Wednesday, February 29

RED ALERT: MONTENEGRO AND KOSOVO


Khartoum accusa Juba di attacchi armati oltre frontiera.

Notizie di nuove e diffuse violenze al confine tra Sudan e Sud Sudan fanno temere che le persistenti tensioni sfocino in una ripresa generalizzata del conflitto armato. Il Governo di Khartoum accusa quello di Juba di attacchi armati oltre frontiera, a sostegno dei ribelli che operano negli Stati del Kordofan meridionale e del Nilo Azzurro. Questi ultimi, coalizzati nelle Forze rivoluzionarie sudanesi (Srf), hanno annunciato di aver ucciso ieri 150 soldati dell'esercito lungo la frontiera tra appunto il Kordofan meridionale e lo Stato sudsudanese di Unity. L'esercito sudanese ha smentito, affermando anzi di aver eliminato un numero importante di ribelli. Già due giorni fa, le Srf avevano rivendicato la conquista della città contesa di Jau, definendola la prima grande vittoria dell'alleanza che si oppone a Khartoum, dichiarando di aver inflitto perdite all'esercito regolare sudanese e requisito tre carri armati, centinaia di dushka (mitragliatrici antiaeree di fabbricazione russa) oltre a munizioni e armi di piccolo calibro. Secondo il Governo del presidente sudanese Omar Hassan el Bashir, i ribelli sono organizzati e sostenuti dal Governo di Juba, verso il quale viene annunciata una risposta. Un comunicato di Khartoum accusa le forze armate regolari del Sud Sudan, di essere penetrate per oltre sei chilometri in territorio sudanese e di aver preso parte agli scontri nell'area di Buhairat al Obiad, in violazione di un memorandum di non aggressione e rispetto reciproco della sovranità territoriale firmato appena due settimane fa ad Addis Abeba, con la mediazione dell'Unione africana. Il comunicato precisa che il Sudan •si riserva, in base agli accordi, di fare ricorso al diritto internazionale per reagire a questo attacco», oltre ad annunciare un appello al Consiglio di sicurezza dell'Onu e all'Unione africana. Unica nota positiva in questa recrudescenza di tensione e violenze è la notizia del ritorno degli operatori umanitari nel Kordofan meridionale, dove da mesi era impossibile accedere con aiuti e viveri per la popolazione civile. Nel capoluogo Kadugli è arrivata ieri una prima squadra di volontari per l'assistenza ai centinaia di migliaia di sfollati. Sempre ieri, l'alto commissariato dell'Onu per i rifugiati (Unhcr) ha detto che sono oltre 130.000 i profughi riversatisi in Etiopia e in Sud Sudan per sottrarsi ai pesanti combattimenti tra le forze armate sudanesi e i ribelli. L'Unhcr prevede inoltre che nei prossimi mesi il flusso di arrivi non si arresterà a causa del protrarsi degli scontri e del peggioramento delle condizioni umanitarie nelle aree di conflitto.

Ma Barak Obama, ce l'ha una strategia per l'Iran?

Con il discorso all'Aipac e l'incontro con il premier Benjamin Netanyahu, domenica e lunedì prossimi, il presidente americano Barack Obama potrà fare chiarezza sulla sua posizione nei confronti dell'Iran atomico. Israele sostiene che Washington stia facendo di tutto per abbassare il codice d'allarme su Teheran, e ripaga quel che considera una strategia irresponsabile facendo sapere che, in caso di blitz, gli americani non saranno avvertiti. Fonti dell'Amministrazione ribadiscono che la politica americana è "prendere tempo" e lavorare di diplomazia e sanzioni con l'Iran. I commentatori chiedono a Obama chiarezza. Se il presidente pensa che Teheran non debba dotarsi della Bomba, fornisca dettagli sull'opzione militare; se pensa di poter convivere con un Iran atomico, lo dica chiaro, soprattutto a Israele. Secondo gli insider del Wall Street Journal, le pressioni israeliane su Obama hanno funzionato: entro domenica, cioè prima degli incontri vis à vis con Netanyahu, la Casa Bianca fornirà i dettagli delle "red lines", le linee rosse che l'Iran non può oltrepassare, al di là c'è un'azione militare. Ma se a Washington domina l'idea che l'accelerazione guerresca sia un bluff, gli scettici pensano che le "red lines" ci sono, ma sono quelle che Obama ha superato nei rapporti con Israele. (secondo articolo a pagina tre) Per rassicurare Israele, Obama ha solo l'arma della chiarezza S'avvicina lo showdown tra il presidente e il premier Netanyahu. La Casa Bianca prepara le "red lines" che l'Iran non può superare Milano. La strategia dell'America nei confronti dell'Iran è: "Prendere tempo e spostare il problema nel futuro; se ci riesce, 'strange things' possono accadere nel frattempo". Questa è la versione della posizione statunitense secondo Anthony Blinken, il consigliere per la sicurezza nazionale del vicepresidente Joe Biden e vice assistente di Barack Obama per gli Affari sulla sicurezza nazionale. Parlando l'altroieri all'Israeli Policy Forum, Blinken ha detto che gli americani sono convinti che l'arma atomica di Teheran non c'è, c'è invece spazio per la diplomazia che può contenere quella che per Washington è "una minaccia seria e diretta" e che per Israele è "una minaccia esistenziale". Le parole sono state scelte con cura, sottolinea Chemi Shalev, corrispondente di Haaretz in America, il quale ha anche chiesto a Blinken che cosa intende quando dice che "Israele deve prendere le sue decisioni, non siamo di quelli che vogliono dire ai loro alleati che cosa fare quando si tratta della loro sicurezza nazionale". Risposta di Blinken: "America e Israele sono molto vicini, ma siccome siamo in posti diversi, anche fisicamente, ci possono essere differenze tra i due paesi — ma la posizione strategica di base è la stessa". Forse la vicinanza con Biden, noto perché involontariamente riesce spesso a dire il contrario di quello che pensa, non aiuta Blinken, ma certo è che tutto sembra, tranne che la posizione strategica di Israele e Washington sia la stessa. Ieri ancora circolava la voce che il premier di Gerusalemme, Benjamin Netanyahu, ha deciso: se ci sarà uno strike contro le basi nucleari iraniane, gli americani non saranno avvertiti — così sostiene la maggior parte del personale diplomatico e militare coinvolto, sia in America sia in Israele. Per gli interpreti buonisti, si tratta di una misura di riguardo: se gli americani non sanno, non possono essere ritenuti responsabili, cioè le conseguenze ricadranno solo su Israele. Per gli esperti militari si tratta di un bluff l'aviazione israeliana non può fare un attacco con qualche possibilità di successo senza l'aiuto degli americani. Per la diplomazia statunitense si tratta di uno smacco: gli emissari di Washington chiedono di essere avvertiti con ragionevole anticipo. Nel prossimo fine settimana, le speculazioni potrebbero finire, e quel gran parlare che si fa sul blitz anti iraniano potrebbe diventare davvero una strategia condivisa — *** magari con qualche dettaglio più credibile rispetto a quelli forniti dal consigliere di Biden. Domenica ci sono i discorsi all'Aipac, quello di Netanyahu, quello del presidente israeliano, Shimon Peres, e quello di Obama. Ogni anno c'è grande attesa per questo appuntamento: il liberal Obama di fronte alla lobby più falco e conservatrice d'Israele in America - come andrà a finire? Ogni anno il presidente rinnova l'alleanza "incrollabile", e conferma che ci possono essere divergenze, ma la sostanza non cambia mai: Israele è il miglior alleato dell'America, non lasceremo che qualcuno minacci la sua esistenza. Quest'anno, che ci sono le presidenziali, Obama terrà questo discorso pensando anche all'elettorato ebraico, che come è noto è molto influente (e vota democratico). Lunedì, nell'incontro con Netanyahu, i dissapori potranno diminuire, se Obama saprà essere chiaro. Ieri sul Wall Street Journal, Frederick Kagan (l'ideatore del surge di Petraeus) e Maseh Zarif (studioso d'Iran, ha pubblicato paper dettagliati sullo stato dell'arte della bomba iraniana, si possono trovare su www.irantracker.org) spiegavano: gli americani minimizzano la minaccia di Teheran a suon di report d'intelligence che smentiscono (persino) l'Aiea, ma così si stanno prendendo in giro. E' ovvio che l'Iran vuole la Bomba e che la vuole presto, Obama dovrebbe smetterla di illudersi che, abbassando il codice d'allarme, la questione iraniana magicamente si possa dissolvere. Piuttosto - concludono i due commentatori - ci vuole chiarezza: se Obama pensa che l'Iran non debba avere la Bomba, allora deve valutare seriamente i dettagli di uno strike; se pensa che si può convivere con un Iran atomico, contenendolo e governandolo con le sanzioni, allora lo dica chiaro a Israele, e poi si inizierà a discutere. Anche Jeffrey Herf, liberal falco che ha scritto un bel libro sull'influenza nazista nel mondo arabo, chiede sul magazine New Republic: quand'è che Obama farà chiarezza sulla sua posizione con l'Iran? Il presidente dice che tutte le opzioni sono sul tavolo, ma poi non spiega mai che cosa significa una guerra con l'Iran, "non sembra che sia co-si serio sulla questione", sostiene Herf. Secondo il Wall Street Journal il momento della chiarezza è arrivato: prima di incontrare Netanyahu, la Casa Bianca fornirà le "red lines", le linee rosse che l'Iran non può oltrepassare: al di là c'è l'opzione militare.

CLINTON FAMILY: ASSAD AS MILOSEVIC; could be classified as a war criminal

With the US labeling the Syrian President as a “war criminal” and France calling for his prosecution in the International Criminal Court, the West appears to be ratcheting up its rhetoric against the Syrian government. On Tuesday, US Secretary of State Hillary Clinton testified before a Senate subcommittee on the State Department's budget. Pressured by Senator Lindsey Graham (R-SC) into answering whether she thinks Syrian President Bashar Al-Assad fits the definition of a war criminal, Clinton said: “Based on definitions of war criminal and crimes against humanity, there would be an argument to be made that he would fit into that category.”

However, Clinton stopped short of saying the international community should prosecute Assad based on those charges and noted that such a label “limits options to persuade leaders to step down from power.”

On Monday, Clinton’s French counterpart Alain Juppe said that Syria should be referred to the International Criminal Court (ICC). Juppe also told the French Parliament that work had begun at the Security Council on a new resolution that would, in his words, “order an immediate halt to hostilities and allow humanitarian access while also renewing support for the Arab League plan.” Juppe called on Russia and China to refrain from vetoing the initiative.

British Foreign Minister William Hague told Parliament he was horrified by the violence in Syria but stopped short of calling for the use of force against the Assad government, instead reminding MPs of the tough new measures the EU adopted on Monday.

These statements came in the aftermath of the deaths of two Western journalists, Marie Colvin and Remi Ochlik, killed during the bombardment of the beleaguered Baba Amr neighborhood of Homs last Wednesday. The fate of some journalists who were also caught in the crossfire remains unclear.

In the meantime Syria held a national referendum on a new constitution, which stipulates holding multiparty elections and bans the president from holding more than two 7-year terms in office. Critics have said that the new constitution brings little change, as it legitimizes Assad’s stay in power until 2028. Assad signed the document after it was approved by 89 per cent of voters. Clinton made Washington's stance clear, calling the referendum a “cynical ploy.”

RT correspondent Gayane Chichikyan, reporting from Washington, says America’s escalating anti-Syrian rhetoric has sent a message to the armed rebels “to carry on the fighting and to undermine the results of the landmark referendum."

“We’ve been getting reports that the US-backed Free Syrian Army has been making efforts to prevent people from voting in the city of Homs,” she said.

She also alluded to reports from the city of Al-Qusair where a Free Syria Army general allegedly told a Reuters journalist that “the militia group has received arms from French and American sources, including anti-aircraft missiles.”

“The so-called Friends of Syria are basically ignoring a huge part of the Syrian population who want change through ballots, not bullets,” she concluded.
­Western officials' rhetoric: ‘Not much bite’

­Middle East expert Sharmine Narwani noted that Clinton’s remarks are much in line with aggressive statements made by a number of top Western officials against the Syrian government. However, she noted that “There is not much bite in what they have to offer, so they are sort of spending a lot of time on media spin and hyping up the conflict to keep it on the front pages as they push along with their policies and plans for the region.”

Narwani pointed to the fact that the majority of Syrians, including the opposition, do not support sanctions or military intervention.

“So these are opponents of the Syrian regime, some of whom don’t even want to enter into dialogue with the Syrian regime, some of whom would like the Syrian regime to fall, and they universally concluded that sanctions were a terrible thing for the Syrian people and that it was punitive for the people of the country – much more so than the elite of the government”.

As for the referendum, Narwani noted that despite the fact that a number of Syrians decided to boycott it, a majority participated and voted for the new constitution.

“All in all I think this referendum was a pretty robust exercise in democracy,” she said.Lode Vanoost, international consultant and former Belgian MP, said the aggressive rhetoric coming from the West would only make Assad want to stay in power for as long as possible, and by any means necessary.

“People like Hillary Clinton say that it’s so scandalous that the world is not acting on the crimes being done in Syria, while at the same time doing exactly that, supporting regimes in Bahrain, in Qatar, in Saudi Arabia, exactly the countries that are asking for military intervention in Syria” and “not really models of democracy,”

Tuesday, February 28

In or out: EU to decide on Serbia candidacy

In the six years it has dreamed of an EU ticket, Serbia seems to have given its policies every shape the bloc has demanded. Tuesday will show whether Belgrade’s uncompromising will to compromise on Kosovo was the correct key to the EU door.

European heads of state are continuing talks in Brussels on whether Serbia should be granted EU candidacy status.

However the almost-sealed deal has met with unexpected opposition from Romania. The country refused to sign the agreement unless Serbia guarantees it will uphold the rights of ethnic Romanians living in the country.

Notwithstanding the dispute, Serbia’s race for EU candidacy, which began in October 2005, has every chance of succeeding. On the eve of the fateful meeting, French Foreign Minister Allan Juppé said ministers had reached a general agreement and there were “no objections” to the move.­

If the ministers give their final go-ahead, Serbia might well gain candidacy status in March after the motion is approved at an EU summit.

Brussels’ approval would bring election points to the current Democrat-led coalition in the parliamentary ballot set for spring. President Boris Tadic, the leader of Serbia’s Democratic Party, says that Brussels’ decision would attest his party’s slogan: “Both the EU and Kosovo.”

­ UN Security Council resolution 1244, adopted in June 1999 after the Kosovo war for independence, treats Kosovo as an integral part of Serbia. In February 2008, Kosovo proclaimed independence. Seven months later, the International Court of Justice stated that the declaration of independence did not run contrary to international law, but refrained from any ruling. Kosovo is now recognized as a sovereign state by 88 governments. Serbia does not acknowledge Kosovo’s independence.

The EU meeting comes days after Serbia and Kosovo finally agreed a compromise on Pristina’s representation at regional meetings. In forums, the region’s representatives will sit by a sign saying “Kosovo” with two footnotes: one referring to UN resolution 1244, and the other to the ruling of the International Court of Justice over Kosovo’s declaration of independence.

The Friday compromise between Pristina and Belgrade sparked massive protests in Kosovo. On Monday, thousands of Kosovo Albanians gathered around the local government in Pristina to slam the accord as impairing Kosovo’s independence. At the same time, Kosovo Serbs accused Belgrade of betrayal for the sake of getting EU candidacy.

Kosovo’s proclaimed independence was one of the reasons behind the constant faltering of the talks on Serbia’s EU membership, even after the European Commission recommended making the country an official candidate on 12 October 2011.

Another condition for full EU accession put to Belgrade was cooperation with the war crimes tribunal in The Hague.

The cooperation resulted in Serbia handing over former Bosnian Serb leader Radovan Karadzic, arrested in Belgrade in July 2008. In October 2009, The Hague put Karadzic on trial, accusing him of several war crimes counts including ordering the 1995 Srebrenica massacre.

Court proceedings over another suspect, Bosnian Serb ex-general Ratko Mladic, will start in May. The most wanted war crimes suspect in the Bosnian conflict, Mladic had been on the run for 16 years before his arrest in January 2011.

Thousands of Serbs took to the streets of Belgrade to protest the arrest of Mladic last year, as they had done earlier slamming the detainment of Radovan Karadzic.

Vi spiego come si combatterà la guerra.

Il comandante delle operazioni, al centro di una sofisticatissima sala operativa, seguirà lo scontro olograficarnente per delineare con una qualche attendibilità gli scenari legati al futuro delle guerre, al ruolo che avranno le nuove tecnologie, e agli sviluppi dell'impiego della forza militare, è indispensabile sfuggire alla tentazione inconscia, ma pervasiva, di considerare questo attimo fuggente come rappresentativo del futuro, come se quello che viviamo oggi sia per sempre. Si tratta di un atteggiamento mentale che in ogni epoca ha condizionato i comportamenti politici e politico militari, con conseguenze a volte disastrose.Durante la guerra fredda si dava per scontato che le cose sarebbero sempre andate così, in un dualismo ideologico perdurante tra comunismo e capitalismo, in una eterna gara tra Stati Uniti e Unione Sovietica per guadagnare spazio o per recuperarlo, in una rincorsa senza fine negli armamenti. Negli anni '90 si dava per scontata la presenza di focolai di instabilità anche in prossimità delle nostre frontiere, che comunque avrebbero garantito sicurezza e tranquillità alle nostre popolazioni. Ora viviamo nell'epoca di un terrorismo incombente, per contrastare il quale non solo siamo stati costretti ad impegnare le nostre risorse militari e civili in lande sperdute, ma il nostro stesso stile di vita ha dovuto subire pesanti limitazioni e condizionamenti ed inconsciamente siamo convinti che sarà sempre così. Le conseguenze di questa distorsione che definirei gravitazionale dello spazio della politica internazionale sono assai serie, a volte foriere di gravi ed irrimediabili errori, che vanno dalla incapacità di prevedere con un minimo di anticipo eventi destinati a condizionare il nostro futuro, e le recenti vicende nel mondo nordafricano ed arabo in generale ne sono un esempio palese, con reazioni che poco hanno di razionale e molto di emotivo, alla impossibilità di pianificare la disponibilità di mezzi e strutture che possano essere efficacemente impiegati nelle varie circostanze, e ciò è particolarmente grave nella costruzione degli strumenti militari, (..) il cui sviluppo, dalla concezione iniziale alla reale capacità di impiego, richiede — e non è un'esagerazione — decenni. Basti pensare a un moderno velivolo da combattimento della cosiddetta "quinta generazione" come l'Eurofighter, il cui Outline Staff Target venne sottoscritto a Colonia dai Capi di Stato Maggiore delle Aeronautiche di Gran Bretagna, Germania, Spagna, Italia e Francia (che poi abbandonò il programma) nel 1982, nel pieno della Guerra Fredda, sulle cui esigenze era ritagliato, ed è efficacemente in servizio solo a partire dal 2008, in un contesto sii ategico completamente rivoluzionato. Per confronto si consideri che durante la Seconda Guerra Mondiale, dall'emissione del requisito al primo volo del P-51 Mustang passarono 150 giorni. Questi dati ci dicono che non è possibile attendere l'evidenza di una necessità operativa per avviare la progettazione dei mezzi utili a soddisfarla: ci si troverebbe inevitabilmente in controfase, con carenza di ciò che serve realmente e disponibilità di sistemi di scarsa utilità. È quindi necessario da un lato fare un grande sforzo di immaginazione per delineare gli scenari possibili, dall'altro definire mezzi, sistemi, dottrine che possiedano intrinsecamente la massima flessibilità, al fine di poter essere impiegati nei predetti scenari, con la consapevolezza che gli strumenti militari che verranno predisposti, conterranno giocoforza ridondanze, che alcune delle loro componenti, in determinate circostanze, non saranno impiegabili, o lo saranno con efficienza ed efficacia limitate. Proviamo quindi ad immaginare le possibili situazioni future in cui sarà necessario usare la forza per garantire la protezione degli interessi della comunità internazionale in generale, delle alleanze e coalizioni di cui saremo parte e del nostro paese in particolare. Si va da scenari di contenimento di instabilità sia intrastatuale, sia interstatuale, quindi il classico peacekeeping, sia all'imposizione di civile convivenza a fazioni o paesi in lotta armata, e siamo al Peace Enforcement. E fin qui siamo nell'attualità, in cui servono strumenti militari relativamente leggeri, con capacità di fuoco ridotte, ottima protezione, grande mobilità, logistica efficace, in grado di soddisfare non solo le esigenze dei reparti schierati, ma anche di provvedere a migliorare la qualità della vita delle popolazioni presso cui si opera, nell'intento da un lato di conquistarne hearts and minds, dall'altro di attenuare le situazioni di disagio che costituiscono parte non irrilevante della propensione all'uso della violenza da parte delle fazioni in causa. Ma non andrà sempre così, perché chi decide di usare metodi violenti non lo farà necessariamente secondo le regole fissate da noi, al contrario, cercherà di sfruttare i mezzi a sua disposizione e le carenze delle nostre capacità o della nostra volontà. Un primo esempio sono le vicende della recente guerra civile libica, in cui Gheddafi non ha esitato ad impiegare tutti i mezzi in suo possesso per tentare di avere ragione degli insorti; ebbene, contro mezzi blindati e corazzati occorre usare una potenza di fuoco adeguata, con caratteristiche di precisione, volume e letalità ben diverse da quanto serve in operazioni di peacekeeping (..). Si tratta di sistemi che qualcuno già considerava superati dalla storia e quindi da relegare in qualche museo, ma non più utilizzabili nel nuovo secolo. Lo stesso dicasi per i velivoli da combattimento di ultima generazione: "relitti della guerra fredda" qualcuno li ha definiti, mentre solo la loro efficienza e disponibilità in numeri adeguati ha impedito che gli insorti venissero spazzati via dalle forze lealiste supportate da una capacità aerea sicuramente non modernissima, ma certo non irrilevante, anche per gli effetti psicologici che in certi casi potevano essere e sono stati devastanti. Ma accanto a questi tipi di impiego, altri scenari sono non solo ipotizzabili, ma addirittura ad elevato grado di probabilità. Prima o poi le risorse vitali del pianeta cominceranno a scarseggiare; forse ci vorrà più tempo di quanto inizialmente previsto, ma non c'è dubbio che il momento arriverà e a quel punto il controllo delle fonti di tali risorse non sarà più solo un fatto economico e finanziario delle imprese dello specifico settore: saranno i popoli, prima ancora che i diversi stati a contendersi tutto ciò che servirà prima ancora che al benessere, alla sopravvivenza di ogni comunità umana. È quindi verosimile uno scenario di conflitti aspri, condotti con tutti i mezzi a disposizione, in cui i contendenti si troveranno in situazioni di grande asimmetria: da un lato i paesi con grandi masse giovani e limitata tecnologia, sostenuti dalla disperazione di chi ha poco da perdere e conseguentemente non ha remore a uccidere e ad essere ucciso, d'altro lato i paesi maturi, che si sono crogiolati per decenni in un crescente benessere, solo apparentemente turbato dalle ricorrenti, cicliche crisi economico-finanziarie, che hanno progressivamente smantellato le proprie capacità militari, nella fatale illusione che la modernità dei mezzi potesse compensare appieno le sempre più ridotte dimensioni delle forze armate nazionali. Le forme che tali situazioni conflittuali potranno assumere saranno le più varie, da un terrorismo diffuso, che per sua natura non può essere fronteggiato da mezzi militari, fino a scontri sul terreno che potranno anche assumerela forma di battaglie campali manovrate, in qualche modo somiglianti all'impiego classico delle forze armate, così come conosciuto durante il Secondo Conflitto Mondiale. (...) Di una cosa si può tuttavia essere certi: i principi basilari dei conflitti non muteranno; sorpresa, massa, manovra, economicità, ecc. sono e rimarrannoi cardini su cui si reggerà qualsiasi operazione militare (e non), a prescindere da chi sia l'avversario. Cambiano e cambieranno, anche in modo radicale, le modalità con cui questi principi potranno e dovranno essere applicati e ciò sia in base alle tecnologie, sia in base a fattori culturali che non dovranno mai essere trascurati. Se una volta la massa era costituita dalle centurie in formazione a testuggine e poi dalle file ordinate di tiratori che si inginocchiavano per fare fuoco contro le file avversarie oggi, e ancora di più domani, grazie alle tecnologie dell'informatica si potranno ottenere risultati analoghi in modo pseudo virtuale, grazie alla possibilità di concentrare con grande rapidità risorse disperse su un solo settore, conseguendo una decisiva superiorità lo- cale, in grado di disarticolare il dispositivo avversario, con gli stessi effetti per conseguire i quali sarebbe stato necessario disporre di forze massicce meno agili e con minore mobilità. D'altronde sviluppi tecnologici di tal fatta, che solo le società avanzate potranno sfruttare al meglio, si rendono assolutamente necessari vista l'evoluzione socio politica delle nostre co-munita, che non permette più di disporre di forze armate dai grandi numeri, vuoi per motivi di opportunità politica, vuoi per mere questioni finanziarie. In un ipotetico scontro militare del futuro che potrà vedere opposti stati e non-stati di diverse e opposte caratteristiche demografiche, se non si vuole essere travolti, occorrerà sfruttare al massimo i fattori di agilità, mobilità, proiettabilità che sono resi possibili dalle moderne tecnologie, che occorrerà padroneggiare in modo efficace. L'intensità dei conflitti potrà certamente influire sulla percezione dell'opinione pubblica e quindi del mondo politico, ma non al punto da rovesciare i trend culturali ormai consolidati: in altre parole l'uso della forza da parte delle società che si richiamano alla cultura occidentale non potrà in ogni caso essere indiscriminato; non solo saranno impensabili nel futuro operazioni belliche volte a fiaccare la resistenza di un popolo con campagne mirate di stampo terroristico, come quelle teorizzate dal Douheted applicate in modo massiccio durante la Seconda Guerra Mondiale, ma anche il concetto di "danno collaterale" sarà ulteriormente approfondito, nello sforzo cosciente di evitare che le popolazioni civili possano essere direttamente coinvolte in attività militari. È chiaro che un atteggiamento del genere, quando l'opponente non solo non si fa il minimo scrupolo a causare danni a civili, ma al contrario utilizza sistematicamente scudi umani per proteggere le proprie capacità, pone le forze armate occidentali in seria difficoltà e potenzialmente ne riduce l'efficacia operativa. Le misure da prendere per minimizzare gli effetti negativi e mantenere un adeguato margine di superiorità nei confronti di qualsiasi avversario si situano nel campo della tecnologia, ma anche e forse soprattutto in quello della preparazione culturale, oltre che in quello dell'addestramento. Tecnologia della consapevolezza: oggi e ancora più domani la sensoristica disponibile sarà tale da permettere la conoscenza in tempo reale di ogni dato relativo all'ambiente, sia quello naturale che quello artificiale. Già disponiamo di satelliti da ricognizione, sia ottici che multi spettrali, con tempi di rivisitazione (intervallo di tempo tra due passaggi su un obiettivo utili ad effettuare *** una ripresa) di poche ore; sistemi di velivoli da ricognizione senza pilota a bordo possono sorvegliare aree di interesse da altissima quota per periodi quasi indefiniti; altri velivoli a pilotaggio remoto di tipo tattico possono trasmettere in tempo reale immagini utili alla condotta delle operazioni anche a livello sub tattico, addirittura a quello di plotone. Questa situational awareness totalmente per-vasiva, disponibile ad ogni livello, dal comandante supremo, fino al sergente che guida la pattuglia, genera due tendenze in radicale contrasto: da un lato ciò che un acuto analista ha denominato la tentazione dell'"occhio di Dio", cioè il comandante delle operazioni che, al centro di una sofisticatissima sala operativa vede la battaglia rappresentata olograficamente in tempo reale e dirama ordini fino al più basso livello, il singolo velivolo, l'unità navale, la compagnia in perlustrazione; dall'altro il ruolo cardinale che può assumere il cosiddetto "Sergente sii ategico", cioè il singolo operatore sul terreno che, proprio grazie al fatto di poter conoscere nel dettaglio tutto quanto accade intorno a lui, da parte sia amica che nemica, reso consapevole dell'intento del comandante, esercita una piena delega sulla condotta da tenere, prendendo decisioni che un tempo erano riservate a livelli ben più elevati. Mentre la prima ipotesi corrisponde all'esasperazione estrema del micromanagement, con il rischio, anzi la certezza della rapida saturazione delle capacità decisionali, la seconda va nella direzione se non di scardinare il concetto stesso di gerarchia militare, certo di ripensarla radicalmente, imponendo ai livelli superiori una cultura della delega a quelli inferiori senza precedenti in ambito militare, a sua volta presupponendo da parte dei livelli gerarchici più bassi la capacità di assimilare appieno gli scopi strategici dell'operazione militare e di prendere le conseguenti decisioni in armonia con gli intenti del comandante. È ovvio che questo secondo approccio dà per scontato che il livello qualitativo del singolo soldato sia adeguato, il che può considerarsi ragionevolmente possibile nelle società occidentali. La tecnologia della consapevolezza dovrà poi accompagnarsi alla tecnologia della precisione. Da tempo si parla giornalisticamen-te di attacchi chirurgici e questa colorita espressione può dare un'idea dell'accuratezza che è possibile raggiungere: dai sistemi di puntamento e guida di qualsivoglia tipo di ordigno, dal missile da crociera, alla bomba planante, allo stesso proiettile d'artiglieria, di cui sono già infase di sviluppo avanzato e ormai prossimi all'entrata in servizio tipi in grado di colpire con una precisione di 2-4 metri un bersaglio a oltre 100km di distanza e ciò grazie a sistemi di guida combinati Gps, laser, infrarossi. (..) 'Ratti questi aspetti tecnici, tuttavia, appaiono di dettaglio, a fronte di una vera e propria rivoluzione nello stesso modo di concepire la guerra, meglio sarebbe dire ora lo scontro armato. Se un tempo la guerra cominciava dove finiva la diplomazia, oggi e ancora di più domani, il ricorso alle armi dovrà avvenire non più in sequenza ma in parallelo, e non solo con il pieno utilizzo degli strumenti diplomatici, ma con il totale coinvolgimento di tutte le strutture degli stati, e non solo, ma tenendo anche conto del ruolo che potranno giocare le organizzazioni non governative di qualsiasi natura. Già sta diventando di uso comune l'acronimo WOG — Whole of the Government; occorrerà coniarne un altro: WOC — Whole of the Country, significando che l'esito positivo di una situazione conflittuale non dipende e non dipenderà più solo dalle capacità operative degli eserciti, ma anche e soprattutto dall'azione sinergica di tutte le componenti della società, dal più alto livello politico a quello locale e funzionale. Se si riuscirà in quest'opera di trasformazione culturale, prima ancora che strutturale, sarà possibile giocare sul palcoscenico della storia un ruolo forse non da protagonista, ma neppure da semplice comparsa. Sarà possibile colpire con una precisione di 2-4 metri un bersaglio a oltre cento chilometri di distanza. Come sarà il mondo tra qualche anno? Quali saranno le principali minacce alla sicurezza? Nel prossimo futuro i cambiamenti climatici, le dinamiche demografiche, il traffico delle armi di distruzione di massa metteranno in pericolo la solidità degli Stati, le megalopoli saranno il cuore di ogni attività umana, il terrorismo potrà ancora affondare i suoi colpi, la rete di internet sarà il veicolo per scatenare nuove guerre e i militari avranno a disposizioni aerei senza pilota grandi quanto insetti.

SERBIA: intesa raggiunta da Belgrado con il Kosovo.

Belgrado fa un passo decisivo verso l'ingresso nella UE. I ministri degli Esteri dell'Unione hanno raggiunto l'accordo per concedere alla Serbia lo status di Paese candidato. «È fatta», ha detto il francese Alain Juppé. «O, per lo meno, non vi sono state obiezioni oggi - ha precisato il titolare del Quai d'Orsay - il che è un incoraggiamento per Belgrado a continuare il suo percorso». La decisione dovrebbe essere formalizzata oggi dal Consiglio affari generali, il verdetto fmale spetta al Consiglio europeo che si apre giovedì a Bruxelles. I 27 ministri hanno rilevato «che tutte le condizioni chieste alla Serbia sono state rispettate», anche se ovviamente per l'apertura dei negoziati Allargamento. Verso [o status di candidato Serbia più vicina all'Unione europea veri e propri «c'è ancora molta strada da fare», ha aggiunto Juppé. A dicembre la Serbia non aveva centrato l'obiettivo della candidatura per l'opposizione di molti Paesi (Germania in testa) preoccupati dalle tensioni con il Kosovo. L'ultimo round di colloqui con Pristina, cominciati ormai un anno fa con la mediazione della Ue e il pieno appoggio degli Stati Uniti, è stato determinante: venerdì scorso si è concordato sulla partecipazione del Kosovo ai forum regionali insieme alla Serbia e sull'applicazione operativa dell'intesa sulla gestione integrata delle frontiere, che era stata all'origine degli scontri. Non compare la dichiarazione di indipendenza del Kosovo (che Belgrado non riconosce, a differenza di 82 Paesi di cui 22 membri della UE), ma la presenza dell'ex provincia serba ai forum regionali «è coerente con l'indipendenza, l'integrità territoriale e la sovranità del Kosovo», aveva puntualizzato il segreta- Gli scambi commerciali rio di Stato americano Hillary Clinton. Per la decisione di oggi, alcuni dubbi permangono in casa di Lituania e Romania. Vilnius rimprovera alla Serbia di aver proposto il suo ministro degli Esteri Vuk Jeremic alla presidenza generale dell'Onu, posizione cui la Lituania punta fortemente. Inoltre, non avrebbe del tutto superato la sfiducia storica verso un Paese considerato troppo vicino alla Russia. La Romania, invece, chiede più garanzie per il rispetto della minoranza romena in Serbia. Due questioni, in ogni caso, non insormontabili: tra i diplomatici dei 27 c'è ottimismo sul via libera all'ingresso di Belgrado nella famiglia europea. Un auspicio espresso a chiare lettere dal ministro degli Esteri della Ue Catherine Ashton, che ha reso «omaggio al lavoro del Governo» di Boris Tadic, sottolineandone il «coraggio e l'impegno che hanno permesso di arrivare sino a questo punto». Da chi importa la Serbia. Quote in % Altri 56 Ungheria 48 Cina 72 Dove esporta. Quote in % Altri 52,3 Russia 12,9 Germania 10,6 Italia 8,6 Italia 11,4 Bosnia 11,1 Germania 10,3 Romania dtMontenegro 6.6 8,2 A sua volta il presidente di Belgrado ha affermato che la Serbia e il suo popolo «meritano lo status di Paese candidato», in quanto «il nostro obiettivo strategico è l'appartenenza alla UE di cui condividiamo i valori». Il salto di qualità nel percorso di avvicinamento all'Unione (cominciato nel tardo 2005) è stato fatto da Belgrado con la cattura dei criminali di guerra Ratko Mladic e Goran Hadzix nel maggio e nel luglio del 2011, dopo la consegna all'Afa di Rado-van Karadzic nel 2008. L'accordo con il Kosovo ha piegato le ultime resistenze. Certo, non è stata fissata una tempistica per l'adesione di Belgrado, e i negoziati potrebbero durare anni (basti vedere il caso turco) ma lo status di candidato segna un prima e un dopo. Degli Stati della ex Jugoslavia nella UE c'è per ora solo la Slovenia. La Croazia entrerà il primo luglio 2013.E la Macedonia ha lo status di candidato dal 2005.

In ginocchio. Che vergogna!

L'Alta Corte dello Stato indiano di Kerala ha disposto il prolungamento del fermo della "Enrica Lexie" nel porto di Kochi per altre 24 ore. Lo scrive il sito della TV INB, precisando che la polizia di Kerala ha consegnato al tribunale di Kollam le quattro scatole contenenti le armi prelevate a bordo della petroliera italiana e che, secondo la polizia indiana, sarebbero state usate per sparare contro i due pescatori indiani rimasti uccisi il 15 febbraio scorso. Le armi ora dovranno essere inviate al laboratorio della polizia scientifica di Thiruvananthapuram per l'esame balistico al quale parteciperanno anche gli esperti arrivati dall'Italia. Intanto il sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura è arrivato in India per seguire da vicino la vicenda dei due marò Massimiliano La Torre e Salvatore Girone, accusati di aver ucciso per sbaglio due pescatori indiani scambiati per pirati, ma anche questa è una vicenda tutta da chiarire. I nostri marò sono «fermi, dignitosi e calmi. Siamo in contatto continuo con i nostri marò, non li lasceremo mai», ha assicurato De Mistura. Il sottosegretario ha spiegato che ora sono in corso gli esami balistici sulle armi dei marò alla presenza dei periti italiani. Esami che rappresentano «la prova regina» e di cui bisogna aspettare i risultati. «I prossimi giorni saranno cruciali», ha sottolineato. Gli investigatori indiani hanno chiesto una procedura di urgenza per condurre i test sulle armi dei marò che sono in totale otto (due mitragliatrici e sei fucili), secondo la stampa indiana. Il Times of India sottolineava ieri mattina che «sarà la prima volta che il Forensic Science Laboratory (Fsl) si occuperà di armi di fabbricazione straniera». «E stato un attacco contro pirati avvenuto nelle acque internazionali dove l'India non ha giurisdizione». Si basa su questi elementi la memoria difensiva presentata all'Alta Corte del Kerala contro la denuncia formulata dal commissariato di polizia di Neendakara sulla base dell'articolo 302 del codice penale indiano per aver sparato e ucciso due pescatori a bordo del peschereccio "St. Antony" lo scorso 15 febbraio. Lo sostiene The Hindu che cita alcuni estratti del ricorso presentato dall'avvocato Raman Pillai e che dovrebbe essere discusso oggi. In base alla domanda di arresto giudiziario dei due marò formulata dal magistrato di Kollam lo scorso 20 febbraio, risulta che l'incidente è avvenuto a 22.5 miglia nautiche al largo della costa di Trikunnam in Kerala. In base a una legge del 1976 sulla materia, «le acque territoriali dell'India si estendono fino a 12 miglia nautiche» mentre tra 12 e 24 miglia nautiche si trova la zona contigua che è oltre le acque territoriali e la giurisdizione territoriale». La memoria allega in particolare, un precedente caso della Corte Suprema indiana secondo la quale, per quanto riguarda le acque internazionali, «la giurisdizione extraterritoriale si riferisce solo nel caso di cittadini indiani». Nel ricorso si ricorda anche che i due militari «erano in servizio attivo per proteggere il vascello dagli attacchi di pirateria» in base a una convenzione delle Nazioni Unite e che quindi godono di immunità garantita dal diritto internazionale. «Quindi possono essere solo processati da un tribunale militare in Italia» conclude la memoria citata da The Hindu. In serata si è appreso che la polizia di Kochi ipotizza che sono stati sparati 24 proiettili dalla petroliera italiana "Erica Lexie" in base alla perizia balistica iniziata a bordo della nave e condotta insieme a esperti italiani per garantire la massima trasparenza. Lo rivela The Asian Age sulla base di indiscrezioni emerse dal team investigativo indiano. «Il numero dei proiettili è stato calcolato sulla base di quante pallottole sono rimaste in due mitragliatrici sequestrate, ovvero 22 e 18». Siccome la capacità totale del caricatore è di 32 munizioni, «significa che in tutto sono stato sparati 24 proiettili» afferma la fonte e «due di questi potrebbero avere ucciso i due pescatori». Un esperto balistico, citato dal giornale, precisa inoltre che «potrebbero essere state usate queste due mitragliatrici perché sono le uniche armi che dispongono di un binocolo. Con un semplice fucile non sarebbe stato possibile colpire un bersaglio con tanta precisione». In base all'autopsia i due pescatori sono stati centrati uno alla testa e l'altro al petto. Oltre a queste due mitragliatrici leggere, identificate dalla tv Ibn-Cnn come «FN Minimi» di fabbricazione belga, sono stati confiscati anche sei fucili d'assalto Beretta (AR 70/90)sulla base del fatto che usano proiettili di calibro 5.56x45 mm (Nato). «Abbiamo selezionato le armi che sparano questo tipo di proiettili», ha detto una fonte della polizia all'emittente, aggiungendo tuttavia che «solo il laboratorio scientifico potrà determinare se corrispondono a quelli trovati nel cadaveri dei pescatori. Comunque sosteniamo che si è trattato di una normale sparatoria e non l'azione mirata di cecchini». In totale, la polizia ha trovato quindi nella Santa Barbara della Lexie due mitragliatrici, sei fucili d'assalto, 18 pistole e sei giubbotti anti proiettili presumibilmente appartenenti ai sei mare, del team anti pirateria. Fonti di stampa locali hanno anche pubblicato i presunti nomi degli altri quattro fucilieri del Battaglione San Marco che sono stati identificati nell'ispezione condotta dalla polizia. Sarebbero: Renato Volgina, Antonio Fontana, Alessandro Conte e Massimo Andronico.

Sunday, February 26

Montenegro: 4 US military choppers help snowbound.



Two U.S. Army Black Hawk helicopters have dropped food, medicine and livestock feed to people stranded in the mountains of Montenegro by up to 11.5 feet (3.5 meters) of snow.

And for those being helped, it was great to see the U.S. military on a peace mission. That's because the last time citizens had seen U.S. military aircraft flying overhead in 1999, they were bombing sections of their country, then known as Yugoslavia.

"The Americans are good people," said Darko Kukovic as he sat in one of the Black Hawks on Saturday, guiding its pilots to the village of Starce in central Montenegro, where his elderly parents have been stranded by the snow for two months. "We should forget about the past and focus on the future. My parents would starve or freeze to death without their help." The delivery of aid, which began Wednesday, was going to the remote villages hit by Montenegro's heaviest snowfall in 60 years, and it also was rewarding for the U.S. soldiers, despite the mission's challenges.

Thursday, February 23

Families of slaughtered children to sue the CIA

President Barack Obama condoned America’s drone program last month, dismissing allegations that it's caused more harm than good. In Pakistan, the families of civilians killed in these strikes are pleading with the UN to tell America otherwise.

Reprieve, a legal action charity based out of London, UK, has delivered a complaint to the United Nations on behalf of the families of slain Pakistani civilians. More than a dozen families in Pakistan have appealed to Reprieve for assistance after their own pleas for the abandonment of drone use in their country have been ignored by the US. Now with the aid of the British-based organization, they hope that the UN will intervene and put an end to American drone attacks.

Drone strikes have taken the lives of as many as 775 civilians so far, the authors of a Bureau of Investigative Journalism warned in a report made last year. American officials insist, however, that the strikes are necessary to continue fighting the War on Terror.

Last month, the topic of drones was addressed to President Obama during a virtual town hall meeting that was broadcast live over the Internet on YouTube. Defending the program, Obama said that unmanned aircraft strikes were imperative if the US wanted to continue tackling insurgency without sending any more troops on the ground.

"For us to be able to get them in another way would involve probably a lot more intrusive military action than the ones we're already engaging in,” insisted Obama.

The president would also use the engagement to dispute claims that the death toll of the innocent was not substantial enough to stop the US from continuing its drone program. Drones had "not caused a huge number of civilian casualties,” said the president, who added that it’s "important for everybody to understand that this thing is kept on a very tight leash.”

Pakistanis, on the other hand, say that the regular air raids that have leveled their land and killed their families are too intrusive as it is, and disagree that Americans are controlling those craft to the best of their ability. In the statement sent to the UN by Reprieve this week, the group demands for intervention, saying that the strikes violate an established treaty that guarantees the protection of their rights.

What’s more, says Reprieve, is that the US penned and ratified that treaty themselves. It’s the International Covenant on Civil and Political Rights(ICCPR), and Pakistanis say that the US has violated it by killing their loved ones.

Reprieve charges that under the ICCPR, civilians should be protected from these strikes that continue to take the lives of innocents. The group cites six provisions in particular that they say the US has violated with drone attacks, which includes items such as “No one shall be arbitrarily deprived of his life,” “No one shall be subjected to torture” and “Everyone has the right to liberty and security of person.”

“If the US is not prepared to face up to the reality of the suffering the strikes are causing, then the UN must step in,” insists Shahzad Akbar to Reprieve. “The international community can no longer afford to ignore the human rights catastrophe which is taking place in North West Pakistan in the name of the ‘War on Terror’.”

“If President Obama really believes the drone strikes have ‘pinpoint’ accuracy, it has to be asked where the deaths of kids like Maezol Khan’s eight-year-old son fit into the CIA’s plan,” continues Akbar, who is a human rights lawyer for the Foundation for Fundamental Rights, which is also representing the families backed by Reprieve.

Khan’s son was indeed only eight when he was killed by a missile fragment while sleeping in Pakistan. The father of the deceased boy is among those appealing to Reprieve, along with the families of an eight-grade student rendered blind and deaf by a drone strike and the son of a man executed while attending a peaceful town hall meeting.

In all, 18 Pakistanis have signed their name to the complaint, which was this week sent to the United Nation’s Human Rights Council.

“There is no plausible legal basis for the attacks,” reads the complaint, “There is no declared war between the United States and Pakistan. Pakistan has not – and, indeed, could not – given legally effective ‘consent’ for the killing of its own innocent civilians by American drones. The US has taken no steps to claim self-defense, and the facts would anyway not fit such an argument.”

Reprieve adds that the drone casualties are not isolated, “but are a part of a consistent pattern of strikes by the United States.”

“Because innocent citizens of Pakistan continue to be killed in the illegal CIA drone war in Pakistan, it is respectfully suggested that this application be considered with the utmost urgency,” adds the group.

The UN has not publically responded to Reprieve’s complaint yet. In recent weeks, however, the United States has acknowledged that, under its new Department of Defense budget, the US is looking to spend $23 billion over the next few years on expanding its drone program.

Separately, Reprieve also represented 15 prisoners held at the US military prison at Guantanamo Bay. If you had any doubt, there are indeed a few provisions in the ICCPR that only begin to touch on violations there.

The Myth of the End of Terrorism.

In this week's Geopolitical Weekly, George Friedman discussed the geopolitical cycles that change with each generation. Frequently, especially in recent years, those geopolitical cycles have intersected with changes in the way the tactic of terrorism is employed and in the actors employing it.

The Arab terrorism that began in the 1960s resulted from the Cold War and the Soviet decision to fund, train and otherwise encourage groups in the Middle East. The Soviet Union and its Middle Eastern proxies also sponsored Marxist terrorist groups in Europe and Latin America. They even backed the Japanese Red Army terrorist group. Places like South Yemen and Libya became havens where Marxist militants of many different nationalities gathered to learn terrorist tradecraft, often instructed by personnel from the Soviet KGB or the East German Stasi and from other militants.

The Cold War also spawned al Qaeda and the broader global jihadist movement as militants flocking to fight the Soviet troops who had invaded Afghanistan were trained in camps in northern Pakistan by instructors from the CIA's Office of Technical Services and Pakistan's Inter-Services Intelligence directorate. Emboldened by the Soviet withdrawal from Afghanistan, and claiming credit for the subsequent Soviet collapse, these militants decided to expand their efforts to other parts of the world.

The connection between state-sponsored terrorism and the Cold War ran so deep that when the Cold War ended with the Soviet Union's collapse, many declared that terrorism had ended as well. I witnessed this phenomenon while serving in the Counterterrorism Investigations Division of the Diplomatic Security Service (DSS) in the early 1990s. While I was in New York working as part of the interagency team investigating the 1993 World Trade Center bombing, a newly appointed assistant secretary of state abolished my office, declaring that the DSS did not need a Counterterrorism Investigations Division since terrorism was over.

Though terrorism obviously did not end when the Berlin Wall fell, the rosy sentiments to the contrary held by some at the State Department and elsewhere meant that there was no impetus to mitigate the growing jihadist threat or protect diplomatic facilities from it. The final report of the Crowe Commission, which was established to review the twin August 1998 bombing attacks against the U.S. embassies in Nairobi and Dar es Salaam, explicitly noted this neglect of counterterrorism and security programs, as did the 9/11 Commission report.

The 9/11 terrorist attacks triggered a shift in international geopolitics by leading the United States to concentrate the full weight of its national resources on al Qaeda and its supporters. Ironically, by the time the U.S. government was able to shift its massive bureaucracy to meet the new challenge, creating huge new organizations like the Department of Homeland Security, the efforts of the existing U.S. counterterrorism apparatus had already badly crippled the core al Qaeda group. Though some of these new organizations played important roles in helping the United States cope with the fallout of its decision to invade Iraq after Afghanistan, Washington spent billions of dollars to create organizations and fund programs that in hindsight were arguably not really necessary because the threats they were designed to counter, such as al Qaeda's nuclear briefcase bombs, did not actually exist. As George Friedman noted in the Geopolitical Weekly, the sole global superpower was badly off-balance, which caused an imbalance in the entire global system.

With the continued diminution of the jihadist threat, underscored by the May 2011 death of Osama bin Laden and the fall in Libya of the Gadhafi regime (which had long employed terrorism), once again we appear on the brink of another cyclical change in the terrorism paradigm. These events could again lead some to pronounce the death of terrorism.

Several developments last week served to demonstrate that while the perpetrators and tactics of terrorism (what Stratfor calls the "who" and the "how") may change in response to larger geopolitical cycles, such shifts will not signal the end terrorism.

The Nature of Terrorism

There are many conflicting definitions of terrorism, but for our purposes we will loosely define it as politically motivated violence against noncombatants. Many terrorist acts have a religious element to them, but that element is normally related to a larger, political goal: Both a militant anti-abortion activist seeking to end legalized abortion and a jihadist seeking to end the U.S. military presence in Iraq may act according to religious principles, but they ultimately are pursuing a political objective.

Terrorism is a tactic, one employed by a wide array of actors. There is no single creed, ethnicity, political persuasion or nationality with a monopoly on terrorism. Individuals and groups of individuals from almost every conceivable background -- from late Victorian-era anarchists to Klansmen to North Korean intelligence officers -- have conducted terrorist attacks. Because of the impreciseness of the term, Stratfor normally does not refer to individuals as terrorists. In addition to being a poor descriptor, "terrorist" tends to be a politically loaded term.

Traditionally, terrorism has been a tactic of the weak, i.e., those who lack the power to impose their political will through ordinary political or military means. As Carl von Clausewitz noted, war is the continuation of politics by other means; terrorism is a type of warfare, making it also politics by other means. Because it is a tactic used by the weak, terrorism generally focuses on soft, civilian targets rather than more difficult-to-attack military targets.

The type of weapon used does not define terrorism. For example, using a vehicle-borne improvised explosive device against an International Security Assistance Force firebase in Afghanistan would be considered an act of irregular warfare, but using it in an attack on a hotel in Kabul would be considered an act of terrorism. This means that militant actors can employ conventional warfare tactics, unconventional warfare tactics and terrorism during the same campaign depending on the situation.

Terrorist attacks are relatively easy to conduct if they are directed against soft targets and if the assailant is not concerned with escaping after the attack, as was the case in the Mumbai attacks in 2008. While authorities in many countries have been quite successful in foiling attacks over the past couple of years, governments simply do not have the resources to guard everything. When even police states cannot protect everything, some terrorist attacks invariably will succeed in the open societies of the West.

Terrorist attacks tend to be theatrical, exerting a strange hold over the human imagination. They often create a unique sense of terror dwarfing reactions to natural disasters many times greater in magnitude. For example, more than 227,000 people died in the 2004 Asian tsunami versus fewer than 3,000 on 9/11, yet the 9/11 attacks produced a worldwide sense of terror and a geopolitical reaction that has had a profound and unparalleled impact on world events over the past decade.

Cycles and Shifts

A number of events last week illustrate the changes happening in the terrorism realm and demonstrate that, while terrorism may change, it is not going to end.

On Feb. 17, the FBI arrested a Moroccan man near the U.S. Capitol in Washington who allegedly sought to conduct a suicide attack on the building. The suspect, Amine el Khalifi, is a clear example of the shift in the jihadist threat from one based on the al Qaeda core group to one primarily deriving from grassroots jihadists. As Stratfor has noted for several years, while these grassroots jihadists pose a more diffuse threat because they are harder for national intelligence and law enforcement agencies to focus on than hierarchical groups, the threat they pose is less severe because they generally lack the terrorist tradecraft required to conduct a large-scale attack. Because they lack such tradecraft, these grassroots militants tend to seek assistance to conduct their plots. This assistance usually involves acquiring explosives or firearms, as in the el Khalifi case, where an FBI informant posing as a jihadist leader provided the suspect with an inert suicide vest and a submachine gun prior to the suspect's arrest.

While many in the media tend to ridicule individuals like el Khalifi as inept, it is important to remember that had he succeeded in finding a real jihadist facilitator rather than a federal informant, he could have killed many people in an attack. Richard Reid, who many people refer to as the "Kramer of al Qaeda" after the bumbling character from the television show Seinfeld, came very close to taking down a jumbo jet full of people over the Atlantic because he had been equipped and dispatched by others.

Still, the fact remains that the jihadist threat now predominantly stems from unequipped grassroots wannabes rather than teams of highly trained operatives sent to the United States from overseas, like the team that executed the 9/11 attacks. This demonstrates how the jihadist threat has diminished in recent years, a trend we expect to continue. This will allow Washington to increasingly focus attention on things other than jihadism, such as the fragmentation of Europe, the transformation of global economic production and Iran's growing regional power. It will mark the beginning of a new geopolitical cycle.

Last week also brought us a series of events highlighting how terrorism may manifest itself in the new cycle. On Feb. 13, Israeli diplomatic vehicles in New Delhi, India, and Tbilisi, Georgia, were targeted with explosive devices. In Tbilisi, a grenade hidden under a diplomatic vehicle was discovered before it could detonate. In New Delhi, a sticky bomb placed on the back of a diplomatic vehicle wounded the wife of the Israeli defense attache as she was headed to pick up her children from school.

On Feb. 14, an Iranian man was arrested after being wounded in an explosion at a rented house in Bangkok. The explosion reportedly occurred as a group was preparing improvised explosive devices for use against Israeli targets in Bangkok. Two other Iranians were later arrested (one in Malaysia), and Thai authorities are seeking three more Iranian citizens, two of whom have reportedly returned to Iran, alleged to have assisted in the plot.

While these recent Iranian plots have failed, they nonetheless highlight how the Iranians are using terrorism as a tactic in retaliation for attacks Israel and Israeli surrogates have conducted against individuals associated with Iran's nuclear program.

It is also important to bear in mind as this new geopolitical cycle begins that terrorism does not just emanate from foreign governments, major subnational actors or even transnational radical ideologies like jihadism. As we saw in the July 2011 attacks in Norway conducted by Anders Breivik and in older cases involving suspects like Eric Rudolph, Timothy McVeigh and Theodore Kaczynski in the United States, native-born individuals who have a variety of grievances with the government or society can carry out terrorist attacks. Such grievances will certainly persist.

Geopolitical cycles will change, and these changes may cause a shift in who employs terrorism and how it is employed. But as a tactic, terrorism will continue no matter what the next geopolitical cycle brings.

SERBIA: German FM in sudden Belgrade visit.

Quoting the German Foreign Ministry, APA said that Westerwelle would in Belgrade discuss the forthcoming decision of the European Council concerning Serbia's EU membership candidate status and the dialog between Belgrade and Priština.

The Belgrade and Priština negotiating teams will continue talks on the representation of Kosovo at international meetings and on the implementation of the agreement on integrated management of administrative crossings.

Westerwelle will visit Belgrade on Thursday, where he will meet with Serbian President Boris Tadić, the president's press office has announced. According to a release from the Serbian Foreign Ministry, Westerwelle with also confer with Foreign Minister Vuk Jeremić.

The German minister is coming to Belgrade to discuss Serbia's progress on the path to the EU, German Foreign Ministry’s spokesman told Tanjug. Westerwelle is expected to arrive in Belgrade Thursday afternoon, directly from his meeting in London.

Elisabetta Belloni: AFGHANISTAN

L'impegno civile dell'Italia in Afghanistan è una storia lunga e piena di successi. Per ricordarli il MAE ha promosso l'evento che si svolgerà presso il MAXXI il 23 febbraio alle ore 18.00. Oltre all'intervento del Direttore della Cooperazione allo sviluppo, Elisabetta Belloni, sarà proiettato durante la serata anche il documentario "No Game", realizzato da Giacomo Martelli nell'ambito di un'iniziativa sullo sminamento umanitario finanziata dalla Cooperazione.

USA: inviano droni spia, decollati forse da Sigonella e dalla Turchia.

Gli Stati Uniti considerano «passi ulteriori» nei confronti della Siria, frase che viene interpretata da molti con il possibile invio di armi ai ribelli. Decisione non facile. Il Pentagono sembra contrario e non si fida degli insorti. Altri dubbi sono stati evocati da ascoltati consiglieri della Casa Bianca: attenti a non alimentare altra violenza, meglio una pressione mirata sul regime. Ma se le stragi dovessero proseguire sarebbe inevitabile per gli Usa muovere in soccorso degli insorti. Magari in modo indiretto, appoggiando iniziative alleate. In attesa di quel momento, il lavoro «sporco» tocca all'intelligence. Gli americani — secondo indiscrezioni — si muovono su più fronti. Il primo riguarda l'uso dei droni. I «Global Hawk», che decollano forse da Sigonella o da Incirlik (Turchia), e magari la «Bestia», un velivolo sofisticato identico a quello precipitato in Iran. Possono seguire i movimenti siriani, intercettare comunicazioni, procurare prove visive di quanto sta accadendo. Al loro fianco — come segnala l'esperto David Cenciotti — gli U2, gli aerei spia veterani della Guerra fredda. Il secondo fronte coinvolge la leadership di Damasco. Gli oo7 sono a caccia di informazioni su alti gradi e personalità, magari alla ricerca di divisioni interne. La Cia si interesArmi ai ribelli La Cia e il Pentagono non si fidano degli insorti e per il momento sembrano contrari a inviare armi ai ribelli sa poi al livello di efficienza dell'esercito siriano. Per ora tiene, anche se c'è qualche fessura. Non meno intensa è la ricerca di dati sulla presenza di Al Qaeda. L'intelligence statunitense è convinta che alcuni gravi attentati siano stati compiuti da jihadisti venuti dall'Iraq. In caso dovesse scattare un programma d'aiuto ai ribelli, Washington vuole evitare di armare gli estremisti. Ma forse è troppo tardi. Molte fonti sostengono che britannici, francesi e uomini del Qatar — utilizzando come avamposto Iskenderun (Turchia) — sono già impegnati nel favorire l'afflusso di volontari (libici in particolare) e di carichi di armi. Gli israeliani, per parte loro, usano agenti sul terreno e le postazioni perla guerra elettronica sul monte Hermon, sul Golan. A Gerusalemme i guai di Bashar Assad sono come la manna dal cielo — perché Teheran rischia di perdere il miglior alleato — ma al tempo stesso lo Stato ebraico non sarebbe contento di vedere il potere nelle mani dei Fratelli musulmani. Più appariscente il lavoro del Mit, il servizio turco. Ankara ospita molti disertori siriani e ha infiltrato uomini in diverse province. Notizie non confermate sostengono che alcune decine di agenti turchi o loro informatori sarebbero stati catturati dal Mukhabarat di Damasco. E ora sarebbero in corso negoziati sul loro destino. Missioni complicate, dove non mancano sorprese. Un funzionario dei servizi è stato arrestato dai suoi colleghi. Lo hanno accusato di aver rapito e consegnato alla Siria un alto ufficiale che aveva cercato asilo oltre confine. La Turchia, inoltre, tiene d'occhio i separatisti curdi del Pkk che hanno ripreso la collaborazione con la Siria. I guerriglieri possono agire da quinta colonna con attentati nelle principali città turche. Al fianco di Damasco i russi, presenti in gran numero e in grado di suggerire tattiche antiguerriglia in stile ceceno, e gli iraniani. I pasdaran assistono il regime per le intercettazioni, affiancano le unità incaricate della repressione, collaborano alla sorveglianza degli esuli siriani in Turchia e in Libano, regione dalla quale arrivano rifornimenti per gli insorti. Per Teheran è una battaglia decisiva in difesa di un amico.

B-XVI inizia le pulizie del Vaticano

La strada da percorrere per uscire dal pantano provocato da "Vatileaks" — l'incontrollata uscita di notizie, lettere, documenti riservati che mostrano una certa carenza di governance all'interno della Santa Sede — il Papa sta cercando di indicarla in questi giorni. Non solo ha chiamato ad aprire il summit che ha preceduto il concistoro dello scorso fine settimana un presule che ha fatto dell"ortodossia positiva" il senso del proprio ministero, Timothy Dolan, arcivescovo di New York — "Incarna l'interpretazione aperta e positiva dello spirito conservatore del cattolicesimo, che io stesso definisco ortodossia affermativa', ha scritto recentemente il vaticanista americano John Allen — ma ha anche voluto che a tenere il ritiro spirituale di Quaresima che si apre settimana prossima alla presenza di tutti i capi dicastero vi fosse un'altra figura aliena dal tramestio che agita la Santa Sede: un cardinale fatto venire opportunamente da lontano, dal Congo, e cioè l'arcivescovo di Kinshasa Laurent Monsengwo Pasinya. Figura molto conosciuta anche dai media, per molti è lui il vero candidato africano per il prossimo Conclave. L'intento di Benedetto XVI è chiaro: mostrare anzitutto alla chiesa e ai suoi vescovi che si possono superare le diatribe interne guardando oltre, a quelle personalità che nel mondo rappresentano l'eccellenza del cattolicesimo, le punte di diamante di quella nuova evangelizzazione a cui egli per primo tiene molto. Beninteso: ciò non significa che egli non stia studiando, principalmente assieme al suo segretario particolare Georg Gànswein, strategie di governance diverse per l'immediato futuro, con cambiamenti importanti probabilmente anche tra i suoi principali collaboratori all'interno della curia romana, ma in generale la sua prima preoccupazione è quella di non rovistare nel torbido, quanto di alzare lo sguardo. Monsengwo Pasinya viene chiamato a predicare gli esercizi dopo i cardinali in pensione Marco Cé, Giacomo Biffi, Albert Vanhoye e Francis Arinze, e dopo i religiosi Enrico dal Covolo e Francois-Marie Léthel. Il suo arrivo a Roma è significativo soprattutto alla luce del fatto che nel recente concistoro non è stato creato nessun nuovo cardinale africano. La cosa, unita all'assenza di nuove berrette rosse provenienti da sedi residenziali del sud America, è stata accolta non senza qualche malumore: "Come si fa a dire che l'Africa e il sud America sono il futuro della chiesa se poi a ogni concistoro veniamo sistematicamente ignorati?", ha detto durante il recente tradizionale ricevimento a Palazzo Borromeo, sede dell'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede, per l'anniversario della firma dei Patti Lateranensi un importante diplomatico vaticano. L'arcivescovo di Kinshasa è personalità con grandi capacità diplomatiche. S'impegnò con successo per il dialogo e la riconciliazione durante il regime dittatoriale di Mobutu Sese Seko, poi anche con LaurentDésiré Kabila. E anche ora è molto ascoltato dal figlio di Laurent-Désiré, Joseph, presidente della Repubblica democratica del Congo dal 2001. Nominato vescovo nel 1980 da Giovanni Paolo II, fu consacrato vescovo nel maggio 1980, a Kinshasa, durante il primo viaggio in Africa di Karol Wojtyla. Laureato in Teologia e dottore in Scienze bibliche, ha con Papa Benedetto un rapporto particolare. E' stato Ratzinger, infatti, a chiamarlo alla guida dell'arcidiocesi di Kinshasa nel dicembre 2007, e poi a fare di lui, nel 2008, il primo africano segretario speciale di un Sinodo dei vescovi, in occasione del Sinodo sulla Parola di Dio. Nel concistoro del novembre del 2010, Benedetto XVI l'ha creato cardinale. Per molti osservatori è figura trasversale. Stimato dal Pontefice, è tenuto in considerazione dal cardinale arcivescovo emerito di Milano Carlo Maria Martini che disse di lui: è "amabile, come solo chi testimonia la fede è".

IN RICORDO DI O'REY. QUANDO MUOIONO I GRANDI GIORNALISTI DI PRIMA LINEA ROSSA.

Non sarebbe la prima volta che la morte di un giornalista è la miccia che accende un conflitto. In Nicaragua nel '79 fu l'uccisione (faccia a terra e colpo di fucile alla tempia) davanti alle telecamere di Bill Strewart della ABC a fornire alla rivoluzione il vantaggio finale. Mettetela come volete, noi ci svegliamo solo quando un giornalista viene ucciso, ma è un dato di fatto che tre giornalisti morti in una sola settimana in Siria è troppo.

Per la nostra pubblica opinione, e per i governi che solo attraverso lo specchio di questa opinione pubblica a volte riescono a decidere. Le tre vittime, l'americana Marie Colvin e il fotoreporter francese Remi Ochlik uccisi ieri, e quattro giorni fa Anthony Shadid ucciso da un attacco d'asma non curato mentre lavorava clandestinamente in Siria, erano per altro tutti grandi nomi, star riconosciute e seguite, veterani esperti i cui servizi hanno sempre fatto la differenza.

Non è dunque impossibile a questo punto immaginare che queste morti accelerino una situazione che tende già ad inclinare verso un intervento. Forse non un intervento militare diretto, tipo Libia, ma già si parla di un sostegno «attivo» (armi e logistica) dell'opposizione. Ieri gli Stati Uniti hanno fatto capire di «aver perso la pazienza». Poche ore prima della notizia della morte dei due giornalisti, il Pentagono aveva fatto trapelare la notizia di avere «allo studio» piani di intervento, sia pur in maniera puramente teorica al momento.

Hillary Clinton, il segretario di Stato, sta per raggiungere Tunisi dove domani si riuniranno 70 Paesi che aderiscono a una nuova organizzazione, «Amici della Siria», nata dopo il veto di Russia e Cina a ogni mozione anti-Assad. La riunione convocata da tempo, diventa ora, sotto i bombardamenti di Assad, molto più rilevante. L'Europa per ora non sa, ancora una volta, dove stare. Sta moltiplicando gli «sforzi diplomatici», soprattutto con la Russia - anche se Putin non intende fare altre mosse fino a che non ci saranno le presidenziali a Mosca.

E in una sorta di eco delle vicende pre-invasione della Libia, dalla Francia un Sarkozy in campagna eletto- rale ha ieri già tracciato un'ideale linea di confine della sopportabilità con un «quel che è troppo è troppo». Lo spettro che si aggira oggi su tutte queste mosse è quello - infame - di Srebrenica, un nome non a caso pro- nunciato proprio da Marie Colvin nel suo ultimo intervento alla BBC il giorno prima di morire. A Srebrenica in Bosnia nel luglio del 1995 ottomila civili, musulmani, vennero uccisi dal generale Ratko Mladic, sotto gli occhi delle forze ONU che non mossero un dito perché non avevano un mandato.

Ad Homs oggi, come nei Balcani prima, l'immobilismo dell'Occidente, specie dopo la Libia, appare incomprensibile. Da ieri, dopo la morte di due testimoni di peso, diventa sempre più difficile guardare dall'altra parte.

Wednesday, February 22

TERRORISMO: EUROPA SVEGLIATI !!!

C'è grande paura fra i giornalisti e gli intellettuali laici tunisini, ma anche fra la gente comune. La primavera araba ha portato con sé un frutto avvelenato: l'isteria islamista. La magistratura ha arrestato il direttore del giornale Attounisia, Nasreddine Ben Said, il redattore capo Hbib Guizani e il giornalista Hedi Hidhri. Sono tutti accusati di "assalto alla moralità pubblica" per aver stampato una fotografia del calciatore tedesco-tunisino Sami Khedira ritratto suggestivamente con una donna nuda. Al giornale sono arrivate minacce di morte e l'edificio è ora sorvegliato dalla polizia.

Ben Said in carcere ha iniziato uno sciopero della fame, mentre diverse migliaia di persone hanno marciato a Tunisi per "la difesa delle libertà" dopo una serie di incidenti scatenati dal movimento islamico salafita. "Siamo qui per alzare la voce di fronte alle aggressioni di cui sono state vittime i giornalisti, i militanti, gli studenti universitari, e per dire al governo che le libertà conquistate non devono essere rimesse in discussione", ha dichiarato Ahmed Nejib Chebbi, fondatore del Partito democratico progressista. Nei giorni scorsi il paese ha assistito attonito alle prediche nelle principali moschee del paese di Wajdi Ghenim, il celebre predicatore wahabita egiziano dichiaratamente a favore delle mutilazioni genitali femminili.

A Sousse, Ghenim ha attaccato i non musulmani, bollando gli arabi laici come intrisi di odio verso l'islam: "Morirete di rabbia, l'islam verrà, e anche il jihad". Un giovane attivista dei diritti umani, Moez Ibrahim, è stato accoltellato nel corso di una manifestazione contro la presenza del predicatore. L'imam si è presentato con la barba bianchissima e senza baffi, nel più perfetto stile degli islamici radicali, e con sulla fronte la cicatrice che "tradisce" il credente, provocata dal chinare la testa a terra durante le cinque preghiere quotidiane. "Chi si oppone alla volontà di Dio è apostata", ha scandito l'Imam.

Il presidente della Repubblica, Moncef Marzouki, ha risposto definendo "microbi" i religiosi. Ieri sul giornale inglese Independent il giornalista Robert Fisk ha parlato di un clima di "paura", "censura" e "intolleranza". Scrive che una città a nord di Tunisi è stata trasformata in un "emirato islamico", do- ve vigilantes salafiti interrogano i "peccatori" e i manifesti invitano a portare il velo integrale che "ti protegge dallo sguardo degli uomini e ti porta in paradiso". In parlamento Cheikh Sadek Chrourou, eletto nelle file di Ennadha, primo partito nel paese, ha invocato l'applicazione del verso 33 della sura quinta del Corano che raccomanda di "uccidere crocifiggere e tagliar le mani e le gambe ai miscredenti che dichiarano guerra a Dio e al suo profeta".

Prosegue il processo a Nabil Karoui, direttore dell'emittente Nessma "colpevole" di aver trasmesso il film "Persepolis", tratto dal best-seller dell'iraniana Marjane Satrapi. Professori universitari e studenti, militanti dei diritti umani, giornalisti e vignettisti si sono messi alla testa di un movimento "pro Persepolis". Karoui è in tribunale per rispondere dell'accusa di "blasfemia". Intanto il gruppo dei salatiti che ha ingaggiato un braccio di ferro di due mesi con l'Università di Manouba perché le ragazze che indossano il velo integrale possano frequentare le lezioni, cosa vietata dai regolamenti, hanno incassato una grande vittoria. Nell'ateneo è stata allestita una "sala di preghiere".

Islamisti hanno condannato la presenza al forum economico di Davos del premier Ahmed Jabali, colpevole di aver chiesto aiuto agli Stati Uniti che "profanano le terre dei musulmani", alla Francia "che semina corruzione nel nostro paese" e alla Gran Bretagna "che ha fatto cadere il califfato". Tutti uniti nel sostenere i nemici di sempre, gli ebrei. Jabali cerca di rassicurare l'occidente: "Non siamo la Somalia".

RUSSIA: seicento miliardi di euro per fronteggiare lo scudo spaziale in Europa.

A pochi giorni dalle presidenziali del 4 marzo, il primo ministro russo, Vladimir Putin, indicato dagli analisti come più che probabile nuovo capo dello Stato (tutti i sondaggi lo danno vincente già al primo turno), ha rilanciato la corsa al riarmo del Paese. Dalle colonne del giornale governativo «Rossijskaja Gazeta», il premier ha infatti garantito una spesa di oltre 600 miliardi di euro nei prossimi dieci anni per ammodernare l'ex Armata rossa. Da qui al 2022, le forze armate russe si doteranno di oltre 400 moderni missili balistici intercontinentali con basi di lancio terrestri e navali, 28 sistemi antimissile S-400, io sistemi di missili Iskander-M, più di 5o navi da guerra, 8 sottomarini nucleari e 20 normali, oltre 600 aerei, compresi i caccia di quinta generazione, più di i.000 elicotteri, 2.300 tank e un centinaio di satelliti militari.

E un esercito più professionale, con soli 300.000 soldati di leva su un milione entro il 2017, meglio pagato (da gennaio stipendio triplicato). Al quotidiano, Putin ha detto che un riarmo di questa portata — già annunciato a fine 2010 - è indispensabile per fronteggiare le minacce dello scudo spaziale della Nato in Europa e garantire la sicurezza della Russia «davanti ai tanti focolai di guerra — si legge nell'articolo — che si accendono alle nostre frontiere». Gli analisti concordano nel ritenere che l'impegno nel settore della difesa preso dal premier e candidato presidenziale miri soprattutto a riconquistare i molti elettori delusi dal periodo di ammorbidimento imposto dal presidente uscente, Dmitri Medvedev.

Attraverso il vasto piano decennale di ammodernamento delle forze armate, Putin intende così colmare il ritardo che sarebbe stato accumulato dalla Russia dopo il crollo dell'Unione Sovietica, da lui definita «la più grande catastrofe geopolitica del ventesimo secolo». «Dobbiamo riconquistare lo status di leader in tutte le tecnologie militari», ha detto ancora il capo del Governo di Mosca a «Rossijskaja Gazeta», citando il settore spaziale, la guerra nel cyberspazio, ma anche le armi del futuro, quelle con effetti geofisici, genetici e psicofisici o che sfruttano onde e raggi. «Armi più accettabili sul piano politico e militare», ha concluso Vladimir Putin.

GOVERNO MONTI "VERGOGNA": i "marò" possono aspettare, di mezzo ci sono i contratti.

A quasi una settimana dall'incidente dell'Enrica Lexie, il governo Monti compie finalmente il primo passo tangibile. La Famesina ha inviato un'informativa alla Procura di Roma, che ha aperto un fascicolo e valuta l'invio di rogatorie. Il ministro degli Esteri Giulio Terzi di Santagata, inoltre, ha spedito in India il sottosegretario con delega agli affari asiatici Staffan De Mistura. Una scelta, quest'ultima, che sulle prime poteva destare qualche perplessità: la faccenda è delicata oltre ogni immaginazione e, specie dopo avere dimostrato riflessi non prontissimi a botta calda, molti si sarebbero aspettati da Monti e dal suo governo un gesto più eclatante, come ad esempio l'invio del ministro in persona.

A motivare la decisione della Farnesina ci sono essenzialmente due fattori. Il primo è che, se nella squadra ai vertici della nostra diplomazia esiste qualcuno col "know how" per affrontare una situazione del genere, questi è proprio De Mistura: diplomatico tra i più capaci e conosciuti d'Italia, De Mistura è particolarmente esperto di diritto internazionale e questioni militari, ossia i due temi che si incrociano nella vicenda dei marò. All'ONU dal '71, il sottosegretario negli anni si è occupato per il Palazzo di vetro della gestione delle crisi in Kosovo, Albania, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro, Croazia, Libano, Iraq, Somalia e Afghanistan: quando è stato chiamato a fare parte della squadra di governo, ricopriva il ruolo di inviato speciale a Kabul.

Per cui, quando sottolinea che De Mistura «ha una particolare esperienza di Nazioni unite», il ministro Terzi dice una sacrosanta verità. Il numero uno della Famesina - che ha peraltro comunicato di essere «collegato continuamente con i ministri della Difesa e della Giustizia» e di «riferire costantemente al presidente del Consiglio» - oggi nel primo pomeriggio riferirà alle commissioni Esteri riunite di Camera e Senato (l'audizione era stata programmata sulla Somalia, ma l'ordine del giorno è stato aggiornato in corsa). Dopodiché, martedì prossima raggiungerà il sottosegretario De Mistura a Nuova Delhi. E qui si arriva al secondo fattore.

Perché, come se non fosse già abbastanza tragico di per sé, l'incidente dell'Enrica Lexie è avvenuto con la peggiore tempistica possibile. Da parecchio tempo, infatti, è in calendario per la prossima settimana una importantissima missione diplomatico-commerciale proprio in India ministri (il consueto tandem Esteri-Sviluppo economico), imprenditori, investitori, giornalisti. Tutti da caricare sull'aereo e portare a contatto con un mercato che per l'Italia ha grandissimo valore. IL GIRO D'AFFARI Per rendersi conto dell'entità della cosa, basta mettere in fila qualche numero: nel 2011 l'interscambio commerciale tra Italia e India ha superato i 7,5 miliardi di euro, con un aumento sul 2010 stimato attorno al 25%.

II governo Berlusconi - che coi ministri Frattini e Romani aveva già avviato iniziative simili - stimava una crescita del volume d'affari tra i due Paesi del 100% in un quinquennio, prevedendo 15 miliardi di interscambio entro il 2015. Le imprese interessate - principalmente nei settori di automotive, energia, moda ed elettronica - sono circa quattrocento. Per dire, una delle svariate partite in ballo è il lancio della Vespa in India, che ieri il numero uno di Piaggio Roberto Colaninno ha promesso per ma v o. Tanti e tanto grandi gli interessi in gioco, insomma, da rendere assai onerosa una cancellazione della missione per sopraggiunta frizione diplomatica. E a ieri sera, infatti, non si avevano notizie di eventuali sconvocazioni o ritardi di sorta.

La missione di De Mistura, pertanto, appare essere quella di preparare il campo all'arrivo del ministro sciogliendo in via preliminare i nodi diplomatici - tanti e, come ha detto anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano -«ingarbugliati» - con le autorità indiane. Qui l'Italia potrebbe trovare una inattesa sponda nel cardinale George Alencherry, arcivescovo della Chiesa Syro-malabarese che si è offerto per un'opera di «mediazione con i ministri cattolici del governo del Kerala» onde evitare strumentalizzazioni politiche, viste le elezioni imminenti in quello Stato.

USA: Panetta prova a evitare l'attacco israeliano.

Washington sta provando a frenare Israele. Prima il capo di stato maggiore americano, Martin Dempsey, durante uriintervista sulla Cnn ha messo in guardia Tel Aviv sugli «effetti destabilizzanti» che un attacco aereo contro le centrali nucleari iraniane potrebbe avere sulla geopolitica mediorientale. Nello stesso pomeriggio di domenica è atterrato in Israele il consigliere per la sicurezza nazionale Tom Donilon, che ha avuto un lungo incontro con il primo ministro Benjamin Netanyahu. Il contenuto delle discussioni non è stato reso noto, ma secondo indiscrezioni pubblicate ieri dal quotidiano Haaretz ?esito non sarebbe stato positivo: pare che il premier israeliano e il suo ministro della difesa Ehud Barak abbiano sostenuto che la posizione americana—critica nei confronti di un attacco contro Teheran — «serve gli interessi iraniani». Nel frattempo a Washington c'è chi lavora per facilitare un intervento americano a fianco dell'alleato israeliano, in caso di necessità. Tra i democratici (per non parlare dei repubblicani) non mancano i filoisraeliani "sempre e comunque". Uno dei loro esponenti di punta, Joseph Lieberman (un ex senatore democratico ora indipendente), sta tentando di far approvare al senato una risoluzione che abbasserebbe l'asticella dei comportamenti considerati «inacettabili» dagli Stati Uniti: non più soltanto possedere armi nucleari, ma avere la «capacità» di produme. Può sembrare uriinezia, ma a quel punto per giustificare un intervento militare basterebbe dimostrare che Teheran dispone della tecnologia necessaria a produrre ?atomica: possibilità non lontana dalla situazione attuale perché anche lo sviluppo di centrali nucleari a scopo civile, obiettivo dichiarato di Teheran, potrebbe teoricamente rientrare in questa definizione. E la proposta di le :e Lieberman è stata firmata anche da quindici senatori democratici. Il preambolo del fitto via vai diplomatico delle ultime settimane era stata una rivelazione di David Ignatius: "Panetta, per sua stessa ammissione, è contrario a un intervento militare". Qualcuno allora ha ipotizzato che la soffiata alla stampa sia partita proprio dal Pentagono. Eobiettivo, forse, era quello di ammonire l'Iran, ma è possibile anche che Panetta puntasse a dare una frustatina ai paesi del blocco occidentale: spaventarli, per indurli a intensificare le sanzioni contro la repubblica islamica. Difficile verificare le due ipotesi; lo stesso Panetta è intervenuto la settimana scorsa per negare che Israele abbia già preso una decisione irrevocabile. Una cosa però è certa: la notizia non è uscita per caso. A complicare la faccenda c'è un dato di fatto: Washington, come Teheran, quest'anno va al voto. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad — logorato da mesi di faide interne con la Guida suprema Ali Khamenei — è desideroso di mostrarsi come uomo forte, non come politico totalmente succube alle decisioni dell'ayatollah. Sul versante americano, i risultati della politica estera di Barack Obama (l'uccisione di bin Laden, la fine della guerra in Iraq e l'avvio del ritiro dalìAfghanistan) sono tra i pochi successi che il presidente può vantare. Una nuova guerra alienerebbe una parte consistente del voto liberai e fondamentalmente pacifista che rappresenta un pilastro fondamentale per la rielezione del titolare della Casa Bianca. Non sorprende dunque che Obama abbia dispiegato i propri uomini migliori per scongiurare lo scenario di una guerra. Ma c'è un elemento che complica il compito di convincere l'alleato israeliano a non attaccare ?Iran: il fronte di Washington è disunito. Come scrive Robert Haddick sulla rivista Foreign Policy, ci sono quattro fondamentali motivi per cui a Tel Aviv un raid aereo conviene più adesso che dopo. Primo: il tempismo. EIran ha annunciato di aver installato nuove centrifughe in grado di accelerare il processo dell'arricchimento dell'uranio. Molte di queste sono state collocate nella centrale sotto la montagna di Fordow, vicino alla città santa di Qom. Una volta li, secondo le analisi degli esperti, ?arsenale israeliano non sarebbe più in grado di danneggiarle perché troppo in profondità. Meglio attaccare ora. Secondo: le sanzioni economiche avranno effetti soltanto nel lungo termine. Finché Cina, Russia e India continueranno a sostenere economicamente l'Iran, sarà difficile per il blocco dei paesi allineati con l'America mettere Teheran completamente in ginocchio. Israele non vuole perdere tempo. Non è tutto: il deterrente nucleare che durante la guerra fredda riduceva al minimo la possibilità di un conflitto tra Stati Uniti e Russia, potrebbe non avere lo stesso effetto nel caso dellIran e di Israele (che vanta un arsenale nudeare stimato in circa 100 testate anche se non è mai stato dichiarato). Le fazioni israeliane più conservatrici, quelle che oggi fanno capo al ministro degli esteri Avidor Lieberman, date le dimensioni del paese, reputano che una bomba avrebbe effetti così devastanti da togliere a Tel Aviv la possibilità di rispondere a qualsiasi attacco. Un raid preventivo diventa dunque tunica strategia per scongiurare un simile scenario. Terzo: i leader israeliani non si aspettano che Teheran risponda davvero. E ciò che successe con gli attacchi preventivi in Iraq nel 1987 e in Siria nel 2007, durante i quali Tel Aviv distrusse alcune centrali nucleari agli albori senza causare contrattacchi da parte dei paesi arabi colpiti. Quarto, sempre secondo Haddick, se Teheran rispondesse, un allargamento del conflitto sarebbe quasi inevitabile e questo gioverebbe alla causa di Israele che si vedrebbe così internazionalmente legittimata ad attaccare altri punti vitali dell'economia iraniana come le centrali elettriche e le stazioni petrolifere di Teheran. Ieri Mohammad Hejazi, il numero uno dell'esercito iraniano, ha dichiarato che, qualora il suo paese si sentisse seriamente minacciato, potrebbe «agire senza aspettare» di venir attaccato. Per di più se la repubblica islamica decidesse di bloccare lo stretto di Hormuz, da dove transita il 20 per cento del traffico mondiale di greggio, gli Stati Uniti sarebbero costretti a intervenire al fianco di Israele. Scenario perfetto per una Tel Aviv impaurita dalle ambizioni di una Teheran nucleare? All'apparenza sì, ma in realtà sono moltissimi gli analisti a ritenere poco fattibile un attacco da parte israeliana. Lo strike sarebbe «urfoperazione immensa ed enormemente complessa», scriveva pochi giorni fa il New York Times, spiegando che i caccia di Tshal — almeno cento per un attacco efficace — dovrebbero percorrere migliaia di chilometri ed effettuare almeno un rifornimento in volo. Certo è che se Israele decidesse di andare avanti sarebbe un incubo pre-elettorale per un presidente americano che punta più che mai sulla ripresa economica, ha fatto di tutto fmo ad adesso per essere il non-Bush e deve giocare contro l'influenza di Aipac e le tendenze più interventiste dei repubblicani, come di alcuni elementi della sua amministrazione.

SIRIA: sette mosse della NATO per cambiare regime.

In queste ore a Homs Bashar el Assad sta "completando il lavoro" iniziato nel 1982 dal padre Hafez el Assad con il massacro di Hama, quando oltre 10 mila civili vennero uccisi prima con l'uso dell'artiglieria pesante e dei tank, poi sterminati casa per casa. Trent'anni dopo sono ripresi i massacri su larga scala e l'occidente è incapace di agire, bloccato dal veto di Russia e Cina al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Russia, anche in vista dell'appuntamento elettorale, ha rispolverato l'anacronistica retorica delle sfere d'influenza, facendo valere il proprio potere di veto e oscillando fra la tentazione di una "Cold War 2.0" e un più utile allineamento con l'occidente. Quest'ultima scelta, peraltro, rappresenterebbe il modo migliore per conservare i propri asset militari nel Mediterraneo (Tartous). La Cina, tutta protesa all'imminente e pilotato cambio di leadership, è oramai diffidente nei confronti di ogni possibile cambio di regime e tale scelta è condizionata da valutazioni "interne": nel 2011 il budget cinese per la "sicurezza interna" ha superato la spesa militare. La Lega araba rappresenta senza dubbio un elemento di novità nel quadro mediorientale e potrebbe essere un fattore innovativo per affrontare il dossier siriano. La primavera araba e un Iran quasi nucleare hanno risvegliato dal torpore un'organizzazione che si è limitata a promuovere retorica panarabista e anti israeliana senza assumere mai il ruolo di vero player geopolitico regionale. Il cambio di regime in Tunisia, Egitto e Libia, la nuova assertività del Qatar a partire dal ruolo svolto in Libia, la paura dei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo nei confronti della crescente minaccia iraniana hanno condotto la Lega araba su posizioni inimmaginabili fino a poco tempo fa. La rottura con Damasco seguita dalla legittimazione del Syrian National Council e la posizione molto dura nei confronti di Russia e Cina dopo il veto al Palazzo di Vetro ne hanno mutato il posizionamento geopolitico e la propensione a poter svolgere un ruolo molto più attivo nella gestione del dossier siriano. Alla luce di queste considerazioni Europa e America devono assumere alcune decisioni urgenti. Nell'ordine: decidere che è nostro diritto/dovere intervenire per proteggere la popolazione civile dal massacro in corso, optando per una iniziativa di ingerenza umanitaria nel quadro della dottrina della "Responsability to Protect". Contemporaneamente, decidere che il cambio di regime in Siria è un nostro chiaro interesse (si, esiste un "interesse nazionale" euroamericano), per diversi motivi: indebolimento dell'Iran; riduzione della pressione su Israele; restituzione di una piena sovranità al Libano; rottura dei legami fra Siria, Hezbollah, Hamas; drastico miglioramento delle condizioni di sicurezza regionale; miglioramento delle condizioni di sicurezza dei paesi arabi del Golfo. Gli "amici della Siria" Un intervento in Siria è dunque giusto e anche utile. Le modalità politiche e militari dell'intervento in Siria ricorderanno il Kosovo del 1999. La Siria è perla Lega araba ciò che fu per noi europei la Serbia: una dittatura che aveva perso ogni legittimità internazionale dopo i massacri in Croazia e Bosnia e che stava per compierne di ulteriori nei confronti della minoranza kosovara. Allora promuovemmo un intervento militare senza il consenso del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per difendere il diritto a esistere dell'ultima comunità musulmana in Europa e per far cadere una delle ultime satrapie europee. Oggi dobbiamo intervenire per difendere i siriani nel loro desiderio di democrazia e per cambiare un regime che esporta instabilità, terrorismo e insicurezza. Lega araba, Europa, Stati Uniti e Turchia dovranno dunque promuovere una coalizione ad hoc (gli "Amici della Siria" come definita da Hillary Clinton) per promuovere in tempi rapidi un'azione politico-militare co- mune. Anche se gran parte del lavoro dovrà essere svolto dalle forze euro-americane, la Lega araba ne dovrà conservare la leadership sul modello di quanto accaduto in Costa d'Avorio nel 2010. Credo che il timing politico e militare potrebbe essere il seguente. 1. Riconoscimento del Syrian National Council quale legittimo rappresentate del popolo siriano e rottura delle relazioni diplomatiche con il regime di Assad. 2. Istituzione di una No Fly Zone sulla Siria e avvio di un intervento militare mirato alla riduzione delle capacità offensive di Assad per interrompere l'offensiva militare contro i ribelli e la popolazione civile. Le operazioni aeree saranno condotte dalla Nato su mandato della coalizione "Friends of Syria", con la partecipazione di forze armate aeree di alcuni paesi arabi (Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Arabia Saudita). Le basi militari in Turchia svolgeranno lo stesso ruolo svolto dalle basi italiane nell'intervento in Libia. 3. Sostegno militare alla Free Syrian Army con forniture di materiale bellico da parte dei paesi arabi della coalizione e dalla Turchia. Gli stessi paesi potrebbero inviare istruttori sul campo una volta che verranno realizzate le prime aree liberate. 4. Creazione di una "Zona Libera" al confine con la Turchia per organizzare corridoi e assistenza umanitaria nei confronti dei possibili ingenti flussi di profughi. 5. Sostegno logistico ai governi dell'Iraq e della Giordania per il controllo e il monito-raggio della lunga e porosa frontiera con la Siria per prevenire i rischi di infiltrazioni di gruppi terroristici islamisti. 6. Accordo con la Russia per l'utilizzo della base militare di Tartus per il coordinamento delle operazioni umanitarie.

ISRAEL calls top US general a servant of Iran.

US Joint Chiefs of Staff Chairman General Martin Dempsey made news over this week by calling an Israeli-led attack on Iran foolish if attempted anytime soon. Israeli officials aren’t impressed, however, and are responding with words of their own.
Gen. Dempsey denounced a strike on Iran in the near future as “destabilizing” and “not prudent” over the weekend while speaking to CNN in regards to America and Israel’s effort to prevent Tehran from developing a nuclear warhead. Israel Prime Minister Binyamin Netanyahu has now addressed that statement himself, calling into question the US official’s intentions.
Netanyahu is now suggesting that the US is adopting policies that will favor Iran, and not their historical ally: Israel.
Israeli newspaper Haaretz (“The Land”) is reporting that PM Netanyahu had harsh words for the JCOS commander, saying that his on-the-record comments over postponing any strike are remarks that “served the Iranians.”
“The Iranians see there’s controversy between the United States and Israel, and that the Americans object to a military act. That reduces the pressure on them,” a senior Israeli official adds to the paper.
Over the weekend, Gen. Dempsey discussed allegation of war against Iran, which have only escalated as of late. Over the past few months, the US has mobilized its military around Iran and has made plans for a massive missile exercise in conjunction with Israel for later this year. As Iranian/Israeli hostilities continue to amount, however, Israeli officials have repeatedly stated concern over America’s reluctance to act already on Iran.
American intelligence believes that, if Iran is indeed developing a nuclear weapon as rumored, they do not stand to finish their research anytime soon. In the interim, the US hopes that diplomatic talks and negotiations will thwart that research before it matures. Israel, however, appears much more concerned and has condemned the US for not acting on the offensive already. Last month, Deputy Prime Minister Moshe Yaalon explicitly called the Obama administration "hesitant” in their unwillingness to attack, which was followed by a warning only a day later by the nation’s Foreign Minister Avigdor Lieberman, in which he urged the US to "move from words to deeds.”
Discussing whether an attack on Iran seems worthwhile for the US military right now, Gen. Dempsey told CNN on Sunday, “A strike at this time would be destabilizing and wouldn’t achieve their long-term objectives.”
Separately, US Defense Intelligence Agency Director Lieutenant General Ronald Burgess said last week that Iran was more than likely act on the offensive anytime soon. “Iran is unlikely to initiate or intentionally provoke a conflict," Burgess told a Senate Armed Services Committee hearing, adding that an Iranian-led military action against the US would only be likely if the United States fired first.
The missile drill scheduled by American and Israeli forces was originally scheduled for this spring, only to be postponed and then rescheduled for later this year. Israeli sources speaking to foreign news outlet Debka alleged that the decision to put the program on hold was a move made by Netanyahu based on ongoing worries that the US will back-out of an otherwise-coordinated joint strike on Iran.