Sunday, December 22

DARKO SARIC WINS OCCRP AWARD 2013

OCCRP is an award winning consortium of 19 commercial and non-profit Investigative Centers and hundreds of journalists spanning from Europe to Central Asia. Founded in 2006, its centers work together on cross-border investigative reporting projects spanning the world. OCCRP is probably the world’s largest investigative reporting organization by active reporters and stories produced. 

OCCRP, a non-profit, has innovative programs in Europe, Eurasia, North Africa and Latin America working in investigative reporting, crime and corruption issues and new technology.  It is funded by the Open Society Foundations, the United States Agency for International Development, the National Endowment for Democracy and other donors.  It developed the Investigative Dashboard, a leading tool for online investigative reporting, with Google Ideas.  

This year, OCCRP was a winner or finalist in five international awards including the Global Shining Light Award and the Daniel Pearl Award for investigative reporting. Each year, OCCRP’s more than 140 reporters vote for the person of the year award.

OCCRP award in 2012 went to Ilham Aliyev, president of Azerbaijan, whose family has illegally taken a cut of many large businesses in the oil-rich country.

Honorable mentions go to Serbian-Montenegrin drug trafficker Darko Saric and to Gulnara Karimova, the daughter of the president of Uzbekistan.

Darko Šarić, representing Serbian and Montenegrin crime groups, was considered for his work in building a massive new drug trade to Europe, transporting drugs from Africa and South America through the Balkans, and turning the region into the new Mexico.  

Gulnara Karimova, the daughter of Uzbekistan President Islam Karimov, is under investigation for her alleged schemes to take hundreds of millions of dollars in bribes for granting a telecom license to Swedish giant Teliasonera, and then spending the money that should have gone to her impoverished people through proper licensing on a historic chateau in France and other properties.

Friday, December 20

CARO PRESIDENTE NAPOLITANO...

Caro Presidente Napolitano, 

                 lei non lo sa (i lettori che mi seguono sì) ma io vengo da una famiglia antifascista, anticomunista, antiazionista (ci fidavamo solo di Luigi Einaudi), lei non è mai stato dei nostri (eravamo e siamo quattro gatti). Dopo la sua elezione, mi bastarono pochi suoi atti e atteggiamenti per farmi cancellare tutto il passato e, a sua insaputa, la inserii fra le tante persone verso le quali provo stima e rispetto (persone comuni perbene, pochissime quelle appartenenti alle élite). 


Da qualche tempo, le confesso che verso di lei provo anche affetto, ultimamente persino rabbia per come la trattano quelli delle losche élite nostrane. Ho nove anni meno di lei, quindi non mi permetto certo di darle suggerimenti, le voglio però dire, per quel che vale, cosa farei se fossi al suo posto. Una gioiosa simulazione.


Primo, rimarrei sul Colle fino alla scadenza del settennato, ridendomela dei curnaias che volteggiano famelici (versione piemontese di corvo, però più cattiva di quella comune).


Secondo, lascerei giocare Renzi, Berlusconi, Grillo con la legge elettorale, hanno i numeri per farlo, sono simili, paiono tre venditori di fumo, se si accordano fra loro significa che sarà una legge “truffa” che permetterà a uno di andare al potere agli altri due di sopravvivere. Mi pare che così vogliano le élite dominanti, e così sia.


Terzo, inviterei Letta a dimettersi, subito, per lasciare il posto a Renzi. Se dobbiamo prendere una purga meglio farlo in fretta, sperando che sia mannite, non olio di ricino. Lo so che lei si è affezionato a Letta (anch’io), lo so che è uno perbene, che è molto apprezzato nel mondo, che è il più preparato (non come quelli che hanno imparato dai loro spin doctors le rispostine formalmente giuste a qualche centinaia di domandine stile Mixer, e le sparano a mitraglia. 


Costoro non sanno però rispondere in dettaglio all’unica domanda che connota un leader serio: “Non confonda obiettivi con risultati, mi dica come, con quali quattrini, con quali uomini, in quali tempi è capace di trasformarli in risultati, le chiacchiere non mi interessano”. L’affloscio è garantito.


Quarto, rimarrei tranquillo e sereno sul Colle a osservare, con la simpatia che gli è dovuta, soprattutto per l’età, cosa è capace di combinare Renzi quando finalmente tacerà e si metterà a lavorare. In primavera andrà alle elezioni, vincerà le politiche, sarà in affanno alle europee, come premier si concentrerà sull’aspetto più facile, i “diritti”, si travestirà da cerbiatto come Zapatero e via via in un crescendo, fino ai diritti degli animali. Il suo primo periodo sarà meraviglioso, il suo Scilla-Cariddi (Ichino-Landini) lo supererà con scaltrezza, gli italiani si rilasseranno convinti che sia arrivato il Blair de noantri. 


Poi un mattino si sveglieranno con l’amaro in bocca, e ricorderanno quello che noi vecchi saggi diciamo loro da vent’anni: “Non ci sarebbe stato Blair, senza Thatcher, così come non ci sarebbe stato Clinton, senza Reagan (per “distribuire” ci vogliono prima quelli che fanno il “lavoro sporco”).


Sono certo che Renzi si accorgerà presto della validità del detto di Machiavelli, “la prima idea che ti fai di un Principe, del suo cervello, è vedere li uomini che ha d’intorno”. In proposito, un amico, raffinato storico, mi fa notare che “alcuni marescialli di Napoleone erano dei veri dementi”. Concordo, sappiamo i loro nomi e cognomi, erano caporali travestiti da marescialli, ma lui era Napoleone. Dopo un paio d’anni al potere, Renzi mogio mogio comincerà a salire sempre più spesso al Colle per cercare conforto, si aggrapperà al potere che gli starà sfuggendo, in quel preciso istante sarà diventato un uomo, non solo, sarà diventato anche un leader, ma sarà troppo tardi. 


E allora avanti un altro, direbbe Bonolis. E io sempre lì sul Colle, a guardare i volteggi dei curnaias. Come sarebbe bello invecchiare così. Il bene degli italiani? Mi creda, Presidente, non dipende da costoro, dipende da noi cittadini comuni, dobbiamo smazzarcela da soli, ma vedrà che ce la faremo, i percorsi saranno più tortuosi del passato, ma li troveremo. Anche questa volta.


Presidente Napolitano, buon Natale e mi creda affettuosamente suo,


Riccardo Ruggeri

MIKAIL KODORKOWSKY E IL PERDONO MAI RICHIESTO.

Mikhail Khodorkovsky è una specie di prova vivente per quanti pensano che la Russia sia un regime orientale, anziché un paese democratico. E’ così da dieci anni, dal 25 ottobre del 2003, quando gli uomini delle squadre speciali lo hanno arrestato sulla pista di un aeroporto siberiano per evasione fiscale, corruzione e appropriazione indebita: allora Khodorkovsky era l’uomo più ricco della Russia, teneva le mani su un colosso petrolifero di nome Yukos, pareva l’unico russo con la forza e forse anche la volontà di sfidare il capo del Cremlino, Vladimir Putin. E ieri Putin ha sorpreso il Paese annunciando la grazia per il suo rivale, anche se manca ancora la data per l’eventuale scarcerazione.

“Khodorkovsky ha passato dieci anni in carcere, è una punizione molto severa”, ha detto Putin, che ha spiegato di avere una lettera in cui l’ex oligarca chiede il perdono del presidente, citando “ragioni umanitarie” e la malattia della madre. “Un decreto sarà firmato nel più breve tempo possibile”, ha aggiunto Putin. Ma quella lettera è un grande mistero per i legali di Khodorkovsky, che hanno smentito per tutto il pomeriggio di avere mai scritto al Cremlino (“lui non ha mai chiesto il perdono e nessuno ci ha informati della scelta”, ha detto l’avvocato Vadim Klyuvgant; “non so niente in proposito, Khodorkovsky non mi ha parlato dell’ipotesi neppure nel nostro ultimo incontro”, ha confermato un altro legale, Karina Moskalenko). 

E sono misteriose anche le ragioni che hanno spinto Putin verso questa scelta, dato che per anni ha respinto con decisione le critiche che venivano dall’Ue, dagli Stati Uniti e da molte organizzazioni umanitarie, ribadendo da un lato l’indipendenza della magistratura russa, dall’altro il dovere di proteggere gli interessi nazionali. Secondo Dmitri Trenin, analista influente del Carnegie di Mosca, questo annuncio dimostra che Putin non avverte più Khodorkovsky come una minaccia al suo potere. Molti osservatori stranieri, soprattutto sulla stampa anglosassone, ritengono che la scelta di Putin faccia parte di una strategia più vasta in vista delle Olimpiadi invernali di Sochi, che sono lontane soltanto un paio di mesi e porteranno sulla Russia l’attenzione del mondo.

Insomma, dopo le opere babilonesi e le misure di sicurezza straordinarie per impedire attacchi dei terroristi, è possibile che Putin abbia deciso di muoversi su un fronte più delicato, sul fronte dei diritti umani, per ridurre al minimo i contrasti sui dossier che le cancellerie straniere considerano più delicati. Khodorkovsky sarebbe dovuto uscire di prigione nel 2014 insieme con il suo assistente Platon Lebedev. Nei dieci anni in carcere ha ricevuto messaggi di solidarietà da decine di leader europei, da scrittori, poeti e vecchi dissidenti. 

Gli uffici stampa di Khodorkovsky sparsi in tutta Europa affermano che le condanne per reati fiscali siano soltanto una scusa, e che in realtà Putin fosse preoccupato dall’idea di uno scontro politico con Khodorkovsky. Ma c’è anche chi ritiene che l’arresto abbia ben altre ragioni, che sia venuto quando l’ex oligarca ha cominciato a trattare la vendita di alcuni suoi asset alla compagnia americana ExxonMobil (questa è la versione descritta da Marshall I. Goldman nel suo libro “Petrostate”).

Non è l’unico segno di clemenza mostrato dal Cremlino alla vigilia dei Giochi di Sochi. La Duma ha confermato in settimana il provvedimento di amnistia che permetterà di lasciare il carcere alle Pussy Riot così come ai trenta attivisti di Greenpeace arrestati e accusati di teppismo dopo l’attacco a bordo di un gommone contro una piattaforma di Gazprom. A Mosca sono molti gli interrogativi (che farà Khodorkovsky una volta libero? Si metterà in politica? Oppure lascerà la Russia?). Marina, la madre, pare impaurita dall’annuncio di Putin: è magnifico, ha detto ieri, ma temo che non sia vero.

Thursday, December 19

UKRAJNA: REGAN E LA CIA MODIFICARONO L'EUROPA

L’Ucraina è stato il tema dominante della discussione che si è protratta fino a notte avanzata tra i 28 capi di governo dell’Unione europea. Nulla è stato deciso. Le divisioni tra i membri dell’UE erano pari al dilemma dell’Ucraina che deve decidere tra l’adesione all’accordo di libero scambio con l’Europa o l’entrata nell’unione doganale con la CIS, che è ciò che resta dell’Unione sovietica. L’Ucraina è un paese chiave delle relazioni tra l’Europa e la Russia, dal momento che vi transita la quasi totalità del gas russo utilizzato dagli europei che proviene dalla penisola dello Yamal, nell’ovest della Siberia. Da oltre quarant’anni questo gasdotto è al centro di gran parte delle dispute geopolitiche mondiali.

Nel 1969, con il ruolo determinante di Henry Kissinger, cominciò sotto l’Amministrazione Ford e Nixon l’èra della détente, o come la chiamavano i sovietici, della razryadka. Iniziarono i negoziati per la riduzione delle testate nucleari Salt e Anti ballistic missile Treaty e nel 1972, durante un incontro tra Nixon e Breznev a Mosca, venne evocata la possibilità di approvvigionare gli Stati Uniti con gas russo. Nacque così il progetto “North Star” che prevedeva la spedizione di gas da Urengoy – lo stesso punto di partenza del gas che ora arriva in Europa – a Petsamo, una regione al confine con la Norvegia che dà accesso al mare di Barents, dove sarebbe stato liquefatto e spedito via nave per fornire energia a New York, Pennsylvania e New England. 

Allo stesso tempo, i sovietici avrebbero dovuto consegnare il gas, proveniente dalla Repubblica della Jacuzia nell’estremo est della Siberia, in California e in Giappone. La "razryadka" non durò a lungo e il progetto non vide mai la luce a causa del deteriorarsi delle relazioni tra gli Stati Uniti e l’Unione sovietica. Ebbero inizio, invece, i rapporti commerciali di forniture gas tra gli stati dell’allora Comunità economica europea e l’Urss. Gli anni che vanno dal 1973 al 1982 segnarono drammatici cambiamenti nelle relazioni tra gli stati, e l’energia assunse un ruolo di primo piano nei rapporti internazionali.

Il 6 ottobre 1973, giorno della festività ebraica dello Yom Kippur, l’esercito egiziano attaccò Israele da sud attraverso la penisola del Sinai insieme con quello siriano che attaccò da nord, dalle alture del Golan. Il governo israeliano chiese aiuto ad alcuni paesi: America e Olanda furono i primi a concederglielo, scatenando la reazione dell’Opec, l’organizzazione dei paesi produttori di petrolio, che culminò con l’embargo petrolifero nei confronti dei paesi sostenitori di Israele. I prezzi del petrolio impazzirono. In poco più di tre mesi passarono da circa 3 dollari al barile a quasi 17. 

Cominciò un periodo di austerità e l’allora presidente del Consiglio italiano, Mariano Rumor, prese provvedimenti draconiani: niente televisione dopo le 9 di sera, niente cinema, niente automobili il sabato e la domenica. Nei primi tre mesi del 1979 vi furono la rivoluzione iraniana, con la caduta dello Scià e l’occupazione dell’ambasciata americana, e l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Quest’ultimo episodio sancì definitivamente la fine della détente: Ronald Reagan definì l’Unione sovietica come l’impero del male, paragonando il periodo della distensione alla relazione che il tacchino ha con il suo allevatore sino al giorno del Ringraziamento. I prezzi del petrolio registrarono un’ulteriore impennata fino a toccare i 40 dollari al barile, un aumento di dieci volte in 6 anni.

La Comunità europea cominciò a pensare all’alternativa che aveva per assicurarsi l’energia di cui aveva bisogno a un prezzo ragionevole, senza dover essere condizionata dalle sempre più numerose e repentine crisi internazionali. I sei paesi parte della Comunità economica europea, che nel 1957 avevano un pil di 165 miliardi di dollari rispetto ai 441 miliardi degli Stati Uniti, nel 1980 erano diventati 10, con un pil di 2,8 trilioni di dollari, addirittura maggiore di quello americano. L’Europa era diventata, dunque, protagonista della scena economica mondiale, ma era in crisi. La disoccupazione era del 10 per cento e per più del 40 per cento diffusa tra i giovani sotto i 25 anni. 

L’Europa aveva una disperata necessità di risollevarsi e per questo aveva bisogno di energia a basso prezzo. Nel giugno 1980, il cancelliere Helmut Schmidt andò a Mosca e tornò annunciando l’avvio dei lavori per il gasdotto eurosiberiano, un’immensa opera di 3.000 miglia, che da Urengoy sarebbe arrivato ai confini europei, dopo aver attraversato 450 miglia di steppa, 100 miglia di permafrost, 561 fiumi e torrenti e i gruppi montagnosi degli Urali e dei Carpazi. 

Anche i francesi si mossero, e sempre in quei mesi Giscard d’Estaing incontrò Breznev a Varsavia per discutere l’adesione al progetto. Seguì, subito dopo, un incontro tra il presidente dell’allora compagnia di stato francese Gaz de France, Pierre Alby, e la russa Soyuzgas. Il progetto rappresentava la quadratura del cerchio. Gli europei avevano bisogno di approvvigionarsi di energia sicura e poco cara, dovevano trovare mercati di sbocco per la moribonda industria dell’acciaio e garantirsi commesse per le molte industrie manifatturiere che erano sull’orlo del fallimento. Dal canto loro i russi cercavano un mercato per il loro gas, delle tecnologie occidentali e moneta pregiata per fare fronte alla crisi finanziaria del sistema sovietico. 

Il gasdotto siberiano era l’eldorado sia per l’URSS che per l’Europa. In pochi mesi ai sovietici furono concesse linee di credito pari a 3 volte i fondi necessari per l’operazione: 5,2 miliardi di dollari dai tedeschi della Deutsche Bank, 3,3 dai francesi del Credit Lyonnais, 2 dagli olandesi della Algemene Bank, uno dai belgi della Société Générale e 3 miliardi dai giapponesi. Ulteriori linee di credito furono poi concesse da inglesi, austriaci e italiani. 

Furono inoltre firmati i contratti per l’acciaio necessario ai 3.000 chilometri di tubi e ordinate le 125 turbine da utilizzare nelle 41 stazioni di compressione del gas. Erano coinvolte tutte le società europee, le tedesche Mannesmann e Aeg, l’inglese John Brown, la francese Thomson Csf e l’italiana Nuovo Pignone nonché società americane del calibro di General Electric, Caterpillar Tractor, Dresser Industries e Cooper Industries. I sovietici furono particolarmente abili nel negoziare le forniture: si facevano fare un’offerta e poi andavano da un concorrente per ottenere uno sconto. Una volta ottenuto, presentavano la seconda offerta a un terzo concorrente. 

Si stima che con questo sistema l’URSS risparmiò circa il 25 per cento su tutte le forniture. Un sistema che era già stato utilizzato dall’Unione sovietica nel 1972 con gli Stati Uniti. In quell’anno vi era stata in Urss un’eccezionale penuria di grano e i sovietici decisero di acquistarlo dagli Stati Uniti, ma evitando i grandi consorzi agricoli e contattando direttamente migliaia di piccoli agricoltori, spuntando prezzi ben al di sotto di quelli di mercato. Gli Stati Uniti si trovarono a un certo punto privi di grano, il poco che si trovava era venduto a prezzi altissimi ed era necessario importarlo, un episodio nella storia noto come la “Great american grain robbery”. 

In parallelo alla negoziazione delle linee di credito e delle forniture, gli europei e l’Urss cominciarono a negoziare le quantità e i prezzi del gas. Il gasdotto poteva trasportare fino a 40 miliardi di metri cubi di gas. Dieci di questi sarebbero andati alla Germania dell’ovest, 8 alla Francia e all’Italia, 5 al Belgio, 4 all’Austria, 4 ai Paesi Bassi e 1 alla Svizzera. La negoziazione sul prezzo fu invece molto più complicata. A differenza del petrolio, il gas non aveva un riferimento internazionale. I negoziatori si accordarono su una formula: un prezzo base agganciato a quello del petrolio. 

Mentre sovietici ed europei brindavano, dall’altra parte dell’Atlantico la nuova Amministrazione di Ronald Reagan non vedeva la situazione nello stesso modo, come dimostrano i documenti della CIA e i verbali delle riunioni alla Casa Bianca. L’8 luglio 1981 la CIA inviò a Washington un memorandum segreto sul progetto “Siberian pipeline”, nel quale suggeriva che gli Stati Uniti dovevano cercare di dissuadere gli europei dall’andare avanti con la costruzione del gasdotto o rallentarne la realizzazione fino a che uno studio sulla "sicurezza energetica mondiale", alla luce dei cambiamenti economici e geopolitici, non fosse stato completato. Una chiara tattica dilatoria. 

Il memorandum sottolineava come il progetto potesse accrescere la forza militare sovietica grazie alle tecnologie “dual use” fornite dall’occidente. Senza il gasdotto, chiosava la Cia, l’Urss sarebbe entrata in una crisi economica cronica. La CIA era certa che i sovietici non potevano costruire il gasdotto senza l’aiuto occidentale, e che se ci avessero provato e ci fossero riusciti, avrebbero impiegato in quel progetto risorse finanziarie, umane e  tecnologiche distogliendole dal settore militare. 

Il 9 luglio del 1981, alle 3 e 30, fu organizzata una riunione del "National Security Council" per discutere del documento. Erano presenti tutti: il presidente Ronald Reagan, il vicepresidente, il segretario di Stato Alexander Haig, il segreterario alla Difesa Weinberger con il suo vice Carlucci, il segretario al Tesoro, il direttore della CIA Casey, l’ambasciatore presso le Nazioni Unite Kirkpatrick, il National Security Advisor Allen e il segretario al commercio Baldrige. L’obiettivo era adottare una decisione da sottoporre al vertice del G7 in programma a Ottawa per il 19-21 luglio. La discussione fu drammatica e i punti di vista completamente opposti. 

Il capo del Pentagono, Caspar Weinberger, sostenuto dalla CIA, chiedeva mano libera per “uccidere il progetto” e accusava il segretario di Stato Haig di essere troppo accondiscendente. Haig prese la parola. “Abbiamo provato a bloccare il progetto. Non ci siamo riusciti. Il presidente tedesco Schmidt si è speso personalmente. Torcergli il braccio in modo pubblico sarebbe controproducente. Con noi o senza di noi i tedeschi andranno avanti. Dobbiamo adottare un approccio più intelligente, e convincere gli europei a diminuire la loro vulnerabilità energetica”. Haig era un uomo pragmatico e sottolineò l’esigenza di offrire agli alleati un pacchetto di misure: petrolio dall’Alaska, finanziamenti federali, export di carbone verso l’Europa a un prezzo politico. E ciò doveva essere fatto anche se gli europei avessero deciso di andare avanti con il gasdotto. 

Mise in guardia il presidente sul fatto che a Ottawa si sarebbe trovato di fronte a paesi colpiti dalla crisi economica che veniva imputata anche alla politica monetaria degli Stati Uniti. Quasi supplicò il presidente di non adottare un atteggiamento troppo rigido nei confronti dell’Europa per non ripetere la disastrosa esperienza dell’Amministrazione Carter che boicottò, senza successo, la vendita da parte della Germania di tecnologie nucleari al Brasile. Weinberger fu sprezzante: “La leadership non si esercita valutando le opinioni dei nostri alleati per concludere che non c’è niente da fare. Leadership è decidere cosa è necessario fare e farlo. Abbiamo un potere di persuasione. "Esercitiamolo”. 

Si suggeriva, quindi, di minacciare ritorsioni nei confronti di società europee che avevano contratti con il dipartimento della Difesa americana e nel contempo si erano dichiarate disponibili a lavorare con i sovietici. Era il caso della inglese Rolls Royce, per esempio, che era in gara per fornire i motori ai caccia a decollo verticale Harrier e che aveva firmato il contratto per la fornitura delle turbine per la compressione del gas, un elemento fondamentale del progetto. Il segretario al commercio Baldrige intervenne immediatamente dopo: “L’essenza della leadership è adottare la linea più dura possibile. Ma diventiamo più deboli se falliamo. Ho ricevuto stamattina la notizia che i giapponesi sono pronti a vendere 500 pipelayer ai russi. 

La nostra Caterpillar è stata informata che se non firma entro il 30 giugno, perde il contratto. Se non lo facciamo noi, lo faranno altri”. L’ambasciatore Broke fece un’analisi politica: “In Europa la situazione economica è disperata e questo è l’effetto degli alti tassi di interessi americani che hanno provocato la rivalutazione del dollaro. Dal momento che il trading petrolifero si effettua in dollari, questo ha causato un terzo choc petrolifero”, schierandosi con Haig. Secondo lui gli Stati Uniti dovevano offrire alternative credibili e aiuti all’Europa. 

Dovevamo mettere da parte il bastone e usare la carota. Allen, invece, si schierò con Weinberger con decisione: “Qui stiamo parlando della nostra Sicurezza nazionale”, Kirkpatrick aggiunse che non si poteva permettere agli europei di vendere ai russi la corda che sarebbe stata usata per impiccare gli americani. Il sottosegretario Regan intervenne con uno statement che lasciò tutti di stucco: “Vogliamo che i sovietici continuino a produrre gas e petrolio. Noi non potremmo approvvigionare l’Europa. Probabilmente dovremo affrontare una carenza di gas a metà degli anni Ottanta. 

Ora l’Europa occidentale è ostaggio dell’Algeria. Le sue economie sono indebolite per le questioni energetiche. Dobbiamo far sì che il gas continui a scorrere”. E infine Haig, prima di lasciare la riunione: “Non possiamo essere visti come coloro che intervengono nel loro destino. E’ il loro progetto. Sono i loro soldi”.

Weinberger insistette sul concetto di leadership e primazia americana. Non ci fu nessuna conclusione. Non vi era nessun punto in comune tra i partecipanti alla riunione. Il presidente non decise, aveva un quadro troppo confuso. Raccomandò solo di tenere la discussione segreta. C’erano state delle fughe di notizie nei giorni precedenti e i russi erano al corrente di quanto l’Amministrazione americana stava pensando. Nei giorni successivi all’incontro, la CIA raccolse informazioni sulla reazione da parte degli alleati alle pressioni per abbandonare il progetto. Il quadro non era confortante e corrispondeva all’analisi fatta da Haig. Gli europei non ritenevano credibili le alternative suggerite dagli Stati Uniti, soprattutto quelle relative all’assistenza alla costruzione di centrali nucleari oppure all’aiuto nel cercare fonti alternative di energia in Algeria, mare del Nord o in Nigeria. 

Malgrado l’intensa attività di intelligence, le complesse analisi politico-economiche e le molteplici riunioni, la situazione a Washington fu di completo stallo per tutto l’autunno. In novembre risultò chiaro che la Gran Bretagna non aveva nessuna intenzione di allinearsi alle posizioni americane. Una decisione, Reagan, però, la adottò: con un decreto autorizzò la società americana Caterpillar a vendere ai sovietici macchinari per la posa dei tubi. Un atto che rese ancora più difficile far accettare agli europei la rinuncia al progetto, visto anche che proprio negli stessi mesi l’Amministrazione americana aveva tolto l’embargo alla vendita di grano all’Unione sovietica in vigore dall’invasione dell’Afghanistan del 1979.

Il 2 dicembre 1981 il Pentagono inviò al presidente un memorandum dove ribadiva il suo disaccordo con il dipartimento di stato e chiedeva di far valere la leadership americana a tutti i costi. Haig, però, cominciava ad avere dalla sua parte il National security council e la Cia ammise che sarebbe stato impossibile fermare il progetto. Il pragmatismo del segretario di stato, il desiderio di evitare una guerra con alleati stava prevalendo. Weinberger era sempre più isolato. Dieci giorni dopo la situazione si capovolse. Il regime del generale Jaruzelski aveva appena dichiarato la legge marziale in Polonia e sospeso i diritti civili, mettendo fuori legge il Solidarnosc guidato da Lech Walesa. Gli Stati Uniti non avevano dubbi: Jaruzelski era un uomo di Mosca e ne aveva eseguito gli ordini. La partita tra Haig e Weinberger si riaprì immediatamente e i due si affrontarono nel corso di una riunione del National Security Council del 22 dicembre. 

La chiesa dell’arcivescovo di Gniezno e Varsavia, Józef Glemp, era sotto pressione del governo perché non lanciasse messaggi troppo duri. Walesa era vivo, ma non voleva negoziare con “l’agente sovietico Jaruzelsky”. Secondo la Cia, nessuno avrebbe osato uccidere Walesa, protégé del cardinale Wyszynski. Fu letto un dispaccio dei servizi svedesi secondo i quali i sovietici e i cecoslovacchi sarebbero stati pronti a entrare in Polonia il 26 dicembre. Ma non vi era alcuna conferma. Haig riferì anche di una telefonata ricevuta in mattinata sull’atteggiamento dell’Italia: erano vigorosi e decisi, sostenne, aggiungendo: “Colombo (Emilio) is good!”. Nel corso della riunione vennero presentati due documenti sulle possibili ritorsioni contro la Polonia e contro l’Unione sovietica.

Il secondo era incentrato sulla questione del gasdotto. Il presidente definì i leader europei “little chickens“ aggiungendo: “Dovremmo far sapere ai nostri alleati che anche loro pagheranno un prezzo se non si allineano. Abbiamo la memoria lunga”. Reagan aveva scelto. La vigilia di Natale annunciò le sanzioni contro la Polonia seguite da quelle contro l’Unione sovietica. Ordinò a tutte le società americane di abbandonare ogni iniziativa legata al gasdotto siberiano. 

La Commissione europea emanò dei “blocking statutes” che minacciavano sanzioni alle società europee che avessero seguito l’ingiunzione americana. In una una nota agli Stati Uniti, la Commissione europea fece valere l’illegittimità delle misure in quanto extraterritoriali e quindi contrarie al diritto internazionale e, dal punto di vista politico, sottolineava come l’Unione sovietica e i paesi dell’est condividessero lo stesso continente e che malgrado una certa differenza nelle ideologie e nei sistemi economici vi fossero legami storici che non potevano essere ignorati. 

Per una volta, la dichiarazione non lasciava grandi margini di interpretazione. Si aprì una battaglia politica tra alleati senza precedenti nella storia.  L’incontro tra il primo ministro inglese Margaret Thatcher e il presidente Reagan ebbe luogo il 1° luglio del 1982 a Washington. Il mese prima Reagan e Papa Giovanni Paolo II si incontrarono a Roma nella biblioteca vaticana. Nessuno sa cosa si siano detti ma Richard Allen, il primo National security advisor di Reagan, disse che si era creata la “più grande alleanza segreta di tutti i tempi”. 

Qualche giorno dopo, nel corso dell’incontro di Washington nella stanza ovale, Margaret Thatcher ordinò a tutti i presenti di mettere via le penne, un modo per dire di non prendere appunti. Ed esclamò: “Ron, quanto hai fatto è totalmente inaccettabile tra amici. Io penso alle mie società. Tu alle tue”. Haig si dimise, al suo posto fu nominato Shultz. In quei giorni Reagan emise la direttiva segreta NSDD32 con la quale autorizzava misure diplomatiche, politiche e di qualsiasi altra natura per isolare l’Unione sovietica.

Nell’estate del 1982 una tremenda esplosione della forza di tre chilotoni colpì il gasdotto. La forza d’urto fu tale che le stazioni di rilevamento americane in Alaska pensarono si fosse trattato di un test nucleare sovietico. L’esplosione fu visibile anche dallo spazio. Il gasdotto fu, però, riparato in breve tempo e gli europei continuarono a ignorare le sanzioni dei loro alleati americani. Il falco Caspar Weinberger cominciò a cambiare posizione. Incontrò a Londra l’8 settembre 1983 Margaret Thatcher per più di due ore. Ammise l’importanza per le imprese europee di onorare i contratti con i russi e il ruolo chiave giocato dal gasdotto per la sicurezza degli approvvigionamenti europei e la rinascita economica dell’Europa. 

Il nuovo segretario di stato Shultz negoziò con gli alleati europei un nuovo pacchetto di misure. Le sanzioni americane furono rimosse nella notte tra il 13 e il 14 novembre 1982. La Guerra fredda energetica tra alleati terminò e nel gennaio del 1984 il gasdotto fu inaugurato. Il flusso energetico per decenni è rimasto indifferente all’alternarsi dei rapporti tra l’occidente e i paesi del Patto di Varsavia e i proventi della vendita del gas non impedirono la disgregazione dell’Unione sovietica. Il gasdotto russo non fu altro che un’operazione commerciale, profittevole per tutte le parti coinvolte, e non una minaccia per l’equilibrio dei poteri tra est e ovest.

RUSSIA TO BY USD. 15 BILLION IN UKRAINE's BONDS,

The announcements came after Putin held talks in Moscow with Ukrainian President Viktor Yanukovich, who is facing massive protests at home for his decision to shelve a pact with the EU in favor of closer ties with Moscow. Russia's bailout package angered protesters, who immediately accused Yanukovych of selling out the country to the Kremlin and pressed demands for his ouster.

Washington said the Kremlin agreements would not address concerns of the demonstrators in Kiev, and German Chancellor Angela Merkel dismissed what she described as a "bidding competition" over Ukraine. Putin's move came as Ukraine said it desperately needs to get at least $10 billion in the coming months to avoid bankruptcy. The Fitch ratings agency has given Ukraine's bonds a B-minus rating, which puts them in "junk bond" territory.

Putin sought to calm protesters in Kiev by saying he and Yanukovych didn't discuss the prospect of Ukraine joining a Moscow-dominated economic bloc they fear will pull their country closer into Russia's orbit. Yanukovich has maneuvered between Russia and the EU in an apparent search for the best possible deal. He has insisted Ukraine intends to sign the EU agreement but wants to negotiate better conditions.

But neither Putin nor Yanukovych mentioned the possibility on Tuesday, and they didn't take questions, suggesting they were keeping their messaging tightly controlled. Russian Finance Minister Anton Siluanov said after the Kremlin talks that Russia would purchase $15 billion in Ukraine's Eurobonds. The money would come from Russia's rainy day National Welfare Fund that accumulates oil and gas revenues.

Siluanov also said Moscow could buy the first $3 billion of those Eurobonds this week, Interfax reported. Putin emphasized that Russia's decision to buy the Ukrainian securities wasn't contingent on Kiev freezing social payments to its citizens — a clear jab at the International Monetary Fund, which has pushed Ukraine to reduce spending as a condition for providing a bailout loan.

Putin said the Russian state-controlled gas monopoly, Gazprom, will cut the price that Ukraine must pay for Russian gas deliveries by about one-third from the current $400 per 1,000 cubic meters to $268.50 per 1,000 cubic meters. Ukraine serves as a key conduit for Russian natural gas exports to Europe, and fierce gas pricing disputes between the neighbors have repeatedly resulted in supply cuts to EU customers. Yanukovych explained last month's decision to spike the EU agreement as necessary to improve ties with Russia, which has banned or halted imports of some Ukrainian goods and threatened more sanctions if Ukraine signs the EU pact. The EU has been cool about Ukraine's pleas for a bailout.

Putin and Yanukovych both pledged Tuesday to boost economic and trade ties to expand the "strategic partnership" between the two neighbors. A dozen agreements signed Tuesday included one to settle disputes in mutual trade, a deal to jointly modify a Soviet-designed transport plane, a deal on industrial cooperation and an agreement to design a bridge across the Kerch Strait. Russia's decision to buy Ukrainian securities effectively means a $15 billion financial aid package, which could be enough to avert a balance of payments crisis for the next 18 months, according to an estimate by Neil Shearing, the chief emerging markets economist at Capital Economics in London.

He said in a note to investors that the gas price cuts could reduce Ukraine's current account deficit by around $4.5 billion a year. Together with the purchase of Ukrainian securities that would be enough to sustain Ukraine's balance of payments for around two years. Tim Ash, emerging markets analyst from Standard Bank in London, said that it remains unclear what conditions Putin placed for the generous aid. "I cannot imagine that Putin suddenly felt very generous," he said. There will be a tough set of requirements that "either permanently breaks the link with the EU ... or ensures Russia's control over gas supply/transit."

Ukrainian opposition leaders, speaking to protesters who have camped on Kiev's main Independence Square for nearly a month, quickly denounced the Kremlin agreements and accused Yanukovych of treason. Vitali Klitschko, a world heavyweight boxing champion who quit boxing to concentrate on politics, accused Yanukovych of making Ukrainian assets collateral for the Russian bailout. "The only way out for the country is early elections," he told a crowd of over 10,000 protesters. "We are all staying here and will fight for the right to live in a free country." The opposition leaders vowed to continue their protests, if necessary through New Year and Orthodox Christmas, celebrated on Jan. 7, calling for the ouster of Cabinet and demanding early presidential and parliamentary elections.

Another opposition leader, Oleh Tyahnybok, also accused Yanukovych of selling out Ukraine to Russia by signing the agreements with Putin. "He wants to surrender us, Ukrainians, to serfdom, to eternal slavery under Moscow," Tyahnibok said. "Today Yanukovich betrayed Ukrainians." In Washington, White House spokesman Jay Carney responded to the announcements by repeating the U.S. call for Ukraine's government to enter into immediate dialogue with demonstrators. "Any agreements concluded between Kiev and Moscow will not address the concerns of those who have gathered in public protest across Ukraine," Carney said. "We urge the Ukrainian government to listen to its people."

Merkel, speaking in an interview with ARD television, said "this 'either-or' between Russia and Europe is dominating too much ... and the neighborhood should not look that way in the long term, in my opinion. We have to break that up," she said in an interview with ARD television. "Ukraine can't do that alone; we in Europe, and in Germany, will have to keep talking with Russia."

THE BALCAN COCAINE ROUTE

We are fighting every day and night against: 
1. Countering transnational organized crime, illicit trafficking and illicit drug     trafficking 
 2. Countering corruption 
 3. Terrorism prevention 
 4. Justice 
 5. Prevention, treatment and reintegration, and alternative development 
 6. Research, trend analysis and forensics 
 7. Policy support.

Speaking for Al-Jazeera the expert Marko Nicović explained that the situation additionally deteriorated due to poor training on sophisticated drug smuggling methods received by customs and police officers.

Commenting on a recent statement by UNODC Executive Director Yury Fedotov that some 80 percent of narcotics from Afghanistan were being shipped through the Balkans, Nicović also claimed that the most serious problem was that these drugs were stored in "in Kosovo, Macedonia and Albania": 

"The smugglers have huge quantities of money at their disposal, in many secret places, which they use to easily bribe Police officers and judges, therefore the region is ideal for them, while it will take time to eradicate Southeast Europe's main problem, corruption." 

According to him, heroin is arriving to this region from Afghanistan, Iran and Pakistan, mostly via Turkey and Bulgaria. However, another global drug route is brining cocaine to the Balkans - from South America, via seaports in Albania, Montenegro, Croatia and Slovenia. 

This expert explained that drug routes are now crossing in the Balkans - with one heading toward Western Europe, while the other has the U.S. and Canada as its destinations. 

At the same time, about 15 percent of the smuggled narcotics remain in the Balkan countries, where there are some 700,000 drugs addicts in the former Yugoslav republics and Greece and Albania. 

Nicović also told the news agency that Montenegro is mostly consuming "high quality Albania-made marijuana", followed by cocaine and synthetic drugs, which he described as "cheap, and easily accessible to youths". 

"A gram of cocaine costs EUR 50, while a dose of methamphetamines or ecstasy costs only three to four euros," he noted, and added that poor countries were now faced with a wave of synthetic drugs in their illegal markets, "which are much quicker to destroy central nervous system and health of young people".

SERBIA VERY FAST BECOME A NEW MEMBER U.E.

Serbian Prime Minister Ivica Dacic said Wednesday that he firmly believes that Serbia can become a member of the European Union faster than other countries in the region and that the speed will depend on its commitment to this process and continuation of the dialogue in Brussels. Dacic told a press conference in the Serbian government that Serbia could join the EU in six years, like Slovakia.

“What seemed to be a dream for years and decades now started to come true. Serbia is now certainly going to Europe,” he said. Dacic said that “the current government has not only opened the door to Europe but also stepped inside and in this way fulfilled its most important promise.” He thanked all members of the Serbian government, particularly Deputy Prime Minister Aleksandar Vucic, and European foreign policy chief Catherine Ahton, for her facilitation of the dialogue with Pristina, stressing that “it has been long since a negotiator had such an objective attitude towards Serbia.”

Dacic said that the decision on the beginning of negotiations between Serbia and the EU is a historic one and the realization of a desire by both Serbia’s citizens and some previous governments.“This decision does not mean we got anything from anyone. On the contrary, we deserved it,” the Serbian prime minister said, recalling that that the previous governments lacked the political courage and the strength to take the political risk and two key steps - real reforms and normalization of relations with Pristina.

“This government made the step forward, while at the same managing to defend its national and state interests,” Dacic said. He voiced the belief that the beginning of negotiations with the EU is the end to a difficult period and that it is time for a new beginning and an overall reform in Serbia. Answering journalists' questions, Dacic said that Serbia intends to normalize relations with Kosovo and that he personally believes that the Serbs in the province should turn out to vote in the parliamentary elections in spring next year, as it will enable them to influence decisions by the future government in Pristina.

Dacic said that Serbia will not change its position of not recognizing Kosovo independence, unilaterally proclaimed by the ethnic Albanians in 2008. He recalled that even within the EU there is no full consensus on this point. Serbia's Prime Minister Ivica Dacic said on Wednesday he saw no obligation for Serbia to recognize Kosovo's unilaterally declared independence in the framework for the accession talks with the EU.

At Germany's and the UK's insistence, the framework includes a requirement of a comprehensive normalization of the relations with Kosovo and a binding document signed to that end. Dacic told a news conference in Belgrade that he saw no obligation to recognize Kosovo's independence in the term "legally binding document." "I do not even see that the there is a single unified interpretation of the term within the EU. I believe no one in the EU can say what it means," he noted.

As far as Serbia is concerned, a change of view regarding Kosovo's status is out of the question, he stated. "We absolutely do not interpret it as a requirement to change our view, because we have no intention of recognizing Kosovo's unilaterally declared independence, but we do intend to establish normal relations," he said. When asked if a recognition of Kosovo's independence would be a requirement for Serbia's membership in the EU at the end of the integration process, he replied that the things not in the framework were not obligatory.

"Do any individual countries feel that way? Probably. But there are also those who feel differently. Why should we exhaust ourselves in an argument about its meaning when even they do not know what it means," he noted. Kosovo will remain the toughest topic in the negotiations with the EU, and even if Serbia were an ideal country of prosperity, it would still have failed to enter the accession talks with the EU without progress in the dialogue with Pristina, he pointed out.

"Many countries would never have become EU members had they been forced to go through the same things as us, so all our achievements should be valued twice as high," he stressed. Regarding the initiative to put forth him, Kosovo's Prime Minister Hasim Taci and EU High Representative Catherine Ashton as candidates for the Nobel Prize for peace, he said that the story was so unbelievable that he could not comment on it.

"We have done nothing here for the Nobel Prize, or for our rating or positions, but for Serbia, and that is our greatest reward," Dacic pointed out. Head of the Albanian caucus in the US Congress Eliot Engel has been lobbying for support to name Ashton, Dacic and Taci as candidates for the Nobel Prize for peace, Tanjug has learned in Washington. Engel is one of the greatest advocates of Kosovo's independence since the beginning of the 1990s. He has asked for support from the Serbian caucus for the Nobel Prize idea, but the Serbian caucus has not decided on the issue yet and is waiting for an opinion from the Serbian government.

SERBIA WILL NOT JOINT N.A.T.O.

Serbia will not join NATO but it will be its reliable and responsible partner, Serbian Foreign Minister Ivan Mrkic said in Belgrade during the talks with ambassadors of NATO's Countries accredited in Serbia.

According to a release, Mr. Mrkic presented the priorities in Serbia's "Security Policy", activities and results of cooperation with NATO through the mechanisms of the "Partnership for Peace" Programme and Serbia's contribution to regional and global "Security Cooperation" by participation in EU and UN international peacekeeping missions.

Minister Mrkic also said that there is room for further enhancement of cooperation by means of available mechanisms of the "Partnership for Peace Programme".

He pointed to the "Security Aspect of the Kosovo-Metohija" issue and noted that it is necessary for KFOR international forces to remain in the province in an unreduced number as a guarantee of safety for Serb and other non-Albanian citizens and the implementation of the Belgrade-Pristina agreement.

NATO ambassadors expressed satisfaction with the level and intensity of Serbia's cooperation with NATO within the Partnership for Peace Programme and qualified as positive the results achieved in this aspect in the past year.

During the talks, the high officials underscored the importance of the decision of the Council of the European Union on Tuesday to launch Serbia's accession talks in January 2014 and this was qualified as historic progress in the European integration process, states the release.

Mr. Mrkic's meeting with the Ambassadors was held in the building of the Slovakian Embassy as the contact Embassy in charge of Serbia's cooperation with NATO as of 2014.

Tuesday, December 17

CIA: ROBERT LEVINSON UN'ALTRA PAGINA VERGOGNOSA

Tre anni fa i cronisti dell’Associated Press (AP) hanno avuto la conferma che Robert Levinson, ex agente dell’FBI scomparso nel 2007 in Iran, non era sparito durante un “viaggio d’affari” nell’isola di Kish, come da versione ufficiale della Casa Bianca, ma lavorava per la CIA. 

Per tre volte, nel corso degli anni, il governo americano ha chiesto all’agenzia di stampa di non pubblicare l’inchiesta, dicendo che avrebbe fatto saltare le trattative per il rimpatrio. Per tre volte l’AP ha acconsentito. Ieri l’embargo della Casa Bianca è scaduto, non un buon indizio sulla sorte del prigioniero: i funzionari dell’Amministrazione sono certi che i sequestratori sanno dell’affiliazione con la CIA e da anni ormai non ci sono nuove notizie.

Molti fra Langley e la Casa Bianca pensano che sia stato ucciso, ma anche di questa eventualità non ci sono conferme. Il presidente dell’Iran, Hassan Rohani, che sussurra all’occidente parole dolci per guadagnare credibilità, dice di non avere informazioni. Per la verità nessuno sembra saperne nulla. Le ultime comunicazioni, due email, una delle quali conteneva un video indirizzato alla moglie, risalgono al 2010. La prima è stata inviata da un bar in Pakistan, la seconda dall’Afghanistan. 

Non soltanto gli anni della detenzione sono opachi e offrono indizi non verificabili – un medico e un’infermiera dicono di averlo visto in un ospedale di Teheran, un detenuto dice di aver visto il suo nome sul muro di una cella iraniana – ma anche i dettagli sul suo reclutamento sono oscuri. Dopo il pensionamento dall’FBI, nel 1998, Levinson ha lavorato come investigatore per diverse compagnie. Era specializzato nel tracciare le connessioni della mafia russa. Per questo era diventato amico dell’analista della CIA Anne Jablonski, autorità in materia di organizzazioni criminali dell’ex Unione sovietica.

L’affinità professionale con Jablonski ha fruttato a Levinson un contratto con la CIA come analista. Non era stato assoldato per fare la spia – cioè per raccogliere informazioni sul campo, reclutare informatori, incontrare fonti – ma si è ritrovato su aerei pagati dall’Agenzia verso mete sensibili dove faceva esattamente quello che fanno le spie, pur senza esserlo.

Chi lo aveva mandato lavorava a sua volta nell’ambito delle analisi, non delle operazioni, e aveva in qualche modo tagliato fuori dallo scenario i suoi responsabili diretti. Levinson comunicava con Jablonski attraverso l’email personale; madava a casa sua, e non al quartier generale, il materiale che scovava nei suoi viaggi, ed è stato soltanto per la caparbietà di un procuratore della Florida amico di Levinson, David McGee, che si sono scoperti i veri rapporti fra l’ex agente e la CIA. 

I responsabili dell’Agenzia si sono così trovati a mentire – probabilmente in buona fede – a una commissione del Congresso: non era un operativo della CIA, hanno confermato, sfruttando, fra l’altro, una particolare coincidenza. Quando Levinson è scomparso, il suo contratto con la CIA era da poco scaduto. I suoi referenti a Washington gli avevano assicurato che sarebbe stato rinnovato entro due mesi.

L’operazione in Iran poteva procedere, ma non c’è stato più tempo. Quando un’indagine interna ha iniziato a scavare nel caso, i tre analisti di Langley che hanno reclutato in modo obliquo Levinson sono stati allontanati dalla CIA. L’agenzia ha dato alla famiglia dell’ex agente 2,5 milioni di dollari perché rinunciasse a un’azione legale sconveniente per tutti, e sono state riscritte regole più severe per il reclutamento dei contractor come Levinson. Avanti un altro.

Monday, December 16

RUSSIA - UNIONE EUROPEA: "SCONTRO FRONTALE".

I rapporti UE-Russia, assieme a Unione bancaria, Sicurezza e Difesa comune, sono alcuni dei temi nell'agenda del Consiglio per la prossima settimana a Bruxelles.

Oggi Sergei Lavrov, ministro degli Esteri di Mosca, grande regista dell'operazione che ha stoppato la minaccia di missili americani sulla Siria, dice che le proteste in Ucraina sono state sproporzionate e definisce "vergognosa" la reazione europea di fronte ad un "fatto totalmente normale" come la decisione di Kiev di non firmare l'accordo di associazione con l'UE. Il presidente Yanucovich, intanto, solleva Oleksandr Popov, il sindaco di Kiev, per gli scontri in piazza.

L'Unione doganale fra Russia, Bielorussia e Kazakhstan, zoccolo duro della futura Unione euroasiatica perseguita da Putin, discute intanto la creazione di una zona di libero scambio con Vietnam, Nuova Zelanda e Paesi dell'Europa occidentale che non fanno parte della UE (Serbia, Montenegro, Macedonia etc.), in particolare Svizzera e Norvegia. Il capo della diplomazia russa ha auspicato anche negoziati per un accordo di libero scambio tra l'Unione doganale e l'ASEAN, l'associazione dei Paesi del sud-est asiatico. Una offensiva commerciale che sembra fare concorrenza alla UE, con cui Mosca si sta disputando l'Ucraina.

La Russia avrebbe installato batterie di missili a breve gittata ai confini con Paesi aderenti all'UE, in risposta al progetto europeo di scudo missilistico, scrive il giornale tedesco Bild, citando «fonti della sicurezza». Secondo il quotidiano le immagini satellitari mostrerebbero un «numero a due cifre» di batterie di missili Iskander-M, o SS-26, dispiegate negli ultimi 12 mesi nell'enclave russa di Kaliningrad e lungo la frontiera con i Paesi baltici. Gli Ss-26 possono esser dotati di testate convenzionali e nucleari ed hanno una gittata di circa 500 chilometri.

Secondo ambienti dell'Intelligence, Vladimir Putin avrebbe dato seguito alla minaccia e risposto allo scudo antimissile europeo stanziandodiversi missili a corto raggio di tipo IskanederM (gli SS-26 Stone, nel codice NATO) vicino al confine polacco nell'enclave russa di Kaliningrad. Immagini segrete di satelliti mostrano la presenza di questi missili sia a Kaliningrad che lungo il confine russo col Baltico (Estonia, Lettonia e Lituania).

Mosca avrebbe in questo modo messo in atto quanto già minacciato più volte dopo il progetto di scudo antimissile adottato dalla NATO e basato sulla tecnologia statunitense. Lo scudo è da anni il principale pomo della discordia fra NATO e Russia: l'Alleanza sostiene che l'obbiettivo è quello di proteggere i Paesi membri da attacchi missilistici provenienti da Paesi come Iran o Corea del Nord, mentre Mosca lo considera una minaccia alla propria sicurezza.

Non è forse un caso che la notizia arrivi a ridosso delle tensione UE-Russia per l'Ucraina in marcia verso un accordo di libero scambio con l'UE per cui si batte una piazza che sfida le azioni antisommossa della polizia e le resistenze del presidente filorusso Yanucovich. 

Saturday, December 14

MATTEO MESINA DENARO INSEGUITO DA UNITA' CRIMOR


ONORE E RISPETTO ALL'UNITA' CRIMOR 

 Undici effettivi a Milano: 

"Artista": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu congedato 

"Ultimo": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito al N.O.E.; 

"Arciere": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla "Territoriale" di Pinerolo, congedato; 

"Aspide":          ======================

"Barbaro":       ======================

"Nello": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla "Territoriale" di Novara, congedato; 

"Omar": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla "Territoriale" di Cagliari, congedato; 

"Ombra": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla "Territoriale" di Milano; 

"Oscar": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla "Territoriale" di Varese, congedato; 

"Pirata": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla D.I.A. congedato ; 

"Tempesta";       ======================

"Vichingo": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla "Territoriale" di Asti. 

"Ninja": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla "Territoriale" di Prato; deceduto il 26.08.2000; 

"Pluto": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR si congedò; 

"Solo":        ==========================

"Parsifal": deceduto per malattia prima dello scioglimento dell'Unità CRIMOR

Friday, December 13

E.U. AND SERBIA ARE SIGNED A SECURITY AGREEMENT

Serbian Defense Minister Mr. Nebojsa Rodic and E.U. High Representative Mrs. Catherine Ashton signed today in Brussels  a "Security Cooperation Agreement". 

This agreement sets down the framework for cooperation between the European Defence Agency (EDA) and the Serbian Defence Ministry, Ashton's spokesperson Maja Kocijancic said. 

Serbia's participation in EDA activities will be decided by the member countries, she explained, adding that Serbia asked to join the agreement back in 2011.

MATTEO RENZI NEI SOTTERRANEI SEGRETI DEL PCI.

Un messaggio trasversale, comunque, Matteo Renzi lo ha ricevuto nei giorni scorsi da parte dello storico tesoriere dei DS, Ugo Sposetti. Che senza tanti giri di parole gli ha detto: non pensare di poter prendere i soldi delle "Fondazioni", quelli sono soldi dei DS: è un “tesoretto” di cui nessuno ti darà mai le chiavi, non ci contare proprio. La scelta, viste le premesse, è dunque difficile per Renzi, molto più di quanto si creda.

Gli occhi sono puntati soprattutto sul PD, l’unico partito che possiede ancora un costosissimo apparato e conta qualche centinaio di dipendenti.  

Da una parte, infatti, c’è senz’altro la voglia, da parte del sindaco di Firenze, di azzerare un’era e aprire un nuovo capitolo della vita politica del PD, rinunciando fin da subito ai 45 milioni di euro di rimborsi solo per l’anno in corso in modo – anche – da mettere a tacere Grillo e i suoi. Dall’altra, però, Renzi deve anche fare i conti con diversi posti di lavoro, non solo di quelli dell’apparato ma anche dei semplici dipendenti del Nazareno. 

Rinunciare a quei rimborsi significa licenziare fin da subito quasi 300 persone e questo nessun segretario appena eletto se lo può permettere, nonostante si sia appena all’inizio di quella che tradizionalmente viene definita “luna di miele” tra i neoeletti, l’apparato vecchio stile e i media. Matteo Renzi, probabilmente, annuncerà domenica, all’assemblea di Milano che lo incoronerà Segretario, il tipo di soluzione che intende intraprendere; è il partito stesso, ora, a chiedergli chiarezza. 

La vicenda, dunque, non si chiude qui, né si chiude oggi con la decisione del governo. Perché all’appello manca anche una fetta importante della torta dal punto di vista dell’ordinamento del sistema, ovvero una "Legge sulle Lobby". 

Ebbene, quella Legge doveva stabilire chi e come poteva far parte di un gruppo di pressione, regolava i rapporti tra le stesse "Lobby" con le amministrazioni pubbliche, garantiva trasparenza dei contatti rendendo pubblica sul WEB ogni richiesta, dettava un codice di comportamento, punendo i trasgressori e persino chi dispensava "regali oltre i 150 euro". Uno strumento importante che, però, è rimasto nei cassetti polverosi del Senato. 

Adesso, con l’abolizione del finanziamento ai partiti sarà bene che qualcuno lo faccia riemergere. Per evitare che all’abolizione del finanziamento corrisponda l’immediato dilagare della corruzione politica. Molto più di quanto si sia mai visto prima o si possa immaginare.

Le scelte di Renzi, insomma, sono nel mirino. L'importante è sparare per primi.

RUSSIA - SLOVENIA. TEMA: "SOUTH STREAM".

La cooperazione tra la Russia e i Paesi della ex Jugoslavia continua a svilupparsi in modo dinamico e fruttuoso. Ne è diventata una nuova conferma la visita in Russia del premier sloveno Alenka Bratusek. Durante l’incontro con il primo ministro russo Dmitrij Medvedev sono state discusse le questioni relative alla cooperazione nel settore del combustubile e dell’energia, in particolare la costruzione del tratto sloveno del gasdotto South Steam, la cooperazione tecnico-militare, l’aumento dell’interscambio, lo sviluppo del turismo. 

In ottobre si è recato in visita in Russia il vicepresidente del governo e il ministro degli Esteri della Repubblica di Slovenia, Karl Erjavec, il quale è anche il co-presidente della commissione intergovernativa mista sloveno-russa per la cooperazione commerciale-economica e tecnico-scientifica, in novembre si è svolta la visita del ministro sloveno dell’energia Samo Omerzel, alla fine di novembre in Russia è arrivato il Presidente dell’Assemblea nazionale della Repubblica di Slovenia, Janko Veber, ed ecco che arrivo io.

La dinamica dello sviluppo dei rapporti bilaterali è molto buona. I sloveni sono partner strategici e mantengono un regolare dialogo politico al massimo livello. Dice la Bratusek: "la cooperazione economica si sviluppa con successo registrando una crescita annua diquasi il 20%. Nell’ambito della partnership realizziamo  congiuntamente progetti economici di modernizzazione. Abbiamo conseguito buoni risultati nella sfera degli investimenti da parte delle imprese slovene nella Federazione Russa, tra cui la più grande è la compagnia KRKA. Anche la Federazione Russa ha fatto molti investimenti in Slovenia, di cui i più rilevanti sono gli investimenti nel gruppo KOKS operante nell’industria metallurgica slovena. Il potenziale nella sfera degli investimenti è abbastanza grande. Gli investitori russi che hanno un’esperienza di investimento in Slovenia possono confermare l’affidabilità e l’attrattiva del clima imprenditoriale e d’investimento esistente in Slovenia".

Aggiune il PM sloveno:"la partecipazione all’UE contribuisce al rafforzamentio dei rapporti tra i Paesi. L’interazione all’interno dell’UE è molto stretta, il che, a sua volta, porta all’approfondimento della cooperazione sia tra i paesi membri dell’UE che con i Paesi terzi. La Russia, partner strategico dell’UE, svolge un ruolo ancora più importante nei rapporti bilaterali con i Paesi membri. Una volta al mese, durante gli incontri a Bruxelles a livello dei ministri, i rappresentanti dei paesi dell’UE elaborano una posizione consolidata dell’UE sulle varie questioni. La partecipazione all’UE e il consegunete legame stretto tra i paesi (norme uniche europee, spostamento libero della popolazione, mercato unico, cooperazione nelle diverse sfere) portano i loro risultati positivi e il progresso, anche nei rapporti con la Russia, e qui è grande l’importanza della sfera economica.

Riguardo il progetto South Stream vengono condotte trattative con la Commissione europea, con la parte russa e con i Paesi membri dell’UE che partecipano a questo progetto. La Slovenia è molto interessata alla realizzazione del progetto, che sarà molto utile al nostro Paese. Vogliamo anche che lo stesso sia attuato nel rispetto delle leggi europee, che sono obbligatorie per noi. Il recente messaggio di Günther Oettinger, commissario europeo per l’energia, indirizzato al ministro russo per l’energia, Aleksandr Novak, e ai paese dell’UE che hanno attinenza con il progetto, è considerato da noi un passo che contribuisce al progresso nella soluzione di tali questioni e volto a dare nuovo vigore per la continuazione della realizzazione del progetto.

Aggiunge la Bratusek:"abbiamo anche discusso la cooperazione economica tra i nostri Paesi che, secondo il nostro giudizio unanime, si sviluppa ottimamente. Abbiamo parlato, ovviamente, anche delle prospettive, innanzitutto nella sfera economica. Abbiamo parlato di "South Stream" che ci interessa più di tutto. La Slovenia è molto interessata a questo progetto e la preparazione alla sua realizzazione procede come programmato.

FORCONI E POLIZIOTTI. PITTORESCO MA FALSO.

Puttanate buone per il dottor Gribbels (Grillo) e la sua corte dei miracolati dalla rete matrigna, o per qualche rigurgito di modernariato gruppettaro in stile anni Settanta.

Risparmiateci, per favore, la retorica pasoliniana aggiornata ai tempi nostri sghembi e sfrangiati, affollati da comici e forconi. Non ci provate nemmeno, con la retorica degli sbirri poveri ma belli quando si scappellano di fronte al popolo in rivolta e ne ricevono applausi, con la poetica del mettete-fiori-nei-vostri-lacrimogeni, con la mistica del pueblo unido che jamás será vencido. 

La verità sta da un’altra parte. I così detti forconi sono un fenomeno per metà spontaneo ma per l’altra metà paraculo e artefatto. La rabbia incontrollata è il perfetto rifugio di chi patisce insicurezza sociale e diventa permeabile ai mestatori per professione. Finché si tratta della Coldiretti o d’altre rappresentanze di categorie colpite dalla crisi, restiamo più o meno nella norma (e nella piena legittimità rivendicativa). 

Ma a loro si aggiungono poi gli agonisti del tafferuglio purchessia, gli estremisti di destra o sinistra, curvaioli varii. Il che rende troppo caliginoso l’insieme della moltitudine scesa nelle piazze e determinata a bloccare i crocevia delle comunicazioni nazionali di merci e persone.

I violenti non hanno mai il diritto di esserlo e, se proprio ci tengono a esagerare, si assumano la responsabilità della loro protesta smisurata (esiste perfino una letteratura sull’eroismo dell’anti Stato). Quanto ai rappresentanti dell’ordine pubblico, ci si attende che la loro divisa resti immacolata sia dalla tentazione di reagire con simmetrica dismisura sia dall’empatia dolciastra verso i manifestanti. A ciascuno il suo.

Wednesday, December 11

2013 ITALIAN CYBER SECURITY REPORT

SOUTH STREAM: "E.U. TRIES TO BLOCK THE PROJECT".

Klaus-Dieter Borchardt, the European Commission's Internal Energy Market director, said in Brussels recently at a conference on South Stream that bilateral agreements between Russia's Gazprom and the countries involved in the South Stream project - including Serbia - are contrary to EU regulations, and that the Countries need to renegotiate the agreements.

The demands of the European Commission concerning the South Stream pipeline "must be tackled through discussions between representatives of Russia and the European Union".

Serbian PM Ivica Dacic said: "in Serbia, everything has been done according to our legislation. Serbia does not have a problem with the South Stream, and it is in our interest that construction works in this project go ahead, because we cannot depend on gas supplies coming from a single direction, via Ukraine. There have been periods when we had ice-cold winters". 

Dacic expects that the largest project in Europe will be implemented, and that representatives of the Russian Federation and the European Union will find a solution. A gas interconnection between Sofia and Nis is also important for Serbia, adding that this project will be worked on. "The more alternative (supply) routes there are, the better for us, adding that he sees the South Stream as an economic project, not as a political one". 

Bulgaria's Prime Minister confirm that his Country will "fully take into account any European Commission demands regarding the South Stream pipeline."