Tuesday, November 25

2014 L'ANNO CHE PREANNUNCIA LA CATASTROFE.

Gli economisti Mario Lettieri e Paolo Raimondi (il primo è stato sottosegretario all’Economia del governo Prodi) avanzano un’ipotesi molto interessante. Dietro la decisione di far scendere il prezzo del petrolio ci sarebbero diverse cause, tra le quali anche l’intenzione dell’Arabia Saudita (voluta dagli Stati Uniti) di colpire economicamente l’Iran e la Russia. Sarebbe in corso, dunque, una vera e propria guerra commerciale, combattuta con l’arma del petrolio. 

Dal petrolio, infatti, deriva il 60% delle entrate di Teheran e il 46% di quelle di Mosca. Si capisce subito, quindi, quando sia strategico il petrolio (e il suo prezzo) per questi due Paesi. Ma è mai possibile che per colpire Iran e Russia si metta in moto un meccanismo così sottile (e perverso) che va a incidere in modo pesante sulle economie di tutto il mondo?

Diciamo che non sarebbe la prima volta: nel lontano 1985-1986, infatti, come ricordano Lettieri e Raimondi, l’Arabia Saudita abbassò il prezzo del greggio di 3,5 volte, aumentando al contempo la produzione di 5 volte. Gli sceicchi non morirono di fame – anche se ci rimisero qualcosa (il costo del barile scese a dieci dollari) – ma nel 1989 (Gorbaciov "muro di Berlino") l’Unione sovietica finì come ben noto, in ginocchio.

Che gli Stati Uniti vogliano ripetere quell’esperimento? Perchè se é si: sarà una CATASTROFE! 

La leva del prezzo del petrolio, unita alle sanzioni economiche, potrebbero infliggere un colpo durissimo alla Russia di Putin (come ha sottolineato anche il WP) una diminuzione del 10-20% del prezzo del petrolio potrebbe contribuire a raggiungere lo «scopo politico» delle sanzioni. Se si riduce il prezzo del greggio, va da sé, si riducono le entrate. Così Mosca e Teheran potrebbero essere costrette a REAGIRE.

Il premio nobel per la pace barak obama (tutto in piccolo) licenzia il pericoloso Cuck Hagen, "chief in command" della Difesa (vedi primavera araba e Ukrajna). Il presidente russo Vladimir Putin ha lanciato un piano per militarizzare l’Artico, nel tentativo di ripristinare la presenza che nell’era sovietica Mosca aveva nella regione, assai contesa perché patria delle maggiori risorse energetiche mondiali non ancora sfruttate

Il mese scorso la Russia ha iniziato la costruzione di due installazioni militari nuove di zecca nell’Artico, attuando così la prima espansione della potenza russa post-comunista nell’area. Il Cremlino prevede di costruire sei nuove basi nella regione artica e ha annunciato che vuole creare qui una struttura di comando militare con due brigate di fanteria meccanizzata supportate da motoslitte e hovercraft. E adesso sono cazzi.

La mossa segna una pietra miliare nella militarizzazione russa di una regione che il Cremlino aveva abbandonato negli Anni 80. Mosca ha detto che vuole avere una forza permanente «artica» di 6000 uomini con sistemi radar e di orientamento di stanza vicino a Murmansk, una città portuale sul Mare di Barents. 

Due settimane fa l’esercito russo ha annunciato di aver aperto una nuova base militare sull’isola di Wrangel, una riserva naturale all’interno del Circolo Polare Artico, vicino all’Alaska, nel Mare di Chukchi. Un’analoga base - realizzata con strutture modulari prefabbricate - sarà presto completata nel vicino Cape Schmidt. Gli avamposti, che comprenderanno basi sovietiche ripristinate così come nuovi impianti, sono i primi di una serie di installazioni militari che movimenteranno la frontiera settentrionale della Russia.  

Con circa il 15% del petrolio mondiale e un terzo del suo gas naturale ancora da scoprire, la regione è una potenziale miniera d’oro. Inoltre, il riscaldamento globale sta producendo un effetto devastante sul ghiaccio artico, che si sta gradualmente sciogliendo aprendo per la prima volta una rotta a Nord che è potenzialmente una lucrosa alternativa al Canale di Suez.

Le rivendicazioni della Russia sull’Artico e sulla sua ricchezza energetica sono in competizione con le ambizioni del Canada, della Danimarca, della Norvegia e degli Stati Uniti, e questo rende l’area una delle regioni potenzialmente più instabili del mondo

«È di fondamentale importanza per noi fissare obiettivi per i nostri interessi nazionali in questa regione», ha detto di recente Dmitry Rogozin, l’aggressivo vice primo ministro della Russia, che è stato incaricato da Putin di moltiplicare gli sforzi per costruire le infrastrutture necessarie a dispiegare i soldati nella regione artica. «Se non lo facciamo, perderemo la battaglia per le risorse e questo significa che perderemo anche una battaglia per il diritto alla sovranità e all’indipendenza».  
  
Nel 2013, una base chiusa alla fine della guerra fredda è stata riaperta nelle isole Novosibirsk e ora ospita dieci navi militari e quattro navi rompighiaccio. Il Cremlino sta anche progettando di ripristinare sette piste di atterraggio nella regione artica. Inoltre, ha ordinato all’industria della Difesa di sviluppare armi in grado di affrontare il duro ambiente artico.  

Nel 2007 il Cremlino ha piantato una bandiera russa, in una capsula di titanio, 2,5 miglia al di sotto del Polo Nord. Quando gli è stato chiesto dell’Artico in una riunione con i membri pro-Cremlino del parlamento, Putin di recente ha parlato della presenza di sottomarini Usa nella regione «con missili puntati contro Mosca e San Pietroburgo». «La presenza militare russa nella regione artica non è né una posa né un’ostentazione, è molto seria», ha detto Pavel Felgenhauer, un analista militare di Mosca. 

«Chi è al potere è davvero convinto che entro il 2020 ci sarà una grave carenza di risorse energetiche nel mondo e che l’Occidente, guidato dall’America, attaccherà la Russia per prendere il controllo del petrolio e del gas. Si tratta di una guerra per le risorse. Questo è il senso della militarizzazione dell’Artico». 
  
Secondo una versione vicina ai timori del Cremlino, la Russia ha recentemente tenuto nell’Estremo Oriente del Paese le più grandi esercitazioni militari della sua storia. Le esercitazioni hanno coinvolto 155.000 uomini e migliaia di carri armati, aerei, navi militari

Lo scenario sviluppato dai militari, pare, includeva una potenza straniera chiamata «Missouria» - un modo per indicare gli Stati Uniti secondo gli analisti indipendenti - che provocava un conflitto tra la Russia e una nazione asiatica senza nome per una disputa territoriale. Nello scenario «Missouria», con il sostegno degli alleati, utilizzava questo conflitto come pretesto per iniziare un’invasione su vasta scala della Russia.  

Dulcis in fundo:
Russia e Cina terranno esercitazioni congiunte nel Mar Mediterraneo e nel Pacifico nel 2015, lo ha dichiarato il ministro della Difesa russo Sergej Shoygu dopo i colloqui con il suo omologo cinese Chang Wanquan. 

Il ministro russo ha ricordato che a maggio si sono tenute con successo le esercitazioni navali russo-cinesi "Interazione marina", durante le quali le "Marinerie" dei due Paesi per la prima volta hanno collaborato durante il combattimento in addestramento con gruppi misti

Shoygu ha anche detto che la Russia e la Cina sono preoccupate per i tentativi degli Stati Uniti di rafforzare la sua influenza politica e militare nella regione dell’Asia Pacifica.

Come già dicevo: "adesso sono cazzi".