Wednesday, October 9

E' MORTO LO SCRITTORE DELL'INTELLIGENCE.

Tom Clancy è morto, all’età di 66 anni, in un letto d’ospedale di Baltimora. Visse una vita di successi, con 17 libri arrivati al primo posto nelle classifiche dei best sellers. Parlò sempre di guerra, o di spionaggio, ma la sua fu un’esistenza tranquilla, ricca di fantasia, studi e creatività. Se arrivò al successo, lo dovette alla sua tenacia e al caso. In piena Guerra Fredda, nel 1984, forte della sua passione in storia e tecnologia militare, scrisse “Caccia a Ottobre Rosso”, pubblicato da una piccola casa editrice di libri dedicati alla marina (Naval Institute Press). Il volume finì nelle mani del presidente Ronald Reagan, che se lo divorò, lo definì “perfetto” e lo disse alla stampa.

Clancy fu profetico: di lì a cinque anni, non un singolo sottomarino, ma intere nazioni del Patto di Varsavia iniziarono a disertare e passare al Mondo Libero. Dopo averci descritto i segreti della moderna guerra navale, Clancy, nel 1987, ci fece sapere come sarebbe stata combattuta una guerra mondiale fra Usa e Urss, in “Uragano Rosso”. In questo caso, fortunatamente per noi, non fu profetico. Ma rivelò tutta la sua profonda conoscenza della materia, arrivando persino a descrivere scene di azione degli F-117, gli aerei invisibili che, allora, “non esistevano” ancora, celati agli occhi di americani, alleati e nemici. “In realtà sono una spia da 15 anni. Il mio lavoro nelle assicurazioni era solo una copertura”, disse ridendo in una conferenza stampa. Qualcuno gli credette. Ma Clancy non era una spia, era semplicemente un appassionato, scriveva “esclusivamente per divertimento”, come disse in più di un’occasione.

Ma sull’11 settembre, Clancy ebbe sempre idee chiare: “Sapevo che doveva essere un piano di islamici, perché sono le uniche persone al mondo che pensano che vi sia qualcosa di migliore dopo la morte”. Ma non ebbe mai la tentazione di dire, come fanno molti anche oggi, che “si stava meglio quando si stava peggio”, quando, cioè, c’era un nemico esplicito con cui “si poteva parlare”. “Nel caso non l’abbiate notato – diceva in un’intervista rilasciata nel 1995 – viviamo in un mondo che, per la prima volta in tutta la storia dell’umanità, è libero dalla paura di una grande guerra”. Cinque anni dopo, invitato al Larry King Live, ribadiva: “Quindici anni fa, c’era un Paese chiamato Unione Sovietica che disponeva di oltre 10mila testate nucleari puntate su di noi … ora non c’è più". Ed è una buona cosa. E quando la gente parla di come il mondo di oggi sia diventato più pericoloso di allora, a causa di tutti questi terroristi che girano per il pianeta, io rispondo sempre che un terrorista è come una zanzara.

"La democrazia è l’unico sistema che permette un facile accesso alle informazioni e buone comunicazioni. E la tecnologia è il fattore che facilita le comunicazioni”. Inoltre, “i Paesi che non impongono controlli sul sapere e sulle informazioni tendono a funzionare meglio, perché l’uomo medio è esposto a più informazioni e ha maggiori possibilità di esprimere nuove idee e far profitti su di esse”. Benché vicino, per passione, a storie ambientate in ambienti governativi e Servizi segreti, Clancy pensava sinceramente che: “Ci sono persone, nei governi, che non vogliono che altre persone conoscano quel che loro sanno".

Grazie per quello che hai scritto e, come l'hai scritto. Fa un buon volo.

LA RUSSIA SI ARMA E NON POTRA' PIU' TORNARE INDIETRO.

Nel 2016 la Russia pensa di finanziare il solo "settore delle armi nucleari" con 46,26 miliardi di rubli (1,420 miliardi di dollari), contro i 29,29 miliardi di rubli (900 miliardi di dollari) dell'anno in corso. 

In generale, come riportato dalla Commissione Difesa della DUMA, è previsto un aumento della spesa per la Difesa di circa del 160% tra il 2013-2016

Ad esempio nel 2014 il budget previsto per la Difesa ammonta a 2.490 miliardi di rubli (76,62 miliardi di dollari), nel 2015 e nel 2016 rispettivamente di 3.030 miliardi di rubli (93,230 miliardi di dollari) e 3.380 miliardi di rubli (104 miliardi di dollari)

Quest'anno per la Difesa verranno spesi 2.100 miliardi di rubli (64,61 miliardi di dollari).

SNOWDEN NON E' UN EROE, LO DICE ANDREW PARKER

Il nuovo Direttore dell'MI-5 Andrew Parker ha dichiarato, in giornata, che il "programma riservato" preparato per combattere il terrorismo da parte della sua Agenzia, si trova in pericolo a causa delle rivelazioni sulle "tecniche e tecnologie di pedinamento elettronico" usato dai Servizi segreti di USA e Gran Bretagna.

Alcuni mesi fa l'ex-contrattista della NSA, Edward Snowden, ora in asilo temporaneo in Russia, ha rivelato queste decisive e delicate informazioni segrete. Tuttavia, lo stesso Parker nella sua dichiarazione non ha mai pronunciato il nome di Snowden. 

Secondo le parole di Parker, le rivelazioni hanno danneggiato il lavoro del "Centro di collegamento governativo" che forniva all'MI-5 (assieme alla NSA) informazioni importanti che aiutavano e, avrebbero potuto aiutare adevitare futuri attentati.

Tuesday, October 8

CIA CONTRO JSOC: SCONTRO FRONTALE

A Tripoli tre veicoli nuovi di zecca e senza targa hanno chiuso le vie d’uscita a un’automobile con a bordo Abu Anas al-Libi, coinvolto nella pianificazione degli attentati alle Ambasciate americane in Tanzania e Kenya nel 1998. Una decina di uomini ha rotto i finestrini e ha trascinato via il ricercato, sotto gli occhi della moglie e del figlio ventenne che osservavano dalla finestra.

Tecnicamente per gli americani si tratta di una “rendition”, perché al-Libi finirà davanti a un Tribunale americano (ora è detenuto a bordo della USS San Antonio, in navigazione nel Mediterraneo), e non di una “extraordinary rendition”, come quelle fatte dalla CIA anche in Italia: in quel caso i prigionieri erano consegnati a Stati terzi. 

Il primo ministro libico, Ali Zeidan, ha definito l’operazione “un rapimento”. Il Segretario di Stato, John Kerry, ha confermato che il Governo di Tripoli non sapeva nulla. Si sospetta una qualche forma di collaborazione: almeno due uomini del commando parlavano arabo con accento libico. Il raid in Somalia ha rischiato di finire in disastro, come quello lanciato dai francesi l’11 gennaio a Bulo Marer per liberare un agente dell’Intelligence

I Navy Seal hanno attaccato una villa nel porto di Baarawe ma sono stati accolti da fuoco pesante – secondo una versione i somali sono stati avvertiti del loro arrivo. Il loro obiettivo non era un leader locale, ma “Ikrimah”, un keniota che organizza attacchi terroristici fuori dalla Somalia e ha contatti internazionali, anche in Pakistan.

Altri analisti, ascoltati da USA Today, hanno un parere diverso: “E’ improbabile che le due missioni segnalino un cambiamento drastico della linea politica, perché in entrambi i casi c’erano condizioni specifiche che offrivano opportunità rare. I due paesi, Libia e Somalia, hanno governi centrali deboli che non riescono ad accorgersi in tempo reale delle operazioni in corso”. 

Non ci sarebbe alcun cambio di linea politica da parte del presidente Obama, soltanto erano due occasioni che l’Amministrazione non poteva perdere. Secondo il New York Times, il Presidente americano ha autorizzato i raid due settimane fa e poi, il Consigliere per la Sicurezza nazionale Lisa Monaco lo ha tenuto aggiornato giorno per giorno.

L’operazione in Somalia è conseguenza indiretta della strage al centro commerciale di Nairobi di due settimane fa. C’è stato un aumento delle comunicazioni tra i leader del gruppo somalo al-Shabaab – che commentavano tra loro l’attacco – e la NSA le hanno intercettate e sono riusciti a individuare con più precisione la loro posizione sulla mappa. 

Il New York Times spiega che da tempo i militari del JSOC – è il "Comando delle Forze Speciali" che compie questo genere di interventi – premono per aprire in Somalia un fronte più attivo, ma che fino a sabato erano stati trattenuti con successo dal Dipartimento di Stato, che considera l’impiego di soldati americani in quell’area troppo rischioso (in caso di cattura, per esempio). Dopo Nairobi, quelli del JSOC hanno prevalso, segno che il passaggio di consegne dalla CIA alla Difesa – se c’è stato – non equivale a una linea politica più tranquilla. 

Quindi, la decisione dell’Amministrazione Obama di autorizzare i due raid in Africa a poche ore di distanza nella mattina di sabato per catturare due leader di al-Qaida riflette un grande cambiamento, dicono fonti del governo americano che desiderano restare anonime al Los Angeles Times: il ruolo della CIA negli interventi contro i terroristi si riduce e cresce invece quello del Pentagono

“Penso faccia parte della nuova politica, stanno tentando di spostare le operazioni antiterrorismo dalla CIA alla Difesa e stanno tentando di usare meno i droni”, dice un assistente senior al Congresso. Più forze speciali in campo e meno bombardamenti mirati con i droni della CIA (e verosimilmente anche meno operazioni dei gruppi paramilitari, sempre controllate dalla CIA), come era già stato annunciato nei mesi scorsi. 

La questione del taglio alla guerra segreta della CIA è emersa a marzo durante le audizioni per la conferma della nomina di John Brennan a direttore della CIA. La responsabilità sulla campagna aerea con i droni – si disse allora – sarà spostata al Dipartimento della Difesa perché i militari garantiscono maggiore trasparenza (alcuni funzionari dicono che può succedere l’opposto, meno trasparenza). 

I "raid" di sabato in Libia e Somalia potrebbero essere il primo risultato di questo cambio. Entrambi sono stati compiuti dai marines americani (Navy Seal in Somalia e Delta Force a Tripoli, dove c’è stata l’assistenza dei civili di CIA e FBI). Con pieno successo.

Monday, October 7

U.S. NATIONAL SECURITY SPENDING

OBAMA E' RIUSCITO A FAR INCAZZARE I SUNNITI DEL GOLFO

La rete israeliana Channel 2 dice che nelle scorse settimane c’è stata una serie di incontri riservati tra Israele e delegati di alto livello dei Paesi arabi del Golfo per tentare di formare una nuova intesa e bloccare il programma atomico iraniano. Alla notizia ci sarebbe un’aggiunta da fare ed è questa: “considerato che tanto Washington sta facendo poco per fermare gli iraniani, anzi, sta cedendo alle loro lusinghe diplomatiche”. 

Secondo il report televisivo, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha fatto da supervisore a una serie di “meeting intensi” con questi Paesi e un emissario del Golfo è persino arrivato in visita segreta in Israele. E’ una svolta finita anche in un passaggio poco notato del discorso alle Nazioni Unite, dove il leader israeliano ha osservato che “la preoccupazione condivisa per il nucleare iraniano ha portato molti vicini arabi a realizzare che Israele non è il loro nemico” e ha alluso alla costruzione di “nuove relazioni”.

Gli interlocutori arabi del Golfo sono quasi certamente due: Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, con l’aggiunta possibile di Bahrein e Kuwait e forse di altri ancora. Giovedì l’Arabia Saudita ha rinunciato al suo discorso alle Nazioni Unite, per la rabbia causata dall’intesa tra America e Iran e non ha nemmeno consegnato uno statement scritto. 

Si tratta di Nazioni che hanno interrotto tutte le relazioni diplomatiche ufficiali con il governo di Gerusalemme, non ci si può nemmeno entrare se sul passaporto c’è un visto di Israele. L’Arabia Saudita ha un Comitato nazionale per il boicottaggio e le sanzioni contro Israele molto attivo, che due giorni fa ha raccomandato di sciogliere il contratto con la compagnia di sicurezza britannica G4S, perché ha vinto un appalto per sorvegliare la Mecca ma lavora anche in Israele. 

In realtà, gli israeliani mantengono relazioni con vari Stati dell’area – in Qatar c’era anche un ufficio d’interesse, chiuso nel 2009 – ma non ne parlano per non comprometterle. Un’edizione uscita per sbaglio del budget governativo israeliano per il 2013 ha rivelato l’esistenza di un ufficio diplomatico da qualche parte nel Golfo persico tra il 2010 e il 2012, ma poi la voce è stata eliminata. 

Israele e i regni sunniti del Golfo sono semplicemente dalla stessa parte per quanto riguarda il dossier iraniano, anche se non possono dirlo esplicitamente, e guardano con estrema diffidenza alla possibilità di un accordo tra Teheran e l’Amministrazione Obama. Il giorno dopo la storica telefonata tra il presidente americano Barack Obama e il presidente iraniano Hassan Rohani, il quotidiano arabo Asharq al Awsat aveva in prima pagina una foto del secondo piegato da una risata irresistibile.  

Un articolo del Wall Street Journal spiega che i sauditi sono furiosi per il doppio colpo ricevuto dalla Casa Bianca, che hanno da sempre considerato protettrice anche dei loro interessi. Prima la rinuncia all’ultimo minuto allo strike contro il presidente Bashar el Assad in Siria, che ha usato le armi chimiche contro i civili ma se la caverà con un piano di disarmo ancora da realizzare. 

Poi il nuovo clima possibilista con l’Iran, fatto per ora di materia impalpabile, tweet e telefonate, ma certamente nuovo rispetto al passato. Riad ora intende fare da sé, ignorando se necessario “gli interessi e le speranze americane”, dice Mustafa Alani, analista saudita del Gulf Research Center di Ginevra. “E se gli americani si arrabbieranno, sopravviveremo. Stiamo imparando dai loro nemici come si tratta con gli Stati Uniti”.

IRAN - USA: NUOVAMENTE ALLEATI? IL GOLFO LO TEME.

Sembra che gli USA cerchino di migliorare rapidamente i rapporti con l’Iran. Per questo motivo alle trattative dei sei mediatori dell’ONU con l’Iran possono registrarsi repentini progressi, ritiene Serghej Serioghicev, docente dell’Università umanitaria di Stato russo (RGGU).

Secondo l’opinione dell’esperto, alcune settimane fa c’era l’impressione che i negoziati fissati per il 15 ottobre si sarebbero svolti secondo il vecchio canovaccio improntato a confronto. Tuttavua la situazione è improvvisamente cambiata. Per la prima volta in oltre tre decenni ha avuto luogo una conversazione telefonica tra il presidente USA e quello iraniano. Il segretario di Stato John Kerry ha dichiarato che gli accordi sul “dossier nucleare” iraniano possono essere raggiunti in 3-6 mesi. 

L’esperto russo dice:"vediamo che gli americani pensano di combinare la stessa cosa che Henry Kissinger fece nel 1972 con la Cina, e cioè trasformare l’Iran in un proprio alleato. L’Iran fu infatti alleato dell’America fino al 1979, ossia fino ai ben noti avvenimenti. Attualmente ciò sembra impossibile alla luce della vicenda degli ostaggi e, in generale, di tutta la loro inimicizia lunga 30 anni". Nondimeno è così .

La elezione alla carica presidenziale in Iran di Hassan Rouhani dimostra che nelle condizioni di irrigidimento delle sanzioni economiche Teheran manifesta un approccio assai pragmatico verso i rapporti con gli USA, sostiene Serghej Serioghicev:

Puntano sul fatto che gli americani sono venuti a trovarsi in una situazione molto complessa. L’Iran ha perso lo status di alleato dell’America nella regione e l’Iraq è tutto disgregato. Washington non sa cosa fare con la Siria. Grosso modo Barack Obama non vuole bombardare la Siria ma viene spinto a ciò dalla propria lobby militar-industriale, dai democratici e repubblicani bellicosi. Lo costringono a farlo il Qatar e l’Arabia Saudita. Obama e gli uomini assennati nella sua amministrazione stanno cercando un punto di appoggio. Lo potrebbe benissimo diventare l’Iran.

Sempre secondo l’opinione dell’esperto, gli USA hanno cominciato a dipendere troppo dalle monarchie del Golfo Persico che, malgrado le ingenti possibilità finanziarie e l’influenza esercitata dalla loro lobby sulla politica degli USA, sono assai deboli sul piano militare e politico. D’altra parte, nell’Iran soggetto a sanzioni internazionali, cresce la tensione sociale e vi sono molto limitate le possibilità di sviluppare il settore petrolifero. È basso adesso anche il suo status internazionale:

L’Iran è una potenza regionale per il fatto stesso della propria esistenza. L’Iran vuole che gli americani lo riconoscano in tale qualità. Gli iraniani farano in ogni caso colossali concessioni in quanto, dopo aver assunto gli impegni ufficiali del partner regionale degli USA, dovranno ricostruire, prima in segreto e poi apertamente, i suoi rapporti con Israele, calmare i suoi attivisti in Libano, congelare l’attività terroristica dei gruppi filoiraniani nel settore del Gaza. Gli iraniani si rendono benissimo conto di tutte le relative fatiche ma si vedranno costretti a fare questo passo .

Tuttavia, secondo il suo parere, il ravvicinamento tra USA e Iran può essere silurato dagli avversari di questo processo sul campo siriano. Possono essere organizzate provocazioni contro gli ispettori dell’ONU o un nuovo attacco chimico. In questo caso la risposta militare degli USA metterà, più probabilmente, una croce sul ravvicinamento con l’Iran.

BRITISH TERRORIST TRAINING IN SYRIA

British Home Secretary Theresa May has declared that extremists “of a Jihadi mindset” are using the Syrian civil war “as a nurserybefore coming back to Britain as trained terrorists. “What we have seen for some time now is that a number of British people are traveling out to Somalia, and now we’re seeing people travel out to Syria”, she said in an interview. 

She also added that they are getting live training in the Syrian conflict and then coming back to Britain. May warned that UK Security Services Agencies, already consider them to be prospective terrorists.

While such members of the Syrian opposition have previously been called “foreign fighters” Mrs. May said she viewed them as “potential terrorists, some of whom will be of a jihadi mindset”, also said it was right that the Government looks at every possibility of an attack and finds ways to deal with that. “We can never be complacent, we must always look to see if there is something more that we can be doing”.

In March the British Home Office issued its annual report titled “The United Kingdom’s Strategy for Countering Terrorism” which marked a similar terrorist threat. “There are now hundreds of foreign fighters from Europe in Syria. And when UK residents return here there is a risk that they may carry out attacks using the skills that they have developed overseas”, the report highlighted.

In August British Prime Minister David Cameron said he was willing to join a US-led strike on Syria to punish President Bashar Assad for the government’s alleged use of chemical weapons, which then caused great casualties. But the initiative was blocked by the British Parliament, which decided to save more time for a political solution.

KOSOVO WILL GAMBLING vs SERBIA

Catherine Ashton called the meeting with the two prime ministers last week after the relations between Belgrade and Pristina worsened following a decision of the Kosovo authorities to ban officials from Serbia, including Ivica Dacic visiting Kosovo during the election campaign for the local elections to be held on November 3. Dacic said that if the ban remains in effect, he withdraw from the dialogue between Belgrade and Pristina. 

On the other hand, officials in Pristina said that their decision was irreversible. Dacic said that the ban was "an unprecedented scandal", adding that even before that, when he received information that something of the kind could happen, he warned the "Quint" ambassadors fifths and the EU of the consequences it may cause. 

"Among other things, that it could completely remove the meaning from the dialogue and from my own participation in it, because if I, as a signatory to the Brussels agreement, cannot go to Kosovo and agitate in favor of elections that are scheduled according to Pristina's laws, then the question is what is the purpose of such a decision is, and then it is pure obstruction of the Brussels agreement". 

Ivica Dacic, however, pointed out that it was in Serbia's interest to continue the normalization process and believes that the pressure from Brussels on Pristina will produce results. "I am an optimist, in the sense that the very fact the meeting was convened shows that everyone understands the weight of the problem at the moment, but if the decision is unaffected by them, as for me, my involvement is over". 

On the other hand, Ashim Thaci said last week that the ban was " an autonomous decision within constitutional and legal authority" of the Pristina government while his deputy Hajredin Kuci said that "visits that have a political or party character will not be allowed." EU officials have been careful to avoid public comment on the dispute, although it is clear that behind the scenes holding extensive consultations are being led. 

"We are carefully monitoring the situation we are in contact with both sides", Ashton's spokesperson May Kocijancic told Tanjug earlier, while Special Representative in Pristina Samuel Zbogar said that the ban on Serbian officials showed "nervousness of both sides." "I think it's excessive to ban all visits by Serbian officials to Kosovo at the time of the election, because we know it is in the interest of all of us for as many people as possible to participate in elections".

An EU official who insisted on anonymity told Tanjug on the eve of the new round in Brussels that they believed that, despite the strong words from both sides, the dispute would be resolved. "It is in everyone's interest to continue the dialogue, among other things because the process of European integration is closely related to the normalization of relations between Belgrade and Pristina, while the European Commission will in ten days submit the annual progress report on Serbia and Kosovo". 

Sunday, October 6

"KOSOVO's COMPANY" HAS HUMBLED SERBIAN PEOPLE.

Speaking during a joint news conference with visiting Turkish Deputy Prime Minister Bekir Bozdag, Ivica Dacic Serbian PM said that he had received announcements that Pristina would make the decision, and that he notified the EU delegation chief about this, as well as representatives of the "Quint" Countries. 

"Some representatives of EU countries have sent me the message that I cannot blackmail the European Union. People, come to your senses! We have been prohibited from entering Kosovo, first decide on that, and then you will deal easily with my blackmail. There is no blackmail. You should conduct the dialogue with someone who can go to Kosovo". 

He noted that top European officials had urgently reacted to "some bans brought in Serbia recently," but that "nobody has yet reacted to this." "If this is normal as far as the European Union is concerned, I no longer have any interest to take part in it". Dačić pointed out that Serbia was committed to peace and dialogue, but that "nobody can humiliate it." 

It is, however, in Serbia’s best interest for the negotiating process to continue. “The European Commission has not yet commented on this. Enough of this approach. We in the government for the sake of the state interest risked our lives and careers and now somebody's supposed to humiliate us and make this kind of decision. In case somebody doesn't understand - thisis a direct obstruction of the Brussels agreement." 

Ivica Dacic then said that he had accepted the invitation by EU foreign policy chief Catherine Ashton to come "and discuss all the problems in Brussels on Monday." "I will not allow anyone to humiliate me. Let them look for somebody else for the negotiations, I hope this will not be my last trip to Brussels for the dialogue, but if it is - I won't really miss it," said the prime minister. 

Dacic said that the purpose of his visit to Kosovo, which was to take place in the Serb enclave of Strpce, was to call on local Serbs to participate in the elections called by Pristina, that will be held according to Pristina's rules, and added: “We believe that this decision is directed against the Brussels agreement and the issue has brought Brussels’ credibility, not just mine, into question. I am worthy of sitting next to Catherine Ashton, but I cannot go to Kosovo and Metohija? That is nsulting toward Ashton as well." 

He then noted that "Kosovo Minister Flora Citaku visited Belgrade," and said the issue was one of "principles." "Either we are taking part in something honestly and openly, or it's all just empty talk," Dačić said, and stressed that "all he expects" was for what has been agreed to be implemented, that he did not wish to go to Kosovo "secretly or by force" - and that he, as prime minister, "respected procedures."

BALI MEETING OCTOBER 7, 2013

U.S. Secretary of State John Kerry said this morning (Indonesia time) that a pair of U.S. military raids against militants in north Africa sends the message that terrorists "can run but they can't hide."

In raids in Somalia and in Libya's capital, U.S. special forces on Saturday struck against Islamic extremists who have carried out terrorist attacks in East Africa. They captured a Libyan al-Qaida leader allegedly involved in the bombings of U.S. Embassies 15 years ago.

After a fierce firefight, a U.S. Navy SEAL team in Somalia aborted a mission to capture a terrorist suspect linked to last month's Nairobi shopping mall attack. Kerry, in Bali for an economic summit, was the highest-level administration to speak about the operations yet. He made his comments at an event at a port for Balinese tuna fishermen.

"We hope that this makes clear that the United States of America will never stop in the effort to hold those accountable who conduct acts of terror," Kerry said. "Members of al-Qaida and other terrorist organizations literally can run but they can't hide."

Kerry vowed the United States would "continue to try to bring people to justice in an appropriate way with hopes that ultimately these kinds of activities against everybody in the world will stop." 

The Pentagon identified the al-Qaida leader captured in Tripoli, Libya, as Nazih Abdul-Hamed al-Ruqai, known by his alias Anas al-Libi. He's been on the FBI's most wanted terrorists list since it was introduced shortly after the Sept. 11, 2001 attacks.

Saturday, October 5

LA RUSSIA SALVERA' L'EUROPA. IN POCHI LO SANNO.

Oggi, vorrei parlare di un argomento a mio avviso molto importante ed attuale, e cioè dei rapporti presenti e futuri tra l'Europa e la Russia e del ruolo da quest'ultima svolto in un'auspicabile futura rinascita europea. In un'intervista al prof. Giulio Sapelli si afferma, tra le altre cose, che solo la Russia potrà fermare il declino dell'Europa, affermazione che condivido pienamente. Aggiungo che essa può fermare il declino non solo economico, ma anche politico e culturale. 

Un'alleanza con la Russia infatti può, non solo può essere utile da un punto di vista economico risollevandoci dalla crisi ed aiutandoci ad uscirne, ma può portare anche immensi benefici in tutti i settori.

Storicamente non è la prima volta che la Russia gioca un ruolo determinante nel destino del continente europeo e gli esempi sono tanti. Basti pensare alla campagna napoleonica di Russia del 1812, e alla sconfitta di Napoleone ad opera dei russi, sconfitta che determinò l'inizio del suo declino e quindi dopo non molto la fine del dominio napoleonico sull'Europa. 

Oppure pensiamo alla II guerra mondiale, alla battaglia di Stalingrado e a tutte le altre vittorie conseguite dall'esercito sovietico che determinarono la sconfitta della Germania hitleriana cambiando così il corso della storia europea.

Anche oggi la Russia può salvare l'Europa

Quest'ultima è posta nell'attuale scenario internazionale di fronte ad un bivio: da un lato c'è l'accettazione passiva della sua fine, la sua uscita dalla storia, la fine di secoli e secoli di grande civiltà; dall'altro lato c'è la sua rinascita, il suo tornare ad essere soggetto attivo della storia, a giocare un ruolo importante e non più subordinato, nello scacchiere mondiale. 

L'Europa deve ovviamente scegliere per la sua rinascita, dopo questo decadimento, e tutto questo  parte appunto, necessariamente, dalla Russia. I loro destini, da sempre incrociati, oggi devono tornare di nuovo ad incontrarsi. Numerose sono le loro affinità culturali, storiche, geografiche.
Mosca, chiamata giustamente la Terza Roma, rappresenta e difende oggi pienamente i valori della civiltà europea. Il presidente Putin è oggi l'unico difensore di quel sistema di valori e di tradizioni che storicamente hanno costituito la civiltà europea, egli è l'unico vero grande leader europeo. Come dimostrato anche dall'abile gestione della crisi siriana, Putin ha dato una grande lezione all'Europa, mostrandole com'essa dovrebbe agire se fosse ancora sana, forte e dignitosa.

Se esistessero veramente classi dirigenti europee serie, preparate e coraggiose e non questi noti gaglioffi, esse dovrebbero avviare e intensificare al più presto una seria e grande cooperazione con la Russia, cooperazione in tutti i campi: politico, economico, militare, culturale. Dovrebbero poi ricostituire una nuova Unione Europea su basi totalmente diverse dalle attuali, un' Unione Europea unita alla Russia e non serva, com'è ora, degli Stati Uniti d'America.

Ed essenziale è anche l'uscita dalla NATO, mero strumento STATUNITENSE di aggressioni militari ai danni di altri Paesi. Auspico, che in un futuro, spero non troppo remoto, si realizzi la nascita di un'unica grande Federazione Russo-Europea

Il presidente Vladimir Putin stende la sua mano d'aiuto verso l'Europa, sta a quest'ultima accettarla e tornare ad essere protagonista e non più semplice comparsa, nella storia della nostra civiltà.”

LA FRANCIA CACCIA I ZINGARI. L'ITALIA CACCIA GLI ITALIANI.

Manuel Valls, ministro degli Affari Interni della Francia, ha esortato le Autorità francesi ad espellere tutti gli zingari presenti, dal Paese. Secondo le sue parole, il modo di vita dei “nomadi” è troppo diverso da quello francese e l'integrazione non aiuterà addivenire ad alcun risultato, perché gli zingari non lavoravano e non lavoreranno, a parte delinquere in ogni settore, soprattutto in un Paese straniero.

La posizione del ministro non è stata sostenuta nell'UE. Il commissario europeo per la giustizia ("g" appositamente in piccolo), Viviane Reding, è sicura che il problema è che tra poco si terranno le elezioni e al posto di mettere le toppe nel bilancio e spiegarsi davanti ai cittadini dei propri fallimenti, una parte dei politici preferisce usare metodi populisti.

La vera toppa l'ha messa Viviane Reding.

Friday, October 4

BALI: "APEC IT'S GONE".

Vladimir Putin said: "We can see what is going on in US domestic politics and this situation is not easy. I think the President's decision not to come here is quite well-founded. I think I would not have come either if I were in his shoes," Putin told businessmen at the APEC summit.

He stressed that the other chiefs of state would have made the same decision. "Whenever it is impossible to pass a budget and the government shuts down, there is no time to deal with the international agenda". Putin said he hopes all political sides in the US will overcome the budget crisis as soon as possible.

"I want to say that all leaders that have assembled for the APEC summit in Bali wish success to [US] President Barack Obama in the sense that all of us are interested in the speedy settlement of the crisis which we now are witnessing unfold in the United States". "I dare hope that all political forces in the United States will succeed in overcoming this crisis as soon as possible". 

C'ERA UNA VOLTA L'AMERICA. NON UN FILM. UNA TRAGEDIA.

L’America non sprofonderà per l’assenza temporanea di quasi ottocentomila impiegati federali né per la chiusura di parchi nazionali e monumenti. Diverso, invece, il rischio legato al tetto del debito (che l’Amministrazione maliziosamente intreccia al "plot" narrativo dello shutdown), sul quale il Congresso deve trovare un accordo entro la metà di ottobre: “Siamo tutti d’accordo sul fatto che non dobbiamo fare nulla che possa rallentare la ripresa”, ha detto il CEO di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, dopo l’adunata dei banchieri alla Casa Bianca convocata da Obama. 

Ieri il segretario del Tesoro, Jack Lew, ha spiegato che il mancato innalzamento del tetto del debito trascinerà l’America in “una crisi finanziaria che potrebbe ricordare gli eventi del 2008, o anche peggio”. Anche il Capo del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, ha detto che “lo shutdown è un male, ma la questione del debito sarà molto peggio”. Gli effetti negativi del parziale "shutdown" dell’apparato federale americano non sono innanzitutto di tipo economico. La crescita dell’economia americana non è immediatamente minacciata dall’attuale stallo politico, nonostante gli sforzi di Barack Obama per descrivere il Paese come un paziente moribondo che rischia grosso se i repubblicani non decidono in fretta di abbandonare le loro posizioni intransigenti

Nell’immediato, però, danni del fuoco amico di Washington si manifestano nell’ambito della Sicurezza Nazionale, a partire dal capitolo – attualissimo – delle sanzioni internazionali. Come scrivono Josh Rogin e Eli Lake del Daily Beast, l’ufficio del dipartimento del Tesoro che amministra le sanzioni e controlla i trasferimenti illeciti di fondi verso vari paesi fra cui Iran, Corea del nord e Siria è rimasto quasi vuoto. Il 90 per cento degli impiegati rientra nella categoria dei lavoratori “non essenziali” e da martedì non si è presentato in ufficio

La sezione che si occupa di tracciare i finanziamenti legati al terrorismo e le operazioni finanziarie orchestrate per aggirare le sanzioni è senza personale, uno spiacevole incidente di percorso (e d’immagine) per l’Amministrazione che sta trattando il disgelo diplomatico con l’Iran facendo leva sull’efficacia delle sanzioni. “Proprio per le straordinarie sanzioni che abbiamo implementato negli ultimi anni, gli iraniani sono pronti, sembra, per negoziare”, ha detto Obama lunedì dopo l’incontro con il premier di Israele, Bibi Netanyahu, che ha chiesto al presidente di non cedere alle lusinghe di Hassan Rohani, un “lupo travestito da agnello”.  

Con un provvedimento "ad hoc" Barack Obama ha garantito lo stipendio al personale militare “attivo” e ai contractor della difesa, ma metà del personale civile del Pentagono è stato colpito dallo shutdown. Il budget della Difesa è stato già severamente messo alla prova all’inizio dell’anno dal “sequester” – nel giro di pochi mesi si riaprirà di nuovo il dibattito su questo delicato capitolo – e la chiusura del governo federale non aiuta l’apparato militare impegnato in una vasta opera di razionalizzazione delle spese che, almeno nelle intenzioni, non dovrebbe andare a discapito delle capacità difensive.

Dall’Asia, dove il segretario del Pentagono sta viaggiando assieme a John Kerry per implementare quel “pivot asiatico” scavalcato da altre priorità militari, Chuck Hagel dice che “il Pentagono non ha budget. Viviamo ancora sotto la nube dell’incertezza su quello che succederà. Questo si riflette nelle nostre missioni in giro per il mondo e sul fatto che i nostri alleati mettono in discussione la nostra capacità di mantenere gli impegni." 

E condiziona i nostri piani ora che stiamo discutendo, come sapete, sul bilancio del 2015, che prevede nuovi tagli da 52 miliardi di dollari”. Hagel non rivende lo "shutdown" come un catastrofico abbassamento delle difese americane: la Sicurezza Nazionale, dice, non è a rischio “ma quando togli quel numero di impiegati civili dalle mansioni ordinarie di pianificazione di sicuro ottieni un impatto negativo sulla capacità di reazione. Non è uno scherzo”.

“Non è soltanto una ‘Beltway issue’”, una faccenda burocratica e politica che inizia e finisce dentro ai confini della capitale, dice il Direttore delle Agenzie d’Intelligence, James Clapper. Migliaia di analisti dei servizi americani che si occupano di medio oriente non sono in servizio, un “sogno”, come lo definisce Clapper, per tutti i Governi stranieri che vogliono reclutare agenti che normalmente lavorano per noi. 

Durante la testimonianza alla Commissione Giudiziaria del Senato, Ted Cruz, incarnazione dell’intransigenza repubblicana e catalizzatore degli strali della Casa Bianca ha detto: “Spero che le questioni politiche siano messe da parte e possiamo convergere tutti su una risoluzione per riattivare i fondi per il Pentagono e la comunità d’Intelligence”, soluzione invocata anche da Clapper e dalla comunità d’Intelligence mutilata. 

La Casa Bianca ha escluso senza appello un negoziato sui finanziamenti caso per caso, soluzione che allungherebbe la crisi politica e comunque non derubricherebbe la modifica dell’Obamacare dall’agenda dei repubblicani, la radice politica dello stallo federale. Il fuoco amico colpisce anche le forze aeree americane. Il giornale Foreign Policy spiega che l’Air Combat Command dell’aeronautica, il comando da cui dipendono le operazioni aeree, dagli F-15 ai droni, è costretto a lasciare al suolo tutti i mezzi che non sono coinvolti in operazioni militari entro la fine dell’anno. 

Significa, ad esempio, che tutti gli aerei della Mountain Home Air Force Base in Idaho potrebbero rimanere negli hangar per tutto l’autunno, a dispetto della richieste del comando di nuovi test ed esercitazioni. Il paradosso (che suona come una beffa nel contesto generale della crisi di leadership dell’America) è che i caccia di Singapore che stazionano in Idaho e quelli tedeschi e canadesi che transitano regolarmente per soste tecniche vanno tranquillamente avanti e indietro mentre quelli americani sono inchiodati al suolo.

Il fuoco amico dello shutdown colpisce anche le difese tecnologiche americane, che anche in tempi di vacche relativamente grasse sono finite sotto l’assedio di incursori e virus stranieri. Lo U.S. Strategic Command, che controlla le operazioni di "cyberterrorismo", lavora con un organico ridotto dell’85 per cento, perché l’apparato di difesa telematica poggia in larga parte su personale civile. La natura stessa del lavoro dei manutentori delle infrastrutture tecnologiche implica danni significativi anche a fronte di un’interruzione di pochi giorni: una volta tornati al lavoro, gli informatici del governo dovranno passare giorni ad aggiornare il sistema, per recuperare il tempo perduto. 

Anche una breve distrazione può essere grave in una "cyberguerra" che si combatte costantemente, più un conflitto di trincea che un sistema di guerre lampo. La National Security Agency (NSA), incaricata – naturalmente – della sorveglianza, con lo shutdown ha perso temporaneamente 4 mila ingegneri informatici, mille matematici e oltre novecento dottori di ricerca in varie spiecialità. Per il Direttore dell’Agenzia, il generale Keith Alexander, si tratta dell’ossatura fondamentale dell’Agenzia, quella che sostiene il monumentale lavoro di analisi. Soltanto Edward Snowden e i suoi sodali si saranno rallegrati della defezione. E non solo loro.

Thursday, October 3

CIA ROBERT SELDON LADY WROTE TO ITALIAN PRESIDENT

SIRIA: FRANCESI PRESI PER IL CULO DA BARACK OBAMA

In un pranzo tra un diplomatico russo e l’ambasciatore francese all’ONU, Gérard Araud. Il francese diceva che Parigi disponeva delle prove certe dell’uso di armi chimiche da parte di Assad. Il russo gli rideva in faccia: “Gérard, non mettete in imbarazzo gli americani” che poi ci credono. 

Il governo di François Hollande stava per attaccare la Siria perché credeva che l’Amministrazione Obama fosse sul punto di fare lo stesso e come l’operazione sia stata bloccata all’ultimo, “poche ore” prima dell’inizio dei bombardamenti, quando i francesi hanno capito che gli americani non volevano attaccare. 

L’equivoco comincia alle tre del mattino di sabato 31 agosto, quando l’Ufficiale in servizio all’Eliseo riceve una chiamata dalla sua controparte alla Casa Bianca, che lo avverte che nel pomeriggio alle 18.15 ora di Parigi arriverà una chiamata del presidente americano Barack Obama. Alle otto di mattina il consigliere di Hollande, Paul Jean-Ortiz, riceve l’avviso e lo gira al Presidente. 

Hollande decide di convenire un "Consiglio di Guerra" ristretto, l’orario stabilito è subito dopo la chiamata di Obama: ci saranno i ministri di Difesa, Interni e degli Affari esteri, il Capo di Stato Maggiore e i Direttori della DGSE (l’Intelligence che opera all’estero) e dei Servizi segreti militari. Dopo la riunione, Hollande darà l’ordine formale di entrare in guerra con la Siria. Almeno, così credono lui e i convocati.

Il piano d’attacco francese. Partenza nella notte, alle tre. Tra gli obiettivi scelti ci sono le batterie di missili e i centri di Comando della IV divisione, ritenuta responsabile degli attacchi chimici. Gli aerei "Rafale" voleranno sopra il mar Mediterraneo, perché se passassero dallo spazio aereo turco Assad potrebbe contrattaccare per autodifesa e Ankara potrebbe invocare in risposta il capitolo V del Patto atlantico e c’è il rischio di una escalation, lo strike potrebbe trasformarsi subito in una guerra tra la Siria e la NATO. C’è un problema: i missili francesi hanno una gittata di 250 chilometri, possono arrivare a colpire bersagli nella Siria occidentale, inclusa Damasco, ma non oltre. Al resto dovranno pensare gli americani. L’ordine per i francesi è di agire in autonomia per quanto riguarda voli e rifornimenti: Obama deve dare soltanto il segnale d’inizio.

Hollande vuole evitare di apparire come il premier britannico Tony Blair all’epoca della guerra in Iraq nel 2003, troppo al servizio degli americani e per questo decide che parte dell’Intelligence sugli attacchi chimici in Siria deve essere “declassificata” e resa pubblica. Si stabilisce che il giorno dopo un documento con le prove sarà allegato al Journal du Dimanche, uno speciale con il tricolore francese stampigliato su tutte le pagine.

Alle due e mezza di pomeriggio si studia il piano per la comunicazione: le immagini da fornire ai media, quelle già disponibili e quelle dei primi bombardamenti da far arrivare il prima possibile. E, naturalmente, si compila la lista dei leader stranieri da avvertire. Si conviene che subito dopo la telefonata con Obama, Hollande chiamerà per prima Angela Merkel.

Il governo e le Forze Armate francesi sono completamente convinti che quello sia il “grande giorno”, come lo chiamano. Da almeno una settimana l’attacco è considerato inevitabile. Quattro giorni dopo la strage con armi chimiche alla periferia di Damasco Obama e Hollande hanno discusso varie possibilità di punizione contro Assad, inclusa quella militare. Il giorno dopo gli staff dei due paesi hanno cominciato a lavorare assieme a un piano comune per compiere lo strike. Il giovedì prima Susan Rice, consigliere per la Sicurezza Nazionale di Obama, avverte Paul Jean-Ortiz che il capo è “tout près d’y aller”, sul punto di entrare in azione

Il giorno dopo, i francesi colgono numerosi segnali sull’imminenza dei bombardamenti americani. Quel giorno il Segretario di Stato, John Kerry, incontra numerose volte il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, dice che Obama gli ha chiesto di “preparare l’opinione pubblica agli strike”. Lo stesso giorno la Casa Bianca presenta la sua versione sulla strage, che è una lunga accusa contro Assad. Obama e Hollande quel giorno parlano a lungo, Obama dice di non avere preso la decisione finale, ma che i bombardamenti potrebbero arrivare presto, “prima o dopo il G20. Vediamo domani o dopodomani”.

Così, quando sabato 31 agosto arriva l’avviso di una chiamata dalla Casa Bianca per le sei di pomeriggio, la Francia è convinta di essere sul punto di attaccare la Siria. Nessuno all’Eliseo sa che invece il tapino Barack Obama deciderà di chiedere al Congresso l’autorizzazione all’intervento militare e non lo saprà ancora per ore, quando invece ormai i Capi del Congresso americano sono già stati avvertiti.

Hollande è allibito. Anzi, incazzato nero. Tenta di far cambiare idea a Obama, ma ovviamente dopo il suo annuncio del giardino delle rose, davanti alle TV americane, non è più possibile. Il Capo di Stato Maggiore riunisce i suoi e studia al volo quando sarà la prossima finestra d’opportunità per i bombardamenti: è attorno al 15 settembre, tra il voto dei rappresentanti americani al Congresso e l’apertura dell’Assemblea generale alle Nazioni Unite.

La Francia, in ogni caso la si vuol valutare questa storia, “è stata trattata dagli americani come un utile idiota”.

Wednesday, October 2

2006 KOSOVO'S ATTACK. FOR DON' T FORGET.

BARACK OBAMA: TRAMONTO POLITICO COLLASSALE

Dan Pfeiffer, consigliere di Barack Obama, dice che la Casa Bianca è “contraria ai negoziati con persone che hanno una bomba attaccata al torace”. Il senatore indipendente Angus King sostiene che i repubblicani che stanno forzando la chiusura dei servizi federali – lo shutdown – sono “colpevoli di omicidio” e l’anchorman Chris Matthews esplicita il sottotesto chiamando “terroristi” deputati e senatori di destra – e in particolare il senatore Ted Cruz, anima della linea dura – che rifiutano di votare l’accordo sul budget senza modifiche ai termini della riforma sanitaria di Obama. 

Matthews è l’autore di un libro, in uscita oggi, che magnifica il rapporto fra Ronald Reagan e lo speaker democratico Tip O’Neill, che nell’immaginario di Washington è il simbolo di un tempo leggendario in cui un benefico spirito bipartisan soffiava ancora sulla capitale. 

Sintesi: i leader illuminati di allora negoziavano in modo franco ma erano orientati al bene comune, mentre oggi la politica è logorata da guerre di trincea portate in nome di calcoli interni. “Quando la politica funzionava” è il sottotitolo del libro in cui Matthews dimentica che O’Neill è stato corresponsabile di "dodici shutdown", sette soltanto in quell’era di coabitazione con Reagan esaltata come un periodo dominato dalla ragionevolezza. 

Se il criterio per giudicare la qualità della politica americana è la capacità di trovare accordi sul budget, Matthews ha sbagliato bersaglio. E con lui rischiano di sbagliare bersaglio quelli che dipingono la stabilità come il valore supremo della politica americana e la chiusura dei servizi come l’immediato collasso della Nazione

Il sindaco di Washington, Vincent Gray, ha anche dichiarato che tutti i 30 mila impiegati federali di Washington sono “essenziali”, per aumentare il senso tragico di una rappresentazione fatta di terroristi che vogliono il collasso dello stato e persone perbene che cercano soluzioni ragionevoli. Dopo un fine settimana in cui il Senato non si è riunito – segno che a sinistra non c’è tutto questo senso di emergenza – il Congresso non ha trovato ieri un accordo sul budget, anche se Obama in serata ha detto di “non essere affatto rassegnato all’idea dello "shutdown” e dunque non esclude un compromesso in extremis

Il nodo rimane "l’Obamacare", che i democratici non sono disposti a toccare, e il risultato è lo stallo politico e il "Blame-Game" fra i partiti, pratica che non cesserebbe in presenza di un accordo. 

I democratici puntano il dito sulle sofferenze dei mercati, presunta avvisaglia del default, ma gli analisti di Goldman Sachs leggono la situazione diversamente: “Sarebbe un errore interpretare lo shutdown come il propulsore di un rischio sul tetto del debito”, si legge in un report della banca d’affari che invita a non esagerare i rischi dello shutdown. In realtà, dice Goldman, la chiusura temporanea dei servizi federali aumenta le probabilità di trovare un accordo sull’innalzamento del tetto del debito – la scadenza è fra due settimane – e una temporanea flessione dei mercati ora è ampiamente preferibile a un crollo verticale sulla questione del debito. 

Anche Ezra Klein, columnist del Washington Post non conosciuto per le sue simpatie repubblicane, scrive che lo shutdown “renderà più abbordabile l’accordo sul tetto del debito”, mentre Al Cardenas, capo dell’American Conservative Union, ricorda che “il rischio del default c’è quando non paghiamo gli interessi, che sono circa 18 miliardi di dollari al mese, e abbiamo ampiamente le risorse per pagarli”. 

L’America è incappata in uno shutdown per 17 volte dal 1976 e, nonostante le amnesie liberal di questi giorni, la prassi di agganciare al voto sul bilancio altri pezzi legislativi per ottenere modifiche gradite a uno dei partiti è ampiamente documentata. Eppure quando Ted Kennedy e Walter Mondale chiedevano una modifica delle regole sui finanziamenti della campagna elettorale per penalizzare Nixon e offrivano in cambio il loro sostegno al piano di bilancio nessuno li chiamava terroristi

Nessuno evocava progetti eversivi e colpi di mano. Nessuno li accusava, come fa Obama, di “estorcere” riscatti sulla pelle degli americani, calpestando quella stabilità politica improvvisamente adottata come misura unica della concordia nazionale. Era semplicemente politica, con gli attriti e le dissonanze che si vedevano anche nell’età dell’oro di Reagan e O’Neill, quando il Congresso ha varcato la soglia dello shutdown e ha tollerato le turbolenze di Wall Street senza bisogno di creare nuovi idoli dell’unità nazionale.

Tuesday, October 1

MONTENEGRO WILL RECEIVE VISIT OF THE RUSSIAN FLEET

The Russian naval presence in the Mediterranean Sea will be boosted by "another military vessel till on the first part of this month", according to the Country’s Black Sea Fleet Command.

The large landing ship, Yamal, is set to depart from the port of Sevastopol, Ukraine to join the 10 vessels Russia already has in Mediterranean waters

“The Yamal’s crew has completed preparations for relocation to the Mediterranean Sea,” Captain Vyacheslav Trukhachev, the Black Sea Fleet information chief told ITAR-TASS news agency. “As part of the preparatory period, the ship has performed several drive outs, which included target practice on sea and land.” 

The Yamal will represent the country at the annual ‘Russian Weeks’ forum in Greece, which this year will be hosted by the Ionian Islands.   

"The large landing ship – commanded by Captain Sergey Gritsay – is also expected to be called to the Greek port of Pylos and to visit Montenegro", Captain Trukhachev added

The Yamal vessel, which has been in service since 1988, is designed for landing operations and the transportation of military personnel and cargo. It’s able to carry up to 250 troops and 10 tanks. 

Russia began military build-up in the Mediterranean in 2012, establishing a constant presence in the eastern part of the Mediterranean Sea since December last year. 

On May 1, all of the country’s battleships operating in the area were assigned to a single task force under special offshore maritime zone operation command. 

Currently there are ten Russian warships deployed in the Mediterranean: large landing ships 'Aleksandr Shabalin’, ‘Admiral Nevelskoy’, ‘Peresvet’, ‘Novocherkassk’, ‘Minsk’ and ‘Nikolay Fylchenkov’; large anti-submarine ship ‘Admiral Panteleyev’; escort vessel ‘Neustrashimy’; guard patrol ship ‘Smetlivy’ and guided-missile cruiser ‘Moskva’. MAKE SURE 

The mounting pressure around Syria has seen naval forces both friendly and hostile to Damascus building up off the country’s coastline. 

Besides the Russian warships, there are US aircraft carriers ‘Nimitz’ and ‘Harry S. Truman’; guided-missile cruiser ‘Gettysburg’ and ‘San Jacinto’ and a number of other American military vessels deployed in the area

The French navy frigate ‘Chevalier Paul’, which specializes in anti-missile capabilities, is also in the Mediterranean Sea.

ROHANI NEL 2003 RESPONSABILE FALLIMENTO ACCORDI

Amos Yadlin era il comandante dell’Intelligence militare israeliana, si è ritirato dal servizio attivo nel 2010 e i giornali nazionali scrivono che le sue analisi sono “rispettate”. Due giorni fa ne ha scritta una per spiegare come dovrebbe essere il patto sul nucleare tra americani e iraniani visto dal punto di vista di Israele – se davvero quel patto ci sarà, come fanno pensare le aperture diplomatiche recenti tra Washington e Teheran. 

L’analisi è stata pubblicata dall’Institute for National Security Studies di Tel Aviv alla vigilia dell’arrivo alla Casa Bianca e poi alle Nazioni Unite del premier israeliano, Benjamin Netanyahu, che ieri ha avvertito il presidente americano Barack Obama sui pericoli dei “discorsi soavi” degli iraniani e ha ribadito che la linea di Israele non cambia: l’Iran non deve avere la bomba atomica. Prima dell’analisi un preambolo. Il 30 agosto il generale Yadlin apparve su Channel 2 della tv israeliana e disse che il presidente siriano Bashar el Assad aveva un’unica possibilità per salvarsi dall’imminente strike degli americani: trasferire e distruggere l’arsenale chimico con l’aiuto del presidente russo Vladimir Putin. Erano i giorni in cui le navi da guerra americane si avvicinavano alle coste della Siria e a quel punto le bombe sembravano inevitabili. Dieci giorni dopo, però, le cose sono andate come anticipate da lui.

Yadlin sostiene che un accordo tra l’Amministrazione Obama e Teheran che congelasse il programma iraniano al livello attuale sarebbe pessimo: ci sono più di diecimila centrifughe attive anche se di vecchio tipo, più altre centrifughe moderne con capacità di produzione maggiore e già abbastanza materiale – se fosse ulteriormente arricchito a grado militare – per produrre da sette a nove bombe nucleari. Bloccare le cose come stanno adesso, con il sito atomico di Fordo in funzione, concederebbe una piattaforma ottima per avere la bomba in qualsiasi momento nel caso l’Iran decidesse di ritirarsi dal patto. Un patto così – scrive Yadlin – dovrebbe essere considerato inaccettabile e si dovrebbe riportare Teheran indietro, a una fase più arretrata.

L’accordo sul nucleare dovrebbe essere costruito in modo da non lasciare troppe scappatoie laterali agli iraniani, che sono maestri in fatto di negoziati, e quindi dovrebbe avere una data di scadenza certa, dice l’analisi. “L’Iran potrebbe ricorrere di nuovo a tattiche ritardanti che ha già dimostrato di conoscere e intanto guadagnare tempo per portarsi avanti in altri modi: mettere in funzione altre centrifughe per arricchire uranio, lavorare a un’arma alternativa che usi il plutonio, progredire sul problema della testata missilistica. Le controparti degli iraniani devono essere altrettanto abili. A dispetto di tutta la moderazione esibita, finora non hanno concesso nulla: sono esperti nel prendere senza dare e per ora sono sulle solite posizioni di sempre, anche se con retorica meno dura”.

Uno dei punti più importanti per il generale israeliano è allargare la distanza tra l’Iran e la bomba atomica, nel caso Teheran dovesse annullare unilateralmente l’accordo, espellere gli ispettori, ritirarsi dal Trattato di non proliferazione delle armi nucleari oppure agire di nuovo in clandestinità. Per fare questo l’America dovrebbe proporre parametri che lascino un margine di sicurezza: un numero limitato di centrifughe, arricchimento dell’uranio sotto la soglia del 3,5 per cento, la rimozione dall’Iran di tutto il combustibile arricchito e il suo ritorno soltanto in una forma che non possa essere usata per scopi militari. “E’ necessario sapere fin dall’inizio che l’accordo potrebbe essere abrogato unilateralmente dall’Iran – scrive Yadlin – come accadde al ‘congelamento’ del programma stipulato nel 2003”. Il capo negoziatore con gli europei allora era Hassan Rohani, ora diventato presidente dell’Iran e volto buono di questa fase di dialogo.

U.S.A. IN PIENO COLLASSO.

La bancarotta, praticamente per certo, verrà dichiarata il 1 novembre, ossia oggi. Tale è il prezzo della contrapposizione tra il Presidente democratico e i deputati del Congresso, per lo più repubblicani, in materia di riforma del sistema sanitario del Paese. 

Riforma che si propone di rilasciare nuovi premi di assicurazioni sanitarie alla maggioranza della popolazione degli USA, riducendo il numero delle persone che sono assolutamente indifese di fronte alle eventuali malattie. I medici degli Usa si fanno pagare ingenti somme per i loro servizi, poiché negli ospedali, di regola, sono locatari costretti a pagare sia per le attrezzature che per il locale. Possono ottenere i fondi richiesti solo dai pazienti o dalle Società di assicurazione. Dice Dona Smith, attivista dell’Organizzazione “Sanità Pubblica per tutti”:

Nessuno lo mette in discussione che alcune persone ne avranno da guadagnare! Si tratta delle persone più povere nel nostro paese, di cui molte avranno una certa copertura delle loro spese sanitarie per la prima volta nella storia. È un cambiamento positivo. Ma la situazione non è così confortante nei confronti di coloro che si vedranno costretti a cambiare i vecchi premi di assicurazioni sanitarie con quelli nuovi. Insomma, sull'argomento ho sentito pareri discordanti.

L’atteggiamento più negativo verso la riforma è quello dei repubblicani alla Camera Bassa del Congresso, i quali vi ravvisano una specie di socialismo strisciante. Esercitando il diritto del Congresso di determinare le spese finanziate dal bilancio statale, essi hanno negato ad Obama il denaro richiesto per il funzionamento degli uffici statali, dicendo che il debito statale già ora è troppo immenso

Ma il Senato, Camera Alta, fedele ad Obama, ha respinto la proposta della Camera Bassa di rinviare di un anno il passaggio al modello obamiamo di sanità pubblica. Di conseguenza gli USA si sono strettamente avvicinati al default. Il popolo considera con preoccupazione tale prospettiva, ma tutto sommato, con filosofia – in fin dei conti le polemiche tra il Presidente e il Congresso sul problema dei finanziamenti negli USA sono una cosa ormai abituale.

Per il momento si stanno preparando ad affrontare le perdite non i correntisti delle Banche private, ma gli impiegati statali. A quanto pare, da martedì saranno costretti ad andare in ferie non retribuite più di 800 mila impiegati dei dicasteri di livello federale. Ulteriore milione di impiegati statali saranno invitati a lavorare senza stipendio. Ciò riguarda la maggiore parte della popolazione della capitale americana – Washington.

A quanto pare, Obama ha deciso di presentarsi come uomo da carattere e ha assunto una ferma posizione nei confronti del Congresso. Peraltro, non bisogna dimenticare che nell’era del Presidente Clinton gli USA avevano un bilancio in attivo. Il debito statale degli USA è aumentato nell’era di Bush-junior e di Obama stesso, e un ruolo importante in questo processo spetta alle guerre.

Il default americano è un avvenimento di interesse tutt’altro che locale. Basta dire che al sistema degli Organi Federali, il cui funzionamento si può interrompere per mancanza di fondi, fanno capo anche le Ambasciate degli USA in tutto il mondo, Russia compresa.