Saturday, December 20

ITALIA MASOCHISTA E DISUNITA.

La giustizia indiana mortifica di nuovo i nostri Marò e la “forte contrarietà” espressa dal presidente Napolitano suona come un eufemismo. I nostri soldati avevano chiesto un’attenuazione delle condizioni di libertà vigilata: Massimiliano Latorre anelava a prolungare in Italia fino al 13 gennaio la convalescenza per l’ictus che lo ha colpito (deve anche operarsi), Salvatore Girone sperava di rientrare per tre mesi in occasione delle feste (era già accaduto l’anno scorso). La Corte suprema indiana si è rifiutata di esaminare le loro richieste. 

Scontata, almeno quanto sacrosanta, la reazione irritata, cui inevitabilmente si aggiungeranno le attestazioni pelosette d’indignata solidarietà da parte dell’inerte ceto politico italiano, e delle variopinte destre (peraltro inermi) in particolare. Resta da considerare, adesso, se esista qualcosa di più che non l’astratto vociare dello scontento.

E’ forse giunto il momento d’immergersi nel realismo e arretrare la posizione per trovare un compromesso con Nuova Delhi. Lo ha già fatto il nostro collaboratore e parlamentare del Pd Luigi Manconi, l’8 dicembre scorso, sulla base di un suggerimento proveniente dall’Unione degli induisti italiani. Si tratta di rubricare “come omicidio colposo” i fatti risalenti al 15 febbraio 2012 e imputati ai due militari. 

Risultato, come suggerisce Manconi: “Nell’ordinamento penale indiano come in quello italiano, quell’omicidio colposo consentirebbe loro di avere la libertà. Ciò in virtù della scadenza dei termini della misura di custodia cautelare, prevista per quella fattispecie penale”. Non sarebbe poi così umiliante abbandonare la difesa ideale dell’innocenza completa, per riconoscere invece una mezza colpevolezza e ottenere la soluzione concreta.

La rogna dei “due Marò” non è più una vicenda che riguardi Roberta Pinotti, ministro della Difesa. Non è neanche una questione che possa risolvere Paolo Gentiloni, responsabile della Farnesina. Il caso – nella sua gravità, nel suo garbuglio, nel pasticcio che n’è derivato – s’impone ormai come controprova. Ed è quella che – assodata l’assenza di sovranità della Repubblica italiana – certifichi l’esistenza di una qualunque Europa. Il caso di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone – due militari che vestono l’uniforme dell’Esercito italiano, accusati di omicidio – è de facto un “caso europeo”. 

Gli indiani – che, tra le divinità del loro pantheon, venerano un Dio votato alla guerra – non hanno neppure idea di cosa sia l’Italia. Magari hanno ben chiara l’aura magica di Roma e comunque è certo che considerino l’Italia al pari di una pittoresca località dove è sempre una lotteria indovinare gli interlocutori. Stante così le cose, dunque, in punto di realtà, solo se diventa un caso europeo può risultare pesante e risolvibile la rogna dei “due Marò”. Sempre che l’Europa esista davvero. Certo, l’Alto rappresentante dell’Unione europea è Federica Mogherini e qui fa d’uopo la citazione di Totò: “Ho detto tutto”.

MILANO 20/10/1944 - PESHAWAR 16/12/2014

Il 20 ottobre del 1944, a Milano, nel quartiere Gorla, alle 11 e 29 del mattino vennero spente le vite di 184 bambini e dei loro insegnanti. Gli americani, seguendo l’istinto sfinito delle ultime pallottole – a bordo delle loro fortezze volanti, confidando nella vittoria ormai prossima – bombardarono pur sapendo di colpire un edificio scolastico, l’istituto “Francesco Crispi

E’ una storia dimenticata ma ci pensa l’attualità a mettere in scena l’orrore, ad accendere il ricordo vivo dell’abiezione come ieri in Pakistan, ancora in una scuola, dove i talebani – parenti stretti dei ribelli, i fondamentalisti musulmani che esportano la democrazia in Siria – hanno fatto strage di 141 bambini, figli di militari di stanza a Peshawar. Non si smette mai, con le testimonianze della storia, di fronte a queste notizie, di interrogare l’Inviolato. 

E tutto ciò che abbiamo dimenticato, Gorla – accaduto in nome della libertà – sommandosi a ciò che fino a ieri abbiamo dovuto vedere, Pakistan – accaduto in nome di Dio – rabbuia di timore il mistero di una vita dove non esiste luogo che non sia macchiato dal sangue degli innocenti. 

Esiste Satana ed esiste l’uomo. E uomo fu colui che distrusse alle radici la Famiglia di Muhammad, usurpandone i beni, calpestandone le salme, issando come trofei le loro teste, usando i corpi dei più piccoli come malta per impastare materiale ed edificare muri. Esiste dunque l’uomo, e dal nostro stesso sangue nasce il flagello che ci opprime, ma esiste Dio. E nessuno Lo precede nell’azione.

Quei cento e più ragazzi e bambini di Peshawar massacrati dal fanatismo talebano sono già stati dimenticati. Non se ne parla già più, quasi ad accontentare un diffuso desiderio di guardare altrove, di rimuovere la tragedia allontanandola dal nostro Natale e anche dalla nostra agenda politica, che si nutre di cose più piccole e qualche volta di cose piccine.

Eppure quei bambini, quella strage, quel fanatismo non fanno parte solo di una tragedia umana che non andrebbe archiviata così frettolosamente. Pongono un serissimo problema politico. Ci avvisano dei pericoli a cui la nostra convivenza, la nostra stessa civiltà, si trovano esposte. E dovrebbero indurci a uno sguardo più lungo, più profondo, a una lettura meno meschina dei nostri dilemmi civili e politici.

UKRAINE: A VERY DANGEROUS WINTER

Winter in Ukraine is injecting further uncertainty into an already volatile conflict. Concerns are increasing about the strong risk of a humanitarian crisis in the south-eastern separatist-held areas of Donetsk and Luhansk. The separatists have a rudimentary administrative structure, few competent administrators, ill-trained militias and little in the way of a long-term strategy. They will be hard pressed to survive the winter without major Russian aid – financial, humanitarian or military. 

Ukraine, meanwhile, is dragging its feet on implementing reforms to address its manifold economic problems. Both Kyiv and the separatists are under pressure from their war lobbies. The near-term risk of further hostilities is high. There is an urgent need to halt the conflict, separate the troops, deploy substantially larger numbers of international monitors across the warzone and the Russian-Ukrainian border, as well as take immediate steps to assist civilians on both sides.

The separatists are clearly aware of their vulnerability, both in terms of security – their militias are a bewildering array of uncoordinated and poorly led military units – and in political terms – their inability to provide basic services for the population could seriously undermine their support base. They also admit an ambiguous relationship with Russia. 

They say that Moscow will intervene to avert major military or humanitarian catastrophes, but has no plans to recognise the separatist entities or provide major development or reconstruction aid. And they say that while Russia is playing a long game for the control of Ukraine, they are trying to stay alive for the next six months.

Renewed hostilities could take a number of forms. A Ukrainian offensive would almost certainly trigger a Russian military response, as Russian forces showed when in August 2014 they inflicted a devastating defeat on Ukrainian troops in Ilovaisk, near Donetsk city, stopping their hitherto successful offensive. The geographical status quo has prevailed since then. 

A ceasefire brokered in September has been largely ignored. A powerful group within the separatist leadership feels that they will not survive without more land, and clearly wants to resume offensive operations, in the belief that this would also bring in the Russians. Separatists are hoping for another “Russian Spring” – their term for Moscow-encouraged and fomented seizures of power in other south-eastern oblasts. 

And, should weather conditions impede resupply of Crimea by sea this winter, Moscow may intervene to open up a land route from the Russian border through Ukrainian territory. Either move would undoubtedly be viewed by the EU, U.S. and other supporters of Ukraine as a major escalation and lead to further sanctions.

EU and U.S. sanctions may well have deterred a further Russian advance along the Black Sea coast after Ilovaisk, and seem at the moment to be deterring any substantial separatist advance beyond the current frontline. They have also added to the pain of Russia’s economic downturn. The EU’s tough line on sanctions surprised Moscow, which assumed that consensus in Brussels would quickly disintegrate. 

But there is little sign that either the U.S. or the EU have thought about ways to de-escalate when the need finally arises. Russia is following a similar improvisatory path. It underestimated the implications of annexing Crimea or intervening in eastern Ukraine. It protects the entities from Ukrainian attack, but seems reluctant to do much more than that.

Improvisation needs to be replaced by communication between all sides. This would help defuse tensions, perhaps prepare the ground for consultations between the main warring parties, and allow all sides to concentrate on humanitarian assistance in the coming winter. Russia could confirm that it has no plans to recognise the separatists. 

It could reject the idea, often floated in Kyiv, of a major Russian offensive in the spring. Kyiv could similarly promise to refrain from offensive military operations during this period. It could spell out publicly and clearly to the people of the east what political solution it has in mind for their areas after the war, and offer a clear assurance that it will, with Western assistance, help rebuild the east. 

Such an approach by all sides would not only help Ukraine weather a dangerous winter, but also allow it to emerge in the spring with hope for the future.

This report concentrates largely on one of the lesser known aspects of the crisis – the thinking and capacity of the separatist leadership, their relationship with Moscow and their views of the future. It does not present an overall analysis of the U.S., European Union and member states’ policies on the crisis.

To stabilise the security situation in the east and start building confidence on all sides To the Ukrainian government and separatist leaders:

1.  Open channels of communications on humanitarian, economic and social issues to reinforce efforts to achieve a political solution. 

To Russia:

2.  Declare that Ukrainian predictions of a Russian or separatist offensive in coming months are baseless; spell out the exact nature of its political relationship to the separatist areas of the east, in particular that Moscow has no plans to recognise their independence.

3.  Propose negotiations with Kyiv to resupply Crimea by land during the winter, using the 2003 agreement with Russia and Lithuania as a precedent; and offer wholehearted support for a significant increase in the number of monitors on the ground in the south east.

To Ukraine:

4.  Announce that it will refrain from offensive military actions in the south east during winter.

5.  Agree to facilitate the delivery of emergency humanitarian assistance, if needed, to the separatist-held areas.

6.  Consult with the international community on ways to lessen the impact for non-combatants in Donetsk and Luhansk of presidential decree 875/2014, which declares illegal any bodies established by the separatists on the basis of their 2 November elections, and removes all Ukrainian government institutions from separatist areas.

7.  Reach out to the east, particularly Ukrainian citizens in separatist-controlled areas, and stress its abiding concern about their well-being; and address accusations that Ukrainian troops have shelled urban areas in Donetsk and elsewhere, and announce an open and transparent inquiry into such claims.

To Russia, the EU, U.S., Organisation for Security and Cooperation in Europe (OSCE) and other international actors involved in the peace process:

8.  Move urgently to demilitarise the conflict by substantially increasing monitors on the ground, both to separate the forces and closely observe the Ukrainian-Russian border; and declare the Donetsk airport neutral territory under international supervision.

9.  Draw up contingency plans for major emergency relief operations in Donetsk and Luhansk if the situation continues to deteriorate.

10.  Urge separatist and Ukrainian leaders back to the negotiating table.

11.  Continue to urge the Poroshenko administration to reach out to the population of the separatist-controlled areas.
To the EU, U.S. and other parties engaged in the peace process:

12.  Review sanctions policy to create incentives for Russia to de-escalate, and move away from a sanctions policy that is open-ended and does not identify trigger events specific enough to allow for their gradual removal.

13.  Declare a willingness to make significant financial support available for the speedy restoration of Donetsk and Luhansk once a solution to the conflict has been found.

“Both Kyiv and the separatists are under pressure from their war lobbies, and the near-term risk of further hostilities is high’s mandate”, says Isabelle Arradon, Deputy Chief Policy Officer and Director of Research. “The separatists’ improvised and rudimentary administrative structures are totally unequipped to handle any major humanitarian crisis should one happen”.

“There is an urgent need to halt the conflict, separate the troops, deploy substantially larger numbers of international monitors across the warzone and the Russian-Ukrainian border, as well as take immediate steps to assist civilians on both sides”, says Paul Quinn Judge, Europe and Central Asia Program Director. “The winter should be used to achieve the first steps toward a political settlement”.

FOR U.S.A. KIEV DRESSED WHITE, PUTIN WEARS BLACK

By Robert Parry

When America’s opinion-making herd gets running, it’s hard for anyone to get in the way regardless of how erroneous or unfair the reason for the stampede. It’s much easier – and career-wise safer – to join the pack, which is what New York Times columnist Paul Krugman has done regarding Russia, Ukraine and Vladimir Putin.

In the latest example of the New York Times’ endless Putin-bashing, Krugman begins his Friday column with what you might call a “negative endorsement” of the Russian president by claiming that ex-New York Mayor Rudy Giuliani has “an embarrassing crush on the swaggering statesman.”

But Krugman misleads his readers. Giuliani wasn’t really praising Putin when he said “that is what you call a leader” in commenting on Putin’s decisiveness. Some liberal defenders of President Barack Obama simply cherry-picked the quote to counter Giuliani’s attempt to disparage Obama by comparing Obama’s chronic indecisiveness to Putin’s forcefulness.

In the fuller context, Giuliani was not expressing a fondness for Putin at all. Indeed, he disparaged the Russian leader as “a bully” and urged a tough-guy response to Putin over Ukraine. “Instead of him pushing us around, we push him around,” Giuliani said in the Fox News interview. “That’s the only thing a bully understands.”

So, why did Krugman begin his Putin-bashing column by misrepresenting what Giuliani was saying? It may have been a form of “negative endorsement.” Since many American liberals hate Giuliani, Giuliani’s praise is supposed to translate into liberal hatred for Putin.

But “negative endorsements” are inherently unfair. Just because Josef Stalin might have liked Franklin Roosevelt and because we may hate Stalin, that doesn’t mean we should hate Roosevelt, too. The use of “negative endorsement” is akin to guilt by association. And, in this case, Krugman was playing fast and loose with the facts as well

Krugman also opts for some of the most hyperbolic language that has been used in the U.S. mainstream media to distort events in Ukraine. For instance, Krugman claims that “Mr. Putin invaded Ukraine without debate or deliberation.” But that really isn’t true either.

The Ukraine crisis is far more complicated and nuanced than that, as Krugman must know. If he doesn’t, he should consult with fellow Princeton professor Stephen F. Cohen, who has bravely challenged the prevailing “group think” on both Ukraine and Russia.

Cohen, one of America’s premier Russia experts, has even warned that “American media coverage of Vladimir Putin … has so demonized him that the result may be to endanger U.S. national security. …

“[M]ainstream press reporting, editorials and op-ed articles have increasingly portrayed Putin as a czar-like ‘autocrat,’ or alternatively a ‘KGB thug,’ who imposed a ‘rollback of democratic reforms’ under way in Russia when he succeeded Boris Yeltsin as president in 2000. He installed instead a ‘venal regime’ that has permitted ‘corruptionism,’ encouraged the assassination of a ‘growing number’ of journalists and carried out the ‘killing of political opponents.’ Not infrequently, Putin is compared to Saddam Hussein and even Stalin.”

Yet, Cohen said, “there is no evidence that any of these allegations against him are true, or at least entirely true. Most seem to have originated with Putin’s personal enemies, particularly Yeltsin-era oligarchs who found themselves in foreign exile as a result of his policies – or, in the case of Mikhail Khodorkovsky, in prison. Nonetheless, U.S. media, with little investigation of their own, have woven the allegations into a near-consensus narrative of ‘Putin’s Russia.’” [For details from Cohen’s article, click here.]

‘Shock Therapy’

Indeed, much of what Krugman finds so offensive about Putin’s Russia actually stemmed from the Yeltsin era following the collapse of the Soviet Union in 1991 when the so-called Harvard Boys flew to Moscow to apply free-market “shock therapy” which translated into a small number of well-connected thieves plundering Russia’s industry and resources, making themselves billionaires while leaving average Russians near starvation.

When Putin succeeded Boris Yeltsin in 2000, Putin challenged some of the oligarchs and pushed others out of the political arena, while also moderating some of the extreme policies and thus making life somewhat better for the average Russian, thus explaining Putin’s broad popularity. Putin could be fairly criticized for not going further, but economist Krugman must surely know this history regarding how the Russian “kleptocracy” got started.

Yet, Krugman slides into the now common demonization of Putin. “Mr. Putin never had the resources to back his swagger,” Krugman smugly writes.

“It’s quite a comedown for Mr. Putin. And his swaggering strongman act helped set the stage for the disaster. A more open, accountable regime — one that wouldn’t have impressed Mr. Giuliani so much — would have been less corrupt, would probably have run up less debt, and would have been better placed to ride out falling oil prices. Macho posturing, it turns out, makes for bad economies.”

In other words, Krugman buys into the “group think” that blames Putin’s “macho posturing” over Ukraine for the current financial crisis in Russia, which has resulted from falling oil prices as well as the U.S.-led sanctions punishing Russia for its alleged “aggression” in Ukraine.

That puts Krugman in the same camp as the neocons who have pushed the bogus narrative that the megalomaniacal Putin is trying to reconstitute the Russian Empire. The actual facts, however, disprove that narrative. [See Consortiumnews.com’s “The Crazy US ‘Group Think’ on Russia.”]

Putin himself has a much better understanding of recent Russian history – and what Official Washington’s goals are regarding him and Russia – as he explained in an end-of-year news conference on Thursday.

Asked if the economic pain was the price for accepting Crimea back into Russia, Putin responded: “No. This is not the price we have to pay for Crimea. … This is actually the price we have to pay for our natural aspiration to preserve ourselves as a nation, as a civilization, as a state. …

“I gave an example of our most recognizable symbol. It is a bear protecting his taiga. … [M]aybe it would be best if our bear just sat still. Maybe he should stop chasing pigs and boars around the taiga but start picking berries and eating honey. Maybe then he will be left alone.

“But no, he won’t be! Because someone will always try to chain him up. As soon as he’s chained they will tear out his teeth and claws. In this analogy, I am referring to the power of nuclear deterrence. As soon as – God forbid – it happens and they no longer need the bear, the taiga will be taken over. … And then, when all the teeth and claws are torn out, the bear will be of no use at all. Perhaps they’ll stuff it and that’s all.

“So, it is not about Crimea but about us protecting our independence, our sovereignty and our right to exist. That is what we should all realize.”

The Neo-Nazi Reality

There is another unpleasant reality about Ukraine that Krugman ignores — its neo-Nazi element — apparently not wanting to be out of step with his New York Times colleagues who have studiously looked the other way. Again, Krugman could learn something from his fellow Princeton professor Cohen, who has recounted the grim facts about neo-Nazism in Ukraine, facts that would put Putin’s supposed “invasion” in defense of Ukraine’s ethnic Russians in a different light.

In an article for The Nation magazine, Cohen wrote: “Independent Western scholars have documented the fascist origins, contemporary ideology and declarative symbols of Svoboda and its fellow-traveling Right Sector. Both movements glorify Ukraine’s murderous Nazi collaborators in World War II as inspirational ancestors. Both, to quote Svoboda’s leader Oleh Tyahnybok, call for an ethnically pure nation purged of the ‘Moscow-Jewish mafia’ and ‘other scum,’ including homosexuals, feminists and political leftists.

“And both hailed the Odessa massacre [on May 2 when ethnic Russian protesters were trapped in the Trade Union building and burned alive]. According to the website of Right Sector leader Dmytro Yarosh, it was ‘another bright day in our national history.’ A Svoboda parliamentary deputy added, ‘Bravo, Odessa…. Let the Devils burn in hell.’

“If more evidence is needed, in December 2012, the European Parliament decried Svoboda’s ‘racist, anti-Semitic and xenophobic views [that] go against the EU’s fundamental values and principles.’ In 2013, the World Jewish Congress denounced Svoboda as ‘neo-Nazi.’ Still worse, observers agree that Right Sector is even more extremist. …

“In December 2012, a Svoboda parliamentary leader anathematized the Ukrainian-born American actress Mila Kunis as ‘a dirty kike.’ Since 2013, pro-Kiev mobs and militias have routinely denigrated ethnic Russians as insects (‘Colorado beetles,’ whose colors resemble a sacred Russia ornament). More recently, the US-picked prime minister, Arseniy Yatsenyuk, referred to resisters in the Southeast as ‘subhumans.’ His defense minister proposed putting them in ‘filtration camps,’ pending deportation, and raising fears of ethnic cleansing.

“Yulia Tymoshenko — a former prime minister, titular head of Yatsenyuk’s party and runner-up in the May presidential election — was overheard wishing she could ‘exterminate them all [Ukrainian Russians] with atomic weapons.’ ‘Sterilization’ is among the less apocalyptic official musings on the pursuit of a purified Ukraine.”

By leaving out this troubling context, it’s much easier to mislead Americans about what is actually happening in Ukraine. Instead of understanding Russia’s interest in protecting ethnic Russians in eastern Ukraine from these brutal neo-Nazis, the crisis can simply be presented as Putin’s “aggression” or – as Krugman says – how “Mr. Putin invaded Ukraine.” 

More fitting Krugman’s expertise about the dangers of free-market extremism, he might do better looking at the consequences of those strategies on both Russia and Ukraine, where corrupt oligarchs also took power and have now moved to the center of Ukraine’s U.S.-backed regime.

And, if Krugman wants some current example of cronyism, he might look at the curious case of Natalie Jaresko, a former U.S. diplomat who parlayed $150 million in U.S. AID funds designed to help Ukraine develop an investment-based economy into a personal fortune and now into the post of Ukraine’s new Finance Minister.

According to corporate records, the U.S. government-funded investment project for Ukraine involved substantial insider dealings by Jaresko, including $1 million-plus fees to a management company that she also controlled. Meanwhile, the $150 million stake provided by the U.S. taxpayers appears to have dwindled to less than $100 million. [See Consortiumnews.com’s “Ukraine’s Made-in-the-USA Finance Minister.”]

But critical reporting about the U.S.-backed Ukrainian regime would violate Official Washington’s narrative that prefers the Kiev authorities to be dressed in white hats while Vladimir Putin wears the black hat.

Friday, December 19

U.S.A. VS RUSSIA: GUERRA ANTI-CONVENZIONALE

Secondo gli osservatori russi, persino le menti più pigre capiscono ormai che la Russia non cambierà la sua politica estera tanto invisa alle capitali nordamericane ed europee. Fare la guerra convenzionale appare impossibile, e all’occidente non resta che la UW (unconventional warfare), come la definisce il Pentagono, vale a dire la guerra non convenzionale. 

Ne fanno parte certe misure economiche, che costituiscono una delle premesse principali per rovesciare Vladimir Putin. Le sanzioni indubbiamente recano danno alla Russia. Danneggiano anche chi le ha introdotte. Ai russi sembra stravagante il modo di agire dei politici occidentali: alcune loro dichiarazioni assomigliano a un giuramento per privare i loro cittadini di posti di lavoro fino a che gli Stati Uniti e l’Europa non avranno rovinato l’economia russa. L’occidente ce la farà? 

In Russia almeno per il momento pochi ci credono. Anzi, si parla continuamente della svolta economica richiesta da anni, mai fatta e finalmente resa inevitabile grazie a Dio e alle sanzioni occidentali. Economisti e analisti non si stancano di ripetere il vecchio proverbio russo: “Il mugik non fa il segno della croce finché non tuona”. 

Il tuono delle sanzioni è assordante, ma gli uni dicono “ben vengano!”, gli altri – sono in maggioranza – preferirebbero farne a meno, e tutti in coro gridano “sveglia!”. Anche perché c’è da affrontare un pericolo più grave delle sanzioni, vale a dire le insidie della perdita del valore della valuta nazionale – il rublo – nei confronti del dollaro e dell’euro.

Circa la metà del budget russo proviene dalla vendita di idrocarburi, e il prezzo del petrolio è in discesa rapida. Non è che gli introiti dello stato siano particolarmente minacciati. Il ricavato della massiccia esportazione di petrolio, venduto in caro-dollari, riempie il budget nazionale che si forma in rubli. 

Per giunta il debito pubblico russo è minimo, le riserve monetarie ammontano a 416 miliardi di dollari, e anche le imprese statali e private, attesta il presidente dell’Unione degli imprenditori Aleksandr Shokhin, hanno mezzi per coprire i loro debiti esteri. 

Più che altro l’imprenditoria russa appare preoccupata per l’estrema insicurezza del cambio rublo-dollaro, rublo-euro. Il rublo, evidentemente sottovalutato, ha raggiunto il fondo e comincerà a risalire o si deve aspettare un tonfo di turno? In assenza di stabilità monetaria, l’attività imprenditoriale s’indebolisce e ristagna. 

Il PIL nel 2014 si aggira intorno al +0,5 per cento. Per la prima volta dal 2000 la crescita media dell’Eurozona, pur debole (0,8 per cento), lascia la Russia dietro le spalle. Peggio ancora: la svalutazione genera un effetto particolarmente negativo sfociando nell’inflazione e allarmando gli strati meno abbienti. 

Secondo le previsioni del ministero dell’Economia, l’inflazione alla fine del 2014 raggiungerà il 9 per cento e proseguirà a crescere nella prima metà dell’anno a venire. L’opposizione filo occidentale dichiara ad alta voce che si assiste all’inizio della fine dell’epoca putiniana. Il rating di Putin alle stelle? Boris Nadezhdin, uno dei leader dei liberali, ricorda nel corso di un talk-show politico quanto spesso i cambiamenti più radicali avvengano in Russia quando meno erano attesi. 

I sostenitori di Putin ribattono che la recessione non ha portato a una tensione sociale, e il governo intende aumentare regolarmente le pensioni, gli stipendi e i salari, come ha fatto finora.

Nel frattempo si assiste a un fenomeno destinato, secondo non pochi analisti, a giocare un ruolo di primo piano. Si tratta della rinascita del senso dello stato, che è da sempre una caratteristica del popolo russo affievolita ai tempi dello sfascio dell’URSS e del caos "eltsiniano", ma mai scomparsa del tutto. La grande maggioranza dei russi è convinta che la politica attuale nei confronti dell’Ucraina sia giusta. 

I contro argomenti sono ben noti in Russia: a parte i liberali di Mosca, li espongono rappresentanti occidentali nei canali tv russi più importanti. Ma quando il direttore dell’Ufficio della Nato a Mosca, Robert Pszczel, ospite frequente del primo canale "TV Rossia" Uno, fa appello ai telespettatori perché prendano in considerazione l’isolamento del loro paese, pochi gli credono: l’occidente non è tutto il mondo, e anche nei paesi occidentali è evidente una forte presenza di chi considera sbagliata la politica di Washington e Bruxelles nei confronti di Mosca. 

Ai russi l’argomentazione occidentale pare poco persuasiva, anzi cinica. Il più grave fatto molto discusso nei dibattiti di Mosca: il quasi completo silenzio del mainstream occidentale sullo sterminio con colpi di artiglieria di Kiev di 4.634 civili nel Donbass. A cui vanno aggiunti più di 10 mila feriti per non parlare di centinaia di migliaia di profughi trasferitisi per lo più in Russia. 

E’ assai eloquente che i moscoviti fossero per anni i meno putiniani del paese, ma dopo il recente scontro attorno all’Ucraina Putin raccoglie nella capitale più consenso che altrove. Gli abitanti di Mosca hanno un maggiore contatto con l’occidente e lo conoscono forse meglio degli altri. Bisogna constatare che gli Stati Uniti, la Nato e l’UE hanno in Russia quasi perso l’autorevolezza. 

Ciò non toglie le difficoltà economiche attuali e poca chiarezza sulle vie di uscita. In linea di massima tutti riconoscono l’inevitabilità di puntare sul mercato interno, incoraggiare piccole e medie industrie e, senza arrivare allo strappo con i paesi occidentali, accentuare la direzione asiatica. 

La Russia, dicono gli ottimisti, dispone del 20 per cento delle risorse naturali del mondo, di intellighenzia tecnica ben preparata e operai qualificati. Dovrà cavarsela. Il problema tuttavia è serio: l’apparato di stato sarà in grado di garantire la realizzazione della nuova politica economica? E come renderlo più adatto al difficile compito di favorire o almeno non ostacolare l’imprenditoria russa?

STRATEGIE PETROLIFERE

di Roberto Menotti

Con la “rivoluzione energetica” in corso – termine forse ottimistico, dalla prospettiva americana – si intravede comunque il nucleo di una vera grand strategy per gli ultimi due anni della presidenza Obama. In estrema sintesi, la disponibilità sui mercati di nuova produzione statunitense consente di calmierare i prezzi di gas e petrolio ed esercitare una forte pressione sugli altri maggiori produttori. E ciò si traduce in uno strumento di notevole influenza politico-strategica.

Si tratta solo in parte di una scelta politica deliberata, almeno in origine: in effetti, una serie di fattori ha reso possibile sfruttare a costi vantaggiosi tecnologie già note, in particolare nel settore dello shale gas. E Washington ne sta approfittando anche sul piano della politica estera - oltre che su quello economico come “sovvenzione gratis” alla competitività americana e in parte ai consumi. 

Quali che siano le cause del fenomeno, la Casa Bianca è ora in grado di ridurre in misura massiccia il bilancio statale di Paesi come Russia, Iran, Venezuela, riducendo intanto il peso negoziale dei Paesi del Golfo, a cominciare dall’Arabia Saudita. Questo dato è importante per gli equilibri globali almeno quanto il rating delle agenzie per le economie dell’euro. 

La tabella sulla sostenibilità dei bilanci in rapporto al prezzo del barile è una sorta di indice anche del peso geopolitico.In modo simultaneo e quasi simmetrico, la spinta verso il basso sui prezzi avvantaggia molti degli alleati e partner dell’America, in Europa ma anche in Medio Oriente (si pensi all’Egitto), fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche.

È vero che il forte calo dei prezzi causa anche alcuni problemi per i produttori americani (dati i minori profitti), ma per ora lo stesso settore dello shale gas, grazie anche alla crescente efficienza degli impianti, sembra reggere anche con il petrolio a circa $60 al barile. 

È altrettanto vero che l’Arabia Saudita rimane ad oggi lo swing producer decisivo; e Riyadh ha per ora scelto di non contrastare frontalmente gli Stati Uniti ma piuttosto di sostenere i costi del petrolio a (relativamente) buon mercato pur di frenare lo sviluppo delle fonti alternative. I sauditi sembrano, insomma, ancora in grado di gestire con la solita cautela i propri interessi in modo compatibile con quelli del maggiore alleato (e protettore). 

Pur in questo quadro non stabile e non totalmente favorevole agli interessi americani, si può fare una prima considerazione: quella che potremmo meglio definire come l’embrione di una rivoluzione energetica viene comunque utilizzata da Washington come vero “smart power”.

Il concetto di smart power è molto caro all’amministrazione Obama fin dai suoi esordi. È stato un modo, magari un po’ semplicistico, per presentare una svolta intelligente e pragmatica nell’impiego della potenza americana. L’idea è di puntare a una sintesi di soft power e hard power (non facendosi accusare da destra di essere soft on security, né da sinistra di essere una replica annacquata di George W. Bush). 

Normalmente, quella sintesi implica dei difficili trade-off – si sacrifica un interesse economico o diplomatico (soft) per obiettivi di sicurezza, oppure si rinuncia a una quota di sicurezza o all’uso dello strumento coercitivo (hard) per obiettivi economici o diplomatici, magari di più lungo periodo. La peculiarità della situazione attuale è che è win-win, cioè consente di aumentare la competitività economica americana mentre si esercita pressione diplomatica e si riduce la libertà d’azione di avversari o partner problematici: questo rende davvero l’arma energetica uno strumento potenzialmente smart.

Le condizioni dei mercati sono piuttosto volatili e possono cambiare rapidamente, ma alcuni fattori di fondo sembrano comunque fornire agli Stati Uniti una buona base a cui ancorare una politica estera aggiornata agli sviluppi recenti – tensioni persistenti con la Russia, ulteriore incertezza sui negoziati nucleari con l’Iran, contrasto attivo all’ISIS soprattutto in Siria e Iraq. 

La ricerca di un mix energetico più diversificato e di una minore dipendenza occidentale dal cartello dei maggiori produttori di risorse fossili (anche al di là del relativo declino dell’OPEC) restano per i prossimi anni fondamentali interessi americani ed europei. 

In tal senso, l’ultimo biennio di Obama potrà sfruttare al meglio lo smart power energetico, e forse lasciare un’eredità preziosa al successore dal gennaio 2017: una grand strategy nella quale gli Stati Uniti recuperano una maggiore capacità di influenza diretta su aree e attori nevralgici (non solo di tipo statuale).

Wednesday, December 17

LA FAIDA TURCA E IL RESIDUO DI DEMOCRAZIA

Della faida in Turchia tra l’allora premier, oggi presidente, Recep Tayyip Erdogan e l’influente Fethullah Gülen, che l’anno scorso aveva sconvolto la politica turca, i media si erano dimenticati. Pensavano che le due vittorie elettorali di Erdogan, quella alle elezioni locali e quella alle presidenziali, avessero sistemato la questione e decretato un vincitore assoluto. 

In questi mesi Erdogan ha continuato a tuonare contro l’apparato di potere di Gülen, sono continuati gli arresti minori di “poliziotti collusi”, ma in pochi avevano dato peso alla cosa. 

Non si accorgevano che la vera prerogativa di un sultano, che in questo si differenzia da un governante compiutamente democratico, è non lasciare mai i suoi nemici impuniti. 

Così domenica sono arrivati gli arresti, trentuno, tutti sospettati di essere motivati politicamente. La polizia ha arrestato Ekrem Dumanli, il direttore di Zaman, il più importante quotidiano del paese, e gli alti dirigenti del Samanyolu Media Group, che si occupa di radio e televisione. Sia Zaman sia Samanyolu sono noti per i loro legami con Gülen. Inoltre sono stati arrestati alcuni alti ufficiali della polizia, tra cui l’ex capo delle operazioni antiterrorismo.

Erdogan ha un’ossessione per Gülen, e per questa ossessione è pronto a sacrificare il residuo di democraticità che gli resta – e perfino l’Europa. Davanti agli arresti, il ministro degli Esteri europeo Mogherini e il commissario che gestisce l’allargamento dell’Unione, Johannes Hahn, hanno protestato in un comunicato congiunto. “Che badino ai loro affari”, ha risposto il presidente. Nel suo progetto di “nuova Turchia”, promosso alle ultime elezioni, l’Europa è un particolare.

Ha ragione l'analista di medio oriente Barry Rubin a scrivere che Erdogan, è un antisemita, un antiamericano e un alleato dell'Iran. In questi anni Erdogan ha spezzato e indebolito l'alleanza con gli Stati Uniti che durava da 65 anni; si è allineato a Iran, Siria, Hamas e Hezbollah; sta trasformando la società turca in un modello di populismo islamista e reazionario; sta cercando di demolire il vicino ebraico. 

Egitto e Turchia sono i due paesi da osservare per capire dove sta andando il mondo islamico. Anche l'Economist, il magazine britannico che ha sempre sostenuto Erdogan, ora chiede di votare per l'opposizione laica. Sotto Erdogan, il "Mein Kampf" di Hitler è diventato un best seller, hanno iniziato a circolare libri contro il padre della patria Ataturk in quanto "ebreo", copie dei "Protocolli dei savi anziani di Sion" sono apparse nelle librerie. L'Economist ha ragione, ma forse è troppo tardi. 

Tuesday, December 16

LIBYA SUNSET

GAUDENTI E PENITENTI

Conviene dare un'occhiata ulteriore al discorso di Vladimir Putin sullo "stato dell'Unione". Il Presidente di tutte le Russie ha in realtà circoscritto le sue ambizioni. O meglio: ha confermato ma circoscritto le ambizioni imperiali e revansciste di Mosca nei paesi vicini; al tempo stesso, ha ridefinito le priorità economiche di una Russia che - stretta fra svalutazione del rublo e crollo del prezzo del petrolio - rischia di non farcela più. E deve quindi cambiare marcia.

Si profila così una fase che potremmo definire Putin 3, dominata dal patriottismo economico, insieme al nazionalismo. Teniamo conto delle premesse. Putin 1 aveva proposto ai russi lo scambio seguente: benessere economico versus acquiescenza politica. Sono gli anni in cui la Russia crea - dopo la crisi finanziaria del 1998 - una consistente classe media. Mosca aspira a diventare nel tempo la guida dei BRICS e migliora il suo volto. 

Dopo la parentesi Medvedev (e il sostanziale fallimento della partnership per la modernizzazione economica con l'Europa), Putin 2 cambia i termini dello scambio con i suoi cittadini. Questa volta offre ai russi, per un appoggio politico incondizionato, l'orgoglio nazionale ritrovato. 

Prima la guerra in Georgia e poi la presa della Crimea: nel cortile di casa, Mosca ritrova ambizioni da impero russo, prima che sovietico. Il punto, tuttavia, è che questo secondo scambio comincia a ledere il primo: più ancora delle sanzioni occidentali, è la guerra dei prezzi del petrolio a minare la sostenibilità di quella che rimane per molti versi una "petro-economia". 

E quindi eccoci all'offerta di Putin 3, riassunta nel modo seguente da uno dei più brillanti analisti di Mosca, Dmitri Trenin. Come risulta dal discorso alla Duma del 4 dicembre scorso, il disegno a medio termine di Vladimir Putin è basato su questi punti:


1. Tenersi la Crimea, preparandosi a uno stallo prolungato con l’Occidente;
2. Diversificare i rapporti internazionali, puntando sui paesi non-occidentali;
3. Cementare l’unità patriottica del popolo russo;
4. Conferire allo Stato un ruolo più attivo nell’economia, ricostruendo l’ industria russa, favorendo piccole e medie imprese, e recuperando capitali     fuggiti all’estero.


Come si vede, Putin è ormai consapevole del costo economico delle sue scelte internazionali. E tenta, per usare una espressione occidentale, di non “sprecare la crisi” russa, proponendo una strategia di ripresa in parte basata sui rapporti con il "non Occidente", in parte affidata al rientro forzato dei capitali. Nazionalismo e patriottismo economico, appunto.

La questione, naturalmente, è se il Putin 3 possa funzionare. In politica estera, un deal sull'Ucraina resta difficile: il discorso, insieme ai fatti, lo confermano. Secondo stime delle Nazioni Unite (ottobre scorso), la guerra limitata fra Kiev e Mosca – una guerra calda, non fredda – ha provocato 3.682 morti e circa 9.000 feriti. 

Sono migliaia di vittime che dovremmo considerare europee, visto che l’UE ha firmato con l’Ucraina un accordo di partnership (con l’aggiunta ipocrita di farlo entrare in funzione nel 2016). 

Un’intesa parziale fra Mosca e Kiev (e rispettata, a differenza di quella di Minsk dei primi di settembre) ridurrebbe sia i costi in vite umane dell’Ucraina che i rischi di escalation in Europa orientale. Apparentemente, Putin potrebbe decidere di rinunciare al controllo diretto sul Donbass (questa la tesi di Trenin e di parecchi altri osservatori) per giocare invece la carta della "finlandizzazione" dell'Ucraina. 

Ma non è una carta facile da vendere all'interno (dopo avere promesso in lungo e in largo la protezione dell'intero "mondo russo"); nè è facile, per Mosca, controllare del tutto i separatisti. Date le premesse, inoltre, la scelta di Putin non cancellerà - ed è necessariamente così, dal punto di vista occidentale - le fonti di tensione fra Mosca, l’Europa (con minore o maggiore “resistenza” a seconda dei paesi) e gli Stati Uniti. 

Il confronto Russia/Occidente durerà ancora del tempo; sarà lungo e difficile. Proprio per questo, tuttavia, gestirlo diventa indispensabile, sapendo - fra l'altro - che il pivot asiatico di Putin lascia il tempo che trova mentre la relazione Russia/Europa resterà, almeno a medio termine, decisiva per entrambe le parti (sicurezza, energia).

È ancora più arduo pensare  che funzioni il patriottismo economico di Vladimir Putin - ad esempio, la fuga di capitali ha già assunto proporzioni enormi. La scommessa del capo del Cremlino è che le conseguenze della guerra in Ucraina possano funzionare da leva per liberare la Russia dalla “maledizione del gas e petrolio”. L’abbandono del progetto South Stream è anche un passo in questa direzione. 

Il paradosso, per noi europei, è che dovremo tenere in vita le sanzioni (come impone la crisi ucraina) e al tempo stesso sperare che i progetti economici di Putin non falliscano del tutto. Perché  la verità - amara ma realistica - è che dobbiamo temere la debolezza economica di una Russia nazionalista almeno quanto la sua forza.

REPORT ON C.I.A. L I A R S & D A M N E D

Friday, December 12

VERITA' PARALLELE PERICOLOSE

Alberto Cisterna è uno dei nomi più noti tra i Pubblici Ministeri impegnati nel contrasto alla mafia: dopo una lunga esperienza in Calabria, nel 2011 era arrivato al posto di vice-Procuratore Nazionale Antimafia, braccio destro di Piero Grasso. Il 17 giugno 2011 Cisterna si è trovato indagato per corruzione per le accuse di un pentito. A poche ore dal primo interrogatorio, ha appreso dalla prima pagina del Corriere della Sera che la notizia dell’interrogatorio, in realtà, non era poi così segreta, né il nome di chi lo accusava né di cosa lo accusava.

Dopo due anni di indagini, lo scorso settembre, con un faldone di quasi 600 pagine, i PM di Reggio Calabria hanno chiesto l’archiviazione delle accuse a Cisterna, e il GIP l’ha decretata il 4 dicembre scorso. Ma il 4 febbraio Cisterna, caso raro nella storia giudiziaria, ha chiesto la riapertura delle indagini: «Perché il decreto di archiviazione è per me inaccettabile, la ricostruzione dei fatti in esso contenuta è per me inaccettabile».

Lo hanno interrogato “in sede riservata” e i verbali dell’interrogatorio sono stati "secretati" subito. L’inchiesta sulla trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra si è dunque arricchita di un nuovo pezzo del puzzle. È l’interrogatorio del magistrato Alberto Cisterna.

Oggetto del lungo interrogatorio, i tentativi di resa che sarebbero stati messi in atto da Bernardo Provenzano tra il 2003 e il 2005. Un argomento molto interessante per i PM della Procura di Palermo che indagano sul patto sotterraneo sottoscritto da pezzi delle istituzioni con Cosa Nostra. 

“Ragioniere” della trattativa sarebbe stato proprio Provenzano, la cui protezione e la successiva cattura sarebbe stata gestita da alcuni pezzi delle Istituzioni. È per questo che il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene sono saliti su un aereo per andare ad interrogare Alberto Cisterna.

L’ex magistrato della D.N.A. (Direzione Nazionale Antimafia) era in servizio quando in via Giulia si materializzò l’oscuro faccendiere che voleva trattare la resa di Provenzano in cambio di due milioni di euro e la certezza che per almeno trenta giorni la notizia dell’arresto del boss non fosse divulgata. 

Era il dicembre 2003, quasi tre anni prima dall’arresto ufficiale di Provenzano, avvenuto poi l’11 aprile del 2006 in un casolare di Montagna dei Cavalli, nei dintorni di Corleone. Il primo a parlare della tentativo di resa di Provenzano fu Pietro Grasso, quando il 14 dicembre del 2011 venne ascoltato dal CSM, proprio nell’ambito del procedimento di trasferimento di Cisterna.

“Quando nell’ottobre del 2005 presi il posto del procuratore Vigna – disse l’attuale presidente del Senato a Palazzo dei Marescialli – mi fu prospettata, da parte dei colleghi, la situazione di un informatore, di un qualcuno che voleva rendere delle dichiarazioni e collaborare per la cattura di Provenzano. In quell’occasione mi si prospettò, da parte della Guardia di Finanza, questo signore che diceva addirittura di avere dei contatti con il latitante Provenzano, il quale si doveva trovare in località naturalmente non precisata, ma comunque nel Lazio. Feci questo colloquio investigativo ma poi nel tempo scoprii che altri due in precedenza erano stati fatti da Vigna e dai sostituti Macrì e Cisterna”.

È proprio per questo motivo i PM palermitani hanno voluto sentire Alberto Cisterna: i suoi verbali -come detto- sono stati secretati, segno che l’ex vice di Grasso abbia rivelato particolari inediti. Per Cisterna è un momento particolare: Nino Lo Giudice, il pentito che lo aveva accusato di essere a disposizione della ‘ndrangheta ha appena ritrattato tutte le accuse prima di fare perdere le sue tracce. 

Lo Giudice, in un memoriale, fa i nomi di quella “cricca” che lo avrebbe obbligato ad accusare Cisterna, già prosciolto alla fine del 2012. Il pentito punta il dito su Giuseppe Pignatone, già capo della Procura di Reggio Calabria e ora a Roma, sul suo aggiunto Michele Prestipino e sull’attuale capo della mobile di Roma Renato Cortese: tutti investigatori che si sono consolidati quando al vertice della Procura di Palermo c’era Piero Grasso.

È lo stesso Pignatone a condurre uno dei primi interrogatori di Cisterna, il 17 giugno del 2011. Durante l’interrogatorio Alberto Cisterna fa cenno alle “attività inerenti la cattura di Provenzano, e le attività consequenziali, diciamo accessorie”. A quel punto Pignatone, che ha coordinato l’arresto del padrino corleonese, cade dalle nuvole: “Io non so a cosa alluda questo riferimento a Provenzano”. La reazione di Alberto Cisterna è glaciale: “Lo vedremo!” esclama. 

Thursday, December 11

MAXIM TRUDOLYUBOV OPINIONS

There was a time when we Russians thought of our country as one of those burgeoning, dynamic places, a land of diamonds in the rough. But today Russia is no longer an emerging nation. Instead, it’s hiding its face from the world.

As a result of the Kremlin’s own actions, and Western countermeasures, Russia may gradually find itself cut off from many of its international links, “unplugged” from capital markets, global news media, foreign expertise, and even the World Wide Web. To stay on top of Russia’s power pyramid, President Vladimir V. Putin and his minions feel they must corral and tame the Internet.

Russian news anchors and official commentators are constantly telling us the outside world is a dangerous place, and the global Internet is increasingly presented as a vehicle for hostile foreign influence. The Russian Interior Ministry calls the web “the main channel for the dissemination of destructive and extremist ideologies.”

President Putin, speaking at a forum organized last spring by his All-Russia People’s Front, asserted that the Internet initially “emerged as a special project of the C.I.A.” He also declared that when the Russian Internet company Yandex was being developed back in the 1990s, it “came under pressure to hire a certain number of Americans and a certain number of Europeans to its executive board.” 

Following those comments, shares in Yandex, the world’s fourth-largest search engine, lost 16 percent of their value.

Then, last summer, the Parliament passed a law that requires Internet companies to keep personal data on Russian citizens stored within the country. The liaison between the government and Internet companies, Dmitry Marinichev, who was appointed to the newly created post of Internet ombudsman in July, says the definition of what constitutes “personal data” is unclear.

It is also unclear when the law is to actually take effect. The Kremlin hasn’t decided, perhaps because the consequences are so uncertain. (Will Russians be able to use their accounts with Apple, Facebook, Google, Microsoft and other foreign companies, which store their customer information on servers outside the country? Or even apply for a visa, which also involves keeping one’s personal data on other countries’ servers?)

Another law, already in effect, is much more straightforward. It requires bloggers whose writing is accessed by more than 3,000 users a day to register with Internet regulators and comply with the rules and restrictions that apply to all media. So far, most popular bloggers have been reluctant to register, and the authorities do not seem to have pressured anyone to do so.

In September, the Russian Security Council discussed the technical feasibility and economic consequences of cutting Russia off from the global Internet in times of crisis. The president’s spokesman, Dmitry Peskov, said at the time that the authorities’ intention would be to protect Russia. “Lately our partners in the U.S. and Europe have demonstrated some significant share of unpredictable behavior,” he said. “That is why we have to be ready for anything.”

In any case, the Russian authorities have been late in the game of curtailing Internet access. Before a surge in street protests three years ago caused Mr. Putin to recognize the importance of the web, he used to dismiss it as “half pornography.” In China, by contrast, the Communist government recognized the Internet’s potential power right away. 

“If you open the window for fresh air,” Deng Xiaoping used to say, “you have to expect some flies to blow in.” Guided by these words, the authorities developed the so-called Great Firewall of China and other measures to control the flow of information.

But the information revolution came to Russia during the laissez-faire atmosphere of the 1990s, when fortune-making seemed more important than controlling public opinion. Though Russia is still integrated in the global markets, still hosts a lot of international organizations, and still has a mostly free and full connection to the global web, its ties with the outside world are fraying badly.

This was clearly illustrated in news reports of Mr. Putin cutting an awkward figure at the recent Group of 20 summit meeting in Brisbane, Australia. Angered by criticism over Russian actions in Crimea and Ukraine, Mr. Putin left in a tiff, saying he had to get some sleep before attending to urgent affairs at home.

It seems as if Russia, which was suspended from the Group of 8 after the Kremlin annexed Crimea, is no longer a member in good standing in the Group of 20 either. Getting the cold shoulder doesn’t seem to bother our president that much, though. 

Speaking in July at a meeting of the Russian Security Council (and apparently forgetting that Russia is still a member of several international organizations, such as the Commonwealth of Independent States and the Shanghai Cooperation Organization), he declared: “Thank God Russia is not part of any alliances,” adding, “This, in no small measure, is the guarantee of our sovereignty.”

Nevertheless, the collective Western browbeating in Brisbane did not produce any immediate results, apart from further isolating the Russian leader abroad and giving him some additional clout at home. But the Group of 20 meeting may prove to be a symbolic milestone on the path to unplugging Russia from world networks.

Mr. Putin will be seeing less of Western leaders. Russian companies will be getting less foreign investment. State-owned banks are increasingly cut off from the Western capital markets. Many ordinary Russians are no longer able to go abroad because the sharp decline in the value of the ruble has made foreign travel prohibitively expensive.

Backed by a considerable segment of Russian society, Moscow’s leaders are slamming the door on the world. This anger is puerile and misplaced. The West has played its role in antagonizing Russia, too, but my country bears the larger part of the blame. A new, vengeful isolationism has prevailed in Moscow.

BARAK OBAMA: "THE REVENGE" FOR LOST ELECTIONS

A long-awaited Senate report condemning torture by the Central Intelligence Agency has not even been made public yet, but former President George W. Bush’s team has decided to link arms with former intelligence officials and challenge its conclusions.

The report is said to assert that the C.I.A. misled Mr. Bush and his White House about the nature, extent and results of brutal techniques like waterboarding, and some of his former administration officials privately suggested seizing on that to distance themselves from the controversial program, according to people involved in the discussion. But Mr. Bush and his closest advisers decided that “we’re going to want to stand behind these guys,” as one former official put it.

Mr. Bush made that clear in an interview broadcast on Sunday. “We’re fortunate to have men and women who work hard at the C.I.A. serving on our behalf,” he told CNN’s Candy Crowley. “These are patriots and whatever the report says, if it diminishes their contributions to our country, it is way off base.”

These are “really good people and we’re lucky as a nation to have them,” he said.

Former intelligence officials, seeking allies against the potentially damaging report, have privately reassured the Bush team in recent days that they did not deceive them and have lobbied the former president’s advisers to speak out publicly on their behalf. The defense of the program has been organized by former C.I.A. leaders like George J. Tenet and Gen. Michael V. Hayden, two former directors, and John E. McLaughlin, a former deputy C.I.A. director who also served as acting director.

“Once the release occurs, we’ll have things to say and will be making some documents available that bear on the case,” Mr. McLaughlin said Sunday. Although he could not discuss details because of a nondisclosure agreement, in general he said the report “uses information selectively, often distorts to make its points, and as I recall contains no recommendations.”

General Hayden added that the former C.I.A. team objected to the Senate’s characterization of their efforts. “We’re not here to defend torture,” he said by email on Sunday. “We’re here to defend history.”

General Hayden appeared earlier on Sunday on “Face the Nation” on CBS News to say that any assertion that the C.I.A. “lied to everyone about a program that wasn’t doing any good, that beggars the imagination.”

Jose A. Rodriguez Jr., who ran the C.I.A. interrogation program, said Sunday that critics now assailing the agency were pressing it after the attacks of Sept. 11, 2001, to do whatever it took to prevent a recurrence. “We did what we were asked to do, we did what we were assured was legal, and we know our actions were effective,” Mr. Rodriguez wrote in The Washington Post.

A Senate official, who asked not to be named before the release of the report, said Sunday that its authors were saving their response to General Hayden, Mr. Rodriguez and others until the report was public so that they could review the facts they gathered and let Americans make up their own minds.

According to those familiar with it, the 6,000-page report by the Senate Intelligence Committee takes a sharply critical view of the C.I.A.’s interrogation of terrorism suspects in the first years after the Sept. 11 attacks, questioning the efficacy of torture and revealing more details about the program. It also suggests C.I.A. officers in the field may have misled officials at headquarters.

Mr. Bush and his advisers have been largely quiet about the Senate report until now, and former intelligence officials worried whether the Bush team would defend them. Some former administration officials privately encouraged the president and his top advisers to use the report to disclaim responsibility for the interrogation program on the grounds that they were not kept fully informed.

But Mr. Bush and his inner circle rejected that suggestion. “Even if some officials privately believe they were not given all the facts, they feel it would be immoral and disloyal to throw the C.I.A. to the wolves at this point,” said one former official, who like others did not want to be identified speaking about the report before its release.

Another former official, who remains close to Mr. Bush, said the former president did not believe that the C.I.A. had misinformed him.

“The idea that George Tenet, John McLaughlin, Mike Hayden and Steve Kappes would knowingly mislead the president and the country is absurd,” the former official said. Mr. Kappes was another deputy C.I.A. director during the Bush era. “This was not a rogue program. And nobody in our administration is going to throw the C.I.A. over the side on this.”

The former officials said that neither Mr. Bush nor his advisers had been interviewed by the committee. William Burck, a former deputy White House counsel serving as a lawyer for Mr. Bush, was offered the opportunity to review the report on his behalf but only after it was written, at which point it was too late to offer meaningful input, former officials said. The offer at that point, they said, was declined.

The Senate official said the committee did not conduct interviews largely because of what was then a Justice Department criminal investigation, and said requests to coordinate interviews with the department had been rejected. But the official said the committee relied on transcripts of more than 100 previous interviews conducted by the C.I.A.’s inspector general.

The offer to Mr. Bush’s administration to review the report before its release was made by the Obama White House, not the committee, the official said, but the committee did not object other than to insist that whoever read it not disclose its contents before release.

The committee voted this year to release a declassified executive summary, and after months of negotiations over redactions, the committee’s chairwoman, Senator Dianne Feinstein, Democrat of California, had planned to finally make it public this week.

But Secretary of State John Kerry called Ms. Feinstein on Friday to warn that allies were concerned that its release could instigate violence and endanger Americans held captive by terrorist groups.

Critics of the program said the Senate should not postpone any longer. “Delaying release of the Senate report because of possible negative repercussions for national security is a red herring,” said Sarah Margon, the Washington director of Human Rights Watch. “Maintaining secrecy around a defunct torture program is the real liability as doing so denies us the right to debate what happened and make sure it is never repeated.”