Friday, February 10

Monti "l'atlantista". Dall'Iran agli F-35.

Dall'Iran agli F-35, il governo italiano è fermo sulla linea filo America. La Casa Bianca preferisce il "buy american" Il colpo su Alenia Aermacchi Roma. Da tendenza già presente con il governo Berlusconi, ora l'adesione alla linea atlantista dell'America è diventata uno degli assi portanti del governo Monti e sta caratterizzando le scelte in politica estera dell'Italia, anche quando manca il raccordo con i nostri interessi strategici, politici e industriali. In campo militare, l'acquisto senza condizioni dei cacciabombardieri F35 è un esempio di fedeltà a ogni costo nei confronti di Washington, non per il prezzo del programma pluriennale al quale abbiamo aderito dieci anni fa, ma perché la decisione di ordinare i primi tre avanzatisismi aerei (comunicata martedì al Parlamento dal generale Claudio Debertolis) coincide con la cancellazione di commesse militari di velivoli "made in Italy" - competitivi - da parte degli Stati Uniti. Barack Obama ribadisce nell'intervista alla Stampa che "l'Italia è uno dei nostri alleati più importanti", ma cancella i contratti firmati dal Pentagono durante l'Amministrazione Bush, che premiavano prodotti italiani di qualità e ricompensavano per l'impegno in Iraq e Afghanistan. Nel 2009, Obama ha annullato la commessa per 23 nuovi elicotteri destinati alla flotta presidenziale (il "Marine one") vinta da Agusta Westland (Finmeccanica) con l'AW 101. Un contratto da 6,5 miliardi di dollari destinato a raddoppiare, sciolto quando 7 elicotteri erano già stati consegnati. L'anno dopo, lo stesso elicottero in versione "Combat Sar" è stato tenuto fuori da una gara del valore di 15 miliardi per velivoli destinati al recupero dei piloti abbattuti in territorio ostile e due settimane fa il Pentagono ha detto che il contratto per gli aerei da trasporto C-27J di Alenia Aermacchi (sempre Finmeccanica) sarà annullato. Dei 78 velivoli previsti ne erano stati ordinati solo 38 e i 13 già consegnati ora saranno messi sul mercato, intralciando così anche i tentativi di export dell'aereo da parte dell'industria italiana. La tendenza della Casa Bianca a privilegiare prodotti militari "made in Usa" non colpisce ovviamente solo l'Italia. La gara per i nuovi aerei rifornitori, vinta dalla franco-tedesca Eads, fu annullata per poi indirne un'altra su misura per Boeing che se 1'è aggiudicata. La tendenza al "buy american" potrebbe limitare anche le chance del jet italiano M-346 Master di Alenia Aermacchi, candidato di punta nella gara per il nuovo aereo d'addestramento dell'aviazione americana. La tutela degli interessi nazionali consiglierebbe al governo italiano di chiedere ampie garanzie per il Master, prima di confermare l'acquisizione degli F-35 al costo previsto di 16 miliardi di euro più 2 già spesi. L'adesione a Washington è ancora più stretta sulle operazioni oltremare. Il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, è sceso in campo per primo al fianco di Washington a sostegno dell'embargo petrolifero all'Iran. Giampaolo Di Paola, ministro della Difesa, ha confermato che le truppe italiane resteranno in Afghanistan fino al 2014 e quest'anno non ci saranno riduzioni per il contingente di 4 mila militari. I francesi invece si ritireranno nel 2013 e hanno già iniziato a ridurre le truppe, mentre gli stessi americani riporteranno a casa entro l'estate 23 mila dei loro 90 mila soldati e hanno informato la Nato - con le dichiarazioni del segretario alla Difesa, Leon Panetta - di volere cessare le operazioni belliche entro l'anno prossimo. Per ora gli italiani sono anche gli unici partner a inviare militari (100 consiglieri istruttori al costo di 10 milioni di euro) nella Libia del caos post rivoluzione, dove una settantina di milizie si contende un territorio poco controllato e dove il Consiglio nazionale di transizione ha appena lanciato l'allarme per possibili attacchi di fedelissimi di Gheddafi. Finiti i raid della Nato, a Tripoli avrebbe dovuto schierarsi una missione internazionale di stabilizzazione, ma non se n'è fatto nulla. Washington ora considera la Siria e il Pentagono valuta piani di guerra. Lo spodestamento emergenziale del regime di Bashar el Assad è soltanto un'ipotesi, ma per la nostra posizione geografica unica ci vedrebbe sicuramente coinvolti con le nostre infrastrutture. Continuiamo a essere competitivi, ma alla Casa Bianca tendono a dimenticarlo.

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