Friday, June 28

USTICA: MIG23 LIBICO ABBATTUTO A CASTELSILANO 1980

USTICA: "BRIGATA BORGO PIAVE" 1980

USTICA PROCEDIMENTO PENALE NR. 527/84 A G.I.

 - Ufficio Istruzione -
by MEDSEV

IS IT ISLANDER YV615BN-2A DOWNED? HOW?

"On behalf of the Missoni, Castiglioni, Foresti, and Scalvenzi families, it is confirmed that the airplane "Islander number YV615BN-2A", which disappeared on Jan. 4, 2013 with Vittorio Missoni, Maurizia Castiglioni, Guido Foresti, Elda Scalvenzi, pilot Hernan Jose Marchan and copilot Juan Carlos Ferrer Milano on board, has been found," the families said. 

"The "Islander YV615BN-2A" has been identified on the fifth day of the current search mission, thanks to the technology of the oceanographic American ship, the Deep Sea. The wreck is located in the waters to the North of the Los Roques.

A "very similar" disappearance took place exactly five years ago. On January 4, 2008. At the Let L-410UVP airctarft.  A plane a scheduled domestic Transaven flight from Simón Bolívar International Airport to Los Roques Airport off shore in the Atlantic Ocean reported 118 kilometres (64 nmi) north of the port of departure that both engines had failed and that it was at 3000 feet altitude and descending.

The pilot was going to attempt to ditch as close as possible to the Los Roques archipelago. Shortly thereafter, radio contact was lost and the plane disappeared from radar

Carrying 14 people, including eight Italians, went missing in the same area as it flew from Caracas to Los Roques. 

MIRACULOUS
Also that wreckage was finally found it. At the same area and at the same day by oceanographic American ship."

Thursday, June 27

"FREE SYRIAN ARMY" SENTENCED BEHEADING 3 RELIGIOUS


Former al-Qaeda member says the ringleader of the al-Nusra Front, the primary terrorist group in Syria, is an operative of the US Central Intelligence Agency (CIA). “I personally believe that the leader of the Nusra Army who declared his support for Ayman al-Zawahiri is a CIA operative,” Sheikh Naiim, who led an al-Qaeda training camp in Egypt, said in a released video. 

In a monastery in Ghassanieh, Syria, were beheaded by the Opposite al-Nusra Front, after a process, the content, in which they have been accused of «be in the pay of the regime.» The writes, Radio France International, which States that the group jihadists released the video of the execution on the web. 

Father Pierbattista Pizzaballa, custodian of the Holy land, spoke the words of his Minister for regional Syria, father Halim Noujaim, had announced that on the day before a group of rebels, he entered the monastery of Ghassanieh, and after him; he had destroyed him. In the raid, it was said in the press release, «they would have killed also, a hermit Catholic, father Francois, that in the monastery took refuge».

Abu Mohammed al-Jawlani, the head of the terrorist al-Nusra Front, said on April 10 that the group was loyal to the al-Qaeda chief al-Zawahiri. Sheikh Naiim called on those who have joined the foreign-backed al-Nusra Front to be wary of the true objectives of the cause they're fighting for. 

He said militants were fighting a war in Syria on behalf of the US, adding Washington was trying to reap its own benefits from the crisis in the Arab country. He added that the US support for the al-Nusra Front and other militant groups fighting against the Syrian government was part of the same campaign. 

Foreign-sponsored militancy in Syria, which erupted in March 2011, has claimed the lives of many people, including large numbers of Syrian soldiers and security personnel. The al-Nusra Front has been behind many of the deadly bombings targeting both civilians and government institutions across Syria since the beginning of the violence. 

Monday, June 24

PREOCCUPAZIONE DEGLI U.S.A. PER UNA NUOVA RUSSIA

E' in atto una "nuova geografia energetica" che sta ridefinendo uno "scenario strategico" (di guerra lobbistica?) che darà tanti dispiaceri agli Stati Uniti e, alla loro egemonia sul mercato mondiale delle risorse energetiche. Effetto questo che modificherà sostanzialmente, indirettamente/direttamente, tutti gli indirizzi energetici americani sia verso la nuova produzione interna (North Dakota, Texas, etc),  sia verso le "strategie energetiche esterne" (Algeria, Nigeria, Libia, Iraq etc). 

L'accordo sulla revisione dei prezzi del gas che l'ENI con la russa GAZPROM -per tutto il 2013/14- è stato già raggiunto. La GAZPROM sta rinegoziando ulteriori contratti con alcuni decisivi partner europei. Ma, soprattutto, sono i rapporti privilegiati tra ENI e GAZPROM ad attivare l'avvio del progetto del gasdotto "South Stream" già nel secondo trimestre del 2014. 

Scaroni ha spiegato che e' stato raggiunto "l'accordo" su South Stream:.... "è un tema che ci sta particolarmente a cuore e ne abbiamo concordato i vari meccanismi che ci consentiranno entro il primo ottobre 2013 di prendere la final investment decision, in modo da poter già iniziare i lavori nel secondo trimestre del 2014". 


"South Stream"

L'avvio dei lavori del "pipeline South Stream" rappresenta un vero e proprio "nightmare" per l'amministrazione USA che puntava invece tutto sull'oleodotto "Nabucco" che attraversa e sfocia sul versante mediterraneo della Turchia. Gli Stati Uniti non hanno mai nascosto il loro tentativo di far saltare gli ottimi rapporti tra ENI e GAZPROM (in tutti i modi possibili) sull'intesa sul South Stream. Arrivando persino a fare pressione, in Italia, ad un ex pro-console esteri PCI in Unione Sovietica -oggi nel PD- proprio alla vigilia di quest'ultime elezioni politiche. 


"Nabucco"

Il South Stream è una potenziale arma con cui la Russia può mettere sotto scacco tutta l’Europa. Mosca può ristabilire la vecchia area di influenza tipo-sovietica, ottenendo quel tanto cercato accesso al Mediterraneo dopo tre secoli di fallimenti e avendo una posizione dominante in Europa.  E forse, non solo questo.

C'è da sapere che nell'operazione sono entrate anche grandi società tedesche e francesi (a spese della quota proprietaria dell'ENI), assegnando così al South Stream una dimensione più “europea”(?) che non può che dispiacere tanto, ma tanto, agli Stati Uniti. La Russia, a questo punto, intende togliersi un altro sassolino dalla scarpa con l'Unione Europea. 

Vladimir Putin ritiene infatti “estremamente pericoloso" applicare il Terzo Pacchetto Energia sui contratti in essere in Europa con partner russi. Lo ha dichiarato rispondendo ad una domanda del numero uno di ENEL, Fulvio Conti, il quale chiedeva una maggiore apertura del mercato dell'energia in Russia, in cui l'ENEL ha investito gia' 4,5 miliardi di euro negli ultimi dieci anni. Putin, pur dicendosi assolutamente d'accordo con Conti, ha definito una decisione sbagliata e incivile estendere le nuove regole, tra cui il Terzo Pacchetto Energia, sui contratti esistenti. 

Tra l'altro è stato lo stesso Presidente ENEL, Fulvio Conti, a firmare a San Pietroburgo una lettera di intenti non vincolante con la compagnia energetica russa GAZPROM per la vendita dell'intero capitale della società "Marcinelle Energie", una società che controlla una centrale a gas a ciclo combinato in Belgio. Per la parte russa c'era il capo di GAZPROM, Aleksej Miller. Il valore dell'operazione è pari a 227 milioni di euro. L'affare rappresenta il primo ingresso di GAZPROM al 100% in una società europea.

Ma l'altra notizia destinata a conformare e confermare una nuova "geo-politica del petrolio" è che la Russia e la Cina hanno raggiunto un accordo per firmare un contratto di fornitura di petrolio da 60 miliardi di dollari. L'ha annunciato lo stesso presidente russo Vladimir Putin. "Un contratto con ROSNEFT è stato preparato e ha un'ampiezza di scala senza precedenti, e non c'è alcuna esagerazione", ha affermato Putin parlando con il premier cinese Zhang Gaoli in una riunione a San Pietroburgo. 

"L'accordo preliminare" per aumentare i volumi delle forniture da parte russa nei prossimi 25 anni (dall'attuale livello di 15 milioni di tonnellate all'anno) era stato già raggiunto a marzo a Mosca durante la visita del leader cinese Xi Jinping. La Russia da lungo tempo stava trattando con Pechino per l'avvio di forniture di gas, secondo il presidente della GAZPROM, Russia e Cina dovrebbero arrivare alla definizione di questo contratto entro settembre 2013. 

Cosa faranno di più, a questo punto, gli USA per far "saltare" anche quest'altro accordo di enorme valore strategico-energetico? Noi, imperterriti, continuiamo a guardare alle prossime settimane o giorni, per quanto accadrà in Siria, oppure nei Balcani e, perché no,  in Francia. Specialmente, dopo la conclusione della conferenza "Amici della Siria" (conclusasi ieri sera - tre giorni fitti) di Doha in Qatar.  E forse, dico forse, la mente ottusa, di qualcuno si aprirà.

Friday, June 21

AWAY FROM SYRIA WITHOUT ANY CHEMICAL WEAPONS

Obama’s moves on Syria have not failed to stir a debate among intellectuals and the press. Professor David Bromwich, one of our leading intellectuals, has written a masterful dissection of the Obama administration’s road to war in the New York Review of Books. One of the proximate causes of the renaissance of the de facto alliance between liberal hawks and neocons has been the sorry fact that there really is no accountability when it comes to American foreign policy. 

Still, Syria may end up bearing out Karl Marx’s aphorism about history beginning as tragedy—Iraq—and ending as farce, though the consequences for the Syrians themselves are far from farcical. In America Syria has become an arena for moral posturing by the likes of Senator John McCain, a chance to try and avenge the ghosts of Iraq. But for Obama, who is palpably reluctant to engage, sending in arms may be a mere sop to his critics. How much further he is prepared to go, even with the ascension of Samantha Power and Susan Rice, is an open question. 

He surely finds the idea of mission creep pretty creepy. Nevertheless, he has crept into the conflict. And he may find it increasingly difficult to detach himself from it as critics warn of a wider Middle East war lest America fail to back a winning side. The darker interpretation, one forwarded by Daniel Drezner, is that Obama is simply trying to protract the conflict. Fareed Zakaria observes, “If this interpretation of the Obama administration’s behavior is correct, then the White House might well be playing a clever game—but it is Machiavellian rather than humanitarian.”

Its possible to make catastrophic predictions and decisions, as in Iraq, and then go on to make fresh and equally sweeping predictions with impunity. But it isn’t simply liberal hawks who are endorsing military strikes in Syria. As Bromwich notes, Carl Levin, a staunch liberal and head of the Senate Armed Services Committee, endorses them in limited (whatever that means) form.

The American people have finally let it be known that we’ve had too many boots on too much ground for much too long to add another venue to the mix, especially in the Middle East. Anyone who has spent more than ten minutes studying military history, force structures and capabilities, and strategy, tactics and doctrine knows that military intervention is never as easy as anticipated.

Pretend Syria is a three-dimensional chessboard: military, diplomatic and ideological. On the military dimension are those who rally under the banner “Do Something.” In most cases, the “something” is never defined. But, when pushed for a definition, the “do something” advocates range from arm the insurgents, to no-fly zones, to active air cover, to chemical-weapons removal, to boots on the ground (though the latter rarely rises above a whisper in the post-Iraq and near-post-Afghanistan era).

In some ways we are all still plagued by what might be called the Madeleine Albright syndrome, as encapsulated in her famous question to General Colin Powell: “Why do we have this big army if we’re not going to use it?”

To the uninitiated, the simplest mission would be neutralization of the chemical weapons. Who can object? Only those who are initiated and who understand that securing upwards of nineteen different depositories mostly scattered throughout the western half of Syria, then neutralizing the arsenals on the spot, or removing them to a neighboring country willing to host them, is an undertaking requiring massive amounts of manpower (boots on the ground) and materiel. Some have estimated as many as seventy-five thousand troops and all their heavy equipment would be necessary to carry out the mission.

One option would be to airlift the hundreds, if not thousands, of metric tons of highly toxic chemicals to special treatment laboratories in Russia. But that still requires securing the arsenal sites, getting the heavy cargo planes in and out and, most of all, the cooperation and good will of a compliant Russia. It is beginning to dawn on us, much too slowly, that the Russian bear does not rush to be helpful after having been repeatedly poked in the eye by us.

A rather longer treatment is required to explore the implications for U.S. involvement in a regional sectarian war in the Middle East involving not just Sunnis and Shiites but also intricate tribal and ethnic national networks spanning the region. This is rightly Americans' greatest fear.

This is the political dimension of the chessboard, and it is even more complicated. Half the governments in the region want the Assad government to prevail, and half want the insurgents to prevail. But it is becoming increasingly clear that all the insurgents in the stew are not Bunker Hill freedom fighters longing for democracy and free elections. Many secretly follow the Kissinger doctrine in the earlier Iran-Iraq war, when his policy wish was for both sides to lose.

The politics of the situation would be massively simpler if the insurgent rebels were angelic patriots rushing into battle waving the U.S. Constitution and the writings of Jefferson and Madison. They are not. There is every promise that, even after the fall of Assad, civil war and a long struggle for power would take place in the back alleys of Damascus, if not also in the wide boulevards.

As we did not learn from the French in Vietnam nor the British (and the Russians) in Afghanistan, so a political tip-toe into the bitter social divisions of Syria, even in the worthy humanitarian cause, is perilous. Any regime that unites Christians and Hezbollah in its support is onto a balancing act of considerable dimensions.

Which, as always, puts the mirror to the American face. The ideologues are all over the place on Syria. Liberal interventionists now join conservative interventionists, some of whom call themselves “Wilsonian” to muddy the matter, while traditional isolationist libertarians join liberal noninterventionists in opposition to intervention.

Since the end of the Cold War, and more accurately beginning with the end of the Vietnam War, ideologies have switched places. Conservatives who favored the island nation fortress became the war party and, given the dispersal of terrorist cells, supported a global war on terrorism. Where and when and under what white flag is that supposed to end? Liberals, who until Vietnam bore the brunt of the war-party allegation (Roosevelt, Truman, Kennedy and Johnson), became the peace party after Vietnam.

When the heroic general Romeo Dallaire wrote about “shaking hands with the devil,” he was not talking about Joseph Stalin. But then tribes, clans and gangs in the postcolonial world began to resurrect ancient grievances and be mean to each other, and we were left to ponder whether and how to intervene in difficult areas such as Lybia, Mali. Burundi, Rwanda, Balkans and Darfur etc. etc. where, more often than not, slaughter was carried out with the most primitive of weapons. Religion and ethnic nationalism were no replacement for fear of communism.

Even as the critics try to parse Obama’s motives, however, the absence of debate over intervention in Syria in Congress is striking.  Yes, Sen. Rand Paul, who is on the front-page of the Washington Post today, has blasted the idea of intervention as well as McCain’s trip to Syria. But his remains a distinctly lonely voice. As former Sen. James Webb recently wrote in the National Interest, Congress has largely become a doormat for the presidency when foreign affairs is the subject. As the White House becomes inexorably drawn into Syria, its abdication is a further sign of the corrosion of American democracy even as its champions urge exporting it abroad.

Thursday, June 20

IL MINISTRO EMMA BONINO IN RIENTRO DAL KOSOVO

U.S.A. SPYING & TRACKING EMAILS OF EUROPEAN CITIZENS

The U.S. president and the German chancellor met on Wednesday in Berlin. During Barack Obama and Angela Merkel's press conference, journalists mostly wanted to know about U.S. internet spying.

Merkel pointed out that the talks with Obama were open and friendly, and that the German-American relations were good, because, as she said, they shared common values. Merkel said they discussed the situation in Syria and Afghanistan, as well as the U.S. program Prism, and in doing so, said some German analysts, she "cautiously put forward her criticism of the giant American sureveillance system." 

It was also pointed out that the German authorities received some information from the Americans, as in the case of the terrorist group Sauerland. “We are not rifling through the emails of German citizens or American citizens or French citizens or anyone else. This is a circumscribed, narrow system being aimed to protect us and our people. The encroachment on privacy has been strictly limited," Obama was quoted as saying. “Lives have been saved,” he added. 

During the press conference, a protest was held in Berlin against Obama, that saw participation from activists who advocate the closing the U.S. military prison Guantanamo. ''I promised that efforts would be doubled to close Guantanamo,'' Obama replied to a question, adding that, however, "some people in the camp were dangerous," and had done "nasty things." 

When it comes to the delivery of weapons to the Syrian rebels, Obama stated that he seeks "a political solution" to the conflicts. ''President Assad, however, made a different decision. He kills his own people,'' said Obama, while Merkel said that the opposition in Syria should be strengthened and that "terrorist groups must not have power." 

German Chancellor Angela Merkel faced a viral wave of online derision following her comments to US President Barack Obama that the Internet was ‘Neuland’ (new, or ‘uncharted’ territory) “for all of us.” A few minutes after her speech, discussions exploded across the Internet. 


“Did she really just say that?” German-language twitter users asked incredulously, shortly followed by thousands of mocking attacks and ridiculous pictures. Her casual mention of ‘Neuland’ quickly ‘trended,’ becoming the most discussed subject in the German Twittersphere. 


One German language tweet read that “Little Angela would like to be picked up from #Neuland,” with others being prompted to locate the mythical place.  A few users identified its existence as being near the northern city of Hamburg.

OMAR BAKRI INSEGNA IL TERRORISMO AI RIBELLI SIRIANI


La guerra di Siria è un nuovo capitolo della guerra santa sunnita. Nel video sopra una vecchia gloria del Londonistan, l'imam Omar Bakri, insegna ai jihadisti come "mutilare" i soldati siriani e i loro sostenitori.


Jihadisti di tutto il mondo unitevi contro Bashar el Assad. Dalla Bosnia vengono molti combattenti salafiti attivi (dall'inizio) in Siria (-dal 1990 al 2001 arrivavano -al contrario- dalla Siria in Bosnia - Guerra dei Balcani- ma allora nessuno ci credeva). 

Contro il regime eretico alawita si stanno arruolando tanti altri musulmani europei, almeno 10.000 quelli con cittadinanza europea, vengono dal Belgio, dall'Olanda, dalla Francia, dall'Inghilterra etc. etc. dalle maggiori capitali del "multiculturalismo". 

Come accennato, accadde già nella guerra nella ex Jugoslavia, dove 60.000 musulmani accorsero per combattere i serbi (compreso Osama bin Laden. Oggi migliaia di loro, e discendenti, vivono ancora in quella regione). 

In Iraq molti musulmani europei si sono fatti esplodere contro le truppe irachene, i marines americani e i pellegrini sciiti. 

Nel Waziristan controllato dai Talebani si ricorderà il "villaggio tedesco", abitati da musulmani provenienti dalla Germania. 

Mentre in Afghanistan si parla di "mini guerra civile" fra soldati inglesi e jihadisti musulmani con passaporto britannico. Non è difficile fare analisi geopolitica. Nemmeno per il fanfarone, filosofo, damerino, "aspirante dandy": "Bernard-Henri Lévy".

Wednesday, June 19

US FBI USE DRONES FOR DOMESTIC SURVEILLANCE

Robert Mueller, the director of the Federal Bureau of Investigation, confirmed to lawmakers that the FBI owns several unmanned aerial vehicles, but has not adopted any strict policies or guidelines yet to govern the use of the controversial aircraft.

“Does the FBI use drones for surveillance on US soil?” Sen. Chuck Grassley (R-Iowa) asked Mr. Mueller during an oversight hearing on Capitol Hill today before the Senate Judiciary Committee. “Yes,” Mueller responded bluntly, adding that the FBI’s operation of drones is “very seldom.”

Asked by Sen. Dianne Feinstein (D-California) to elaborate, Mueller added, “It’s very seldom used and generally used in a particular incident where you need the capability.” Earlier in the morning, however, Mueller said that the agency was only now working to establish set rule for the drone program.

Mueller began answering questions just after 10 a.m. EDT and has also touched briefly on the recently exposed NSA surveillance program that has marred the reputation of the United States intelligence community as of late. Mueller said 22 agents have access to a vast surveillance database, including 20 analysts and two overseers.

When Sen. Al Franken (D-Minnesota) asked Mueller later in the morning if he’d consider being more open about the FBI’s surveillance methods, the director decried being much more transparent that the bureau already is. Mueller said the FBI has and will continue to weigh the possibility of publishing more information about its spy habits, but warned that doing such would be to the advantage of America’s enemies.

“There is a price to be paid for that transparency,” Mueller said. “I certainly think it would be educating our adversaries as to what our capabilities are.”

ARON LO DEFINI':" UN UOMO PERDUTO PER LA VERITA"

A molti piace questo "monumento di vanità, soldi e menzogne". Compreso al mio amico caro Alvaro Mollicone.

Bernard-Henri Lévy (BHL in seguito) è ovunque. Come ti giri, c’è lui. Dalle pagine culturali di Le Point ai rotocalchi di gossip, sempre affamati dei suoi numerosi matrimoni falliti (l’ultimo con l’attrice Arielle Dombasle, che BHL ha lasciato per Daphne Guinness, ereditiera dell’omonima birra). La celebrità di BHL è pari solo all’odio che genera. Se il Nouvel Observateur lo ha definito “un disc jockey delle idee”, per il grande storico Pierre Vidal-Naquet ebbe a definirlo “un mediocre candidato al baccalaureato”. Bernard-Henri Lévy è un trittico vivente: logo, BHL; immagine, la camicia aperta; e messaggio, libertà, scritto a caratteri cubitali.

Non poteva scegliere tema più impalpabile e glamour Lévy per la grande esposizione “Les Aventures de la Vérité” della Fondation Maeght di Saint-Paul de Vence. Il New York Times lo definisce “uno degli eventi culturali del 2013”. 


Il direttore della Fondation Maeght, Olivier Kaeppelin, ha contattato 
Lévy quando l’intellettuale era appena tornato da una delle sue numerose missioni in Libia, dove ha costruito la guerra contro il colonnello Gheddafi

La mostra intende essere il coronamento del “philosophe” più “philosophe” di tutti, per tutti “BHL”, la cui carriera nella politica francese è stata un crescendo da quando entrò a far parte dei saggi di François Mitterrand, al fianco di Jacques Delors, Michel Rocard e Jacques Attali. “Bernard-Henri Lévy, le Magnifique!”, titola il Point sulla mostra di BHL.

Sono uscite talmente tante stroncature del filosofo da aver inaugurato un autentico genere letterario: i “béachellien”. Eppure nessuno dei libri della campagna anti BHL che negli ultimi anni si sono riversati nelle librerie francesi ha colpito davvero nel segno. Non “L’abbiccì di BHL” di Jade Lindgaard e Xavier de La Porte, éditions de la Découverte, sottotitolo ironico: “Inchiesta sul più grande intellettuale francese”, né la voluminosa biografia di Philippe Cohen “BHL”, uscito per Fayard. 


Va bene smascherare l’egocentrismo di Lévy oppure dimostrare che la sua tanto famosa amicizia col comandante afghano Massoud era un bluff, o svelare quanto questo agitatore di idee conceda al narcisismo e alla mondanità, o denunciare il suo fascino per i potenti. BHL è invidiato per il successo, i soldi, l’influenza, l’onnipresenza nel circo giornalistico, la sua insindacabilità qualsiasi cosa dica, faccia, scriva. E’ fisicamente odioso a molti, per via di quella camicia bianca perfettamente inamidata e sempre aperta sul petto. 

E’ criticato per gli aerei privati, la villa Getty a Marrakech, la casa a Tangeri e la lussuosa proprietà alle Seychelles. O per il volo che il presidente Mitterrand mise a disposizione per prelevarlo a Sarajevo e depositarlo a Colombe d’or, dove la brava società parigina era invitata al suo matrimonio, uno dei tanti. BHL, infine, è inviso per il suo iperattivismo: saggi, romanzi, libri fotografici, pièces, articoli, reportage, documentari, appelli, conferenze, tutto un profluvio di lavori siglati “BHL”.

L’intellettuale francese, che in un paese corporativo come la Francia sfugge colpevolmente alle classificazioni, ha molti meriti, dall’aver difeso Israele di fronte a una opinione pubblica come quella francese con forti tendenze antisemite, all’aver contribuito alla scarcerazione del più noto dissidente anticastrista, quell’Armando Valladares il cui libro sul gulag dei Caraibi BHL fece uscire per Grasset. 


Ma Bernard-Henri Lévy, che fu maoista e poi trotzkista, resta nel profondo un opportunista, il conformista simbolo dei benpensanti di Francia. E’ uno che ci sta, un po’ l’emblema dei mandarinismi europei. In “Une vie”, l’opera di quel Philippe Boggio giornalista storico del Monde che avrebbe dovuto fare le pulci ad “amore, denaro, progetti e legami su cui BHL mantiene da trent’anni il totale segreto”, è definito “l’ultimo esemplare d’intellettuale impegnato”, ovvero “ciò che di meglio la Francia ha prodotto nel Ventesimo secolo”. O di peggio.

Quel BHL che oggi campeggia fra i simboli del capitalismo francese ed è riconosciuto da tutti come “il filosofo più ricco d’Europa”, ancora non molto tempo fa definiva il capitalismo come “la più formidabile macchina di morte che la storia abbia mai prodotto”. Il problema di BHL è che sceglie sempre il coro giusto di indignati.


Quando uscì l’edizione francese del libro di Oriana Fallaci “La rabbia e l’orgoglio”, BHL si accodò ai progressisti dicendo che lui era “nauseato”. E che Oriana Fallaci era un’ignorante, un’irresponsabile, una revisionista, una fascista. E paragonò – scusandosene con lo scrittore francese – “La rabbia e l’orgoglio” a “Bagatelles pour un massacre” di Louis Ferdinand Céline. “E’ un libro razzista”, disse BHL del volume della scrittrice italiana. “Con meno talento, è un ‘Bagatelle per un massacro’ antiarabo”.

Ancora più imbarazzante è stata la sua mobilitazione per il terrorista italiano Cesare Battisti, che ha paragonato al capitano Dreyfus, neanche fosse Sacco o Vanzetti, per i quali all’epoca anche Parigi si mobilitò per salvarli dalla sedia elettrica. Pur di non mancare alla serata organizzata al Théâtre de l’Oeuvre in solidarietà con il “perseguitato politico” Battisti, ci ha tenuto a far sapere di aver rinunciato a un impegno importante. Di fronte alla prospettiva che il perseguitato politico fosse estradato “in un paese in cui il presidente del Consiglio si sottrae ai giudici con ben altri mezzi di quelli di cui dispone Battisti”, che sia innocente o colpevole, il condannato-ricercato è innanzitutto vittima, altro che carnefice. Questa la posizione del prode BHL.

Nella primavera 2001, all’indomani del plebiscito pro Chirac e del linciaggio del candidato di estrema destra Jean-Marie Le Pen, Lévy si fa pago e orgoglioso della gioventù antifascista che un giorno sì e l’altro pure per due settimane di seguito riempie i boulevard di Parigi sotto lo striscione “no pasarán”. 


Ma si tende a dimenticare che il salvataggio dell’azienda paterna di BHL, la Becob, società d’importazione di legni africani – che secondo il noto intellettuale avvenne grazie alla stima da sempre dimostrata dall’industriale François Pinault per uno dei suoi più importanti concorrenti, André Lévy – è stato in realtà il frutto di un equo scambio: BHL garantisce infatti a Pinault, i cui legami con l’estrema destra di Le Pen sono noti, buone entrature a sinistra e nel mondo dell’editoria (manca ancora qualche anno perché Pinault arrivi alla proprietà di Fnac e Le Point).

E che dire degli amici? Quando uscì il pamphlet neoprogressista di Daniel Lindenberg contro i “nuovi reazionari”, Lévy – che all’epoca si trovava a Karachi (almeno così lui dice), per il romanzo-inchiesta sulla barbara esecuzione del giornalista ebreo-americano Daniel Pearl – pur non essendo finito nella lista dei cattivi di Lindenberg volle dire la sua. Non per difendere Alain Finkielkraut o Pierre-André Taguieff o Alexander Adler, tutti suoi amici, che di quella lista facevano parte. Al contrario, BHL decise di essere benevolo con Lindenberg e di andar giù pesante con gli amici di un tempo, possibilmente ridicolizzandoli. Sempre da bravo opportunista.

O cosa dire del Lévy ammiratore di Dominique de Villepin, all’epoca in cui da ministro degli Esteri s’affannava a difendere lo status quo nell’Iraq di Saddam Hussein? All’inizio BHL si era sforzato di farsi piacere la campagna d’Iraq, ma non c’era riuscito. Allora Lévy attaccò “questa guerra imbecille e improvvisata dovesse finire domani, il bel lavoro di questi Stranamore disinvolti e incompetenti, ebbri di tecnologia e di morale, e della loro idea messianica di una democrazia paracadutata con i chewing-gum, hanno scelto di rimanere sordi agli avvertimenti dei loro alleati”. E se per i boulevard di Parigi sfilavano quei cortei di sinistra vergognosi e inneggianti al terrorismo qaidista in Iraq, per BHL bisogna ringraziare quella “banda di ignoranti e ottusi che regna nei pensatoi della Casa Bianca, ignoranti della storia, della realtà delle guerre e di quella delle religioni”.

BHL ha una qualità unica, essenziale per emergere nel mondo del giornalismo: si identifica con una causa, la fa sua, la mette al servizio del proprio successo, salvo contraddirsi per sposarne un’altra. Una volta è la redenzione dei poveri del pianeta con l’Action internationale contre la faim. Un’altra volta è la guerra al razzismo con SOS Racisme. Un’altra volta ancora è la militanza per i bosniaci assediati dai serbi (ne nacque un bel film, “Bosna!”, in cui rende omaggio agli abitanti di Sarajevo).

Una vita dunque sempre dalla parte degli oppressi, ma con qualche sbandata reazionaria che BHL ora tende a cancellare dalla propria biografia. Come quando prese posizione in favore dei contras, che in Nicaragua combattevano i comunisti sandinisti. Mito, logo, icona, BHL è diventato persino parte di un arredamento d’interni, come quando ha preso parte a un servizio fotografico nei suoi quattrocento metri quadrati a Saint-Germain-des-Prés (quartiere storico della crème della “pensée philosophique” parigina), o all’“hotel particulier” di seicento metri quadri con vista sull’Arc de Triomphe.

Ma forse per capire BHL basta leggere la sua epopea per quella che è. Quella dell’erede prediletto di Jean-Paul Sartre, a cui BHL ha dedicato un celebre libro-peana, “Il secolo di Sartre”. Altro che l’apologia dell’engagement. Altro che mito delle caves, del Café Flore o del Deux Magots. Durante l’occupazione nazista di Parigi, Sartre fu il più mansueto funzionario della cultura. “Sartre si preoccupava esclusivamente della propria carriera letteraria ed era pronto a scendere a compromessi con le autorità per questo scopo”, ha scritto anche l’americano Michael Curtis in un libro sulla Francia collaborazionista. Sartre scrisse per Comoedia, il settimanale finanziato dai tedeschi, le sue “Mosche” ebbero il beneplacito della censura nazista, occupò la cattedra di Filosofia di un amico ebreo deportato e a una prima brindò con le SS. Anche la sua compagna, Simone de Beauvoir, lavorò alla Radio nazionale nella Parigi occupata, così come Cocteau, Miró, Matisse, Braque e Kandinsky esposero quadri durante il periodo di Vichy.

Il “petit camarade” Sartre, che si recò in Germania nella più totale indifferenza per ciò che gli stava accadendo intorno, dopo la guerra riscrisse la propria immagine di grand résistant. In verità fu un attendista e un approfittatore. Altro che coraggio sartriano per cui di fronte al male si può soltanto collaborare o resistere (BHL ci ha costruito una carriera sopra). Molto meno eroico fu l’atteggiamento dell’intellettuale francese nella Città delle Luci sotto i nazisti. Come quando ha taciuto gli orrori del gulag per non avvilire il morale degli “operai di Billancourt”.

Due opportunisti innamorati di se stessi, Sartre e BHL. Il brutto “anatroccolo” pensante e il “il gran commentatore di tutto”, come Serge Halimi ha definito BHL. Il mentore con la pipa e l’epigono col ciuffo raffaellesco. Entrambi circondati da una adulazione quasi sovietica.

Ad essersi sottratto al coro a favore di BHL è stato il solo Philippe Cohen, che ha accusato il filosofo-celebrità di aver “seminato per trent’anni, per dimostrazione o per omissione, decine e decine di semiverità o di controverità, come altrettanti sassolini sul cammino della felicità mediatica”. Si sa, per diventare una star ci vuole tanta flessibilità. Così, quando Aleksandr Solgenitsin è in disgrazia, BHL dichiara dalle pagine del Quotidien de Paris che il grande scrittore sovietico non è poi questo grande autore, ma un mediocre. Poi però, quando Solgenitsin diventa il darling dell’anticomunismo, BHL lo definisce “lo Shakespeare dei nostri tempi, il nostro Dante”.

BHL incarna anche i peggiori luoghi comuni francesi. In “American Vertigo”, resoconto di un viaggio in automobile – con autista – che ha intrapreso negli Stati Uniti sulle orme di quello compiuto da Tocqueville (niente meno), emerge tutto il paradosso del filosofo. C’è un passo emblematico della sua profondità: “Un altro incidente, nel pomeriggio, un altro avvenimento che richiama Tocqueville: prostrato da un forte bisogno di fare pipì e stufo di dovermi fermare da Starbucks, McDonald’s e Pizza Hut, (…) ho chiesto a Tim (l’autista, ndr) di lasciarmi vicino a un campo d’erba bagnato dal sole. Avevo appena iniziato a pisciare, quando dietro di me sento un’automobile che si ferma. Mi volto. E’ un’auto della polizia. ‘Che cosa sta facendo?’. ‘Sto prendendo una boccata d’aria’. ‘Prendere una boccata d’aria è proibito’. ‘Ok, sto facendo pipì’. ‘Far pipì è proibito’. ‘Allora mi dica cosa è permesso?’. ‘Niente, è vietato fermarsi sulle autostrade’. ‘Non lo sapevo’. ‘Ora se ne vada’. ‘Sono francese’. ‘Non me ne importa un cazzo che lei sia francese. La legge è uguale per tutti’”.... E pensare che si era richiamato a Tocqueville.
Chissà cosa ne penserebbe Raymond Aron, che definì Bernard-Henri Lévy “un uomo perduto per la verità”.
 
Caro Alvaro Mollicone, una tua accurata "opera revisionista" è oltremodo necessaria. Pensaci. Almeno, fallo per onore di Oriana Fallaci.

Monday, June 17

OPEN SLIDES TO: "U.S. NATIONAL SECURITY AGENCY"


Dear NSA, let me take care of your slides. from Emiland

La drammatica testimonianza al Senato del generale Keith Alexander, direttore della National Security Agency americana, è una dimostrazione del difficile equilibrio fra la libertà e la sicurezza. L’opinione pubblica statunitense è ancora sotto shock per la scoperta di PRISM, l’immenso sistema di spionaggio informatico messo in piedi, segretamente, dalla NSA. 
Oltre 100 miliardi di dati personali vengono monitorati, ogni giorno, in tutto il mondo. Stando alle rivelazioni del pentito Edward Snowden, la NSA è in grado di registrare nome, cognome, indirizzo, data di nascita, dati trasferiti, foto e conversazioni in chat, indirizzo IP (quello personale del computer) di chiunque mandi un’email che passi da uno dei grandi provider monitorati. È in grado di registrare nome, cognome, indirizzo, data di nascita, documenti e foto inviati, dettagli su tutti i contatti personali, conversazioni in chat, informazione sulla posizione geografica, di chiunque si iscriva a un qualsiasi social network. Infine, è in grado di risalire al luogo da cui una telefonata viene effettuata, la sua durata, il numero di chiamante e ricevente, anche il testo degli sms inviati. 

La NSA può sapere tutto di tutti, in qualsiasi Paese del mondo, in tempo reale.

I Paesi più monitorati sono quelli da cui arrivano i pericoli maggiori per la sicurezza nazionale: a pari merito Iran e Pakistan. Ma anche gli stessi Stati Uniti (e la Germania) sono fra i luoghi più monitorati. E l’idea di essere sotto la lente di ingrandimento dell’intelligence, pur non avendo nulla a che vedere con il terrorismo, non piace a nessun americano, chiaramente. Tornano alla mente le grandi distopie della letteratura, sia il settecentesco “Panopticon” (del filosofo liberale Jeremy Bentham) che, ovviamente, anche la distopia novecentesca per eccellenza, “1984” di George Orwell. 

Il generale Alexander, in Senato, ha spiegato il senso del suo Panopticon e ha cercato di difenderne l’utilità. Secondo la sua testimonianza, il sistema di sorveglianza informatica ha «permesso di sventare decine di attacchi terroristici» negli anni in cui ha funzionato segretamente. La soffiata di Edward Snowden e possibili ulteriori rivelazioni, secondo il generale, rischiano di compromettere seriamente il funzionamento dell’intelligence americana. E «molti americani moriranno, di conseguenza». Dunque, nonostante la promessa di una maggior trasparenza, il direttore della Nsa si riserva il diritto di mantenere il segreto su ogni ulteriore dettaglio dell’operazione.

Ha comunque negato di poter intercettare chiunque, compreso il presidente, stando seduto di fronte al proprio computer, come aveva detto Snowden ai suoi intervistatori. Le intercettazioni vere e proprie delle intercettazioni verrebbero limitate solo ed esclusivamente ad individui legati ad Al Qaeda e all’Iran. Quel che il generale sottintende, però, è che per trovare tali individui si deve ispezionare, a tappeto, qualunque conversazione. Anche due persone che scherzano sulla Jihad islamica sono potenzialmente intercettabili, in base a questi criteri. 

I dati vengono conservati per cinque anni e poi distrutti (?). Ma quel che Alexander non teme (o non vuole temere) è che nel corso di questi cinque anni i dati possano essere abusati o venduti per le peggiori intenzioni. Decine di attacchi sono stati sventati. Ma miliardi di telefonate, email e conversazioni in chat, foto e documenti personali, sono intercettabili. 

È sempre più difficile porre le due cose sulla stessa bilancia. Se la libertà ha un senso, però, almeno negli Stati Uniti dovrebbero ricordare che sacrificando la propria libertà per aumentare la propria sicurezza si finisce per perdere l’una e l’altra. Chi può sentirsi al sicuro, nel momento in cui le sue informazioni personali sono a disposizione di tutti?

Sunday, June 16

EURO CRISIS SHAKING EUROPE' COUNTRIES. TO THE "END".

According to the most pessimistic forecasts, in the near future the Eurozone is going to fall to pieces, and already now many agree that the adoption of the Euro was a mistake. "Europe doesn’t need Euro" - this is the second book by German politician Thilo Sarrazin. It was published in May and has already caused a sensation. Press-conference, at which the author presented his work, was accompanied by demonstrations of protest. However, it is not for the first time that Sarrazin finds himself in the center of a big political scandal. In 2010 after the release of his first book "Germany Does Away with Itself", in which he described the problems of immigrants in Germany, he had to leave the Board of Directors of the German Federal Bank due to accusations of racism. At the same time he was almost denied his membership in the Social Democratic Party of Germany. Thilo Sarrazin shared his opinion on the Euro and Europe in an exclusive interview with the "Voice of Russia".
In your book you state that Europe doesn’t need the Euro. Does it mean that Germany should return to the Deutsche mark?
In my book I wrote that Germany should return to the Deutsche mark. I’ve carried out an analysis that made it clear that the Euro had not brought any significant economic advantages to Germany, and calculated the risks. I’ve come to the conclusion that we had not used the Euro in order to achieve either real economic goals, or peace and freedom; just the same we had not used the Euro for the benefit of either employment and work, or welfare and growth. Therefore, we should aim at complying with the provisions of the Maastricht Treaty that means that the European Central Bank must return to the course, which will focus on stabilization of prices. Covering budget deficits of other countries is not the Central Bank’s task. And after that there will be time to consider whether the Euro is worth saving.

Does it refer to the Eurozone as a whole?
As regards the Eurozone, the agreements should be suspended, there should be no electoral councils in the countries, and the Bank of circulation should not help in financing government deficits and debts. And regarding the countries that cannot or do not want to carry out the necessary reforms and to take stabilizing measures, it may be better for them to leave the Eurozone and return to their national currencies. In the case of Greece, its leaving the Eurozone is very likely, because right now this country is not in a state to reform its economy without devaluation. Other countries, where the question of withdrawal from the Eurozone has possibly arisen, are Portugal, Spain, Italy, and even France, perhaps.

Today Germany is in the most favourable position in comparison with other European countries. Why do you think that the Euro has caused harm?
We can just compare the figures. The Euro has not resulted either in economic growth, or in growth of employment. Even before the Euro, Germany had the strongest economy. As long as our partners from the South and the West pay for the imports from Germany in credits of the Bank of circulation, long-term growth is possible. A whole chapter of my book is devoted to the issue, whether the Euro has influenced all these aspects and the success of the economy. And the answer is clear – no, it has not.

Why do you think your book was so sharply criticized?
Those who say to the Chancellor, that if the Euro falls the Europe will collapse, have felt the threat, when the book entitled «Europe doesn’t Need Euro» was published. And they have tried to react as sharp as they can. But since in my book I describe everything clearly, in plain language and strictly to the point, it only adds weight to my arguments.

What should happen for the countries to change their courses?
There should be no financial assistance to other countries, and instead each state should take all the necessary measures independently, divide its households into zones and put in order its financial plans. All the tools for this are in the hands of each state. After that it will become clear, if the state is able to continue or not. And those states that are not able to establish their position for a long time should be forced to leave the Eurozone, because no one will want to lend money to this country.

What do you think about the idea of a Bank Union, which Angela Merkel approvingly commented upon the other day?
The idea of a Bank Union is not viable. It is even worse than the Eurobonds. It means that German banks will be responsible for the mistakes of foreign financial institutions. This should not happen.

There is an opinion that Germany is building its economic relations, striving to compensate for the Holocaust. What is your opinion?
Many people, who support the Euro and the undertaking of other countries’ debts, state the fact of the Holocaust as an argument. I personally think it's wrong. There shouldn’t be such a thing that after 70 years of normal functioning after the war Germany of a sudden takes over the debts of other Countries. Even in Russia they are reluctantly recalling Stalin’s reign, because a lot of things that were happening then were unfair. People must accept this injustice in their hearts, but the feeling of guilt must not dictate economic decisions.

"ESSERE O NON ESSERE". QUESTO IL SUO PROBLEMA.

Il presidente Barak "Hussein" Obama, ha detto che l’uso di "armi chimiche"  (?) avrebbe cambiato i suoi calcoli, e così è stato”Washington potrebbe dare armi anticarro ai ribelli ma per il momento l’Amministrazione esclude la possibilità di equipaggiare i ribelli con i missili antiaerei che insistentemente chiedono per fermare gli attacchi di Assad, il tutto sempre coordinato dalla CIA

Il cambio di posizione non è di per sé particolarmente significativo, perché non introduce una strategia”, dice un esperto di politica estera che lavora a stretto contatto con l’Amministrazione. L’annuncio decisionista sulla carta rivela le profonde divisioni nei corridoi di Washington. 

L’annuncio della Casa Bianca è chiaro, almeno in linea di principio: in Siria il regime di Bashar el Assad ha ucciso 100/150 ribelli con "armi chimiche" (?), la linea rossa è stata varcata, l’America non si volterà dall’altra parte mentre il conteggio dei morti, secondo l’ONU, è arrivato a 93 mila e l’esercito del regime lotta per riconquistare Aleppo dopo aver ripreso Qusahyr. 

Sulle quali "armi chimiche" (?), il ministro degli Esteri russo dice che è tutta una indecente balla, come quella di Bush sull’Iraq: le prove sono inventate, al limite manipolate. E’ stizzita, rabbiosa la reazione di Mosca. Contemporanea e speculare la reazione da parte siriana: le dichiarazioni di Washington “sono piene di bugie” e gli Stati Uniti “stanno trattando coi terroristi”. Dopo la conquista della città di Qusayr, la più importante vittoria dell’esercito di Damasco dall’inizio della guerra civile, Mosca sta assaporando la vittoria del suo alleato siriano e un favorevole rivolgimento della situazione in tutto il medio oriente.

Ma le dichiarazioni di principio si depotenziano di fronte all’incertezza sulle decisioni degli USA, perché armare apertamente i ribelli, come ha annunciato Washington, è una posizione che può essere facilmente svuotata di contenuto. "Ufficialmente la Casa Bianca non ha preso nessuna decisione circa un’operazione militare per stabilire una no-fly zone”, non dà specifiche sul tipo di assistenza che offrirà al Free Syrian Army e in che modo si distinguerà dagli aiuti sottobanco passati dalla CIA tramite Paesi come la Croazia e altri sul mare Adriatico e favoriti da Turchia e diversi alleati regionali.

Ci sono falchi e colombe, avvocati di un intervento moderato e sostenitori dello status quo, calcolatori politici e attenti scrutatori della legacy presidenziale. Fonti diplomatiche sentite dicono che il Dipartimento di Stato è favorevole a un intervento militare aggressivo, una versione siriana di quello portato in Libia, mentre il Pentagono e il Consiglio per la Sicurezza Nazionale, pur ammettendo la necessità di un cambio di rotta, consigliano opzioni più prudenti.

La verità è che l’opinione pubblica è fortemente contraria a una guerra e non c’è nessuno in piazza che chiede di fermare Assad. Gli interventisti al Congresso sono invece sempre più isolati. Il ragionamento dei consiglieri della Casa Bianca è: meglio essere ricordato come il presidente che ha chiuso le guerre in Afghanistan e in Iraq e ha ignorato i massacri siriani, oppure come quello che si è infilato in una guerra che non si sa quanto durerà né come andrà a finire? 

La risposta, "all’interno", per il momento è chiara. Deve succedere qualcosa "all’esterno" per cambiarla”.

L’incontro di giovedì fra il segretario di stato, John Kerry, e il capo del Pentagono, Chuck Hagel, ha portato in superficie le divergenze carsiche. Finora Barack Obama ha prestato ascolto alle colombe. La cerchia ristretta dei consiglieri, da Valerie Jarrett a Dan Pfeiffer, l’uomo incaricato di preparare e custodire l’eredità presidenziale, sconsigliano di mettere le mani in un conflitto che mal s’accorda con gli interessi politici del presidente. 

Il tono generico dell’annuncio di giovedì è un tributo all’equilibrio fra le due fazioni che si fronteggiano. Ora la domanda è: i falchi più vicini al presidente riusciranno a convincerlo a prendere l’iniziativa? 

Il neo consigliere per la Sicurezza Nazionale, Susan Rice –ascoltatissima dal presidente– e l’ambasciatrice USA, all’ONU, Samantha Power, potrebbero provvedere quella carica interventista in grado di spostare gli equilibri ma, secondo un esperto di sicurezza nazionale, “soltanto un evento bellico enorme da parte dell’esercito siriano può far cambiare idea a Obama. Qualcosa che cambi radicalmente la percezione pubblica del conflitto. 

Sono in tanti a suggerirgli di intervenire, adesso, ma quelli che gli sbattono in faccia le conseguenze politiche di un coinvolgimento sono i più forti. 

Friday, June 14

G8: "PUTIN-OBAMA AND SYRIA' CHEMICAL WEAPONS (?)"

Russian President Vladimir Putin and his U.S. counterpart president Barack Obama will discuss the latest developments in Syria at a bilateral meeting on the sidelines of the G8 summit on next June 17.

"Certainly, great attention will be paid to the Syrian problem, especially amid American representatives' statements that the "US Intelligence" community has information that Syrian President Bashar al-Assad's regime used chemical weapons, including sarin gas, which can cause paralysis," Russian presidential aide Yury Ushakov said at a press briefing ahead of the summit. The two presidents earlier exchanged messages, and the time has come for a personal meeting on different topics of the bilateral and international agenda.

The Putin-Obama meeting is expected to continue for about an hour, after which three bilateral documents and a statement on the Nagorno-Karabakh conflict will be signed, the presidential aide said. The expansion of arms deliveries to the Syrian opposition will impact the preparations for an international conference on Syria. "Of course, if Americans do decide to give greater assistance to rebel and the opposition, this will not facilitate preparations for the international conference.

Assistant to the President of the Russian Federation confirmed the meeting of the representatives of the Russian Federation and the United States on the exchange of evidence for chemical weapons in Syria, Voice of Russia correspondent Polina Chernitsa reports. Yuri Ushakov said that during the meeting of the representatives, the American side were trying to give them information about the use of "sarin gas" by Syrian authorities.

WHAT DO YOU THINK: WILL BE ARRESTED OR NOT? YES'LL!!


Aleksandar Vucic, the serbian First deputy Prime Minister announced at the beginning of the year that Darko Saric would be arrested until June. He then said that ‘Serbia has very good cooperation with all significant European and world Intelligente Services in an attempt to locate Saric. 

"There is no doubt that Darko Saric his testifying might have effects on the security and political situation in Serbia. The latest information that Serbian police have indicate that Saric is in Montenegro where he has been hiding for several months already. 
The ‘Balkan Warrior’ INTERPOL' action,  launched in October of 2009, was aimed on confiscation of drugs and arrest of many Saric’s associates. In the meantime charges have been raised against him and his associates for smuggling of more than five tons of cocaine for more than 200 million Euros.

Villas, apartments and companies that Saric had in Serbia have been confiscated and the majority of his associates have signed with Serbian prosecution agreement on pleading guilty for shorter prison sentences in return. Darko Saric’s messages are being conveyed by several of his people and they are sent to the most influential individuals in Serbia powerful enough to be included in those negotiations. "Saric is sending his people from Montenegro to Serbia and they are trying to make the best possible deal for their boss".

MICHAEL MORREL L'OMBRA DELL'OMBRA.

Michael Morrell ha annunciato la sua "uscita di scena" dalla CIA dopo 33 anni di servizio anticipando le inevitabili speculazioni giornalistiche sulle vere motivazioni della decisione: “Quando dico che è arrivato il tempo per la mia famiglia, niente potrebbe essere più vero”, ha scritto nella lettera di dimissioni. Morrell è un pezzo dell’architettura dell’Agenzia di Langley, un tecnico affidabile che ha prestato servizio sotto diverse amministrazioni senza farsi mai notare troppo, qualità eccelsa per un "uomo ombra dell' Intelligence", e occasionalmente è stato il traghettatore della CIA nelle fasi di inquieta transizione. E’ stato l’attentato al consolato americano di Bengasi e la morte del suo amico Chris Stevens a Benghazi a dargli una notorietà che certamente non cercava e, tantomeno,  voleva.

Thursday, June 13

ITALIA SPIATA DA GERMANIA, FRANCIA, USA E REGNO UNITO.

Doveva essere il “viaggio JFK” di Barack Obama, la replica contemporanea dell’“Ich bin ein Berliner”, in un discorso alla Porta di Brandeburgo, dopo quello alla Colonna della Vittoria di Berlino che nel luglio del 2008 fece innamorare l’Europa di un giovane candidato democratico pronto a porre fine alla guerra in Iraq e a chiudere Guantanamo. Invece, quando arriverà nella capitale tedesca la prossima settimana, Obama sarà guardato senza l’ardore di sempre, dopo le rivelazioni del Guardian e del Washington Post sui programmi di sorveglianza di massa condotti dalla National Security Agency (NSA). 
La cancelliera tedesca, Angela Merkel, intende sottoporre a Obama un questionario sulle dimensioni e le basi legali della raccolta di dati in Germania da parte degli americani, ha detto il suo portavoce alla Reuters. L’europarlamentare Markus Ferber ha detto che Washington sta usando “metodi della Stasi in stile americano”. Senza comunicare nulla, poi. “Tutto ciò che sappiamo, lo abbiamo scoperto dai media”, ha spiegato il ministro dell’Interno Hans-Peter Friedrich. Tutto ciò che hanno scoperto è per esempio che i più spiati d’Europa da parte degli americani sono proprio loro, i tedeschi (per motivi anche tecnici: usano molti server americani). 
L’indignazione retorica dell’Europa è ai massimi. La commissaria alla Giustizia, la lussemburghese Viviane Reding, ha scritto al ministro della Giustizia americano, Eric Holder, per lamentarsi delle “gravi ripercussioni per i diritti fondamentali dei cittadini dell’UE” del programma di sorveglianza PRISM. Secondo Reding“ il rispetto dei diritti fondamentali e lo stato di diritto sono le fondamenta della relazione tra Unione europea e America”. Gli europei ordinari se ne infischiano della loro privacy quando mettono la loro vita privata su Facebook, Twitter e Instagram. Il Grande Fratello americano, in fondo, protegge anche loro. Ma le leadership europee si sentono tradite da Obama e dalla sua sorveglianza soprattutto per una ragione: malgrado la passione per i diritti universali, non accettano che gli americani trattino gli europei come dei sauditi o pachistani qualsiasi.
“Noi diciamo sempre che gli americani sono i nostri migliori amici, ma il presidente Obama ha chiaramente parlato di noi europei come stranieri”, spiega l’europarlamentare olandese, Sophie In’t Veld. “E’ un’indicazione che Obama vede il nostro rapporto in modo molto diverso da noi”. In’t Veld, che da anni si batte contro i trasferimenti di dati verso gli Stati Uniti, ammette la grande ipocrisia dell’Europa: affianco al grande spione americano, ci sono tanti piccoli spioni europei che “fanno praticamente la stessa cosa” e collaborano con l’NSA.
Il Monde ha raccontato che la DGSE – i Servizi segreti francesi – “agendo al di là delle frontiere, esamina ogni giorno il flusso di traffico internet tra la Francia e l’estero al di fuori di ogni quadro legale”. Gli scantinati di Boulevard Mortier a Parigi ospitano “mezzi tecnici molto potenti” che la DGSE nasconde dietro al “segreto difesa”. Il ministro degli Esteri britannico, William Hague, ha pure ammesso che il Government Communications Headquarters (GCHQ) ha un programma analogo a quello dell’NSA. Peggio: “Condividiamo un sacco di informazioni con gli Stati Uniti”, ha spiegato Hague. “Ma se le informazioni arrivano nel Regno Unito dagli Stati Uniti, sono governate dalle nostre leggi”. 
Secondo lo Spiegel, i Servizi segreti tedeschi hanno condotto varie operazioni in tandem con l’NSA, in gran parte per raccogliere dati su ampia scala. In cambio, gli americani passano regolarmente informazioni alla BND (Servizi segreti) tedesca. L’Austria ha firmato un accordo con gli Stati Uniti che permette alle autorità americane di ottenere i dati confidenziali – dalle impronte digitali alle analisi del DNA – di tutti i cittadini austriaci. Il tedesco Georg Schmid, autore nel 2001 di un rapporto sul programma "Echelon" dell’NSA, ha detto alla Associated Press di “essere un po’ sorpreso di tutta questa irritazione verso gli americani, quando quasi tutti gli altri fanno lo stesso”. La grande differenza è che “gli americani lo fanno meglio”.