Wednesday, October 29

UN "NANO" PRESIDENTE NELLE SPIRE DI "GIGANTI" LOBBISTI

Certo è che la presidenza del premio Nobel per la pace (eletto in fretta e furia. Eppoi c'è da dire che una volta certi premi li davano quando avevi fatto qualcosa, ora li danno sperando che tu "possa fare" qualcosa.) è "sideralmente lontana" dalle speranze che Barak Obama suscitò sei anni fa

Obama è un Presidente "pariah", scrisse -acido- il Washington Post. Meglio non averlo oggi in campagna elettorale, fa perdere voti

Ma la statura di Obama era già prevedibile (presidente nano), con qualche incredibile azzardo (Lobby Giganti), già prima che entrasse alla Casa Bianca.

Giurò in campagna elettorale (con grande retorica) di voler trasformare l'America e che avrebbe potuto fare. Il cuore della sua promessa fu: "domare Wall Street e difendere Main Street", in nome e per la dignità del "common men". Puro americanismo. Ma, il premio Nobel per la pace,  con gli uomini di governo che scelse, faceva finta di non capire che questi stessi uomini furono la causa della crisi finanziaria del 2008.

Otto mesi dopo si sapeva benissimo che la finestra era chiusa. «Hai scelto la gente sbagliata. Non capisco come hai potuto farlo. Hai scelto la gente sbagliata», gli urlò prima dell’insediamento il senatore democratico Byron Dorgan (N. Dakota) a proposito dei Timothy Geithner e dei Lawrence Summers e di vari altri della stessa squadra clintoniana alle leve dell’economia, vicini a Wall Street e decisi a difenderla, e che Wall Street voleva a quei posti

Oggi, tutti prevedono che il partito democratico perderà il voto di "mid-term" del 4 novembre e che il premio Nobel per la pace Barack Obama ne uscirà male. Ha detto infatti che il voto è sulla sua politica. Vedremo presto.

Restavano più di sette anni, probabilmente, e chissà, forse la corda da trapezista su cui avanza il rapporto speciale istintivo fra il presidente e il suo popolo cioè: "io capisco voi e vi guido e difendo e voi capite me e mi date forza", poteva anche non essere così sfilacciata e flaccida. Invece , iniziava subito ad esserlo.

Sta più con noi o con Wall Street? L’americano medio ha un populismo di fondo che lo rende sospettoso dei "tycoons". Da allora, storie pesanti sui rapporti Obama-Wall Street,  chiarirono parecchio. 

Thomas Frank, da 20 anni, una delle migliori firme progressite, ha messo a fuoco bene il problema in un recente articolo: «Quello che i tempi richiedevano era un secondo New Deal, per un’ampia revisione del sistema economico», scrisse nei primi mesi dell’era Obama.

Quello che il team di Barack Obama ha fatto è stato un "foam the runway", tonnellate di schiumogeno sulla pista perché Wall Street atterrasse con i minori danni e potesse riprendere a volare.

L’americano medio non legge il Financial Times e non conosce Martin Wolf, il suo commentatore-principe, ma sarebbe certamente d’accordo con lui quando dice che le 800 pagine di testo e le oltre 30 mila (per ora) di regolamenti della riforma finanziaria di Obama (Dodd-Frank) sono per lo più fumo ; mentre le 33 della riforma bancaria di Roosevelt del 1933, furono arrosto.

Che cosa è stato Obama per Wall Street? Il candidato e il presidente ideale, incarnazione del progressismo, che è riuscito a coprire tutti a sinistra, cosa impossibile da fare per un repubblicano. Multe pesanti a varie banche, ma nessuno alla sbarra.

Poi c’è la riforma sanitaria, complessa. Solo quando metà dell’America delle polizze sanitarie aziendali sarà toccato dalla riforma, si potrà tirare le somme e vedere quanti ne ricevono vantaggi e quanti gli svantaggi.

Il saldo decreterà non il successo, difficilmente possibile proprio perché saranno in milioni ad avere meno sanità o a pagarla di più. Ma ci saranno milioni ad averne di più e pagarla, forse, di meno, certificando qui una riforma ragionevole in un sistema sanitario che resta surreale e che costa pro capite il doppio rispetto al vicino Canada

E poi, centrale, l’economia. Gli americani non sono a grande maggioranza convinti di essere usciti dalla crisi. La crescita, una che per noi italiani sarebbe manna data la nostra depressione, è finora debole e malissimo distribuita. Il 90% o poco meno degli americani ha perso e non recupera se non marginalmente il potere d’acquisto

La disoccupazione o sottoccupazione involontaria è circa il doppio dei dati ufficiali. E il Paese è, economicamente, sempre più spaccato in due.

Infine, il disastro -sanguinario- della politica-militare internazionale.

Un Obama -con uomini sbagliati e sostituiti ad ogni fallimento- con una proiezione geo-politica dell'intero medioriente e dell' Africa, resta completamente confusa e senza  precise strategie

Quante volte Obama è stato costretto -repentinamente- a ritornare sui suoi passi, umiliando il popolo americano?

La Siria, la Libia, l'Egitto, la Palestina, l'Ucraina e l'Iraq, hanno decretato il ridimensionamento della statura politica del presidente. Nano era. Nano resta.

Ci sono per lui solo pochi atti positivi internamente ai suoi due mandati presidenziali, a partire dal salvataggio del settore auto e, forse, col tempo acquisteranno più peso gli interventi sociali da lui sostenuti. Ma si tratta di aspetti avvertiti da tutta l'America, come interventi minori

Democratici e repubblicani sono d'accordo che la presidenza Obama sarà, ricordata, per pochissime grandi scelte e tante, ma proprio tante, non scelte ed errori gravissimi.

Non era difficile intuire già dal novembre 2008 che la corda del trapezista si sarebbe sfilacciata, proprio per l’enormità del voltafaccia che Obama fece tra la campagna elettorale e la presa del potere.

Il voto di quel novembre aumentò la quota a 257 deputati, 59 senatori e 29 governatori. Le pessime elezioni di mid-term 2010, quasi le peggiori della storia presidenziale americana per un partito in carica, fecero crollare la squadra parlamentare  a 193 alla Camera e 51 al Senato, più due indipendenti che in genere votano con i democratici. 

Se fossimo onesti con noi stessi, diremmo ad alta voce ciò che ci teniamo stretto, cioè: che profonda delusione, questo Obama!  

E lo tratteremmo -negativamente e malamente-  come facemmo al suo predecessore: "George Bush". Certo, più rude al tratto e tanto meno carismatico, ma alla fin fine non sono ambedue dissimili nei dolorosi e catastrofici risultati.

Tuesday, October 28

UKRAJNA DOPO IL "GOLPE" SORGONO DUBBI E DRAMMI

Domenica ci sono state le elezioni parlamentari in Ucraina, le prime dopo  i moti di piazza che a febbraio hanno costretto alla fuga il presidente Viktor Yanukovich. La rivoluzione ha dato il via a una guerra civile che si combatte nel sud-est del paese, dove gruppi di separatisti sono furiosi con il nuovo governo di Kiev e ricevono più o meno con discrezione un aiuto militare dalla Russia. Secondo i risultati parziali del voto (contati quando lo spoglio era ancora al sessanta per cento), il Settore Destro, il partito più radicale della destra, non ha raggiunto la soglia di sbarramento del 5 per cento e non ha ottenuto nemmeno la metà dei voti necessari per entrare alla Rada. 

L’altro partito della destra radicale, Svoboda, ha ottenuto il 6 per cento (circa), e quindi ha subìto una perdita vistosa di voti rispetto alle ultime elezioni nel 2012, quando aveva preso il 10,44 per cento e al potere c’era ancora il presidente Yanukovich. Per giustificare il proprio intervento in Ucraina e l’annessione della Crimea, il governo russo aveva citato nei mesi scorsi il pericolo di un golpe nazista nel paese, che avrebbe portato al potere i partiti dell’ultradestra. 

I numeri nelle urne non rappresentano con fedeltà i rapporti tra le forze in campo in Ucraina. La destra radicale e nazionalista è forte tra i battaglioni regolari e non che combattono a est contro i filorussi, e questa delusione elettorale potrebbe provocare ansie pericolose tra i loro ranghi, e persino voglia di scorciatoie.

La maggioranza dei voti è andata ai due partiti che sostengono con forza le relazioni con l’occidente, quello del presidente Petro Poroshenko e del premier Arseniy Yatseniuk, entrambi sopra il 21 per cento. Secondo il New York Times, il successo di Yatseniuk è più grande di quanto si pensasse, considerato che il primo ministro ha messo assieme il suo partito in un mese soltanto e che – sebbene rispettato dai colleghi in occidente – è un tecnocrate che in campagna elettorale non ha mostrato “la scintilla” del politico. Il Blocco dell’opposizione, che può essere considerato la voce ufficiale degli ucraini filorussi, si è attestato sul dieci per cento.

Ventisette dei 450 seggi del Parlamento non sono stati assegnati, perché corrispondono alla Crimea annessa alla Russia (12 seggi) o a zone in guerra vicine al confine orientale dove i separatisti hanno impedito il voto (altri 15 seggi). Rimarranno vuoti, almeno all’inizio.

Anton Shekhovtsov è un professore ucraino che lavora in Austria e studia l’estrema destra nel suo paese, in Russia e generalmente in Europa. Ha scritto un’analisi il giorno del voto per capire come hanno fatto Settore destro e Svoboda a deludere così tanto, sebbene i loro militanti fossero in prima linea negli scontri del Maidan soltanto pochi mesi fa. Il fallimento di Svoboda nel mobilitare i suoi simpatizzanti può essere attribuito proprio alla fine di Yanukovich. 

Il partito era la nemesi dell’ex presidente e nel 2012 aveva ottenuto molti voti proprio per questo motivo: fuggito lui, s’è afflosciato e ora ha perso quasi metà degli elettori. Inoltre, scrive il professore, nel 2012 Svoboda era considerato l’unico partito patriottico, ma ora tutti i partiti democratici sono patriottici, così la destra ha perso il suo “monopolio”.

Shekhovtsov nota che la disfatta della destra estrema è più profonda di quanto non dicano i numeri, perché questa volta al conteggio mancano proprio quelle aree, come la Crimea e gli oblast della regione del Donbass vicini alla Russia, che con il loro voto filorusso o comunista hanno sempre diluito la percentuale della destra. Se avessero potuto votare, la quota di Svoboda e altri apparirebbe ancora più striminzita.

Il rischio politico per l’Ucraina  semmai arriva dal populismo, incarnato da Oleh Lyashko, del Partito radicale, che ieri era all’otto per cento. In passato Lyashko ha tentato di portare una mucca dentro la Rada e si è fatto filmare con pistola e fondina mentre organizzava spedizioni di gruppi armati per rapire i leader separatisti e umiliarli davanti a una telecamera. Lo studioso di estreme destre dice che inserirlo in una precisa categoria politica è un compito arduo e si può fare, per ora, soltanto come ipotesi politologica. Ma lui è un rischio, il partito è “pericolosamente anti-establishment” e contiene elementi di destra radicale, anche se non numerosi.

Ieri il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha annunciato che la Russia riconoscerà il nuovo governo ucraino – che la TV di stato continua a definire con disprezzo “la giunta” –  perché “è importante che l’Ucraina abbia delle autorità che affrontino i problemi del paese”.

20 NOBEL PEACE PRIZES WROTE TO A FAKE NOBEL PRIZE

Twelve winners of the Nobel Peace Prize asked President Barack Obama late Sunday to make sure that a Senate report on the Central Intelligence Agency’s (C.I.A.) use of harsh interrogation tactics is released so the U.S. can put an end to a practice condemned by many as torture. 

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Saturday, October 25

NCT02041715

Tratto da: Autismo e Vaccini".

Dall’inizio del 2014 siamo entrati nella più grande operazione di ipnosi globale a causa di virus Ebola. Ormai, basta mostrare alla popolazione un germe qualunque, dire loro che cosa è e cosa fa, e la popolazione ci crede. Anche se in realtà non sa nulla di quel germe, ci crede e basta. E per questo motivo, la massiccia campagna mediatica per far credere alla popolazione mondiale che virus Ebola può attaccare in qualsiasi momento, anche dopo il minimo contatto, sta iniziando ad ottenere un discreto successo grazie all’aumento del livello di isteria.

Una popolazione isterica è incapace di pensare con serenità, e guardare al di là del proprio naso, a Paesi come la Liberia, la Sierra Leone, la Repubblica della Guinea, a nazioni africane dove la povertà e la malattia sono graffette della vita quotidiana per il numero enorme di persone. La struttura di comando in quelle zone ha un unico motto: non risolvere alcun problema umano. E’ così che è nata questa epidemia costruita a tavolino.

Agli addetti ai lavori è chiara da tempo l’esistenza di un apparato medico-militare, colluso all’industria farmaceutica, che conduce test di armi biologiche con il pretesto di somministrare vaccinazioni per controllare le malattie e migliorare la salute dei poveri africani di turno che, al contrario, stanno sempre peggio.

Quando si parla di Africa, soprattutto in concomitanza di simili eventi, non si può fare altro che pensare a un tentativo di depopolamento. Ma possiamo assicurarvi che l’Africa non potrà MAI essere depopolata uccidendo 160 persone al giorno laddove ne nascono migliaia ogni giorno. Così, i veri motivi di questa epidemia costruita a tavolino, diventano molto più tangibili. L’epidemia Ebola e la sperimentazione farmaceutica rappresentano due ottimi lasciapassare per accedere a più aree contemporaneamente.

Petrolio
Implementare i trials vaccinali in nome di virus Ebola costituisce il pretesto per inviare un enorme contingente di truppe militari, anziché di medici, in Liberia, Sierra Leone e soprattutto in Nigeria dove sono state trovate nuove riserve di petrolio.

Diamanti
La Sierra Leone è il più grande fornitore mondiale di diamanti. Negli ultimi 4 mesi la popolazione locale ha fatto sciopero, rifiutandosi di fornire i diamanti a causa delle orribili condizioni di lavoro e della retribuzione da schiavo. La storia dei diamanti insanguinati della Sierra Leone si ripete regolarmente, con le forze armate che in passato hanno aperto più volte il fuoco contro i lavoratori.

Vaccinazione come strumento di ritorsione
Oltre a rubare il petrolio nigeriano, e costringere i minatori della Sierra Leone a tornare nelle miniere, le truppe militari presenti sul territorio africano potranno utilizzare il mandato sanitario internazionale per vaccinare forzatamente tutti coloro che si rifiuteranno di collaborare. Ovvero, tutti quegli africani che non sono tanto sciocchi da portare volentieri gli invasori ai giacimenti e/o alle miniere. In questo caso, il braccio armato dalla vaccinazione è quello della Croce Rossa.

Mercificazione della paura
L’Ebola è una malattia tipica della gente povera nei paesi poveri, per questo nessuno ha mai avuto davvero interesse a studiare come combatterla. Ma ora che il virus è sbarcato in Occidente, attraverso il solito copione, qualcuno inizia a fiutare la possibilità di fare affari. Così è scattato l’allarme rosso, con tanto di assenso all’utilizzo di confusi protocolli sperimentali per trattare i malati e una pioggia di fondi pubblici per sostenere le case farmaceutiche più avanti nella strada per arrivare al vaccino che, è bene ricordarlo, stavano per chiudere la baracca a causa della loro inutilità. Guarda caso Ebola ha rappresentato una ricca bombola d’ossigeno per le finanze di queste società sull’orlo del fallimento.

Scandalo sanitario
Ebola potrebbe diventare la nuova peste perché il personale sanitario, chiamato all’assistenza in prima linea negli ospedali, denuncia una pericolosa mancanza di esperienza e di preparazione nella gestione dei pazienti che arrivano nei dipartimenti d’emergenza e nei reparti di malattie infettive.

Come già ricordato, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e diverse altre agenzie delle Nazioni Unite sono implicate nella selezione di Paesi africani allettanti per partecipare agli eventi di prova, promuovendo le vaccinazioni, e perseguendo vari generi di test. 

L’evidenza delle relazioni fra gli attori implicati è a dir poco imbarazzante:
- la US Army Medical Research Institute of Infectious Diseases (USAMRIID), un noto centro degli Stati Uniti per la ricerca in guerra biologica, che si trova a Fort Detrick, nel Maryland;
- la Tulane University, a New Orleans, Stati Uniti d’America, vincitore di assegni di ricerca, tra cui una sovvenzione di oltre 7000 mila dollari il National Institute of Health (NIH) per finanziare la ricerca con la febbre emorragica virale Lassa;
- il Center for Disease Control (CDC) già implicato nello scandalo di censura della correlazione fra autismo e vaccinazioni;
- Medici Senza Frontiere;
- Tekmira, una società farmaceutica canadese;
- la GlaxoSmithKline del Regno Unito;
- l’ospedale di Kenema, nella Sierra Leone, epicentro dell’epidemia.

Non è più un segreto che il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti [DoD] finanziava e finanzia tutt’ora studi di ricerca per virus Ebola sull’uomo. Questi studi sono iniziati poche settimane prima dello scoppio dell’epidemia Ebola in Guinea e Sierra Leone. Il DoD ha fornito un contratto del valore di 140 milioni di dollari alla Tekmira, una società farmaceutica canadese, per condurre una ricerca Ebola. Questo lavoro di ricerca ha coinvolto l’iniezione e l’infusione di esseri umani sani con il virus Ebola mortale. Inoltre, il DoD è elencato come collaboratore in uno studio clinico “First in Human Ebola NCT02041715“ iniziato nel gennaio 2014 poco prima che l’epidemia di Ebola è stata dichiarata in Africa occidentale a marzo. E, dopo aver procurato il danno, lo studio clinico è stato sospeso a seguito della richiesta urgente di una validazione clinica per il nuovo farmaco sperimentale TKM-100802. Ricordiamo infine che la stessa industria è impegnata in trial clinici su Ebola dal 2011.

E’ palese che qualcosa è sfuggito di mano. L’epidemia è servita e la minaccia persiste!

INVESTIGATION U.S. SENATE VS C.I.A. CONCERNING IRAQ

Contribute: Jonatham S. Landay, Ali Watkins and Marisa Taylor
McClatchy Washington BureauOctober 16, 2014 

READ HERE: "U.S. SENATE SELECT COMMITTEE ON INTELLIGENCE REPORT ON C.I.A. DETENTION AND INTERROGATION PROGRAM".

A soon-to-be released Senate report on the CIA doesn’t assess the responsibility of former President George W. Bush or his top aides for any of the abuses of the agency’s detention and interrogation program, avoiding a full public accounting of one of the darkest chapters of the war on terror.

“This report is not about the White House. It’s not about the president. It’s not about criminal liability. It’s about the CIA’s actions or inactions,” said a person familiar with the document, who asked not to be further identified because the executive summary – the only part to that will be made public – still is in the final stages of declassification.

The Senate Intelligence Committee report also didn’t examine the responsibility of top Bush administration lawyers in crafting the legal framework that permitted the CIA to use simulated drowning called waterboarding and other interrogation methods widely described as torture, McClatchy has learned.

“It does not look at the Bush administration’s lawyers to see if they were trying to literally do an end run around justice and the law,” the person said.

As a result, the $40 million, five-year inquiry passed up what may be the final opportunity to render an official verdict on the culpability of Bush, former Vice President Dick Cheney and other senior officials for the program, in which suspected terrorists were abducted, sent to secret overseas prisons, and subjected to the harsh interrogation techniques.

“If it’s the case that the report doesn’t really delve into the White House role, then that’s a pretty serious indictment of the report,” said Elizabeth Goitein, the co-director of the Brennan Center for Justice’s Liberty and National Security Program at the New York University Law School. “Ideally it should come to some sort of conclusions on whether there were legal violations and if so, who was responsible.”

At the same time, she said, the report still is critically important because it will give “the public facts even if it doesn’t come to these conclusions. The reason we have this factual accounting is not for prurient interest. It’s so we can avoid something like this ever happening again in the future.”

Several panel members have extolled the more than 6,000-page report as one of the most comprehensive examinations of an executive branch agency ever undertaken by Congress.

“There are more than 35,000 footnotes in the report,” Senate Intelligence Committee Chairwoman Dianne Feinstein, D-Calif., declared after the panel approved the final draft of the report in December 2012. “I believe it to be one of the most significant oversight efforts in the history of the United States Senate, and by far the most important oversight activity ever conducted by this committee.”

However, the Democratic-controlled committee apparently dropped a demand that the White House surrender some 9,400 documents related to the program, raising questions about Feinstein’s claim. The White House had refused to turn over the records for five years, citing “executive branch confidentiality interests.”

The specific details of the documents remain unknown. The CIA declined to comment. In a statement, Feinstein declined to discuss the report but said it was meticulous and the “definitive review of the program.”

The White House declined to comment on the contents of the committee’s report. “The president has made clear that the program that is the subject of the committee’s work is inconsistent with our values as a nation,” said national security spokeswoman Bernadette Meehan.

Meehan also said there were no updates on the documents the White House withheld from the panel’s review. “As we have discussed with the committee, during the course of the review, a small percentage of the total number of documents have been set aside because they raise executive branch confidentiality interests,” she said.

In voting in March 2009 to review the CIA’s Rendition, Detention and Interrogation Program, the committee tailored the guidelines to focus the inquiry solely on the CIA, including how the agency “created, operated, and maintained its detention and interrogation program.”

“As an oversight document the main premise is about whether Congress was accurately and appropriately informed by the CIA,” said the person familiar with the report, one of several knowledgable sources who spoke to McClatchy. “The report will show that the CIA did not provide accurate information, and in some cases provided misleading information.”

The narrow parameters of the inquiry apparently were structured to secure the support of the committee’s minority Republicans. But the Republicans withdrew only months into the inquiry, and several experts said that the parameters were sufficiently flexible to have allowed an examination of the roles Bush, Cheney and other top administration officials played in a top-secret program that could only have been ordered by the president.

“It doesn’t take much creativity to include senior Bush officials in the Senate Intelligence Committee’s jurisdiction,” said Kenneth Roth, executive director of Human Rights Watch. “It’s not hard to link an investigation into the CIA’s torture to the senior officials who authorized it. That’s not a stretch at all.”

It’s not as if there wasn’t evidence that Bush and his top national security lieutenants were directly involved in the program’s creation and operation.

The Senate Armed Services Committee concluded in a 2008 report on detainee mistreatment by the Defense Department that Bush opened the way in February 2002 by denying al Qaida and Taliban detainees the protection of an international ban against torture.

White House officials also participated in discussions and reviewed specific CIA interrogation techniques in 2002 and 2003, the public version of the Senate Armed Services Committee report concluded.

Several unofficial accounts published as far back as 2008 offered greater detail.

Cheney and Defense Secretary Donald Rumsfeld relentlessly pressured interrogators to subject detainees to harsh interrogation methods in part to find evidence of cooperation between al Qaida and the late Iraqi dictator Saddam Hussein, McClatchy reported in April 2009. Such evidence, which was non-existent, would have substantiated one of Bush’s main arguments for invading Iraq in 2003.

Other accounts described how Cheney, Rumsfeld, National Security Adviser Condoleezza Rice, Attorney General John Ashcroft, and Secretary of State Colin Powell approved specific harsh interrogation techniques. George Tenet, then the CIA director, also reportedly updated them on the results.

“Why are we talking about this in the White House? History will not judge this kindly,” Ashcroft said after one of dozens of meetings on the program, ABC News reported in April 2008 in a story about the White House’s direct oversight of interrogations.

News reports also chronicled the involvement of top White House and Justice Department officials in fashioning a legal rationale giving Bush the authority to override U.S. and international laws prohibiting torture. They also helped craft opinions that effectively legalized the CIA’s use of waterboarding, wall-slamming and sleep deprivation.

Even so, the executive summary of the Senate Intelligence Committee’s report doesn’t examine the responsibility of Bush and his top advisers for abuses committed while the program was in operation from 2002 to 2006, according to several people familiar with the 500-page document.

Their comments are bolstered by the report’s 20 main conclusions, which do not point to any wrongdoing outside of the CIA. Instead, the conclusions only mention the White House once, asserting that the CIA impeded effective White House oversight and decision-making.

“The report does not put responsibility with the White House,” said a second person familiar with the panel’s report. The conclusions, published by McClatchy in April, paint a picture of an intelligence agency that concocted and implemented the program on its own and sought to evade any oversight.

The report primarily focused on discerning whether the use of the harsh interrogation techniques gained valuable intelligence, concluding that they did not. The CIA has rejected that finding, contending that use of the techniques produced vital information.

The executive summary of the report condenses the narratives of 20 detainee cases.

In one instance, McClatchy learned, the Bush administration claimed that the waterboarding of Khalid Sheikh Mohammed, the 9/11 mastermind, led to the foiling of a terror plot against Los Angeles’ Library Tower. The study, however, concludes that that information could have been learned without using the harsh interrogatiom techniques on Mohammad, who was waterboarded 183 times.

The scope of the committee’s work was hamstrung by concerns that the investigation would be an open-ended political witch hunt.

“This issue has unfortunately become so politicized that this report might have been attacked as a political document if it had” delved into the White House, said Goitein. “That’s not the ideal outcome, but it’s an understandable calculus in my mind.”

Along with being handicapped by the political considerations, the panel confronted two prior Justice Department investigations that declined to assign criminal liability to any officials involved in the program. One probe was conducted under the Bush administration and the second under President Barack Obama.

Moreover, Obama opposed any further inquiry. Although he signed an executive order banning waterboarding and other enhanced interrogation techniques soon after taking office, he also ruled out future prosecutions of those who participated in the program.

The extent of the Obama’s fury over the panel’s study was revealed in a memoir by former CIA Director Leon Panetta that was released this month. The president, he wrote, was livid that the CIA agreed in 2009 to give the committee access to millions of the agency’s highly classified documents.

“The president wants to know who the f--- authorized this release to the committees,” Panetta recalled then-White House Chief of Staff Rahm Emanuel shouting at him. “I have a president with his hair on fire and I want to know what the f--- you did to f--- this up so bad!”

The Senate Intelligence Committee’s investigation has been mired in controversy. Earlier this year, the agency was forced to admit it had improperly monitored the computers panel staff had used to construct the study. Meanwhile, the agency accused staff of removing classified information from a secure CIA facility without authorization. Both incidents resulted in warring criminal referrals to the Justice Department, which declined in July to further investigate.

The tensions over the investigation have continued to hold up the public release of the executive summary, which now has been delayed for nearly two years since the panel approved the final draft in December 2012.

The executive branch originally requested that 15 percent of the summary be redacted. McClatchy has learned that negotiations have reportedly progressed so that now roughly 5 percent will be blacked out of the summary’s public version, but there is no set date on when it will be released.

Contact: Email: jlanday@mcclatchydc.com; Twitter: @JonathanLanday. Email: mtaylor@mcclatchydc.com; Twitter: @marisaataylor. Email: awatkins@mcclatchydc.com; Twitter: @AliMarieWatkins.



Wednesday, October 22

RUSSIA SPINGE AD UNA COLLABORAZIONE CON TOBRUK

La scorsa settimana sanzioni "nuove" sono state approvate alla vigilia del terzo anniversario del “vittorioso intervento umanitario” degli USA e della NATO verso la Libia. 

Nel marzo 2011 la Francia, la Gran Bretagna e gli USA cominciarono a bombardare la Libia di Gheddafi e ad aiutare l’opposizione islamica radicale della Cirenaica, nella guerra civile contro Tripoli col pretesto di “salvare la popolazione”. 

In questo caso è stato travisato il senso della risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU 1973 sulla Libia. Con quello che -ipocritamente- assunto, spacciato come "aiuto umanitario". Gli USA e l’UE si sono invischiati in una guerra civile dai torbidi inizi e, sicuramente, dalle tragiche conclusioni. 

Oggi, la Libia non esiste più come Stato. L'efferrato assassinio, perpretrato il 20 ottobre 2011 presso la Sirte, dell’ex leader libico Muammar Gheddafi e, successivamente, è stato l'ultimo atto dell’“intervento umanitario” occidentale. Il Colonnello fù fatto, letteralmente, a pezzi dai jihaddisti collaborazionisti della CIA.

Un giorno il presidente russo Vladimir Putin fece notare: “Ho l’imprensione che qualunque cosa sia toccata dagli americani (CIA), si trasformi sempre come l'Afghanistan, la Libia, la Siria, la Somalia e l'Iraq”. 

Dunque, non si capisce contro chi saranno avviate queste nuove sanzioni in Libia. Essendo stati disintegrati il parlamento e il governo. Spazzati via da Tripoli, dai gruppi Jihaddisti sciiti e dai "fratelli musulmani", per ricomporli a Tobruch città situata presso il confine con l’Egitto. 

Se gli stessi fratelli musulmani e i loro complici i jihaddisti sciiti, chiedono aiuto all’Occidente, quindi, vuole dire che le nuove sanzioni non sembrano proprio per loro. Se al contrario fossero state adottate per i gruppi dell’opposizione liberale e fedele a Gheddafi,  le stesse sanzioni non faranno alcun effetto. Parte di questi gruppi, sono strettamente legati all' ISIS che ha già occupato una metà dell’Iraq e una parte della Siria. Ora è la volta della Libia.

Tre anni fa gli USA e l’UE promisero alla Libia aiuti in denaro e assistenza nella ri-costruzione degli “istituti democratici”. Non è arrivato niente. Nullla di nulla. E adesso la Libia è una copia precisa -in peggio- della Somalia, solo che questa si trova sulla costa del Mediterraneo, a pochi chilometri dall'Italia.

Sono tre anni che in Libia è in corso una sanguinosa guerra civile (oltre 11.000 morti e 300.000 feriti) tra gli islamisti radicali e i resti delle truppe leali a Gheddafi. I jihaddisti hanno già occupato Tripoli, altre due città e importanti giacimenti di petrolio. 

Del pieno sfacelo della Libia ne è responsabile -in toto- l’Occidente. In primis gli Stati Uniti d'America. Muammar Gheddafi è stato rovesciato; ma nessuno ha fornito successivamente alla Libia assistenza nel riorganizzare le infrastrutture per un nuovo Stato e per nuove formazioni dirigenziali, vitali per un nuovo potere politico. Negli ultimi tre anni in Libia è cambiata solo in una cosa, la sua sparizione dalle scene mediatiche e dalle cancellerie occidentali. 

Dopo tre anni dalla morte di Gheddafi assistiamo alla fine di una falsa rivoluzione. Il paese è di fronte ad una nuova impennata della guerra civile che ora si placa, ora si intensifica. 

Non esiste nessun piano reale di normalizzazione della situazione. E, quel che più conta, non si vedono nemmeno da lontano, strumenti reali di normalizzazione. Attorno a Muammar Gheddafi sono stati creati tanti miti e diffuse bugie. Nessuno ricorda, invece, cosa concretamente abbia fatto Gheddafi con la Libia e per la Libia. Gheddafi è stata la sola persona che rese veramente "prospero il paese". 

Dopo aver vinto una rivoluzione, realizzata tra l’altro senza sangue, Gheddafi riuscì non solo a mantenere il potere ma a garantire una vita decente a tutti i libici. In un territorio che prima dell'era di Gheddafi era solo deserto con sole tre città sulla intera costa. Con il suo arrivo, Gheddafi abbatté il re Idris. Dopo di chè,  la Libia divenne uno vero e forte Stato nazionale.

Oggi, la Russia è il principale partner nella ri-formazione dell’esercito libico. Circa l’80% delle armi dell’esercito libico proviene dalla Russia e/o dai paesi della CSI (ex sovietici). I ribelli moderati ritengono preferibile sviluppare rapporti con la Russia, anche perché, le armi russe sono le più diffuse.

Secondo diversi pareri libici, la Russia potrebbe presto intervenire ed aiutare la Libia per tutte le ricostruzioni delle infrastrutture del paese e, soprattutto, all'intero riarmo dell’esercito, della marina e dell'aviazione. La Libia ha già intrapreso e firmato progetti congiunti con la Russia, sia nella sfera ferroviaria che in quella dell’estrazione del petrolio. 

Motivo per cui, ne vedremo delle belle tra Stati Uniti ed Europa per bloccare la Russia in questo interessante intervento geopolitico-militare.

AWASH IN OIL, DOES U.S.A. NEED A LARGE RESERVE ?

Kevin G. Hall and Sean Cockerham contribute to:
McClatchy Washington BureauOctober 21, 2014

America’s newly abundant onshore energy supplies are rekindling debate over whether there is too much crude oil, or the right kind, held in the nation’s Strategic Petroleum Reserve.

Crude oil is the lifeblood of the global economy, and the Strategic Petroleum Reserve is designed to ensure that the equivalent of 90 days of oil usage is always held in storage for the United States. That’s to guard against supply shocks such as hurricanes along the U.S. Gulf Coast or conflict in the Middle East or elsewhere.

As recently as 2008, the United States produced about 5 million barrels per day and imported about 60 percent of the oil consumed by Americans. By this April, U.S. production had reached 8.4 million barrels a day, with imports at their lowest level in nearly 20 years.

Given the increased production capabilities, does the United States actually need $73 billion worth of oil held in storage?

A new report from the Government Accountability Office calls on the Department of Energy to answer that, rethinking the size and nature of the reserve.

“If DOE were to assess the appropriate size of the SPR and find that it held excess crude oil, the excess oil could be sold to fund other national priorities,” the report said.

Energy analysts such as Kevin Book, managing director of ClearView Energy Partners, support the GAO call for a new look

“The short answer is that the (Strategic Petroleum Reserve) is an insurance policy, and it is utterly appropriate to re-evaluate one’s insurance coverage on a periodic basis to assess whether or not it meets the set of risks against which one wants to insure,” said Book.

But he cautioned that the supply and demand for oil changes over time.

“The supply surpluses of the present don’t necessarily obviate the reserve at some future point, especially as demand is likely to recover and production can always fall on unexpectedly lean times,” Book said.

As a member of the International Energy Agency, the United States must maintain reserves of crude oil or petroleum products equaling at least 90 days of net imports. But the Strategic Petroleum Reserve today holds enough oil to replace 106 days, and an additional 141 days of oil is being held in private American reserves. That’s a total of 247 days, the GAO report said, approaching three times the required amount.

The report, “Changing Crude Oil Markets,” was requested by Sen. Lisa Murkowski of Alaska, the top Republican on the Energy and Natural Resources Committee. She’s still reviewing it and has no position on the right amount of oil in reserve, said spokesman Robert Dillon.

Murkowski wants to lift the 1970s-era ban on export of U.S. crude oil. The GAO report concluded that in theory exporting lighter grades of oil should bring down the international price of oil, on which U.S. gasoline is priced. But it also said that if exports hurt the profitability of refineries, that could lead to closures, lower production and higher pump prices.

America’s energy boom is a result of oil drilled from under shale rock in a process called fracking. It produces a light, sweet crude oil, while the nation’s main refinery capacity on the Gulf Coast is mostly geared toward handling heavier grades of oil.

The surge in light oil means the U.S. is importing far less of it from African nations but is still reliant on imports of heavier crudes from neighbors Mexico and Canada. Consequently, some refiners told the GAO that the reserve should have more heavy oil in case of import supply disruptions.

“That’s true, but they can also run middle and light crudes. It just depends on the blending and the structure,” said Charles Drevna, head of American Fuel & Petrochemical Manufacturers, the trade association for refiners. “That does not mean they’re going to flip a switch and go all hog wild and do all light sweet crude.”

Drevna wants the government to open up more federal lands and lift restrictions on foreign vessels moving crude between U.S. ports. But he also supports a narrower look at the reserve.

“I think we can all agree that the domestic crude oil situation certainly has changed since 2005,” Drevna said. “I think you should look at the SPR, what was it intended to do and is that reason still valid?”

The Energy Department remains wary about changing the mix of oil in the reserve, because placing heavy crude in the reserve could hurt America’s ability to respond to disruptions in, for example, medium sour crude that’s imported from Saudi Arabia.

The GAO report also raised questions about the Gulf Coast location of the reserve. With increases in crude oil production in North Dakota and Montana and more imports from Canada, oil is increasingly flowing from north to south, with new pipelines and terminals being designed in that direction.

“Such changes may make it more difficult to move crude oil from the SPR to refineries in certain regions of the United States, such as the Midwest, where almost 20 percent of the nation’s refining capacity is located,” the GAO report concluded, suggesting that some reserve oil go to storage in Western states that lack pipeline connections to the Gulf Coast.

Doc No/ESDN: CIA-RDP82-00457R008600430004-0

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Francesco Cossiga amava ripetere che non c'era una soluzione di continuità tra le tensioni degli anni '50 e, poi, agli inizi dei '70, con la rivoluzione bolscevica strisciante portata avanti dal terrorismo rosso.

Ripensare al lungo, lunghissimo dialogo tra Francesco Cossiga e chi scrive, è oggi per me ma, credo, per i lettori, sommamente utile.Soprattutto perché, se è vero che, platonicamente, sapere è ricordare, è anche vero che la Storia, che Francesco conosceva perfettamente, è la chiave di ogni valutazione (e azione) politica. Per Cossiga, e anche oggi ritengo vero questo assunto, la guerra fredda fu vera guerra. Ovvero, uno scontro a bassa, bassissima intensità nei principali Paesi dell’Occidente e dell’Oriente sovietico, che si delineava duramente però nelle tante, allora, periferie degli Imperi, dove era “calda” perché, appunto, non vi erano interessi così forti da tutelare: niente impianti e infrastrutture primarie da prendere al Nemico, nessuna popolazione civilizzata e atta al lavoro da utilizzare, nessuna postazione militare di elevato potenziale tecnologico. 

Qui la guerra “calda” ritrovava i propri criteri ottocenteschi, senza il rischio nucleare che aveva modificato l’equilibrio diretto tra i due Imperi primari.Non a caso, per Cossiga, il punto di svolta fu proprio la guerra del Vietnam, il tentativo sino-russo di chiudere gli USA sul Pacifico meridionale, nel quadrante di primissimo piano del Giappone (e di Taiwan) e di controllare, tramite la penisola indocinese “rossa”, il choke point di Malacca, l’asse geoeconomico e strategico, ieri come oggi, del Pacifico Meridionale. Mi ricordo bene come Francesco studiasse con attenzione estrema la questione vietnamita, perché era la prima volta, con la guerra tra USA-Vietnam Meridionale e la guerriglia non-clausewitinana di Vo Nguyen Giap e di Ho Chi Minh, che la “guerra delle idee” e il pacifismo sessantottardo diventavano armi globali di una nuova guerra psicologica.In Italia, però, la guerra fredda fu anche guerra interna e, perfino, in qualche fase, dall’immediato secondo dopoguerra devastante scontro sociale.

Francesco amava ripetere che non c’era una soluzione di continuità tra le tensioni degli anni ’50 e, poi, agli inizi dei ’70, con la rivoluzione bolscevica strisciante portata avanti dal terrorismo rosso. C’era, invece, secondo Cossiga, una lunga catena di destabilizzazione lenta, lentissima, che implicava una attenta valutazione di ogni mossa, politica, economica, strategica.Poco si interessava di “strategia della tensione”, termine da giornalisti poco fantasiosi: Cossiga sapeva bene che gli Stati deboli sono fragili, e che la tutela dell’integrità e della stabilità italiana era un valore primario per l’Alleanza Atlantica. Era qui l’atlantismo di Francesco: l’ancoraggio dell’Italia, con fedeltà assoluta e intelligenza critica, al Patto Atlantico e al sistema occidentale, anche scontrandosi con le tentazioni neutraliste di buona parte della Chiesa, della DC dossettiana, perfino di un vecchio mondo liberale che, con Benedetto Croce, giudicava “iniquo” il Trattato di Pace.

L’Atlantismo, per Cossiga, era il permesso all’Italia di muoversi con razionalità strategica in tutto l’equilibrio mediterraneo.Mai, da questo punto di vista, ci fu tensione tra Aldo Moro e Cossiga, che qui, come altrove, si mostrava come l’allievo più fedele dello statista cattolico pugliese.Anche il “compromesso storico” o le fin troppo derise “convergenze parallele” erano, nella filosofia di Moro e, anche, nella linea politica di Francesco, l’applicazione del modello di integrazione delle sinistre che aveva funzionato così bene con i socialisti, fin dal primo governo di “centrosinistra organico” del 1963, presieduto proprio, e non era certo un caso, dallo stesso Moro.Ecco perché Francesco aprì all’ex-PCI dopo la caduta del Muro di Berlino: sapeva bene che, fuori dalla correlazione strategica tra Botteghe Oscure e Mosca, si apriva uno spazio, “atlantico”, di integrazione di nuove forze politiche dentro il quadro democratico, liberale, occidentale.

Ma Cossiga sapeva benissimo che questo processo doveva essere guidato, doveva portare gli orfani del Komintern, con attenta progressione, in un processo trasformativo radicale, che in quegli anni era appena iniziato e doveva (e forse lo deve ancora oggi) essere completato da chi l’Occidente e la Democrazia liberale li conosceva già benissimo.Quindi, mi ricordo ora benissimo come Francesco Cossiga intendeva l’intelligence: con dentromolti banchieri e professionisti-manager, pochi militari ma, quei pochi, di eccelso livello culturale e professionale e molti, moltissimi, uomini di cultura e gente capace di fare guerra psicologica, guerra “culturale”, strategia globale per l’Italia, prima di tutto, e poi per gli Alleati storici del nostro Paese.

Per Cossiga, me lo ricordo come se fosse ieri, la caduta del Muro di Berlino era tattica, non strategia.Allora si sapeva poco del ruolo avuto dall’intelligence sovietica nella trasformazione che porterà l’URSS a implodere, insieme al PCUS distrutto, in pochissimi anni, ma era come se Francesco lo supponesse e, ancora, occorreva quindi lavorare ancora ai fianchi le sinistre italiane eredi del mito della Terza Internazionale, per stabilizzare definitivamente l’Italia e occidentalizzarla integralmente.Per Francesco, il Servizio non era una parte separata della élite politica, economica e intellettuale, ma era quella stessa élite quando si coordina verso un obiettivo rilevante, verso un obiettivo, si direbbe oggi, “di sistema”.Francesco era affascinato dallo stile intellettuale e dalle carriere atipiche di tanti capi dei Servizi USA e Britannici, da Wall Street alle “Operazioni”, dai corridoi dell’All Souls College di Oxford, che ben conosceva, alle “missioni” dei grecisti e latinisti e degli storici in tutto il British Empire, dopo che un signore, o il tuo stesso professore, ti ha chiesto semplicemente se “vuoi lavorare per il tuo Paese”. 

Oggi, sia a causa della Riforma del 2007, che ha creato le nuove Agenzie e ha costruito un ruolo preminente per il DIS, Dipartimento Informazioni per la Sicurezza, sia a causa della disperata inefficienza strategica delle nostre classi politiche, sembra che le Agenzie siano diventate una sorta di Master di Secondo Livello in Politica Estera per statisti raccolti quasi per caso.Certo, la riqualificazione del “politico da strada” è un dato essenziale, la ottima idea dei roadshow nelle migliori università dei Dirigenti delle Agenzie è un metodo ottimo per richiamare ad una nuova cultura dell’intelligence i cittadini e i media, ma, per come mi ricordo le osservazioni di Francesco al riguardo, occorreva che i Servizi (di allora) si elevassero ad un livello culturale e strategico molto migliore di quanto fosse (allora) disponibile, per potere talvolta forzare la mano ad una classe politica poco adatta a pensare in termini di Strategia Globale.Il Servizio era, per Cossiga, al servizio solo e unicamente dello Stato, non di questa o quella classe politica, e certe attività autonome di alcuni leaders politici, democristiani e non, gli facevano orrore.

Mi sovviene ancora di come, dato che Cossiga parlava meglio il tedesco dell’inglese, litigò con Kohl, il democristiano Kohl, per come si stava prospettando l’entrata dell’Italia nella moneta unica europea.“Gliene ho dette quattro, a Helmut!” sbottò una volta con me, e il motivo era chiaro: Francesco capiva perfettamente che l’entrata dell’Italia nell’Euro era, allora come oggi inevitabile, ma che non si dovesse in nessun modo mantenere una posizione punitiva nei riguardi dell’Italia: i soldi di un debito pubblico già allora eccessivo, ma forse ancora controllabile, erano serviti a fare un Welfare State che aveva agganciato alla Democrazia Liberale vastissime masse che, altrimenti, sarebbero cadute nella rete del Miraggio Rosso. E, lo ripeto, per Cossiga l’asse della geopolitica italiana era, e rimaneva, il Mediterraneo, che era il Mare Nostrum ma anche il Mare Vestrum: il grande mare degli Europei uniti e amici dell’America e di Israele, lo Stato che Francesco vedeva come l’asse naturale della politica mediterranea nel nostro quadrante marittimo.

Questo non voleva dire che non esistesse una politica “araba” per Cossiga: il problema era che, nel pensiero di Francesco, il mondo arabo, prima dell’incendio jihadista, che lui vide come definitivo, doveva emanciparsi da una logica di terzietà strategica verso USA e ex-URSS, e divenire un alleato stabile dei Paesi consumatori di petrolio, oltre a fare da cuscinetto strategico tra il mondo indiano, l’Asia Centrale, la Cina e tutto l’asse del Mediterraneo. Era questo il senso di un progetto globale di pace tra Israele e i Paesi Arabi, per Cossiga.Inutile aggiungere che le polemiche, interne ai nostri Servizi, tra assi filoarabi e il legame con USA e Stato Ebraico erano ben poco rilevanti nella mente di Cossiga.L’Europa, con tutti i suoi difetti, allora c’era, e Dio solo sa quanto è stata importante nell’equilibrio di forze post-sovietico, e oggi è fin troppo facile polemizzare con la faciloneria di chi ha integrato nella UE e addirittura nell’area Euro Paesi che uscivano dalla miseria del COMECON e del Patto di Varsavia, ma basta pensare a cosa sarebbe successo con scelte opposte, per eliminare ogni dubbio.

Per Francesco, poi, ed era un refrain dei suoi ultimi anni, “l’Europa non c’era più, oggi c’è solo il Fondo Monetario”. Non si trattava di una mouvance antiglobalista in ritardo, Cossiga era un globalizzatore felice della Civiltà Euroatlantica e Occidentale, ma osservava con fastidio l’integrazione “servile” della economia europea a meccanismi cicli economici e monetari, a criteri di divisione mondiale del lavoro che non facevano bene all’Europa, alla Europa necessaria che lui amava, e che riteneva l’asse della futura civilizzazione globale, di cui nessuno poteva prevedere, ieri ma anche oggi, gli sviluppi, che sono scritti, per dirla con Huizinga, nelle ombre del domani.Gli piaceva ricordare Toynbee e quella passione storica, tutta britannica, di parlare per “civilizzazioni” e “universi culturali” e, d’altra parte, Toynbee era stato tra i “maestri di color che sanno” nell’intelligence britannica.

Giancarlo Elia Valori è professore di Economia e Politica Internazionale presso la Peking University e presidente de “La Centrale Finanziaria Generale Spa”

Tuesday, October 21

WHO'S TERMINATED ONE OF THE BEST PUTIN's FRIEND' ?

Is the oil crash a secret US war on Russia? 

The price of oil has plummeted by more than a quarter since June but will Opec, which holds 60% of the world’s reserves and 30% of supplies, cut its own production to try to lift prices? Or will the cartel allow a further slide from the current price – in the mid-$80s per barrel – in the hope of making it impossible for US drillers to make a profit from their wells, and so driving Russia and Venezuela out of business?  
OPEC’s 12-member group has largely controlled the global price of crude oil for the past 40 years, but the US’s discovery of shale oil and gas has dramatically shifted the balance of power, to the apparent benefit of consumers and the discomfort of petrostates as Venezuela to Russia.

Hours before his death, Christophe de Margerie,  he had "long-met" with the Russian Prime minister, Dmitry Medvedev, at his "country residence" outside Moscow.  They have dealed something very important and confidential for not being formalized in official way in Moskow.

Moscow transport investigators said they had opened a criminal probe into breaches of aviation safety rules causing multiple deaths through negligence. French authorities would be invited to take part. The plane’s black boxes had been removed for examination from unknow officials.

His death is a big loss for the global oil/gas industry” said Gordon Kwan, head of Asia-Pacific oil and gas research at the Financial Company Nomura.

Monday, October 20

IRAQI KURDI FORCES ACROSS TURKEY

Anita Kumar contributed to this story from Washington-

KURDISTAN IN IRAQI, SYRIA AND TURKEY
In a dramatic policy shift, Turkey agreed today to allow fighters from Iraq’s Kurdish autonomous region to cross its territory to help save the Syrian Kurdish enclave of Kobani from Islamist radicals, the Turkish foreign minister said. “We are helping peshmerga forces to cross into Kobani,” Mevlut Cavusoglu told reporters in Ankara.

He spoke just hours after the United States, over the express objections of Turkish President Recep Tayyip Erdogan, started dropping arms, ammunition and medical supplies to the Kurdish militia defending the townIt wasn’t clear from Cavusoglu‘s statement when the movement of forces would take place. A Turkish foreign ministry spokesman said he had no “operational details” of when Iraqi Kurdish forces would cross Turkish territory to reach Kobani.

A spokesman for Kobani’s administration said he had received no official notification that reinforcements would be arriving from Iraq. “We have no information about the peshmerga beside the announcement of the Turkish government,” Idriss Nassan told McClatchy.

Cavusoglu said Turkey is working “in complete cooperation” with the U.S.-led international coalition to fight Islamic State extremists an assertion that seemed hardly to have been true only hours earlier.The decision was a breakthrough for the United States in its dealing with Erdogan as it works to assemble a coalition to combat the Islamic State. Only yesterday, Erdogan had said Turkey could never agree to arms shipments to the Kobani defenders, who Turkey believes are linked to insurgents who’ve waged a 30-year war for Kurdish rights inside Turkey.

The decision to allowed militia from Iraq’s Kurdistan Regional Government to come to Kobani’s aid, however, was a compromise that the Turks could agree to. The KRG’s president, Massoud Barzani, has a close relationship with Edogan. Cavusoglu combined his disclosure with harsh criticism of the political party to which the Kobani defenders belong, the Democratic Union Party, or PYD by its Kurdish initials, and said that Turkey will provide it no direct assistance until it changes its goals.

The PYD is the Syrian affiliate of the Kurdistan Workers Party, known as the PKK, the group that has battled Turkey for three decades. Cavusoglu, as Erdogan had earlier in the month, equated the PYD with the Islamic State, which also is known as ISIS or ISIL. “The PYD’s only aim is to control a certain part of Syria, just like ISIS,” he said. “Therefore we believe it is a threat to Syria’s future, to Syria’s territorial integrity and its democratic structuring.”

U.S. officials, briefing reporters late Sunday night about the airdrops, had said additional drops were possible and it was unknown if Turkey would allow the peshmerga to bring weapons and supplies to the PYD forces.

The Obama administration has made Kobani the major battle of its anti-Islamic State campaign, targeting Islamic State positions there with more than 135 airstrikes in the past few weeks. But the airdrops of weapons, ammunition and supplies were the first of their kind since President Barack Obama declared the anti-Islamic State campaign in early August. U.S. officials warned that Kobani might still fall.

“The president was determined to take this action now,” said a senior administration official with knowledge of the operation who briefed reporters late Sunday night under the condition of anonymity. “Kobani is important because ISIL has made it one of its main focal points. . . . This was the quickest way to get the job done.”

The official said that the administration had been pressing Turkey to allow weapons to reach the Kurdish forces by land through Turkey, but had moved without Turkey’s agreement because the fighters were running low on supplies. Obama told Erdogan of the U.S. resupply plans in a phone call that the White House said had been placed to discuss the situation in Kobani, officials said.

KURDI: CONDANNATI A MASSACRARSI TRA LORO NEI SECOLI

La battaglia di Kobane riporta in vita una lotta di kurdi contro kurdi nel sud della Turchia. Si tratta di una rivalità che negli anni Novanta fece 500 morti, soprattutto, in forma di esecuzioni e di vendette.

Bambini armati e uomini kurdi siriani
Da una parte c’è il partito islamico Huda Par, che può essere descritto come ultraconservatore sunnita nel programma e fascista nei modi. L’Huda Par è la reincarnazione legale spuntata a fine 2012 di un gruppo ormai sciolto che si chiamava “Hezbollah”, il partito di Dio (come quello libanese) ed era influenzato molto dall’Iran di nuovo come il movimento sciita libanese – ma le similitudini finiscono qui (la grande distinzione di partenza è che Huda Par è sunnita e di questi tempi confondere sunniti e sciiti è un disastro, specie dalle parti del confine con la Siria e l’Iraq dove il partito è molto forte). Una traduzione libera del nome turco Huda Par è: “Sul sentiero di Dio”.

Dall’altra parte nella lotta ci sono i manifestanti vicini in qualche modo al Partito comunista del Kurdistan (Pkk), o che ne fanno direttamente parte. Gli scontri in strada tra i due schieramenti – kurdi islamisti e kurdi comunisti – si confondono nello scontro più grande tra la polizia e i kurdi che ricordano la violenza degli anni Ottanta e Novanta: trenta manifestanti morti, 350 feriti, più di mille in carcere, soldati e carri armati schierati nelle strade e coprifuoco imposto in sei città.

La protesta violenta è contro il governo del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che non apre un piccolo segmento di frontiera e non lascia arrivare i soccorsi al cantone di Kobane assediato da più di tre settimane. Ma lo farà nelle prossime ore. In generale, i kurdi in strada sono in stragrande maggioranza – forse in massa – più vicini alle posizioni antigovernative del PKK, esasperati dall’inerzia deliberata dell’esercito turco davanti Kobane e convinti che – come dice il Partito – “del governo turco non ci si può fidare”.

Gli islamisti dell’Huda Par stanno con la polizia, ma non sono ideologicamente schierati con lo Stato islamico, fin dalle parole che usano nei loro discorsi: “Daesh”, che è il termine arabo dispregiativo per indicare il gruppo di Abu Bakr al Baghdadi.

Sebbene la Turchia abbia sacche di simpatizzanti dello Stato islamico, Huda Par non è un serbatoio di reclutamento per i volontari che partono per la Siria – almeno: finora non c’è alcun collegamento. Come non c’è collegamento con i giovani che con mazze e coltelli minacciano gli studenti che a Istanbul manifestano contro lo Stato islamico. Piuttosto l’ispirazione di Huda Par è il gruppo palestinese Hamas. 

La decisione di fondare il partito dopo i guai con la giustizia per i gruppi precedenti è stata caldeggiata da Khaled Meshaal, capo politico di Hamas, quando ancora viveva a Damasco sotto l’ala protettrice del presidente Bashar el Assad. A conferma di questo posizionamento di Huda Par nella gamma dei movimenti sunniti c’è il fatto che lo Stato islamico non sopporta Hamas, che considera troppo morbida e compromessa con Israele e l’Egitto (sì, questa nozione potrebbe essere discussa).

Entrambe le parti in strada sostengono  che il governo di Ankara sta con l’altra. Il sindaco di Diyarbakir, una delle città dove le proteste kurde sono state più violente, dice che quelli di Huda Par sono “il piano B” del governo, sanno che possono usare le armi e attaccare le manifestazioni con il consenso tacito di Ankara e con la protezione della polizia. Avrebbero, insomma, quel ruolo informale di repressione contro le proteste che in Siria è toccato agli “shabiha” e in Egitto ai “baltageya”.

Il portavoce dell’Huda Par accusa Ankara di essere invece in combutta con il PKK e di non volere rovinare il processo di pace: “Il governo ha lasciato il sud-est del paese al PKK per non danneggiare il processo di pace. In quel vuoto di potere, il PKK sta estorcendo denaro e ha aperto le proprie corti di giustizia. Dominano la regione. Quando il nostro partito è stato attaccato, nessuno è intervenuto per ore. Se non c’è stato, allora i cittadini si proteggeranno da soli”.

Ieri sera aerei turchi hanno bombardato postazioni del PKK, dopo che per tre giorni avevano sparato contro un avamposto dell’esercito nella regione di Daglica, nel sud-est del paese, ha scritto ieri il giornale turco Hurriyet. Non succedeva da due anni ed è un segno di crisi in quel processo di pace tra PKK e governo che stava andando avanti con lentezza da ghiacciaio e che ora sta per saltare a causa della battaglia di Kobane (se la città cade – ha minacciato il Partito comunista – ripartirà la nostra guerra contro la Turchia). 

Appena al di là del confine, attorno alla piccola enclave siriana che resiste allo Stato islamico, è stata la giornata con più missioni aeree americane: 23 bombardamenti per aiutare gli assediati, che hanno recuperato posizioni e hanno spinto indietro i sunniti verso i quartieri a est, quindi verso il lato da cui sono entrati.

I raid aerei americani hanno ucciso secondo alcune fonti locali anche Abu Khattab al Kurdi, nome di battaglia di uno dei leader dell’offensiva dello Stato islamico sul cantone di  Kobane e tutta l’area attorno. Il ruolo di al Kurdi era rimasto sconosciuto fino a pochi giorni fa, quando sui social media sono cominciate a circolare sue foto – forse per sottolineare che ci sono anche kurdi che combattono il Jihad e secondo le stesse fonti  sono circa 400. 

Al Kurdi sarebbe di Halabja, quindi della zona dell’Iraq del nord colpita con armi chimiche dall’esercito di Saddam Hussein venticinque anni fa.

La presenza di kurdi nell’offensiva contro le aree kurde non è una sorpresa, considerato che all’interno dello Stato islamico prevale sempre l’elemento religioso su ogni altro. Un esempio su tutti: il condottiero medievale Saladino, di origini curde, che guidò l’esercito islamico in battaglia contro i Crociati ed è oggi ammiratissimo nel Jihad moderno. Kurdi contro kurdi contro altri kurdi, gettati sui lati opposti di linee di separazione ideologica o religiosa che attraversano Turchia, Siria e Iraq, e condannati a combattersi.