Saturday, November 30

MOSSAD IN PIENA ATTIVITA' IN MEDIO ORIENTE

La Siria è stata costretta a cedere il suo arsenale di armi chimiche, oltre a essere indebolita da una guerra civile violenta. Secondo gli analisti dei servizi segreti, se prima l’esercito israeliano avrebbe avuto bisogno di una settimana per arrivare fino alla capitale Damasco in caso di guerra, ora potrebbe arrivare a Damasco in meno di un giorno. Pure il Libano soffre della stessa situazione, in misura molto minore. L’Egitto è impegnato anch’esso con la situazione interna e sebbene i generali stiano esercitando il massimo del potere l’esercito del Cairo non investe e non si evolve.

Martedì il Gabinetto di Sicurezza israeliano è andato in una sede del Mossad per ascoltare il rapporto annuale sulla sicurezza di Israele in medio oriente, scrive il quotidiano Yedioth Ahronoth. Il gabinetto di sicurezza è un Consiglio dei ministri ristretto a Difesa, Sicurezza interna, Finanze e Giustizia, con qualche aggiunta facoltativa. Secondo il rapporto del Mossad che è stato presentato al comitato, la posizione di Israele è migliorata perché molti stati arabi che sono suoi nemici tradizionali o potenziali in questo momento sono alle prese con sconvolgimenti interni.

I Servizi segreti hanno spiegato ai ministri israeliani che il presidente dell’Autorità palestinese, Abu Mazen, sta guadagnando legittimità dai negoziati e dalle relazioni diplomatiche con Gerusalemme, ma non è affatto certo che firmerà un accordo con Israele. Su Gaza hanno detto che c’è parecchio malcontento tra la popolazione della Striscia, ma che Hamas governa con pugno di ferro e non si farà cacciare. Il Mossad sottolinea che grazie al caos in Siria ci sono gruppi terroristici che stanno diventando più forti e come anche Hezbollah in Libano stia diventando più forte, ma il nemico più pericoloso per Israele è sempre l’Iran per il suo programma nucleare.

Il rapporto del Mossad conferma quel che da tempo si va osservando in medio oriente. Se prima c’era preoccupazione per le ribellioni che tra la fine del 2010 e il 2011 hanno sconvolto il mondo arabo – perché si temeva che l’esito finale delle primavere arabe fosse un grande califfato islamista, semplificando –  ora si vive in un’età di mezzo, in cui ogni avvenimento va seguito senza più il lusso delle interpretazioni troppo generiche o delle previsioni a lungo termine. Senza Mubarak, si diceva, l’Egitto cadrà subito sotto il controllo dei Fratelli musulmani. E’ sembrato vero per un anno, ma poi sono arrivati i generali. Dal punto di vista di Israele, la situazione è migliorata. 

Il governo del Cairo non si era mai mostrato così duro con i vicini di Hamas: oggi distrugge i tunnel di contrabbando allagandoli con acqua di fogna e fa persino sorvolare la Striscia dai suoi droni, “per scegliere possibili bersagli in caso di guerra” – che è un comportamento di routine per quanto riguarda gli israeliani, non per un paese arabo che soltanto fino a luglio era governato dalla Fratellanza. Il Cairo ha pure perso una parte degli aiuti militari americani, che formano la frazione più avanzata e sofisticata del suo equipaggiamento. 

A settembre Reuters ha pubblicato un’intervista informata con il generale israeliano Yair Golan, che comanda il settore nord della Difesa, quindi quello che si occupa anche della frontiera con la Siria (ormai senza più la preoccupazione immediata delle armi chimiche). Anche Golan sostiene che non c’è da preoccuparsi delle forze terrestri di Assad, messe troppo a dura prova dal conflitto interno, e con Reuters ha aggiunto un parere interessante: per lui sarebbe preferibile una vittoria dei gruppi ribelli sunniti della guerriglia anti Assad che una permanenza al potere dell’attuale apparato (vale a dire gli assadisti appoggiati dall’Iran e aiutati dagli hezbollah). I ribelli sunniti includono anche gruppi dichiaratamente nemici di Israele, ma sono comunque più arretrati dell’asse tra alawiti e sciiti, che è un’alleanza tra stati ed eserciti.

Il caso della Siria è ancora più eloquente: non si sa cosa succederà in futuro, ma per ora l’esercito di Bashar el Assad è impegnato a sopravvivere nella lotta quotidiana contro una guerriglia eterogenea che include i gruppi più pericolosi dell’islam militante internazionale. In questo scenario dagli orizzonti molto stretti, i decenni passati dai generali siriani ad addestrare ed equipaggiare le Forze armate per l’eventualità di una guerra contro Israele non contano più. Le preoccupazioni maggiori riguardavano l’arsenale chimico: un esercito anche allo stremo è pur sempre capace di piazzare un colpo estremamente duro se dispone di armi di distruzione di massa. Inoltre, se Assad avesse perso il controllo delle basi, le armi chimiche sarebbero passate nelle mani della guerriglia sunnita che potrebbe rivelarsi non meno pericolosa. Ora però è in corso lo smantellamento dell’arsenale chimico (se funziona).

L’impressione da lontano è che la Siria sia diventata un enorme caso-studio per i servizi segreti israeliani. Si sa che osservano i lanci di missili balistici – tipo gli Scud – contro le città controllate dai ribelli, perché si è trasformata in un’occasione unica per vedere come funziona l’apparato militare siriano (mentre è impegnato ad attaccare la sua stessa popolazione). Si sospetta che siano coinvolti in alcuni casi di lotta contro gli iraniani in campo terzo, come sarebbe accaduto nell’uccisione vicino Aleppo del generale al Shateri, inviato delle forze speciali dei Guardiani della rivoluzione. Si sa per certo, infine, che tengono d’occhio tutto il traffico di armi tra l’esterno – russi, soprattutto – il governo siriano e il gruppo libanese Hezbollah. Da febbraio in poi ci sono stati almeno sei raid per bombardare armi sofisticate – missili – prima che fossero spostate in Libano.

Un discorso analogo vale per il problema Libano, che va inteso come “Hezbollah”. Il gruppo ha scelto di gettarsi nella mischia siriana e per questo è sottoposto a una torsione brutale sia dal punto di vista materiale – centinaia di perdite – sia dal punto di vista ideologico: è difficile dire di essere la “muqawama”, la resistenza, intesa contro Israele, e invece andare al di là del confine a combattere contro altri arabi. Se non rispolverando il motivo settario – noi sciiti contro loro sunniti – che non promette nulla di buono per il Libano, costruito sopra un volenteroso equilibrio fra fedi e tradizioni diverse. 

ENI EVOLUTION

Due rivoluzioni parallele stanno cambiando i vecchi equilibri dell’energia. La prima viene con lo "shale gas", il gas che si trova nei depositi d’argilla e trasformerà presto gli Stati Uniti nel primo produttore al mondo di petrolio e metano. E’ una rivoluzione rapida e potente e sorprende persino gli analisti più preparati, che sono costretti a rivedere di continuo le loro previsioni (prima si pensava che gli Stati Uniti avrebbero superato Russia e Arabia Saudita nella classifica dei produttori non prima del prossimo decennio, ora si parla del 2015, che è lontano soltanto tredici mesi). 
La seconda rivoluzione segue i consumi, e quelli si muovono dall’Europa verso oriente: oggi il primato spetta alla Cina anche se molti s’aspettano l’ascesa dell’India entro il 2020. Queste due grosse novità guideranno la strategia di ENI sui mercati internazionali, come ha detto ieri l’amministratore delegato, Paolo Scaroni, nella presentazione del World Energy Outlook 2013. 
Ora la forza di ENI è nei giacimenti dell’Africa, con il 60 per cento della produzione complessiva concentrato fra la Libia e la Nigeria, senza dimenticare le riserve scoperte negli ultimi mesi al largo del Mozambico (le riserve sono un fattore decisivo quando si tratta di bilanci e capitalizzazione).
Ma si guarda verso l’Asia, verso paesi che possiedono risorse naturali e in molti casi offrono anche tassi di crescita sopra i livelli europei. Eni è già il primo produttore di idrocarburi in Pakistan, controlla un impianto per trattamento del gas a Bhit, nella provincia del Sind, e conta di investire 10 miliardi di dollari in tre progetti pilota per l’estrazione di shale. 
Il grosso del lavoro è a sud, nella zona di Karachi, uno dei porti più strategici dell’oceano Indiano: sempre lì, lo scorso maggio, i tecnici italiani hanno trovato gas naturale nel Blocco Sukhpur. Lungo le coste del Vietnam, nel blocco 105, ENI ha individuato un giacimento di metano a 2.500 metri di profondità. 
Si aspettano buone notizie dall’Indonesia, un paese che faceva parte dell’Opec, che ha lasciato il cartello nel 2009 e ora potrebbe fornire un nuovo contributo ai mercati con i blocchi esplorativi Argun I e North Ganal. In Cina c’è un accordo per sviluppare risorse non convenzionali (ancora shale gas) su un’area larga duemila chilometri quadrati nella provincia del Sichuan. 
E si arriva sino al Myanmar, un mercato che lo stesso Scaroni giudica “molto promettente” (Eni si è già aggiudicata due licenze per l’esplorazione sulla terra ferma). Pakistan, Myanmar, Vietnam, Indonesia e Cina sono l’ultima frontiera, la nuova gamba per lo sviluppo di ENI nei prossimi anni. 
Questa missione ha diversi punti in comune con quella che gli italiani del petrolio hanno affrontato in Africa, a partire dall’accesso alle risorse energetiche (in alcuni di questi paesi, oltre il 60 per cento della popolazione non ha la luce elettrica), e proprio in queste terre può emergere nuovamente lo “spirito matteiano” dell’Eni.
Poi viene l’Iran. Eni ha dovuto fermare le sue attività nel paese dopo le sanzioni dell’ONU, degli Stati Uniti e dell’Unione europea contro il programma nucleare della Repubblica islamica, ma gli accordi delle ultime settimane hanno riaperto le prospettive di collaborazione per molte compagnie petrolifere. “Noi non abbiamo mai abbandonato l’Iran – dice Scaroni – Abbiamo sempre tenuto il nostro ufficio aperto, siamo sempre stati presenti, autorizzati dagli Stati Uniti e dall’UE, in sostanza dalla comunità internazionale. 
Aver mantenuto una presenza in questi anni ci darà una leva maggiore rispetto ad altri per ricominciare a crescere”. Sui tempi non si fanno ancora previsioni, e si aspettano notizie più chiare dalle cancellerie che lavorano alle trattative. “Le sanzioni non sono cadute – commenta l’AD – E’ stato fatto un primo passo e penso che questo primo passo ne preveda altri nel futuro, piuttosto a breve”.

Wednesday, November 27

CIA DIRECTOR ACCUSED OF MURDER

The political party of former cricketer Imran Khan Wednesday named the CIA's director and a man it said was the agency's chief in Pakistan as murder suspects over a drone strike. Khan's Pakistan Tehreek-e-Insaaf (PTI) party has written to police over last week's attack on a seminary linked to the feared Haqqani militant network in Hangu district of Khyber Pakhtunkhwa province in the northwest.

The attack, which militant sources said killed the Haqqanis' spiritual leader along with five others, was extremely unusual in that it was mounted outside Pakistan's lawless tribal areas on the Afghan border. The letter signed by PTI information secretary Shireen Mazari asked Hangu police to name CIA director John Brennan and a man they identified as the Agency's Islamabad Station Chief as suspects for murder and "waging war against Pakistan". 

It is rare for CIA operatives to be identified in public. The then-Islamabad station chief was forced to leave Pakistan in late 2010 when a Pakistani official admitted his name had been leaked.

PTI, which leads the coalition government in Khyber Pakhtunkhwa, has long campaigned against the CIA's drone campaign targeting Al-Qaeda and Taliban militants in Pakistan. Khan has stepped up his rhetoric since a drone attack killed the leader of the Pakistani Taliban on November 1. He accused Washington of deliberately sabotaging fledgling efforts towards peace talks with the militants. 

Six militants including senior figures in the Haqqani network of the Afghan Taliban were killed Thursday in a rare drone strike outside Pakistan's lawless tribal areas, officials said. A US drone fired three missiles at an Islamic seminary in the Tal area of Hangu district in the north-western province of Khyber-Pakhtunkhwa, local police Chief Iftikhar Ahmed said. 

It is only the second time in almost a decade that a US drone had targeted militants outside Pakistan's tribal areas along the Afghan border, said Shaukat Yousafzai, a provincial minister. It was the first strike since a similar attack killed Pakistani Taliban chief Hakimullah Mehsud on November 1.

Ahmed said teachers and students of the seminary were among the dead. They were all Afghan nationals. Sources in the militant organization said one of the teachers was a close aide of the network's chief, Sirajuddin Haqqani. Two of the the dead militants were identified as Mufti Ahmed Jan and Maulvi Hameedullah who were the group's leading figures in Afghanistan's Khost and Paktika provinces, a member of the network said on the condition of anonymity.

The Haqqani network is blamed for some of the Afghan Taliban's deadliest attacks in Kabul in recent years. It is based in Pakistan's North Waziristan tribal district. The deaths were the second major blow to the group within a fortnight. This month, the network's chief fund raiser Nasiruddin Haqqani was gunned down by unknown attackers in a village in the outskirts of the Pakistani capital Islamabad. 

US drone strikes are deeply unpopular in Pakistan with Islamabad pushing Washington to end the attacks. Washington has said the attacks were helpful in taking out top al-Qaeda targets.

Tuesday, November 26

PAPA BERGOGLIO E PUTIN: "COSE DETTE E NON DETTE"

L’incontro tra il Papa e Putin riveste una notevole importanza sia per le cose che sono state dette, sia per quelle che sono rimaste non dette o, almeno, sottintese.

Tra le prime vi è certamente la questione della Pace in Medio Oriente e in Siria in particolare. Sappiamo quanto il Papa si sia adoperato (anche tramite la sua “offensiva” orante dell’inizio di settembre) per scongiurare un intervento armato delle grandi potenze. La sua lettera al G20 presieduto proprio da Putin andava in tal senso ed è stata apprezzata dal presidente russo, che oggi lo ha detto apertamente al Pontefice. 

Da questo punto di vista, dunque, la visita del principale esponente dell’unico Stato al mondo ancora dichiaratamente alleato della Siria di Assad è un  ulteriore passo di questa strategia di pace di Papa Bergoglio, che tende a includere tutti gli interlocutori, dialogando con essi e chiedendo con forza che si faccia tutto il possibile per "far cessare le violenze, recare assistenza umanitaria" alle popolazioni coinvolte e in definitiva mettere termine alla guerra.

Ma la pace non è stato l’unico tema del colloquio. Non è di secondo piano l’accento posto "sulla situazione critica dei cristiani in alcune regioni del mondo". Anche in questo campo la Russia può dare un contributo notevole alla soluzione del problema e il Papa lo sa benissimo. Così come vi può essere collaborazione in campi come la difesa della vita e della famiglia, che si ritrovano non a caso tra i temi citati nel colloquio.

Tra gli argomenti non toccati figura invece una eventuale visita del Papa in Russia. Padre Federico Lombardi ha detto che l’invito non era atteso e che non si è parlato di questioni ecumeniche. Ma gli accenni alla "vita della comunità cattolica in Russia" e ai "buoni rapporti bilaterali" e soprattutto i saluti del Patriarca Kirill al Papa (che lo stesso Putin ha riferito) lasciano intendere che anche sotto questo profilo il colloquio può essere considerato come parte integrante di un cammino di riavvicinamento tra il Vaticano e Mosca, al di là degli ostacoli che devono ancora essere superati.

VLADIMIR PUTIN IN VERSIONE SPECIALE 2013-2018

In Russia (a questo proposito evidentemente meno forcaiola dell’Italia) sta per essere varata un’importante amnistia, che farà uscire dalle carceri un certo numero di detenuti. La misura di clemenza verrà annunciata il 12 dicembre, in occasione del ventesimo anniversario della Costituzione, quella fatta approvare da Boris Eltsin nell’autunno del 1993, subito dopo il bombardamento del parlamento ribelle. C’è molta attesa nel Paese: da settimane si discute sulla stampa su quali potranno essere i criteri, quali tipi di reati verranno inclusi e, soprattutto, quali dei detenuti più noti verranno liberati.

Da molti commentatori l’amnistia viene vista come l’occasione di un gesto distensivo nei confronti di quella parte dell’opinione pubblica che, negli ultimi due anni, si è schierata contro il Cremlino. Del resto, la scorsa settimana, Vladimir Putin ha compiuto un gesto senza precedenti da quando è al potere. Ha incontrato, con grande rilievo mediatico, alcuni dei capi dell’opposizione extraparlamentare, cioè del movimento di protesta di piazza Bolotnaja: tra di essi, il miliardario Mikhail Prokhorov leader della Piattaforma civile, Vladimir Ryzhkov del partito Parnas, Sergei Mitrokhin di Jabloko. 

E’ chiaro il tentativo di avviare un dialogo tra il potere e la parte meno estrema dell’opposizione che si è mobilitata nelle piazze. Al termine dell’incontro, dedicato a raccogliere suggerimenti per il discorso che Putin terrà a dicembre sullo stato del Paese, tutti si sono dichiarati soddisfatti, da una parte e dall’altra. Si è discusso anche dell’amnistia, e Ryzhkov ha esortato il presidente a liberare i cosiddetti “prigionieri politici”, consegnandogli una lista di settanta detenuti compilata dal Memorial per i diritti umani. La lista comprende, tra gli altri, i dodici arrestati nel corso dei disordini di piazza del maggio 2012 e le due Pussy Riot. Putin ha promesso che valuterà “con attenzione” le loro proposte. Si vedrà.

Tanto più che le pressioni provenienti dal paese non sono certo univoche. Anche in Russia le grandi masse non amano i gesti di clemenza. Il presidente dovrà esercitare la propria leadership per trovare un punto di equilibrio tra spinte di segno opposto. “Dovrà stare attento”, commenta ad esempio il noto politologo Gregorij Trofimchuk. “A differenza degli occidentali, una ampia parte del popolo russo considera "Putin non poco democratico, ma troppo". 

Altro che clemenza, tutti i sondaggi rivelano che la maggioranza è favorevole al ritorno della pena di morte (mentre Putin è sempre stato contrario). E’ istruttivo andare a leggere i programmi dei molti nuovi partiti che si sono registrati in seguito alla riforma che ha liberalizzato il sistema politico: gran parte chiedono di restaurare la pena capitale”. Cari amici che invocate la caduta di Putin, convinti che ne risulterebbe maggiore libertà, "be careful what you wish for".

RUSSIA-ITALIA: IMMAGINIAMOLO IL VERTICE A TRIESTE

Dopo l’incontro bilaterale al margine del G20 di San Pietroburgo, il 26 novembre Enrico Letta e Vladimir Putin si incontreranno a Trieste per il vertice italo-russo. Un incontro di portata storica, che per ora stranamente ha ottenuto poca copertura dai giornali italiani.

Possiamo immaginare tre capitoli distinti. C’è il capitolo economico bilaterale, di cui non potranno non parlare, perché gli interessi economici sono molto importanti. Parliamo del campo petrolifero, energetico, ma non solo. C’è un secondo capitolo che riguarda i rapporti fra l’Unione Europea e la Russia. L’incontro cade alla vigilia della riunione dell’Unione Europea a Vilnius, dove si dovrebbe firmare un accordo di associazione fra l’Ucraina e l’UE. 

Sul tavolo del presidente ucraino c’è anche un’altra offerta: il governo russo invita l’Ucraina, con altre repubbliche ex-sovietiche, a far parte di una zona di libero scambio. La storia è molto ingarbugliata, ed è inevitabile che questo diventi argomento di conversazione fra il presidente russo e il governo italiano.

Alla fine, naturalmente, c’è la politica internazionale: ci sono almeno due crisi in cui sia la Russia che l’Italia non possono non essere coinvolte. Si tratta del negoziato con l’Iran sulla revoca delle sanzioni e su una maggiore apertura dell’Iran sulle questioni delle ricerche nucleari. La Russia, come sappiamo, fa parte del gruppo dei negoziatori 5+1. Infine c’è il problema siriano, in cui anche la Russia ha avuto un ruolo molto importante, perché ha sbloccato la crisi scoppiata dopo l’uso delle armi chimiche.

Credo che ci sia ancora spazio per una maggiore collaborazione. L’ENI ha venduto recentemente una sua partecipazione a una delle industrie petrolifere che appartenevano al vecchio gruppo della YUKOS. Si è sbarazzata di una parte del suo patrimonio aziendale in Russia. Non ho capito bene perché l’abbia fatto, forse per monetizzare. Non credo che questo abbia un’incidenza sulla presenza dell’ENI in Russia, che è ben consolidata. 

L’energia è il pilastro dei rapporti italo - sovietici prima, e italo-russi dopo. Fa parte della storia permanente dei due Paesi. Bisognerebbe allargare al di là dell’energia. È importante capire meglio quale sarà lo sviluppo economico della Russia nei prossimi anni. Il miracolo economico russo non c’è ancora stato. I progressi ci sono stati, ma non si è registrata una forte espansione dei consumi.

Se ci sarà il miracolo economico, lo speriamo tutti, ho l’impressione che l’Italia sarà lì pronta a prenderne atto e a trarne qualche vantaggio se possibile. Io credo che gli interessi siano fondamentalmente economici. I due Paesi sono interessati agli stessi problemi: la pace, l’equilibrio nel mediterraneo. Ciascuno dei due ha interesse ad avere con l’altro un rapporto amichevole. Se andiamo alla sostanza dei rapporti italo – russi, continuo a pensare che il capitolo economico sia di gran lunga quello più importante.

Altrettanto credo che l’Ucraina debba necessariamente stare molto attenta a pianificare il suo futuro in modo da avere un rapporto concreto e utile con Bruxelles. L’Ucraina però appartiene storicamente a una certa area geografica e culturale. Voltare le spalle alla Russia non credo che possa e debba farlo. Addirittura penso che non sia utile nemmeno all’Europa centro occidentale. 

GPS (Global Positioning System) SPIE E SPIATI IN TRAPPOLA

Il GPS ( Global Positioning System ) è un sistema di posizionamento e navigazione satellitare studiato e creato inizialmente dal Pentagono per le Forze armate degli USA. Il sistema include un gruppo di satelliti orbitali Navstar. Attualmente il GPS è capace di stabilire nel sistema di coordinate mondiale l’ubicazione di qualsiasi oggetto in qualsiasi punto del pianeta.

Circa un mese fa alcuni hacker – per scherzo o come ammonimento – hanno inserito nel sistema di navigazione delle navi civili le coordinate di due navi inesistenti. Ancor prima, in estate, studenti dell’Università del Texas hanno fatto deviare dalla rotta un moderno yacht di classe oceanica. A questo scopo hanno simulato nel proprio notebook segnali dei satelliti del GPS e li hanno inviati al sistema di bordo dopo aver bloccato gli autentici segnali di chiamata. Né il capitano, né le attrezzature di bordo si sono accorti dell’inganno.

Esistono, evidentemente, anche esempi più seri di tali scherzi, in quanto i rappresentanti del ministero della difesa degli USA hanno cominciato a parlare dell’iniziato lavoro per la sostituzione del GPS. Almeno del suo componente militare.

I segnali dei navigatori del GPS possono essere intercettati e sostituiti, mentre, quando necessario, i ricevitori possono essere messi fuori servizio con altrettanta facilità come gli altri dispositivi elettronici, ha detto il presidente del gruppo Inforus, Andrej Masalovič, tenente colonnello a riposo dell’Agenzia federale dei collegamenti governativi e dell’informazione presso il presidente della Russia:

Tale problema davvero esiste ed anche gli americani se ne sono resi conto. Sebbene per molti anni abbiano preparato questo sistema per poter mettere fuori servizio i navigatori in altri paesi. Adesso gli americani capiscono di essere indifesi loro stessi. Per questo motivo verrà studiato un nuovo sistema e sarà creato un nuovo gruppo di satelliti. Per mantenere tale navigazione ci vuole un gruppo di circa 50 satelliti .

Secondo le parole dell’esperto, negli USA si discute attivamente come elevare il grado di protezione dei sistemi esistenti. Adesso dalle indicazioni del navigatore dipende, infatti, la sicurezza non solo di ogni jeep, ma anche di interi continegenti militari, compresi gruppi di navi da guerra americani.

Nello stesso tempo è ovvio che gli americani non possano rinunciare al sistema GPS, ritiene Viktor Mirakhovskij, direttore della rivista Arsenal Otečestva (Arsenale della Patria). Bisogna tener presente che il complesso GPS-Navstar ha due segmenti, civile e militare. È quindi ancor presto per parlare della morte del GPS, ritiene Viktor Murakhovskij:

Il sistema non farà bancarotta, visto che sul segmento civile del sistema Navstar poggia adesso un immenso mercato. Basta ricordare i numerosi sistemi cartografici, ad esempio Google Map. Si tratta di un mercato del valore di centinaia di miliardi di dollari. È chiaro che con una tale cifra non è il caso di parlare di fallimento. In altre parole, il segmento civile è capace di mantenere autonomamente il sistema Navstar, che è estremamente vantaggioso per questo segmento.

Andrej Masalovič è convinto che ogni paese debba avere un sistema autonomo di navigazione e di comando del geoposizionamento: “Ogni sistema che dipende dal comando esterno diventa un cavallo di Troja nel caso non solo di ostilità ma persino di qualsiasi complicazione della situazione”. Proprio per questo motivo molti paesi e associazioni di paesi, malgrado il monopolio mondiale del GPS, creano propri sistemi di navigazione satellitare. Attualmente è già completamente dispiegato il sistema russo GLONASS, i cui 24 satelliti coprono tutte le regioni del pianeta, mentre alcuni apparati orbitali sono in riserva.

Per quanto riguarda il sistema europeo Galileo, lo stesso sin dall’inizio era orientato in primo luogo alle esigenze del mercato civile. Il suo segmento militare corrisponde agli standard del sistema americano Navstar.

Si parla molto anche del sistema satellitare cinese Beidou. Ma, stando all’esperto, il sistema Beidou sta passando adesso la fase dei test e del funzionamento sperimentale. Non si sa quando sarà messo completamente in esercizio.

Secondo il parere degli esperti, per il momento dal punto di vista della loro utilizzazione commerciale tutti questi sistemi sono incomparabili con il GPS-Navstar americano. La situzione è così che se gli Stati – si tratti della Russia, della Cina o dell’UE – non sopporteranno i propri sistemi satellitari, gli stessi non avranno grandi prospettive di utilizzazione sul mercato mondiale. Ma avranno in compenso la possibilità di imparare dall’esperienza del GPS americano per non cadere nelle proprie trappole.

Monday, November 25

SYRIA: THE PEACE CONFERENCE

Syrian government and opposition negotiators will meet for the first time since start of the country's 32 month-old war in Geneva on January 22, the UN announced today. UN leader Ban Ki-moon called the landmark conference "a mission of hope" to end the civil war.

But he stressed to both sides that the aiming of the meeting will be to carry out a declaration adopted by the major powers in June 2010 calling for a transitional government. "The secretary general expects that the Syrian representatives will come to Geneva with a clear understanding that this is the objective, and with a serious intention to end a war that has already left well over 100,000 dead, driven almost nine million from their homes, left countless missing and detained, sent tremors through the region and forced unacceptable burdens on Syria's neighbors," said the UN spokesman Martin Nesirky.

"The conflict in Syria has raged for too long. It would be unforgivable not to seize this opportunity to bring an end to the suffering and destruction it has caused," Ban said through his spokesman. Ban praised the efforts of Russia, the United States and UN-Arab League envoy Lakhdar Brahimi in pressing for the conference which has been delayed several times.

Divisions in the Syrian opposition, doubts about the government's commitment to the conference and deciding whether key countries such as Iran and Saudi Arabia should take part have all clouded efforts to bring the two sides together.

The conference will be a followup to a meeting held in Geneva in June 2012 when the United States, Russia, China, Britain and France - the permanent UN Security Council members -- and other key states agreed a call for a transitional government. "We will go to Geneva with a mission of hope. The Geneva conference is the vehicle for a peaceful transition that fulfills the legitimate aspirations of all the Syrian people for freedom and dignity, and which guarantees safety and protection to all communities in Syria," said Ban.

"Its goal is the full implementation of the Geneva communiquù of June 30, 2012, including the establishment, based on mutual consent, of a transitional governing body with full executive powers, including over military and security entities," he added. The Security Council has backed the declaration in a resolution, making it legally binding. Ban said he "will expect all regional and international partners to demonstrate their meaningful support for constructive negotiations. "All must show vision and leadership. All can begin working now to take steps to help the Geneva conference succeed, including toward the cessation of violence, humanitarian access, release of detainees and return of Syrian refugees and internally displaced to their homes,"said.

Russian FM Deputies to hold meetings with Syrian opposition on Nov 25-26 in Geneva Russian FM Deputies will hold meeting with representatives of various groups of Syrian opposition on Nov. 25-26 in Geneva. Mikhail Bogdanov and Gennady Gatilov, Vice Foreign Ministers of Russian Federation will hold meetings in Geneva on Monday and Tuesday with the representatives of various groups of the Syrian opposition, told the source in the Russian delegation to RIA Novosti.

"The Russian delegation will hold meetings in Geneva on November 25-26 with various units of the Syrian opposition,"- said the source to the agency. During these days trilateral meeting between Russia-US-UN will take place to prepare for an international conference on Syria, "Geneva-2." Earlier, the National Coalition of opposition and revolutionary forces said that they intend to meet with Bogdanov in order to discuss the delivery of humanitarian help.

Putin hopes Geneva-2 to be called as quickly as possible Russian President Vladimir Putin said he hoped that the Geneva-2 conference on the Syrian conflict settlement would be held as quickly as possible."Russia has taken the obligation to convince the Syrian authorities [on the necessity to hold the conference] and we have completed our share of work, now it is the turn of our partners, who should convince the opposition of the same," Putin said following talks with Turkish Prime Minister Recep Erdogan.

Vladimir Putin has said that in spite of disagreements on the situation in Syria between Russia and Turkey, the parties will continue trying to reach a compromise. “Our approaches may differ but it won’t hinder our joint efforts in seeking ways for solving the most serious international problems,” Putin stated following a Russia-Turkey meeting. He noted that in the course of the fourth session of the High-Level Russian-Turkish Cooperation Council in St Petersburg he and Turkish Prime Minister Recep Tayyip Erdogan discussed the situation in the Middle East in general and in Syria in particular. Syrian opposition to send single delegation to Geneva-2.

All Syrian opposition groups willing to attend the Geneva-2 international conference on Syria will be represented by a single delegation formed under the umbrella of National Coalition of Opposition and Revolutionary Forces, organization's Vice President Suheir al-Attasi. Asked about any preconditions, she said the regime must remove all obstacles to the flow of international humanitarian aid, including food and medicines, to Syrian areas controlled by government troops. She also accused the regime of trying to use Syria’s humanitarian crisis to force the opposition to attend the planned Geneva talks. Mrs. al-Attasi said this pressure is unacceptable.

IRAN: L'ACCORDO

Il 24 novembre a Ginevra è stato firmato un accordo decisivo sul programma nucleare iraniano. Il patto è stato firmato tra Teheran e il cosiddetto gruppo dei 5+1: Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Cina, Francia (i cinque membri permanenti del consiglio di sicurezza dell’Onu) e Germania. La firma dell’accordo con l’Iran, il quarto più grande produttore di petrolio al mondo, il 25 novembre ha fatto crollare il prezzo del greggio sui mercati asiatici. 

L’intesa arriva a tre mesi dall’insediamento del nuovo presidente iraniano Hassan Rohani, considerato più moderato rispetto ai suoi predecessori. Israele ha criticato il risultato del vertice di Ginevra. Il premier Benjamin Netanyahu l’ha definito un “errore storico” che fa solo il bene dell’Iran. La Bbc ha riassunto l’accordo in cinque punti: 
1. L’Iran dovrà interrompere l’arricchimento di uranio al di sopra del 5 per cento e “neutralizzare” le sue riserve di uranio arricchito oltre questa percentuale. 
2. Teheran dovrà autorizzare gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) a fare visite quotidiane agli impianti nucleari di Natanz e Fordo. 
3. Non ci sarà nessun ampliamento dell’impianto di Arak, che è sospettato di produrre plutonio. 
4. Se l’Iran rispetterà l’accordo per sei mesi, non saranno imposte nuove sanzioni legate al programma nucleare. 
5. L’Iran riceverà anche un alleggerimento delle sanzioni per circa 7 miliardi di dollari (circa 5,2 miliardi di euro) su settori industriali importanti come quello dei metalli preziosi.

“Oggi la diplomazia ha aperto una nuova strada per rendere più sicuro il mondo”, ha detto Barack Obama in una conferenza stampa il 24 novembre dopo l’annuncio dell’accordo. La sconfitta dei conservatori. 

“Qualcuno può finalmente esultare, mentre per altri è il momento dell’inquietudine. I conservatori iraniani sono chiaramente i primi a essere scontenti dell’accordo tra Teheran e le grandi potenze, raggiunto domenica prima dell’alba”, ha commentato il giornalista francese Bernard Guetta. Le Monde ha scritto: “L’Iran e le grandi potenze ieri siglato un primo accordo storico contenere il programma nucleare di Teheran. 

Dopo cinque giorni di intensi negoziati, le grandi potenze e l’Iran hanno annunciato un accordo in base al quale la repubblica islamica si impegna a limitare il suo programma nucleare in cambio di un alleggerimento delle sanzioni economiche”. 

Negativo il commento del Jerusalem Post: “A prima vista, l’accordo raggiunto dall’Iran e dalla comunità internazionale di Ginevra è solo un primo passo verso un accordo finale che, in teoria, può costringere l’Iran a tornare indietro dal baratro nucleare. Ma un’analisi più approfondita mostra che il patto, anche se è meglio della prima bozza emersa il mese scorso, corre dei rischi inutili e si poggia su fondamenta molto instabili”.

SERBIA: H.11 OF NOV25 INAUGURATION SOUTH STREAM


Thursday, November 21

SPETSNAZ: "SPECIAL RUSSIAN MILITARY UNITY".


During the Cold War, merely the name itself struck fear into the hearts and minds of many around the world. This vast organization, along with their KGB and Internal Ministry counterparts once numbered around one hundred thousand highly trained warriors, performed on a regular basis operations that their Western counterparts could only dream of in their wildest Hollywood derived fantasies. 

From Vietnam to Afghanistan, from the Middle East to Europe, from Africa to South America, this highly specialized and ruthless force shaped the history of the world for half a century. While Western intelligence heavily relied on electronic surveillance and paid informants to carry out their tasks, Russian special forces performed tasks hands-on.

I vividly remember an event in Lebanon during the mid-1980s when four Soviet citizens were kidnapped by the Palestinian Fatah forces, known at the time to have been funded by the CIA. One of the abducted men was subsequently murdered in captivity. 

The Soviet union responded. Using their vast network of regional informants and intelligence assets, KGB led Spetsnaz forces managed to swiftly abduct the abductors. What followed was quite typical of the KGB - ruthless, efficient and effective. They mutilated the hostage takers and sent their body parts, in boxes, to their families. Soon thereafter, the surviving three captives were released.


Needless to say, this swift and brutal action made a great impression upon me at the time. It is now also becoming increasingly apparent that Russia's current resurgence as a global superpower is in large part due to surviving KGB, GRU, Spetsnaz elements within Yeltsin's Western infested government that succeeded in retaking power in the Russian Federation. 

The resilient and warlike nature of Russians, their legendary military ingenuity and, most importantly, their control over a vast landmass containing vast amounts of natural wealth is what makes the Russian Federation poised to become a global superpower with no rival. 

Thus, I fully understand where Western fear towards Russia comes from. For the long-term security and prosperity of the West's financial/political elite, Russia had to be tamed. The West lost their chance, however, when Vladimir Putin took over control of the Russian government from Yeltsin. 

VLADIMIR PUTIN HA INCONTRATO BENJAMIN NETANYAHU

Le fonti ufficiali hanno definito la visita del Primo Ministro d’Israele, Benjamin Netanyahu a Mosca “una breve visita di lavoro”. Ed intanto le trattative di Vladimr Putin sono durate circa tre ore e si sono concluse verso mezzanotte. Dalla dichiarazione conclusiva di Netanyahu si evince che il PM israeliano conta sulla mediazione di Mosca nella soluzione della questione più attuale per Israele, ossia nella cessazione da parte dell’Iran delle ricerche sui test nucleari.

È ovvio che sui dirigenti israeliani abbiano avuto un’impressione positiva e indelebile riguardo i successi diplomatici conseguiti dalla Russia sul fronte convenzionale "siriano-americano". Difatti, fu per la sola iniziativa di Vladimir Putin che si decise la limitazione alla "sola distruzione delle armi chimiche siriane" come alternativa al già pronto intervento militare degli USA contro questo Paese. 

Netanyahu ha proposto a Putin di pensare ad analoghe iniziative cardinali nei confronti dell’Iran, dove dovrebbe essere congelato completamente l’arricchimento dell’uranio e smantellata la relativa infrastruttura.

Durante il suo discorso il PM israeliano ha fatto più volte un passo indietro dalla tribuna ed ha messo le mani sul petto in segno di una particolare sincerità e fiducia nei confronti di Putin e della Russia in generale. Del resto, Mosca difficilmente condivide tale approccio cardinale al problema iraniano. Le autorità russe hanno più volte dichiarato che l’Iran come Stato autonomo ha diritto di sviluppare il programma nucleare, ovviamente, che abbia carattere pacifico.

Nello stesso tempo Putin ha espresso la speranza che prossimamente saranno trovate soluzioni reciprocamente accettabili sull’Iran. Il giorno prima a Ginevra si sono riprese le trattative di Teheran con i sei paesi mediatori (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ossia la Russia, Cina, USA, Gran Bretagna e Francia più la Germania). I partecipanti alle trattative sono ottimisti e sperano di raggiungere un accordo.

Facendo il bilancio dei negoziati con Netanyahu,  Vladimir Putin ha posto l’accento sul carattere particolare dei rapporti tra Russia ed Israele e sulle loro ulteriori prospettive:"I rapporti tra i nostri paesi hanno carattere amichevole e reciprocamentre vantaggioso, viene mantenuto attivamente un dialogo politico. Abbiamo discusso in dettaglio con il PM israeliano le questioni chiave dell’interazione bilaterale, abbiamo tracciato piani per il futuro. 

L’anno scorso l’interscambio è ammontato a 3 miliardi di dollari. La cifra non è grande ma, malgrado le tendenze negative esistenti nell’economia mondiale, hanno una buona dinamica. Si allarga la cooperazione nel settore energetico e nell’agricoltura. I nostri programmi comuni prevedono lo studio da parte di specialisti nazionali di due apparati spaziali per la parte israeliana. Un altro indirizzo importante è la farmaceutica e la medicina.

A sua volta Benjamin Netanyahu ha ringraziato il presidente russo per la possibilità di un dialogo aperto e costruttivo: "sotto la Sua direzione i rapporti tra Russia ed Israele sono diventati univocamente più caldi, stretti ed anche più produttivi e sinceri. La nostra cooperazione cresce e si allarga, e possiamo elevarla ad un nuovo livello più alto. Tra i nostri popoli esiste, a mio parere, una vera simpatia.

Secondo l’opinione del PM israeliano, i rapporti tanti calorosi si basano in primo luogo sul fatto che in Israele vive un immenso numero di russi-ebrei, i quali non solo conoscono la cultura russa e parlano il russo, ma hanno anche conservato uno stretto legame con la loro Madre-Patria. E fanno questi ultimi la differenza.

Wednesday, November 20

BARACK N-OBAMA LA TESTA NEL FANGO

"La presidenza Obama non è finita, ma sta fallendo" scrive sul Financial Times Edward Luce - non proprio un fiancheggiatore del Tea Party - constatando la pericolosa tendenza di Obama a "reagire politicamente" a qualunque problema.

Di fronte a una crisi il presidente rammenda, mette delle toppe, rimanda, aggiusta il tiro e nel frattempo tiene sempre un occhio fisso sull'uscita di sicurezza. Il presidente ha fatto della reazione agli eventi un metodo, e ora questa prudentissima navigazione di cabotaggio, piena di deviazioni e attracchi imprevisti, sta presentando il conto.

Quello dell'Obamacare è un caso di scuola: Obama ha fatto una promessa che non poteva mantenere - gli americani che avevano un piano assicurativo prima della riforma avrebbero potuto mantenerlo - e quando il problema è diventato ineludibile ha proposto l'ennesima pezza per decreto, subito bocciata nei fatti da una mozione repubblicana alla Camera alla quale hanno aderito anche 39 democratici. Gli stessi compagni di partito del presidente hanno anche un testo analogo pronto al Senato, iniziativa che riflette l'addensarsi delle paure democratiche in vista delle elezioni di medio termine nel 2014.

Le fuoriuscite ideologiche a sinistra del mainstream democratico, da Bill de Blasio alla senatrice Elizabeth Warren, impegnati in una lotta antisistema, segnalano il disagio di una compagine liberal che chiedeva a Obama più decisione nel riscrivere le regole di Wall Street dopo la crisi finanziaria che ha coinciso con l'inizio della presidenza.

Nei prossimi mesi il dipartimento del Tesoro dovrà occuparsi di mettere nero su bianco la riforma per arginare lo strapotere dei banchieri, e i liberal, ormai abituati al metodo Obama, cercano strade alternative. I dialoghi nucleari con l'Iran, innervati dalla costante dell'indecisione americana - e dalle tensioni con gli alleati, primo fra tutti il premier d'Israele, Benjamin Netanyahu, sono l'ultimo indizio della debolezza dell'America di Obama sul proscenio internazionale.

Dal Congresso repubblicani e democratici dicono ormai chiaramente che della riforma dell'immigrazione, altro catalizzatore delle residue speranze obamiane, si parlerà probabilmente tra un anno. L'impegno per restringere l'accesso alle armi da fuoco, promesso da Obama sull'onda della strage di Newtown, si è infranto sugli scogli del Congresso.

Tutte le riforme su cui Obama vorrebbe costruire la propria legacy sono compromesse o severamente annacquate da un processo politico che il presidente preferisce assecondare piuttosto che guidare. Il columnist conservatore Ross Douthat parla di "staus quo bias", una tendenza strutturale del liberalismo contemporaneo a ostacolare, invece che ad agevolare, le riforme, specialmente quelle che si propongono di sconvolgere l'assetto del welfare state.

Il rovinoso trascinarsi dell'Obamacare è documentazione potente della tendenza verso lo status quo. "Se Obama fosse in un altro sistema - scrive il britannico Luce - dovrebbe difendersi da un attacco alla sua leadership o affrontare elezioni anticipate. Ma dato che la Costituzione americana esclude questa possibilità, Obama rischia di diventare un'anatra zoppa permanente".

Lo sfaccettato disastro dell'Obamacare - che affratella fallimenti tecnici, politici, ideologici e d'immagine - è soltanto l'ultimo sintomo della crisi di leadership di Barack Obama. Per una diagnosi puntuale dell'entità del male occorre allargare lo sguardo e abbracciare il contesto in cui l'ultimo pasticcio presidenziale è andato in scena.

Tuesday, November 19

N.S.A. UNDER "X-RAY" U.S. SURVEILLACE COURT CONTROL

The "Director of National Intelligence" yesterday night released what appeared to be the original Court document authorizing the National Security Agency to conduct sweeping collections of Americans’ communications records for counterterrorism purposes.

The order, signed by the then-chief judge of the Foreign Intelligence Surveillance Court, was among nearly 1,000 pages of documents being released by James R. Clapper Jr. in response to lawsuits and a directive by President Obama. 
The documents also describe the NSA’s failure to abide by court-imposed rules to protect Americans’ privacy, and show that the agency was more interested in collecting cell site location data than it had previously acknowledged.

Full coverage of the revelations and debate surrounding National Security Agency surveillance programs.

The opinion signed by Judge Colleen Kollar-Kotelly permitted the NSA to gather in bulk information about e-mail and other forms of Internet communication such as e-mail addresses, but not the content. Its true scope, however, was unclear. Three pages describing the categories of “metadata” that the NSA proposed to collect were redacted.

Although the date was blacked out, the opinion appeared to be the order that placed the NSA’s Internet metadata program under court supervision in July 2004, according to an NSA inspector general report leaked this year by former NSA contractor Edward Snowden.

Prior to that date, the NSA had been collecting the e-mail records without court or congressional approval as part of a secret terrorist surveillance program authorized by President George W. Bush in the wake of the September 2001 terrorist attacks.

The 87-page order lays out what was apparently the initial, albeit by-now familiar, argument for bulk collection under the Foreign Intelligence Surveillance Act and the court’s reasons for accepting it. 

Kollar-Kotelly found that a relatively low standard of “relevance” to collect the information was necessary “to permit, as is the case in criminal investigations, the use of this very valuable investigative tool at the critical early stages of foreign intelligence and international terrorism investigations.”

She acknowledged that the volume of data collected would be “enormous,” though the amount estimated by the NSA was redacted. And she said the NSA asserted that it needed such massive amounts of data to identify unknown people who may be in contact with terrorists’ whose e-mail addresses would be used to search the database. 

“Analysts know that terrorists’ e-mails are located somewhere in the billions of data bits; what they cannot know ahead of time is exactly where,” the judge wrote.

The judge said the NSA could use two methods to search the data. One is “contact-chaining,” or using computer algorithms to identify all e-mail accounts that have been in contact with the suspect’s e-mail account, as well as all accounts that have been in contact with an account in that first tier of results. The second method was redacted.

Monday, November 18

GAZPROM INIZIA I LAVORI DEL SOUTH STREAM IN SERBIA

Il Primo Ministro serbo Ivica Dacic e il capo di “Gazprom” Aleksej Miller hanno congiuntamente annunciato che la costruzione del “South Stream” sul territorio della repubblica comincerà il prossimo 24 novembre. 
Questa decisione delicatissima, è di fondamentale importanza. In precedenza, all'inizio di novembre, l'ambasciatore russo in Serbia Aleksander Cepurin aveva accusato la parte serba per il ritardo nell'approvazione della costruzione del “South Stream”, e aveva chiesto di porre fine alle discriminazioni contro le aziende russe, tra cui la “Gazprom”. 

L'attuale governo serbo e suoi consulenti sono fortemente influenzati dall'Occidente (USA-Europa Unita), che impediscono iniziative energetiche di Mosca, e l’aumento della propria influenza nei Balcani nel loro complesso.

La costruzione del tratto serbo inizierà alla fine della prossima settimana. Inoltre, si stanno progettando anche nuove diramazioni del gasdotto in Kosovo, Macedonia, e nella stessa Repubblica Serba. Il “South Stream”, porterà il gas russo direttamente in Europa. 

Dalla Serbia, il “South Stream” arriverà in Croazia e Ungheria, e da lì si dirigerà verso l'Austria e l'Italia. Le prime consegne dovrebbero iniziare entro la fine del prossimo anno. La capacità totale del gasdotto supererà i sessanta miliardi di metri cubi l'anno.

Naturalmente, questo gasdotto rende possibile non solo la presenza russa nel settore energetico, ma in quello economico nel suo complesso, nella politica di informazione, in varie iniziative umanitarie e sociali, e nel campo della diplomazia pubblica. Quindi, è una vasta gamma di fattori quella che implica un simile accordo energetico. Ma qualsiasi carta richiede una realizzazione, e non credo che gli oppositori alla presenza russa nella regione si calmeranno dopo la firma di questi accordi.

Poco tempo fa, da parte di alcuni dei media della Repubblica serba è partita una campagna di informazione contro “Gazprom” e il suo partner serbo per il “South Stream”. Ora è chiaro che i tentativi di complicare l'attuazione del progetto sono falliti, e gli argomenti pragmatici hanno prevalso su quelli politici. Questo non deve sorprendere, se si considerano le condizioni offerte dalla parte russa, continua Elena Ponomareva.

Si tratta di un'occasione davvero unica. La Russia è il principale fornitore di gas naturale e di altre risorse energetiche nei Balcani, e, grazie a certe tradizioni storiche, la vicinanza culturale rende più comode le negoziazioni con la Russia, rispetto che con le imprese occidentali. Non ci sono alternative alle condizioni offerte dalla Russia, e alla sua volontà di investire molto denaro nella costruzione del flusso meridionale.

Ad essere onesti, questa situazione non ispira una seria fiducia. Se il gasdotto attraversa il territorio nel nord del Kosovo, dove vivono i serbi, si tratterà di una situazione diversa. Se il gasdotto passerà invece attraverso tutto il territorio del Kosovo, questo potrebbe avere conseguenze potenzialmente disastrose per il progetto russo.

Nei rapporti riguardanti il gas con la Serbia c’è ancora una sfumatura. All’inizio dell’anno, il Paese ha conferito al “South Stream” lo status di progetto nazionale, che facilita la sua esclusione dall’applicazione del Terzo Pacchetto Energetico europeo. Inoltre, nella legge in questione viene usata una formula che può anche non soddisfare i burocrati di Bruxelles. D’altronde, se lo spirito di cooperazione per il gas con la Serbia continuerà, allora il “South Stream” potrà avere delle prospettive molto favorevoli.

E' già stato assegnato e acquistato gran parte del terreno su cui passerà il gasdotto. Sono pronte anche le compagnie che si occuperanno della costruzione. Inoltre, il desiderio stesso di iniziare la costruzione rappresenta proprio il passo che dimostra l'importanza nazionale del “South Stream”.

Sunday, November 17

NSA NEW SURVEILLANCE STAND UP IN 2014

In Britain, the editor of the Guardian pulverized entire hard drives of data leaked by Snowden to keep the government from seizing them. In the United States, The New York Times pointed out in a major NSA expose this month that it agreed to self-censorship of "some details that officials said could compromise intelligence operations." The spying revelations by former National Security Agency contractor Edward Snowden have made it a high-pressure, high-stakes time to be a top media executive.

And in Spain, the El Mundo newspaper said last week it would turn over Snowden documents to prosecutors inquiring whether the privacy rights of Spaniards had been violated. As revelations about the staggering scope of the NSA's surveillance have leaked out, newsroom leaders around the world have been weighing ethical decisions over how much they should reveal about intelligence-gathering capabilities. Their decisions are guided, in part, by media protection laws that vary widely from country to country.

"It's a new era. There are new questions coming up and there are no clear answers here," said Robert Picard, a specialist on media policy and director of research at the University of Oxford's Reuters Institute. "The media are trying to navigate it and it is not comfortable. You will get different opinions on the decision-making in different newsrooms and within the same newsroom."

The huge number of Snowden documents has generated a barrage of exclusive stories in the Guardian and The Washington Post, along with a stream of revelations about the NSA surveillance in countries such as France, Germany, Spain and Brazil. In some cases, publications that normally compete on stories have teamed up to get the news out.

Britain's Official Secrets Act guards against the dissemination of confidential material, and the government's response to the Snowden leaks has become stormier and stormier. When Britain's deputy national security adviser warned that agents would confiscate the Guardian's hard drives containing Snowden files, editor Alan Rusbridger made the deal to have them destroyed.

"I would rather destroy the copy than hand it back to them or allow the courts to freeze our reporting," he said in August. "I don't think we had Snowden's consent to hand the material back, and I didn't want to help the U.K. authorities know what he had given us."

The fact that other copies of the material existed in the United States and Brazil meant he could delete the data held in Britain without fear that the story would die with it, he added. As the pressure on the Guardian increased, the paper turned to The New York Times and ProPublica, a U.S.-based nonprofit journalism group. The decision to collaborate was partly technical, reporter James Ball told an audience in London. But it was also a nod to what he called "First Amendment issues," noting that being based in the United States gave those working on the story the protection of America's press freedom laws.

That has its limits as well. When a recent New York Times piece on the NSA appeared to disclose the first names of intelligence analysts, some British lawmakers began wondering whether the paper was playing fast and loose with the names of agents at GCHQ, the U.K government's electronic eavesdropping agency. They've since summoned Rusbridger, the Guardian's editor, to testify before a Parliamentary committee. Britain's Metropolitan Police have also confirmed that detectives are investigating the disclosures.

In France and Spain, the Snowden disclosures have so far revealed that the NSA captured metadata from millions of telephone calls, while in Germany they exposed U.S. monitoring of Chancellor Angela Merkel's cellphone.

While European media must be wary about publishing information about their intelligence agencies because of legal consequences, the possibility that citizens' privacy rights might have been violated is another major concern, said Jane Kirtley, director of the University of Minnesota's Silha Center for the Study of Media Ethics and Law.

"If you look at how privacy protection has developed in Europe, countries speak of privacy as a fundamental right, which is not a concept we see in England or the United States," she said. "The justification that the European media can give is that 'We are helping to protect this fundamental right to privacy by revealing the surveillance going on.'"

El Mundo's chief editor, Vicente Lozano Garcia, said his newspaper had no problem turning over Snowden documents to Spanish prosecutors because it had called for an investigation to determine whether the spying broke Spanish laws. He added the only information given to them had already been published and did not involve secrecy because the source — Snowden — was known.

After El Mundo and France's Le Monde published their stories on NSA spying, the NSA revealed that the monitoring in those countries was done in coordination with NATO allies. Le Monde's chief editor, Natalie Nougayrede, said the paper has not come under pressure from French authorities to turn over documents or to withhold information. Still, she said the paper was keeping the documents "in a safe place" that she would not describe.

"Even if there were demands and pressure, I would be absolutely adamant that we would just continue our work," Nougayrede said. The German government said Der Spiegel magazine, which has published material from Snowden, approached it around Oct. 16 with what it believed was the evidence showing the NSA had monitored Merkel's cellphone.

After examining the material, Germany announced Oct. 23 that Merkel had called President Barrack Obama to demand clarification. Der Spiegel then posted the material on its website and in its print version.

Although the story unleashed a firestorm in Germany and around the world, Der Spiegel's handling of the news has drawn little if any criticism, neither for tipping off the government nor for publishing an ally's secrets.

"The autonomy of the press is ensured in Germany," said Klaus-Dieter Altmeppen, a professor for communication studies at the Catholic University of Eichstaett. "Therefore, we don't have the kind of problems between the media and the government here that exist in other countries when it comes to the publication of the NSA files."

The biggest change for news organizations publishing Snowden documents is that it marks a huge step forward in their access to intelligence information. As they have done in the past, publications often query government officials before making a decision on what to release.

Barton Gellman, the Washington Post reporter who broke the story about NSA's PRISM data-gathering program, said at a conference last month that U.S. government officials had asked him not to publish the names of Yahoo Inc., Google Inc. and seven other Internet companies participating in the NSA program.

Gellman said he refused because that would have undermined the Post's principal mission of holding U.S. institutions accountable. Including the technology companies' names propelled them to argue for greater transparency about NSA's operations to show customers that they were taking privacy concerns seriously, he said.

Gellman said he had "long conversations" with U.S. government officials about the NSA documents and agreed there was information in them that raised legitimate U.S. security concerns. "We quickly agreed that that would not be in the story and it turns out the Guardian made substantially identical decisions without any mutual consultation," Gellman said.

The New York Times has not published as many articles based on Snowden's information as the Guardian. Jill Abramson, the executive editor of the Times, said that she'd been approached by a British diplomat in Washington and asked to relinquish the Snowden documents. She said she refused.

Saturday, November 16

2013-2017 THE AFGHANISTAN WAR & DRUG

BANKING AND DRUG TRAFFICKING ASSOCIATES COMPANY

UNODC Executive Director Yury Fedotov described the results as "sobering." In the foreword to the report, written in collaboration with the head of the branch of Afghanistan, he wrote that the persistent opium "virus" threatened to further destabilize the country after the withdrawal of ISAF international forces. In an interview with Reuters, Fedotov said that Afghanistan could soon become a "full-fledged narco-state" unless the international community gave the country appropriate support. "An integrated, comprehensive response to the drug problem is required".

The latest UN report says that the production of opium in Afghanistan has increased by almost 50 percent over the last year. According to the report, released Wednesday by the UN Office on Drugs and Crime (UNODC), the total square of ​​agricultural land that is used in Afghanistan for poppy cultivation, increased by 36 percent in 2012 compared to 2007. The total production of opiates reached 5,500 tons, which was almost 50 percent more than last year (3,700 tons).

The situation with the production of drugs in Afghanistan has reached a critical level. The States, having spent huge amounts to combat drug trafficking in Afghanistan, contributed to the opposite effect (many believe that Washington wanted exactly that). The Russian Federation suffered most from it.

Afghanistan has long become a leading producer of opium in the world (75 percent of global production last year, according to UNODC). The Taliban became the biggest beneficiary, senior Afghan government officials, corrupt commanders of the army and officers of law enforcement agencies are no less involved in the business.

Since the invasion of Afghanistan in 2001, the U.S. has spent nearly $7 billion to combat the production of opiates through the eradication of poppy fields, allocation of subsidies for alternative crops and incentive payments to the population of opium-free regions. However, the recent UNODC report shows that the opium trade has gone deeper in the real sector of the Afghan economy, becoming the leading sector of production.

Who will propose a specific plan and who will implement it? The Americans, in an anticipation of the withdrawal, wrap up all operations. What kind of operations were they? There were so-called "response teams" organized to burn poppy fields. But, according to UNODS, eradication efforts reduced this year by 24 percent, after attacks on those teams became more frequent: 143 deaths vs. 102 in 2012. The Afghan army refused to escort the teams. 

The USA preferred to raid villages in search of Taliban fighters rather than expose themselves to dangers in combat actions on the border with Pakistan - the stronghold of the Taliban and the main center of poppy cultivation. As for the promotion of alternative crops, it was complicated with incomparable prices (much higher on opium) and complete uncertainty of the future of Afghanistan. And this uncertainty has been growing.

The withdrawal of international forces, the core of which is U.S. soldiers (about 10,000 people), is scheduled for the end of 2014. An agreement is being developed between the U.S. and Afghanistan on how bilateral relations should be built after the withdrawal. Experts suggest that with the departure of Hamid Karzai, who has served his two presidential terms, another person will come, who will most likely become US-oriented in the next few years. 

Civil war scenarios are also possible. The deteriorating level of security will affect economy; GDP is to decline this year by ten percent, according to World Bank forecasts. U.S. analysts say that agricultural infrastructure was destroyed during the war against the Soviet Union. They also indicate an increase in the use of drugs in Afghanistan (the consumption of opiates between 2005 and 2009 doubled; the consumption of heroin has increased 140 percent). Supposedly, this is the reason why many farmers turned to growing poppy, Amar Toor wrote in The Verge.

However, according to the Russian Federal Service for Drug Control, under the Taliban (before 2001), the opium poppy production was minimal. It increased dramatically - nearly 40 times - with the deployment of American troops in the country. Today, "four million farmers are engaged in the cultivation of opium poppy. A third or a half of the population of Afghanistan is involved in the  production of drugs," Chairman of the State Anti-Drug Committee, the head of the Russian Federal Drug Control Service, Viktor Ivanov, said on November 11 at a press conference. According to Russian security services, there are about two thousand heroin laboratories in Afghanistan, and more than four million people are involved in the process.

Ivanov sees completely different reasons for such a sad state of affairs. "The drug industry is needed for many thousands of drug addicts. The international bank system needs it as well, because it is the bank system that eventually absorbs income from this industry," said Ivanov. According to him, more than $1 trillion was invested in transnational crime of selling heroin. "Those wars that take place in Afghanistan are the wars between drug cartels. The international community needs to fully accept responsibility for the situation in Afghanistan".

On October 28, a two-day meeting of the heads of anti-drug agencies of Central Asian anti-drug quartet finished in Islamabad. The group includes Afghanistan, Pakistan, Russia and Tajikistan. The meeting considered the implementation of the "road map" (2012 - 2017) of the four states in the field of anti-drug cooperation. The group of four is to have another member - Iran, that shares more than two thousand kilometers of land border with Afghanistan and Pakistan. According to the UN, Iran takes the lead in the struggle against drugs.

"The crowning effort in Afghanistan is to curb drug trafficking by motivating specific countries, unions and companies," military expert Boris Podoprigora, former deputy commander of the joint group from the North Caucasus. In his opinion, it goes about Russia, the countries of the SCO and the CSTO. "We need to work with the north of Afghanistan, where Uzbeks and Tajiks live. We should boost their economy and give those people alternative employment. This is the only way to protect Russia from heroin and opium drug trafficking."
2013-2017 Europol Drug by MEDOSEV