Thursday, August 30

I pasdaran entrano in Siria

Uno degli scenari peggiori messi in conto dagli analisti occidentali prende corpo in queste ore in Siria. Secondo il Wall Street Journal, il governo iraniano sta inviando a Damasco centinaia di soldati per offrire sostegno al suo alleato nel paese, il presidente Bashar el Assad, sempre più debole dopo un anno e mezzo di combattimenti contro i ribelli.

"Sapevamo da tempo che alcuni comandanti delle Guardie della Rivoluzione erano in Siria per addestrare le truppe del posto alla guerriglia e offrire loro un contributo nel controllo di Internet - sostiene Farnaz Fassihi, numero due del Bureau mediorientale del Wsj - aAesso l'invio di truppe è più consistente: gli uomini servono a rimpiazzare i soldati siriani che hanno lasciato l'esercito".

Questa decisione segna una svolta pericolosa nel conflitto: dimostra che Teheran non ha alcuna intenzione di lasciar cadere un alleato prezioso come Assad ed è pronta a schierare i reparti più affidabili dell'esercito per aiutarlo; e se il rais dovesse infine cadere, l'Iran potrebbe comunque influenzare il nuovo corso della Siria.

Le indiscrezioni del Wall Street Journal trovano un paio di conferme sulla stampa iraniana. Un generale dell'esercito, Salar Abnoush, ha parlato lunedì ai volontari dell'unità Saheb al Amr e ha spiegato loro che le Guardie della Rivoluzione "combattono in Siria su ogni fronte, dalla guerra culturale a quella militare".

Il suo discorso è stato ripreso dall'agenzia di stampa Daneshjoo, considerata vicina al governo. Le parole del generale seguono quelle pronunciate la scorsa settimana dal ministro della Difesa di Teheran, Ahmad Vahidi: "Sinora il governo siriano se l'è cavata bene. Ma se fosse in difficoltà, rispetteremmo senza alcun problema l'accordo di mutua difesa che lega i nostri paesi".

E' possibile, quindi, che Assad e i suoi collaboratori si siano già rivolti all'Iran per avere sostegno nella lotta con i ribelli. L'esercito governativo è stato colpito da sconfitte e defezioni negli ultimi mesi, ha perso il controllo del Kurdistan e del territorio al confine con la Turchia; ci sono battaglie nei principali centri del paese e i ribelli appaiono solidi.

Il video di un elicottero che precipitava a Damasco è stato pubblicato lunedì su alcuni siti internet: in un certo senso rappresenta la direzione che ha preso questa guerra. La Siria di As-sad è l'unico alleato dell'Iran in medio oriente e questa rivolta rischia di spezzare una catena di comunicazione complessa ed efficace che permette a Teheran di mantenere il controllo sugli altri movimenti sciiti della regione, a partire da Hezbollah in Libano.

La crisi siriana ha trasformato questa stagione in un mal di testa per gli strateghi di Teheran: quando le piazze contestavano i leader arabi e "filoamericani" di Libia, Egitto e Tunisia, gli iraniani offrivano alle piazze l'esempio della Rivoluzione del 1979. Ma ora che gli scontri arrivano a Damasco, l'ayatollah e i vertici dell'esercito accusano l'occidente di avere organizzato un complotto.

Il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, e la Guida suprema, Ali Khamenei, affronteranno il tema con il segretario generale dell'Onu, Ban Kimoon, che si trova a Teheran in queste ore per il summit dei non allineati. Assad è tornato in tv ieri pomeriggio e ha affermato che "servirà tempo" per sconfiggere i ribelli.

Il presidente ha detto che quella in corso in Siria "è una guerra globale e regionale", ma ha assicurato che le cose "vanno praticamente meglio". Tuttavia, secondo fonti locali, le violenze intorno a Damasco diventano ogni giorno più intense.

Finora Assad e i suoi ultimi alleati internazionali hanno chiesto all'Onu di impedire in ogni modo l'intervento di truppe straniere in Siria. Ma le sole truppe straniere che si vedono da quelle parti sono proprio quelle che aiutano Assad.

Croazia, Bosnia Erzegovina, Macedonia, Montenegro e Serbia.

Le ferite aperte delle guerre jugoslave dell'ultimo decennio del secolo scorso continuano a sanguinare. Oltre 14mila persone, infatti, mancano all'appello nei Paesi dell'ex Jugoslavia, quasi la metà del totale degli scomparsi nelle guerre iniziate nel 1991 con lo sfaldamento della federazione. Lo denuncia un rapporto di Amnesty International, diffuso alla vigilia della «Giornata internazionale degli scomparsi», che si celebra ogni anno il 30 agosto.

Tra il 1991 e il 2001, 34.700 persone scomparvero nei Balcani e la maggior parte delle loro famiglie aspetta ancora giustizia. «Per loro, il capitolo delle sparizioni forzate non è chiuso e rimane una fonte quotidiana di dolore. Attendono ancora di conoscere il destino dei loro cari, continuano a cercare verità, giustizia e riparazione», ha dichiarato Jezerca Tigani, vicedirettrice del Programma Europa e Asia centrale di Amnesty International.

«Le vittime delle sparizioni - continua Jezerca Tigani - forzate nei Paesi dell'ex Jugoslavia appartengono a tutti i gruppi etnici. Sono civili e soldati, donne e uomini, bambme e bambini. Le loro famiglie hanno il diritto di sapere la verità sulle circostanze della loro scomparsa, sul loro destino e sullo svolgimento e l'esito delle indagini.

Per loro, il primo passo verso la giustizia è vedersi restituiti i corpi dei loro can per la sepoltura. I governi devono assicurare che le vittime e le loro famiglie abbiano accesso alla giustizia e ricevano, senza ulteriori ritardi, un'adeguata e concreta riparazione per il danno che hanno subito».

Il rapporto di Amnesty International descrive casi di sparizione forzata in Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Macedonia, Montenegro, Serbia e Kosovo. Tutti e sei i governi di questi Paesi sono venuti meno all'obbligo legale internazionale di indagare e punire questi reati.

Alcuni responsabili, sottolinea Amnesty International, sono stati sottoposti alla giustizia del Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia, il cui mandato è però prossimo alla fine.

I tribunali nazionali agiscono con lentezza e il più delle volte non sembrano interessati al ritrovamento della verità, anche perché nei massacri delle guerre in ex Jugoslavia in molti casi sono implicati personaggi che ricoprono cariche istituzionali negli Stati sorti dalle rovine del paese balcanico.

Un ruolo nella riconciliazione può essere svolto dalle Chiese cattolica e ortodossa, che infatti hanno incominciato a dialogare, come dimostra la recente "storica" visita a Zagabria del Patriarca serbo-ortodosso Irinej.

I NOSTRI MARO' E LE FANFARONATE DI ROMA.

Dopo settimane di pressoché totale silenzio da parte del governo italiano (rotto solo lunedì dal ministro degli Esteri Terzi con una dichiarazione di maniera) sul conto dei nostri marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, prigionieri in India dal febbraio scorso perché coivolti in un incidente nel quale sono morti due pescatori indiani, arriva qualche notizia dal sub continente asiatico.

Ieri mattina si è svolto di fronte alla Corte suprema di Nuova Delhi l'intervento dell'avvocato Harish Salve. che ha sostenuto la difesa dei due fucilieri di Marina mentre erano impegnati in una missione anti-pirateria. Nel corso del suo intervento per sostenere la richiesta italiana di rivedere il verdetto della Corte del Kerala, Salve, riferiscono fonti qualificate, ha sottolineato tra l'altro che l'episodio contestato si è verificato in acque internazionali e che quindi la giurisdizione sul fatto non può essere indiana ma è invece italiana.

Tesi proposta e riproposta dalla difesa italiana, di volta in volta respinta o rinviata dai tribunali locali, secondo un metodo definito dagli osservatori politici e giudiziari italiani "il metodo indiano", teso a rinviare. a respingere quando non ne può fare a meno, a passare la palla a un'altra istituzione giudiziaria, a trovare cavilli, il tutto teso a rallentare quanto più possibile l'intero processo. Dopo alcune settimane di carcere i nostri due militari sono stati trasferiti in una struttura più idonea dove trascorrono le interminabili giornate da reclusi attendendo notizie che poi rappresentano un vero e prooprio stillicidio.

E così è stato anche ieri. «La difesa - ha spiegato l'avvocato dei due soldati - è stata costruita attorno alla non esistenza di una giurisdizione indiana e sul fatto che in quel momento Latorre e Girone godevano di immunità nell'esercizio delle loro funzioni». Ma la cosa che lascia perplessi è questa sbandierata e pretesa «credibilità» del governo Monti in ambito internazionale: essendo evidente a tutti che i militari agivano per conto non solo del govemo ma anche delle Nazioni Unite in ambito anti-pirateria internazionale.

I due avrebbero dovuto essere rientrare nei loro ranghi da un pezzo. Invece si sono trovati invischiati nell'inazione italiana, dell'Unione europea e persino dell'Onu. Apprendiamo però dalla Farnesina che «il governo italiano segue la questione con la massima attenzione». Oh che bello. Adesso sì che siamo tranquilli.

Wednesday, August 29

La sicurezza strategica per l'America e per i suoi alleati chiave in Medioriente si è deteriorata in maniera significativa. Israele e gli stati arabi amici si sentono sempre più sotto pressione mentre assistono a una mancanza di polso della leadership della Casa Bianca. Che succederà ora?

Senza una visione: l'instabilità non potrà che aumentare, scrive l'ex ambasciatore Usa I candidati e il Medioriente: c'è una sola strategia a alla Turchia, dalla Libia allo Yemen, da I'Afo Dalla Siria ghanistan all'Iraq. Senza dimenticare Israele, Iran ed Egitto. Cosa ci aspetta? «Nessuno può prevedere tutte le crisi internazionali future. Ma possiamo certamente decidere chi ha il giudizio e la determinazione di fare scelte difficili per conto dell'America e dei suoi alleati» di John R. Bolton La sicurezza strategica per l'America e per i suoi alleati chiave in Medioriente si è deteriorata in maniera significativa. Israele e gli stati arabi amici si sentono sempre più sotto pressione mentre assistono a una mancanza di polso della leadership della Casa Bianca. Non si tratta di nuove minacce qui o li, ma di una confluenza di avversità che sta fondamentalmente alterando la realtà del Medioriente. Inevitabilmente, chiunque vincerà le elezioni presidenziali americane si troverà ad affrontare urgenti minacce internazionali. In effetti, i prezzi del petrolio sono talmente importanti per la ripresa dell'economia mondiale che l'instabilità e il conflitto a Levante potrebbero determinare un'altra recessione. In Egitto, il forzato "ritiro" degli ufficiali militari, compreso il ministro della Difesa Mohamed Thntawi, incarna questo passaggio. Il nuovo presidente egiziano, Mohamed Morsi, membro dei Fratelli Musulmani, ha anche annullato un decreto militare che cercava di restringere i suoi poteri. In che modo questo nuovo conflitto si delineerà non è ancora chiaro, ma la posta in gioco è enorme. Già la penisola egiziana del Sinai è piombata nell'anarchia dopo la caduta di Hosni Mubarak dello scorso an *** no, ed ora è un'arteria del terrorismo e un terreno per le prove missilistiche di Hamas. Israele in passato aveva acconsentito al transito delle truppe egiziane nel Sinai, ma la situazione si è decisamente deteriorata. Mentre l'eventualità di crescenti spiegamenti nel Sinai egiziano sembra sensata, cosa succederà quando e se la minaccia terroristica sarà eliminata? Gli eserciti egiziani ritorneranno in massa sulla sponda occidentale del canale di Suez, o il "terra in cambio di pace" (l'elemento centrale dell'accordo di Camp David) sarà distrutto? Se il sempre più energico governo Morsi diventerà più forte e radicale, Israele potrebbe scoprire di aver trattato la terra in cambio di niente. E ancora, mentre le minacce terroristiche dal Sinai sono rischi tangibili, un'ampia presenza militare egiziana, soprattutto sotto un governo islamista, potrebbe riportare alla pericolosa era prima della Guerra dei Sei Giorni. Anche sul fronte settentrionale d'Israele il caos è tangibile. La guerra civile siriana è anche un conflitto surrogato che mette la Russia e l'Iran contro il mondo arabo sunnita. (La posizione dellaTrchia è complicata, con visioni che rimandano ai giorni ottomani, in competizione sia con gli interessi iraniani che sauditi. Certamente Ankara vuole che a Damasco si insedi un regime amico, e non vuole migliaia di rifugiati sul suo territorio.) E se la sconfitta di Assad sarebbe ben accolta, quale regime potrebbe succedervi — uno dominato dagli islamisti radicali ancor più devoti alla distruzione di Israele? Poi c'è il rischio che le scorte di armi chimiche della Siria vadano nelle mani sbagliate. Come quelle di Hezbollah, con conseguenze spaventose. In Libia gli omicidi di ufficiali che hanno preso le distanze dal regime di Gheddafl continuano senza sosta. II che non è certo un segnale di stabilità per il nuovo governo libico. Le notizie dall'Iran si mantengono uniformemente cupe, poiché né le sanzioni né la diplomazia riescono a rallentare la sua impetuosa corsa verso gli armamenti nucleari. Per quanto una Teheran nucleare possa essere pericolosa, la minaccia diventa ancor più acuta con l'intera regione che si dissolve in acrimonia e incertezza. II ritiro ordinato dal presidente Obama delle truppe di combattimento Usa dall'Iraq ha permesso al suo governo di cadere sempre più sotto l'influenza dell'Iran, con pericolose ramificazioni soprattutto per i regimi sunniti amici che si trovano sulla penisola araba. LoYemen rimane un calderone di instabilità, nonostante le auto-congratulazioni dell'amministrazione per aver rimosso il regime di Saleh. Poco oltre l'Iran, in Afghanistan, i disperati tentativi di Obama di negoziare un accordo con i talebani, compreso il rilascio incondizionato dei terroristi da Guantanamo, continuano. Per gli eserciti Usa e Nato potrebbero esserci pericoli anche da parte delle truppe afghane apparentemente amiche, e l'incombente scaletta per il ritiro delle truppe statunitensi è un chiaro segnale per tutti gli afghani — amici e nemici — che l'equilibrio del potere sta cambiando in peggio. Se vincerà Obama, con ogni probabilità continuerà semplicemente la politica del"Torna a casa, America" che ha contribuito in maniera così rilevante al deterioramento della sicurezza in Medioriente. E la portata delle sfide all'America e ai suoi alleati non potrà che aumentare. Se vincerà Mitt Romney, si troverà di fronte minacce che dovrà affrontare impegnandosi contemporaneamente a correggere gli errori nella politica economica dell'ultimo decennio. È per questo motivo che la leadership e la personalità sono così importanti nel valutare i candidati presidenziali. Nessuno può prevedere tutte le crisi internazionali future. Ma possiamo certamente decidere chi ha il giudizio e la determinazione di fare scelte difficili per conto dell'America. Raramente si è assistito a un contrasto più nitido come tra la pacata sicurezza di Romney e la debolezza di Obama verso la sicurezza internazionale.
di John R. Bolton

FRANCESCO COSSIGA: FOTTI IL POTERE.

Fotti il potere
Francesco Cossiga, Reggio Emilia 2010, pp. 298, € 17,00
Si è parlato e scritto poco di questo libro “Fotti il potere”, in libreria da un paio di mesi prima della morte di Cossiga, e che di conseguenza può considerarsi il suo testamento (politico-culturale). È una lunga conversazione con Andrea Cangini pubblicata dall’editore Aliberti che si muove su due piani differenti. Il primo, familiare a chi scrive, da oltre vent’anni direttore di una piccola rivista che s’ispira al realismo politico, è la concezione di cosa sia la politica (e la natura umana) e di come vadano conseguentemente valutate e interpretate vicende e accadimenti politici. La seconda è l’interpretazione/disvelamento di singoli fatti – dei quali l’ex Presidente era un testimone privilegiato, avendo avuto accesso a tanti arcana della Repubblica - e che spesso sono sorprendenti: in particolare (ma non solo) per coloro che sono abituati a ragionare in base agli idola consueti, senza ricorrere a criteri a un tempo più raffinati, culturalmente “titolati” e meno ingenui. Ciò che rende stimolante e originale sotto il profilo politico-culturale il libro non è solo l’impiego costante degli strumenti, concezioni, categorie del realismo politico, ma il fatto che di queste si fa uso limitatissimo e occultato nella pratica quotidiana dei governanti, dei dirigenti e dei giornalisti: dove invece ci si serve di avemaria e paternostri, facendo della lotta politica – ch’è in primo luogo lotta per il potere e come tale va, principalmente, considerata – un catalogo di buone intenzioni e esternazioni edificanti fino a renderla incomprensibile e mistificante. Un raccontare cioè “favole d’orchi ai bimbi” come scriveva Croce. O meglio fare della politica machiavellica, senza la teoria e la passione del Segretario fiorentino, come riteneva Schmitt, forse l’autore più citato da Cossiga; scriveva infatti Schmitt che se Machiavelli “fosse stato un machiavellista, invece del Principe avrebbe certamente scritto un libro messo insieme sulla base di massime commoventi”. Cosa che, servendosi di stampa e televisione – dei libri più raramente – fanno tutti i Tartufi in carriera (e in pensione) della Repubblica. Ad esempio, a considerare i presupposti del politico e in particolare quello del comando/obbedienza (Freund) Cossiga sostiene “Se, dunque, in Italia la struttura del potere traballa è anche perché poggia su una nazione molle. E se il vecchio adagio dice che «chi è adatto a comandare può ben obbedire», noi italiani risultiamo inadatti tanto al comando quanto all’obbedienza”; sul potere “il potere è una cosa grande e in sé magnifica: si lascia ammirare, dunque, ma piace soprattutto perché dal potere ciascuno in realtà si aspetta favori e protezione” e citando Schmitt “«quanto più il potere si concentra in un luogo preciso, nelle mani di un singolo o, come si suo, dire, di un vertice… tanto più violenta, accanita e muta diviene allora la lotta tra coloro che occupano l’anticamera e controllano il corridoio». Affermazione in un certo senso complementare a quella di Nietzsche: «L’uomo è la specie più evoluta che ospita il maggior numero di parassiti»” (pp. 14-15) sull’aspirazione del notabilato (e dei “poteri forti”) a una leadership debole: “gli uomini forti di ciascun partito hanno interesse ad avere leader dimezzati in modo da poterne controllare e indirizzare i passi. E lo stesso vale per i tanti poteri informali del Paese, inevitabilmente spaventati dall’eventualità di una politica forte e autorevole” (p. 31; la debolezza della politica “è così soprattutto nei Paesi che hanno una tradizione statuale debole come l’Italia, dove infatti chi vuole affermarsi in politica finisce spesso per mettersi all’ombra di un qualche altro potere” (p. 48): nel rapporto tra tecnocrazia e politica “un bravo tecnico può essere un bravo politico, ma non diverrà certo un bravo politico per il semplice fatto di essere un bravo tecnico” (p. 273) anche perché “in mancanza di ideali e spesso anche di idee è difficile che si sviluppi quel senso di appartenenza a una comunità politica su cui si fonda la militanza, ed è altrettanto chiaro che la politica senza militanza si riduce a poco più di un comitato d’affari…” (p. 66); sulla Costituzione “l’unico vero criterio interpretativo del diritto costituzionale è avere la maggioranza o non averla… Esattamente, se domattina la maggioranza delle forze politiche e di quelli che lei chiama poteri invisibili del Paese decidessero che, in base alla Costituzione, l’Italia è una monarchia anziché una Repubblica, buon parte dei più raffinati giuristi su piazza avallerebbe senza remore la tesi e quella diverrebbe la corretta interpretazione della lettera costituzionale!” (p. 80). A passare alle rivelazione, cioè alla versione dei (parte dei tanti) misteri della Repubblica, anche qui il criterio privilegiato di Cossiga è quello politico, Per esempio Mani pulite che sembra un’iniziativa di certi settori della magistratura: “In Italia, pochi compresero la portata ‘rivoluzionaria’ della fine della guerra fredda e del conseguente inizio di Mani pulite… Nonostante i miei sforzi, non avevano minimamente capito che il Muro di Berlino sarebbe crollato non sul Partito comunista ma sulla Democrazia cristiana e sul Partito socialista. E questo per il semplice fatto che, scomparso il comunismo internazionale, di loro non ci sarebbe più stato bisogno” (p. 267). Per piazza Fontana, questa fu opera degli americani, anzi “di qualche agente particolarmente imprudente dei servizi segreti americani”; sul presunto golpe del luglio ’64 “Nel luglio ’64 è stato sufficiente evocare un «tintinnar di sciabole» per ottenere i risultati politici auspicati: fu il caso del capo dello Stato Antonio Segni e del comandante generale dell’Arma dei carabinieri, già capo del Sifar, il servizio segreto militare, Giovanni de Lorenzo” (p. 121); la strage di Bologna sembra sia stata provocata dall’imperizia di un terrorista palestinese che portava una valigia d’esplosivo; e così via. Certo, molte di tali rivelazioni possono lasciare e lasciano – in effetti – dei dubbi: ma è altrettanto vero che quelle che sono diventate “verità ufficiali” (sempre consacrate tali dai media, spesso anche dalle sentenze) sono spesso meno probabili, anche perché fondate su presupposti artati, spesso ingenui e talvolta inverosimili. Quando le spiegazioni del fu Presidente, rapportate ai grandi eventi politici e alle loro conseguenti logiche, sono assai più soddisfacenti e ragionevoli. Nel complesso un libro che ci auguriamo – ma la scarsa attenzione che ha ricevuto sulla stampa non promette bene sulla diffusione, mentre è una conferma della qualità ed originalità – possa contribuire a far dell’Italia un Paese meno molle (e malleabile) di quanto sia. E pensiamo che questa sia stata l’intenzione di un buon patriota come Cossiga nel dettarlo.
Teodoro Klitsche de la Grange

A VOLTE RITORNANO: CARLA DEL PONTE

Carla Del Ponte potrebbe tornare sul banco degli inquirenti. Il governo svizzero chiede al Consiglio dei diritti umani dell'Onu di inserirla nella commissione di inchiesta che sta indagando sulla Siria. La candidatura dell'ex procuratore del Tribunale penale internazionale (Tpi) dell'Aja arriva proprio nel giorno in cui a Damasco la violenza si abbatte anche sui funerali.

Un'autobomba è esplosa a metà giornata nel quartiere di Jaramana, nella periferia della capitale. Secondo la ricostruzione diffusa dalla tv di Stato, i morti sono 12, i feriti almeno 48. Una jeep avrebbe attraversato velocemente la piazza vicino al cimitero, dove amici e parenti stavano portando le bare di due giovani, uccisi due giorni fa in circostanze non ancora chiare.

Altre 13 persone, riferiscono questa voltai milizia-ni anti regime, sarebbero state uccise nel corso di un attacco dell'aviazione lealista sulla città di Kfar Nabi, non lontano dal confine con la Turchia. La guerra tra l'esercito di Bashar Assad e il fronte di ribelli è sempre più cruda. L'ultimo rapporto diffuso dalla Commissione Onu cita «crimini di guerra» e «crimini contro l'umanità» commessi dalle truppe fedeli ad Assad, ma anche, sia pure in misura minore, dagli insorti.

Il punto è che il mandato degli «ispettori» delle Nazioni Unite scade a settembre e il 17 il Consiglio dei diritti umani dovrà decidere se prolungare l'inchiesta. E qui si inserisce la mossa di Didier Burkhalter, il ministro degli Esteri della Federazione svizzera: chiedere di andare avanti, «integrando Carla Del Ponte».

L'ex magistrato, 65 anni, è stata colta di sorpresa, tra un caffè a Lugano e una partita al Golf club patriziale di Asco-na. Ma i riflessi sono rimasti intatti: «Sono disponibile e onorata per la proposta del mio governo». Si vedrà se anche gli altri Paesi saranno altrettanto «disponibili» a nominarla. Del Ponte ha tanti estimatori, ma anche molti nemici, più o meno dichiarati.

Basta sfogliare la sua autobiografia: «La caccia-Io e i criminali di guerra», Feltrinelli 2008.

Partita da Cevio, un villaggio di poco più di mille abitanti del Canton Ticino, sposata e poi divorziata, madre di un figlio, lasciò una promettente carriera da avvocato per cimentarsi, da pubblico ministero, in imprese che sembravano perse in partenza, come indagare sul riciclaggio di denaro in Svizzera, facendo da sponda all'inchiesta «Pizza connection» di Giovanni Falcone.

Da Procuratore del Tribunale dell'Aja (carica assunta nel 1999) ha portato alla sbarra l'intera filiera di criminali, compreso il livello politico, con l'accusa di aver pianificato e fatto eseguire con ferocia le stragi di civili nelle guerre dei Balcani. La lista di 161 imputati comprende, tra gli altri l'ex presidente della Serbia, Slobodan Milosevic (morto in carcere nel 2006) e il comandante serbo-bosniaco, Ratko Mladic (catturato nel 2011).

E poi le frustranti indagini sui massacri dei Tutsi per mano degli Hutu in Ruanda. Fino al pre pensionamento in Argentina come ambasciatrice della Svizzera. Da un anno Carla Del Ponte, rientrata nel Ticino, poteva solo guardare.
Ora aspetta un segnale per riprendere «La Caccia».......

I NOSTRI MARO': INDIA, LA VERGOGNA VOLA BASSO

La Corte Suprema indiana ha cominciato ieri ad esaminare a New Delhi il ricorso presentato dall'Italia per invalidare il processo istruito nello Stato indiano del Kerala contro i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, coinvolti nell'incidente awenuto il 15 febbraio scorso in cui sono morti due pescatori.

In presenza di una delegazione italiana, guidata dall'ambasciatore Giacomo Sanfelice, il presidente del tribunale n.z della Corte, Altamar Kabir, ha dato la parola all'awocato difensore dei marò, Harish Salve, il quale ha illustrato per oltre tre ore i principi generali di esercizio della sovranità e di giurisdizione in base ai quali le autorità del Kerala non avevano il diritto di intervenire nella vicenda.

Dopo aver ricordato che l'incidente fra la petroliera "Enrica Lexie" e il peschereccio "St. Anthony" è avvenuto a circa zo miglia nautiche dalla costa, e quindi non in acque territoriali indiane, ma in quelle contigue, Salve ha insistito molto sul ruolo dei fucilieri di Marina presenti sulla nave. «Si tratta — ha sottolineato — di militari in servizio di sicurezza, ottemperando a risoluzioni delle Nazioni Unite e nelle vesti di rappresentanti dello Stato italiano».

Non si tratta di contractor privati — ha precisato — «ma di veri e propri delegati a garantire la sicurezza dell'unità, che in caso di emergenza non erano neppure sottoposti all'autorità del comandante di bordo».

Salve ha quindi esaminato le varie sezioni del codice penale indiano, sostenendo che «esso non trova applicazione in questa vicenda perché l'incidente è avvenuto fuori della zona in cui l'India può esercitare una sovranità diretta».

Mentre — ha concluso — il diritto pubblico internazionale «è chiaro, assegnando allo Stato di cui è la bandiera della nave il diritto di giudicare eventuali reati commessi dal personale a bordo». A metà pomeriggio il presidente della sezione ha aggiornato il dibattimento ad oggi.

Telos in Europe: The L'Aquila Conference - September 7–9, 2012 L'Aquila, Italy

Recent developments appear to end the "end of history" and foreshadow instead the end of the West. After 1989, many expected a gradual convergence toward Western models of liberal market democracy.

But Western responses to 9/11 and the 2007–8 transatlantic "credit crunch" have exposed the limits of U.S. international primacy and accelerated the global shift of power from West to East and North to South—as evinced by the rise of China, India, and other emerging markets.

Politically and economically, that shift seems to portend the emergence of a post-American and perhaps even a post-Western world. READ MORE

Iranian Power

The most important facts about Iran go unstated because they are so obvious. Any glance at a map would tell us what they are. And these facts explain how regime change or evolution in Tehran -- when, not if, it comes -- will dramatically alter geopolitics from the Mediterranean to the Indian subcontinent and beyond.

Virtually all of the Greater Middle East's oil and natural gas lies either in the Persian Gulf or the Caspian Sea regions. Just as shipping lanes radiate from the Persian Gulf, pipelines will increasingly radiate from the Caspian region to the Mediterranean, the Black Sea, China and the Indian Ocean. The only country that straddles both energy-producing areas is Iran, stretching as it does from the Caspian to the Persian Gulf. In a raw materials' sense, Iran is the Greater Middle East's universal joint.
The Persian Gulf possesses by some accounts 55 percent of the world's crude oil reserves, and Iran dominates the whole Gulf, from the Shatt al-Arab on the Iraqi border to the Strait of Hormuz 990 kilometers (615 miles) away. Because of its bays, inlets, coves and islands -- excellent places for hiding suicide, tanker-ramming speed boats -- Iran's coastline inside the Strait of Hormuz is 1,356 nautical miles; the next longest, that of the United Arab Emirates, is only 733 nautical miles. Iran also has 480 kilometers of Arabian Sea frontage, including the port of Chabahar near the Pakistani border. This makes Iran vital to providing warm water, Indian Ocean access to the landlocked Central Asian countries of the former Soviet Union. Meanwhile, the Iranian coast of the Caspian in the far north, wreathed by thickly forested mountains, stretches for nearly 650 kilometers from Astara in the west, on the border with former Soviet Azerbaijan, around to Bandar-e Torkaman in the east, by the border with natural gas-rich Turkmenistan.

A look at the relief map shows something more. The broad back of the Zagros Mountains sweeps down through Iran from Anatolia in the northwest to Balochistan in the southeast. To the west of the Zagros range, the roads are all open to Iraq. When the British area specialist and travel writer Freya Stark explored Lorestan in Iran's Zagros Mountains in the early 1930s, she naturally based herself out of Baghdad, not out of Tehran. To the east and northeast, the roads are open to Khorasan and the Kara Kum (Black Sand) and Kizyl Kum (Red Sand) deserts of Turkmenistan and Uzbekistan, respectively. For just as Iran straddles the rich energy fields of both the Persian Gulf and the Caspian Sea, it also straddles the Middle East proper and Central Asia. No Arab country can make that claim (just as no Arab country sits astride two energy-producing areas). In fact, the Mongol invasion of Iran, which killed hundreds of thousands of people at a minimum and destroyed the qanat irrigation system, was that much more severe precisely because of Iran's Central Asian prospect.

Iranian influence in the former Soviet republics of the Caucasus and Central Asia is potentially vast. Whereas Azerbaijan on Iran's northwestern border contains roughly 8 million Azeri Turks, there are twice that number in Iran's neighboring provinces of Azerbaijan and Tehran. The Azeris were cofounders of the first Iranian polity since the seventh century rise of Islam. The first Shiite Shah of Iran (Ismail in 1501) was an Azeri Turk. There are important Azeri businessmen and ayatollahs in Iran, including current Supreme Leader Ayatollah Ali Khamenei himself. The point is that whereas Iran's influence to the west in nearby Turkey and the Arab world has been well established by the media, its influence to the north and east is equally profound; and if the future brings less repressive regimes both in Iran and in the southern, Islamic tier of the former Soviet Union, Iran's influence could deepen still with more cultural and political interactions.

There is, too, what British historian Michael Axworthy calls the "Idea of Iran," which, as he explains, is as much about culture and language as about race and territory.1 Iran, he means, is a civilizational attractor, much like ancient Greece and China were, pulling other peoples and languages into its linguistic orbit: the essence of soft power, in other words. Dari, Tajik, Urdu, Pashtu, Hindi, Bengali and Iraqi Arabic are all either variants of Persian, or significantly influenced by it. That is, one can travel from Baghdad in Iraq to Dhaka in Bangladesh and remain inside a Persian cultural realm.

Iran, furthermore, is not some 20th century contrivance of family and religious ideology like Saudi Arabia, bracketed as the Saudi state is by arbitrary borders. Iran corresponds almost completely with the Iranian plateau -- "the Castile of the Near East," in Princeton historian Peter Brown's phrase -- even as the dynamism of its civilization reaches far beyond it. The Persian Empire, even as it besieged Greece, "uncoiled, like a dragon's tail ... as far as the Oxus, Afghanistan and the Indus valley," writes Brown.2 W. Barthold, the great Russian geographer of the turn of the 20th century, concurs, situating Greater Iran between the Euphrates and the Indus and identifying the Kurds and Afghans as essentially Iranian peoples.3

Of the ancient peoples of the Near East, only the Hebrews and the Iranians "have texts and cultural traditions that have survived to modern times," writes the linguist Nicholas Ostler.4 Persian (Farsi) was not replaced by Arabic, like so many other tongues, and is in the same form today as it was in the 11th century, even as it has adopted the Arabic script. Iran has a far more venerable record as a nation-state and urbane civilization than most places in the Arab world and all the places in the Fertile Crescent, including Mesopotamia and Palestine. There is nothing artificial about Iran, in other words: The very competing power centers within its clerical regime indicate a greater level of institutionalization than almost anywhere in the region save for Israel, Egypt and Turkey.

Greater Iran began back in 700 B.C. with the Medes, an ancient Iranian people who established, with the help of the Scythians, an independent state in northwestern Iran. By 600 B.C., this empire reached from central Anatolia to the Hindu Kush (Turkey to Afghanistan), as well as south to the Persian Gulf. In 549 B.C., Cyrus (the Great), a prince from the Persian house of Achaemenes, captured the Median capital of Ecbatana (Hamadan) in western Iran and went on a further bout of conquest. The map of the Achaemenid Empire, governed from Persepolis (near Shiraz) in southern Iran, shows antique Persia at its apex, from the sixth to fourth centuries B.C. It stretched from Thrace and Macedonia in the northwest, and from Libya and Egypt in the southwest, all the way to the Punjab in the east; and from the Transcaucasus and the Caspian and Aral seas in the north to the Persian Gulf and the Arabian Sea in the south. No empire up to that point in world history had matched it. Persia was the world's first superpower, and Iranian leaders in our era -- both the late shah and the ayatollahs -- have inculcated this history in their bones. Its pan-Islamism notwithstanding, the current ruling elite is all about Iranian nationalism.

The Parthians manifested the best of the Iranian genius -- which was ultimately about tolerance of the cultures over which they ruled, allowing them a benign suzerainty. Headquartered in the northeastern Iranian region of Khorasan and the adjacent Kara Kum and speaking an Iranian language, the Parthians ruled between the third century B.C. and the third century A.D., generally from Syria and Iraq to central Afghanistan and Pakistan, including Armenia and Turkmenistan. Thus, rather than the Bosporus-to-Indus or the Nile-to-Oxus scope of Achaemenid Persia, the Parthian Empire constitutes a more realistic vision of a Greater Iran for the 21st century. And this is not necessarily bad. For the Parthian Empire was extremely decentralized, a zone of strong influence rather than of outright control, which leaned heavily on art, architecture and administrative practices inherited from the Greeks. As for the Iran of today, it is no secret that the clerical regime is formidable, but demographic, economic and political forces are equally dynamic, and key segments of the population are restive. So do not discount the possibility of a new regime in Iran and a consequently benign Iranian empire yet to come.

The medieval record both cartographically and linguistically follows from the ancient one, though in more subtle ways. In the eighth century the political locus of the Arab world shifted eastward from Syria to Mesopotamia -- that is, from the Umayyad caliphs to the Abbasid ones -- signaling, in effect, the rise of Iran. (The second caliph, Omar bin al-Khattab, during whose reign the Islamic armies conquered the Sassanids, adopted the Persian system of administration called the Diwan.) The Abbasid Caliphate at its zenith in the middle of the ninth century ruled from Tunisia eastward to Pakistan, and from the Caucasus and Central Asia southward to the Persian Gulf. Its capital was the new city of Baghdad, close upon the old Sassanid Persian capital of Ctesiphon; and Persian bureaucratic practices, which added whole new layers of hierarchy, undergirded this new imperium. The Abbasid Caliphate of Baghdad became more a symbol of an Iranian despotism than of an Arab sheikhdom. Some historians have labeled the Abbasid Caliphate the equivalent of the "cultural reconquest" of the Middle East by the Persians under the guise of Arab rulers.5 The Abbasids succumbed to Persian practices just as the Umayyads, closer to Asia Minor, had succumbed to Byzantine ones. "Persian titles, Persian wines and wives, Persian mistresses, Persian songs, as well as Persian ideas and thoughts, won the day," writes the historian Philip K. Hitti.6 "In the western imagination," writes Peter Brown, "the Islamic [Abbasid] empire stands as the quintessence of an oriental power. Islam owed this crucial orientation neither to Muhammad nor to the adaptable conquerors of the seventh century, but to the massive resurgence of eastern, Persian traditions in the eighth and ninth centuries.7"

As for Shiism, it is very much a component of this Iranian cultural dynamism -- despite the culturally bleak and oppressive aura projected by the ruling Shiite clergy in these dark times in Tehran. While the arrival of the Mahdi in the form of the hidden Twelfth Imam means the end of injustice, and thus acts as a spur to radical activism, little else in Shiism necessarily inclines the clergy to play an overt political role; Shiism even has a quietest strain that acquiesces to the powers that be and that is frequently informed by Sufism.8 Witness the example set by Iraq's leading cleric of recent years, Ayatollah Ali Sistani (of Iranian heritage), who only at pivotal moments makes a plea for political conciliation from behind the scenes. Precisely because of the symbiotic relationship between Iraq and Iran throughout history, with its basis in geography, it is entirely possible that in a post-revolutionary Iran, Iranians will look more toward the Shiite holy cities of An Najaf and Karbala in Iraq for spiritual direction than toward their own holy city of Qom. It is even possible that Qom will adopt the quietism of An Najaf and Karbala. This is despite the profound differences between Shia of Arab descent and those of Persian descent.

The French scholar Olivier Roy tells us that Shiism is historically an Arab phenomenon that came late to Iran but that eventually led to the establishment of a clerical hierarchy for taking power. Shiism was further strengthened by the tradition of a strong and bureaucratic state that Iran has enjoyed since antiquity, relative to those of the Arab world, and that is, as we know, partly a gift of the spatial coherence of the Iranian plateau. The Safavids brought Shiism to Iran in the 16th century. Their name comes from their own militant Sufi order, the Safaviyeh, which had originally been Sunni. The Safavids were merely one of a number of horse-borne brotherhoods of mixed Turkish, Azeri, Georgian and Persian origin in the late 15th century that occupied the mountainous plateau region between the Black and Caspian seas, where eastern Anatolia, the Caucasus and northwestern Iran come together. In order to build a stable state on the Farsi-speaking Iranian plateau, these new sovereigns of eclectic linguistic and geographical origin adopted Twelver Shiism as the state religion, which awaits the return of the Twelfth Imam, a direct descendant of Mohammed, who is not dead but in occlusion.9 The Safavid Empire at its zenith stretched thereabouts from Anatolia and Syria-Mesopotamia to central Afghanistan and Pakistan -- yet another variant of Greater Iran through history. Shiism was an agent of Iran's congealment as a modern nation-state, even as the Iranianization of non-Persian Shiite and Sunni minorities during the 16th century also helped in this regard.10 Iran might have been a great state and nation since antiquity, but the Safavids with their insertion of Shiism onto the Iranian plateau retooled Iran for the modern era.

Indeed, revolutionary Iran of the late 20th and early 21st centuries is a fitting expression of this powerful and singular legacy. Of course, the rise of the ayatollahs has been a lowering event in the sense of the violence done to -- and I do not mean to exaggerate -- the voluptuous, sophisticated and intellectually stimulating traditions of the Iranian past. (Persia -- "that land of poets and roses!" exclaims the introductory epistle of James J. Morier's The Adventures of Hajji Baba of Ispahan.11) But comparison, it is famously said, is the beginning of all serious scholarship. And compared to the upheavals and revolutions in the Arab world during the early and middle phases of the Cold War, the regime ushered in by the 1978-79 Iranian Revolution was striking in its élan and modernity. The truth is, and this is something that goes directly back to the Achaemenids of antiquity, everything about the Iranian past and present is of a high quality, whether it is the dynamism of its empires from Cyrus the Great to Mahmoud Ahmadinejad (Who can deny the sheer Iranian talent for running militant networks in Lebanon, Gaza and Iraq, which is, after all, an aspect of imperial rule!); or the political thought and writings of its Shiite clergy; or the complex efficiency of the bureaucracy and security services in cracking down on dissidents. Tehran's revolutionary order constitutes a richly developed governmental structure with a diffusion of power centers; it is not a crude one-man thugocracy like the kind Saddam Hussein ran in neighboring Arab Iraq.

Again, what makes the clerical regime in Iran so effective in the pursuit of its interests, from Lebanon to Afghanistan, is its merger with the Iranian state, which itself is the product of history and geography. The Green Movement, which emerged in the course of massive anti-regime demonstrations following the disputed elections of 2009, is very much like the regime it seeks to topple. The Greens were greatly sophisticated by the standards of the region (at least until the Jasmine Revolution in Tunisia two years later), and thus another demonstration of the Iranian genius. The Greens constituted a world-class democracy movement, having mastered the latest means in communications technology -- Twitter, Facebook, text messaging -- to advance their organizational throw weight and having adopted a potent mixture of nationalism and universal moral values to advance their cause. It took all the means of repression of the Iranian state, subtle and not, to drive the Greens underground. (In fact, the Iranian regime was far more surgical in its repression of the Greens than the Syrian regime has thus far been in its own violent attempt to silence dissent.) Were the Greens ever to take power, or to facilitate a change in the clerical regime's philosophy and foreign policy toward moderation, Iran, because of its strong state and dynamic idea, would have the means to shift the whole groundwork of the Middle East away from radicalization, providing political expression for a new bourgeoisie with middle-class values that has been quietly rising throughout the Greater Middle East, and which the American obsession with al Qaeda and radicalism obscured until the Arab Spring of 2011.12

To speak in terms of destiny is dangerous, since it implies an acceptance of fate and determinism, but clearly given Iran's geography, history and human capital, it seems likely that the Greater Middle East, and by extension, Eurasia, will be critically affected by Iran's own political evolution, for better or for worse.

The best indication that Iran has yet to fulfill such a destiny lies in what has not quite happened yet in Central Asia. Let me explain. Iran's geography, as noted, gives it frontage on Central Asia to the same extent that it has on Mesopotamia and the Middle East. But the disintegration of the Soviet Union has brought limited gains to Iran, when one takes into account the whole history of Greater Iran in the region. The very suffix "istan," used for Central and South Asian countries and which means "place," is Persian. The conduits for Islamization and civilization in Central Asia were the Persian language and culture. The language of the intelligentsia and other elites in Central Asia up through the beginning of the 20th century was one form of Persian or another. But after 1991, Shiite Azerbaijan to the northwest adopted the Latin alphabet and turned to Turkey for tutelage. As for the republics to the northeast of Iran, Sunni Uzbekistan oriented itself more toward a nationalistic than an Islamic base, for fear of its own homegrown fundamentalists -- this makes it wary of Iran. Tajikistan, Sunni but Persian-speaking, seeks a protector in Iran, but Iran is constrained for fear of making an enemy of the many Turkic-speaking Muslims elsewhere in Central Asia.13 What's more, being nomads and semi-nomads, Central Asians were rarely devout Muslims to start with, and seven decades of communism only strengthened their secularist tendencies. Having to relearn Islam, they are both put off and intimidated by clerical Iran.

Of course, there have been positive developments from the viewpoint of Tehran. Iran, as its nuclear program attests, is one of the most technologically advanced countries in the Middle East (in keeping with its culture and politics), and as such has built hydroelectric projects and roads and railroads in these Central Asian countries that will one day link them all to Iran -- either directly or through Afghanistan. Moreover, a natural gas pipeline now connects southeastern Turkmenistan with northeastern Iran, bringing Turkmen natural gas to Iran's Caspian region, and thus freeing up Tehran's own natural gas production in southern Iran for export via the Persian Gulf. (This goes along with a rail link built in the 1990s connecting the two countries.) Turkmenistan has the world's fourth-largest natural gas reserves and has committed its entire natural gas exports to Iran, China and Russia. Hence, the possibility arises of a Eurasian energy axis united by the crucial geography of three continental powers all for the time being opposed to Western democracy.14 Iran and Kazakhstan have built an oil pipeline connecting the two countries, with Kazakh oil being pumped to Iran's north, even as an equivalent amount of oil is shipped from Iran's south out through the Persian Gulf. Kazakhstan and Iran will also be linked by rail, providing Kazakhstan with direct access to the Gulf. A rail line may also connect mountainous Tajikistan to Iran, via Afghanistan. Iran constitutes the shortest route for all these natural resource-rich countries to reach international markets.

So imagine an Iran athwart the pipeline routes of Central Asia, along with its sub-state, terrorist empire of sorts in the Greater Middle East. But there is still a problem. Given the prestige that Shiite Iran has enjoyed in sectors of the Sunni Arab world, to say nothing of Shiite south Lebanon and Shiite Iraq -- because of the regime's implacable support for the Palestinian cause and its inherent anti-Semitism -- it is telling that this ability to attract mass support outside its borders does not similarly carry over into Central Asia. One issue is that the former Soviet republics maintain diplomatic relations with Israel and simply lack the hatred toward it that may still be ubiquitous in the Arab world, despite the initial phases of the Arab Spring. Yet, there is something larger and deeper at work, something that limits Iran's appeal not only in Central Asia but in the Arab world as well. That something is the very persistence of its suffocating clerical rule that, while impressive in a negative sense -- using Iran's strong state tradition to ingeniously crush a democratic opposition and torture and rape its own people -- has also dulled the linguistic and cosmopolitan appeal that throughout history has accounted for a Greater Iran in a cultural sense. The Technicolor is gone from the Iranian landscape under this regime and has been replaced by grainy black and white. Iran's imperial ambitions are for the time being limited by the very nature of its clerical rule.

Some years back I was in Ashgabat, the capital of Turkmenistan, from whose vantage point Tehran and Mashad over the border in Iranian Khorasan have always loomed as cosmopolitan centers of commerce and pilgrimage, in stark contrast to Turkmenistan's own sparsely populated, nomadic landscape. But while trade and pipeline politics proceeded apace, Iran held no real magic, no real appeal for Muslim Turkmens, who are mainly secular and are put off by the mullahs. As extensive as Iranian influence is by virtue of its in-your-face challenge to America and Israel, I don't believe we will see the true appeal of Iran, in all its cultural glory, until the regime liberalizes or is toppled. A democratic or quasi democratic Iran, precisely because of the geographical power of the Iranian state, has the possibility to energize hundreds of millions of fellow Muslims in the Arab world and Central Asia.

Sunni Arab liberalism could be helped in its rise not only by the example of the West, or because of a democratic yet dysfunctional Iraq, but also because of the challenge thrown up by a newly liberal and historically eclectic Shiite Iran in the future. And such an Iran might do what two decades of post-Cold War Western democracy and civil society promotion have failed to -- that is, lead to a substantial prying loose of the police state restrictions in former Soviet Central Asia.

With its rich culture, vast territory and teeming and sprawling cities, Iran is, in the way of China and India, a civilization unto itself, whose future will overwhelmingly be determined by internal politics and social conditions. Unlike the Achaemenid, Sassanid, Safavid and other Iranian empires of yore, which were either benign or truly inspiring in both a moral and cultural sense, this current Iranian empire of the mind rules mostly out of fear and intimidation, through suicide bombers rather than through poets. And this both reduces its power and signals its eventual downfall.

Yet, if one were to isolate a single hinge in calculating Iran's fate, it would be Iraq. Iraq, history and geography tell us, is entwined in Iranian politics to the degree of no other foreign country. The Shiite shrines of Imam Ali (the Prophet's cousin and son-in-law) in An Najaf and the one of Imam Hussain (the grandson of the Prophet) in Karbala, both in central-southern Iraq, have engendered Shiite theological communities that challenge that of Qom in Iran. Were Iraqi democracy to exhibit even a modicum of stability, the freer intellectual atmosphere of the Iraqi holy cities could eventually have a profound impact on Iranian politics. In a larger sense, a democratic Iraq can serve as an attractor force of which Iranian reformers might in the future take advantage. For as Iranians become more deeply embroiled in Iraqi politics, the very propinquity of the two nations with a long and common border might work to undermine the more repressive of the two systems. Iranian politics will become gnarled by interaction with a pluralistic, ethnically Arab Shiite society. And as the Iranian economic crisis continues to unfold, ordinary Iranians could well up in anger over hundreds of millions of dollars being spent by their government to buy influence in Iraq, Lebanon and elsewhere. This is to say nothing of how Iranians will become increasingly hated inside Iraq as the equivalent of "Ugly Americans." Iran would like to simply leverage Iraqi Shiite parties against the Sunni ones. But that is not altogether possible, since that would narrow the radical Islamic universalism it seeks to represent in the pan-Sunni world to a sectarianism with no appeal beyond the community of Shia. Thus, Iran may be stuck trying to help form shaky Sunni-Shiite coalitions in Iraq and to keep them perennially functioning, even as Iraqis develop greater hatred for this intrusion into their domestic affairs. Without justifying the way that the 2003 invasion of Iraq was planned and executed, or rationalizing the trillions of dollars spent and the hundreds of thousands of lives lost in the war, in the fullness of time it might very well be that the fall of Saddam Hussein began a process that will result in the liberation of two countries; not one. Just as geography has facilitated Iran's subtle colonization of Iraqi politics, geography could also be a factor in abetting Iraq's influence upon Iran.

The prospect of peaceful regime change -- or evolution -- in Iran, despite the temporary fizzling of the Green Movement, is still greater now than in the Soviet Union during most of the Cold War. A liberated Iran, coupled with less autocratic governments in the Arab world -- governments that would be focused more on domestic issues because of their own insecurity -- would encourage a more equal, fluid balance of power between Sunnis and Shia in the Middle East, something that would help keep the region nervously preoccupied with itself and on its own internal and regional power dynamics, much more than on America and Israel.

Additionally, a more liberal regime in Tehran would inspire a broad cultural continuum worthy of the Persian empires of old, one that would not be constrained by the clerical forces of reaction.

A more liberal Iran, given the large Kurdish, Azeri, Turkmen and other minorities in the north and elsewhere, may also be a far less centrally controlled Iran, with the ethnic peripheries drifting away from Tehran's orbit. Iran has often been less a state than an amorphous, multinational empire. Its true size would always be greater and smaller than any officially designated cartography. While the northwest of today's Iran is Kurdish and Azeri Turk, parts of western Afghanistan and Tajikistan are culturally and linguistically compatible with an Iranian state. It is this amorphousness, so very Parthian, that Iran could return to as the wave of Islamic extremism and the perceived legitimacy of the mullahs' regime erodes.

By Robert D. Kaplan

MARIO MONTI: IL GRIGIOCRATE.

Augusto Grandi, Daniele Lazzeri, Andrea Marcigliano


Il Grigiocrate. Mario Monti


Fuorionda (www.fuorionda.it) 2012, pp. 175, € 16,00.
Fino a qualche tempo fa questo libro – il cui sottotitolo, quanto mai significativo, è “Nell’era dei mediocri” – sarebbe stato considerato dalla grande maggioranza dei mezzi d’informazione italiani, un  delitto di lesa maestà, o nella migliore delle ipotesi, un rigurgito della “casalinga di Voghera”. Assai meno ora, quando le critiche al governo “tecnico” sono in crescita sia all’interno che all’estero (dove, a quanto sembra, Monti è stato più gradito).
Il Grigiocrate analizza il percorso del premier, dagli esordi torinesi sino alla guida del governo. Tecnocrate grigio, circondato da personaggi non sempre eccelsi, ma di grande potere e sostenuto dagli organi d’informazione. Un volume che scalfisce il luogo comune dei tecnocrati come “salvatori della Patria”, mettendo a nudo la realtà di un Governo imposto ai cittadini dall’alto, più al servizio di oligarchie internazionali che impegnato nella tutela del Paese.
Il libro, vivace e ben scritto, è pieno di dati e giudizi evidenti, come la considerazione fatta ormai – si pensa – dalla maggioranza degli italiani che per aumentare le tasse sulla casa e la benzina bastava un qualsiasi governo doroteo e non certo l’osannato (dalla stampa) governo di geni (e tali perché tecnici). Pone tuttavia una serie di quesiti, alcuni dei quali giriamo al lettore.
Primo: il governo Monti ha evidenti sponsor esteri, da cui (e verso cui) manifesta dipendenza. Ma questa è una distinzione quantitativa (rispetto ai governi della Repubblica) più che qualitativa: nel senso che tutti i governi italiani l’hanno avuta, dal 1944 in poi. E che avvertiva Orlando (Vittorio Emanuele) quando alla Costituente tacciava di “cupidigia di servilità” (verso lo straniero) il governo (e la classe politica) di allora. Quello di Monti ne dipende (dall’estero) ancora di più e non lo nasconde anzi, a tratti, lo rivendica e sembra farne merito e motivo d’orgoglio. Ma la causa non ne è forse la recente storia del dopoguerra, la costituzione vigente e una classe politica consapevole di avere avuto il potere dai vincitori del secondo conflitto mondiale? E quindi il prof. Monti è solo l’effetto ultimo ed evidente di una “sovranità limitata”  imposta da (quasi) settant’anni per cui è difficile criticare (solo) l’ultimo arrivato.
Secondo: le “trovate” del governo, (tipo aumento delle accise, IMU, ecc. ecc.) rivelano meno fantasia che coraggio. Ma anche qua, siamo proprio sicuri che abbiamo soltanto una classe politica di basso profilo, dedita più alla carriera che al servizio dell’interesse generale? O la menda va rivolta all’intera classe dirigente, cioè a tutti coloro che detengono una “posizione di potere sociale” (pubblica o privata che sia)?
Anni fa era pubblicato un libro di un certo successo che additava come “casta” la classe politica. Che molto di vero ci fosse, è chiaro:  perché di caste in Italia ve ne sono tante. Ovvero tante “oligarchie”, poco (o punto) accessibili e quindi chiuse, autoreferenziali e riproducentesi per cooptazione. Il che, a giudizio di Pareto, tende a limitare la circolazione delle elites e quindi a farle decadere (e con loro la società). Che nell’università italiana non si trovino da decenni i Gentile, i Fermi, i Santi Romano; che nell’industria la razza dei Giovanni Agnelli (senior, s’intende) e dei Valletta, dei Mattei sia rimasta senza eredi (almeno di quel livello) è evidente. E così si potrebbe continuare per il sindacato, le istituzioni finanziarie (pubbliche e private), la letteratura e lo spettacolo. Non mi ricordo che nessuno abbia notato, come, negli ultimi anni, i più prestigiosi premi internazionali conferiti ad italiani erano a due attori comici, il che significa che ciò in cui eccellono gli italiani contemporanei è, secondo l’opinione degli stranieri, la comicità. Non per nulla un altro comico si è candidato, per ora a fare il capo dell’opposizione, subito dopo il Presidente della Repubblica.
Non si può pretendere che da una classe dirigente in declino, Monti traesse altro che quello che ha; piuttosto credere che trovasse qualcosa di meglio è una delle aspettative coltivate da una stampa prona e incensante, il cui contraccolpo il governo sta subendo.
La realtà è che il merito ascritto al “grigiocrate” è proprio quello che, agli occhi di ogni democratico, sincero e smaliziato, è il difetto più evidente: di non essere stato eletto e legittimato (e quindi influenzato) dal popolo; che è pregio agli occhi dei “poteri forti”. Tant’è che, quando Berlusconi era tornato al governo, i mezzi d’informazione  da quelli condizionati (quasi tutti) hanno cominciato a interrogarsi, indagare, demonizzare il “populismo”. In realtà sotto quel termine nascondevano il loro timore per il popolo e un governo da questo plebiscitato. Hanno fatto tesoro di parte del giudizio di Montesquieu che il popolo ha centomila braccia (e potrebbe usarle per prendere a bastonate i governanti); e dimenticato  subito il seguito (del pensiero di Montesquieu) che il popolo ha grande capacità di scelta di coloro cui affida parte della propria autorità.
Ma non è dato vedere come possa esserci una democrazia senza popolo e senza scelte di questo: credere a ciò è come ritenere possibile una teocrazia senza preti, o un’aristocrazia senza nobili. Un bisticcio di parole per occultare la realtà. Ma a lungo andare un governo “tecnico” in uno Stato democratico è debole perché gli manca una parte essenziale del circuito politico (capo-seguito, ovvero comando-obbedienza).
In uno Stato la forza di un governo è data – almeno per metà – dal consenso del popolo, e in uno democratico ancora di più, onde alla fine un governo non legittimato finisce per essere quello che poi è: privo del (principale) elemento di forza, è un governo debole, anche se avesse i pregi ascrittigli dagli organi d’informazione. Proprio quello che vogliono i “poteri forti”.
Teodoro Klitsche de la Grange

Tuesday, August 28

PETROLIO E SUPER-CONDENSATORI

Provino ora i soliti imbecilli politically e islamically correct a boicottare questo nuovo brevetto israeliano: la batteria per auto elettrica con un’autonomia di oltre cinquecento chilometri.

Un’invenzione che, in prospettiva, potrebbe sbarazzarci per sempre dell’inquinamento, del ricatto energetico degli sceicchi, della benzina a due euro il litro e dei petrolieri alla Moratti che hanno fatto in Italia, e nel mondo, il bello e il cattivo tempo per gli ultimi cinquant’anni. Ebbene questa cosa è adesso a portata di mano: ne parla Nocamels.com, sito dedicato agli sviluppi tecnologici in Israele.

L’Israeli national center for electrochemical propulsion, fondato qualche mese fa, è già dotato per i prossimi 4 anni di un budget di 45 milioni di sheqel (circa 11,7 milioni di dollari). Al centro lavoreranno un centinaio di ricercatori, suddivisi in 12 team provenienti dall’università di Tel Aviv, dal Technion, dall’università di Bar Ilan e dal Centro universitario Ariel della Samaria.

Secondo quanto scrive No Camels - Israeli Innovation News, «tranquillamente e con una scarsa copertura mediatica, sembra che Israele abbia realizzato il suo obiettivo nazionale per sviluppare una batteria in grado di fornire energia sufficiente per un viaggio di 500 km con una singola ricarica».

Una simile innovazione energetica non poteva che venire da Israele, paese assediato dai paesi arabi e dall’Iran, cioè dai maggiori produttori mondiali di petrolio, paesi da cui in prospettiva Israele non vorrebbe dipendere neanche per un litro di petrolio o un metro cubo di gas.

Il presidente del Centro, Doron Urbach, del dipartimento di chimica di Bar Ilan, spiega a No Camels che «il petrolio non ha futuro, sia a causa delle politiche che a causa delle future scarsità. C’è stato un cambiamento di mentalità nei politici che ha permeato l’automotive industry ed è andato tutto verso i produttori di batterie. Tutti vogliono le auto elettriche.

In realtà, è già possibile guidare per 150 chilometri con un’auto elettrica, che è sufficiente per l’israeliano medio, ma vogliamo aumentarli». Il più grande successo dell’elettrochimica moderna sono le batterie ioni-litio ricaricabili. Si tratta di una grande batteria per dispositivi elettronici, ma per una automobile ci sarebbe bisogno di molte di queste batterie.

Oggi, una batteria come una che la Better Place utilizza nelle sue auto elettriche pesa 300 kg, ed è sufficiente per uno spostamento di 150 km.

«Il nostro obiettivo – dice Urbach - è quello di estendere questo range senza peso e volume aggiuntivi». Un altro dei problemi che si trovano di fronte regolarmente i produttori di auto elettriche è la bassa velocità di ricarica delle batterie che, per contro, si scaricano molto rapidamente.

Il nuovo centro israeliano sta quindi lavorando allo sviluppo di super-condensatori che possano fornire la quantità richiesta di energia nella quantità di tempo desiderato e che potrebbero fornire una soluzione allo stoccaggio di energia, un problema decisivo per tutta la comunità scientifica.

Le nuove batterie avanzate potrebbero ridurre la dipendenza dal petrolio, uno dei problemi più grossi per un paese come Israele circondato da stati arabi ostili che spesso interrompono le vie di rifornimento, come è capitato con l’Egitto nel gasdotto del Sinai in seguito ad attacchi terroristici mai sufficientemente contrastati dalle autorità del Cairo.

DAMASCO - TEHERAN. IL BACIO MORTALE.

Bashar el Assad è convinto che vincerà la guerra civile contro l'opposizione armata. Ai giornali arabi nel fine settimana sono arrivate le confidenze dei collaboratori più vicini al presidente siriano: "E' certo che vincerà, che supererà questa crisi nazionale e che resterà al potere". Quante chance ha? Dal 18 luglio, quindi dal giorno in cui un attentato mai chiarito ha spazzato via i generali e i ministri al vertice del suo apparato di sicurezza, Assad ha intrapreso una spietata campagna di rimonta.

Ha bloccato l'offensiva dei ribelli nel nord attorno e dentro la città di Aleppo dando il via libera alle operazioni di bombardamento con i jet, mai osate prima per paura della reazione internazionale (la campagna NATO in Libia cominciò con la proposta di una "no fly zone", di una zona interdetta ai caccia del governo di Tripoli). Ha ignorato le defezioni del suo entourage politico, cosa resa più che mai facile dal fatto che i defezionisti, come il primo ministro Riyad Hijab e tre ministri, avevano cariche politiche di facciata, senza un potere reale.

Chi doveva staccarsi si è staccato. Ha recuperato il vicepresidente Farouk al Sharaa: dato in fuga verso la Giordania, scomparso per dieci giorni e riapparso do- menica — c'è chi sostiene sia stato intercettato e ora sia costretto a fare buon viso a cattivo gioco, perché di solito le defezioni sono smentite a stretto giro di posta nel giro di due-tre ore.

Assad sta seguendo e rispettando l'accordo di resistenza a oltranza stretto con Teheran e datato martedì 7 agosto, giorno della visita a Damasco di Said Jalili, capo del Consiglio di sicurezza iraniano (e anche negoziatore sul nucleare con le potenze occidentali). Jalili era stato il giorno prima anche a Beirut, in Libano, a parlare con i leader del movimento sciita Hezbollah, con lo steso obiettivo: compattare il fronte assadista e rassicurare i siriani sulla tenuta dell'impegno iraniano.

Ora l'esercito governativo sta sloggiando i ribelli dalla striscia urbana a sud di Damasco, quegli immensi sobborghi in prevalenza sunniti da dove salgono gli attacchi che hanno cancellato la vita dorata nella capitale. Il primo a cadere è stato Daraya, a soli cinque chilometri da Mezze, il quartiere elegante delle ambasciate nella capitale. Daraya era una sfida silenziosa al governo.

Fuori dal controllo del regime, si amministrava da solo, con spazzini e vigili urbani volontari, un giornale indipendente e la distribuzione nelle strade di volantini che invitavano a un futuro di riconciliazione fra le diverse confessioni religiose siriane. La stazione di polizia è stata saccheggiata e il municipio è chiuso. Inoltre Daraya confina con l'aeroporto militare, dove sono chiusi migliaia di prigionieri politici, parcheggiati gli elicotteri da combattimento e nel cui compound fortificato vivono numerosi ufficiali lealisti.

L'assalto contro i civili ha seguito lo stesso pattern di altre spedizioni punitive: il cordone di militari che sigilla l'area, il bombardamento indiscriminato sulle case, il rastrellamento e l'esecuzione, in questo caso di circa 300 persone. La TV di Stato addossa la responsabilità ai ribelli, definiti "terroristi", ma che interesse avrebbero avuto a compiere una strage in un'area sotto il loro controllo?

I giornalisti internazionali o qualsiasi altra fonte di verifica indipendente sono stati tenuti lontani dalla zona. La strage di Daraya prova al paese che Assad dispone ancora di una macchina di repressione funzionante e senza pietà. "Il popolo siriano non permetterà mai al complotto contro il paese di raggiungere i propri obiettivi ha dichiarato domenica il presidente.

Quello che ci sta succedendo oggi non è diretto soltanto contro di noi ma contro l'intera regione. La Siria è la pietra angolare, le potenze straniere prendono di mira noi per avere successo nell'intera regione". Poi ha specificato: "A ogni costo".

GOFFREDO BROGLIO E BRANKO ZIVKOVIC DOVE SONO?

"Vi ringrazio tanto per esservi preoccupati di me e della mia sicurezza, ma...". Robert Da Ponte, appena estradato dalla Germania dopo settimane di latitanza (e 350 milioni di euro che non si sa più dove siano), sorride nel carcere pratese della Dogaia dove ieri ha incontrato il giudice per le indagini preliminari Angelo Antonio Pezzuti per l'interrogatorio di rito.

Sorride, ringrazia ma, appunto, si trincera dietro il suo diritto di stare in silenzio: si avvale della facoltà di non rispondere, il faccendiere 63enne carico di segreti, e il gip Pezzutti dispone così il mantenimento della custodia cautelare in carcere.

Ad ascoltarlo c'era anche il PM Gianni Tei, che con il collega Giulio Monferini conduce l'inchiesta sulla finanziaria Rothsinvest, la società di Zurigo della quale Da Ponte era direttore e che per anni aveva abusivamente raccolto milioni di euro di circa 500 clienti italiani desiderosi di gonfi interessi sul capitale e, soprattutto, di riservatezza agli occhi del Fisco.

Da Ponte, americano, 64 anni, aveva creato in Italia una rete mai autorizzata di promotori finanziari che in circa dieci anni hanno raccolto i risparmi di centinaia, forse migliaia di clienti interessati a depositare il loro denaro in Svizzera, al riparo dal fisco italiano e con la promessa di incassare interessi intorno al 10% annuo.

Fra i collaboratori di Da Ponte c’erano anche personaggi legati a famiglie di camorra. Dopo la sua sparizione, alcuni di loro hanno temuto che potesse essere stato fatto fuori, forse da danarosi clienti dell’Est europeo (Montenegro??).

Da Ponte, difeso dagli avvocati Silvia Cocchi e Azzurra Tatti, è accusato di associazione a delinquere transnazionale finalizzata alla abusiva attività finanziaria e al riciclaggio internazionale.

Goffredo Broglio ??? Dov'é ??? In Montenegro ??? E Branko Zivkovic a Cetinje??? Questi due faccendieri che rapporti avevano con Vuk Boskovic, Consigliere per la Sicurezza Nazionale del Presidente della Repubblica del Montenegro Filip Vujanovic, morto in un strano "incidente d'auto" (la Polizia indaga) pochi giorni prima che Robert da Ponte venisse arrestato assieme al suo vice Paolo Porisiensi ambedue residenti in Montenegro???

ARMI: FACCIAMO FINTA DI NON SAPERE.

Nel 2011 gli Stati Uniti, già primi esportatori di armi, ne hanno vendute per una cifra record di 66,3 miliardi di dollari, rispetto ai 21,4 miliardi del 2010.

Ancora non è scoppiata la guerra, e qualche solida speranza che non accada continua a esistere. Ma il nuovo, eventuale conflitto nel Golfo Persico attorno al nucleare iraniano è già un grande affare. Come da molti anni - e questa volta più che nel passato - i Paesi della regione moltiplicano i loro arsenali. Solo nel 2011 l'Arabia Saudita ha comprato armi americane per 33,4 miliardi di dollari.

Sono i sauditi a garantire il fenomenale successo commerciale dell'apparato militare industriale americano dell'anno scorso. Nel 2010 gli Stati Uniti avevano venduto nel mondo armi per 21,4 miliardi di dollari (31 nel 2009). Secondo uno studio del Congress Research Service, una sezione della Library Congress di Washington, le vendite del 2011 si sono triplicate: 66,3 miliardi.

Cioè tre quarti del mercato globale degli armamenti di quell'anno: 85,3 miliardi di dollari. Il secondo grande esportatore, la Russia, ne ha venduti per 4,8 miliardi. Silenziosamente e spesso violando gli embarghi delle Nazioni Unite, i cinesi stanno invece conquistando il mercato dell'Africa sub-sahariana, escluso il Sudafrica.

Le forniture americane coprono tre quarti (79%) del mercato globale In campo i cinesi.  In un decennio la produzione militare cinese è aumentata del 95%. Pechino è alla conquista del mercato nell'Africa subsahariana mocratica del Congo, Costa d'Avorio, Sudan, Somalia: sono almeno 16 i Paesi africani clienti dei cinesi il cui export militare è sotto la supervisione delle forze armate, l'Esercito popolare di liberazione.

Fra i 16 ci sono i sette Paesi africani sanzionati con embargo ONU. In un decennio la produzione militare cinese è aumentata del 95%. Ma quello africano è più un business politico che economico: le armi che si esportano sono di scarso valore. Nel Golfo è un'altra storia: politica, militare e assolutamente economica per gli americani. Più di 33 miliardi i sauditi; 4,4 gli Emirati arabi uniti; 1,4 l'Oman.

L'Arabia Saudita da sola ha garantito la metà delle vendite da record degli Stati Uniti, l'anno scorso. Fuori dal Medio Oriente, il resto lo hanno soprattutto comprato gli indiani e Taiwan.

A CENTCOM, il quartier generale centralizzato per il Grande Medio Oriente, creato dagli Stati Uniti dopo l'n settembre, da tempo si organizzano giochi di guerra nel Golfo. Immaginando che Israele bombardi i siti nucleari iraniani, gli americani e i loro alleati simulano varie opzioni nel tentativo di dare una risposta alla domanda fondamentale: "cosa accadrà dopo?".

Si presume che gli iraniani risponderanno con 4,8 miliardi di Al secondo posto Pur essendo il secondo fornitore al mondo la Russia è molto lontana dagli Stati Uniti, con il 6% delle vendite al mondo una controffensiva missilistica sui Paesi del Golfo e soprattutto sui campi petroliferi sauditi; che riempiano di mine lo stretto di Hormuz per bloccare le esportazioni di greggio; che spingano Hezbollah libanese e Hamas a Gaza a lanciare i loro razzi su Israele; che scatenino un'offensiva terroristica ovunque sia possibile.

La guerra civile siriana avrà un nuovo drammatico impulso: ma fino a che le armi batteriologiche del regime di Assad resteranno nei loro arsenali, il conflitto non richiede armamenti sofisticati, per i governativi come per gli oppositori. Se invece una guerra regionale scoppierà, sarà di aerei, missili e intelligence.

Più che di eserciti convenzionali, sarà un conflitto altamente tecnologico.

Questo spiega l'alto costo degli acquisti dei Paesi arabi del Golfo. I sauditi hanno comprato 80 caccia-bombardieri F-15 di ultimissima generazione, le tecnologie per rimodernare altri 70 F-15 più vecchi, elicotteri Apache e Black Hawk, missili. Gli Emirati hanno acquistato uno scudo missilistico antimissile da tre miliardi e mezzo di dollari; l'Oman 18 aerei F-16.

Nessuno vuole la guerra, ma per non sbagliare tutti si preparano all'ipotetico Armageddon.

Syrian rebels announces roadmap for post-Assad

Syrian opposition activists announced they have drafted a political roadmap for the country’s development in the event of the ouster of President Assad. The project, initiated by US and German think tanks, is currently being presented in Berlin.

Developed by the US Institute of Peace and German Institute for International and Security Affairs as early as in January, the group put together a document titled, "The Day After Project: Supporting a Democratic Transition in Syria."

The authors reportedly include members of the Syrian National Council, the Muslim Brotherhood and other opposition groups, members of the Free Syrian Army and youth activists – some 50 people in total.

While no single leader has emerged to unify Syria’s opposition since internal conflict began in the country in March 2011, the group claimed their 120-page project lays out the development of a new national identity based on civic unity, citing South Africa's post-apartheid transition as an example.

The document, the first of its kind from the Syrian opposition, also offers recommendations for writing a new constitution and calls for a special independent tribunal to try former members of the regime for crimes committed against the Syrian people, AFP reported.

"We view this document as our collective contribution to an ongoing debate among Syrians – both inside and outside the country – about the most effective ways to manage the challenges that are sure to arise following the end of the Assad regime (which is an outcome that can no longer be in doubt)," the group said.

The presentation came the day after French President Francois Hollande called on the Syrian opposition to form a provisional government, and pledged that France would recognize it as legitimate.

Both steps will likely spur a new wave of diplomatic pressure against the government of Syrian President Bashar Al-Assad. But Syrian opposition forces remain fragmented and divided; many political experts say that even if Assad goes there is no guarantee that the bloodshed will end, and that the worst-case scenario of prolonged civil war is a distinct possibility.

Tuesday, August 21

Tripoli insanguinata. E non solo...

Ieri, ultimo giorno di Ramadan nella capitale della Libia, Tripoli, macchiato di sangue. Ieri, tre autobombe sono infatti esplose nel cuore della capitale libica, provocando vittime e feriti, mentre decine di fedeli si stavano preparando all'Eid al-Fitr, la festa che celebra la fine del mese sacro per i musulmani.

In base a una prima ricostruzione fornita dalle forze di sicurezza, riferiscono diversi media locali, la prima autobomba è saltata in aria vicino agli uffici del ministero dell'Interno, lungo la via Omar Al Mokhtar, senza provocare vittime. Giunti sul posto, gli inquirenti hanno trovato un'altra vettura imbottita di esplosivo e la strada è stata chiusa al traffico per un paio di ore.

Successivamente, altre due autobombe sono esplose vicino all'ex quartier generale dell'Accademia di polizia femminile, usato oggi dal ministro della Difesa per interrogatori e detenzioni. La deflagrazione — riferisce l'agenzia Ansa — ha provocato la morte di due giovani, che passavano su un'automobile al momento dell'attentato, e il ferimento di almeno quattro persone. Una fonte della sicurezza ha spiegato che gli ordigni sono stati attivati a distanza con un telecomandato.

Gli attacchi dinamitardi non sono stati ancora rivendicati e non ci sono sufficienti elementi per collegarli a eventuali responsabili, anche se il capo della Sicurezza libico, il colonnello Mahmoud Al-Cherif, ritiene una serie di attentati che gli attentati siano opera di ex sostenitori di Gheddafi.

A riguardo, a poche ore dalle esplosioni, è stata smantellata una rete di trentadue sostenitori del colonnello. Lo hanno confermato fonti della sicurezza. Le vittime degli attentati di ieri sono le prime a Tripoli dalla fine del regime di Gheddafi. Gli attacchi confermano la crescente tensione nel Paese, peggiorata da quando il Consiglio nazionale transitorio ha trasferito i poteri all'Assemblea legislativa.

Il Paese nord-africano, di recente, infatti, è stato colpito da una serie di attacchi: tre giorni fa un ordigno era scoppiato presso il quartier generale dei Servizi segreti militari a Bengasi, senza provocare vittime. E il 3 agosto scorso, una bomba è esplosa nel centro di Tripoli, provocando un ferito.

Gli attentati non hanno comunque impedito ai fedeli di recarsi in massa a Piazza dei Martiri per l'Eid el Fitr. Stesso scenario anche in altri Paesi: dall'Algeria, all'Iraq, al Pakistan, all'India. Anche se in alcuni Paesi non sono mancati episodi di violenza: nel sud dello Yemen, un uomo è entrato in una moschea e ha sparato all'impazzata, uccidendo sette persone.

Stessa dinamica seguita da un altro attentatore in Daghestan, nel Caucaso russo, dove un fedele è stato ucciso da un uomo che ha aperto il fuoco all'interno di una moschea. Nessun problema in Marocco dove, invece, il re ha concesso la grazia a 562 detenuti, tra cui 191 donne, 66 delle quali con bambini piccoli.

Gli USA minacciano la Siria, aggirando l’ONU

La condizione principale alla quale Lahdar Brahimi si è assunto la missione di pacificatore in Siria è che i suoi sforzi siano sostenute dalle grandi potenze. Gli USA, a giudicare dai fatti, stanno tentando di convincere il rappresentante speciale che l’ONU ha già esaurito le sue possibilità di disinnescare la crisi siriana. È evidente la crisi negli sforzi pacificatori della comunità mondiale.

Le cose stanno andando in modo tale che gli Usa intendono fare un ulteriore colpo al prestigio dell’ONU per ciò che riguarda il superamento delle crisi,- dice Alexej Podtserob, esperto dell’Istituto di Orientalistica presso l’Accademia delle Scienze Russa:

Gli americani hanno usato più volte la forza militare aggirando le decisioni dell’ONU. Ricordiamo la loro invasione di Panama, Grenada, la loro aggressione contro la Jugoslavia, l’invasione dell’Iraq nel 2003. Quali conseguenze avrebbe un attacco alla Siria? La Siria non è assolutamente in grado di contrastare gli USA, ma i siriani si batteranno a morte. In questo senso ci sarebbe una guerra estremamente sanguinosa in Medio Oriente.

Dell’eventuale intervento in Siria ha avvertito anche Barak Obama. Lunedì egli ha dichiarato che per il momento non ha impartito l’ordine su un intervento ma ha minacciato di cambiare posizione nel caso Damasco messa in opera armi chimiche o biologiche. È una sfida alla comunità mondiale che possiede i meccanismi convenzionali per prevenire l’uso di armi di sterminio di massa.

Il fatto che questi meccanismi debbano essere messi in opera in contatto con Damasco, lo dimostra la crescente minaccia che mezzi di sterminio di massa in Siria possono finire nelle mani di Al-Qaeda. Anzi, la possono aiutare ad entrarne in possesso gli USA stessi che sostengono l’opposizione armata siriana che punta, in misura sempre maggiore, sulla guerriglia di “Al-Qaede”.

Gli americani dicono di non fornire assistenza militare ai rivoltosi, ma incoraggiano in questo senso l’Arabia Saudita e il Qatar. Se l’opposizione siriana punta sempre di più su “Al-Qaeda”, essa non può non aiutarla anche con armamenti, con informazione intelligence che riceve dall’esterno. Dice Boris Dolgov, analista del Centro Studi Arabi dell’Istituto di Orientalistica presso l’Accademia delle Scienze Russa:In Afganistan e nello Yemen gli Usa stanno combattendo contro “Al-Qaeda” che hanno proclamato nemico numero uno. Contestualmente vediamo un simile sostegno di “Al-Qaeda” in Siria.

Oggigiorno gli USA e i maggiori paesi della NATO stanno tentando di rovesciare, ad opera degli islamisti radicali, il regime scomodo in Siria per poi utilizzare queste forze radicali a loro scopi. Ma è uno sbaglio, per non dire un giocare con il fuoco, simile a quello in Afganistan.

Lunedì Mosca ha avvertito dell’inammissibilità di contrabbando di armi in Siria. In una nota del Ministero degli Esteri della Federazione Russa si legge, in particolare, che Libia, Turchia e Libano sono diventati canali di fornitura di armi verso l’opposizione siriana.

Monday, August 20

UK and German spies feed intelligence to rebels

British and German spy Intelligence on Syrian government troop movement has been shared with rebels to aid attacks on pro-Assad forces, UK and German newspapers revealed on Sunday.

­An unnamed Syrian opposition official admitted that British intelligence is covertly aiding antigovernment forces in Syria, UK weekly newspaper the Sunday Times reported.

British authorities "know about and approve 100%" of intelligence from their Cyprus military bases being passed through Turkey to the troops of the rebel Free Syrian Army (FSA), the official said.

The UK owns two military bases on the island of Cyprus, one at Dhekelia and another at Akrotiri. The bases monitor regional airwaves and report to the GCHQ (Government Communications Headquarters), Britain’s national electronic surveillance center in Cheltenham, the report said.

"British intelligence is observing things closely from Cyprus. It's very useful because they find out a great deal," the official said. "The British are giving the information to the Turks and the Americans and we are getting it from the Turks."

According to the source, the most valuable intelligence has been about the movements of troops loyal to President Bashar al-Assad towards the city of Aleppo, which has recently become the ground for fierce clashes between the government and the rebels.

"The British monitor communications about movements of the government army and we got information about reinforcements being on their way to Aleppo," the official told the newspaper. "We hit at the government troops in Idlib and Saraqib [southwest of Aleppo], with success."

The official claimed that early in August, FSA fighters were given advance warning of two large columns of government troops advancing on Aleppo. One was from Latakia on the Mediterranean coast, and the other from the capital Damascus.

"We ambushed troops and a column of more than 40 tanks in a valley near Saraqib," the official said. "We cut them off and destroyed many of them with repeat attacks with rocket-propelled grenades."

German newspaper Bild also revealed on Sunday that Germany is much more active in Syria than was previously believed. German spies, stationed on ships off the Syrian coast, are transmitting intelligence to the FSA to aid in their campaign against the regime of President Bashar al-Assad, Bild reported.

Agents from Germany's Federal Intelligence Service (BND) are equipped with high-tech spy technology, allowing them to observe troop movements as far inland as 600 kilometers (400 miles). The spies pass their findings onto US and British officers, who then pass the intelligence along to the FSA, Bild said.

The newspaper also claims that BND agents are currently operating at a NATO base in Adana, Turkey, where they eavesdrop on phone calls and radio traffic within Syria.

"No Western Intelligence service has such good sources inside Syria" as Germany's BND, Bild quoted an unnamed US Intelligence official as saying.

CROAZIA E SLOVENIA AI FERRI CORTI.

È un autunno caldissimo quello che si preannuncia per i rapporti bilaterali tra Slovenia e Croazia. E la posta in palio è molto, ma molto grande: l'ingresso di Zagabria nell'Unione europea.

Secondo fonti diplomatiche riportate dal quotidiano Jutranji List il premier sloveno Janez Jan a starebbe preparando una vera e propria offensiva d'ottobre. Lubiana, infatti, sta predisponendo tutto quanto serve per spostare il contenzioso bilaterale sulla Ljubljanska Banka su un piano europeo.

Risultato? Il veto all'adesione della Croazia all'Ue (data prevista il prossimo 1 luglio). Ma non basta. La Slovenia vuole mettere sul piatto della bilancia anche la restituzione ai cittadini sloveni dei beni di loro proprietà confiscati in Croazia dal passato regime titino.

Insomma, una sorta di beni abbandonati in salsa slovena. La vertenza, a volte la storia sa essere veramente beffarda, potrebbe aprire nuove porte alla storica questione relativa ai beni abbandonati dai profughi italiani. Zagabria finora non ha versato neppure un euro dei 35 milioni di dollari che dovrebbe restituire all'Italia quale erede degli obblighi provenienti dagli Accordi di Roma del 1981 tra Roma e l'allora Jugoslavia di Tito.

E la Farnesina ha tutt'altro che abbassato la saracinesca sulla annosa vicenda. La Slovenia poi, come unico membro dell'Unione europea proveniente dalla frantumazione della ex Jugoslavia, può vantare a oggi una grossa influenza circa le questioni che riguardano i Balcani occidentali, tra cui, per l'appunto, l'adesione della Croazia.

In più può contare, in sede comunitaria, di alcuni forti alleati quali la Svezia, l'Olanda e la Gran Bretagna storicamente molto severi nel percorso intrapreso da Zagabria nel suo avvicinamento all'Ue. Un banco di prova determinante per la Croazia sarà la relazione di controllo sul Paese ex jugoslavo chela Commissione europea riceverà a ottobre e relativo al percorso di standardizzazione di Zagabria alle normative comunitarie.

In quell'occasione (da qui l'offensiva di ottobre) Lubiana chiederebbe lo stop alla Croazia sostenendo che, nel caso della Ljubljanska Banka, essa ha violato gli obblighi relativi al capitolo quarto del Trattato di adesione, anche se questa sezione non è sotto il controllo della Commissione.

Se la Slovenia dovesse riuscire a influenzare gli esiti dell'operazione di monitoraggio della Commissione la Croazia si verrebbe a trovare in acque decisamente burrascose, dove tenere la rotta per raggiungere la data del 1 luglio 2013 diverrebbe molto complicato. Per gli olandesi, infatti, la data del 1 luglio è puramente teorica mentre la Germania non fa segreto che l'adesione potrebbe slittare a fine 2013.

Come reagirà Zagabria?

Secondo gli analisti la questione dovrebbe essere presa in mano dal premier Zoran Milutinovie il quale dovrebbe convincere il suo "collega" sloveno Jan a che la Croazia non vuole minacciare gli interessi della Slovenia. Il premier croato dovrebbe poi nominare un emissario speciale che si occupi dei rapporti con Lubiana e dell'opera di lobbing presso gli altri Paesi europei.

A questo proposito appare cruciale l'inontro che lo stesso Milanovic avrà il prossimo autunno con la cancelliera tedesca Anglea Merkel e il presidente francese Francois Hollande.

Ottenere l'appoggio di Parigi e Berlino costituirebbe un salvacondotto non da poco da esibire sul tavolo europeo. Ma a favore della Croazia potrebbe anche giocare la Commissione stessa la quale, sempre più alla ricerca di un nuovo ruolo politico e istituzionale all'interno di un'Europa fortemente in crisi di identità, non gradirebbe che la data del 1 luglio 2013 da lei stessa indicata venisse di fatto cancellata.

Sunday, August 12

MASSIMILIANO LA TORRE E SALVATORE GIRONE

VIVERE EST MILITARE
SIETE IL NOSTRO ORGOGLIO!!! 
LA NOSTRA MEDAGLIA D'ORO!!!
DIO VI BENEDICA!!!

Mitt Romney Selects Paul Ryan


Ron Paul is finished. He got cleaned out. He couldnt even win his own state of Texas. The GOP primary is over. Get over it already.

Friday, August 10

Emails secret. Widespread. TrapWire surveillance.

Former senior intelligence officials have created a detailed surveillance system more accurate than modern facial recognition technology — and have installed it across the US under the radar of most Americans, according to emails hacked by Anonymous.

Every few seconds, data picked up at surveillance points in major cities and landmarks across the United States are recorded digitally on the spot, then encrypted and instantaneously delivered to a fortified central database center at an undisclosed location to be aggregated with other intelligence. It’s part of a program called TrapWire and it's the brainchild of the Abraxas, a Northern Virginia company staffed with elite from America’s intelligence community. The employee roster at Arbaxas reads like a who’s who of agents once with the Pentagon, CIA and other government entities according to their public LinkedIn profiles, and the corporation's ties are assumed to go deeper than even documented.

The details on Abraxas and, to an even greater extent TrapWire, are scarce, however, and not without reason. For a program touted as a tool to thwart terrorism and monitor activity meant to be under wraps, its understandable that Abraxas would want the program’s public presence to be relatively limited. But thanks to last year’s hack of the Strategic Forecasting intelligence agency, or Stratfor, all of that is quickly changing.

Hacktivists aligned with the loose-knit Anonymous collective took credit for hacking Stratfor on Christmas Eve, 2011, in turn collecting what they claimed to be more than five million emails from within the company. WikiLeaks began releasing those emails as the Global Intelligence Files (GIF) earlier this year and, of those, several discussing the implementing of TrapWire in public spaces across the country were circulated on the Web this week after security researcher Justin Ferguson brought attention to the matter. At the same time, however, WikiLeaks was relentlessly assaulted by a barrage of distributed denial-of-service (DDoS) attacks, crippling the whistleblower site and its mirrors, significantly cutting short the number of people who would otherwise have unfettered access to the emails.

On Wednesday, an administrator for the WikiLeaks Twitter account wrote that the site suspected that the motivation for the attacks could be that particularly sensitive Stratfor emails were about to be exposed. A hacker group called AntiLeaks soon after took credit for the assaults on WikiLeaks and mirrors of their content, equating the offensive as a protest against editor Julian Assange, “the head of a new breed of terrorist.” As those Stratfor files on TrapWire make their rounds online, though, talk of terrorism is only just beginning.

Mr. Ferguson and others have mirrored what are believed to be most recently-released Global Intelligence Files on external sites, but the original documents uploaded to WikiLeaks have been at times unavailable this week due to the continuing DDoS attacks. Late Thursday and early Friday this week, the GIF mirrors continues to go offline due to what is presumably more DDoS assaults. Australian activist Asher Wolf wrote on Twitter that the DDoS attacks flooding the WikiLeaks server were reported to be dropping upwards of 40 gigabytes of traffic per second on the site.

According to a press release (pdf) dated June 6, 2012, TrapWire is “designed to provide a simple yet powerful means of collecting and recording suspicious activity reports.” A system of interconnected nodes spot anything considered suspect and then input it into the system to be "analyzed and compared with data entered from other areas within a network for the purpose of identifying patterns of behavior that are indicative of pre-attack planning.”

In a 2009 email included in the Anonymous leak, Stratfor Vice President for Intelligence Fred Burton is alleged to write, “TrapWire is a technology solution predicated upon behavior patterns in red zones to identify surveillance. It helps you connect the dots over time and distance.” Burton formerly served with the US Diplomatic Security Service, and Abraxas’ staff includes other security experts with experience in and out of the Armed Forces.

What is believed to be a partnering agreement included in the Stratfor files from August 13, 2009 indicates that they signed a contract with Abraxas to provide them with analysis and reports of their TrapWire system (pdf).

“Suspicious activity reports from all facilities on the TrapWire network are aggregated in a central database and run through a rules engine that searches for patterns indicative of terrorist surveillance operations and other attack preparations,” Crime and Justice International magazine explains in a 2006 article on the program, one of the few publically circulated on the Abraxas product (pdf). “Any patterns detected – links among individuals, vehicles or activities – will be reported back to each affected facility. This information can also be shared with law enforcement organizations, enabling them to begin investigations into the suspected surveillance cell.”

In a 2005 interview with The Entrepreneur Center, Abraxas founder Richard “Hollis” Helms said his signature product “can collect information about people and vehicles that is more accurate than facial recognition, draw patterns, and do threat assessments of areas that may be under observation from terrorists.” He calls it “a proprietary technology designed to protect critical national infrastructure from a terrorist attack by detecting the pre-attack activities of the terrorist and enabling law enforcement to investigate and engage the terrorist long before an attack is executed,” and that, “The beauty of it is that we can protect an infinite number of facilities just as efficiently as we can one and we push information out to local law authorities automatically.”

An internal email from early 2011 included in the Global Intelligence Files has Stratfor’s Burton allegedly saying the program can be used to “[walk] back and track the suspects from the get go w/facial recognition software.”

Since its inception, TrapWire has been implemented in most major American cities at selected high value targets (HVTs) and has appeared abroad as well. The iWatch monitoring system adopted by the Los Angeles Police Department (pdf) works in conjunction with TrapWire, as does the District of Columbia and the "See Something, Say Something" program conducted by law enforcement in New York City, which had 500 surveillance cameras linked to the system in 2010. Private properties including Las Vegas, Nevada casinos have subscribed to the system. The State of Texas reportedly spent half a million dollars with an additional annual licensing fee of $150,000 to employ TrapWire, and the Pentagon and other military facilities have allegedly signed on as well.

In one email from 2010 leaked by Anonymous, Stratfor’s Fred Burton allegedly writes, “God Bless America. Now they have EVERY major HVT in CONUS, the UK, Canada, Vegas, Los Angeles, NYC as clients.” Files on USASpending.gov reveal that the US Department of Homeland Security and Department of Defense together awarded Abraxas and TrapWire more than one million dollars in only the eleven months.

News of the widespread and largely secretive installation of TrapWire comes amidst a federal witch-hunt to crack down on leaks escaping Washington and at attempt to prosecute whistleblowers. Thomas Drake, a former agent with the NSA, has recently spoken openly about the government’s Trailblazer Project that was used to monitor private communication, and was charged under the Espionage Act for coming forth. Separately, former NSA tech director William Binney and others once with the agency have made claims in recent weeks that the feds have dossiers on every American, an allegation NSA Chief Keith Alexander dismissed during a speech at Def-Con last month in Vegas.