Wednesday, May 30

I want Serbia, Montenegro to have better relations.

Serbian President-elect Tomislav Nikolić said on Tuesday that Montenegro's independence was a fait accompli. He added that he wanted the two states to have a much better relationship in the future. The newly elected president stressed that Serbs and Montenegrins had a lot in common. “I recognize Montenegro as a State, but I do not recognize the difference between the Serbs and Montenegrins, because there is not any,” Nikoli; told Television of Montenegro. He reiterated that he would never recognize Kosovo's independence, even at the cost of giving up the European path of Serbia. Nikolic’ said no one had put the recognition of Kosovo as a condition for Serbia's progress in European integration. “It is a hypothetical question whether someone will put that condition or not, but I an not one of those who would accept European integration and give up Kosovo and Metohija,” he concluded.

MARO': Respinto il ricorso.

Ieri l'Alta Corte della città di Kochi, nello Stato meridionale indiano del Kerala, ha respinto il ricorso del governo italiano sulla giurisdizione applicabile al caso dei due fucilieri di marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, in custodia giudiziaria per la morte di due pescatori locali.

Il ricorso presentato tempo fa da parte italiana per chiedere che i militari vengano giudicati nel nostro Paese, era stato bloccato dal periodo di sospensione dell'attività giudiziaria terminato a metà maggio. Un periodo durante il quale la formalizzazione delle accuse contro i militari italiani ha modificato sostanzialmente la situazione. Il giudice istruttore ha di conseguenza acquisito i capi di accusa e li ha trasmessi al tribunale di primo grado per l'inizio del processo.

Quasi scontato il rigetto della nchiesta italiana, ma la nostra delegazione tecnico-diplomatica sta ora valutando, insieme ai due marò e agli avvocati, se presentare ricorso. Nel respingere l'istanza del nostro governo, il giudice P.S. Gopinathan ha ribadito che l'incidente 6 avvenuto in acque che ricadono sotto la giurisdizione indiana in quanto «zona economica esclusiva» e di conseguenza che al caso si deve applicare il codice penale indiano.

Inoltre, Gopinathan ha sottolineato che la nave-cisterna Enrica Lexie, da dove i militari avrebbero sparato sui pescatori scambiandoli per pirati, non è di proprietà del governo italiano ma di un armatore privato. Per oggi è attesa l'udienza, più volte slittata, dinanzi all'Alta Corte del Kerala che dovrà decidere della libertà su cauzione per Girone e Latorre, trasferiti venerdì scorso dal carcere centrale di Trivandrum a una nuova struttura all'interno dell'ex penitenziario minorile di Kochi.

Secondo la stampa locale, un indiano residente in Italia di nome John Thekkekara, sarebbe disponibile a versare depositare la fideiussione richiesta e a questo proposito avrebbe offerto in garanzia un ettaro di terreno nel Kerala del valore di 285mi1a euro e altre proprietà in Italia. Thekkekara - a capo di una società di servizi con base a Genova - si sarebbe infatti dichiarato convinto che «la negazione della libertà su cauzione ai due è un'ingiustizia».

Da tempo una parte della folta comunità indiana nel nostro Paese si è espressa a favore di una posizione meno intransigente del governo di New Delhi. Lunedì, in previsione dell'udienza di oggi, il ministero degli Esteri italiano aveva «fatto un passo con l'ambasciatore indiano per renderlo ancora più consapevole - come riferito dal ministro Terzi - dell'importanza che noi diamo alla libertà su cauzione» dei due marò detenuti nel Kerala.

A sua volta, il magistrato incaricato avrebbe chiesto un nuovo parere al proprio governo prima di pronunciarsi sulla richiesta della difesa di Massimiliano La-torre e Salvatore Girone. Intanto, il Comitato "Salviamo i nostri marò" ha organizzato per sabato prossimo a Roma un corteo che partirà alle 15 da piazza SS. Apostoli. L'intento è di sensibilizzare sulla loro vicenda ma anche di premere sulle autorità affinché essa si concluda presto e in modo positivo.

La fine dell'euro è certa.

In ogni crisi economica arriva il momento della chiarezza. In Europa presto milioni di persone si sveglieranno e realizzeranno che l'euro per come lo si conosceva è finito. Il caos economico li aspetta" (...). "Alcuni politici europei adesso ci dicono che un'uscita ordinata della Grecia dal-l'euro è fattibile alle condizioni attuali, e la Grecia sarà l'unica ad andarsene. Sbagliano. L'uscita di Atene è solo un altro passaggio in una catena di eventi che porta a una caotica dissoluzione dell'Eurozona. Se la Grecia abbandonerà l'euro nei prossimi mesi, il suo governo non potrà ripagare circa 300 miliardi di euro in obbligazioni detenute all'estero, inclusi circa 187 miliardi di euro prestati dal Fondo monetario internazionale e dalla European Financial Stability Facility (Efsf)". Ma soprattutto (...) "Atene farà default su 155 miliardi di euro di bond direttamente dovuti al sistema dell'euro (compresa la Banca centrale europea e 17 Banche centrali del-l'Eurozona)". "Il ministro delle Finanze polacco, Jacek Rostowski, recentemente ha ammonito che la tragedia di un default greco sfocerà probabilmente in una fuga dalle banche e dal debito sovrano degli stati periferici, e ciò - per evitare ulteriori tragedie - richiede che a tutti gli altri membri siano assicurati fondi illimitati per almeno 18 mesi. Rostowsky avverte peraltro che la Bce non è pronta a mettere in atto un tale firewall, e non c'è altro ente che abbia la capacità né la legittimità di fare ciò" (...). "Siamo d'accordo: una volta che sarà chiaro che la Bce ha già assunto troppi rischi, è molto improbabile che essa cominci a conferire fondi illimitati a tutti i governi che si trovino sotto pressione sul mercato dei bond. Lo schema greco di austerità-caos-default si ripeterà probabilmente altrove" (...). "La fine dell'euro andrà così: la periferia dovrà patire recessioni anche peggiori - mancando gli obiettivi della troika - e i suoi debiti diventeranno ancor più evidentemente ingestibili. L'euro scenderà significativamente rispetto alle altre valute, ma in un modo che non renderà l'Europa più attrattiva per gli investimenti". Altre conseguenze: "Si capirà che la Bce ha perso il controllo della politica monetaria; il mondo non riterrà più l'euro una moneta sicura; gli investitori piuttosto scapperanno dai bond dell'intera regione, e persino la Germania avrà difficoltà a finanziarsi a tassi ragionevoli. Infine, i contribuenti tedeschi si accolleranno un'inflazione inaccettabile e apparentemente incontrollabile" (...). "La soluzione più semplice per la Germania sarà di abbandonare lei stessa l'euro, portando gli altri paesi a seguirla. La responsabilità tedesca dei passati conflitti e il timore di perdere i benefici di 60 anni di integrazione europea rimanderanno certamente l'inevitabile". Ma rimandando l'inevitabile "le conseguenze saranno molto più devastanti dato che i debiti saranno più ingenti e l'antagonismo più intenso. Un break-up disordinato dell'Eurozona sarà molto più dannoso per l'economia globale della crisi dei 2008. Il ricco mercato finanziario e bancario europeo che include 185 trilioni di dollari in derivati denominati in euro, finirà nel caos e ci sarà una vasta fuga di capitali verso gli Stati Uniti e l'Asia". (...) "E' quasi scontato che un vasto numero di pensionati e proprietari di case perderanno direttamente i risparmi di una vita o se li ritroveranno erosi dall'inflazione". "Quando le nazioni entrano in crisi, inizia lo scaricabarile delle responsabilità" (...). "L'euro genera disoccupazione e recessione in Italia, Grecia, Portogallo, e Spagna. Non possiamo accusare i politici greci corrotti di tutto questo. E' tempo per i rappresentanti europei e del Fondo monetario internazionale (...) di lavorare allo smantellamento dell'Eurozona (...)". Servono piani concreti: "Introduzione di nuove monete, gestione dei default multipli, ricapitalizzazione delle banche e dei gruppi assicurativi". Le grandi conquiste da salvare Soprattutto, "l'Europa ha bisogno di salvare le sue grandi conquiste, tra cui il libero movimento di persone, capitali e lavoro nel continente, ma contemporaneamente uscire dal colossale errore della moneta unica. Sfortunatamente per tutti noi, i nostri politici rifiutano di fare ciò - odiano ammettere i loro errori e la loro incompetenza passata, e in ogni caso il lavoro di coordinare diciassette nazioni alle prese con il crollo di questo sistema valutario è forse fuori dalla loro portata. Dimentichiamoci di un salvataggio sotto forma di G20, G8, G7, di un nuovo Tesoro europeo, dell'emissione di Eurobond, di un piano di condivisione dei debiti sovrani, o altre favole della buonanotte". Adesso, "siamo ognuno per conto proprio".

German-Russian relations enter a new ice age

Photo Gallery: Putin and Merkel's Difficult Relationship
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AFP
Relations between Germany and Russia appear to be approaching a new ice age. Berlin is more dependent on Moscow than ever before, but Merkel has little trust in newly re-elected President Vladimir Putin. She would like to strengthen the opposition.
It was supposed to be a gesture of solidarity, a major public event: Russian President Vladimir Putin and Joachim Gauck, his German counterpart, working on a puzzle together in Moscow's Red Square, right outside the Kremlin's gates. Along with carefully selected guests, the two heads of state were to assemble the 1,023 individual pieces of the puzzle, an oversized copy of the self-portrait of German artist Albrecht Dürer, an iconic painting in European art.

But Putin lost interest in putting together puzzles. At first, the Kremlin called off a meeting planned for May that was supposed to kick-off the "German-Russian Year." And now Putin's office has informed Gauck that he doesn't have time for a meeting in June, either. Putin, the former KGB agent, doesn't want to offer Gauck, an ex-champion of freedom in communist East Germany, a spot in the limelight. The cancellation of the puzzle event aptly reflects the current state of German-Russian relations. On Friday, Putin is expected in Berlin on an official visit. It will be his first trip to a Western country since being inaugurated as president for the third time on May 7 -- the message was intended as a positive one. But in fact, relations between Berlin and Moscow are worse than they have been in years.
Ties with Russia have traditionally enjoyed a special status in German foreign policy. Given the history of suffering, German governments see themselves as an important intermediary between Russia and its Western partners. Moscow, in turn, can only exert its influence in Europe via Berlin.
Yet despite being more dependent on each other than ever, Germany and Russia are steering toward a new ice age. With plans for the Nabucco pipeline in southern Europe on the verge of collapse, Germany continues to be dependent on Russian natural gas. For his part, Putin needs German investors if he wants to modernize his country's economy.
More Powerful than Ever
At the moment, the only thing doing well is trade relations. In 2011, German exports to Russia rose 34 percent to reach €27 billion ($34 billion), while imports climbed by 27 percent to reach €25 billion. Germany is Russia's second-most-important trading partner after China.
But the political situation looks different and Merkel and Putin have a strained relationship. On Friday, Germany's chancellor will be welcoming a guest whose political career is one she would have liked to see ended years ago. But now he's more powerful than ever.
Merkel had placed her bets on Dmitry Medvedev, whom Putin replaced as president. She thought he was capable of modernizing Russia and she had hoped he would run for re-election even though many experts thought it unlikely. Last September, when Medvedev and Putin, who was prime minister at the time, announced that they had agreed to trade offices long before, Merkel felt hoodwinked. She was forced to realize that the man she had placed such great hopes in was merely a Putin puppet.
Merkel was profoundly disappointed and there was an initial period of silence between the Chancellery and the Kremlin. Her low opinion of Putin was confirmed by accusations of ballot-box manipulation and smear campaigns against opposition figures during December's election for the Duma, the lower house of Russian parliament.
In the run-up to the presidential election in May, Merkel had a message delivered to Putin. In it, she told him that, as Russia's head of state, he should consider making a gesture signaling to the West that he was making a fresh start, such as releasing former oligarch Mikhail Khodorkovsky from prison. But Putin ignored the appeal.
America's 'Vassals'
Although Putin respects Merkel, he views her as being overly pro-American. Proof for him is provided by the failure three years ago of a deal which would have seen a Russian-led consortium buy a majority interest in Opel, the German carmaker owned by General Motors. Putin believes that Washington opposition is to blame for the sale falling through. Indeed, during a recent nationally broadcast question-and-answer hour with Russian citizens, Putin accused the Europeans of being little more than America's "vassals."
In recent days, Putin has again made clear what he thinks about the West: First, he didn't travel to Camp David in mid-May to attend the G-8 summit of the world's most important industrialized countries, and was then conspicuously absent from the NATO summit held in Chicago a few days later. Not quite a new Cold War, certainly, but a chilly peace.
The meeting in Berlin isn't likely to change the situation. No agreements are to be signed, as is usual for such meetings. Likewise, no progress will be made on contested issues, such as Moscow's call for the relaxation of visa restrictions, as neither Berlin nor Moscow has anything new to offer.
Of course, the Chancellery is aware that Germany remains dependent on Russia on several important issues, over and above energy supplies. Moscow's support will be needed in negotiations on Iran's nuclear program, and Russia's UN Security Council veto could be used to block any Western efforts related to the conflict in Syria.
But Merkel is no longer sure whether Putin is open to her arguments. A few weeks ago, she telephoned Putin to make it clear that Russia's behavior in the Syrian crisis was damaging to its own interests. She implored him to reconsider his stance -- but nothing has happened.
Ritualized Conference
Merkel is now determined to pressure Putin in another way. She has arranged for a shake-up in the leadership of the so-called Petersburg Dialogue. This annual event was launched 11 years ago by Putin and then-Chancellor Gerhard Schröder to give both countries a forum for discussing social issues. Critics, however, believe that the Dialogue has devolved into a ritualized conference dominated by former politicians and Kremlin functionaries.
In April, Merkel installed two trusted allies in the Petersburg Dialogue leadership who are to press for change in Russia. Andreas Schockenhoff, a Merkel confidant and deputy parliamentary floor leader for Merkel's conservatives, will take over the important civil society working group. Ulrich Wilhelm, Merkel's former government spokesman, is slotted to handle issue related to media collaboration.
"We have to make it clear that we understand a partnership for modernization as involving more than collaboration in the energy sector," Schockenhoff says. Germany, he says, needs to support the rise of the Russian middle class, which showed with its public protests following the Duma election, he adds, that it is a genuine force for modernization.
The government is aware that the process is likely to be an arduous one, and no one is expecting any sudden successes. The Putin camp will most likely try to demonize opposition figures as agents of the West.
Berlin believes there is little hope that Russia's freshly installed government will bring about any real change. Putin has retained the conservative Sergei Lavrov as foreign minister, Merkel administration insiders note, and hardline Interior Minister Rashid Nurgaliyev has been replaced by Vladimir Kolokoltsev, the former Moscow police chief whose officers were brutal in their squelching of demonstrations.
Pretending to Be Strong
From the German perspective, leaders in Moscow still don't understand that Russia is no longer a global power and that it needs Europe as a reliable partner. The administration in Berlin views the Russian crusade against NATO's planned missile-defense system in Europe as a last, desperate effort at power-posturing -- Russia pretending to be strong because it is actually weak.
The Kremlin sees the situation differently. Not without some schadenfreude, Putin and his advisers view the West's influence on global politics as waning. They point out that, over the last 30 years, the EU member-states' share of the global economy has been steadily sinking. "Putin is convinced that the Western model already has the zenith of its global allure behind it," says political scientist Nikolai Slobin.
Nevertheless, Putin continues to believe that Germany has an important role to play. Traditionally, he has presented important foreign policy initiatives in Germany. In 2001, when speaking before German parliament, he described the goal of a "united and secure Europe" in which Russia and European countries would pool their resources. In an editorial contribution about his foreign policy principles published in the German daily Süddeutsche Zeitung before he visited Berlin in November 2010, Putin campaigned for a "harmonious economic community stretching from Lisbon to Vladivostok."
"Putin has noted, however, that his proposals haven't been answered," says Kremlin advisor Vladislav Belov. "Today, the West for him no longer has top priority."
More than his predecessor Medvedev, Putin has his sights set on the former Soviet states on Russia's borders. He has pushed through a customs union with Belarus and Kazakhstan, praising it as "an enormous single market of 165 million people with the free circulation of capital and labor." Putin's plan calls for the eastern economic club to become the nucleus of a "Eurasian Union," eventually to be joined by additional former Soviet states.
EU in the Way
The EU is also standing in the way of a rapprochement between Merkel and Putin. The Russian president views the political community as a weak entity that hamstrings itself with complicated decision-making processes. Russia wants good bilateral relations with Germany, and the EU only gets in the way.
Merkel, on the other hand, realizes that Germany, as the leading power in Europe, must also show consideration to the EU's smaller member states. For historical reasons, there continues to be a feeling of deep mistrust toward Moscow in Poland and the Baltics, which Merkel cannot ignore.
But it isn't just objective factors that are responsible for the German-Russian logjam. Personal ties have always played a major role in ties between Moscow and Berlin.
Chancellor Willy Brandt's swimming with Soviet leader Leonid Brezhnev near Yalta in 1971 paved the way for Germany's Ostpolitik policies aimed at normalizing relations and de-escalating Cold War tensions with the communist states of Eastern Europe. In July 1990, Helmut Kohl held talks with Mikhail Gorbachev wearing a cardigan; the wardrobe choice was intended to symbolize their close and trusting relationship. In 2001, Putin and Gerhard Schröder -- who are on a first-name basis -- took a horse-drawn sleigh ride through snow-covered Moscow.
Meetings between Merkel and Putin, on the other hand, are cold and businesslike. Merkel hasn't forgotten that Putin was stationed as a KGB officer in communist East Germany, where her pastor father had taken the family from Hamburg soon after her birth in 1954. Merkel saw the end of the Soviet Union as the prelude to freedom in the Eastern bloc, while Putin felt it was shameful.
'She Scolded Me'

Merkel is put off by Putin's displays of masculinity while hunting tigers or fishing with his shirt off (photos here). She has perceived his attempts to awe her as an affront. During a meeting at Putin's vacation residence in the Black Sea resort city of Sochi in January 2007, Putin allowed his black Labrador Koni to sniff his guest's pants (photos here). Merkel has been afraid of dogs since being bitten by one as a child. Putin only smiled. Still, Putin has been impressed by the steeliness with which Merkel counters him. "Putin appreciates Merkel as a high-caliber and professional politician," says Belov, the Kremlin adviser. "He clearly views her as a heavyweight."
During an EU-Russia summit in May 2007, Merkel and Putin had a heated exchange about human rights in front of the cameras. When Putin visited Berlin in January 2009 during the high point of the dispute between Russia and Ukraine over natural gas supplies, Merkel lectured Putin like a schoolmistress. "She scolded me," Putin later said, half ironically and half appreciatively.

Tuesday, May 29

KOSOVO: KFOR retreats

The citizens quickly reacted after sirens sounded alert in northern towns when a convoy of vehicles belonging to NATO troops in the province, KFOR, moved from the town of Leposavić toward the concrete barricade, located on a small bridge in Dudin Krš. The citizens blocked two vehicles carrying American soldiers.

Their commander spoke with Zvečan Mayor Dragiša Milović, demanding that the barricade be removed, but the mayor informed him that this could only happen if municipal councilors approved it - considering that they were the ones who decided to put up the road blocks. Milović then suggested that the citizens would stand back and unblock KFOR's vehicles if the troops then returned to Leposavić.

 This proposal was accepted and the standoff was resolved. Milović also revealed that KFOR suggested that the barricade at Dudin Krš should be removed, while the traffic on this road - leading from Zvečan toward the southern, ethnic Albanian part of Kosovska Mitrovica - should in the future be controlled by "a joint team if Serbs and KFOR".

Before the local Serbs were alerted and started gathering near the barricade, KFOR helicopters were seen "intensively flying over the area", said reports. The barricades - most of which has been removed late last year - were put up on local roads last summer after the Kosovo Albanian authorities in July attempted to take over two administrative line crossings in the north.

 The checkpoints are located between northern Kosovo and central Serbia. Serbs are the majority population north of the Ibar River, and reject both the authority of the government in Priština, and the ethnic Albanian unilateral declaration of independence made in February 2008.

09.06 am: second powerful earthquake strikes

A 5.8-magnitude earthquake has struck northern Italy with authorities reporting 15 dead. It comes a week after a 6.0-magnitude tremor hit the same region, killing seven and destroying hundreds of buildings. The quake hit 51 kilometers north-east of the city of Parma at a depth of 9.6 kilometers in the province of Ferrara at 09:03 GMT. At least 15 people died when buildings collapsed in the municipality of Modena, authorities say. Some train services have been suspended and phone lines are down in areas of the north. Twitter reports say the quake was felt throughout the north and buildings and schools have been evacuated. The mayor of San Felice sul Panaro, a town 40 kilometers northwest of Bologna, told Sky News Italy that “people were trapped under the rubble” there.

Italy experiences frequent seismic activity on a small scale, although large tremors are comparatively rare.
People walk past a collapsed building, after an earthquake, in Cavezzo near Modena May 29, 2012 (Reuters/Giorgio Benvenuti)
People walk past a collapsed building, after an earthquake, in Cavezzo near Modena May 29, 2012 (Reuters/Giorgio Benvenuti)
Rescue workers patrol a damaged building, after an earthquake, in Medolla near Modena May 29, 2012 (Reuters/Giorgio Benvenuti)
Rescue workers patrol a damaged building, after an earthquake, in Medolla near Modena May 29, 2012 (Reuters/Giorgio Benvenuti)
Rescue workers patrol a building which was damaged, after an earthquake, in Medolla near Modena May 29, 2012 (Reuters/Giorgio Benvenuti)
Rescue workers patrol a building which was damaged, after an earthquake, in Medolla near Modena May 29, 2012 (Reuters/Giorgio Benvenuti)

STUXNETX20: "Massive cyber spy virus".

A powerful data-snatching virus targeting computers in Iran, Israel and other Middle Eastern countries has been discovered by Russian experts. The worm has been used for years for what seems to be state-sponsored cyber espionage. ­Russian cyber-security company Kaspersky Lab says the malware, codenamed Flame, is the largest and one of the most complex cyber-attacks ever discovered. It reports that the most severely affected computers are in Iran – but Israel, Syria and other countries across the Middle East have also been infected.

 Kaspersky's first recorded instance of Flame dates back to August 2010, although the firm admits the worm could have been stealing data for years before that. The virus may also have been built on behalf of the same nation or nations that commissioned the Stuxnet virus that affected the Iranian nuclear program in 2010. The Moscow-based company said on Monday that its researchers had yet to determine whether Flame had a specific mission, like Stuxnet or Duqu – another massive cyber-attack that had sought to infiltrate networks and steal data. Flame’s code appears to be twenty times the size of Stuxnet’s.

The malware is able to gather data files, remotely change settings on computers, turn on PC microphones or webcams in order to record conversations and video, take screen shots – and eventually send the data back to the attackers. “This is one of the biggest and most sophisticated viruses of our age,” Kaspersky's chief malware expert Vitaly Kamlyuk told RT. “It is unique in the way it steals different types of information. It can record audio if a microphone is attached to the infected system.

It can do screen captures and transmit visual data. It can also steal information from the input boxes, for example intercepting the keyboard or Bluetooth devices. This is a real cyber weapon that can physically destroy infrastructure.” The complexity of the virus and the targets that have been hit led Kaspersky Lab to believe that this a government is behind the cyber attacks.

At the same time, the experts are not sure of its exact origins and have yet to determine whether Flame had a specific mission, like Stuxnet, whose attack Iran blamed on the United States and Israel. US: 'No comment’ ­Many experts believe Iran’s suspicions toward the US and Israel are not without merit. In January 2011, The New York Times came out with a report stating that both attacks originated from a joint program in 2004 aimed at undermining Iran's alleged efforts to build a nuclear bomb.

The article said the program was authorized by US President George W. Bush, and later accelerated by his successor, Barack Obama. A spokesman for the US Department of Defense, David Oten, declined to comment on Flame on Monday, Reuters reports.

The CIA, State Department, National Security Agency, and US Cyber Command declined to comment as well. Kaspersky Lab said it discovered Flame after a UN telecommunications body asked it to analyze data on malicious software across the Middle East in search of the data-wiping virus reported by Iran.

EU passports for sale in Latvia

Selling your passport may not make you rich, but for poor Latvian citizens, and especially “aliens”, it proves a reliable source of additional income. Claimed lost or stolen, the documents eventually end up with illegal immigrants.
­Latvia is a small Baltic country and was a republic of the former Soviet Union. Its living standards, however, would hardly make it Europe’s primary destination for immigration.

Yet Latvia is a member of the European Union, whose citizens enjoy the privilege of visa-free travel within the EU and many other countries. Even the so-called “aliens” can travel to Europe with their “alien passports”.

Hundreds of thousands of Latvia’s residents who carry “alien passports” are people who moved to live in the then-Soviet Republic of Latvia after 1945, or their descendants. Most are Russian nationals and they are officially considered aliens, lacking many basic human rights, such as the right to vote or work in many state organizations.

This is why Latvian passports are in such demand on the black market.

Every year, 12-15,000 Latvian passports are lost or stolen – an impressive figure for a tiny nation of about 2.2 million people. Some of them, indeed, disappear by pure accident. Other Latvians are known to have held national records with over a dozen passports “lost or stolen”.

The country’s police say that intentional “loss” is the majority of all such cases. A passport can be sold for 150-200 lati (US$250-350), while getting a replacement document would cost you only 50 lati. The final “customer” will pay from 600 to 2,000 lati for the remade ID.

Most of those who sell their passports to black-market dealers are well aware of the buyers’ intentions and do not claim the “loss” until their ID finds its way abroad.

“We have also found out that those members of [certain] ethnic groups, who have acquired permits to stay in Latvia or the EU, then themselves arrange ‘channels’ for illegal immigration,” a senior member of police, Guntis Pujats, explained.

“We once exposed an Egyptian who was thinking of bringing many other Egyptians to Latvia through Russia, and finally to make their way to France with fake travel documents,” he said.
Passports which once belonged to Latvian citizens and non-citizens have now spread all over the world. They have been tracked in Germany, Lithuania, France, Sweden, the UK, Iceland, as well as the US and Canada.

La Germania deve lasciare l'Euro.

Mentre gran parte dell'establishment è ormai pronta per l'uscita della Grecia dalla zona euro, in Germania c'è chi non si arrende all'ipotesi che a fare le valigie sia Berlino e non Atene. Tra questi anche il settantaduenne Hans-Olaf Henkel, presidente della Associazione federale dell'industria tedesca (Bdi) ai tempi dell'introduzione della moneta unica e ora consulente presso Bank of America/Merrill Iynch. Nella seconda metà degli anni Novanta Henkel fu tra i più convinti assertori del processo di convergenza e poi dell'abbandono del marco in favore dell'euro. Più di dieci anni dopo, fa autocritica. In un pamphlet dato alle stampe allo scoppio dell'eurocrisi e intitolato "Salvate il nostro denaro! La Germania viene svenduta. Come l'euro sta minacciando il nostro benessere", l'ex presidente dell'Ibm per l'Europa traccia un quadro a tinte fosche delle conseguenze economiche derivanti dall'adozione della moneta unica. Nell'autunno scorso ha girato per sale e teatri della Repubblica federale per presentare il suo libro e, come suggerivano i più maliziosi, per sondare il terreno in vista del lancio di un nuovo movimento euroscettico. Nei giorni in cui la Germania allestisce i preparativi per l'addio ellenico all'Unione monetaria, Henkel spiega al Foglio che la scelta di ritornare alla dracma va nella direzione giusta: "E' del tutto utopico pensare che i paesi periferici possano uscire dal pantano con l'attuale politica di austerità. Si pensi alla Grecia: ancora oggi l'armatore del Pireo, l'impresa tessile di Atene e l'albergo a Rodi rimangono non competitivi. I prezzi di oggi sono ancora troppo cari. Nella storia ci sono già state più di un centinaio di ristrutturazioni del debito, ma nessuna è avvenuta senza svalutazione della moneta". Per Henkel il ritorno alla valuta nazionale o l'introduzione di una valuta parallela in Grecia non è però sufficiente: Bisognerebbe che prima di tutto i paesi del nord Europa - Olanda, Finlandia, Austria, Germania - uscissero dall'euro". La creazione di un euro del nord Europa "eviterebbe la corsa agli sportelli nei paesi periferici e consentirebbe loro di tornare competitivi più velocemente". Un'ipotesi che l'ex membro del board della Bce, Jurgen Stark, ha bollato come "impensabile". Dall'inizio di maggio a Francoforte siede però un banchiere centrale cipriota, balzato agli onori della cronaca per pensarla esattamente come Henkel: "Senza la Germania nell'Eurozona, l'euro si svaluterebbe a un livello che consentirebbe alla periferia di riacquistare competitività", ha detto Panicos Demetriades al Financial Times ai primi di maggio. Ma in Germania l'idea di un'uscita dall'euro incontra le resistenze dell'industria esportatrice, che, in caso di ritorno al marco, teme l'irrompere della recessione. Sul punto Henkel è molto severo: "l'euro è stato un regalo per le imprese tedesche dell'export che ora ricattano il governo federale. So bene che i paesi del nord Europa dovrebbero fare i conti con un problema di rivalutazione, ma non è pensabile continuare su questa strada, con i profitti all'industria dell'export e le perdite attuali e future ai contribuenti tedeschi". Lo stesso Henkel comunque pare avere poche speranze che il suo progetto trovi piena realizzazione: "Angela Merkel farà di tutto per mettere al riparo l'Eurozona, costi quel che costi -conclude-persino gli Eurobond. Non si chiameranno co-si per farli digerire ai tedeschi, ma arriveranno".

U.S. Plans to Arm Italy's Drones

WSJ:
The Obama administration plans to arm Italy's fleet of Reaper drone aircraft, a move that could open the door for sales of advanced hunter-killer drone technology to other allies, according to lawmakers and others familiar with the matter.

The sale would make Italy the first foreign country besides Britain to fly U.S. drones armed with missiles and laser-guided bombs. U.S. officials said Italy intends initially to deploy the armed drones in Afghanistan.
Lawmakers who question the planned deal say the decision to "weaponize" Italy's unarmed surveillance drones could make it harder for the U.S. to deny similar capabilities to other North Atlantic Treaty Organization allies, and set back efforts to urge sales limitations on other nations that make sophisticated drones such as Israel.

Advocates say such sales would enable trusted allies to conduct military missions on their own as well as help open markets for U.S. drone manufacturers.

The administration sent a confidential "pre-notification" to congressional panels in April detailing its plan to sell kits to Italy to arm up to six Reaper drones, which are larger, more-powerful versions of Predators.
The administration gave Congress a longer-than-usual 40 days to review the proposed sale. The period ended May 27 without a move to block the sale, according to congressional officials, clearing the way for the deal to move forward and for a formal notification of Congress as soon as this week.
Congress still could block the sale if it passes a joint resolution of disapproval in both the House and the Senate within 15 calendar days, though several members of Congress from both parties say such a move is unlikely.

[DRONESALE]
A Pentagon spokeswoman said the U.S. won't comment on proposed foreign military sales until Congress is formally notified of them. "Italy is a strong partner and NATO ally that significantly contributes to U.S. and NATO-led coalition operations," said the spokeswoman, Commander Wendy Snyder.
She added: "The transfer of U.S. defense articles and services to Italy, among other allies, enables Italy to burden-share and contribute capabilities to operations that protect not only Italian troops but also those of the United States and other coalition partners."
The White House declined to comment, as did the Italian embassy in Washington. Italian military officers in Afghanistan declined to comment on the use of Reapers there. Italy has lost about 50 troops in Afghanistan.
Critics of the proposed sale include the head of the Senate Intelligence Committee, Dianne Feinstein, a California Democrat. "America's cutting-edge high technology should not be shared. That's just my view," Mrs. Feinstein said. "I am concerned by the proliferation of these weapons systems and don't think we should be selling them."

A chief concern of critics is that the administration has yet to spell out what strings, if any, would be attached to a sales of this type to Italy and other future buyers.

Though Italy would initially use armed drones to protect its nearly 4,000 troops in Afghanistan, U.S. officials indicated they might be used elsewhere in the future. The administration could negotiate "end-use requirements" to limit how the armed Reapers can be used, but it hasn't told Congress what those might be.
Advocates of the deal question why critics would oppose the sale of armed drones while supporting the sale of other sophisticated and deadly systems, such as F-35 manned stealth fighters and cruise missiles, to Italy, Turkey and others.

Rep. Henry Cuellar (D., Texas), co-head of a congressional group called the Unmanned Systems Caucus, said the U.S. has a complex calculation to make in deciding whether to sell advanced drones to allies, balancing concerns about proliferation against the goal of promoting U.S. sales abroad.
"I would like to know the criteria, how it's going to be used, because once you get that equipment, it's out there," Mr. Cuellar said. "We've got to give it some thought, not rush into it."
The world procurement market for aerial drones, both military and civilian, is expected to rise to $5.8 billion in 2017 from a projected $4.3 billion next year, according to Teal Group, a market-analysis firm.
The figures include Reapers and Predators but not a new generation of drones specifically designed as combat vehicles.

Despite the administration's support for armed-drone sales to close allies, top officials say they are increasingly concerned about the spread of the technology. John Brennan, President Barack Obama's chief counterterrorism adviser, said in a speech last month that the president and his national-security team are "very mindful that, as our nation uses this technology, we are establishing precedents that other nations may follow, and not all of those nations…share our interests or the premium we put on protecting human life, including innocent civilians."

Mr. Brennan didn't single out any country. Officials privately voice concern that Russia and China could soon field their own armed drones, potentially against separatist movements, in ways the U.S. might find objectionable. Administration officials want standards to govern the use of drones in warfare, but it is unclear how those standards could be set and how the U.S. would get other countries to sign on to them.
Britain, the first foreign country to get armed Reapers, is considered a "special case" because of its historically close military ties to the U.S.

It deployed its first unarmed Reaper surveillance drone in Afghanistan in October 2007. Surveillance drones gather intelligence and alert ground forces and manned aircraft, which can then fire on the target. Britain soon asked the U.S. to arm its Reapers, which the U.S. did in 2008.

Italy is following a similar path, said Peter Singer, a Brookings Institution senior fellow and author of "Wired for War: The Robotics Revolution and Conflict in the 21st Century."

NATO member Turkey also wants to buy armed Reapers—for use against Kurdish separatist fighters—and the Obama administration supports Turkey's request. Lawmakers have objected, citing tensions between Ankara and Israel, so far preventing the administration from sending such a proposal to Congress for review.
Some current and former U.S. officials question the standards used by Turkey in selecting targets for strikes, pointing to a strike by Turkish warplanes in December that killed 34 civilians after a U.S. Predator drone provided surveillance footage to the Turkish military.

The administration initially approached lawmakers last year to sound them out about arming Italy's Reapers. That request—unlike the one in April—was pulled after some lawmakers privately raised questions.
Officials said it would take at least a year to complete the upgrade of Italy's Reapers and train Italian pilots to use the sophisticated weapons and targeting systems. That has prompted some officials in Congress to question whether the armed Reapers would be of much use in Afghanistan, since NATO plans call for withdrawing combat forces by the end of 2014.

The kits would allow the Reapers to carry and fire Hellfire missiles, laser-guided bombs and larger munitions used to take out more deeply buried targets, according to officials briefed on the package.
—Alessandra Galloni contributed to this article.

Mosca-Teheran-Damasco:dietro la gonna di Annan

L'inviato speciale dell'Onu e della Lega araba, Kofi Annan, è arrivato ieri a Damasco con un "messaggio di pace non soltanto per il governo ma per chiunque abbia una pistola" e dopo il massacro di Houla, in cui sono morte 108 persone -di cui 48 bambini -, l'ex segretario generale dell'Onu ha ripetuto il ritornello diplomatico che reitera da oltre due mesi: "Il piano in sei punti deve essere applicato in modo comprensivo".

E' la stessa cosa che ripeterà oggi al presidente siriano, Bashar el Assad, in una conversazione "seria e franca" almeno quanto sono stati seri e franchi gli altri dialoghi promossi finora dal diplomatico di origine ghanese. Il problema è che nessuno dei sei punti messi nero su bianco da Annan (e formalmente accettati dal governo siriano) è stato non si dica rispettato, ma nemmeno preso in considerazione, e il progetto onusiano portato avanti da un negoziatore che quindici anni fa era convinto che si potessero "prendere accordi" con Saddam Hussein è diventato il paravento dietro al quale si riparano tutti gli attori interessati a preservare lo status quo siriano.

Innanzitutto la Russia. Dopo la strage di Houla, Mosca ha parlato di "violenze da entrambe le parti" e l'ennesima protezione del regime di Assad al Consiglio di sicurezza dell'Onu ha fatto ulteriormente innervosire gli americani. Ieri il ministro degli Esteri britannico, William Hague, ha incontrato a Mosca il suo omologo russo, Sergei Lavrov. La visita era programmata da tempo, ma si è caricata di un ulteriore significato politico dopo la strage in cui Mosca vede "chiaramente" lo zampino dei ribelli.

Fra generiche dichiarazioni contro la violenza "a prescindere da chi comanda",il ministro russo ha detto: "Noi non sosteniamo il governo siriano. Sosteniamo il piano di Kofi Annan" L'occidente, dice, "deve sostenere il piano Annan e non giocare al cambio di regime" e ha dato via Twitter una stoccata agli americani: "Se certi paesi sosterranno il piano di Annan soltanto a condizione di un regime change, dovrebbero dirlo chiaramente".

Mosca teme le azioni di Washington per realizzare quella che i russi chiamano la "Yemenskii Variant", la soluzione yemenita, un accordo che garantirebbe ad Assad l'immunità in cambio di una dipartita da Damasco. E così il piano per fermare le violenze benedetto dalla diplomazia sovranazionale e incarnato da un inviato noto più per l'inefficacia durante le crisi - Bosnia, Ruanda, Iraq - che per i sonanti successi diplomatici, si è trasformato nella scusa ufficiale degli alleati di Assad, e un po' anche dell'occidente.

Il pezzo di carta di Annan è la pezza d'appoggio che consolida l'asse fra Mosca e Damasco, congiungendo anche l'Iran, attore attivo nel preservare lo stato di crisi siriano. Il generale Ismail Qa'ani, comandante in seconda delle Guardie rivoluzionare di Teheran, ha ammesso la presenza di truppe della Repubblica islamica in territorio siriano, e c'è mancato poco che le paragonasse a peacekeeper delle Nazioni Unite:

"Se la Repubblica islamica non fosse presente in Siria, il massacro di civili sarebbe stato due volte peggiore". L'Iran, dice Qa'ani, ha "impedito ai ribelli di fare ulteriori vittime". Quella dell'Iran in Siria, insomma, è venduta alla comunità internazionale come un'azione di pace condotta secondo lo spirito dei sei punti di Annan, ma il beneficiario della presenza iraniana è l'alleato russo, che con Teheran condivide diversi progetti strategici, fra cui spicca l'impianto nucleare di Bushehr, costruito e gestito da una joint venture russo-iraniana.

"Un fallimento imbarazzante" Shadi Hamid, direttore delle ricerche nella filiale di Doha della liberal Brookings Institution, ha spiegato la situazione in modo definitivo: "La diplomazia non è mai stata esausta come in questo momento in Siria. La missione di Annan è stata un fallimento imbarazzante, sono sorpreso che qualcuno la prenda ancora sul serio".

Ma anche l'occidente, che non ha ancora trovato né un alleato in loco tra i ribelli né una soluzione per almeno dare sostegno umanitario al popolo siriano, si nasconde - come scrive Foreign Policy- "dietro la gonna di Annan"

MALI: Intesa tra Tuareg e islamisti

L'annuncio di un'imminente proclamazione di uno Stato indipendente di connotazione islamica nel nord del Mali prospetta una frantumazione nel Paese e conferma l'aggravamento della crisi.

La notizia di un accordo in questo senso data ieri dai tuareg del Movimento di liberazione nazionale dell'Azawad (Mnla), insorto in armi a gennaio, e dal gruppo islamico Ansar Edine, che hanno deciso di fondersi, è arrivata proprio mentre cresce tra gli osservatori lo scetticismo sul ripristino della democrazia in Mali dopo il colpo di Stato militare del 22 aprile scorso nella capitale malia-na Bamako.

Non sembrano infatti consolidarsi le intese sottoscritte con la Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale (Ecowas) dai militari che hanno spodestato il presidente Amadou Toumani Touré. L'intesa sottoscritta ieri a Gao tra i due gruppi — che di fatto si dividono da mesi il controllo del nord del Paese — sorprende non tanto per la finalità di separarsi da Bamako, quanto perché sembra sancire una prevalenza politica delle posizioni del fondamentalismo islamico.

L'Mnla era stato finora contrario a ogni connotazione religiosa, ma ieri il suo portavoce Mohamed Ag Attaher, ha detto esplicitamente che «l'accordo vedrà la fusione dei due movimenti, Mnla e Ansar Edine, per creare uno Stato islamico indipendente».

Sotto questo profilo, nonostante l'obiettivo condiviso e raggiunto di scacciare l'esercito maliano, Mnla e Ansar Edine erano restati finora su posizioni assolutamente inconciliabili. Ora sembra essersi imposta la linea di Iyad Ag Ghaly, il leader di Ansar Edine, anch'egli tuareg, ma che si era allontanato dall'Mnla proprio perché intenzionato a costituire uno Stato islamico.

Ghaly, tra l'altro, è ritenuto da diversi osservatori legato a gruppi del terrorismo di matrice fondamentalista islamica dei quali si è accentuata negli ultimi mesi la penetrazione nel nord del Mali. Stando a quanto comunicato ieri a Gao, Ghaly ha ottenuto che l'islam sia la religione del prossimo Stato e che Corano e Sunna siano «la fonte del diritto», cosa che, di fatto, spiana la strada a una legislazione legata alla sharia, a una scelta cioè che fino a poco prima sembrava assolutamente incompatibile con la posizione del-l'Mnla.

TADIC PROVA A RIPRENDERSI IL GOVERNO

Stretta di mano e passaggio di consegne, ieri a Belgrado, tra il presidente entrante Tomislav Nikolic e quello uscente Boris Tadic. Tutto all'insegna della cordialità. Almeno davanti ai flash. Perché sullo sfondo si lavora alla formazione del nuovo governo e la sfida tra i due pesi massimi della politica serba proseguirà nei prossimi giorni su questo terreno.

Tadic, smessi i panni del capo dello stato dopo la sconfitta di misura al ballottaggio del 20 maggio, è pronto a indossare la casacca da primo ministro. A chiederglielo è stato sia il Partito democratico (Ds), di cui è presidente, sia Ivica Dacic, numero uno del Partito socialista (Sps), forza che nella scorsa legislatura ha fatto parte dell'alleanza di governo a trazione democratica e che intende ripetere quell'esperienza.

Tadic ha spiegato che è pronto a prendersi la responsabilità di guidare il paese. Nei giorni scorsi, invece, aveva riferito di non essere interessato al premierato. Dall'altra parte della barricata Nikolic ha affermato che l'esclusione del Partito progressista (Sns) dalla coalizione governativa significherebbe non rispettare il volere dell'elettorato.

Il suo ragionamento si basa sulla matematica, dal momento che l'Sns, forza conservatrice da lui fondata nel 2008, ha ottenuto la maggioranza relativa alle parlamentari del 6 maggio. Il problema è che le altre compagini di destra non portano in dote un numero sufficiente di seggi per governare. Nikolic ha due opzioni: portare dalla sua parte i socialisti o coalizzarsi con i democratici.

Difficile la prima, quasi impossibile la seconda. Eppure sono queste le uniche carte che il neo-presidente può giocare, se non intende limitarsi a un ruolo marginale. Il fatto è che la presidenza è una carica notarile, a meno che il capo dello stato non sia anche la guida del partito di maggioranza, com'è successo nel corso del secondo mandato Tadic.

Che quindi, nel caso in cui si dovesse ricomporre l'asse con i socialisti, continuerebbe a dominare la scena. Non senza rischi, però. Il quadro economico è pessimo e il voto presidenziale indica chiaramente che in termini di consenso la strada è tutta in salita.

Monday, May 28

Illuminato sulla via di Damasco.

autore: da la repubblica

- "Inqualificabili violenze" sono state compiute sugli occupanti della scuola Diaz/Pertini di Genova, durante il G8 del 2001. Lo sottolinea la Cassazione nella sentenza con cui ha annullato senza rinvio la condanna inflitta in appello all'ex capo della polizia, Gianni De Gennaro, per istigazione alla falsa testimonianza. Per la Cassazione l'intervento della polizia giudiziaria per verificare la situazione all'interno della scuola la sera tra il 21 e il 22 luglio 2001 è stato eseguito "con inusitata violenza, pur in assenza di reali gesti di resistenza nei confronti delle persone, molte straniere, presenti per trascorrervi la notte".

Dell'irruzione violenta alla Diaz la suprema corte parla nelle motivazioni del proscioglimento dell'ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro, dall'accusa di concorso in falsa testimonianza. La sentenza di secondo grado, scrivono i giudici di piazza Cavour, "pone confusamente in relazione la vicenda" della falsa testimonianza "ad una questione di immagine compromessa della polizia, che, essendosi tradotta in un grave insuccesso (per le inqualificabili violenze compiute sugli occupanti della scuola Pertini), avrebbe indotto l'allora capo della polizia De Gennaro a prendere ogni distanza possibile dall'operazione e altresì a persuadere o esortare il Colucci a modificare le anteriori sue dichiarazioni sulla vicenda".

Il processo principale sui fatti della Diaz, che vede imputate 25 persone tra funzionari e agenti di polizia, inizierà in Cassazione l'11 Giugno. Nessuna prova contro ex capo polizia. Nei confronti dell'ex capo della polizia, Gianni De Gennaro, "non si è acquisita alcuna prova o indizio di un 'coinvolgimento' decisionale di qualsiasi sorta nell'operazione Diaz", sottolinea la Cassazione nelle motivazioni appena depositate di proscioglimento di De Gennaro dall'accusa di concorso in falsa testimonianza. Ad avviso della suprema corte, la sentenza di appello con la quale De Gennaro, il 17 giugno 2010, era stato condannato a un anno e quattro mesi di reclusione dopo il proscioglimento di primo grado, prendeva le mosse dalla "illogicità dell'assunto del pubblico ministero nel malcelato tentativo di riportare nella vicenda dei fatti accaduti alle scuole Diaz un quadro di parallela responsabilità metagiuridica del capo della polizia, nei cui confronti non si è acquisita alcuna prova".

 I supremi giudici criticano anche la "farraginosa tesi della decisività dei dati relativi all'invio del dottor Sgalla presso la Diaz". Il procedimento che riguarda De Gennaro è stata la prima vicenda dei vari filoni processuali nati dai sanguinosi fatti accaduti durante il G8 svoltosi a Genova dal 19 al 22 luglio 2001, culminati nella tragica morte del giovane manifestante Carlo Giuliani, nelle devastazioni e saccheggi nel capoluogo ligure, con la violenta irruzione delle forze dell'ordine nelle scuole Diaz. Insieme a De Gennaro è stato prosciolto anche Spartaco Mortola, ex capo della Digos di Genova, per "l'assenza di seri elementi di prova a suo carico". L'udienza si era svolta in Cassazione lo scorso 22 novembre. Palesi errori di diritto. Una sentenza "scandita da sommarietà valutativa e da palesi lacune della motivazione", sostiene la Cassazione quella di condanna emessa dalla Corte d'appello di Genova nei confronti dell'ex capo della polizia, Gianni De Gennaro. La Suprema Corte, che ha annullato la sentenza "perché i fatti non sussistono", parla di "palesi errori di diritto".

Russia calls for internet revolution

Russia backed by China and India is pushing through a takeover of the internet by a UN supranational agency to make the web truly universal. The aim of the plan is to standardize the behavior of countries concerning information and cyberspace.
­Leading emerging economies supported by other United Nations members initiated the discussion around handing over internet regulation to a UN agency. At present it is controlled by private shareholders.
BRICS countries China, Brazil, India and Russia share the belief that the Geneva-based UN agency the International Telecommunication Union (ITU) would do a better job if put in charge of international cyber security, data privacy, technical standards and the global web address system.
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‘Hands off our web’

­This week the US House of Representatives prepares to vote on the proposal and the expectations are, there will be no great uphill struggle.Washington opposed UN regulation of the internet just weeks after the “international code of conduct for information security” was submitted to the General Assembly
Commander of US Cyber Command Army Gen. Keith Alexander said “I'm not for regulating, per se. I'm concerned about it, and this is a tough question.”

Gen. Alexander stressed that instead of expecting action from the UN, sovereign states should better secure critical infrastructure and government networks without official regulation.

The American side admits that the current multi-stakeholder system gives maneuver space to nonprofit organizations worldwide instead of governments. Nonprofits are the indispensable element of American “soft power” over the world and it is highly doubtful they could be sacrificed that easily.

The head of the US Commerce Department’s National Telecommunications and Information Administration Larry Strickling has been categorical, saying in the regulations supposed by the initiative “it is really the governments that are at the table, but the rest of the stakeholders aren’t.”

On April 19, US Congress adopted Resolution 628 “expressing the sense of the House of Representatives that the United States should preserve, enhance, and increase access… to an open, global internet”.
“It is the sense of the House of Representatives that if a resolution calling for endorsement of the proposed international code of conduct for information security or a resolution inconsistent with the principles above comes up for a vote in the United Nations General Assembly or other international organization, the Permanent Representative of the United States to the United Nations or the United States representative to such other international organization should oppose such a resolution,” the bill announces.

But the International Telecommunication Union is far from giving up. The United Nations agency prepares to hold a vast World Conference on International Telecommunications (WCIT-12) in December in Dubai where ITU member states will discuss the proposed revisions to the International Telecommunication Regulations (ITR) that might expand the ITU’s mandate to encompass the internet.
The ITR is a legally binding international treaty signed by 178 countries.
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UN internet takeover initiated by Putin

­Last June, then-PM Vladimir Putin met ITU Secretary-General Hamadoun I. Touré. The two discussed global access to the benefits of information and communication technologies (ICT). Vladimir Putin announced his support for an internet takeover by the United Nations and backed the International Telecommunication Union.

Recalling that the ITU is one of the oldest international organizations (an extension of the International Telegraph Union established in 1865), Putin said that “Russia was one of its co-founders and intends to be an active member”.


Among many issues on the global agenda that require international cooperation, Putin stressed the importance of the internet in particular.

That was the beginning. Three months later, in September 2011 China, Russia and several other countries submitted to the UN a Document of International Code of Conduct for Information Security.
Drafted as a formal document of the 66th session of the General Assembly, the paper called on UN Secretary General Ban Ki-moon to distribute the document among all UN member states for further discussions within the framework of the United Nations.

This initiative could guarantee a “multilateral, transparent and democratic international management of the internet”, the paper said.

Crisis-torn Europe making Belgrade rethink EU lust – Serbian president-elect

The EU is seeing an “expansion crisis”, and the euro is getting weaker by the day, so joining the union is under question, Serbia's newly-elected president told.

Tomislav Nikolic has promised to hold a referendum on EU membership.

 RT: The International media see you as a nationalist and a right-winger. However you based your election campaign on a good relationship with the European Union.

Tomislav Nikolic: They are absolutely right: I’m nationalist, but I’m a democrat as well!
And as for European values, we will respect them because of our constitution, the constitution that Tadic, Kostunica and I wrote together, I respect it. Sincerely I’d like to bring order to Serbia, the way that Germany is organized. Probably a lot of time will pass till the western press accepts me and treats me fairly, as during many years they wrote negatively about me.
Now it’s difficult to change this, but after achieving victory in unacceptable conditions, during an incredibly dirty media campaign, it’s more than probable that the media will change their opinion, too. Moreover, I showed that I want to be the president of all the citizens of Serbia. I have resigned as head of the party that I founded only three years ago, and took to the top of the Serbian political scene.
I left it as if it was a child. Now my objective is to make Serbia a developed and successful country, and for that I need the support of all citizens, not only of the members of the Progressive Party of Serbia.

RT: Aren’t you afraid of losing the support of your traditional voters over your European stance?
TN: I am not afraid because Europe is a very attractive partner for Serbia and our country should fulfill almost all the conditions that the EU imposes. This process should stop only if they ask us to renounce a part of our territory; I’m referring to Kosovo and Metohija. Until now I’ve been open and sincere with the citizens of Serbia and I’m going to continue cooperating with the people. And the moment they impose such conditions I tell people immediately. I think that is why I won’t lose popularity. In our country the dismissal of a president is almost impossible, nevertheless my term will last five years only if the citizens allow it. If they no longer want to see me in this position, I will go away. Right now I’m convinced that the politics that I have been representing are the only good politics for Serbia.

RT: In your first statement after the elections you said that “Serbia will not turn away from the European path”. And at the same time you’ve promised to hold a referendum where the citizens will have to decide if they want to join the EU or not. Will you keep the promise?
TN: This referendum is going to happen. We agreed with the Democrats that the moment when all the conditions are fulfilled for Serbia’s entry to the EU, will go out to the people with the question, “Do you want to be in the EU?”, and they will decide. That’s how they did it in Croatia only a few months ago, but only after they had fulfilled all the conditions and when the EU had accepted Croatia, then they organized the referendum. I think it’s necessary to cooperate with citizens a lot more than it used to be until now, which doesn’t mean that I’ve rejected the European way. My only fear is that they impose conditions that I personally wouldn’t accept, but probably the citizens would say “let’s fulfill them, too, because we want to be in the EU”. I won with 50% of the vote, and I know that the other half didn’t support my ideas. That’s why I believe that I should ask them too.

 RT: You come to power at a time when Serbia is experiencing a difficult economic situation, when the country’s unemployment rate exceeds 24 per cent. On the other hand, Europe also has its problems and it’s becoming poorer day by day. So, why do the Serbs still want to become members of the EU? Are you not afraid that the same Greek scenario could be repeated in your country?
TN: You know Greece is another thing. Greece is a member of the EU which was spending more money than it could afford. Then one day it came out that it didn’t have anything left. It took advantage of the EU, which is not a state, but a union of states that trust one another. Serbia is far behind any of the EU member countries. I’ve had a meeting with the foreign affairs minister of Slovakia, who told me, with a lot of concern, that unemployment in his country is 10 per cent. I told him that we have almost reached 25 per cent, and that our debt by the end of the year will probably surpass 65 per cent of GDP, which would be a catastrophe for the state. Most likely it’s not the debt that is that large, but the GDP of the state that is too low. Serbia should go on trying to be part of the EU, which means much more than simply belonging to a union. This means a well-organized judicial system, human rights, freedom of expression, the struggle against organized crime, bribery and corruption, minority rights – all these are achievements of the EU. Will Serbia enter the EU? I don’t know. First of all they have a crisis of expansion; today it’s clear that we won’t be in the EU in the next 10 years. At the same time they have an existential crisis. The euro is a currency that is turning weaker by the day. On the other hand, it’s a big question, how long is Germany going to help the members of the union. That is to say, how long should the German taxpayer support the countries in crisis. I promised to guide Serbia to a path where no one could say that we don’t want to enter the EU. But the truth is that the world is a lot bigger. My victory is the victory of the ideology of both the EU and Russia, and not “the EU, or Russia”.

RT: That is interesting. You don't think that Serbia will have to choose between the EU and Russia? You think it is possible to keep the right balance between them?
TN: I’d prefer not to have to make the choice. I’d like Serbia to be a home with two doors, one to the West, and the other to the East. Serbia simply belongs to the East as well as to the West. We have a traditional and deep relationship with Russia, not only in terms of origin, but also in religion, history, customs, language; we have complementary industries, we have exceptional economic relations since WWII. Unfortunately, we ruined our industry with meaningless privatization, which led to people losing their jobs. Nevertheless we have the education, we have the will, the power and natural resources to collaborate once again with the Russian Federation at a much higher level. Since 2000 Serbia has been moving away from Russia, till 2008 when Russia signed with Serbia an energy agreement, allowing our country to breathe more easily. We are already talking about the construction of the South Stream, of large investments in hydro and gas power stations. We should have done it earlier, because the EU shouldn’t think that it’s our unique partner, because this way it could impose really harsh conditions. The country should maintain sovereignty and also have partners in other places, and we shouldn’t forget about the BRICS countries, about the Arab or African world that cooperate very well with Serbia. So, when we open the doors of Serbia to the world, we do so for a prosperous future. That’s why I’ll never choose between Russia and the EU. I know where my heart is and everybody in Serbia knows that, but I also think that we can be a good bridge between Europe and Russia and the best partner of Russia in the EU.

RT: It seems like Serbia is always having to meet new conditions. To become EU members, the other candidates had to join NATO. What if they want you to join it too?
TN: Serbia will never enter NATO, as this is the will of the majority of the Serbian people and the EU will never impose this condition because Serbia doesn’t have any reason to enter. I don’t see any sense in its existence, but if NATO became an organization which, together with Collective Security Treaty Organization would fight against organized crime in the world, then we would participate. Serbia is a small country surrounded by NATO members. There is no one Serbia would start a war with, we don’t need NATO to defend us. We are militarily neutral and it will stay like that forever.

RT: Are you ready to maintain dialogue with Pristina and its leader [Hashim] Thaci?

TN: I am ready to dialogue but not with Hashim Thaci, because of the suspicions that he committed crimes against the Serbian people. He cannot negotiate until the investigation of his case finishes, but I will speak with other (Kosovo) representatives. After the bombing of Serbia in 1999, we left NATO on the territory of Kosovo; we gave them civil and military power. We have our administration in four communities in northern Kosovo and the EU has asked us to abolish these Serbian institutions. We responded that we cannot do so because we have a university there, a hospital, schools and colleges. I just follow the constitution and in Serbia the president is its guarantor. Our constitution says that Kosovo and Metohija are parts of Serbia.

RT: Do you believe that it is possible to divide Kosovo? In this case, what would happen to the Serbs living on the territory acquired by the Albanians?
TN: At this moment, and from the point of view of the constitution, it is not possible. If more of the citizens of Serbia say yes in a referendum? I don’t know. But the Serbians who live outside these four communities in the north depend on Pristina, KFOR, UNMIK and EULEX. International society, especially the United Nations, should guarantee its absolute security and Serbia should guarantee a good life. That's something that Serbia avoided a bit. I will do my best so that the Serbs in Kosovo can live from their work without waiting for assistance and depending on the institutions of Pristina because this would start indirect recognition of Kosovo's independence.

RT: In Russia, as well as in Serbia you hear very often that The Hague Tribunal is unfair to the Serbs. Do you plan to continue the cooperation with the Tribunal initiated by the Democrats?
TN: I have been a team leader who defended Vojislav Seselj and I struggled against Carla Del Ponte (former chief of The Hague Tribunal) for many years, even personally. In Strasbourg we had a very difficult conversation in the presence of many parliamentarians of the European Council. The Hague Tribunal will exist until the situation in the world changes. People have been convicted there; people are dying there but the tribunal has the support of all the countries and so far no one has launched a process to stop it. Anyway it will be closed soon because there are few processes left, and it will close in a fairly negative way for the global justice system, as the former president of Serbia (Slobodan Milosevic), died in The Hague, the presidents of Croatia and Bosnia have not been convicted. Discrimination of the Serbian people began long ago and today nothing has changed and segregation continues. Obviously it's not fair, but the Serbian government adopted a law on cooperation with the Hague Tribunal. We have to respect that law and stand it, like we've endured many injustices in this world.

U.S. Pentagon ‘prepared’ to attack Iran.

Leon Panetta has stated that the US is ready to do everything it can to prevent Iran from developing a nuclear weapon. The American envoy to Israel earlier said that the military option is “fully available” and the necessary planning has been done. ­“We will do everything we can to prevent them from developing a weapon,” Panetta told ABC News.

Panetta thus confirmed US Ambassador Dan Shapiro's comments on Israel's Army Radio on May 17, that Washington has a military contingency plan in case “diplomatic talks” fail to “pressure” Iran successfully. Shapiro said the option is not only “fully available", but “ready.” Now, a week on, Panetta said US officials “have plans to be able to implement any contingency we have to in order to defend ourselves.” However, Panetta said that the US still hopes that the conflict over Iran’s nuclear ambitions can be “resolved diplomatically.”

Israel is the only country insisting on using military force to pressure Iran away from a suspected atomic weapon. Tel Aviv reaffirmed its position on May 23, the first day of a new round of talks between the P5+1 group and Iran. Defense Minister Ehud Barak said the negotiations only let Iran to buy time and get in the way of Washington and Tel Aviv.

 The next day, even before the negotiations were officially ended, Israeli leadership backtracked on a promise not to attack Iran before America’s November presidential election. Meanwhile, IAEA suspicions towards Iran remain unresolved. Straight after the two days of negotiations in Baghdad, the IAEA suspected that Iran had raised its enrichment threshold slightly closer to weapons-grade level.

The reason for such accusations was traces of uranium enriched up to 27 per cent reportedly found at the Fordo plant. However, Iran responded that the find was a technical glitch. Ali Asghar Soltanieh, Tehran's envoy to the IAEA, said the finding’s been blown out of proportion for political reasons. Iran’s nuclear chief Fereidoun Abbasi said on Sunday that there was no need to halt production of uranium enriched to 20 per cent, as Iran produces “only as much 20 per cent material” as it needs.

The statement came in response to the group of six's demands that Iran suspend 20 per cent enrichment in exchange for a US-supported package that would include radioactive material and spare civilian plane parts. But Tehran said they offered too little in return. Abbasi also touched upon a possible visit to the Parchin military site by IAEA observers, saying it would not come any time soon.

“We haven’t been convinced yet. No reasons and documents have been presented to enable us to arrange a visit to Parchin, which is a military site,” he was quoted by ISNA as saying.

Xenia Sobchak è indagata in Russia

Che tipo di Presidente sarebbe stato Vladimir Putin, dopo aver conquistato un terzo mandato da record? E la domanda che tutti si ponevano al suo ritorno al Cremlino. Avrebbe proceduto a un giro di vite contro l'opposizione che ha lanciato l'inverno scorso le più grandi manifestazioni anti-governative dopo il collasso dell'Urss, vent'anni fa? Oppure avrebbe fatto concessioni mostrando un lato liberale del suo volto imperscrutabile? Poco meno di un mese dopo l'inaugurazione di Putin - uno spettacolo surreale nel corso del quale la polizia ha paralizzato l'intero centro di Mosca, ripulendolo da automobili e passanti - molti pensano di aver avuto la risposta.

I primi segni non promettono bene per la neonata opposizione russa. La Duma ha messo in cantiere una legge controversa che aumenterebbe significativamente le multe per i partecipanti alle proteste non autorizzate (in Russia le manifestazioni che non ricevono un permesso dalle autorità sono fuorilegge). Le multe attuali sono di circa 50 euro per i partecipanti e di 125 per gli organizzatori. Il progetto legge prevede di elevare le multe a 25 mila curo per i partecipanti e 37 mila euro per gli organizzatori.

Xenia Sobchak è indagata ora per aver «violato le regole sanitarie» nel proprio ristorante manifestazione anti-Putin, Alexey Navalny, l'attivista anti-corruzione diventato uno dei volti del movimento di protesta, ha raccolto la sfida. «Non ci spaventeranno con brande di ferro e razioni da carcerato. Se dobbiamo tornare in carcere per altre due, o 22 volte, lo faremo», ha detto il carismatico avvocato a una folla di sostenitori che lo aspettava fuori. «E' chiaro cosa vogliono ottenere con queste multe, ma non funzionerà», ha aggiunto, annunciando che avrebbe partecipato alla prossima grande manifestazione di protesta, prevista per il 12 giugno.

Ma anche Navalny è sotto pressione. Un deputato del partito governatori Russia Unita - che il blogger aveva ribattezzato «il partito dei ladri e dei cialtroni» - ha chiesto all'FSB (l'ex KGB) di investigare sui finanziamenti che riceve, con sospetti di riciclaggio. L'attivista anti-corruzione guida Rospil, un sito Internet che ricorre alle segnalazioni degli utenti per individuare e investigare i concorsi statali manipolati da burocrati corrotti. Il sito viene finanziato con donazioni da russi comuni. Anche Serghey Udaltsov, controverso radicale di sinistra diventato uno dei leader non ufficiali del movimento anti-Putin, è sotto inchiesta. Viene accusato di aver percosso una giornalista filo-governativa e rischia una lunga condanna.

Udaltsov - appena rilasciato anche lui dopo due settimane in carcere - sostiene che le accuse hanno una motivazione politica. E, in quello che sembra sempre più una campagna per mettere sotto pressione tutti i leader della protesta, le autorità hanno preso di mira Ghennady Gudkov, ex ufficiale del KGB oggi deputato che ha preso parte a tutte le manifestazioni degli ultimi mesi. La sua società privata di security, una delle più grosse a Mosca e che offre servizi a molte grandi corporation occidentali, viene minacciata con il ritiro della licenza per il porto d'armi, che porterebbe di fatto alla sua chiusura.

Le guardie della società avevano garantito la sicurezza alle manifestazioni anti-Cremlino. «Negli ultimi vent'anni ho lavorato per costruire un'azienda che potrebbe venire distrutta in 20 giorni. Questo è il clima per gli investimenti in Russia!», dice Gudkov. E prosegue: «I miei ragazzi alle manifestazioni hanno protetto il palco, e li ho pagati... Capisco perché vogliono punirmi, ma chi c'è dietro?». Alla domanda se pensa di assumere un profilo più basso nell'opposizione, risponde: «No, assolutamente no».

Anche Xenia Sobchak, probabilmente la donna più famosa della Russia, e secondo voci diffuse figlioccia di Putin, è sotto tiro. Suo padre è stato il mentore politico di Putin e fino a poco tempo fa era nota ai suoi compatrioti - che la amano e la odiano in egual misura - come la celebrity più glamour del Paese. Ma in una clamorosa metamorfosi - un segnale dei tempi - si è trasformata in un'attivista sociale e politica. Ha partecipato alla maggior parte delle manifestazioni e la sua vena sardonica le ha fatto guadagnare in pochi mesi più di 400 mila seguaci su Twitter.

La percezione di lei come una «intoccabile» a causa dell'amicizia della sua famiglia con Putin, è stata messa presto in dubbio, appena ha cominciato a criticare pubblicamente il Presidente. In un incidente che molti ritengono essere un chiaro avvertimento che il suo neo-impegno politico infastidisce Putin, la procura ha aperto un'indagine contro Sobchak, con il sospetto di ricorso alla violenza contro due croniste di Lifenews, un sito tabloid vicino al governo.

La trentenne celebrity, nota una volta come la Paris Hilton russa, stava cenando al suo lussuoso ristorante di Mosca con due importanti esponenti dell'opposizione, quando le guardie del corpo hanno scoperto le giornaliste che stavano filmando in segreto la scena. Sobchak ha confiscato la scheda di memoria della loro videocamera e le ha cacciate. Life News ha fatto denuncia alla polizia, sostenendo che la donna fosse ubriaca e avesse aggredito le giornaliste tenendole in ostaggio.

E il giorno dopo l'incidente, Ghennady Onishenko, capo del servizio sanitario nazionale, ha detto che il ristorante di Sobchak dovrebbe venire indagato in quanto lei e i suoi ospiti hanno abbandonato il locale attraverso la cucina, violando numerose regole sanitarie. L'accusa è suonata talmente assurda da venire interpretata come un avvertimento a Xenia: la sua stella al Cremlino stava tramontando. Intanto il sistema politico costruito da Putin continua come sempre.

La settimana scorsa, completando finalmente il tanto discusso scambio di lavori con Dmitry Medvedev, ex presidente e protetto di Putin che ha lasciato la poltrona per permettere al suo capo di ritornare al Cremlino ed è entrato formalmente in Russia Unita per diventarne il leader. Una posizione occupata finora da Putin. L'opposizione ha definito lo spettacolo una «farsa». Per ora, il nuovo Putin sembra proprio il vecchio Putin.

La Cina non è vicina...ma si allontana...

Salvo l'alta tecnologia, l'export è in 'scesa. E intanto il Giappone crolla. Secondo il ministero del commercio estero cinese, l'ex Celeste Impero prevede un futuro per il commercio estero nazionale a tinte grigie. Tuttavia, le previsioni per quest'anno indicano che è ancora possibile raggiungere una crescita del 10%. Crescita che però si va ad assottigliare rispetto all'anno scorso, con un surplus che scenderà ad appena 155 miliardi di dollari (123 mld E circa). A scoraggiare i cinesi sono i dati economici registrati ad aprile, che hanno evidenziato una contrazione della domanda estera, crescita dei costi di lavoro e materie prime. Secondo il ministero, ad aprile la domanda estera è stata peggiore rispetto alle previsioni. Le esportazioni verso l'Unione europea, principale partner degli scambi commerciali, sono scese del 2% su base annuale. Il decremento è stato anche nel campo dell'import, a causa del rallentamento della domanda interna, della maggiore prudenza registrata dagli imprenditori cinesi (che quindi hanno rischiato di meno) e infine la discesa dei prezzi delle commodities. Il mese scorso la crescita dell'export è stata solo del 4,9% su base annuale, contrariamente all'8,9% registrato a marzo. L'import è sceso dello 0,3% rispetto al 5,3% di marzo. Il surplus commerciale è arrivato a 18,4 miliardi di dollari (14,64 mld E). L'unica nota positiva che aprile ha regalato ai cinesi è arrivata dall'export di prodotti ad alto valore aggiunto ed hi-tech. La crescita, in questo campo, è stata molto evidente: l'export di attrezzature per l'elaborazione dati automatica ha segnato un 10,6% in più su base annuale, con l'esplosione dell'export di preziosi e metalli preziosi del 134%. Sono queste le basi su cui Pechino spera quindi di riuscire malgrado tutto a raggiungere la crescita del 10% degli scambi commerciali con l'estero entro l'anno. Tutto questo malgrado gli Fdi, gli investimenti diretti dall'estero, ad aprile sono stati scarsi: su base annuale sono scesi dello 0,7% a 8,4 miliardi di dollari (6,68 mld E). A marzo erano scesi di quasi il 7%: questa discesa viene collegata al rallentamento generale dell'economia mondiale e quindi alla minor propensione da parte di aziende e imprenditori a investire denaro. L'atteggiamento adottato al ministero è attendista: le previsioni parlano di una probabile ripresa entro fine anno, ma per raggiungere quota 10% sarà necessario mettere a punto un pacchetto economico in grado di sostenere l'export. Se Pechino si lecca le ferite, Tokyo è in un incubo. I dati diffusi in questi giorni a proposito di aprile parlano di un deficit nella bilancia commerciale pari a 520 miliardi di yen dovuti al rallentamento delle esportazioni verso l'Europa; a pesare sul deficit è anche l'aumento del consumo di carburanti mentre sembra ripartire finalmente l'export con gli Usa, tra i maggiori partner commerciali del Sol levante.

PARTONO I BASTIMENTI PE' TERRE LUNTANE..

Trasporti Identificati due cargo: uno russo e uno nordcoreano gli amici di Bashar non manovrano solo nei corridoi della diplomazia. Chi vuole salvare la poltrona del dittatore è molto attivo anche in mare e in cielo: movimenti per rifornire il regime assediato dalla ribellione. In queste ore i servizi di Intelligence hanno puntato le loro antenne sulle rotte di due navi. Una russa, la Professor Katsman, e una nordcoreana, la Odai. Due cargo che — stando ad alcune indiscrezioni —avrebbero nelle stive materiale bellico destinato a Damasco. Il mercantile russo, venerdì, aveva la prua dritta su Tartus, importante scalo siriano. Poi sabato si sono perse le tracce. Infine, ieri, è riapparso a nord di Cipro con una nuova destinazione: il Pireo. Missione annullata? Fonti diplomatiche hanno avanzato sospetti sul cargo. Di proprietà di una società russa, con diramazioni a Cipro e Malta, la Katsman potrebbe aver preso a bordo un carico militare. A fornirlo una tra le più importanti compagnie che da Mosca si occupano di export bellico. Ipotesi però negata da un portavoce della stessa società. Grande riserbo, invece, sulla Odai. Proveniente da nordest poteva (o potrebbe) avere come tappa finale Latakya, secondo porto siriano. Anche in questo caso si è parlato della presenza di armi nordcoreane a bordo. Ma non c'è nulla di certo. Nel «grande traffico», secondo quanto ha scritto l'israeliano Haaretz, sarebbe coinvolto l'Iran in qualità di finanziatore. Russia e Nord Corea sono disposte a vendere ma non fanno più credito al cliente siriano. Ecco allora che Teheran, pur di tenere in vita il regime alleato, si sarebbe offerta di pagare il conto. Una linea di rifornimento che si sviluppa lungo il Mediterraneo a bordo dei cargo oppure con grossi aerei. Spedizioni che talvolta provocano segnalazioni. Vere o false. A gennaio un mercantile ha portato tonnellate di munizioni russe senza che nessuno muovesse un dito. Poche settimane fa è stata intercettata una nave tedesca nella convinzione che fosse piena di bombe comprate da Assad. Invece non c'era nulla. Il classico gioco del gatto con il topo che nasconde grandi interessi strategici e commerciali.

Lasciano carcere per nuova struttura gradita all’Italia

Ministero Degli Affari Esteri

Saturday, May 26

DELEGAZIONE I.S.S. IN MONTENEGRO

Il ruolo delle reti di sanità pubblica, in particolare per la formazione in epidemiologia applicata e di campo, l’epidemic intelligence, le malattie prevenibili da vaccino nelle popolazioni migranti e le zoonosi emergenti transfrontaliere: sono questi i temi principali della "EpiSouth Conference on Communicable Diseases and Public Health in Mediterranean and Balkans", in programma nell’Aula Pocchiari dell’Istituto Superiore di Sanità. 

La Conferenza, introdotta dal Presidente dell’ISS, prof. Enrico Garaci, e dal Ministro della Salute, prof. Ferruccio Fazio, rappresenta una nuova tappa del Progetto EpiSouth, avviato nel 2006 con l’obiettivo di creare un contesto di collaborazione su problematiche epidemiologiche e migliorare così la sorveglianza delle malattie trasmissibili, la comunicazione e il training nei Paesi del Mediterraneo e dei Balcani. Il Progetto è coordinato dall'ISS con un doppio finanziamento del Programma di Sanità Pubblica dell’Unione Europea (DG SANCO) e del Ministero della Salute italiano (EpiMed Project).

I Paesi che hanno aderito alla Rete EpiSouth sono 26: per quanto riguarda l’Europa partecipano Italia, Spagna, Francia, Grecia, Bulgaria, Cipro, Malta, Romania e Slovenia; per i Balcani Albania, Bosnia e Erzegovina (Mostar, Sarajevo, Banja Luka), Croazia, Repubblica Ex Jugoslava di Macedonia, Kosovo, Montenegro e Serbia; per il Medio Oriente Giordania, Israele, Libano, Palestina, Syria e Turchia; per il Nord Africa, Algeria, Egitto, Marocco e Tunisia.




In occasione della Conferenza che prevede la partecipazione di circa 200 esperti provenienti da Istituti di Sanità Pubblica e Ministeri della Sanità dei Paesi del Mediterraneo e dei Balcani e da numerose organizzazioni internazionali, verrà presentato "EpiSouth Plus", un nuovo progetto finanziato dall’Unione Europea, che contribuirà a consolidare e sviluppare ulteriormente la Rete EpiSouth, valorizzarne le risorse e potenziarne la funzione di contrasto alle malattie infettive nell’area mediterranea.

In questi anni i Paesi partecipanti a EpiSouth hanno operato in termini di costruzione di fiducia e di scambio di informazioni, ma anche di valutazione e allerta di focolai epidemici e minacce sanitarie e di formazione nell’ambito delle malattie trasmissibili. (Risultati raggiunti). EpiSouth, quindi, ha posto le basi per una collaborazione tra i Paesi del Mediterraneo in caso di rischi per la sanità pubblica con potenziale impatto transnazionale.

Putin and Nikolić meet in Moscow.

Putin said that the new Serbian president could count on Moscow's support in the implementation of his policy. The two officials met on the margins of the at the 13th United Russia Congress in Moscow on Saturday. Nikolić thanked Putin for Russia’s support to Serbia on the international scene, especially when it comes to preservation of Kosovo within Serbia.

 “I assure you that the cooperation between Serbia and Russia will be progressive. I assure you that Serbia is Russia’s partner in the Balkans,” he told the Russian president. “Serbia is on the road toward the EU. It’s a long and uncertain journey. We will organize the country in accordance with the EU rules,” the newly elected Serbian president said and added that he so far had not heard that Serbia had to recognize Kosovo’s unilaterally declared independence.

“We cannot do it, even if it means we have to stop the negotiations that very moment,” Nikolić stressed. He also pointed out that Serbia was military neutral according the resolution passed by the Serbian parliament. “Serbia will not join NATO,” he said. Putin noted that the economic cooperation between Russia and Serbia had grown in the previous year.

“But it can be even better,” the Russian leader stated. The two officials then continued the meeting behind closed doors. The delegates chose Russia’s Prime Minister Dmitry Medvedev as the party leader at the Saturday congress. Putin stressed after he was elected president that according to the Constitution he was not obligated to resign from the party but that he would do so “in the spirit of what is happening in Russia’s political life”.

Nikolić also resigned from the Serbian Progressive Party (SNS) and he is no longer its leader. Considering that he is not visiting Russia as the Serbian president, his meeting with Putin is unofficial. More than 3,000 participants, including 671 delegates, 1,600 guests, representatives of 30 delegations and more than 1,000 accredited reporters, will take part in the congress. Democratic Party of Serbia (DSS) deputy leader Nenad Popović will also attend the United Russia congress.

IAEA: Iran moving closer to nuclear missile.

The IAEA suspects that Iran has raised its enrichment threshold towards weapons-grade level. The hunch is based on evidence found at the Fordo enrichment plant a day after P5+1-Iran talks ended with no agreement.
­The UN's atomic agency reportedly found traces of uranium enriched up to 27 per cent, diplomats told AP. This is seven percent higher than Iran’s known enrichment grade.

Even though this is substantially below the 85 per cent (and often higher) level normally required for weapons-grade uranium, the IAEA suspects that Iran has moved closer to producing the material needed to arm nuclear missiles.

The IAEA said, in the report issued on Friday, that it was asking Tehran to explain the nature of the traces. Iran says the find was a technical glitch.

Even though it was not mentioned in the report, if Iran was intentionally increasing the level of its uranium enrichment, analysts and diplomats say Iran's version sounds plausible.

Ali Asghar Soltanieh, Tehran's envoy to the UN's International Atomic Energy Agency, said the finding’s been blown out of proportion for political reasons.

"This issue shows that some intend to damage the existing constructive cooperation between Tehran and the International Atomic Energy Agency," he is quoted as saying.

The latest move comes a day after the group of six and Tehran failed to produce a result, as both sides refused to budge.

The P5+1 appealed to Iran to suspend its 20 per cent uranium enrichment program, which the group sees as vital to the negotiations process.

Tehran considered the Western proposal “unbalanced,” rejecting it over what it called unfair demands, which offer little in return.

What Iran sought at the two-sided negotiations are guarantees from the West that it will scale back on its sanctions, which significantly affect the country’s oil exports and economy.

The West believes that Iran is aiming to turn its uranium enrichment program toward making weapons.
At the same time, Tehran insists that nuclear enrichment is its “undeniable right” – and that it is strictly for peaceful use.

The next round of talks, which is seen as another chance to hammer out an agreement, is slated for June 18-19 in Moscow.