualità di assistente personale di un ex membro dell'ambasciata italiana per il Kenya». Nonostante ripetute sollecitazioni riguardo a Salawat, il corpo diplomatico italiano m Kenya non ha voluto rilasciare commenti ad Avvenire. Dopo molti anni e in seguito alle pressioni di vari attori, comunque, dal primo agosto 2011, tutti i richiedenti visto devono prenotarsi, presentare la documentazione necessaria e ricevere risposte attraverso la società VFS Global. «Testimoni» non disinteressati Non si deve comunque tacere che vi sono lacune nell'investigazione del Semg. Nel dossier sul caso, ad esempio, si parla di «sette visti commissionati da Salawat e ipoteticamente emessi dall'ambasciata italiana di Nairobi». L'unica prova fornita a sostegno di tale affermazione è un visto, esaminato da Avvenire, che risulta chiaramente falsificato. Il Gruppo di monitoraggio mostra inoltre di essere un'agenzia Onu che non può essere essa stessa controllata, perché «siamo prima di tutto protetti dall'immunità», conferma Bryden, i cui colleghi spendono spesso centinaia di dollari per ottenere informazioni dalle proprie fonti. In almeno due occasioni siamo stati direttamente testimoni del pagamento di cento dollari, messi in una busta, quale "prezzo" degli incontri tra un investigatore del Semg e due fonti somale. Per via di tale pratica, le informazioni avute da queste «fonti molto attendibili», come vengono definite nel rapporto pubblico dell'organizzazione Onu, sono infatti state spesso messe in dubbio da analisti e diplomatici che da anni si occupano della crisi somala.

Salawat, il più pericoloso dei «faccendieri» tra guerra ed emigrazione. Considerato il più pericoloso trafficante somalo di base a Nairobi,Abdirahman Abdi Salawat "Salawat" — noto anche come AbdiWarsame Dirie o, semplicemente, Salawat — è accusato dal Gruppo di monitoraggio Onu per la Somalia e l'Eritrea (Semg) di aver violato la risoluzione 1907 del 2009 sul terrorismo e la sicurezza. Salawat ha almeno due passaporti kenioti «apparentemente ottenuti sotto false generalità», precisa il rapporto pubblico del Semg. Dal 2004 Salawat ha facilitato il traffico di cittadini somali, tra cui criminali e sospetti membri di alShabaab, il gruppo ribelle alleato di al-Qaeda. Secondo il dossier del SEMG, Salawat è proprietario del Gaman Hotel, un tempo chiamato Top 10 Hotel, che si trova a Eastleigh, il quartiere somalo di Nairobi. «L'hotel era usato come crocevia per traffici di passaporti rubati e falsificati, documentazione da viaggio, carte d'identità keniote e droga», sostiene il SEMG. Durante il 2009, l'albergo ha cominciato a ospitare membri sia della ribellione somala sia di quella etiope. Sempre secondo il Semg, «Salawat avrebbe facilitato il traffico degli insorti che dalla Somalia volevano raggiungere il Kenya». Molti di questi ribelli avevano riportato ferite di guerra o volevano essere aiutati a raggiungere l'Europa. Nella documentazione confidenziale del SEMG, Salawat ha ammesso di aver ricevuto almeno un visto italiano dall'ufficio consolare dell'ambasciata d'Italia per il Kenya. Inoltre, si presume che Salawat abbia persino una struttura per produrre visti falsi, soprattutto italiani.

I VAMPIRI DELLA LIBIA

Tornano alla normalità i rapporti finanziari tra Italia e Libia. Da oggi sono scongelati tutti gli asset di Tripoli, che erano stati sottoposti al "freeze" lo scorso n marzo, a seguito delle delibere dell'Onu e della Ue per bloccare i beni accumulati dalla famiglia Gheddafi e dalla liquidazione forzata di partecipazioni da parte delle istituzioni finanziarie di Tripoli. 

La decisione europea - che sarà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale di Bruxelles ed entrerà immediatamente in vigore in tutti i paesi membri senza ulteriori passaggi - segue le delibere del Comitato sanzioni delle Nazioni Unite di venerdì scorso e della Ue, che due giorni fa ha deciso di scongelare tutti i fondi e gli asset della Central Bank of Libya, di Libyan Arab Foreign Bank e della Libyan Investment Authority (LIA).

La Ue inoltre ha lasciato parzialmente congelati gli asset di Libya Africa Investment Portfolio, che tuttavia non risulta presente in Italia. «La decisione è stata presa per sostenere la ripresa dell'economia libica e assistere il nuovo governo del paese». 

I beni libici nel mondo al momento dello scoppio della guerra ammontavano a poco meno di 200 miliardi di dollari, ma hanno subito delle decurtazaioni a causa del crollo dei mercati. In Italia la cifra congelata fu stimata in 6-7 miliardi di euro, anche questa ormai ridimensionata. In particolare - oltre a3-4 miliardi di depositi - figurano in portafoglio il 7,6% di UniCredit (di cui il 5% della Banca Centrale e il 2,6% della Lia), il 2% di Finmeccanica, l'1% circa dell'Eni, il 7,5% di Juventus e il 14,7% di Retelit, oltre alla Tamoil attraverso la Oilinvest. Inoltre in mano alla Lybian Arab Foreign Bank risulta esserci il 67,55% della Ubae, Unione di banche arabe, istituto nato nel 1972 e ancora molto presente nello snodo finanziario-commerciale tra Tripoli e Roma: da marzo scorso la banca è in regime di commissariamento, ma ora la Banca d'Italia farà tornare l'istituto in regime ordinario.

Che la decisione fosse vicina era nell'aria, sia per il progressivo ritorno alla normalità a Tripoli, sia per il processo innestato nelle sedi internazionali. Anche in Italia si respira verso Tripoli un'aria di rinnovata fiducia: la visita del presidente Jalil della scorsa settimana ha confermato che tornerà in vigore il Trattato di amicizia. 

Il premier Mario Monti andrà in visita in Libia nella seconda metà di gennaio: in vista della missione ieri a palazzo Chigi si è tentua una riunione sulla Libia. Oltre a Monti erano presenti i ministri dell'Interno, Anna Maria Cancellieri, degli Esteri, Giulio Terzi, e il vice dell'Economia, Vittorio Grilli. Sul fronte finanziario un segnale importante si è poi registrato la scorsa settimana, quando la Libia ha aderito all'aumento di capitale di Unicredit (utilizzando 375 milioni dei 600 scongelati). 

E il segnale che Tripoli - rappresentato in cda dall'ex governatore Bengdara - intende confermare gli impegni assunti nell'azionariato di piazza Cordusio dove è entrata nel 2008 e "cresciuta" nell'estate del 2010. Un impegno strategico in questo momento-chiave di forte rafforzamento patrimoniale della banca. Inoltre, Unicredit ha l'autorizzazione ad operare direttamente in Libia, caso unico fino a un anno fa, e ora si trova in posizione di vantaggio sui concorrenti internazionali.

Thursday, December 22

Ricordo la guerra in Bosnia ed il mio amico "O'Rey"

Tra nuvole soffici di polvere gialla e gli scatti frenetici dei fotografi che consegnano alla storia le immagini d'una lunga guerra senza vincitori, poche ore fa gli ultimi soldati americani hanno attraversato il deserto che dall'Iraq porta al Kuwait. Un'altra guerra finisce, senza finire, e si lascia alle spalle più di 100 mila morti, soprattutto civili; sono morti anche 4.000 soldati Usa (la differenza dei due numeri dice che, nelle guerre di oggi, a morire è soprattutto la gente qualunque, quella senza nome sul giornale). Sono morti anche 51 giornalisti, reporter d'ogni Paese con accredito ufficiale, ma in realtà è di 250 il conto totale dei media-people ammazzati, se si aggiungono anche coloro che stando sul campo rendono possibile il lavoro dei reporter: gli interpreti, gli stringer, gli autisti locali.

I morti delle guerre sono un saldo sempre amaro, che non ha bandiere. E se le guerre di oggi ammazzano più civili che soldati, ormai non fa gran notizia la morte anche di un giornalista. Quella notte del 20 aprile di quest'anno, Tim Hetherington stava sbarcando sul molo del porto di Misurata: Tim era uno dei più noti fotoreporter di guerra, lavorava per il «New York Times», aveva anche sfiorato l'Oscar con un suo documentario; era alto, magro, gli zigomi duri della genia inglese, e aveva accanto a sé Chris Hondros, che era un altro fotoreporter di razza, in corsa per il Pulitzer. Nell'aria buia del porto senza luci le cannonate riempivano il silenzio. Tim chiese: «Ma quanto è dura? Si rischia alto?». Sono domande che si fanno, in questo lavoro, l'esperienza è un ferro del mestiere. «SI, certo, si rischia, i colpi di mortaio cadono a tappeto; se hai sfiga ti finisce male». Il pomeriggio del 21, poche ore dopo il suo sbarco, a Tim fini male, e anche a Chris.

Il mattino seguente quella loro morte fu una notizia di non molte righe, il conto dei giornalisti ammazzati si fa solo a fine anno. «Reporter sans frontières» pubblica oggi il rendiconto del 2011: con Tim e Chris, i giornalisti ammazzati quest'anno sono stati 66, in aumento del 16% rispetto al 2010. 3003 sono stati arrestati, bastonati, feriti, minacciati di violenza; 71 sono stati rapiti, 73 sono stati costretti a fuggire dai loro Paesi. Nella guerra di Libia, da febbraio a oggi, sono stati uccisi 5 giornalisti, di 20 è il conto totale della Primavera araba, ma il Paese più violento resta il Pakistan con 10 giornalisti ammazzati. L'organizzazione americana CPJ mette in conto numeri leggermente diversi, ma la differenza di una o due cifre non ha grandi significati: sta nella valutazione sullo status professionale, quello che resta è il bilancio pagato per consentire un giudizio costruito con la lettura testimoniale della realtà.

La conoscenza, nel mondo d'oggi, è fatta per il 90 per cento dai flussi informativi del sistema mediate), una mole gigantesca di news che passa nel nostro cervello dai giornali, dalle radio, dagli schermi della TV, da dentro la pancia dei computer che raccontano la Rete. Spesso senza filtro critico. E allora sta ai giornalisti esserne strumento consapevole. I giornalisti non sono eroi, neanche quando muoiono; fanno un lavoro che ha una certa dose di rischio, che non è solo quello della cannonata che t'ammazza, ma sta nella natura d'un impegno che non dovrebbe piegarsi ad accomodamenti o paure. Anche la mafia ammazza i giornalisti, anche i «cartelli» della droga lo fanno, anche il fondamentalismo islamico; e ogni potere che venga «disturbato», criminale o civile che sia, tenta di rivalersi contro il giornalismo, con la censura, i condizionamenti, le ritorsioni, la galera. Questa «guerra» contro la verità segue da presso l'evoluzione della tecnologia della conoscenza: nel 2011 sono stati arrestati 199 bloggers, un numero che ogni anno cresce, dalla Cina all'Iran, senza frontiere.

Chi c'è dietro l'ondata di attentati in Iran? Ali Khamenei sa benissimo che chi è stato in grado di colpire obiettivi altamente sensibili è potenzialmente in grado di arrivare dappertutto.

Opinione comune vuole che sia Israele. D'altronde, per molti Netanyahu è un guerrafondaio. O magari no, magari sono gli Usa. Magari è Obama, che dopotutto ha pur sempre fatto uccidere bin Laden e Gheddafi, fatto cadere Mubarak e Ben Ali e proclamato a gran voce: «Assad se ne deve andare». Chi altro potrebbe esserci dietro le quinte della misteriosa "ondata" di omicidi, sabotaggi ed esplosioni che sta colpendo l'Iran, dalle basi militari alle industrie, dai gasdotti che portano l'oro azzurro in 'Iìtrchia alle macchine che sfrecciano a Teheran portando al lavoro (o viceversa) i fisici nucleari? Fino a questo momento, sono praticamente stato l'unico ad puntare il dito contro questa montante campagna di sabotaggio. Adesso tutti cominciano a notarla. L'ultimo attacco contro un obiettivo strategico è di qualche giorno fa ed è stato condotto contro un impianto di siderurgia speciale, che produce, tra le altre cose, delle fondamentali componenti missilistiche, come le ogive. È il quarto attentato in ordine di importanza degli ultimi due mesi.

Gli altri tre sono stati: il 12 novembre la gigantesca esplosion a Karaj, il 28 novembre l'attacco al complesso militare di Isfahan (e di entrambi forse avrete già sentito parlare) e il 14 novembre un attentato contro un'altra caserma militare a Khorramabad, vicino al confine con l'Iraq. Senza contare gli eventi minori, come quello dell'uccisione di due militi Basij in Balouchistan l'altro ieri. Prima di spiegare i perché ed i per come, un po' di dettagli: la terribile esplosione di Karaj ha sorpreso gli attentatori e compromesso la nostra lettura dell'evento. L'operazione era rivolta contro le Guardie Rivoluzionarie, in particolare contro il generale Hassan Tehrani Moghadam, che era sia l'architetto del programma missilistico nazionale sia uno dei più orribili capi di quell'orribile corpo. Gli attentatori non sapevano che quel giorno nella base era stato trasportato un grande quantitativo di propellente missilistico (di fatto il motivo per cui il generale si trovava là). Questo speciale carburante arrivava direttamente dalla Corea del Nord e si suppone che fosse destinato a raddoppiare il raggio d'azione dei missili iraniani.

L'esplosione che ha ucciso Moghadam e numerosi dei suoi sottoposti ha incendiato il combustibile, con risultati drammatici: 377 sono state le vittime segnalate direttamente all'ufficio del leader supremo. Fra i morti ci sono anche gli attentatori - impossibile scappare da quell'improvviso e devastante incendio - e almeno quattro ufficiali nord coreani, che si erano recati in Iran per celebrare la consegna del carico. Gli attentatori venivano tutti dalle file dell'opposizione interna, e per quel che mi è dato sapere non avevano alcun tipo di legame con nessuna intelligence od organizzazione militare, né tantomeno con alcun governo straniero. Ovviamente, come sempre accade con le questioni iraniane, bisogna prendere con le pinze le informazioni che arrivano da quel Paese. D'altra parte, però, sono stato per lungo tempo l'unica voce che ha continuato a denunciare la possibile virata violenta dell'opposizione (la cosiddetta Onda Verde). Quest'ultima ha preso una piega punto diversa da quella della semplice protesta che inondava le strade di Teheran uno o due anni fa.

E nel regime - altra cosa su cui ho continuato a battere - ci sono molti simpatizzanti, oppositori e collaboratori dell'opposione. Perché è evidente anche occhi di un profano che la preprazione di un'ondata di attentati non può accadere senza il sostegno di qualche cellula in seno al regime. E non una cellula qualsiasi, visto che deve aver accesso a informazioni sensibili. Se dubitate delle mie parole, provate a chiedere al leader supremo Ali Khamenei. Lui sa benissimo che chi è stato in grado di raggiungere obiettivi così delicati può potenzialmente arrivare dappertutto. Da ultimo, Khamenei è sempre meno presente ad eventi pubblici. Come il suo amico Nasrallah, leader di Hezbollah, preferisce tenere la testa bassa e scegliere un basso profilo. Non che Khamenei si sia votato alla solitudine e al silenzio. Ha già licenziato generali e colonnelli al vertice delle Guardie Rivoluzionarie. Al Arabiya e altri amanti di storie fantastiche vogliono farci credere che il vero obiettivo dell'attentato di Karaj fosse il grande ayatollah e che per questo motivo lui abbia messo in atto una vera e propria purga.

Ma non è così e i top officials sono stati silurati perché incapaci di prevedere l'attentato e di ricevere informazioni dalla sezione intelligence che dirige *** vano o perché coinvolti nel grave scandalo finanziario che ha colpito il Paese. Altri analisti suggeriscono che il figlio di Khameni si sia alleato con Ahmadinejad per far fuori il vecchio, ma non è vero. Non c'è dubbio che Ahmadinejad aspiri a che Khamenei raggiunga il paradiso il più velocemente possibile, ma non è coinvolto in questo affare. Le mie fonti mi dicono che il peggio debba ancora arrivare e sono sicuro che il leader supremo pensi proprio la stessa cosa. L'ayatollah potrebbe anche non sapere da dove arrivino le armi che lo combattono e convincersi - esattamente come fa gran parte dell'opinione pubblica - che dietro gli attentati ci sia lo zampino satanico di Washington e Gerusalemme. Ma io non ci credo. Quella a cui assistiamo è una campagna più grande, e rappresenta la vendetta del popolo iraniano contro i suoi torturatori, assassini ed oppressori. D'altronde, chi potrebbe dargli torto?

US trajectory on Syria ‘a self-generating path to war.

Washington has once again slammed the Syrian regime, warning of new international measures unless it withdraws security forces from the streets. But a US-based political cartoonist says human rights are merely a cover for America’s real intentions. “I think we are going to look at the usual trajectory of ramping up the sanctions, trying to deny diplomatic recognition and cutting off all economic activity between Syria and US allies in the region,” Ted Rall told RT. “These things almost have a logical ramping up that you see in one crisis after the other. It’s almost like it’s a self-generating path to a future war, and it becomes even more pronounced at a time when the United States is winding down its involvement in Iraq.” What is really driving Washington’s insistence on regime change there, Rall explains, is the desire to please its regional ally. Human rights abuses serve here as a convenient excuse which is only addressed from one side – when it is convenient for the West.

“This is an opportunity for the United States to get rid of sort of a regional mini-power that they find irritating, and as a way to do a favor to its chief ally in the region – Israel,” he said. “Human rights is something that the United States only cites when it’s convenient for them. When their allies are guilty of human rights abuses in places like in Central Asia there’s a completely different narrative there, and you are just not looking at the same kind of sanctions and other activities.”. Similarly, the forthcoming mission of Arab League observers to Syria may later be used as a local reference in accusations and as a justification for military action. “I don’t think [the Arab League mission] is going to make much difference… If this is going to be regime change against Syria, it’s not going to be the Arab League action,” Ted Rall explained. “However, if the United States were to ramp up towards a military action in the coming year, they would certainly cite the Arab League’s statements as a way to justify it.”

Rall recalls that the same scenario was applied to Iraq in the run-up to the war against Saddam Hussein, when regional powers were cited as the reason why the United States should go in.

Siria: "Assad è un morto che cammina".

La vera domana è: quanti step ancora restano da percorrere?". Frederic Hof, l'uomo di Obama che si occupa del dossier siriano, durante un'audizione al Congresso "Non uccidiamo la nostra gente. Nessun governo al mondo uccide la sua gente, a meno che non sia guidato da un pazzo". Bashar el Assad, intervistato da Barbara Walters per Abc A Parigi il leader dell'opposizione sembra disegnato al computer dalla comunità internazionale. Sul campo il leader dell'esercito ribelle è un colonnello che non si ferma a nessuna condizione. Poi c'è lo zio di Assad, meglio noto come "il macellaio" che poni fica da una scrivania luccicante Arrivano gli osservatori. Oggi entra in Siria la prima squadra di osservatori mandata dalla Lega araba a controllare la situazione, dopo l'accordo con il regime. Seguiranno centinaia di esperti - anche avvocati e medici legali - con il compito di capire che cosa stia succedendo (i giornalisti internazionali sono tenuti fuori dal paese, oppure sono portati a casa del presidente Assad per interviste che non hanno contatto con la realtà) e di fermare le violenze. Ci saranno pure inviati del Bah-rain, il regno del Golfo accusato per la mano pesante contro i suoi rivoltosi sciiti.

Sembra che siano guidati - se fosse confermato, è una scelta sciagurata - da un generale sudanese nel mirino della Corte internazionale di Giustizia per crimini di guerra. Si teme che Damasco usi la tattica dei villaggi Potemkin, quelle facciate di legno che secondo la leggenda furono piazzate dal principe Grigorij Aleksandrovic Potemkin sul percorso della zarina Caterina II durante un viaggio in Crimea. Gli stessi greggi di pecore erano spostate lungo la strada e figuranti sorridenti facevano credere all'imperatrice che tutto andasse come nel migliore dei mondi possibili. In porto, una flotta di navi mercantili truccate da navi da guerra coronava lo sforzo e l'inganno. Il regime non è nuovo a forzature propagandistiche: la tv di stato ha sostenuto che la rivolta libica a Tripoli fosse una sceneggiata girata negli studi di al Jazeera e trasmessa per indebolire il morale degli altri arabi. Confessioni di "terroristi" vanno regolarmente in onda e ieri è stata organizzata una grande esercitazione militare con bombardieri, elicotteri e carri armati per dare l'immagine di un esercito compatto e pronto a usare i suoi mezzi. Secondo fonti siriane, il regime sta già spostando i prigionieri politici nelle caserme, che in quanto zone militari sono escluse dalla missione degli osservatori. II terremoto nei salotti parigini. Nel 2008, Assad partecipò alle celebrazioni parigine invitato dal presidente francese, Nicolas Sarkozy.

Era il culmine di una strategia di appeasement portata avanti da Parigi - con la collaborazione dell'America - per sottrarre la Siria dall'asse del male bushiano. Assad sembrava un leader duro ma ragionevole, e molti si convinsero che con l'appoggio di Damasco si potessero risolvere molti guai, dalla liberazione del capo- rale Shalit alle faide intrapalestinesi. Parigi s'illuse che si sarebbe potuto allentare il rapporto tra Siria e Iran e investì su una "special relationship" con Assad. Ora la Francia ha voltato le spalle al suo ex "amico" e anzi è la più attiva nel denunciare le brutture della dittatura e a chiamare a raccolta la comunità internazionale - agisce assieme alla Turchia, anche se negli ultimi giorni la questione del genocidio armeno sta facendo saltare, a suon di sgarbi telefonici, quest'alleanza. Sarkozy è stato tra i primi a riconoscere l'opposizione siriana come interlocutore politico, anche perché vive in casa: storicamente gli esuli siriani riempiono i salotti parigini, tengono lezioni alla Sorbona, spiegano che cosa accade nell'opaca Damasco. Ma, come già accaduto con opposizioni di altri paesi, non tutto è trasparente nemmeno da quella parte. II buono, il brutto, il cattivo. Burhan Ghalioun è il capo del Consiglio nazionale siriano (che esiste già dal 2005, ma che ora sta vivendo una nuova giovinezza grazie al gemello libico) con sede a Parigi.

Se si potesse creare un leader dell'opposizione al computer, verrebbe fuori Ghalioun. E' nato, sessantasei anni fa, a Homs, una delle città più martoriate dalla repressione degli Assad, è cresciuto nella politica e con la politica, quando aveva lieti anni già discuteva di comunismo, paiarabismo, nazionalismo e democrazia. Arrivato a Damasco come studente, divenne presto uno dei più ricercati dai Servizi segreti, con tutto quel che questo comporta: arresti, botte, minacce a tutta la famiglia. Con l'arrivo di Hafez Assad, Ghalioun lasciò la Siria, sarebbe rientrato vent'anni dopo, per seppellire suo padre. Nel frattempo è diventato uno dei più solidi oppositori del regime e dei regimi di tutta la regione (scrisse un manifesto per la democrazia in Algeria, tanto per non far innervosire nessuno) e ora, dalla ;ua casa modesta in un quartiere modesto di Parigi, sommerso di piante perché cosi era abituato a Homs, rilascia dichiarazioni da sogno: romperemo i rapporti con Iran e Hezbollah, normalizzeremo i rapporti con Israele, siamo anche disposti a ridare a Gerusalemme il Golan. Ovviamente questo basta a renderlo inviso a Iran parte dei siriani, che pure combattono contro il regime. Il rapporto più difficile è quello con il capo dell'esercito lei dissidenti, Riad al Asaad, un colonnello con i baffi che comanda dal confine turco le operazioni militari contro l'esercito regolare di Damasco. Per quel che si sa, Asaad è la mente dietro gli attacchi più spettacolari e mortiferi ai danni del partito di regime e dell'esercito, ma secondo alcuni rappresenta il problema più grave per l'opposizione: formalmente c'è un patto tra Ghalioun e Asaad, ma il primo dice sempre al secondo di smetterla con le violenze.

Il colonnello non ci sente, combatte la violenza con la violenza, ma questo rende difficile per la comunità internazionale sostenerlo, soprattutto per quei paesi che hanno imparato sulla loro pelle che schierarsi, in una guerra civile a così alto tasso d'armamenti da emtrambe le parti, non porta mai a buoni risultati (la Russia ne ha approfittato chiedendo all'Onu sanzioni sia per l'esercito regolare sia per l'esercito ribelle). A complicare ancora di più i rapporti tra opposizione e resto del mondo - quelli sul campo hanno detto al Monde che si sentono abbandonati - c'è il più cattivo di tutti: lo zio di Assad, Rifaat, meglio noto come "il macellaio", l'autore del massacro di Hama. Immortalato come un diplomatico di lungo corso, al telefono su una scrivania luccicante, Rifaat ha detto in un'intervista al Figaro di qualche settimana fa che suo nipote Bashar deve andarsene perché non può mantenere il controllo del Paese con i carri armati e la repressione è durata troppo a lungo senza di fatto avere successo. Così anche il macellaio è entrato a far parte dell'opposizione all'attuale regime di Damasco. Cento morti tra gli ulivi. Idlib è una piccola città nel nord, a soli tre quarti d'ora di automobile da Aleppo, vicino al confine con la Turchia. Anzi, in quella zona il territorio turco forma un cuneo tra il mare Mediterraneo e la Siria e cade verso sud a formare un becco di un centinaio di chilometri. La zona collinosa e coperta da alberi di olivo è diventata il più grande corridoio per l'andirivieni di disertori e ribelli siriani con la Turchia. Due giorni fa i soldati di Damasco hanno chiuso in una sacca almeno un centinaio di commilitoni in fuga verso il confine e verso la salvezza e li hanno uccisi - il numero preciso, 111, è stato dato da Rami Abdulrahman dell'Osservatorio siriano per i diritti umani, un'organizzazione con base a Londra che ha contatti clandestini in Siria.

La Francia ha immediatamente condannato senza troppe verifiche "il massacro senza precedenti". In due giorni, lunedì e martedì, il numero dei morti sarebbe stato di 250. Id-lib è uno dei fronti più violenti dei combattimenti tra l'esercito libero di Siria - i ribelli, soprattutto disertori sunniti - e il regime. Da domenica, almeno 17 veicoli dell'esercito regolare sono stati distrutti. E' così vicina alla Turchia da essere la zona ideale per la creazione della cosiddetta "buffer zone", una porzione di territorio siriano che eventualmente dovrebbe essere sorvegliata da soldati turchi e fare da rifugio per gli sfollati - e, ineluttabilmente, da rifugio sicuro per la guerriglia. Il regime vuole evitare che si trasformi nella Bengasi siriana e poi vicino c'è la paciosa Aleppo, capitale d'affari del paese, che assieme a Damasco resiste nell'illusione che la rivoluzione possa spegnersi. Il contagio per ora non c'è ancora stato, a dispetto della prossimità - tranne che tra le teste calde degli studenti all'università, ieri attaccati dagli uomini di Assad. Ma se Aleppo cade, Damasco resta sola e la vita del regime s'accorcia. Pare Ramadi. Da Idlib andando verso sud, verso la capitale Damasco difesa dal grosso delle truppe e verso il confine con il Libano, c'è prima Hama - rasa al suolo nell'81 dal padre del presidente Bashar el Assad, Hafez - e poi Homs.

Oltre a essere così in mezzo, sulla strada di collegamento, Homs è anche la zona dove per la prima volta, lo scorso luglio, hanno cominciato ad agire i battaglioni dell'esercito libero di Siria e che meglio si riesce a difendere dagli attacchi degli uomini di Assad. La guerra civile siriana è partita da lì. Se Idlib è la Bengasi siriana - ovvero la città vicina al confine dove è più probabile che comincino gli aiuti internazionali - Homs è la nuova Misurata, la zona più contesa e investita con più violenza dai combattimenti. O forse è la nuova Ramadi, per rispolverare il nome della città dell'Iraq occidentale dove si combatté con più durezza tra il 2004 e il 2007. Il bollettino quotidiano delle notizie che si può ricostruire dalle fonti, compresa l'agenzia di stato, da leggere con freddezza e cautela, ricorda lo scenario iracheno: un colonnello con le gambe amputate per colpa di una bomba nascosta sotto la macchina, guerriglieri che sparano da un taxi in corsa, altri che prendono di mira bus militari. Mai, però, durante la guerra in Iraq, ci furono giornate di guerriglia così sanguinose, se non si contano gli attentati di al Qaida contro la popolazione civile. ieri da Homs sono stati rapiti cinque ingegneri iraniani che lavoravano a una centrale in cosntruzione nei paraggi. Il fatto di arrivare dall'Iran, alleato del regime, e di lavorare a un progetto di stato vicino al centro della ribellione li ha resi bersagli naturali.