Friday, May 31

BRITANNIA: GLI UOMINI CHE SANNO BALLARE IL "FANGO"

PRESIDENTE,QUANTO CI MANCHI E QUANTO ABBIAMO PERSO

LA MATTANZA JIHADISTA DI MOKHTAR BELMONKTAR

La situazione nel Mali non può nascondere ciò che sta accadendo in Libia giacché, secondo tutte le informazioni, gli attentatori provengono dal sud di quel Paese. Cosa che avevo già previsto dall’inizio della crisi libica. Da qui l’ulteriore affondo del presidente Issoufou che, dopo averne stigmatizzato il crescente processo di “somalizzazione”, ha additato la Libia come uno dei principali “fattori di destabilizzazione per l’intero Sahel”, dal momento che è diventato anche un rifugio per i jihadisti fuggiti dal Mali dopo l’intervento militare francese. 

Il redivivo capo del gruppo "Les signataires par le sang", Mokhtar Belmoktar, dopo l’attentato a In Amenas, in Algeria, avrebbe anche supervisionato gli attacchi di Agadez e Arlit: "nel quale avrebbe trovato rifugio nel Fezzan insieme al suo portavoce El Hassen Ould Khlil, alias Jouleibib”. 

Non a caso è da lì che Jouleibib avrebbe diffuso la rivendicazione dei due attentati in Niger, opportunamente dedicati “al martire Abou Zeid”, uno dei capi di AQMI, rimasto ucciso a fine febbraio nel nord del Mali. Il fatto che la regione libica del Fezzan, unitamente a quella di Djebel Akhdar con la roccaforte di Bengasi, fosse divenuta uno snodo nevralgico della commistione operativa tra i jihadisti libici, guidati da Souflane Ben Qoumou e Abdelbasset Azouz, e quelli di Aqmi e Mujao reduci dal Mali. 

Come l’enorme disponibilità, da parte jihadista, di attentatori suicidi. Un fenomeno, questo in costante crescita e che sta gettando nello sgomento i Servizi di Intelligence occidentali. Ad Agadez ne sono morti otto e altri due a Arlit. Almeno cinque hanno cercato e ottenuto il “martirio”, a Kabul in Afghanistan, nella strage di venerdì. 

L’imponente dispiegamento, in queste località, di uomini e mezzi dell’Esercito nigerino, coadiuvati dall’apporto fornito dall’Intelligence americana e francese, non ha impedito ai terroristi del Movimento per l’unicità e il jihad in Africa occidentale (Mujao) di portare a termine la loro missione provocando la morte di 24 militari e un civile. “Ciò dimostra che gli attentatori hanno potuto fare affidamento, nella fase di pianificazione dell’offensiva terrorista, sulle informazioni fornite dalla rete di complicità di cui godono tra le popolazioni locali. 

Informazioni che dal Niger hanno raggiunto direttamente i capi jihadisti, di al Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi) e Mujao, nel loro quartier generale dislocato nella regione libica del Fezzan. La stessa da dove sono partiti i due commando diretti ad Agadez e Arlit. Una circostanza, questa, confermata dal presidente nigerino, Mahamadou Issoufou, nel corso di un’intervista esclusiva a France 24. 

Tutto questo mentre a Londra andava in scena l’orrore della decapitazione del soldato Lee Rigby, Anche i due attentatori di Londra, Michael Adebolajo e Michael Adebowale, hanno mostrato, restando sul posto del crimine, di non temere di restare uccisi. Da qui lo scarso entusiasmo con cui i circuiti islamisti hanno accolto la notizia del ferimento di un soldato francese, avvenuto sabato nel quartiere parigino della Défense, tacciando l’aggressore di viltà per essere fuggito senza assicurarsi della morte del militare”. Così è terminata quella che può essere definita una settimana di ordinaria mattanza jihadista.

Thursday, May 30

SERBIA SAYS: "NO LONGER WE'LL ACCEPT ANY PRESSURE".

"We have to show that we are doing our best for the well-being of the Serb community in Kosovo and Metohija,"President Nikolić said during his meeting in Belgrade today with British Foreign Secretary Mr.William Hague. According to Nikolić, the Serbs should be deciding for themselves about their "own security", income, education, health both in the north and south of the Kosovo-Province. 

As much as we consider it important to get the date, we will not do anything in the last moment, or under pressure, as was the case until now, the Serbian president's press office cited Nikolić as saying. Hague "congratulated the Serbian president and senior government officials on the progress made and on the firm and decisive leadership shown so far, giving Serbia assurances that the United Kingdom will support the recommendation to give Serbia the date to open the EU accession talks.

Regarding the implementation of the agreement between Belgrade and Priština, Hague "expressed the expectation that a sustainable and constructive progress will show soon." 

"I am here to encourage you on your European path and to convey the spirit of support, which my German colleague Guido Westerwelle had already done," said Hague. 

Nikolić said that Serbia should no longer be subject to any pressure, "because it has shown that it is willing to resolve all problems through dialogue and became a guarantor of peace and stability in the Region." The Serbian president pointed to "the historical alliance of the two countries" and expressed regret that it has been undermined in recent history. 

LA POLITICA ESTERA DI BARACK OBAMA

Quando Barack Obama ha tenuto, la settimana scorsa, il suo grande discorso sulla Sicurezza Nazionale, i droni, Guantanamo e la “perpetual war” contro il terrore, molti giornali liberal tirarono un sospiro di sollievo. Il New York Times ha scritto che finalmente il presidente aveva detto “in modo inequivocabile” che “lo stato di guerra permanente iniziato 12 anni fa non è sostenibile per la democrazia e deve finire in un futuro non troppo distante”.

In ritardo, ma l’ha fatto: “Obama ha detto al mondo che gli Stati Uniti devono tornare a uno stato in cui il controterrorismo è gestito, come accadeva prima del 2001, con il Law Enforcement e le Agenzie d’Intelligence”. Il riferimento allo stato pre11 settembre non è rassicurante, visto che proprio il fallimento dell’Intelligence è stato determinante per quell’attacco che ha cambiato la guerra al terrorismo (per sempre, verrebbe da dire), ma quel che più conta è che la strategia americana è già da tempo priva di ideologia interventista liberale, ma è dominata dalla caccia ai leader di al Qaida, ovunque essi siano, con licenza di uccidere. 

In quello stesso editoriale del New York Times si diceva che Obama vuole far rientrare anche l’utilizzo dei droni dentro a una cornice legale ora del tutto assente, ma che il presidente non aveva affatto detto che avrebbe ridotto il loro utilizzo. E infatti ieri è arrivata la notizia di uno strike con gli aerei senza pilota nel North Waziristan, Pakistan, almeno sei le vittime, tra cui il numero due dei talebani. 


Se la notizia sarà confermata, l’obiettivo dell’attacco (riuscito) è Wali-ur Rehman, che ha organizzato decine di attacchi contro le truppe pachistane, contro i civili e soprattutto contro le truppe della Nato: sarebbe stato lui a ordire il famoso attacco contro la CIA nella base di Khost – raccontato anche nel film “Zero Dark Thirty”.


Obama non vuole rinunciare ai droni, perché questa strategia per quanto impopolare presso i liberal inorriditi porta dei risultati. Obama non può rinunciare ai droni, perché non ha altra arma contro il terrorismo: la guerra permanente al terrore è già finita da un po’, nell’ambito delle idee: resta la gestione efficiente di un problema. Si parla della pace, si fa la guerra: "obamismo puro".

Wednesday, May 29

CORONAVIRUS GENESIS

On May 28, another person died from this virus in France. This is already the 23rd documented death from this virus. In total, 44 cases of people infected with coronavirus have been registered in the world.

The virus, most likely, originates from the Arabian Peninsula, because the majority of cases of infection were fixed in Saudi Arabia, Qatar and the United Arab Emirates. Several cases of infection were registered in the UK, Germany and France, but it is known that all these people have been to Arab countries.

Scientists believe that coronavirus is, most likely, a mutation of a very similar virus that appeared in 2003 and killed 800 people. Russian scientist Vladimir Zarubaev says: “The death rate among the people who were infected with this virus in 2003 was about 50%. Coronavirus is, most likely, a mutation of the 2003 virus. I won’t call this new epidemic the end of the world, but, of course, doctors should do all they can to fight against it. 


Fortunately, with modern technologies, doctors in all parts of the world already have an easy-to-access database about the spreading of the virus. Information about the death of every new patient becomes available to doctors all over the world within several minutes after he or she dies.”

The symptoms of the coronavirus infection look very alike to those of a common flu. Very seldom, the infection causes complications like pneumonia.
Professor Yuri Gendon from the European Academy of Science says: “The fact that quite a few people have already died from coronavirus in several countries is evidence that, very likely, coronavirus is a more dangerous mutation of the virus of 2003. 

Unfortunately, at present, we have no medicine against this virus. The virus of 2003 was not considered to be very dangerous, and, at that time, no one cared to try to invent a medicine against it. Now, attempts to invent it will most likely start, but, as you may realize, this may take a long time. According to my calculations, attempts to create a vaccine against this virus will probably take about 3 years and cost several million dollars. However, creating a chemical medicine will probably need less time.

Several days ago, the World Health Organization held a conference in Geneva. The participants expressed concern that the new virus is spreading much quicker than scientists are gaining information about it. The head of the World Health Organization Margaret Chan called coronavirus the most dangerous challenge to the human race today. Ms. Chan called on the world to unite its efforts in attempts to fight against this challenge.

TERRORISMO O LOBOTIZZATI IDEOLOGICI INTRISI DI NULLA?

Barack Obama ha spiegato pubblicamente le ragioni della giusta guerra contro il terrorismo, condotta anche con aerei senza pilota, i droni, nelle valli del Pakistan e dell’Afghanistan, promettendo una maggior trasparenza nelle operazioni e una maggior attenzione ad evitare vittime collaterali. I due aspetti della guerra al terrorismo, gli attentati nel cuore delle città culla dell’Occidente e i raid dei droni in Oriente, stridono alle orecchie di chiunque. Michael Adebolajo, cittadino britannico di famiglia cristiana, si è convertito all’Islam nel 2003 e, anno dopo anno, si è radicalizzato. Era il periodo delle grandi marce pacifiste contro la guerra in Iraq. La furia assassina di Adebolajo si è caricata in quel contesto: non di pace, ma di lotta all’Occidente .

 

Si era avvicinato al gruppo fondamentalista Al Muhajiroun, ora fuori legge in Gran Bretagna. Un video del 2007 lo ritrae con il cartello di protesta anti-razzista “Crociata contro l’Islam”. Pensava di andare a combattere in Siria, poi ha cambiato idea: si possono ammazzare soldati inglesi anche in Inghilterra. È più facile e si rischia meno. La sua “tesi”, rivendicata in un video è chiarissima: finché le truppe britanniche combatteranno in Paesi islamici «Nessuno di voi potrà dirsi al sicuro (…) Noi abbiamo fede in Allah e non finiremo mai di combattervi». 


Assieme al suo quasi omonimo Michael Adebolawe, anch’egli un radicale islamico britannico, ha assassinato a sangue freddo un soldato disarmato, Lee Rigby. Il militare aveva alle spalle un turno di servizio in Afghanistan, ma difficilmente i suoi due assassini si erano documentati sulla sua vita prima di pugnalarlo e sgozzarlo per strada. Era semplicemente un militare britannico e come tale un “nemico”. 

La storia degli attentatori di Boston è stranamente simile, benché calata in tutt’altro contesto. I fratelli Tsarnaev erano ceceni, ma naturalizzati statunitensi. Sono sempre stati musulmani, ma solo negli ultimi anni si erano avvicinati agli ambienti radicali. Tamerlan Tsarnaev, il maggiore dei due, la mente dell’attentato (stando a quanto è stato finora ricostruito) seguiva le prediche di odio degli imam fondamentalisti su YouTube, si era riempito di materiale di propaganda jihadista ed aveva passato un lungo periodo nel Daghestan, la regione del Caucaso settentrionale conosciuta dai russi come una delle peggiori incubatrici del terrorismo. 

Anche quel poco che Tsarnaev ha detto delle sue idee rivela la stessa retorica di Adebolajo: lotta contro l’imperialismo statunitense nei Paesi musulmani, voglia di vendicare i caduti nelle guerre contro gli Usa, ecc… Bin Laden è stato ucciso, ma Al Qaeda è più forte che mai e sta vivendo il suo momento di gloria nella guerra civile siriana, oltre a uccidere civili musulmani tutti i giorni in Iraq e in Afghanistan. Obama autorizza gli omicidi mirati dei leader jihadisti usando droni e forze speciali. Ma i terroristi colpiscono impunemente a Boston e a Londra, perché sono nati o cresciuti nelle città che scelgono come loro bersagli. 

E contro i loro i droni sono inutili. Inutile soffermarsi sull’inutilità dei controlli agli aeroporti o sull’introduzione di leggi più severe sul porto d’armi: i nuovi terroristi vivono sul luogo del delitto, non prendono aerei, usano pentole a pressione, diserbanti o coltelli per massacrare le loro vittime. La lotta al terrorismo non si riesce a vincere, perché manca un’arma fondamentale alle forze armate occidentali che la stanno combattendo. Non si è mai fatta, né si fa tuttora una vera guerra culturale. 

Nell’attentato a Londra è risultata utile, molto più dei miliardi di sterline spesi per mantenere un corpo di spedizione in Afghanistan, una singola signora, di nome Ingrid Loyau-Kennett, che ha parlato con gli attentatori dopo che questi avevano sgozzato Lee Rigby, distraendoli, prendendo tempo prima dell’arrivo della polizia e impedendo loro di fare altre vittime. Ingrid ha avuto il coraggio di dire in faccia a Michael Adebolajo, dopo aver ascoltato il suo pistolotto sulla guerra dell’Islam contro l’Occidente: «Ora sei solo tu contro tanta altra gente, stai perdendo la tua guerra, cosa intendi fare?».

Tuesday, May 28

SENATOR JOHN McCAIN's LEISURE AND REBELS

Senator John McCain has been reported to have been on a luxury yacht in Montenegro



Senator John McCain tonight slips into Syria to meet with rebel leaders


Aleppo is located near the Syrian-Turkish border. Had Libya’s looted stockpiles of chemical weapons been shipped to Syria, they would have passed through Turkey along with weapons sent from Libya by the US and thousands of Libyan terrorists who are admittedly operating inside Syria, and would most likely be used to target cities like Aleppo.

Worse yet, any chemical weapons imported into the country would implicate NATO either directly or through gross negligence, as the weapons would have passed through NATO-member Turkey, past CIA agents admittedly operating along the border and along side Western-backed terrorists inside Syria.
  
US Intelligence Community
by MEDSEV


NUOVA PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE: "ELEZIONI"

Riporto che: "sta nascendo un fronte disponibile a scommettere sulla riforma del sistema elettorale sul modello francese, che significa elezione diretta del presidente della repubblica con un sistema a doppio turno. Di questo modello, è noto, se ne parla ormai dal 1997, dai tempi della Bicamerale, e nonostante negli ultimi tempi sia stato il PdL il maggiore sponsor della riforma in realtà è stato il PdL, ai tempi della Bicamerale, a far saltare l'accordo e a dire no al sistema elettorale francese. Nei prossimi giorni PD, PdL e Scelta Civica, i tre azionisti di governo, torneranno a parlare di legge elettorale. Ci saranno molte proposte e ci sarà anche questa, che come detto è sponsorizzata da tutte la anime del PD."  Qui in basso il testo:

NUOVA PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE

Art. 1.
      1. All'articolo 64 della Costituzione sono aggiunti, in fine, i seguenti, commi: «Il candidato alla Presidenza della Repubblica risultato non eletto che ha ottenuto il maggior numero di voti o che ha partecipato al ballottaggio è membro di diritto della Camera dei deputati per tutta la durata della legislatura in corso al momento dell'elezione. I regolamenti delle Camere definiscono lo statuto dell'opposizione con particolare riferimento all'esercizio delle funzioni di controllo e di garanzia».

Art. 2.
      1. L'articolo 83 della Costituzione è sostituito dal seguente: «Art. 83. – Il Presidente della Repubblica è eletto a suffragio universale e diretto a maggioranza assoluta dei votanti. Qualora nessun candidato abbia conseguito la maggioranza, il quattordicesimo giorno successivo si procede al ballottaggio tra i due candidati che hanno conseguito il maggior numero di voti».

Art. 3.
      1. Al primo comma dell'articolo 84 della Costituzione, le parole: «cinquanta anni» sono sostituite dalle seguenti: «trentacinque anni».

Art. 4.
      1. L'articolo 85 della Costituzione è sostituito dal seguente:
 «Art. 85. – Il Presidente della Repubblica è eletto per cinque anni. Può essere rieletto una sola volta. Novanta giorni prima che scada il mandato del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati indìce l'elezione, che deve aver luogo tra il quarantesimo e il ventesimo giorno precedente la scadenza. Qualora gli ultimi tre mesi del mandato presidenziale coincidano, in tutto o in parte, con gli ultimi tre mesi della legislatura, i poteri del Parlamento sono prorogati e il Presidente della Camera dei deputati indìce, nei cinque giorni successivi a quello del giuramento, le nuove elezioni, che devono aver luogo tra il sessantesimo e il settantesimo giorno successivo. Le candidature sono presentate da un decimo dei parlamentari, da trecentomila elettori, da un decimo dei consiglieri regionali di almeno un sesto delle regioni ovvero da un numero di sindaci o di presidenti di Regioni o delle Province autonome di Trento e di Bolzano che corrisponde almeno a un quindicesimo della popolazione secondo le modalità stabilite dalla legge. La legge disciplina la procedura per la sostituzione e per l'eventuale rinvio della data dell'elezione in caso di morte o di impedimento permanente di uno dei candidati. Il Presidente della Repubblica eletto assume le funzioni l'ultimo giorno del mandato del Presidente uscente o il giorno successivo alla proclamazione in caso di morte, dimissioni o impedimento permanente del Presidente in carica. Il procedimento elettorale, la disciplina concernente i finanziamenti e le spese per la campagna elettorale nonché la partecipazione alle trasmissioni radiotelevisive al fine di assicurare la parità di condizioni tra i candidati e le altre modalità di applicazione del presente articolo sono regolati dalla legge. La legge prevede, altresì, disposizioni idonee a evitare conflitti tra gli interessi privati del Presidente della Repubblica e gli interessi pubblici».

Art. 5.
      1. Il secondo comma dell'articolo 86 della Costituzione è sostituito dal seguente: «In caso di impedimento permanente o di morte o di dimissioni del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati indìce l'elezione del nuovo Presidente della Repubblica entro tre giorni. L'elezione deve aver luogo tra il sessantesimo e l'ottantesimo giorno successivo al verificarsi dell'evento o della dichiarazione di impedimento deliberata dalla Corte costituzionale».

Art. 6.
      1. All'articolo 87 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
          a) al primo comma sono aggiunti, in fine, i seguenti periodi: «Vigila sul funzionamento regolare dei pubblici poteri e assicura che l'indirizzo politico della Repubblica si svolga in conformità con la sovranità popolare, nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione. A tale scopo rivolge, nel mese di gennaio di ogni anno, un discorso al Parlamento riunito in seduta comune sullo stato della Repubblica»;
          b) il decimo comma è abrogato.

Art. 7.
      1. L'articolo 88 della Costituzione è sostituito dal seguente:«Art. 88. – Il Presidente della Repubblica può, sentito il Primo Ministro, sciogliere le Camere o anche una sola di esse. La facoltà di cui al primo comma non può essere esercitata durante i dodici mesi successivi alle elezioni delle Camere».

Art. 8.
      1. L'articolo 89 della Costituzione è sostituito dal seguente: «Art. 89. – Gli atti del Presidente della Repubblica adottati su proposta del Primo Ministro o dei Ministri sono controfirmati dal proponente, che ne assume la responsabilità. Non sono sottoposti a controfirma la nomina e la revoca del Primo Ministro, l'indizione delle elezioni delle Camere e lo scioglimento delle stesse, l'indizione dei referendum nei casi previsti dalla Costituzione, il rinvio e la promulgazione delle leggi, l'invio dei messaggi alle Camere, le nomine che sono attribuite al Presidente della Repubblica dalla Costituzione e quelle per le quali la legge non prevede la proposta del Governo».

Art. 9.
      1. L'articolo 92 della Costituzione è sostituito dal seguente: «Art. 92. – Il Governo della Repubblica è composto dal Primo Ministro e dai Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Il Presidente della Repubblica nomina e revoca il Primo Ministro e, su proposta di questo, nomina e revoca i Ministri. Qualora entro cinque giorni dalla revoca del Primo Ministro il Parlamento confermi la fiducia allo stesso, il Presidente della Repubblica decade e il Parlamento è sciolto. In tal caso si applica il terzo comma dell'articolo 85. Il Presidente della Repubblica presiede il Consiglio dei ministri».
      2. Agli articoli 93, 95, primo comma, e 96 della Costituzione, le parole: «Presidente del Consiglio dei ministri» sono sostituite dalle seguenti: «Primo Ministro».

Art. 10.
      1. All'articolo 104 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) il secondo comma è sostituito dal seguente: «Il Consiglio superiore della magistratura elegge il presidente tra i componenti designati dal Paramento»;
          b) il quinto comma è abrogato.

Art. 11.
      1. La prima elezione del Presidente della Repubblica a suffragio universale e diretto ha luogo entro settanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale. Entro dieci giorni da tale data il Presidente della Camera dei deputati procede alla convocazione dei comizi elettorali. 
     2. Il Parlamento in carica alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale è comunque sciolto di diritto il giorno dell'elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Qualora sia già sciolto, la procedura elettorale è interrotta. 
      3. Le successive elezioni per la Camera dei deputati e per il Senato della Repubblica sono indette dal Presidente della Repubblica entro cinque giorni dal suo giuramento e devono aver luogo entro settanta giorni.

Monday, May 27

L'IMPERO OTTOMANO RITORNA A REGNARE NEI BALCANI

Dalla fine degli anni Novanta, i Balcani sono diventati una priorità per Ankara che, dalla vittoria di Giustizia e Sviluppo (AKP) alle elezioni politiche del 2002 e con l’arrivo di Erdoğan, ha saputo indubbiamente sfruttare la dissoluzione dell’ex Jugoslavia e dei regimi comunisti per tornare nella regione.

Il terzo vertice "trilaterale" tra Turchia, Serbia e Bosnia-Erzegovina si è chiuso pochi giorni fa.

La presenza di Ankara nei Balcani passa anche attraverso imponenti politiche culturali e educative. Forte del retaggio ottomano nella penisola, infatti, la Mezzaluna usa il comune sostrato culturale che la lega ai paesi che furono parte dell’impero per riallacciare fruttuose relazioni di buon vicinato.

Durante i lavori neanche una parola è stata pronunciata sul tema Kosovo per non irritare la sensibilità degli ospiti (solo Ankara ha riconosciuto Pristina) e non è stata fatta alcuna critica al preoccupante stallo politico amministrativo bosniaco. In sostanza, come richiesto dal presidente Nikolić, nessuna interferenza negli affari domestici altrui. Secondo la formalità delle migliori cancellerie occidentali i presidenti dei tre paesi si sono incontrati ad Ankara per siglare una dichiarazione di cooperazione e solidarietà. Quali sono gli obiettivi della Turchia nei Balcani?

Rilevante per Ankara è stata la penetrazione in Serbia, nuovo partner strategico regionale, a dispetto della dimensione molto relativa della minoranza musulmana e della freddezza verso il passato imperiale. L’espansione turca è decollata solo a ottobre 2009 con la visita a Belgrado del presidente Abdullah Gül, la prima dopo 23 anni di gelo diplomatico, e ha permesso un rapido aumento delle esportazioni, salite già nel primo triennio del 43%, che hanno raggiunto i 355 milioni di dollari. Ingenti sono gli investimenti diretti nel settore tessile e delle infrastrutture autostradali (come il fondamentale collegamento Belgrado-Bar) che ammontavano a 56 milioni di dollari nel 2011.

Con la Bosnia, destinazione principale degli investimenti turchi nell'area, il quadro di accordi commerciali si è sviluppato negli anni Novanta, immediatamente dopo la fine delle guerre jugoslave, quando venne siglato il 1° accordo di cooperazione e commercio, implementato successivamente fino alla creazione nel 2002 dell’area di libero scambio. L’apertura dei rispettivi mercati ha provocato un aumento verticale dell’export turco che è passato in meno di un decennio dai 28 milioni di dollari del 2001 ai 224 milioni del 2010: un aumento del 875%, che fa della Turchia il quarto partner commerciale bosniaco dopo Austria, Slovenia e Germania.

Il ritorno turco non è però solo una questione economica: fa parte di un disegno geo-strategico più ampio. Seguendo la visione di politica estera dettata dal ministro Davutoğlu, la Turchia vede nei Balcani un “cuscinetto geopolitico” centrale per la sua sicurezza, perché una nuova crisi nella regione potrebbe riflettersi oltre il Bosforo. La penisola allora diventa un eccellente banco di prova per l’applicazione del concetto di “zero problemi con i vicini”, chiave di lettura della politica estera dell’era Erdoğan.

Stando ai 17 punti del documento ratificato dal presidente turco Abdullah Gül, dal suo omologo serbo Tomislav Nikolić e dai membri della presidenza tripartita bosniaca Bakir Izetbegović, Željko Komšić e Nebojša Radmanović, i tre paesi si impegnano a costruire un non meglio precisato futuro comune basato su valori europei, a condividere le rispettive esperienze nel cammino di integrazione, a spendersi per cancellare i reciproci pregiudizi storici, a combattere il crimine organizzato e implementare iniziative macroregionali di cooperazione.

Il risultato è stato un aumento del 530% degli investimenti totali (da 30 milioni di dollari del 2001 a circa 190 milioni nel solo 2011) e dello scambio commerciale, sestuplicato da 2,9 a 18 milioni di dollari; i Balcani sono ora nella lista dei nuovi amici di Ankara.

Il progetto turco, tuttavia, deve confrontarsi con le ambizioni europee della regione. I Balcani avrebbero molto da perdere allontanandosi da Bruxelles, con la quale hanno vantaggi politico-economici complessivamente superiori a quelli che la Turchia può offrire oggi. Ma se il cammino dei Balcani occidentali verso l’integrazione europea dovesse complicarsi, il peso della storia comune, i legami etnici e religiosi, il retaggio culturale e la spinta economica potrebbero rendere il riavvicinamento ad Ankara, la cui entrata nell'Ue sembra essersi arenata, più attraente.

La Turchia potrebbe così aumentare sensibilmente la sua influenza sulla regione, fiaccando le ragioni dei sostenitori dell’Unione e infoltendo le fila degli euro-scettici.

Nel settore educativo, la Turchia opera mediante la diffusione di scuole di primo e secondo grado soprattutto nei paesi con i quali vi è tradizionalmente più affinità per via della componente musulmana. Quella delle scuole turche nei Balcani è già da tempo una storia di grande successo basata su standard di istruzione spesso molto competitivi rispetto a quelli offerti dalle scuole locali, che prosegue anche a livello accademico. Grazie principalmente a capitali privati, sono state fondate nuove università come la Epoka University e la Bedir University a Tirana, la International Balkan University di Skopje, la International University of Sarajevo e la International Burch University ancora nella capitale bosniaca; la loro costruzione è stata fortemente voluta dal premier Erdoğan, spesosi personalmente per promuoverne l'immagine e la credibilità.

Attraverso la Tika, Agenzia turca per la cooperazione e lo sviluppo internazionale (che ha sedi dislocate in tutte le capitali della regione) porta vanti una politica estera complementare, promuovendo massicce opere di restauro del patrimonio architettonico e artistico d'epoca imperiale nella regione, così come la costruzione di nuove moschee grazie all’impegno della presidenza negli affari religiosi; una sorta di simbolica riappropriazione dell’eredità ottomana in difesa delle popolazioni islamiche nella penisola.

Non solo un’affermazione economica dunque. L’espansione turca nei Balcani occidentali può essere letta complessivamente come un'estensione del suo smart power regionale, mirante alla tessitura di una rete di alleanze, partnership e cooperazioni che a partire dal comune passato ottomano allarghino e legittimino l'influenza turca sull’area. La carta economica avrebbe principalmente lo scopo di rendere il tutto più attraente.

OTTOMAN EMPIRE AND THE BALKANS

During the 16th and 17th Centuries, in particular at the height of its power under the reign of Suleiman the Magnificent, the Ottoman Empire was one of the most powerful states in the world a multinational, multilingual Empire that stretched from the southern borders of the Holy Roman Empire on the outskirts of Vienna, Royal Hungary (including modern Slovakia) and the Polish–Lithuanian Commonwealth in the north to Yemen and Eritrea in the south; from Algeria in the west to Azerbaijan in the East controlling much of southeast Europe, Western Asia and North Africa.

The reign of the long-lived Ottoman dynasty lasted for 623 years, from 27 July 1299[11][dn 3] to 1 November 1922, when the monarchy in Turkey was abolished. After the international recognition of the new Turkish parliament headquartered in Ankara, by means of the Treaty of Lausanne signed on 24 July 1923, the Turkish parliament proclaimed on 29 October 1923 the establishment of the Republic of Turkey as the continuing state of the defunct Ottoman Empire, in line with the treaty. The Ottoman Caliphate was abolished on 3 March 1924; the Caliphate's authority and properties were transferred to the Grand National Assembly of Turkey.

After the end of the Balkan Wars, the Kingdom of Serbia achieved the expansion towards the south, but there was a mixed reaction to the events, for the reason that the promises of lands gaining access to the Adriatic Sea were not fulfilled. Instead, Serbia received the territories of Vardar Macedonia that was intended to become part of the Kingdom of Bulgaria and the Serbian Army had to leave those coastal territories that would become part of the newly formed Kingdom of Albania. This event, together with the Austro-Hungarian Annexation of Bosnia, frustrated the majority of Serbian politicians, since there was still a large number of Serbs remaining out of the Kingdom.

Prior to the Balkan wars of the beginning of the 20th century, Albanians were subjects of the Ottoman Empire. The Albanian independence movement emerged in 1878 with the League of Prizren (a council based in Kosovo) whose goal was cultural and political autonomy for ethnic Albanians inside the framework of the Ottoman Empire. However, the Ottomans were not prepared to grant The League's demands. Ottoman opposition to the League's cultural goals eventually helped transform it into an Albanian national movement. 

The Serbian Royal family of Karađorđević was set to rule this new state, called Kingdom of Serbs, Croats and Slovenes, that would be renamed to the Kingdom of Yugoslavia in 1929. Initially, the apologists of the Greater Serbia doctrine felt satisfied, since the main goal of uniting all Serbian-inhabited lands under the rule of a Serbian Monarchic dynasty was mostly achieved. During the inter-war period, the majority of Serbian politicians defended a strong centralised country, while their opponents demanded major autonomy for the regions. This tension grew to a point that led to the creation of opposing nationalistic organisations that culminated in the assassination of the King Alexander I in 1934

The Albanian Fascist Party became the ruling party of the Italian Protectorate of Albania in 1939 and the prime minister Shefqet Verlaci approved the possible administrative union of Albania and Italy, because he wanted the Italian support in order to get the union of Kosovo, Chameria and other "Albanian irredentism" into Greater Albania. Indeed, this unification was realized after the Axis occupation of Yugoslavia and Greece from spring 1941. The Albanian fascists claimed in May 1941 that nearly all the Albanian populated territories were united to Albania. When the Germans occupied the area and substituted the Italians, they maintained the borders created by Mussolini, but after World War II the Albanian borders were returned by the Allies to the pre-war status.

The Albanian question in the Balkan peninsula is in part the consequence of the decisions made by Western Powers in late 19th and early 20th Century. The Treaty of "San Stefano" and the 1878 "Treaty of Berlin" assigned Albanian inhabited territories to other States, hence the reaction of the League of Prizren. One theory posits that the United Kingdom, France, Germany, and Austro-Hungary wanted to maintain a brittle balance in Europe in the late 19th century.

The degree to which different groups are working towards, and what efforts such groups are undertaking in order to achieve a Greater Albania is disputed. There seems no evidence that anything more than a few unrepresentative extremist groups are working towards this cause; the vast majority of Albanians want to live in peace with their neighbors. However, they also want the human rights of the Albanian ethnic populations in Republic of Macedonia, Serbia, Greece to be respected. 

An excellent example is the friendly relationship between the Republic of Montenegro and the support towards the integration of the Albanian population in Republic of Macedonia  there is Albanian representation in government, the national parliament, local government, and the business sector, and no evidence of systematic discrimination on an ethnic or religious basis against the Albanian (or indeed any other minority) population.



Sunday, May 26

WHO'S THE ONE THAT WILL SEND THEM TO US?


THAT'S WHY KOSOVO EXISTS

KOSOVO 

Camp Bondsteel, the biggest “from scratch” foreign US military base since the Vietnam War is near completion in serbian province of Kosovo. It is located close to vital oil pipelines and energy corridors presently under construction, such as the US sponsored Trans-Balkan oil pipeline. As a result defence contractors—in particular Halliburton Oil subsidiary Brown & Root Services—are making a fortune. In June 1999, in the immediate aftermath of the bombing of Yugoslavia, US forces seized 1,000 acres of farmland in southeast Kosovo at Uresevic, near the Macedonian border, and began the construction of a camp.

Camp Bondsteel is known as the “grand dame” in a network of US bases running both sides of the border between Kosovo and Macedonia. In less than three years it has been transformed from an encampment of tents to a self sufficient, high tech base-camp housing nearly 7,000 troops—three quarters of all the US troops stationed in Kosovo. There are 25 kilometres of roads and over 300 buildings at Camp Bondsteel, surrounded by 14 kilometres of earth and concrete barriers, 84 kilometres of concertina wire and 11 watch towers. 

It is so big that it has downtown, midtown and uptown districts, retail outlets, 24-hour sports halls, a chapel, library and the best-equipped hospital anywhere in Europe. At present there are 55 Black Hawk and Apache helicopters based at Bondsteel and although it has no aircraft landing strip the location was chosen for its capacity to expand. There are suggestions that it could replace the US airforce base at Aviano in Italy.

According to Colonel Robert L. McClure, writing in the engineers professional Bulletin, “Engineer planning for operations in Kosovo" began months before the first bomb was dropped. At the outset, planners wanted to use the lessons learned in Bosnia and convinced decision makers to reach base-camp ‘end state’ as quickly as possible.” Initially US military engineers took control of 320 kilometres of roads and 75 bridges in the surrounding area for military use and laid out a base camp template involving soldiers living quarters, helicopter flight paths, ammunition holding areas and so on.

McClure explains how the Engineer Brigade were instructed “to merge construction assets and integrate them with the contractor, Brown & Root Services Corporation, to build not one but two base camps [the other is Camp Monteith] for a total of 27,000 troops.” According to McClure, “At the height of the effort, about 1,000 former US military personnel, hired by Brown & Root, along with more than 7,000 Albanian local nationals, joined the 1,700 military engineers. From early July and into October [1999], construction at both camps continued 24 hours a day, seven days a week.”

Brown & Root Services provides all the support services to Camp Bondsteel. This includes 600,000 gallons of water per-day, enough electricity to supply a city of 25,000 and a supply centre with 14,000 product lines. It washes 1,200 bags of laundry, supplies 18,000 meals per day and operates 95 percent of the rail and airfield facilities. It also provides the camps firefighting service. Brown & Root are now the largest employers in Kosovo, with more than 5,000 local Kosovan Albanians and another 15,000 on its books. 

Staff at Camp Bondsteel rarely venture outside the compound and their activities are secretive. Whilst other KFOR patrols are small and mobile with soldiers wearing soft caps and instructed to integrate with the local population, US military personnel leave Bondsteel in either helicopters or as part of infrequent but large heavily armed convoys. In unnamed interviews US troops complain that hostility to their presence is growing as local inhabitants compare the investment in Camp Bondsteel with the continuing decline in their own living standards.

Those visiting Camp Bondsteel describe it as a journey through 100 years in time. The area surrounding the camp is extremely poor with an unemployment rate of 80 percent. Then Bondsteel appears on the horizon with its mass of communication satellites, antennae and menacing attack helicopters circling above. Brown & Root pay Kosova workers between $1 and $3 per hour. The local manager said wages were so low because, “We can’t inflate the wages because we don’t want to over inflate the local economy.” 

The escalating US presence at Bondsteel was accompanied by increased activity by the Kosovo Liberation Army (KLA). Since its appearance most Serbs, Roma and Albanians opposed to the KLA have been murdered or driven out. Those remaining dare not leave their houses to buy food at the local stores and the need for military escorts stretch from children’s swimming pools to tractors taken away for repair. According to observers the KLA continue to act with virtual impunity in the US sector despite the high tech military intelligence facilities at Bondsteel.

When US troops arrive at Camp Bondsteel, they are more likely to be met by a Brown & Root employee directing them to their accommodation and equipment areas. According to G. Cahlink in Government Executive Magazine (February 2002), “Army peace keepers joke that they’re missing a patch on their camouflage fatigues. ‘We need one that says Sponsored by Brown & Root,’ says a staff sergeant, who, like more than nearly 10,000 soldiers in the region, has come to rely on Brown and Root Services, a Houston based contractor, for everything from breakfast to spare parts for armoured Humvees.” 

The contract to service Camp Bondsteel is the latest in a string of military contracts awarded to Brown & Root Services. Its fortunes have grown as US militarism has escalated. The company is part of the Halliburton Corporation, the largest supplier of products and services to the oil industry. In 1992 Dick Cheney, as Secretary of Defence in the senior Bush administration, awarded the company a contract providing support for the US army’s global operations. Cheney left politics and joined Halliburton as CEO between 1995 and 2000. He is now US vice president in the junior Bush administration. In 1992 Brown & Root built and maintained US army bases in Somalia earning $62 million. 

In 1994 Brown & Root built bases and support systems for 18,000 troops in Haiti doubling its earnings to $133 million. The company received a five-year support contract in 1999 worth $180 million per-year to build military facilities in Hungary, Croatia and Bosnia. It was Camp Bondsteel, however, that was dubbed “the mother of all contracts” by the Washington based Contract Services Association of America. There, “We do everything that does not require us to carry a gun,” said Brown & Roots director David Capouya.

The aim of outsourcing military support and services to private contractors has been to free up more soldiers for combat duties. A US Department of Defence (DoD) review in 2001 insisted that the use of contractors would escalate: “Only those functions that must be done at DoD should be kept at DoD.” In sectors controlled by other Western powers, KFOR soldiers who are living in bombed out apartment blocks and old factories joke, “What are the two things that can be seen from space? 

One is the Great Wall of China, the other is Camp Bondsteel.” More seriously a senior British military officer told the Washington Post, “It is an obvious sign that the Americans are making a major commitment to the Balkan region and plan to stay.” One analyst described the US as having taken advantage of favourable circumstances to create a base that would be large enough to accommodate future military plans.

Camp Bondsteel has become a key venue for important policy speeches by leading officials of the Bush administration. On June 5, 2001 US Secretary of Defence Donald Rumsfeld explained to troops at Camp Bondsteel what role they played in the new administration’s economic strategy. He declared, “How much should we spend on the armed services? ...My view is we don’t spend on you, we invest in you. The men and women in the armed services are not a drain on our economic strength. Indeed you safeguard it. You’re not a burden on our economy, you are the critical foundation for growth.”

One month later, President George W. Bush made his first trip abroad to see US troops at the camp. He traveled directly from the Rome G8 summit, where tensions with European governments had come to the fore. In a speech described as a “retrenching” of the US in Europe, he insisted that US troops were in Kosovo to stay, had gone in together and would “leave together”. In a break from normal procedure, in front of cheering troops, Bush signed into law a Congress-approved increase in military spending of $1.9 billion.

Since then Camp Bondsteel has continued to grow, as it spearheads the first phase in a realignment of US military bases in Europe and eastward. The Bondsteel template is now being applied in Afghanistan and the new bases in the former Soviet Republics. According to leaked comments to the press, European politicians now believe that the US used the bombing of Yugoslavia specifically in order to establish Camp Bondsteel. 

Before the start of the NATO bombing of Yugoslavia in 1999, the Washington Post insisted, “With the Middle-East increasingly fragile, we will need bases and fly over rights in the Balkans to protect Caspian Sea oil.” The scale of US oil corporations investment in the exploitation of Caspian oil fields and the US government demand for the economy to be less dependent on imported oil, particularly from the Middle-East, demands a long term solution to the transportation of oil to European and US markets. The US Trade & Development Agency (TDA) has financed initial feasibility studies, with large grants, and more recently advanced technical studies for the New York based AMBO (Albania, Macedonia, Bulgaria Oil) Trans-Balkan pipeline.

Announcing a grant for an advanced technical study in 1999 for the AMBO oil pipeline through Bulgaria, Macedonia and Albania, TDA director J. Joseph Grandmaison declared, “The competition is fierce to tap energy resources in the Caspian region....Over the last year [1999], TDA has been actively promoting the development of multiple pipelines to connect these vast resources with Western markets. This grant represents a significant step forward for this policy and for US business interests in the Caspian region.” 


The $1.3 billion trans-Balkan AMBO pipeline is one of the most important of these multiple pipelines. It will pump oil from the tankers that bring it across the Black Sea to the Bulgarian oil terminus at Burgas, through Macedonia to the Albanian Adriatic port of Vlore. From there it will be pumped on to huge 300,000 ton tankers and sent on to Europe and the US, bypassing the Bosphorus Straits—the congested and only route out of the Black Sea where tankers are restricted to 150,000 tons.

The initial feasibility study for AMBO was conducted in 1995 by none other than Brown & Root, as was an updated feasibility study in 1999. In another twist, the former director of Oil & Gas Development for Europe and Africa for Brown & Root Energy Services, Ted Ferguson, was appointed as the new president of AMBO [1997] after the death of former president and founder of AMBO, Macedonian born Mr Vuko Tashkovikj. According to a recent Reuters article, Ferguson declared that Exxon-Mobil and Chevron, two of the worlds largest oil corporations, are preparing to finance the AMBO project. The building of AMBO risks antagonising Turkey, the US’s main ally in the region. According to the Reagan Information Interchange, “While the United States is making an advantageous economic decision, it is overlooking its crucial strategic relationship with Turkey.”

The US is also antagonising its European allies and Russia with Camp Bondsteel and other smaller military bases run alongside the proposed AMBO pipeline route. It has been built near the mouth of the Presevo valley and energy Corridor 8, which the European Union has sponsored since 1994 and regards as a strategic route east-west for global trade.

In April 1999, British General Michael Jackson, the commander in Macedonia during the NATO bombing of Serbia, explained to the Italian paper Sole 24 Ore “Today, the circumstances which we have created here have changed. Today, it is absolutely necessary to guarantee the stability of Macedonia and its entry into NATO. But we will certainly remain here a long time so that we can also guarantee the security of the energy corridors which traverse this country.” 

The newspaper added, “It is clear that Jackson is referring to the 8th corridor, the East-West axis which ought to be combined to the pipeline bringing energy resources from Central Asia to terminals in the Black Sea and in the Adriatic, connecting Europe with Central Asia. That explains why the great and medium sized powers, and first of all Russia, don’t want to be excluded from the settling of scores that will take place over the next few months in the Balkans.”

KOSOVO: EUROPOL ARRESTED FIVE PEOPLE FORMER KLA

EUROPOL said that they had arrested five people, including a wartime ally of Kosovo's Prime Minister, and were investigating the Ambassador to Albania on suspicion of war crimes during Kosovo's 1998-99 conflict. One of them is former KLA (UCK) Chief Commander Sulejman Selimi, Sulejman Selimi was the commander of the Kosovo Security Force (KSF), which is trained by NATO (CIA). He left the force in 2011 to become ambassador to Albania.Drenica Group Commander Sami Lushtaku and another five former KLA fighters (UCK) have been placed under house arrest pending trial. Lushtaku and Thaci were both senior commanders of the guerrilla Kosovo Liberation Army (KLA) from the hardline Drenica region. Lushtaku is now a member of Thaci's Democratic Party of Kosovo.

Lushtaku has been regarded as close to Prime Minister Hashim Thaci since before the war, which saw NATO intervene with air strikes in 1999 to halt the killing and expulsion of ethnic Albanians by Serbian forces trying to crush an Albanian insurgency. Without giving details, EULEX said in a statement the five had been investigated "for war crimes against the civilian population in the form of violation of bodily integrity and health of civilians held in a KLA (UCK)  detention center located in Likovc, Skenderaj municipality".

The EUROPOL police and justice mission in Kosovo, EULEX, did not release the names of the five in detention, but a lawyer for Sami Lushtaku, mayor of the town of Skenderaj, said his client was among them and would appear in court on Friday. EUROPOL noted that the decision was made after a long questioning of the seven suspects. EULEX Prosecutor Maurizio Salustro requested that they remain in custody until the proceedings were over. Around 200 former KLA (UCK) members waited for the decision in front of the court in Priština. They were chanting the names of war crimes suspects and “KLA-UCK”. "One of the individuals is investigated also for war crimes in the form of killing of one civilian," it said.

Selimi Lushtaku came to the court from Tirana since he is currently Kosovo’s ambassador in Albania. Lushtaku is a Srbica mayor and high-ranking official of the Democratic Party of Kosovo. Kosovska Mitrovica Regional Police Director Avni Zabeli is also one of the suspects. 

Kosovo PM Hashim Thaci said that charges against Selimi and other KLA members were “unfounded”. “The Kosovo government believes in justice but it also completely believes in innocence of former KLA fighters and commanders,” he said.  Selimi and other KLA members are suspected of war crimes against civilian population.

The EU mission, established after Kosovo declared (unilateral) independence from Serbia in 2008, handles sensitive war crimes cases, in a country where the former guerrillas are revered as heroes and clan loyalties run deep.

Saturday, May 25

ICTPY TWENTY YEARS AFTER STILL FAILED AT ALL

The Hague-based International Tribunal for former Yugoslavia has a mandate of the UN Security Council. This makes it different from international courts created on the basis on international agreements. According to a UN Security Council decision, the tribunal was to have completed its work by the end of 2008. However, the term was later extended pending the end of all hearings. Four trials are scheduled to come to a close in 2013. The trial of Radovan Karadjic is set to end in 2014, while the trials of Goran Hadzic and Ratko Mladic will end on December 31st 2015 and July 31st 2016 respectively.

The tribunal has also become a major driving force behind international courts that were established to destroy the international law. And even though its activity will come to an end after it has considered all cases, the newly established Mechanism for International Criminal Tribunals will remain. Given that the Tribunal and the Mechanism are run by the same individuals, they are not two different judicial organs - they are one. The International Tribunal for former Yugoslavia will thus live on, but under a different cover.

"One of the main results of the activity of the International Tribunal for the former Yugoslavia is that its representatives have failed to provide justification for its creation. A number of countries, for example China and Brazil, openly admitted that there were no legal foundations for establishing such an organ. Nevertheless, they gave it political backing. Some experts cited Article 41 of the UN Charter under which the Security Council can create auxiliary organs for executing its functions. However, the article is hardly applicable since a court cannot play an auxiliary function. In addition, the UN Security Council does not have the jurisdiction of a court."

The International Tribunal for former Yugoslavia is famous for bringing indictments in the absence of sufficient evidence. The first victim of such a conduct was General Djordje Dukic, who had cancer at the time of his detention and died four months after the arrest. As it turned out, arresting ill individuals is the tribunal’s favorite tactic. A large number of Serbs became victims of such a tactic. Still more individuals received life or long prison sentences. Most of them were indicted for crimes they did not commit.

Judge Orie, who handles lawsuits against Serbs, is smart at falsifying evidence. As he announced a verdict for Bosnian Serb former politician Momcilo Krajisnik, Orie quoted a remark from Krajisnik’s speech which the latter made following the signing of the Cutiliero peace plan. The remark, concerning the division of ethnic communities, was presented by the judge as proof that Krajisnik had been planning genocide. The tribunal’s judges make a great show of their inability to secure a fair trial.