Friday, April 26

PATTO FIRMATO. E ADESSO ?


Limes: L'intesa tra Belgrado e Pristina sulle aree a maggioranza serba del Kosovo del Nord   schiude a entrambe le porte dell'Unione Europea ma non risolve la questione di fondo: il riconoscimento internazionale del Kosovo.

Štefan Füle, il commissario europeo per l'Allargamento e la politica europea di vicinato, gongola e con buone ragioni. È stato lui il primo ad annunciare via Twitter che la Commissione europea ha finalmente dato il via libera all’apertura dei negoziati per l’adesione all’Ue della Serbiae a quelli per l’accordo di associazione e stabilità con il Kosovo. 

Scelta che poggia sui rapporti di primavera riguardanti i due paesi, adottati il 22 aprile dall'esecutivo di Bruxelles e presentati dall'alto rappresentante per la Politica estera Catherine Ashton al Consiglio dell'Unione europea.

Una svolta insperata, che è il diretto risultato dell’accordo siglato da Serbia e Kosovo lo scorso 19 aprile per la gestione delle aree a maggioranza serba del Kosovo del Nord, territorio fino ad oggi amministrato dalle strutture parallele finanziate da Belgrado. “I negoziati si sono conclusi. Il testo è stato siglato da entrambi i premier", ha dichiarato trionfante lady Ashton al margine del decimo e ultimo round negoziale tra i due paesi, incassando, dopo sei mesi di trattative estenuanti cominciate lo scorso ottobre, il suo primo, vero successo da leader della diplomazia europea.

Se i parlamenti dei due paesi ratificheranno l’accordo, il Kosovo del Nord passerà sotto l’effettiva giurisdizione di Pristina. Un passaggio epocale che potrebbe mettere fine alla tensione politica decennale riaccesasi a luglio del 2011, quando il governo kosovaro inviò reparti di polizia albanofoni, supportati dalle truppe della Kfor, a controllare le frontiere con la Serbia, dando il via a un’escalation di attacchi incendiari e barricate protrattasi fino a qualche mese fa.

Difficile stabilire se questo sia “l'inizio di una nuova era di riconciliazione e cooperazione fra Stati” come vorrebbe il primo ministro kosovaro Hashim Thaçi. In questa fase qualsiasi pronostico sulle prospettive dell’intesa sarebbe azzardato, considerato anche che non sono pochi i punti su cui l'accordo non fa luce. Ciò che sembra certo è che l’intesa serbo-kosovara prevede la costituzione di un’associazione delle municipalità a maggioranza serba di Kosovska Mitrovica, Leposavić, Zvečan e Zubin Potok, che opererà nel quadro giuridico ed istituzionale kosovaro, pur mantenendo competenze autonome in materia di sviluppo economico, educazione, sanità e pianificazione urbana.

Lontane da una diarchia sostanziale, le nuove relazioni tra il Kosovo e le municipalità ribelli sembrano piuttosto tendere verso un governo ad autonomia sorvegliata. Approccio che trova riscontro nelle sezioni dell’accordo dedicate alla polizia e alla magistratura, in cui la Serbia si dichiara disponibile a far confluire nella polizia kosovara i corpi di polizia operativi nelle aree settentrionali, riservandosi la nomina di un comando serbo-kosovaro attivo nelle quattro municipalità serbe del nord.

Compromesso che riguarda anche la magistratura e che prevede l’assegnazione di una rappresentanza serba al sistema giudiziario kosovaro e l’istituzione di una corte d’appello a maggioranza serba con competenza sui reati commessi dai cittadini serbo-kosovari. Disposizioni, queste, abbastanza fumose e che presumibilmente resteranno indefinite almeno fino ai due prossimi, decisivi giri di boa: l’adozione del piano di attuazione per rendere effettivo l’accordo, atteso per il prossimo 26 aprile, e l’organizzazione delle elezioni comunali previste entro l’anno. Eventi, si spera, risolutivi, visto che per ora ognuna delle parti interpreta il patto a modo suo.

Mentre il vice primo ministro serbo Rasim Ljajić ribadisce che “l'accordo non implica il riconoscimento del Kosovo”, la controparte albanese festeggia “l'accettazione da parte della Serbia dello status di nazione del Kosovo”. Divergenze di opinione acuite anche dal silenzio dell’accordo su temi fondamentali quali la tutela dei cittadini serbi che vivono nel Kosovo centrale e meridionale e il diritto di Pristina al riconoscimento da parte delle organizzazioni internazionali, Nazioni Unite in testa.

Di buono c’è che l’abilità europea nel gestire questo tavolo negoziale segna una netta inversione di rotta rispetto al rallentamento del processo di allargamento registrato negli ultimi mesi. Un piccolo passo, considerato che soltanto il vertice europeo di giugno chiarirà i termini dell’azione comunitaria riservata ai paesi balcanici, ma anche un segnale forte di disponibilità a sostenere chi intende rispettare le condizionalità comunitarie che vincolano l’entrata nell’Unione.

Per ora Bruxelles premia i risultati con l’incoraggiamento. Nel documento sui progressi della Serbia, afferma che “il paese ha soddisfatto le priorità chiave verso un miglioramento visibile e sostenibile delle relazioni con il Kosovo”. Attestato di stima cui fanno eco le congratulazioni entusiastiche di Ashton che elogia i due leader per “la determinazione e il coraggio” che hanno mostrato in questi mesi di trattative finalizzate ad un accordo “che allontana dal passato e che avvicina all'Europa”.

Entusiasmo legittimo, si capisce: se vince l’Europa vincono tanto più le diplomazie di due paesi da sempre temuti per la tenuta delle rispettive istituzioni democratiche. Aspetto rimarcato anche del presidente della Commissione europea Barroso che si è congratulato con i due leader “per il loro impegno, il loro coraggio e la loro visione".

Eppure non è tutto oro ciò che luccica. La dedizione alla prospettiva europea dei leader serbo-kosovari non corrisponde a ciò che agita i fronti della dissidenza interna sia a Pristina sia a Belgrado sia a Kosovska Mitrovica, la capitale del Kosovo del Nord.

“Tradimento!”, “Non rinunceremo mai al Kosovo!”. Questi gli slogan che hanno scandito le proteste nazionaliste in corso in queste ore a Belgrado. Intanto a Pristina Albin Kurti, parlamentare e leader del movimento Vetevendosje, dichiara che “il Kosovo si sta trasformando in una Bosnia, mentre Mitrovica nord sta diventando come Banja Luka [la capitale della Republika Srpska]”. Scenari simili nelle città settentrionali, dove i serbi kosovari hanno protestato al grido di “il Kosovo e la Metohija sono serbi", chiedendo l’indizione di un referendum sull’intesa siglata a Bruxelles il 19 aprile.

Rivendicazioni che fanno luce su un dato fondamentale: l’accordo sulla gestione dell’area settentrionale non implica il riconoscimento immediato del Kosovo da parte della Serbia. Tema sul quale non a caso Belgrado continua a nicchiare, aprendo a livello internazionale fronti di dialogo molteplici a scenari variabili.

È in quest’ottica che può essere letta la richiesta di intervento alla Russiaespressa dal premier Dačić a Mosca, soltanto otto giorni prima della firma del patto di Bruxelles. "I negoziati sono stati trasferiti presso l'Ue e ora la Serbia invita la Russia a contribuire per farli tornare presso le Nazioni Unite”, ha detto a chiare lettere Dačić. Richiesta di sostegno prontamente raccolta dal premier russo Dmitri Medvedev; questi, rinnovando il supporto in sede Onu alle posizioni serbe, ha ricordato a tutti gli attori coinvolti, in primis l’Europa, che la vera partita si gioca sul riconoscimento della sovranità territoriale in sede internazionale.

In attesa che l’accordo si consolidi, a Dačić, l’europeista prudente, tocca fronteggiare le accuse provenienti dai “fratelli” del Kosovo del nord, esclusi dalle trattative condotte a Bruxelles e ora sul piede di guerra, come dimostrano le parole di Marko Jakšić, leader dei serbi del nord del Kosovo e deputato del Partito Democratico di Serbia-DSS: “Cercheremo di spostare la resistenza dal nord del Kosovo a Belgrado, perché il tradimento non è in Kosovo, è nella capitale serba”.

Una protesta a viso aperto che prevedibilmente renderà necessaria l’azione di Bruxelles, deus ex machina dell’accordo stipulato e garante in prospettiva della sua concretizzazione.

EU BEGIN ACCESSION TALKS WITH SERBIA


Ahead of a vote today in Parliament on the deal reached with Kosovo on April 19, Serbian Deputy Premier Aleksandar Vucic said Thursday that Serbia will go ahead with the implementation of an EU-brokered agreement with Kosovo despite opposition from Kosovo Serbs, newswires reported.

Vucic, who heads the largest party in parliament, and Prime Minister Ivica Dacic met with Kosovo Serb representatives for four hours, but failed to secure their support for the deal. Those parties accuse the government of a sell-out of Kosovo Serbs in return for EU money. The European Commission has recommended the EU begin accession talks with Serbia after Belgrade agreed a deal with its erstwhile province Kosovo to normalize relations.

Parliament was expected to overwhelmingly endorse the agreement Friday, with all but one party voicing their support in advance. Under the accord, the pocket of Serbs in the north of Kosovo will be integrated into Kosovo's legal system five years after the former province, which is 90% Albanian, declared independence from Serbia with the backing of the West.

According to Reuters, Vucic also raised the possibility of a referendum on Thursday over the deal, feeling that public opinion is on the government's side, which should win out over the hardline nationalists and the Serbian Orthodox Church that have accused the government of betrayal. According to the results of an opinion poll released on Thursday by polling agency Faktor Plus, 57% of Serbian citizens support the accord, while just 29% of the 1,180 respondents oppose it.

A referendum decision would depend on talks next week with Kosovo Serb leaders, Serbian Deputy Prime Minister Aleksandar Vucic told a news conference.

"If they pledge on Tuesday to accept the results of a referendum, the decision of the majority of the people, then we will be ready in 15 days and we'll put an end to that story," Vucic said after meeting a delegation of Kosovo Serb mayors.


NASER KELMENDI BLACK LIST

The White house has sanctioned suspected Kosovar Albanian Naser Kelmendi for drug trafficking, it announced Friday.  US President Barack Obama notified Congress saying he had sanctioned Kelmendi under the Kingpin Act, implemented by the US Department of Treasury’s Office of Foreign Assets Control (OFAC). Joining Kelmendi on the list was a Mexican national and an Afghan. All three were named in a one-sentence letter to congressional leaders signed by Obama in which he cited the power under the Kingpin Act to impose sanctions. Naser Kelmendi, 55, is a Kosovo-born citizen of Bosnia and Herzegovina (BiH) suspected of leading one of the strongest ethnic Albanian criminal families in the Balkans, according to the Treasury Department.  He has long been suspected of running a large organization that traffics heroin, cocaine and acetic anhydride, a raw material used in the production of heroin, to Europe through the Balkans.

Naser Kelmendi, his sons Elvis, Liridon, and Besnik, and his brother Becir own a number of businesses in BiH, Montenegro, Serbia, and Kosovo including hotels, and a trucking company. He has had business dealings with a number of influential businessmen including real estate developer Fahrudin Radoncic, who also owns Bosnia's most widely circulated newspaper, Dnevni Avaz, and is in negotiations to become Bosnia’s new Minister of Security. OCCRP has written extensively on Kelmendi publishing police reports connecting Kelmendi with two of Bosnia’s best known wartime military leaders, Naser Oric, a former commander of the defense of Srebrenica, and Nihad Bojadzic, Colonel of the Army of BiH.  His best man is Muhamed Gasi, suspected of being a “boss of the Albanian mafia in Bosnia.” He is also reportedly connected to Kosovo businessman Ekrem Luka and former Prime Minister Government of Kosovo, Ramush Haradinaj, as well as Montenegrins Rok Stanaj  and Safet ‘Sajo’ Kalic.

Kelmendi is being investigated in Sarajevo on thirteen criminal charges but has never been tried in a Bosnian court. He recently agreed to pay a €10,000 fine after admitting to illegally constructing a hotel in the southern Montenegrin city of Ulcinj. Two others were sanctioned with Kelmendi. Jose Antonio Soto Gastelum, from the Mexican state Sinaloa, is suspected of being a leader of the eponymous cartel, and smuggling pot and crystal meth by the hundreds of pounds.   The Treasury department said the Sinaloa cartel is responsible for hundreds of murders in southern California. Sayid Wzir Shah, an Afghan national believed to be the second most important person in his country’s drug trade, is suspected of masterminding the movement of opium through Afghanistan.  Officials say he used relationships with Iranian trafficker Bahram Ali Shayesteh, who was sanctioned in April 2011.
The release marks the 14th Kingpin Act determination announced by a president since June 2000, a Treasury spokesman said. The three designated Friday brings the total of drug kingpins to 97, he said. All three of the men were added to the list following an interagency process involving numerous government agencies including Central Intelligence Agency (CIA) DEA, Homeland Security, Justice Dept. and State Departments.

SERBIAN PRESIDENT NIKOLIC ASKS FORGIVENESS

President Nikolic apologized "for crimes that any individual has committed in the name of our people and our Country". He said he might soon go to Srebrenica, but "the genocide has to be proved". Everything that was happening during ten-year war in the territory of former Yugoslavia has characteristics of genocide.

The Republic of Srpska (RS) President Milorad Dodik says that it is the crucial interests of the RS and its citizens to have close relations with Serbia and its leadership. The LDP leader Cedomir Jovanovic says for Blic that the statement by Serbia President is yet another in a series of those we have heard so many times. It is at the level of a protocol formality without any serious ambition to speak openly what actually led to conflict in the territory of former Yugoslavia.

BOSNIA-HERCEGOVINA PRESIDENT ARRESTED

The arrest was made by State Investigation and Protection Agency (SIPA), Radio Television of the Federation of Bosnia-Herzegovina (RTVFBiH) has reported. According to the latest information, Budimir was arrested in his office. Turkish Anadolu news agency has reported that the investigators are searching his office. The Prosecution sent a release to media, noting that SIPA members “are performing certain investigative activities” in the Bosnia-Herzegovina Presidency headquarters in Sarajevo and the Muslim-Croat Federation of Bosnia-Herzegovina government headquarters in Mostar.

The investigation is aimed at revealing criminal cases of corruption done by the top officials of the Federation of Bosnia-Herzegovina, the Bosnia-Herzegovina Prosecution said in the release. The public will be informed about the results of the search at a later time, it is added in the release.
According to klix.ba, the “investigative activities” refer to operations with codenames “Memory”, “Patriot” and “Justice”. Several dozens of persons suspected of accepting and giving bribes, abuse of office, illegal trade in narcotics and organized crime are under the investigation.

The SIPA members are searching numerous locations across Bosnia-Herzegovina. Klix.ba has learned that Prosecutors Oleg Čavka and Diana Kajmaković are in charge of the case.

Thursday, April 25

MPS: TANTA ANSIA E PAURA A SIENA E DINTORNI

L'informazione nazionale ha seppellito l'affare Monte dei Paschi/Santander sotto il gossip post elettorale, scrive di tutto per non trattare del più grosso scandalo finanziario della Repubblica. Il buco, la sottrazione di beni, lo si chiami come si vuole, ammonta ad oltre 20 miliardi di euro. Improbabile che questo colossale saccheggio possa essere attribuito a Mussari, una testa di legno che giorno dopo giorno appare sempre più diafano, simile ormai a un fantasma. I poteri che hanno gestito la distruzione del MPS devono essere molteplici. 
                                                (Rossi e Mussari a Siena)
Che silenzio c'è su Siena. Da tempo oramai. Cioè da quando, David Rossi, il responsabile della comunicazione si è buttato (lo hanno buttato?) dalla finestra di un ufficio del Monte dei Paschi dopo una lunga telefonata (con chi Rossi ha parlato per ultimo al telefono? possibile che non si possa risalire a questo interlocutore? o non lo si voglia?) sulla città è calata una cappa che si taglia con il coltello. Qualcuno si chiede chi sarà il prossimo, la "vox populi" senese dà per certo che Rossi non sarà l'ultima vittima.

Ci sono responsabilità chiare: dei membri di nomina PD della Fondazione Monte dei Paschi e di chi li ha nominati, dei segretari del PD dal 1995 in poi, anno della privatizzazione di MPS, e altre meno chiare su cui sta indagando la magistratura. La vicenda MPS assomiglia sempre più a quella del fallimento del Banco Ambrosiano in cui c'era di tutto e avvenne di tutto, in una brodaglia che vide coinvolti partiti, mafie, IOR, massoneria. 

Nel frattempo si preparano le "ristrutturazioni", anticamera dei licenziamenti di massa dei dipendenti. Di fronte a sé MPS ha il fallimento conclamato o la svendita a qualche istituto di credito europeo (francese?). MPS deve essere nazionalizzata e avviata una azione di responsabilità per il recupero dei venti  e passa miliardi sottratti alla banca. 

Forse l'MPS ne è la replica, se è così lo scopriremo in un prossimo futuro. Nel 2012 il MPS ha perso 3,17 miliardi contro i 2 attesi. Monti ha prestato 3,9 miliardi a MPS per tenerla in vita (pari all'IMU, ndr) che non potranno essere restituiti prima del 2019 e fino ad allora non potrà dare dividendi. Il suo valore di borsa è crollato e nei giorni scorsi sono stati ritirati alcuni miliardi dai depositi, una fuga che può diventare inarrestabile e trasformare la banca in un guscio vuoto. 

LETTA E RI-LETTA: "LA MASCHERA DI FERRO".

Ma come: accetto con riserva? Che accidenti vuol dire: mi metto al lavoro perché penso che il Paese abbia bisogno di risposte? Pensa che? Ancora non ne è sicuro? E poi? Ci debutta poi con quella frase lì? Arriva fresco fresco a raccontarci: ho accettato l’invito e questa responsabilità che sento forte sulle mie spalle, anche più forte e più pesante della capacità delle mie spalle di reggerla? Ehi, amico, o la reggi o non la reggi, no zimmer, stanze esaurite a Castel Gandolfo. L’impegno è uno, cercare tutti di diventar più buoni. Nonno Giorgio l’ha detto. Un oceano di applausi. Ma adesso si fa. Provate ad alzare bandiera bianca e un minuto dopo me lo sbrano, io, quel Gad di merda. Marcenaro.

MONTE PASCHI DI SIENA: LA VORAGINE!

Il Monte dei Paschi di Siena è il più grande scandalo finanziario della Repubblica italiana. Una voragine di 21 miliardi di euro, pari a 42.000 miliardi di vecchie lire, due volte la dimensione della Parmalat, circa 5 volte l'IMU. Ma i media sono sordi, muti e ciechi.... La Fondazione di MPS, che ha controllato dal 1995 la banca, è in maggioranza composta da persone del Comune di Siena, della Provincia di Siena e della Regione Toscana di espressione PD. Prima delle elezioni su MPS la parola è d'argento, ma il silenzio è d'oro. Bisogna evitare ogni possibile cortocircuito. W Napolitano !! W Letta !! Felicitazioni e rallegramenti al "salvacondotto concordato" -come scambio- al cavaliere. Adesso sì, che si può fare un nuovo governo di custodi-ministri-avatar per ogni lobby da loro rappresentata. Alla faccia del popolo bue. W l'Italia. W la BCE.

IRAN E TERRORISMO IN EUROPA

IN SIRIA 500 EUROPEI COMBATTONO CON I RIBELLI

Partono animati dall’idea di andare a fare la cosa giusta. Lo vuole l’islam. Liberare i fratelli dall’oppressione del presidente Bashar Al Assad. Le notizie delle atrocita’, le immagini dei massacri delle forze governative sono la loro molla. Sono almeno 500 i combattenti-volontari partiti dall’UE per la Siria – nessuno dall’Italia – dall’inizio del conflitto e ”il numero preoccupa” soprattutto per le minacce legate al loro ritorno, dopo aver conosciuto la Jihad ed aver impugnato le armi... Torneranno indietro e...

in più leggi "Analisi e Difesa"

FANATICI PSICOLABILI O TERRORISMO FAI-DA-TE ?


Il regime sciita di Teheran, tuttavia non si è fatto scrupoli, in passato a finanziare gruppi che sono sia “estremisti” che “teologicamente incompatibili” con la Repubblica Islamica: Hamas (sunnita) è tuttora foraggiato e armato dall’Iran, i Talebani in Afghanistan sono stati armati anche dall’Iran (oltre che dal Pakistan) in tutti questi anni di guerra; in Iraq, negli anni più duri del conflitto (2004-2007), c’era un’alleanza sul campo fra gli sciiti filo-iraniani e la stessa Al Qaeda, le cui milizie ricevevano armi anche dall’Iran, secondo quanto denunciava allora il generale David Petraeus. Insomma, i precedenti ci sono: l’Iran non si è mai fatto scrupoli religiosi quando si trattava di combattere gli Stati Uniti. Spagna: due presunti terroristi legati ad al Qaeda arrestati a Saragozza e Murcia, in Spagna, sembrerebbero essere legati ai terroristi di Boston.

Secondo le autorità canadesi, l'attentato al treno avrebbe potuto provocare anche più vittime dello sventato attacco alle istituzioni del 2006. L’indagine è ancora in corso. La pista più accreditata porta ad Al Qaeda. E in particolar modo ad Al Qaeda in Iran. Teheran ha già reagito con durezza e sarcasmo alla notizia: «È la cosa più divertente che abbia sentito nei miei 64 anni di vita», ha commentato il ministro degli Esteri, Ali Akbar Salehi, citato dall’agenzia Isna. Il ministro è sarcastico perché «Il pensiero di gruppi estremisti, specialmente quelli di al Qaeda, non è né politicamente né teologicamente compatibile con l’Iran», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Ramin Mehmanparast.

Uno degli arrestati è di origine algerina, il secondo è marocchino. La cellula terroristica che ha agito negli Usa poteva essere molto più grande di quel che si pensasse all’inizio. Sono forse 12 le persone coinvolte, di cui 7 (oltre ai fratelli Tsarnaev, gli esecutori materiali) sono già sotto osservazione. Libia: un’autobomba è esplosa di fronte all’ambasciata francese, provocando diversi feriti, fra cui due guardie francesi. La bomba, di grande potenza, ha causato danni anche alle case circostanti, oltre ad aver distrutto il muro di cinta e devastato il piano terra della sede diplomatica. La Francia ha partecipato, più di tutti gli altri Paesi Nato, all’intervento militare del 2011 culminato con la morte di Muhammar Gheddafi. Ma pare che non siano i nostalgici dell’ex regime ad aver colpito l’ambasciata. Bensì milizie legate, sempre, ad Al Qaeda. 

È stata una cellula armata legata alla rete del terrore ad aver ucciso l’ambasciatore statunitense Christopher Stevens l’11 settembre scorso. Ed è sempre l’organizzazione jihadista orfana di Bin Laden ad aver minacciato, nei mesi scorsi, di colpire tutti i bersagli occidentali in Libia, provocando una gran fuga di cittadini europei. La Francia, in particolare, è nel mirino degli jihadisti dopo il suo intervento militare nel Mali e il suo impegno nella Repubblica Centrafricana, dove i suoi militari sono impegnati contro milizie islamiche. Le notizie sarebbero slegate fra loro. Secondo le indagini, infatti, non vi sarebbe alcun nesso fra il progetto di attentato alla linea Toronto-New York e l’attentato di Boston.

Né c’entrerebbe la bomba all’ambasciata francese in Libia. Infine, non è ancora del tutto confermata l’affiliazione dei fratelli Tsarnaev ad Al Qaeda. Ne dobbiamo dedurre, però, che, pur mancando un’organizzazione centrale che pianifica una vasta campagna anti-occidentale, l’effetto è lo stesso. Pur avendo perso i suoi vertici, compreso Bin Laden, Al Qaeda è ancora in grado di colpire ovunque. Sarà anche scoordinata, ma quella che è in corso in questi giorni, è un’offensiva su tutti i fronti. Non la si potrebbe chiamare altrimenti. Sono semmai i governi occidentali, Stati Uniti e Francia per primi, che dovrebbero rivedere la loro strategia anti-terrorismo.

LUTTWAK SUL CASO MARO': DE MISTURA E' UN CRETINO!

Come non dargli ragione ? Io lo scrissi più di un anno fa. Sono completamente d'accordo con Edward Luttwak: il sotto-sotto-sotto segretario agli Esteri, Staffan De Mistura: è decisamente un beota!!
                                                          (Staffan "Dandy" De Mistura)
Per Edward Luttwak, noto esperto di politica estera e di strategie militari ed economiche, la vicenda dei due marò italiani detenuti in India sarebbe già stata risolta da tempo senza gli errori compiuti proprio dall’Italia.

Domanda: Secondo lei, qual è stato l’errore più grave?
Risposta: L'errore più clamoroso è stato d'inviare, per occuparsi del caso dei Marò, il sottosegretario italiano agli Esteri, Staffan De Mistura. Un personaggio che non è mai stato un esperto, ma che ha fatto la sua intera carriera all’ONU, dove, in quegli uffici,  essere totalmente incapace non è certo un ostacolo alla carriera. E’ solo un bellimbusto e in India, ma non soltando lì, è considerato un cretino.

Articolo stampa del 25 aprile 2013

Serbian approved proposed agreement with Priština


Serbian Parliament Speaker Nebojša Stefanović called an extraordinary session for next Friday, April 26 . The agenda will include only one item the report on the EU-mediated political and technical dialogue with the interim institutions of self-government in Priština to date, including the process of implementation of the reached agreements, the parliament said in a release today. 

The government report, which includes the proposal agreement initialed in Brussels last Friday, arrived at the parliament earlier today. The report states, among other things, that the government respected its constitutionally and legally defined powers and constantly kept the local self-government in Kosovo apprised and consulted with its representatives while conducting all activities, including the talks with Priština. 

The 25-page report also notes that the government's activities and the talks were conducted in line with the parliamentary Resolution and keeping in mind that only a systematic approach to achieving state and national goals can ensure a united front on the issue of Kosovo. The legal basis for submitting the report is contained in the parliamentary Resolution, the report recalls, noting that the Resolution obligates the government to regularly report to the parliament about developments and progress in the talks. 

The report lists all events since the start of the dialogue which started based on UN General Assembly Resolution dated September 9, 2010. At the time, Belgrade's negotiating team was headed by Borislav Stefanović. The report lists the reached agreements: on civil registries, freedom of movement, the customs seal, the cadaster, the functioning of CEFTA during UNMIK's presidency, recognition of university degrees, integrated management of the administrative line, and regional representation and cooperation. 

Wednesday, April 24

US DIA WILL SEND HUNDREDS ADDICIONAL SPIES


The project is aimed at transforming the Defense Intelligence Agency, which has been dominated for the past decade by the demands of two wars, into a spy service focused on emerging threats and more closely aligned with the CIA and elite military commando units. When the expansion is complete, the DIA is expected to have as many as 1,600 “collectors” in positions around the world, an unprecedented total for an agency whose presence abroad numbered in the triple digits in recent years.

The total includes military attachés and others who do not work undercover. But U.S. officials said the growth will be driven over a five-year period by the deployment of a new generation of clandestine operatives. They will be trained by the CIA and often work with the U.S. Joint Special Operations Command, but they will get their spying assignments from the Department of Defense. Among the Pentagon’s top intelligence priorities, officials said, are Islamist militant groups in Africa, weapons transfers by North Korea and Iran, and military modernization underway in China.

“This is not a marginal adjustment for DIA,” the agency’s director, Lt. Gen. Michael T. Flynn, said at a recent conference, during which he outlined the changes but did not describe them in detail. “This is a major adjustment for national security.” The sharp increase in DIA undercover operatives is part of a far-reaching trend: a convergence of the military and intelligence agencies that has blurred their once-distinct missions, capabilities and even their leadership ranks.

Through its drone program, the CIA now accounts for a majority of lethal U.S. operations outside the Afghan war zone. At the same time, the Pentagon’s plan to create what it calls the Defense Clandestine Service, or DCS, reflects the military’s latest and largest foray into secret intelligence work. The DIA overhaul — combined with the growth of the CIA since the Sept. 11, 2001, terrorist attacks — will create a spy network of unprecedented size. The plan reflects the Obama administration’s affinity for espionage and covert action over conventional force. It also fits in with the administration’s efforts to codify its counterterrorism policies for a sustained conflict and assemble the pieces abroad necessary to carry it out.

Unlike the CIA, the Pentagon’s spy agency is not authorized to conduct covert operations that go beyond intelligence gathering, such as drone strikes, political sabotage or arming militants. But the DIA has long played a major role in assessing and identifying targets for the U.S. military, which in recent years has assembled a constellation of drone bases stretching from Afghanistan to East Africa.

The expansion of the agency’s clandestine role is likely to heighten concerns that it will be accompanied by an escalation in lethal strikes and other operations outside public view. Because of differences in legal authorities, the military isn’t subject to the same congressional notification requirements as the CIA, leading to potential oversight gaps.

VISITING RECUPERATING BERLUSCONI

Visiting With a Recuperating Berlusconi by MEDSEV

MEMORIE: "WC PUBBLICO".

In quello che una volta si chiamava “Albergo diurno” – oggi noto come “WC pubblico” – si ebbe allora, ciò che poi sarà FB e poi Twitter. Come la pittura preistorica svela al bipede il Cielo, così l’inventore dei social network racconta di un povero cristo che parla al mondo. Il bisillabo non ha un destinatario. Coinvolge tutti e nessuno. Sgorga da una vescica sollevata. E’ la democrazia dal basso. Altro che graffiti rupestri.

E bisillabo fu: “Suca” !! Tutto nasce da un noto bisillabo.

Monday, April 22

BARCLAYS BETRAYS THE ROTHSCHILDS

The Bank of England has been controlled by the Rothschild family since the early 1800s, as revealed in Financial Tyranny. You don't directly see the name "Rothschild" in the super-entity of 147 corporations, but it's hiding in there behind other names. It was very shocking to see Barclays Bank publicly throw the Rothschilds  (i.e. the Bank of England) under the bus as the screws turned on them.

A memo published by Barclays suggested that Paul Tucker gave a hint to Bob Diamond, the bank’s chief executive, in 2008 that the rate it was claiming to be paying to borrow money from other banks could be lowered. His suggestion followed questions from “senior figures within Whitehall” about why Barclays was having to pay so much interest on its borrowings, the memo states. Barclays and other banks have been accused of artificially manipulating the Libor rate, which is used to set the borrowing costs for millions of consumers, businesses and investors, by falsely stating how much they were paying to borrow money.



The bank claimed yesterday that one of its most senior executives cut the Libor rate only at the height of the credit crisis after intervention from the Bank of England….

The disclosure of the document threatened to plunge one of the biggest high street banks into open war with the country’s central bank, which will soon assume responsibility for regulating Barclays. In one of the most dramatic days in British corporate history, Mr. Diamond resigned yesterday, less than 24 hours after telling staff he was the right man to reform the bank….

The US Department of Justice (US Marshals) has now blown the lid off of the biggest financial scandal in human history... after a highly covert three-year investigation. The LIBOR scandal has started the Great Revealing of Financial Tyranny. Mass arrests must begin with mass charges, and mass court cases and that has now arrived. Disclosure of many great hidden truths will follow.

The CFTC is the financial investigation branch of the Department of Justice. The personnel who enforce the law on behalf of the Department of Justice




are the US federal Marshals. The US federal Marshals are the only entities legally capable of taking down this cabal which has seized control of the world and its resources to an astonishing degree. The Marshals are allowed to cross state borders, and can enlist the support of the police and the military to aid in their enforcement of the law. These tools are absolutely critical in defeating such a vastly interconnected entity. All of these details fit perfectly with the "Mass Arrests" scenario we've been heavily tracking on this website since last November. In order to do mass arrests, you have to start with mass charges leading to mass court cases.

The Department of Justice has now kicked this process into high gear. As you will see, the outraged public is already calling for mass arrests as the scope of the conspiracy sinks in.On June 27, 2012, the Commodity Futures Trading Commission, or CFTC, filed a surprise legal order against Barclays Bank in a move that has shocked the world. A wealth of emails were presented, giving irrefutable evidence that Barclays was manipulating their own credit score to generate almost unthinkably vast profits. Here is the link where you can download the legal order yourself -- and a photograph of the top page of this historic document.

Every person on Earth is increasingly aware that our world is ruled by corrupt forces  to an almost Biblical degree. The astonishing events that have unfolded since June 27, 2012 have made that much more obvious even for those who have been in the greatest denial. This process has been fascinating to watch not to mention remarkably rewarding. After many years of hard work to expose the truth, we are finally seeing results on a worldwide level. The knowledge will spread much, much more with each passing day.

In this new investigation, I will do my best to provide you with a blow-by-blow compendium of what has actually happened. Furthermore, we are now seeing a precise fulfillment of the justice we've been promising on this site since at least last November. Critical information was leaked to us from highly classified insider sources, working for the good of humanity. Current events have proven that their plan is still very much in effect.

This may not seem like a big deal at first but in order for Barclays to have rigged their own credit score, they had to be conspiring with all the other biggest banks in the world. These are the banks they are supposedly in competition with. This story has taken off with unprecedented, explosive force in the UK but is almost non-existent in the US, except on Huffington Post and alternative news sites. This legal action required extraordinary secrecy to perform. Had the Cabal gotten wind of it, they would have killed everyone involved.

THE TOP 50 COMPANIES RULING THE WORLD

This list is featured in page 32 of the paper. From left to right, we see the Rank of the company, the Economic Actor Name, a two-digit Country code, a NACE Code, their Network Position, and their Cumulative Network Control (TM, %). The lower the Cumulative Network Control number you see at the

far right, the higher the amount of power they have. Notice right away that Barclays Bank is the number one most powerful corporation in the entire hidden network  based on this analysis.

1 BARCLAYS PLC GB 6512 SCC 4.05
2 CAPITAL GROUP COMPANIES INC, THE US 6713 IN 6.66
3 FMR CORP US 6713 IN 8.94
4 AXA FR 6712 SCC 11.21
5 STATE STREET CORPORATION US 6713 SCC 13.02
6 JP MORGAN CHASE & CO. US 6512 SCC 14.55
7 LEGAL & GENERAL GROUP PLC GB 6603 SCC 16.02
8 VANGUARD GROUP, INC., THE US 7415 IN 17.25
9 UBS AG CH 6512 SCC 18.46
10 MERRILL LYNCH & CO., INC. US 6712 SCC 19.45

11 WELLINGTON MANAGEMENT CO. L.L.P. US 6713 IN 20.33
12 DEUTSCHE BANK AG DE 6512 SCC 21.17
13 FRANKLIN RESOURCES, INC. US 6512 SCC 21.99
14 CREDIT SUISSE GROUP CH 6512 SCC 22.81
15 WALTON ENTERPRISES LLC US 2923 T&T 23.56
16 BANK OF NEW YORK MELLON CORP. US 6512 IN 24.28
17 NATIXIS FR 6512 SCC 24.98
18 GOLDMAN SACHS GROUP, INC., THE US 6712 SCC 25.64
19 T. ROWE PRICE GROUP, INC. US 6713 SCC 26.29
20 LEGG MASON, INC. US 6712 SCC 26.92

21 MORGAN STANLEY US 6712 SCC 27.56
22 MITSUBISHI UFJ FINANCIAL GROUP, INC. JP 6512 SCC 28.16
23 NORTHERN TRUST CORPORATION US 6512 SCC 28.72
24 SOCIÉTÉ GÉNÉRALE FR 6512 SCC 29.26
25 BANK OF AMERICA CORPORATION US 6512 SCC 29.79
26 LLOYDS TSB GROUP PLC GB 6512 SCC 30.30
27 INVESCO PLC GB 6523 SCC 30.82
28 ALLIANZ SE DE 7415 SCC 31.32
29 TIAA US 6601 IN 32.24
30 OLD MUTUAL PUBLIC LIMITED COMPANY GB 6601 SCC 32.69

31 AVIVA PLC GB 6601 SCC 33.14
32 SCHRODERS PLC GB 6712 SCC 33.57
33 DODGE & COX US 7415 IN 34.00
34 LEHMAN BROTHERS HOLDINGS, INC. US 6712 SCC 34.43
35 SUN LIFE FINANCIAL, INC. CA 6601 SCC 34.82
36 STANDARD LIFE PLC GB 6601 SCC 35.2
37 CNCE FR 6512 SCC 35.57
38 NOMURA HOLDINGS, INC. JP 6512 SCC 35.92
39 THE DEPOSITORY TRUST COMPANY US 6512 IN 36.28
40 MASSACHUSETTS MUTUAL LIFE INSUR. US 6601 IN 36.63

41 ING GROEP N.V. NL 6603 SCC 36.96
42 BRANDES INVESTMENT PARTNERS, L.P. US 6713 IN 37.29
43 UNICREDIT ITALIANO SPA IT 6512 SCC 37.61
44 DEPOSIT INSURANCE CORPORATION OF JP JP 6511 IN 37.93
45 VERENIGING AEGON NL 6512 IN 38.25
46 BNP PARIBAS FR 6512 SCC 38.56
47 AFFILIATED MANAGERS GROUP, INC. US 6713 SCC 38.88
48 RESONA HOLDINGS, INC. JP 6512 SCC 39.18
49 CAPITAL GROUP INTERNATIONAL, INC. US 7414 IN 39.48
50 CHINA PETROCHEMICAL GROUP CO. CN 6511 T&T 39.78

Sunday, April 21

LA MADRE DI TUTTE LE CORRUZIONI

La svolta è arrivata dopo le perquisizioni ordinate all’insaputa della Procura di Roma che indagava sullo IOR dal 2010. Dopo l’interrogatorio dei PM di Napoli (che indagano anche su Finmeccanica)  una certa “sorpresa” dei titolari dell’inchiesta romana, il procuratore aggiunto Nello Rossi e il sostituto Stefano Rocco Fava. Poi, una serie di telefonate tra magistrati di grande esperienza come il Procuratore Generale di Roma Giuseppe Pignatone e il reggente della Procura di Napoli, Alessandro Pennasilico. 

Ettore Gotti Tedeschi temeva di essere ucciso e aveva preparato - come polizza sulla vita - "un memoriale sui i segreti dello IOR". L’ex presidente della banca vaticana, dal settembre 2009 al maggio 2012, aveva consegnato un paio di esemplari del dossier agli amici più fidati, con una postilla a voce: “Se mi ammazzano, qui dentro c’è la ragione della mia morte”. 

Una copia del dossier sullo IOR è stata trovata dagli uomini del capitano Pietro Raiola Pescarini, il comandante del "Nucleo Operativo" del NOE, quando i Carabinieri dell’ambiente perquisirono l’abitazione di Gotti su delega della Procura di Napoli. 

Proprio per approfondire il contenuto del dossier sullo IOR sono poi decollati alla volta di Milano i vertici della Procura di Roma e i PM di Napoli. I quattro: Giuseppe Pignatone e Nello Rossi di Roma assieme a Henry J. Woodcock e Vincenzo Piscitelli della Procura di Napoli; lo hanno interrogato per tre ore e mezza. L’ex presidente dello IOR, era visibilmente impressionato dalle informazioni raccolte dagli investigatori, anche grazie alle intercettazioni.

Mesi e mesi a guardarsi le spalle, a temere di finire anche lui sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra, come Roberto Calvi. Drammatico e inquietante il memoriale «che sarebbe stato noto unicamente in caso d' “incidente”...»Il potente banchiere del Vaticano, il professore Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello IOR fino al 25 maggio 2012, temeva per la sua vita e lo ha scritto. Chi l'avrebbe mai detto che un documento così esplosivo sarebbe finito nelle mani di Carabinieri e di due PM alquanto ignari,in un primo momento (leggi: telefonate tra Pignatone e Pennasilico).

Il memoriale è composto solo di tre pagine. Da consegnare da parte della sua segretaria, esclusivamente, in caso di suo «incidente», al giornalista Massimo Franco, al direttore dell’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, a un amico d’infanzia, l’ingegner Garofano. Lo spaccato che emerge dalla lettura del memoriale è impressionante, perché racconta di uno scontro interno al Vaticano sullo IOR, che ha visto il segretario di Stato Tarcisio Bertone contrapporsi a Gotti Tedeschi e a chi lo sosteneva nell’entourage di Papa Benedetto XVI. 

Temeva seriamente per la sua vita, si sentiva braccato, pedinato, intercettato. Era scosso, e lo si intuisce dalle lettura del documento. Senza parole il passaggio in cui il banchiere rivela una confidenza («fatto marginale ma da non sottovalutare») ricevuta dal fratello di Emanuela Orlandi: «Dopo che TB (Tarcisio Bertone) ha scoperto che lei parla con GG (don Georg Gaenswein, segretario del Papa) ha dato ordine di isolarla e controllarla...». 

Fù organizzato un interrogatorio congiunto di Gotti Tedeschi nella veste di indagato alla presenza del suo avvocato. Le carte trovate a casa di Gotti sono 
considerate di grande rilievo investigativo. Non capita tutti i giorni che un Procuratore Capo della Procura di Roma, per di più protetto con il massimo grado di allerta per le sue inchieste a Palermo e Reggio, si sposti in aereo dalla sera alla mattina. E non capita tutti i giorni che si faccia accompagnare dal comandante dei CC del NOE, il colonnello Sergio De Caprio, alias "capitano Ultimo".

Un risultato decisamente inatteso da parte dei PM Vincenzo Piscitelli, Henry John Woodcock e Francesco Curcio che "ex ante" cercavano, al contrario,  le prove del riciclaggio della presunta mazzetta da 10 milioni di euro, in ipotesi girata dal presidente di Finmeccanica Giuseppe Orsi alla Lega Nord e a CL in occasione della vendita da 560 milioni di 12 elicotteri della controllata Agusta-Westland, al Governo Indiano. Le carte sullo IOR sono emerse a sorpresa inseguendo questa mega-tangente, negata dai protagonisti, che per ora esiste solo nei racconti dell’ex direttore centrale Finmeccanica Lorenzo Borgogni. 

E così, invece, indagando su Orsi, i PM napoletani si sono fortunosamente imbattuti nel memoriale di Gotti Tedeschi che proprio in quel momento era al centro di uno scontro di potere epocale all’ìnterno del Vaticano. Se Orsi confidava in Gotti Tedeschi per i suoi problemi giudiziari, l’amico banchiere ne aveva ben maggiori all’interno del Vaticano.

Nel suo memoriale il banchiere insiste che vanno considerati altri caratteri ambientali: «Sono o mi sento spiato. Lena sa con chi mi vedo. Sara riferisce tutte le visite a Cipriani, le mie mail sono aperte e lette. A volte (2 volte) sono state persino aperte lettere a me indirizzate, dalla Segreteria di Stato e dall’ AIF. Indica: Jeffrey Lena, il potente avvocato americano e Paolo Cipriani, direttore generale dello IOR. 

Ma ci sono scrittti anche di affari inconfessabili tra finanza laica e vaticana, nel memoriale. Si è sempre sospettato che nell’inaccessibile IOR si nascondessero conti “laici”. Ora Gotti Tedeschi lo conferma, mentre è ancora presidente in carica dello stesso Istituto bancario vaticano. Aggiunge,inoltre: «E’ bene ricordare che l’avvocato Severino mi riferì (chiedendomi la discrezione, che ho sempre tenuto) di questo colloquio con l'avvocato Michele Briamonte consulente dello IOR, nel quale lui stesso confessava di esser lì per risolvere il problema dei conti laici, soprattutto, quelli di Geronzi». 

L’avvocato Severino, nonchè, ministro Guardasigilli Paola Severino, precisa telegrafica: «Non ne so nulla, non ero in confidenza con Briamonte e non ho mai saputo nulla dei conti di Geronzi». Cesare Geronzi, il banchiere romano. 

La email con il «memoriale riservato», indirizzata alla segretaria, Emanuela Mazzanti, Gotti Tedeschi l’ha spedì alle 17.41 del 26 marzo del 2012. Solo tre 

pagine A4. Una breve nota del presidente dello IOR alla sua segretaria precede il testo: «In caso di mio incidente, di qualsiasi tipo esso sia, in qualsiasi circostanza o momento, lei è autorizzata a dare i seguenti documenti alle seguenti persone». 

Un primo dossier l’aveva già spedito nei primi giorni del gennaio 2012 al segretario del Papa, don Georg Gaenswein. E questo dossier, precisa alla segretaria, andrà dato anche al direttore dell’Osservatore Romano e all’amico Garofano. La memoria riservata del 13 marzo 2012 sul problema dei “conti” e quella inviata a Monsignor Becciu (vice di Tarcisio Bertone). Ad aprile, invece, vanno consegnate insieme al «memoriale riservato» a tutti e tre gli altri destinatari, scrive. 

Nelle sue lunghe conversazioni di quei giorni con gli amici,  Gotti Tedeschi aveva confidato di avere scoperto in Vaticano cose di cui aver paura. 

Stimava da sempre il Papa ma si fidava ormai di pochissime persone d' Oltretevere, come il presidente dell’AIF, l’Autorità Antiriciclaggio con la quale aveva cercato di fare sponda per aprire gli archivi segreti dello IOR, il Cardinale Attilio Nicora. E poi il segretario del Papa George Ganswein, al quale 

cercava di spiegare perché la linea del Segretario di stato Tarcisio Bertone, era contraria ad aprire all’Autorità giudiziaria italiana i segreti dei conti IOR, 

Gli disse a Padre Georg: “Se seguiamo la linea di Bertone, non usciremo mai dalla black list”. Allertava i suoi interlocutori, Gotti Tedeschi, aggiungendo che forse era proprio quello che volevano "alcuni noti cardinali". Perché così potevano continuare a nascondere la verità alle Autorità italiane. 

La sensazione è che Gotti Tedeschi nella contesa dello IOR, almeno da quanto emerso dagli atti di indagine dei magistrati napoletani, abbia svolto un ruolo positivo, opponendosi alle Lobby contrarie alla trasparenza. E forse anche per questo temeva per la sua vita.

L’ex presidente IOR indica alcuni suoi nemici -oltre al cardinale Tarcisio Bertone e suoi intimi- anche nel direttore della Radio Vaticana, Marco Simeon, nel direttore generale dello IOR, Paolo Cipriani e, infine,  nell’avvocato americano Jeffrey Lena. 

«Ricordo due avvertimenti di Simeon e Cipriani: “Lei passerà allo storia per aver distrutto lo IOR”. Gli avvertimenti di Simeon, precisa Gotti Tedeschi, «sono stati a seguito di un tentativo, non riuscito, di “cooptazione” con lui e  Cesare Geronzi». 

«Un gravissimo fatto sta nelle calunnie che il Segretario di Stato Tarcisio Bertone riferì a Padre Georg. Dette calunnie si riferiscono a cose che io avrei detto sul Papa. Solo intelligenza, la perspicacia e la buona fede di GG mi hanno permesso di spiegare la calunnia. E di scrivere il cosiddetto dossier. Un altro fatto marginale ma utile a capire sta nel comportamento di mons. Balestrero. 

Mi tratta con stizza quando gli confermo, durante la visita degli ispettori Moneyval (OCSE) che era mio specifico compito portare lo IOR, nella "white list". Lui contraddiceva sostenendo che questo era compito suo. Infatti non mi informa, nè invita e coinvolge, nella revisione della LEX

Ettore Gotti Tedeschi conclude il suo memoriale riportando un sms  dell’avvocato americano Jeffrey Lena, e che lui ha girato al segretario del 
cardinale Nicora, presidente dell’AIF, don Cristiano Falcetto e al Prof.Marcello Condemi, ex Bankitalia. 

Gli scrive l'avvocato Jeffrey Lena: «Caro Presidente Gotti Tedeschi, lei crede che in qualità di legale rappresentante dello IOR sia del tutto legittimo che incontri i membri dell’AIF, il suo presidente l’insieme dei direttori e del management? E l'incontra per lavorare segretamente contro la legge 127? È sicuro di sapere cosa sta facendo?». 

Si potrebbe pensare a un eccesso di preoccupazione dettata dallo stress se non fosse per i precedenti sinistri. Gotti Tedeschi era soprannominato “il 

banchiere del Papa” e temeva di fare la fine -come scrivevamo- del “banchiere di Dio”: Roberto Calvi, ucciso e impiccato con una messinscena al ponte dei Frati neri di Londra. 

Negli ultimi mesi Gotti Tedeschi aveva assoldato una scorta privata e si era rivolto a un’agenzia di investigazione per avere protezione. Sapeva bene però che i vigilantes non rappresentavano per lui una garanzia di sopravvivenza. La sua polizza sulla vita erano le carte che aveva maneggiato, i segreti che custodiva.

Beh, sembra proprio un avvertimento, quello dell’avvocato Lena. Di sicuro c’è che Gotti Tedeschi viene dimissionato il 25 maggio del 2012. Costretto ad abbandonare lo IOR (continuando a essere il rappresentante italiano del Banco di Santander vedi: MPS...la storia continua....). 

Friday, April 19

SIRIA: CIA & SPECIAL PARTNERS

Il timore degli USA e di molti Paesi europei è che aiutando la rivolta, fornendo armi e munizioni (Croazia, Serbia, Montenegro, Ungheria), si aiuti in realtà un fronte jihadista aggressivo e potenzialmente pericoloso. Un pericolo ritenuto almeno pari alla minaccia di Assad di usare le armi chimiche, le cui riserve sono state spostate nelle scorse settimane dai pretoriani del regime.

Quello siriano è un gioco regionale ma è anche un Great Game globale. Russia e Cina appoggiano Assad e il suo tentativo di soffocare la rivolta. Anche il governo iracheno dello sciita al-Maliki lo sostiene, benché in modo più sfumato. Lo fa in odio ai sunniti siriani, legati a quelli iracheni, e anche verso la Turchia. Ankara ha infatti concesso asilo politico al vicepresidente iracheno condannato a morte per terrorismo. 

Tra l’Iraq e la Siria esiste una frattura storica, quella tra Baghdad e Damasco, per una sorta di primazia politica e culturale. Era così anche ai tempi del Ba’ath, quando il governo siriano decise addirittura la creazione di una Repubblica Araba Unita con l’Egitto pur di creare un forte contrappeso all’Iraq. 

La CIA è in competizione diretta con i gruppi ribelli estremisti per il controllo del sud della Siria, nella zona compresa tra la capitale Damasco e i confini con Israele e con la Giordania. Chi comanda in quella fascia di territorio guiderà anche la imminente battaglia nella capitale contro il governo del presidente Bashar el Assad – e quindi sarà in vantaggio per reclamare un ruolo nel futuro del Paese. 
I Servizi segreti americani, su input dell’Amministrazione Obama, stanno accelerando le operazioni nelle basi in Giordania per creare un esercito ribelle – e per rafforzare i ribelli già in campo – incaricato di combattere la battaglia per Damasco, di stabilire una zona cuscinetto a ridosso del confine tra Siria e Giordania ma in territorio siriano, e anche di opporsi allo strapotere di quei gruppi ribelli che dal punto di vista ideologico e operativo sono legati ad al Qaida. Taylor Luck scrive sul Washington Post che il termine del programma di addestramento per 3.000 “ufficiali” dei ribelli siriani è stato anticipato dalla fine di giugno alla fine di aprile. 

Tra le opzioni più discusse c’è la creazione “nel mese di maggio” di una zona cuscinetto, interdetta all’esercito e all’aviazione del governo. Alcuni ribelli passati per i campi di addestramento gestiti da Cia, sauditi e altri partner dicono di essere stati preparati a proteggere questa fascia di territorio anche con missili terra-aria e con artiglieria pesante, senza l’aiuto di un contingente militare straniero. 

Non è chiaro però se davvero hanno o avranno a disposizione questo tipo di equipaggiamento, considerata la riluttanza occidentale ad armare con sistemi antiaereo i ribelli siriani. Ieri un’autobomba è esplosa nel centro di Damasco e ha fatto 15 morti. “L’ultima cosa che vogliamo vedere è al Qaida guadagnare una posizione nel sud della Siria al confine con Israele. Sarebbe uno scenario apocalittico”, dice al Washington Post un diplomatico americano in Giordania. 

La buffer zone ospiterà anche i profughi, come già succede nel nord “liberato”: se continua così “alla fine dell’anno il venti per cento della popolazione in Giordania sarà siriano”, dice Jamil Nimri, un parlamentare di Amman. L’esercito giordano vorrebbe che questa zona fosse poi ceduta a un contingente di peacekeepers delle Nazioni Unite e non restasse ai ribelli.

Chi combatte veramente in Siria? Quali sono gli interlocutori più affidabili per una possibile transizione nel dopo-Assad? Secondo le fonti di intelligence tedesche solo il 5% dei rivoltosi è siriano. Il resto, il 95%  proviene da gruppi armati, spesso a forte matrice religiosa, addestratisi ormai in vari campi di battaglia, dall’Iraq all’Afghanistan fino alla Libia. “Nello scenario migliore: si rafforza il potere di un’opposizione più secolarista che avanzerà contro il regime da sud. Israele sarà più protetto, avrà un vicino più ragionevole e si apre la strada per cacciare il regime da Damasco”, dice un leader dell’opposizione in Giordania. Negli ultimi due giorni il governo siriano ha lanciato una controffensiva per recuperare il terreno perduto nel sud e anche ad Aleppo. 


Non è però l’unica faglia regionale quella tra le due capitali della sunna. I curdi iracheni ad esempio appoggiano i curdi siriani, nella prospettiva di un possibile futuro stato curdo dall’Anatolia del sud ai pozzi di petrolio di Kirkuk. I palestinesi sono invece molto divisi. L’ufficio politico di Hamas ha abbandonato negli scorsi Damasco per trasferirsi in Turchia. I palestinesi rifugiati da decenni in Siria – circa mezzo milione - sono divisi al loro interno tra chi esprime gratitudine all’élite alawita di Assad per averli ospitati e chi invece appoggia la prospettiva di una Siria a maggioranza sunnita.

Non c’è dubbio che il conflitto siriano è oggi in cima alle preoccupazioni della comunità internazionale. Per il numero di vittime civili che sta facendo, senz’altro. Ma anche per le implicazioni geopolitiche che il conflitto avrà sui nuovi equilibri mediorientali. Per adesso, la volontà di schiacciare la rivolta da parte delle truppe rimaste fedeli ad Assad, con il supporto delle forze speciali iraniane, è determinata dalla certezza che in Siria non ci sarà nessun intervento internazionale. Tutte le cancellerie sanno – o temono – che l’implosione del regime siriano avrebbe effetti di destabilizzazione su tutto il Medio Oriente. 


A differenza della Libia, infatti, la Siria non è isolata. Essa è anzi la cerniera strategica delle proiezione di potenza iraniana verso il Mediterraneo e l’avamposto per il tentativo del blocco sunnita – guidato da Arabia Saudita e Qatar – per contenere la mezzaluna sciita. Sempre a differenza della Libia, la rivolta è frammentata non solo geograficamente ma soprattutto lungo faglie confessionali. 


I componenti del Consiglio nazionale siriano sono per lo più esuli con scarsi contatti con gli insorti sul campo. E qui sta la principale difficoltà di analisi e interpretazione dei fatti siriani che si perdono nella “nebbia della guerra”.        

IL GRILLO FRINISCE UNA SOLA ESTATE

Nessuno ha sfidato Grillo sul suo terreno di gioco, Internet, nessuno l'ha sfidato sul piano della retorica rivoluzionaria, realizzando qualcuna delle ragionevoli riforme da lui proposte (vedi il taglio degli enormi costi della politica italiana) oppure contestandone la demagogia (vedi il salario minimo di cittadinanza, una misura che potrebbe far fallire l'economia italiana). Anche se, in verità, sono stati i media di stato e privati italiani che sciacallando su lui e sul suo movimento ne hanno fatto un "promo permanente".

Con o senza Grillo, in Italia la voglia di rivoluzione sta crescendo. Il tessuto economico e sociale del Paese è certamente troppo forte per suggerire una vera rivoluzione. Con circa 5 milioni di piccole e medie imprese, circa l'80% della popolazione con almeno una casa e i lavori umili affidati ai cittadini "di seconda classe" (circa 3 milioni di immigrati stranieri con pochi o nessun diritto), nessuno vuole realmente stravolgere il Paese. 

Ma questo non significa che non ci siano aspirazioni per un cambiamento radicale e mentre l'economia nazionale si invortica in una spirale verso il basso, Grillo è l'unico che, fino ad ora, ha dato voce e forma a queste aspirazioni.

In Italia non c'è un percorso netto. Nessuno ha ben chiaro cosa farebbe Grillo se prendesse il potere; probabilmente non lo sa nemmeno lui. Nessuno è consapevole dello strisciante impatto che la crisi economica di Cipro e Slovenia potrebbe avere sul debole equilibrio politico italiano e quindi sulla solidità complessiva dell'euro.

Ciò rende la situazione dell'Italia altamente pericolosa per tutti e mentre il vento rivoluzionario soffia sempre più forte è difficile intervenire e sapere cosa il futuro riservi per il Paese.

In Italia nulla di tutto ciò è chiaro. Grillo potrebbe davvero far uscire l'Italia dall'euro e così dare inizio al crollo della moneta e, quindi, a una crisi finanziaria globale con implicazioni imprevedibili.

JABHAT AL NUSRA TRAVALICHERA' I SUOI CONFINI


Oggi tutti parlano di droni, di nuove strategie nel contrasto al terrorismo, ma nessuno si è preso la briga di conoscere esattamente il numero degli effettivi che compongono l’esercito jihadista, stanziale e itinerante, impegnato nelle varie aree di crisi. Un esercito che abbiamo incoscientemente usato, a macchia di leopardo, contro Mubarak, Ben Alì e Muammar Gheddafi e che ora, ripetendo l’errore, utilizziamo per abbattere il regime di Bashar el Assad. Tranne, poi, ritrovarcelo come nemico nella crisi maliana e nel resto dei paesi nordafricani e non solo. 

Sia come sia, da nostre stime abbastanza accurate, l’esercito jihadista (stanziale e itinerante), a maggioranza salafita, materializzatosi con la primavera araba, ammonterebbe nel suo complesso a oltre 225 mila uomini”. Un dato impressionante che fa il paio con un aspetto ancora più inquietante: molti di essi hanno affermato che, dopo anni di jihad, l’unico mestiere che conoscono e sono in grado di fare è quello di combattere. “Di recente – continua il nostro interlocutore – abbiamo parlato, durante un’operazione sotto copertura, proprio con alcuni membri di Jabhat al Nusra che hanno candidamente ammesso che per loro è impensabile tornare a un’esistenza normale. 

Il mito dell’esercito di Jabhat al Nusra travalica i confini siriani e, dal nord Africa al medio oriente, sta infiammando le nuove generazioni jihadiste. Ne parlano con grande enfasi sui loro forum chiedendosi cosa fare per essere reclutati dal gruppo terrorista e raggiungere la Siria. C’è addirittura chi palesa apertamente di essere pronto al martirio, a immolarsi in operazioni suicide, vantando l’addestramento ricevuto da “leggendari veterani” del jihad. 

Ciò, con buona pace dei sostenitori della tesi secondo cui al Nusra, dopo la recente pubblica dichiarazione di fedeltà al leader di al Qaida, Ayman al Zawahiri, avrebbe perso gran parte della sua attrattiva e capacità di reclutamento. “Il fatto è che in Libia, prima, e in Siria, dopo, l’occidente ha finito con il favorire, finanziare e armare i suoi stessi nemici. 

Si dice: “I francesi non vogliono impantanarsi nel nord del Mali e a New York e Parigi già pensano al futuro. Chi prenderà le redini per mettere in sicurezza il territorio? L’esercito maliano è incapace e i Caschi blu, da soli, non saranno sufficienti”. A rincarare la dose sono state le dichiarazioni rese il 10 aprile, al Senato americano, dal consigliere alla Difesa, Michael Sheehan, secondo cui le forze della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Cédéao), schierate nel Mali, “sono buone a nulla”. Un giudizio impietoso che contrasta con le rassicurazioni fornite da Parigi sulla stabilizzazione della situazione. 

L’unica cosa certa, al momento, è che i jihadisti continueranno a combattere sempre e ovunque si trovino. Combattere e ancora combattere è la loro vera ragione di vita. Alcuni si trascinano dietro persino la famiglia sistemandola nei campi profughi logisticamente più vicini alle zone di combattimento”. Una caratteristica, questa, che ritroviamo puntualmente anche tra i miliziani di al Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi) e dei suoi alleati. 

Tra i primi a prenderne coscienza è stato il sito "Jeune Afrique" attraverso un’analisi che pone in evidenza come la crisi nel Mali stia rischiando di divenire, per la Francia e tutta la comunità internazionale, “un salto pericoloso verso l’ignoto e senza ritorno”.