Monday, September 17

RUSSIA: PASSAGGIO A NORD-EST.

Potenzialità per le imprese, con alcuni nodi da sciogliere. La Russia rilancia l'Unione eurasiatica. Legami economici più stretti con Astana e Minsk Sono i Paesi che parte dell'Unione eurasiatica tra repubbliche ex sovietiche per costruire «un ponte tra le economie di Europa e Asia», con lo sguardo verso Bruxelles, modello da imitare e grande partner commerciale.

Dieci giorni fa il presidente russo Vladimir Putin ha scelto la platea degli imprenditori dell'area APEC, il forum di cooperazione Asia-pacifico, per rilanciare il suo progetto.

Un nuovo tassello dopo l'ingresso appena conquistato nella Wto, l'Organizzazione mondiale del commercio. E uno scatto in avanti dell'Unione doganale già esistente tra Mosca, Kazakhstan e Bielorussia per arrivare a un'integrazione più stretta nell'arco dei prossimi tre anni.

Con l'obiettivo finale di «una comunità armoniosa delle economie da Lisbona a Vladivostok» e l'abolizione del regime di visti tra i Paesi Csi e l'Unione europea. Il cantiere è aperto, con nuove prospettive per le imprese italiane.

Se ne parlerà dopodomani a Roma alla conferenza organizzata dall'Istituto di Alti Studi in geopolitica e scienze ausiliarie (ISAG), con il patrocinio dei Ministeri degli affari esteri e dello sviluppo economico (ore 9, Sala delle Colonne di Palazzo Marini, Camera dei deputati).

Il processo di integrazione prende le mosse nel 1995, con la firma dei Trattati sull'Unione doganale e sullo Spazio economico comune. Il 1 luglio 2010 viene raggiunta la tappa più significativa, con l'entrata in vigore del codice doganale, mentre a partire dal i gennaio di quest'anno il territorio di Russia, Bielorussia e Kazakhstan viene dichiarato ufficialmente «spazio economico comune» sullabase dei principi del libero scambio di merci, servizi, cittadini e capitali.

La sfida è costruire un mercato unico, a partire dall'abbattimento delle frontiere interne, proprio come è avvenuto in Europa. «L'unificazione, in buona parte già avvenuta, e in parte ancora in atto di parametri sanitari, norme tariffarie e politiche sulla concorrenza - spiega il presidente dell'IsagTiberio Graziani - permette oggi agli imprenditori italiani di rapportarsi ai tre Paesi come a un soggetto progressivamente sempre più unitario per quanto riguarda il commercio internazionale.

Molte imprese che già oggi lavorano nella Federazione russa, ad esempio, potranno affacciarsi sul mercato kazako con maggiore facilità. La Ue potrà trovare un nuovo grande mercato di sbocco e i tre Paesi fornitori di energia potranno così accelerare il processo di modernizzazione e di diversificazione delle loro economie».

Per Serena Giusti, docente di istituzioni europee e politica estera russa all'Università Cattolica di Milano e ricercatrice dell'ISPRI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) «il progetto è un tentativo della Federazione russa di mantenere la propria influenza economica e politica e di rafforzare il proprio ruolo nei confronti della Ue, ma anche della Cina.

Sarà però un processo molto lungo e complesso, con numerosi nodi da sciogliere, primo tra tutti il futuro comportamento dell'Ucraina, che dovrà sceliere tra l'adesione all'Unione eurasiatica e l'avvicinamento all'Unione europea».

Interrogativi geopolitici ma anche economici che dovranno trovare una risposta. Con l'iter di adesione della Russia alla WTO, completatato quest'estate, ad esempio, Mosca ha sottoscritto l'impegno ad adeguarsi ai nuovi standard del commercio mondiale.

Gli altri due partner - Kazakhstan e Bielorussia - non sono però membri nell'Organizzazione di Ginevra. I promotori dell'Unione doganale hanno più volte insistito sull'affinità dei princìpi che regolano la zona di libero scambio a quelli della Wto, auspicando una progressiva "europeizzazione" degli standard di sicurezza e Antitrust all'interno dell'Unione doganale e occorrerà capire come queste parole si tradurranno nella realtà.

Secondo Graziani «l'Unione può rappresentare un percorso di coinvolgimento progressivo, favorendo ad esempio la graduale transizione di un Paese come la Bielorussia, verso standard economici più prossimi a quelli europei».

SONO PASSATI 209 GG E NESSUNO SI VERGOGNA

Massimiliano Latorre e di Salvatore Girone, i due sottoufficiali del Battaglione San Marco addetti alla protezione della petroliera Enrica Lexie, fermati il 20 febbraio a Kochi perché sospettati di aver sparato a due pescatori indiani scambiandoli per pirati. I Marò sono diretti al commissariato di Ernakulam, l'ufficio della polizia nel quale debbono firmare ogni giorno un registro che attesta la loro presenza nella capitale del Kerala.

Il compito quotidiano è il solo punto fermo delle loro lunghe e monotone giornate. Il tribunale di Kollam, una città a circa 200 chilometri da Kochi, ha fissato questo obbligo quando, il 2 giugno, ha deciso di scarcerarli su cauzione.

Li accompagnano due militari italiani della delegazione che li assiste. I sacchetti che hanno in mano li dicono probabilmente reduci da un modesto shopping. Tutto il gruppo viene dall'hotel Trident. Nell'albergo Latorre e Girone ammazzano l'attesa infinita cercando di tenersi occupati.

Entrambi hanno a loro disposizione alcuni attrezzi per fare ginnastica. L'hotel Trident ha attivato anche una connessione internet che gli consente di navigare sul WEB e di rispondere alle E-mail, il mezzo più economico per comunicare con le famiglie (ma nelle loro stanze c'è anche una linea telefonica esterna).

FRA UN PAIO di settimane la Corte Suprema di Nuova Delhi dovrebbe pronunciare il verdetto cruciale per le loro vite. Il condizionale è d'obbligo, perché la Seconda sezione non ha ancora indicato una data precisa per l'udienza. I magistrati dovranno stabilire se la competenza territoriale del processo è italiana o indiana e se i due fucilieri del San Marco sono coperti dalla «immunità funzionale».

In attesa di questo verdetto l'alta corte di Kochi ha sospeso il suo pronunciamento sul ricorso per la traduzione in italiano degli atti che la polizia ha prodotto a sostegno dell'accusa. Tutto l'assetto delle cosiddette prove è più che precario.

A cominciare dalla circostanza che l'autopsia del professor Sasikala, direttore del Laboratorio di anatomo patologia del Kerala, sui proiettili trovati nei corpi dei pescatori ammazzati, descriveva pallottole di calibro 7,62 molto più grande del 5,56 quello delle munizioni dei fucili Beretta SC70-90 e delle mitragllatrici FN in dotazione al nucleo di protezione della Enrica Lexie.

Il relitto del peschereccio è stato salvato in extremis dall'affondamento nel porto di Kochi.

La debole tesi dell'Italia è basata sul fatto che la petroliera era in acque internazionali, è che il processo spetta ai giudici di Roma. Il ministro degli Esteri Giulio Terzi di Santagata bisbiglia: «C'è stato fatto un torto e vogliamo che sia riconosciuto, non intendiamo risolvere la questione con sotterfugi». «Il problema — ha rincarato — si è creato con la furbizia di chi ha costretto la nave a entrare in porto. I Marò sono stati fatti scendere con la forza».

I FATTI: quando vedono avvicinarsi un peschereccio che non risponde alle richieste d'identificarsi, esplodono dei colpi d'avvertimento, convinti che si tratti di pirati. I due Marò sono poi arrestati con l'accusa di aver ucciso due pescatori conoscere il peschereccio che aveva tentato di abbordare la sua nave.

La Convenzione UNCLOS (United Nations Convention of the Law of the Sea), ratificata dall'India nel 1995, prevede che le false comunicazioni sono un «illecito penale».

Il Kerala ha obiettato che il trattato non si applica perché non c'è ancora una legge nazionale di attuazione. L'ex ministro della difesa Ignazio La Russa è pessimista e chiede che si valuti il ritiro dei contingenti italiani da tutte le missioni antipirateria e addirittura da quelle delle Nazioni Unite che li vedono al fianco di soldati indiani (per esempio la UNFIL2 in Libano).

«Ciò che è stato fatto finora — ha argomentato — non è sufficiente».

Ottavio Missoni: «Noi dalmati siamo mediterranei»

Lo stilista Ottavio Missoni e il dirigente per le Relazioni internazionali della Regione Veneto, Diego Vecchiato, presenti di persona; l'ambasciatore dell'ONU (?) e sottosottosottosegretario di Stato del Governo Monti, Staffan de' Mistura, collegato telefonicamente perché impegnato all'estero (?). 

Sono loro, accolti ieri "Honoris Causa" nell'ambito di una solenne cerimonia fra gli Uomini illustri della Dalmazia, i testimoni del secolare legame che lega la terra del litorale adriatico orientale con Trieste. 

Nel corso di un appuntamento a Trieste che ha visto la sala del Consiglio comunale gremita di ospiti e caratterizzata dalla vicinanza cromatica fra il rosso vivo del gonfalone della città e quello porpora dei numerosi mantelli dalmati presenti, sono state consegnate le insegne che rappresentano l'ingresso nel consesso. 

Sono state conferite dalla Congregazione dei discendenti delle Famiglie nobili, patrizie e degli Uomini illustri di Dalmazia «e vanno alle personalità - ha spiegato il presidente della Congregazione, Renzo de' Vidovich - che hanno dato lustro alla componente italiana dei territori dell'Adriatico orientale». 

A presenziare alla cerimonia il sindaco, Roberto Cosolini, il presidente del Consiglio comunale Iztok Furlanic, che ha fatto gli onori di casa, l'assessore provinciale Mariella De Francesco in rappresentanza della giunta di palazzo Galatti e il consigliere regionale Bruno Marini, «unico esponente nell'aula di piazza Oberdan - ha tenuto a sottolineare quest'ultimo - delle migliaia di famiglie di profughi, che una settimana fa hanno fra l'altro celebrato il centenario della morte del beato Francesco Bonifacio, ucciso in odium fidei». 

Cosolini ha voluto rimarcare che «Trieste è una città che per vocazione storica è capace di accogliere chiunque», ribadendo «l'importanza della memoria storica, soprattutto quando ne è affidata la custodia ai più giovani». Ma il momento più atteso è stato quello dei discorso dei due nuovi "Uomini illustri della Dalmazia". Mentre Vecchiato è stato breve e sobrio, ringraziando per il titolo ricevuto e ricordando «la grande tradizione storica della Dalmazia», Missoni, col suo noto carattere espansivo, ha voluto rivolgersi ai presenti in dialetto. «La Dalmazia - ha affermato fra l'altro: " ..... xe' Dalmazia e basta!!! Sbaglia chi la vol definir Croazia del Sud. Noi dalmati semo mediterranei e fratelli del litorale, non altro". 

Nel pronunciare queste parole Missoni, che è anche presidente dei Dalmati nel mondo, ha commosso molti dei presenti in sala, scatenando un applauso particolarmente sentito. 

In chiusura, de' Vidovich ha voluto ricordare che la Congregazione «si è recentemente battuta per ottenere che il testo in latino del "Pater noster", scritto da San Gerolamo, dalmata di origine, rimanesse quello conosciuto e non fosse modificato come qualcuno, all'interno della chiesa, aveva chiesto». 

Dopo la cerimonia, tutti al Caffè degli Specchi per un rinfresco a base di specialità e prodotti d'eccellenza della Dalmazia. Incantevole incontro e... ottimo caffè. Grazie Tato.

Jihadi foreign groups operating in Syria

U.N. investigators confirmed that foreign elements,” including jihadists, are operating in Syria. The independent panel also alleged that both the Syrian government and the rebels committed war crimes during the country’s ongoing conflict.

­The independent investigations panel appointed by the UN’s Human Rights Council reported that some of the foreign elements joined rebel groups, while others acted independently. “Such elements tend to push anti-government fighters towards more radical positions,” the head of the panel warned.
The investigators also presented a list of Syrian Army units and individuals who should stand trial on suspicions of war crimes.

The team’s head, Paulo Pinheiro, said that their investigations yielded a “formidable and extraordinary body of evidence,” and called for the Security Council to refer the cases to the International Criminal Court.
"The Commission considers it improper to publicly release the names due to the lower standard of proof employed by commissions of inquiry as compared to a court of law," added Pinhiero.

The international community is unable to reach a consensus on solving the increasingly militarized conflict in Syria, which has raged for the past 18 months. The West and several Gulf nations are pushing for the removal of President Bashar al-Assad, while Russia and China argue that he should only step down if the Syrian people vote him out.

Friday, September 14

La profezia di Gheddafi e l'errore di Obama.

 Un commando terrorista interno e perfettamente in sincrono con un corteo di massa mai si è vista una azione di terrorismo islamico così diabolicamente articolata. Il risultato è, per gli Stati Uniti, sconvolgente e umiliante. Poco importa se l'azione è di al Qaida, odi altri. Il dato di fatto è che si è avverata la profezia di Gheddafi ("semi abbattete, al Qaida avrà mano libera in Libia"), che mette a nudo gli errori strategici della guerra di Libia e la fallace concezione dell'intriseco senso del terrorismo islamico dell'Amministrazione Obama. Il fatto che l'abbattimento di Gheddafi sia stato conseguito non dalla forza politico-militare dei ribelli, ma dall'importante apporto dei bombardamenti NATO, ha prodotto una "nuova Libia balcanizzata", in cui non è emersa una forza militare egemone, ma decine di gruppi armati che via via si sono inseriti nei territori liberati dalle bombe Nato. A proteggere l'ambasciata americana di Bengasi non c'era un minimo di copertura militare libica, perché non ne esiste una che sovrasti i "signori della guerra" locali. I 50 membri del commando armati di missili Rpg e granate hanno agito indisturbati perché Bengasi, come tutta la Libia, è spartita tra rais locali, radicati con le buone o con le cattive sui loro territori, non contrastati da alcun potere centrale. Anche in Iraq, Egitto e Afghanistan operano - ecco- me! -gruppi terroristici e jihadisti, ma sono contrastati manu militari dalle Forze armate dei governi (l'Egitto nel Sinai dà chiari segni di un impegno straordinario in questa direzione). Persino in Siria sono molte le azioni dei ribelli contro i gruppi qaidisti. Nulla di tutto ciò accade in Libia dove, sin dall'inizio della guerra, qaidisti e altri gruppi agiscono indisturbati. E accumulano consenso. Ma Chris Stevens non è stato trucidato soltanto a causa della mancata protezione della "nuova Libia": la sua scorta esigua è stata decisa non per un errore tecnico, o una falla dei servizi americani, ma a causa della stessa "dottrina Obama" sul senso del terrorismo islamico. Concepito come una "banda" slegata dal corpus dell'islam, l'universo qaidista è combattuto dalla Casa Bianca a suon di droni, di "kill list", di commandos à la Abbottabad. Operazioni di polizia e servizi ipertecnologiche. Nulla, nulla, sul piano politico, per recidere il consenso tra fondamentalismo e terrorismo. Obama e i democratici non solo non colgono ma addirittura negano che vi sia un nesso indissolubile tra jihadismo terrorista e fondamentalismo islamico, negano la evidente contiguità dottrinale e religiosa tra l'universo terrorista e il corpus dell'islam. Sino a quando non scoprono che, a Bengasi, i terroristi colpiscono al massimo livello proprio perché hanno capacità di muoversi come "pesci nell'acqua" internamente cortei di massa di musulmani fanatici. Ma neanche ora ne traggono le conseguenze; è tragicomico vedere che la prima reazione della Casa Bianca è stata quella di inviare altri droni e 200 marines in Libia, come se si trattasse di contrastare dei gangster.

Ecco i bersagli dei Droni dopo l'attacco a Bengasi.

Il patto tradito con il Cairo e Sana'a.  Non farà come Reagan e Clinton, la sua risposta avrà una parte visibile, di deterrenza e minaccia, e una parte clandestina dice il presidente americano Obama dopo l'uccisione in Libia dell'ambasciatore Cristopher Stevens. Che forma prenderà la reazione della Casa Bianca questa volta? Nel 1986 Ronald Reagan ordinò il bombardamento della Libia dopo l'attentato ordinato dal regime di Gheddafi a una discoteca tedesca frequentata da soldati americani. 

Nel 1998 Bill Clinton ordinò il bombardamento di sei campi di al Qaida in Afghanistan e di un sito in Sudan dopo gli attentati a due ambasciate in Africa. E' certo che oggi non sarà così rapida. La risposta di Obama avrà una parte visibile, di deterrenza e minaccia, e una parte clandestina. Due incrociatori sono stati spostati poco al largo delle coste africane e una forza di reazione rapida di duecento marine si sta occupando del rafforzamento della sicurezza attorno ai diplomatici americani. 

Le due navi da guerra, la Uss Laboon e la Uss McFaul, hanno missili Tomahawk che possono colpire con precisione bersagli sulla terraferma e offrono al Pentagono un'opzione in più. E' la stessa arma scelta da Clinton nel 1998. La parte clandestina è affidata al mezzo preferito dall'Amministrazione Obama, i droni. Il Pentagono ammette che le Cap, le perlustrazioni effettuate con gli aerei senza pilota, non sono mai cessate sulla Libia. Erano andate avanti con discrezione anche dopo la fine della guerra, di cui erano stati protagonisti parecchio rumorosi: 145 missioni di bombardamento, molto più che sulle aree tribali del Pakistan. 

Lo stesso Gheddafi è morto il 20 ottobre 2011 perché il suo convoglio in fuga da Sirte è stato bloccato da un drone: poi i ribelli lo raggiunsero e fecero il resto. Grazie a un accordo riservato con il governo di Tripoli, non hanno mai lasciato il paese. Ci sono informazioni - che per il momento non è possibile confermare - su operazioni di droni armati con missili già avvenute nell'est della Libia, dove la densità di gruppi estremisti è più alta. A maggio ci sono state misteriose esplosioni in alcuni campi nella zona di Dama, secondo una fonte della Cnn. E' la città considerata più pericolosa: da lì è partita la maggioranza dei volontari libici che sono andati a combattere in Iraq contro gli americani. 

Secondo un'altra fonte, un funzionario libico del governo, un comandante islamista sostiene che nello stesso periodo il suo campo è stato bombardato. Se è già successo, potrebbe succedere ancora, a maggior ragione adesso che i libici hanno dimostrato di non essere in grado di Il governo egiziano ha respinto la richiesta americana di mandare più marine a proteggere l'Ambasciata: "Facciamo noi" proteggere gli americani nel paese - martedì notte il comandante delle guardie libiche del Consolato ha indicato agli assalitori dove si erano nascosti gli americani sopravvissuti alla prima ondata di attacco. 

Fonti americane dicono alla Cnn che i droni stanno sorvolando l'area attorno a Bengasi in cerca di bersagli. Sulla lista dei sospetti ci sono le brigate Omar Abdul Rahman, che a giugno hanno attaccato anche l'ambasciatore inglese e gli uffici della Croce Rossa a Misurata. Noman Benotman, analista della Quilliam Foundation londinese e ex capo di al Qaida in Libia, è convinto che quanto è successo al Consolato sia collegato direttamente a un video diffuso tre giorni fa su Inter-net da Ayman al Zawahiri per l'undicesimo anniversario dell'll settembre in cui il capo di al Qaida conferma la morte di Abu Yahia al Libi. 

"Il suo sangue vi chiama, e vi spinge e vi incita a combattere e a uccidere". E' considerato un "via libera" all'esecuzione dell'attacco contro gli americani. All'inizio dell'estate le brigate hanno messo su Internet il video del primo attacco al Consolato di Bengasi, datato 5 giugno, una serie di esplosioni notturne inframezzate da spezzoni di Osama bin Laden e Zawahiri, tanto per chiarire la linea ideologica senza possibilità di equivoci. Nel video il gruppo afferma di avere lanciato l'attacco in risposta alla notizia della morte di al Libi, colpito da un drone in un'area tribale del Pakistan. 

Per questo motivo martedì le parole di Zawahiri sono suonate sospette, a tre mesi di distanza. Nel video si dice che l'attacco è stato lanciato in corrispondenza con i preparativi per l'arrivo di un funzionario di alto livello del dipartimento di stato. "La scelta di tempo - scrisse Benotman in un report a giugno - indica che il gruppo segue e raccoglie attivamente informazioni sulle attività diplomatiche nel paese". Chi finisce quindi nel mirino dei droni? Secondo i servizi di sicurezza libici tra Bengasi e Dama ci sono circa 20-30 jihadisti "hardcore" che potrebbero finire nella kill list della Casa Bianca. 

Due nomi. Uno è Abdulbasit Azuz, che è in collegamento diretto con Zawahiri ed è stato mandato da lui nel paese africano l'anno scorso, quando è scoppiata la rivolta contro il regime. Azuz è un veterano dei tempi dell'Afghanistan ed è stato anche a Belmarsh, la prigione di massima sicurezza britannica, dopo gli attentati del luglio 2005, perché l'Intelligence lo teneva d'occhio per la sua campagna di reclutamento di estremisti a Manchester. Il secondo nome è Sufian bin Qamu, conosciuto anche come Abu Faris al Libi, un ex detenuto di Guantanamo che ha un campo nascosto nella zona boscosa di dama, vicino alla costa del Mediterraneo.

 Quando il governo ha mandato nell'est del paese il gran mufti Sadiq al Gharayli per stringere un patto di non belligeranza fra Tripoli e i cinque comandanti delle brigate estremiste, Qamu è stato l'unico a rifutarsi di firmare, perché vuole avere la libertà - anche formale - di compiere attacchi. Anche Qamu, 53 anni, è stato in Afghanistan e Pakistan. In Libia il patto politico militare con l'America è stato tradito in modo disastroso e spettacolare. 

L'ambasciatore Christopher Stevens era il simbolo di quel patto, quasi un eroe nazionale libico: durante la guerra il regime di Gheddafi trasmetteva le sue telefonate con il Consiglio dei ribelli come prova delle interferenze straniere. L'America contava sul governo di Tripoli per la sicurezza in Libia - ora potrebbe prendere iniziative unilaterali. 

Non è il solo accordo che sta cedendo, alla prova delle proteste violente contro il film su Maometto C'è il patto politico militare ignorato dallo Yemen. Là le forze di sicurezza locali non hanno sbarrato la strada a cinquecento manifestanti che sono entrati con la violenza nell'Ambasciata nella capitale Sana'a - fortunatamente l'edificio è una fortezza costruita a settori concentrici e quelli hanno espugnato solo il primo, il più esterno, e non gli altri dove erano chiusi, pregando per il meglio, gli americani. 

Però a Washington si chiedono: è possibile che le stesse forze di sicurezza yementie che riescono a tenere lontane cinquemila manifestanti furiosi dalla casa dell'ex presidente Ali Abdullah Saleh non riescono a fermarli quando sono dieci volte meno (forse perché sono ancora agli ordini di Yahya Saleh, nipote dell'ex autocrate)? Con tutti i milioni di dollari che gli diamo ogni anno? 

E c'è - più importante di tutti - il patto militare politico con l'America ignorato dall'Egitto. Al Cairo le forze di sicurezza lo- cali non sono riuscite a fermare le proteste davanti all'Ambasciata americana anche se quasi ogni giorno disperdono con le brutte maniere quelle davanti all'ambasciata siriana, due isolati più in là. Di nuovo: con tutti i milioni di dollari che Washington dà ai generali ogni anno (1,3 miliardi, per la precisione), davvero finisce con la bandiera nera dei salatiti che sventola sul muro esterno? 

Ieri il governo del Cairo ha respinto la richiesta americana di mandare più marine a proteggere l'Ambasciata. "La protezione la garantiamo noi".

MITT ROMNEY: ARAB UPSPRINGS

What happened after we knew that at least one unidentified American was dead in the Embassy (as it was reported last night), but actually a Consulate – not that it matters – called for a statement. Our sovereign spot on Egyptian soil had been seized. Imagine Americans doing that to the Egyptian Embassy in this country. It called for a statement, and how unfortunate for the State Department and Obama that that ignorant notice went up on the Government website. Did you miss it? Here it is:


U.S. Ambassador Christopher Stevens Murdered and Dragged Through the Streets 9-11-12

The Embassy of the United States in Cairo condemns the continuing efforts by misguided individuals to hurt the religious feelings of Muslims – as we condemn efforts to offend believers of all religions. Today, the 11th anniversary of the September 11, 2001 terrorist attacks on the United States, Americans are honoring our patriots and those who serve our nation as the fitting response to the enemies of democracy. Respect for religious beliefs is a cornerstone of American democracy. We firmly reject the actions by those who abuse the universal right of free speech to hurt the religious beliefs of others.

The history of this Administration shows that our Government intended to say exactly what it said. Obama says he wasn’t aware of the statement of his own State Department, just as he said he didn’t know the DNC has taken “God” and “God-given Potential” out of the party platform. What Obama didn’t, and doesn’t know, will fill history books as no other President’s ignorance has in all the years of our presidential history.
Begin transcript:
MITT ROMNEY: Good morning. Americans woke up this morning with tragic news and felt heavy hearts as they considered that individuals who have served in our diplomatic core were brutally murdered across the world. This attack on American individuals and embassies is outrageous, it’s disgusting, it breaks the hearts of all of us who think of these people who have served during their lives for the cause of freedom, and justice and honor. We mourn their loss and join together in prayer that the spirit of the All Mighty might comfort the families of those who have been so brutally slain. Four diplomats lost their life, including the U.S. Ambassador J. Christopher Stevens in the attack on our embassy at Benghazi, Libya – and of course with these words I extend my condolances to the grieving loved ones who have been left behind as a result of these who have lost their lives in the service of our Nation, and I know that the people across America are grateful for their service, and we mourn their sacrifice. America will not tolerate attacks against our citizens and against our embassies. We’ll defend also our constitutional rights of speech, and assembly, and religion. We have confidence in our cause in America. We respect our Constitution. We stand for the principles our Constitution protects. We encourage other nations to understand and respect the principles of our Constitution, because we recognize that these principles are the ultimate source of freedom for individuals around the world.
Possibly the Administration was wrong to standby a statement sympathizing with those who had breached our embassy in Egypt instead of condemning their actions. Its never too early for the United States Government to condemn attacks on Americans and to defend our values. The White House distanced itself last night from the statement saying it wasn’t cleared by Washington. That reflects the mixed signals they are sending to the world. The attacks in Libya and Egypt underscore that the world remains a dangerous place and that American leadership is still sorely needed. In the face of this violence, America cannot shrink from the responsibility to lead. American leadership is necessary to insure that events in the region don’t spin out of control. We cannot hesitate to use our influence in the region to support those who share our values and our interests. Over the last several years we’ve stood witness to an Arab Spring that presents an opportunity for a more peaceful and prosperous region, but also poses the potential for peril if the forces of extremism and violence are allowed to control the course of events. We must strive to insure that the Arab Spring does not become an Arab Winter. With that I’m happy to take any questions you may have. [Romney calls on 'Steve.']

REPORTER: The statement you referred to was a toughly worded statement last night. Do you regret the tone at all given what we know?

ROMNEY: The Embassy in Cairo put out a statement after their grounds had been breached, protestors were inside the grounds, they reiterated that statement after the breach. I think it’s a terrible course for America to stand in apology for our values, that instead when our ground are being attacked and being breached that the first response of the United States must be outrage at the breach of the sovereignty of our Nation, and apology for America’s values is never the right course.

REPORTER: Governor Romney do you think, though, coming so soon after the events really had unfolded overnight was appropriate, to be weighing in on this as this crisis is unfolding in realtime?

ROMNEY: The White House also issued a statement saying it tried to distance itself from those comments and said they were not reflecting of their views. I had the exact same reaction. These views were inappropriate. They were the wrong course to take when our Embassy has been breached by protestors. The first response should not be to say, yes, we standby our comments that suggest that there is something wrong with the right of free speech.

REPORTER: What did the White House do wrong, then, Governor Romney if they put out a statement saying they disagreed it?

ROMNEY: Their Administration spoke. The President takes responsibility, not just for the words that come from his mouth but also for the words that come from his Ambassadors from his Administration, from his Embassies, from the State Department. They clearly sent mixed messages to the world, and the statement that came from the Administration, and the Embassy is the Administration. The statement that came from the Administration was a statement which is akin to apology and I think was a severe miscalculation.

REPORTER: You talk about mixed signals. The world was watching. Isn’t this assault a mixed signal when you criticize the Administration when Americans are being killed? Shouldn’t politics stop?

ROMNEY: We have a campaign for the Presidency of the United States and are speaking about the different courses we would each take with regard to the challenges that the world faces. The President and I, for instance, have differences of opinion with regards to Israel and our policies there, with regards to Iran, with regards to Afghanistan, with regards to Syria. We have many places of distinctions and differences. We join together in the condemnation of attacks on the American Embassies and the loss of American life and join in sympathy for these people. But it’s also important for me, just as it was for the White House last night by the way, to say that the statements were inappropriate, and in my view a disgraceful statement on the part of our Administration to apologize for American values.

REPORTER: Governor, some people have said that you jumped the gun a little in putting that statement out last night and you should have waited until more details were available. Do you regret having that statement come out so early before we learned about all the things that were happening?

ROMNEY: I don’t think we ever hesitate when we see something which is a violation of our principles. We express immediately when we feel that the President and his Administration have done something which is inconsistent with the principles of America. Simply put, having an Embassy which has been breached and has protestors on its grounds, having violated the sovereignty of the United States, having that Embassy reiterate a statement effectively apologizing for the right of free speech is not the right course for an administration.

REPORTER: If you had known last night that the Ambassador had died, and obviously, I’m gathering that you did not know…

ROMNEY: That came later.

REPORTER: Ff you had known that the Ambassador had died…

ROMNEY: I’m not going to take hypotheticals about what would have been known, what and when and so forth. We responded last night in the events that happened in Egypt.

REPORTER: One of your professed reasons for running is your economic know-how and your private sector experience, but now that foreign policy and the situation in the Middle East has been thrust into the Presidential campaign, can you talk about specifically why you think you are better qualified than President Obama to handle these issues?

ROMNEY: I think President Obama has demonstrated a lack of clarify as to a foreign policy. My foreign policy has three fundamental branches. First, confidence in our cause, a recognition that the principles America is based upon is not something we shrink from or apologize for, that we stand for those principles. The second is clarity in our purpose which is when we have a foreign policy objective we describe it honestly and clearly to the American people, to Congress, and to the people of the world. And Number three, is resolve in our might, that in those rare circumstances, those rare circumstances where we decide it’s essential for us to apply military might, that we do so with overwhelming force, that we do so with the clarity of a mission, understanding and the nature of the U.S. interst involved, understanding when it will be complete, what will be left behind us when that mission has been terminated. These elements I believe are essential to our foreign policy and I haven’t seen them from the President. As I’ve watched over the past three and a half years, the President has had some successes, he’s had some failures, it’s a hit-or-miss approach but it has not based upon sound foreign policy.

REPORTER: How specifically does Governor Romney – would a President Romney have handled this situation differently than President Obama? You spoke out before midnight when all the facts weren’t known. How would you have handled this differently than the President did?

ROMNEY: I spoke out when the key fact was known, which was that the Embassy of the United States issued what appeared to be a policy for American principles. That was a mistake. I believe when a mistake is made of that significance you speak out.
End Romney transcript

Arab uprisings.What's going on now?



America is finally reaping what it has sown when it helped NATO overthrow Gaddafi’s Libya, broadcaster and journalist Neil Clark told RT. The US government is losing its grip on Libya, Egypt and the rest of the Arab world, he said.

Clark spoke with RT about the violent protests outside the US embassies in Egypt, Yemen, and Libya.

RT: What's your assessment of who's behind the worst of this violence – does it seem heavily-orchestrated to you?

Neil Clark: It does, actually. Remember the old saying, ‘You reap what you sow?’ The US is really reaping what it’s sowed. Let’s think back to February 2011. The US took part with NATO in the attack on Gaddafi’s Libya, bringing death and destruction. And they’ve created this violent situation. So while of course we condemn the attacks on the US consulate and the murder of Chris Stevens, we’ve got to put this in wider context. And this wouldn’t have happened had NATO not intervened last year.

RT: Is there a sense that the government's losing its grip on an angry public in Egypt, which has been at boiling point ever since the uprising?

NC: The government is losing its grip in Libya, in Egypt, and across the region. And the US is the party that’s been stoking all this up. The US has been aggressively supporting uprisings across the region for its own interest and now it’s blowback time. Non-interference is the best way to go, really.

RT: It's being reported that President Obama might deploy drones to seek out the mob who killed their ambassador to Libya. If it's true, what do you make of such a move?

NC: What are they going to do – regime change again? We had this last year. Gaddafi was a dictator, but it was a stable country. The US and NATO decided to intervene. If we look across the globe, everywhere that NATO has intervened has been a disaster. We look at Iraq – one million people killed there. Yugoslavia. Kosovo – the ethnic cleansing of Serbs and Roma. Somalia – chaos there. Afghanistan – 11 years of war. And yet, we still get the same old people calling for intervention across the globe. When will they learn that it just leads to more death and destruction?

RT: The US has invested time, money and extraordinary effort in what it sees as liberating these countries, yet it's all coming undone in a flash. Can America recover its efforts from this?

NC: America has to pull back and change its course. They’ve intervened in Libya and it’s been disastrous. Western multinationals are taking over the economy, of course. And it’s the same in Egypt. But ordinary people pay the price. And I think we’ve got to change our course completely now, after this.

RT: What lessons are there for America's foreign policy here – by going into these countries with the intention of being a liberator, but which become controlled either by radical groups, or uncontrollable angry mobs?

NC: Well it’s happening in Syria, too, where we’ve had an intervention. Of course, Syria was a relatively peaceful country 18 months ago. The US and its allies intervened there to back the opposition there. Peaceful protests turned to violent ones because of the US line. And so, we need to change this whole policy and leave other countries alone and let them sort out their own affairs. But the neo-cons are still very powerful in Washington and they’re the ones pushing this regime change agenda. So long as they have influence, all we’re going to get is more death and destruction.

RT: Could this anti-American anger be enough to undermine Egypt's fragile new democracy?

NC: People in Egypt are upset with what’s happened. They thought there would be a change when Mubarak went, but things have stayed the same. Morsi has been a big flop. People are very poor and unhappy with the way things have gone. So unless there’s real change in Egypt, this will only continue.

Thursday, September 13

L'Italia che tifava bombe in Libia, ora batte in ritirata

Il dubbio lo insinua Maurizio Gasparri: «Quanto sta accadendo in Libia, in Egitto e in Tunisia, dimostra che probabilmente non ci si sta avviando verso una democrazia, ma in tutt'altra direzione», ammette il capogruppo del PdL al Senato. 

Se non è un mea culpa per il sostegno fornito in Parlamento alla campagna militare che nel 2011, sotto il governo Berlusconi, ha portato alla caduta del regime di Gheddafi, quantomeno gli somiglia molto.

«Il mondo occidentale ha affrontato guerre per la Libia, forse non valutando adeguatamente cosa sarebbe potuto accadere dopo», osserva Gasparri mentre da Bengasi emergono i particolari della strage costata la vita all'ambasciatore americano e ad altri tre funzionari.

«Continuiamo a sperare che vincano la libertà e la democrazia, ma non vorremmo che poi qualcuno sia costretto a giungere alla conclusione che ora si sta peggio del passato e che l'oscurantismo vince sulla libertà», ammonisce il presidente dei senatori PdL. Insomma, «la primavera araba rischia di degenerare in un inverno da incubo».

Va bene la cacciata dei dittatori Gheddafi e Mubarak, «ma c'è sempre la possibilità di pe : orare», aggiunge a Libero Gasparri. Nessuna nostalgia del raìs, sia chiaro, però «prima di plaudire a presunti progressi sulla strada della stabilizzazione, forse sarebbe meglio verificare quello che accade effettivamente sul terreno: è in atto una vera e propria involuzione».

Parole che non rappresentano una novità nel PdL, visto che il 24 marzo 2011, 55 parlamentari capeggiati da Alfredo Mantovano, allora Sottosegretario all'Interno, all'indomani della risoluzione ONU 1973 che di fatto autorizzava l'uso della forza in Libia presero posizione contro l'opzione militare ipotizzando il rischio di «deteriorare i rapporti col mondo arabo e con le comunità musulmane».

Inizia a mostrare qualche imbarazzo anche Pier Ferdinando Casini, all'epoca schierato senza indugi per l'intervento. «Siamo molto preoccupati, questa rischia di essere una stagione molto brutta di instabilità in Libia», dice il lea -der dell'Udc. Nessun ripensamento, però: «Confermiamo tutto il nostro impegno a concorrere alla stabilità di un Paese troppo vicino a noi per essere focolaio di rivolta».

A livello istituzionale, è scattata la gara di solidarietà con gli Stati Uniti e il nuovo corso libico. In un messaggio al collega Barack Obama, Giorgio Napolitano esprime «la più ferma esecrazione» per la strage di Bengasi confermando l'impegno italiano per la «ricostruzione della Libia e la sua transizione democratica».

Analoghi messaggi hanno inoltrato ai loro omologhi Joe Biden e John Boehner i presidenti di Senato e Camera, Renato Schifani e Gianfranco Fini. «Mi auguro che le autorità libiche siano in grado al più presto di far luce su questo tragico evento», scrive la seconda carica dello Stato.

«Condanniamo con la massima fermezza questo efferato gesto», si unisce al coro il premier Mario Monti, che ribadisce Pappo Zio italiano al «nuovo corso libico». Giulio Terzi, ministro degli Esteri, ha inviato un messaggio di cordoglio al segretario di Stato americano, Hillary Clinton.

Peccato che il capo della Farnesina, nella prima reazione, si sia limitato a parlare di «tragico episodio» che non avrebbe interferito «con il processo politico in corso in Libia. Le elezioni sono state un successo di tutti». Un tono minimalista che è costato a Terzi un rimbrotto su Twitter.

Così il ministro ha corretto il tiro denunciando il «vile atto contro servitori dello Stato».

BOOMERANG

Scene da rivoluzione islamica, in Libia ed Egitto. Nella notte scoppia l’insurrezione a Bengasi, contro il consolato statunitense. E il bilancio è drammatico: 4 morti, fra cui anche l’ambasciatore in Libia, Christopher Stevens, morto soffocato durante lo scontro, secondo il ministero dell’Interno libico.

Il giorno prima, al Cairo, proprio in occasione dell’11mo anniversario dell’11 settembre, una folla di islamici aveva attaccato l’ambasciata americana, strappato la bandiera e issato il vessillo nero della Jihad. In entrambi i casi si è trattato di manifestazioni violente, ben organizzate e condotte da uomini armati. Colpi di arma da fuoco sono stati esplosi al Cairo, durante l’assalto all’ambasciata. Fra gli organizzatori della “manifestazione” c’era anche il fratello di Al Zawahiri, l’ideologo di Al Qaeda.

A Bengasi è stata una vera e propria battaglia: lanciagranate, raffiche di mitra e lancio di bombe a mano dentro le finestre della sede diplomatica. In Libia la guerra civile è finita da quasi un anno, ma i gruppi islamici si tengono le armi. Gli assalitori dell’ambasciata sono stati organizzati da un gruppo autoproclamatosi “Sostenitori della legge coranica”.

L’uccisione di un ambasciatore statunitense all’estero è praticamente un atto di guerra. Che cosa ha causato tanta violenza? Come si è arrivati fino a questo punto? Secondo gli organizzatori delle proteste, la folla ha reagito spontaneamente alla pubblicazione, su YouTube di un “film” americano su Maometto.

Non si tratta di un vero e proprio film, ma di un video amatoriale, dall’umorismo amaro. Promosso da un egiziano copto espatriato negli Usa e prodotto da un certo Sam Bacile, il video è stato notato da pochi. Tranne che dagli integralisti islamici. Che hanno subito colto l’occasione per lanciare una nuova campagna globale contro la “blasfemia” occidentale, analoga a quella, a suo tempo, contro le vignette su Maometto.

Ma si tratta di vero furore religioso o è un pretesto? Molti elementi suggeriscono che si tratti solo di un pretesto. Perché le manifestazioni erano dirette contro le sedi diplomatiche americane e sono scattate proprio in occasione dell’anniversario dell’11 settembre.

È chiaro che si tratta di un esplicito avvertimento degli integralisti islamici agli Stati Uniti e ai nuovi governi locali sostenuti da Washington. In Egitto si tratta di un test importante per il presidente Mohammed Morsi, leader dei Fratelli Musulmani, ma finora relativamente pragmatico e vicino all’Occidente nella sua gestione della politica.

Il Cairo, proprio in questi giorni, sta negoziando con gli Usa un nuovo prestito da 1 miliardo di dollari. Gli integralisti più integralisti del presidente lo vogliono mettere alla prova, per vedere da che parte sta. In Libia è un test ancora più difficile per l’instabile governo democratico succeduto a Gheddafi.

L’ambasciatore ucciso, Christopher Stevens, era il rappresentante americano nel Consiglio Nazionale di Transizione, durante la rivoluzione contro Gheddafi. I fondamentalisti islamici libici hanno dimostrato, in modo estremo, di non essergli affatto grati. La palla passa ora agli Stati Uniti.

Sarà Washington a decidere che tipo di rapporti tenere con questi nuovi governi, nati da una Primavera Araba che Obama ha sempre apertamente sostenuto, in Libia anche con un (costoso) intervento militare.

Bosnian Muslim Terrorist NYC Subway

This video claims that, among other things, Tupac is alive in Serbia. No wonder NATO bombed them.



UNA LETTERA CON ERRORI

Mario Monti, dopo la pubblica condanna per la morte dell'ambasciatore americano in Libia, ieri pomeriggio ha preso carta e penna ha scritto una lettera al presidente americano Barack Obama. Condoglianze, solidarietà e la massima disponibilità dell'Italia a lavorare sul territorio libico per assicurare alla giustizia i responsabili dell'attacco all'ambasciata USA di Bengasi.

Poche righe, inoltrate dalla Farnesina, nelle quali oltre alla solidarietà, il presidente del Consiglio mette a disposizione delle indagini la fitta rete di Intelligence italiana che da anni opera in Libia.

Obiettivo, sconfiggere le numerose milizie armate che ancora operano in Libia e che, malgrado gli appelli, non hanno deposto le anni. Un'attenzione forse ovvia a poche ore dall'assalto organizzato e rivendicato da Al Qaeda all'ambasciata USA di Bengasi che è costatala vita all'ambasciatore degli Stati Uniti in Libia, Chris Stevens e ad altri tre americani.

Nella lettera si esprime orrore e disprezzo per quanto accaduto a Bengasi. Uno sconcerto che Monti ha pubblicamente manifestato condannando «con la massima fermezza questo efferato gesto» ed esprimendo solidarietà anche alle autorità libiche perché l'Italia rimarrà «a fianco delle autorità della nuova Libia democratica che non lesineranno gli sforzi per impedire che il nuovo corso libico sia preso in ostaggio».

D'altra parte un'attività di supporto italiana al governo libico è in atto sin dall'uscita di scena di Gheddafi, ma la ripresa di attentati, specie nella zona di Bengasi, confermano le difficoltà del governo libico nel mettere sotto controllo la miriade di individui e di gruppi armati che ancora circolano nell'area e che diventano facile preda del terrorismo islamico organizzato.

Proprio nella capitale della Cirenaica è maturata, sull'onda delle rivoluzioni arabe, la rivolta che ha portato alla caduta del Rais. Proprio in Cirenaica, nei momenti più critici della rivolta contro Gheddafi, i nostri agenti lavorarono per tutelare gli interessi delle aziende italiane, ENI in testa, che da anni lavorano nella zona.

Il massiccio traffico d'anni che si svolge in quella regione, rende però molto più complicato il lavoro degli uomini dell'AISE e continua a tenere nell'incertezza l'intera Libia. Nel febbraio scorso Monti fece a Tripoli uno dei suoi primi viaggi da presidente del Consiglio, e constatò di persona come il Paese fosse tutt'altro che tranquillo.

Lo scarso controllo di Tripoli sulla Cirenaica è anche dovuto alle crescenti pulsioni autonomiste che offrono occasioni ghiotte ai commercianti di anni, anche se il popolo libico continua a non essere particolarmente attratto dall'integralismo islamico, come dimostrano anche le manifestazioni di protesta avvenute ieri in Libia dopo l'attentato.

Le difficoltà del governo libico a strutturare il nuovo stato tenendo conto delle varie identità e tribù, permettono alle milizie di dettare ancora legge e ad Al Qaeda di reclutare attentatori. D'altra parte era libico il numero due di al-Qaeda, Abu Yahya al-Libi, morto di recente in Pakistan in un raid aereo statunitense portato dai droni.

Wednesday, September 12

Un miliardo di dollari l'anno di droga passano dall'Africa e arrivano in Europa.

Aerei imbottiti di stupefacenti partono da isole caraibiche poco vigilate e dal Venezuela. E giungono in Africa occidentale: quella fascia compresa tra il Senegal, il Mali e la Nigeria dove al-Qaeda si è radicata da tempo. Lì accumula parte delle risorse necessarie per portare avanti il jihad contro l'Occidente, offrendo approdi sicuri in cambio di "tasse" per chilo di cocaina.

Gli Stati Uniti hanno aperto uffici della DEA in Ghana e stanno addestrando le polizie locali. Ma non basta. Il business e non l'ideologia accomuna i gruppi criminali all'estremismo islamico. Dal 2010 gli Stati Uniti stanno portando alla luce traffici da capogiro. Bloccati i beni di una banca libanese diretti a Hezbollah e Al-Qaeda.

I fondamentalisti hanno stretto un patto con i cartelli latino-americani Grandi interessi e fondi illimitati. Con tanto di «giustificazione» ideologica: l'Occidente si combatte sfruttando i suoi stessi vizi.

Centocinquanta milioni di dollari, nell'economia dei grandi gruppi criminali, sono un capitale appena discreto. Equivalgono alla vendita di 3 tonnellate di coca: gli europei le consumano in poco più di una settimana. Forse è per questo che l'opinione pubblica internazionale non ha dato troppo peso alla recente decisione della Giustizia statunitense di congelare un conto della Lebanese Canadian Bank (Lcb), con sede a Beirut, su cui c'erano appunto 150 milioni.

Nell'ordine firmato dalla Procura di NewYork si legge che il denaro era diretto a finanziare Hezbollah (il Partito di Dio), organizzazione terrorista secondo Washington. Il nodo della vicenda va, però, ben al di là. Seguendo il flusso di quei 150 milioni, le autorità americane hanno ricostruito un'intricata rete di riciclaggio di denaro. Una ragnatela finanziaria che connette due universi paralleli e apparentemente incomunicabili: i cartelli della droga messicani e la galassia di sigle dell'estremismo islamico.

Ad accomunarli non è l'ideologia ma il business. E la necessità di rendere il più remunerativa possibile la coabitazione nella nuova frontiera del traffico mondiale di droga: l'Africa. La nuova "via della coca" L'allarme è scattato nel 2010. Il 29 dicembre, una Corte Usa, accusò tre militanti di al-Qaeda - Oumar Issa, Harouna Tore e Idriss Abelrahman - di fornire appoggio logistico ai narcos messicani per introdurre droga in Europa attraverso l'Africa.

I tre erano stati arrestati qualche mese prima in Ghana da un gruppo di agenti sotto copertura dell'agenzia antidroga Usa, la Drug Enforcement Administration (Dea). Con questi ultimi - che si erano presentati come boss della coca - i qaedisti si erano impegnati a nome dell'organizzazione a garantire un passaggio sicuro ai carichi. In cambio di un "pedaggio" di 4.200 dollari per ogni chilo trasportato.

Già da dieci anni - quando hanno soppiantato i colombiani e assunto il predominio del traffico internazionale di droga -, i cartelli messicani hanno cominciato a diversificare le rotte e i mercati per aggirare i controlli e moltiplicare i guadagni. Ora, un 40 per cento della coca prodotta tra Colombia, Perù e Bolivia viene esportato negli Usa attraverso la porosa «Linea»: gli oltre 3mila chilometri di frontiera tra Messico e Stati Uniti.

Un altro 40 per cento va in Europa, preziosa porta anche verso Russia e Asia. Quasi mai, il viaggio è diretto. Le tappe intermedie riducono il rischio che i carichi siano intercettati. Aerei o navi imbottiti di stupefacenti partono da isole caraibiche poco vigilate - in pnmis Haiti - o soprattutto dal Venezuela. E arrivano in Africa occidentale: quella fascia compresa tra il Senegal e la Nigeria dove la fragilità istituzionale impedisce allo Stato il controllo ampie zone.

Le stesse "terre di nessuno" dove al-Qaeda - nelle sue varie ramificazioni regionali, da Aqmi a Boko Haram - si è radicata da tempo. U accumula parte delle risorse necessarie per portare avanti il jihad contro l'Occidente. Contatto in Africa Narcos messicani e gruppi qaedisti hanno interessi speculari.

I primi - come denunciato al Congresso il 16 maggio dalla Dea - hanno una presenza criminale stabile in Africa almeno dal 2009, quando il massiccio dispiegamento di forze lungo la Linea li ha spinti verso strade alternative. Se nel 2004 - in base a dati Onu - meno di 3 tonnellate di coca prendevano «la via africana», ora si parla di oltre 35, per un valore che supera il miliardo di dollari.

Per i trafficanti è fondamentale che la droga viaggi indisturbata attraverso il Sahara, raggiunga le coste e da lì porti europei, da Gioia Tauro a Rotterdam. Gli jihadisti, invece, hanno necessità di soldi per finanziare le attività terroristiche. E il "colpo di fulmine" tra i due era inevitabile. Ernesto Savona - esperto di crimine organizzato e direttore dell'istituto Transcrime dell'Università Cattolica-preferisce parlare di «matrimonio di convenienza».

Anzi nemmeno: «Si tratta di alleanze a breve termine, dettate dal guadagno. Non c'è alcuna matrice ideologica», spiega adAvvenire. E vero. C'è, però, un risvolto concettuale indiretto. La coca diventa per al-Qaeda un'altra armadi guerra contro il «degenerato» Occidente. Nel pensiero jihadista, quest ultimo si combatte sfruttando i suoi stessi vizi.

Non a caso gli attentati dell'11 settembre 2001 colpirono, dal punto di vista simbolico e materiale, il cuore della finanza mondiale, "punendo" l'insaziabile sete di denaro. Ora, inondare di droga l'Occidente, non è altro che un attacco meno spettacolare, un «jihad a bassa intensità». II Partito di Dio A far da intermediari tra cartelli messicani ejihadisti sono in genere libanesi, militanti di Hezbollah. Questi ultimi e al-Qaeda fanno affari da tempo.

Non per affinità religiose - gli uni sono sciiti e gli altri sunniti - ma per questioni di business. L'ambigua natura di Hezbollah - insieme partito politico e organizzazione clandestina - gli consente di avere rapporti più facili con una rete di banche "amiche". L'intermediazione del Partito di Dio è fondamentale, dunque, per riciclare il denaro destinato al jihad.

Anche coi narcos, Hezbollah si conosce da vecchia data. «Grazie ai suoi nuclei stabilmente insediati nella Triple Frontera - Argentina, Paraguay e Brasile - ha avuto ottimi rapporti prima con la guerriglia colombiana e poi coi messicani», dice Sebastian Rotella, reporter statunitense tra i primi a studiare le relazioni tra narcos e jihadisti. «Neve», auto e dollari.

A confermare le preoccupazioni della Dea, meno di un anno fa, è esploso il caso di Ayman Saied Joumaa, detto Junior, 47 anni, libanese, proprietario del prestigioso Hotel Palace di Beirut e con un curriculum criminale di tutto rispetto. Militante di Hezbollah, naturalizzato in Colombia, è ora accusato negli Usa di essere a capo di una banda di riciclatori di denaro proveniente dalla "neve" spacciata.

Impegnati a npulire il denaro del cartello messicano de Los Zetas al ritmo di 200 milioni di dollari al mese, tra il 1997 e 2010. Il cuore della rete era appunto la Lebanese Canadian Bank (Lcb), definita dal Tesoro Usa «una lavatrice di soldi sporchi». Questa - grazie i buoni uffici di Junior - riceveva il contante dai narcos, lo inviava negli Usa e lo "parcheggiava" in cinque banche pulite.

Il denaro era rimesso in circolazione mediante l'acquisto di auto usate, comprate in America e rivendute in Africa occidentale. «Un commercio redditizio, data la forte richiesta e gli alti prezzi delle auto di seconda mano nel mercato africano. Così i trafficanti si assicuravano un ulteriore incremento del denaro - conclude Savona - in modo da ammortizzare i "costi di riciclaggio"».

Ovvero la "parcella" riscossa da Joumaa, al momento latitante, e girata sui conti di Hezbollah: tra il 10 e il 14 per cento del denaro ripulito. Il cerchio criminale si chiude, unendo America Latina e Medio Oriente. O meglio, i morti ammazzati della narco-guerra centroamericana - 120mila in sei anni nel solo Messico secondo le ultime stime dell'Istituto di statistica - alle vittime delle stragi in Iraq e Afghanistan. Al centro c'è l'Africa.

E lo spettro che la guerra della droga allunghi la sua ombra sinistra anche sul Continente, sbarrandogli il passo, ancora incerto, sulla via dello sviluppo democratico. E in Ghana la Dea già addestra gli agenti. II modello è il Centramerica. Lì, da un paio d'anni, l'anti-droga americana addestra le polizie locali a' stanare" i narcos messicani.

Che hanno ormai installato basi stabili in Guatemala, Honduras e Salvador. La pressione ha fatto in modo che i trafficanti "traslocassero"" o meglio intensificassero il business sulla rotta africana. Dove ora, la Dea ha deciso di replicare — con le dovute differenze di contesto — il sistema centramericano. «L'Africa è una nuova frontiera per la lotta contro il traffico di coca e il terrorismo», ha spiegato Jeffrey Breedem, capo della sezione Europa-Asia e Africa dell'agenzia.

A maggio,William Brownfield, l'architetto della strategia antidroga in Honduras, è volato in Ghana e Liberia per definire gli ultimi dettagli dellaWestAfrica Cooperative Security Initiative: un piano di assistenza anti-crimine che dovrà inglobare 15 nazioni.A partire — secondo quanto confermato da fonti Dea ad "Avvenire" — dal Ghana, dove la preparazione di corpi d'élite anti-narcos è già cominciato. Poi toccherà al Kenya e alla Nigeria.

La Dea, inoltre, aprirà a breve due uffici regionali in Senegal e a Capo Verde. Dal 2010, i fondi destinati dal Washington per assistenza contro il traffico di stupefacenti all'Africa si sono moltiplicati per sette. Se nel 2009 erano 7,5 milioni, ora si aggirano intorno ai 50, secondo le cifre fornite dal Dipartimento di Stato al "New York Times", il primo giornale ha dare la notizia del nuovo programma africano della Dea.

L'obiettivo — ha spiegato la Dea — è recuperare terreno e in fretta, prima che, dopo il Centramerica, anche I Africa sfugga di mano. E diventi un nuovo fronte della guerra tra le due principali mondiali centrali del crimine: il cartello di Sinaloa e Los Zetas.

Grande errore ignorare il vecchio continente.

Robert Kagan è tra i più quotati esperti di politica estera. La rivista Foreign Policy lo ha "classificato" come il quarto repubblicano più influente in materia. Nel suo saggio del 2002 Power and Weakness Kagan ha parlato della debolezza politica dell'Europa vis à vis l'America. «Ma l'Europa riuscirà a uscire dalla crisi». «La domanda da farsi — prosegue lo storico — è come e a che costo. 

Sicuramente l'Europa vedrà il suo ruolo geopolitico ridimensionato. Già prima della crisi la percentuale di budget che i diversi paesi europei spendevano per la difesa era molto basso, in media del 2-3 per cento (l'America ne spende il 45 per cento). 

Con la crisi questa cifra sarà ulteriormente ridimensionata. Già nei recenti conflitti in Afghanistan e in Iraq è evidente che le truppe messe a disposizione dai paesi europei, seppur importanti, sono state poco più di un simbolo. Se prima della crisi il contributo militare si limitava al 10-15 per cento ora diventerà inferiore. Non solo: bisogna considerare che l' Europa ha fatto della strategia della "non violenza", della predilezione del dialogo e della diplomazia un suo punto cardine di politica internazionale. 

E una strategia caratteristica di chi è più debole. Se urientità non ha potere è naturale che prema affinché gli altri non lo usino». Le difficoltà dell'euro hanno spinto in direzione di una maggiore integrazione politica dell'Unione, pensa che questo potrebbe anche succedere in termini di spesa militare e difesa? È un argomento che viene ripetuto spesso. Con cadenza regolare si sente parlare di condivisione delle risorse e cooperazione in materia di difesa. 

Non è una strategia sbagliata ed è una possibile soluzione ai costi di un apparato militare consono ai tempi. Ma non si può dimenticare la questione fondamentale: meno è sempre meno e, condivisione o no, il peso militare europeo si sta erodendo. La presidenza Obama non ha quasi considerato gli alleati europei. L'alleanza tra Europa e Stati Uniti sta ve- «Siria, serve la no-fly zone» nendo meno? 

Chi potrebbe sostituire l'Europa come principale alleato dell'America? Nessuno. L'alleanza degli Stati Uniti con l'Europa è fondamentale per l'ordine mondiale. L'America non può farne a meno. Il mondo che conosciamo oggi è stato creato da quest'alleanza a cui non si può in nessun modo rinunciare nonostante le limitate capacità militari europee. 

Anche il recente intervento di Francia e Regno Unito in Libia è stata urieccezione al trend degli ultimi decenni. Infatti con queste ultime missioni i paesi coinvolti hanno esaurito le loro risorse militari . Ma la limitatezza dell' Europa non toglie nulla alla forza morale del continente. U Europa infatti è l'unico continente che crede nei diritti umani, nella legge e nella democrazia. Caratteristiche irrinunciabili per gli Stati Uniti. Se Romney dovesse vincere la Casa Bianca la politica estera americana cambierebbe? 

Durante le primarie il candidato del Gop ha messo in chiaro che l'Europa deve uscire dalla crisi da sola. I rapporti transatlantici andranno raffreddandosi? Penso di no. Romney ha criticato Obama in diverse occasioni per essere stato negligente nei confronti dei rapporti con il vecchio continente. 

Penso che uno dei suoi punti cardine sarà rafforzare questo rapporto in chiave strategica, anche se in continuità con il progetto dell'attuale segretario di stato Hillary Clinton; e cioè di spostare parte dell'attenzione americana verso alcuni paesi asiatici, soprattutto in termini di contenimento della Cina. 

L'Iran, invece, è una minaccia reale? Si. E per questo che sono state spedite nuove navi americane nel stretto di Hormutz. E un ammonimento al governo di Teheran, un segnale che l'America prende la minaccia seriamente. La questione è molto importante anche visti i rapporti con Israele che sotto *** Obama si sono quanto mai raffreddati. E in Siria? Possiamo aspettarci un intervento militare? 

Un intervento "boots on the groud" — con soldati sul campo — no di certo; una no-fly zone in stile Libia molto più probabilmente. Questa sarebbe in grado di garantire una certa libertà organizzativa all'opposizione. Comunque non succederà prima delle elezioni presidenziali di novembre. Obama — ed è dawero sconcertante che pensi solamente in termini elettorali — non vuole rischiare un altro conflitto. 

Gli americani, sopratutto i democratici che lo votano, non sono pronti ad urialtra guerra; non dopo che Iraq e Afghanistan sono quasi al loro epilogo. Tornando all'Europa. Quanto pesa la crisi europea sulla rielezione di Obama? Che il voto del prossimo novembre sarà deciso dall'economia è ormai quasi un diché. 

Le difficoltà dell'eurozona pesano per il semplice fatto che se gli europei non comprano i prodotti americani le società statunitensi che gli producono non crescono e dunque non assumono nuovi dipendenti. L'Europa è un gran consumatore di prodotti americani, ma la diminuzione della domanda non mina la solidità dell'industria USA a livello strutturale. Anche le banche americane sono fuori rischio contagio da un eventuale collasso di qualche grossa banca europea. E l'influenza c'è, ma Obama non può usare la situazione europea come una scusante.

US Embassie

A US official was killed as an armed mob attacked the US Consulate in the Libyan city of Benghazi. The attack came hours after protesters stormed the US Embassy in Cairo in indignation over an American film they say insulted the Prophet Muhammad. “One American official was killed and another injured in the hand,” Libya's Deputy Interior Minister Wanis al-Sharef told AFP. “The other staff members were evacuated and are safe and sound.”

Secretary of State Hillary Clinton has confirmed that one official from her agency was killed in the attack.

The Benghazi attackers set fire to the building, according to witness reports, who say much of the consulate was burned. There were reports of fierce gunfights between the attackers and Libyan security forces. Rocket-propelled grenades were fired at the consulate from a nearby farm, said Abdel-Monem Al-Hurr, a spokesman for the Libyan Interior Ministry's security commission.

"The Libyan security forces came under heavy fire, and we were not prepared for the intensity of the attack," Hurr said. At least three members of the security forces were taken away in an ambulance, Reuters reported.

State Department spokeswoman Victoria Nuland strongly condemned the attack on the US diplomatic mission.

Earlier, over 2,000 protesters stormed the US Embassy in Cairo in neighboring Egypt, some of them removing the American flag and trying to replace it with a black flag reading "There is no God but Allah." This was the first time ever that the US embassy in Egypt had been attacked or breached.

The film that is believed to have triggered the uprisings was produced by a US-based group that includes Terry Jones, a Christian pastor involved in a Koran-burning scandal that triggered mass protests in Afghanistan. On the anniversary of the attacks of September 11, 2001, he released a video promoting the film that portrays the Prophet in a "satirical" manner, according to Jones.

The embassy in Cairo, in a statement, condemned "the continuing efforts by misguided individuals to hurt the religious feelings of Muslims – as we condemn efforts to offend believers of all religions."

"This movie must be banned immediately and an apology should be made … this is a disgrace," one of the Egyptian activists told Reuters, calling on President Mohamed Morsi to take action.

Nader Hashemi, a professor of Middle East and Islamic Politics at the University of Denver, told RT that such protests could spread through the entire Arab world, as there is no shortage of extreme groups – the same applies to the US – that would love to co-opt the incident for their own cause.

RT: The protests escalated into attacks on the US diplomatic missions at a breakneck pace. Are you surprised at this, and what does this say about pent-up anger at America in the region?

Nader Hashemi: I am surprised largely because no one has ever heard about this controversial film. All of a sudden we are told that it’s a cause for deep concern that it is in production. It’s led to a protest in Egypt and in Libya, but I think that it is important not to exaggerate the scale of the protest. This is not Egyptian society boiling over, this is a very small group of extremists – about 15 hundred who attacked the US embassy. What we have here is, you know, the extreme elements both in the United States and in Egypt mutually reinforcing one another.

RT: Terry Jones, the Florida pastor who burned the Koran earlier, has promoted the film. Is this a specific case of some Americans spreading anti-Islamic sentiment, or does it represent the general attitude in America towards the Muslim world these days?

NH: No, this is an extreme lunatic fringe of the American religious spectrum. When Terry Jones began burning the Koran on his front lawn in Florida, he was widely condemned by most decent people. But you know, people like this, I think are looking for a reaction – they are looking for precisely what we saw today in Cairo and in Benghazi. They deeply are trying to promote a clash of civilizations. And thankfully both groups both in Egypt and the US are in a minority, in an extreme minority, and let’s hope it stays there.

RT: Given what we've seen so far, do you expect much more fallout from this?

NH: Well, it remains to be seen. What disturbs me is that this is a film no one knew anything about. Now it has generated into protests – the fear of this spreading to other countries. There are groups such as we saw today in Egypt and in Libya that thrive on this type of controversy. They want to gain publicity for their own cause by turning an incident such as this into a major international issue. So yes, there is fear that we are going to see copycats of demonstrations throughout the Arab and Muslim world. And let’s hope that cooler heads can prevail.

Meanwhile, British Channel 4 has called off another controversial documentary questioning the origins of Islam, citing security concerns.

“Islam: The Untold Story," which claims that there is little contemporary evidence of the origins of Islam, drew over 1,000 complains after it was screened two weeks ago.

"Having taken security advice we have reluctantly cancelled a planned screening of the program, Islam: The Untold Story. We remain extremely proud of the film, which is still available to view on 4oD," the channel said in a statement.

Metropolitan police say they are unaware of any advice leading to the channel's decision to cancel the screening. But sources close to the channel say it was received from "relevant security authorities."

Serbs in Kosovo cooperate with state institutions

Kosovo has implemented much of the Ahtisaari plan – the blueprint for its democracy, providing substantial rights for Serbs and other minorities – and deserves to be fully independent, but there should be no slippage, and remaining parts of the plan should be honoured. The Pristina government mostly abides by it, and many Serbs south of the Ibar River now accept its authority, obey its laws and take part in political life in a way unimaginable four years ago. These achievements are threatened, however, by the tense Kosovo-Serbia relationship, declining Serb numbers and Pristina’s frustration at its inability to extend its sovereignty to the Serb-majority northern areas and to achieve full international recognition. A surge in ethnically-motivated attacks shows peace is fragile. The government should remain committed to the Ahtisaari requirement for minorities. But the plan was not meant to work in isolation and cannot be separated from the overall Kosovo-Serbia relationship. Belgrade needs to earn Pristina’s trust and acquiescence for its continued involvement on Kosovo territory, especially the south.

The early years of Kosovo’s independence were supervised by an International Civilian Office (ICO) created by the Ahtisaari plan. On 10 September 2012, the ICO and international “supervision” end, leaving the Pristina government with full responsibility for the young country. This is a crucial time for Kosovo’s relations with its Serb population and Serbia; the Ahtisaari plan still provides the best model to guarantee peaceful co-existence.

Many Serbs in Kosovo cooperate with state institutions in order to protect their rights and interests, but those in the North remain intransigent. The government has written most of the Ahtisaari plan into its constitution and laws, with generous provisions for Kosovo Serbs, though implementation is sometimes unsatisfactory. It has devolved powers to municipalities, allowing not only Serbs but also the majority Albanians greater say in how they run local affairs. Nevertheless, many in Pristina are starting to question what they see as the preferential treatment given to Serbs. Communication is getting harder, as few young people speak the other’s language. After years with only a small number of inter-ethnic incidents, attacks on Serbs are becoming more frequent.

Serbia does not feel bound by the Ahtisaari plan and thus maintains a significant presence in Kosovo that increased after independence in 2008, when Belgrade was intent on showing that it retained some control over its co-nation­als. In northern Kosovo, Belgrade’s control over local administration is almost complete. In the south, it mainly pays many Serbs’ salaries and pensions and runs education and health systems without informing Pristina. The Kosovo government tolerates this but could attempt to close the Belgrade-based institutions in the south. Such a crackdown would probably cause many Serbs to leave quickly. When it agreed to the Ahtisaari plan, Kosovo accepted that Serbia would stay involved on its territory, though in a cooperative and transparent way. Belgrade has rejected this cooperation, however, and Kosovo is showing signs of impatience. If it will not accept the letter of the Ahtisaari plan, Belgrade needs to act in its spirit or risk losing what influence it still has in the south.

A decade ago, two thirds of Kosovo’s Serbs lived south of the Ibar, scattered among an overwhelmingly Albanian population, one third in the heavily Serb North. That north-south Serb balance has shifted toward parity, and the southern Serb population is rural, aging and politically passive. Its pool of educated, politically savvy individuals is tiny and out of proportion to the large role assigned the community in the Ahtisaari plan, especially as the Serbs in northern municipalities refuse to participate. They and other minorities depend wholly on privileges, including quotas; they do not have enough votes to win legislative seats in open competition. Their minority delegates in the Assembly seldom resist Albanian policy preferences. Serb delegates allowed the government to gut the Ahtisaari promise of an “independent Serbian language television channel”, for example, replacing it with a Serbian channel controlled by the state broadcaster.

The creation of six Serb-majority municipalities south of the Ibar has, nevertheless, largely succeeded; they have taken over most of the governing role from parallel structures financed by Serbia, even though education and health care remains under Belgrade’s control. The bigger municipalities like Gračanica and Štrpce have active assemblies, are implementing infrastructure development projects with foreign and Kosovo government funding and are taking on responsibilities in a wide range of areas. Other new municipalities are small, lack competent staff and struggle to raise the resources they need. But all municipalities in Kosovo are competing for limited public and private funds. Central authorities have a tendency to micromanage their spending and deprive them of means to raise money. Few municipal governments, Serb and Albanian alike, have the trained staff needed to exercise their devolved powers effectively, and they seldom cooperate with each other even in areas of mutual interest.

Pristina and its international partners have failed almost completely to overcome still strong resistance to the return of refugees and internally displaced persons (IDPs). Many of these are content to sell their property and resettle elsewhere, but stymied by corruption, intimidation and courts without Serbian language facilities cannot achieve even that modest goal. Even the Serbian Orthodox Church struggles to realise the property rights it has under the Ahtisaari plan. Serbs living in enclaves within Albanian-majority municipalities are increasingly vulnerable and in need of protection. Some villages in Serb-majority municipalities are also exposed to attacks from larger neighbouring Albanian settlements, usually motivated by conflict over land. Their security is Pristina’s responsibility, and the government must take effective measures to protect vulnerable minorities and their return.

The greatest obstacle facing the Serb community, and the serious threat to the Ahtisaari plan, may be the sheer difficulty of making a safe and sustainable living in minority areas. Mistrust, lack of proper registration and outright hostility all make it hard for minority-owned businesses to market goods and services to the majority. As there is little to do beyond farming in most Serb-majority municipalities, many Serbs depend on salaries from Belgrade. If these end, many educated Serbs will be tempted to leave. Education is another sensitive area, and parents who do not trust the local schools will not stay. The Serbian schools and hospitals should be allowed to continue, but Belgrade and Pristina need to negotiate a mechanism for their registration and oversight.

Pristina and Belgrade have an interest to cooperate and avoid an exodus of Kosovo’s Serbs that would leave Kosovo with a multi-ethnic constitution ill-matched to a mono-ethnic reality, creating fresh tensions for the region and undermining its image among its international supporters. Serbia could ill afford another wave of migrants in a difficult economic environment. Pristina faces a hard struggle extending its authority north of the Ibar and must show that Serbs can have a good life in independent Kosovo if it is to do so. If Pristina and Belgrade wish, as they should – even out of different motivations – that Kosovo be genuinely multi-ethnic, they must cooperate in support of its Serb community.

RECOMMENDATIONS

To the Government of Kosovo:

1. Honour the Ahtisaari plan fully after the end of supervised independence.

2. Respect provisions for both reserved and guaranteed Assembly seats for minorities in the next general elections, and thereafter implement an alternative incentive mechanism to boost minority voting.

3. Do more to implement fully the plan’s requirement to “promote and facilitate the safe and dignified return of refugees and displaced persons and assist them in recovering their property”.

4. Do more to stop violence, intimidation, usurpation and harassment of Serbs and returnees in Albanian-majority areas by, for example, establishing police substations and conducting frequent patrols in minority areas with a history of violence and intimidation.

5. Respect the status of Serbian as an official language of Kosovo and ensure Serbs can access all official services in it, including the court system.

6. Create an independent Serbian language television channel with its own editorial policy, board and director named by parliamentarians and municipal officials representing the Serb community.

7. Support the development of municipal autonomy and self-governance by providing block grants with few ear­marks or conditions and encouraging local revenue collection, through changes in laws and procedures that increase local control over privatisation, publicly-owned enterprises and provision of local services and utilities.

To the Government of Serbia:

8. Close the parallel Serb municipal government structures in southern Kosovo and replace them with transparent community liaison offices to provide for the needs of Kosovo Serbs.

9. Do not discourage Serbs in Kosovo from cooperating with Kosovo institutions at all levels; continue to provide technical and financial assistance, but through open and transparent mechanisms.

To the Governments of Serbia and Kosovo:

10. Establish a channel for direct communication to work out agreements on registration and licensing of Serb schools, health care providers and businesses in Kosovo, and to foster other forms of cooperation at the municipal level to avoid corruption, duplication and waste of limited resources.

11. Ensure school certificates and diplomas are transferrable between Kosovo Serb/Serbian schools and Kosovo Albanian schools and that Serb schools in Kosovo offer Albanian as a second language.

To the International Steering Group and the European Union:

12. Continue regular International Steering Group (ISG) meetings after the end of supervised independence to coordinate monitoring of implementation of the Ahti­saari plan and possible future Kosovo-Serb agreements.

13. Transfer staff from the International Civilian Office (ICO) to the European Union Office in Kosovo to monitor implementation of the Ahtisaari plan, with a focus on decentralisation and communication with minority and religious leaders.