Monday, November 10

"L'OSSERVATORIO ITALIANO" A DIFESA DI IMPRENDITORI LESI

Non è la prima volta che denuncio azioni vergognose e, purtroppo, reiterate da parte di alcuni rappresentanti dello Stato di Diritto e/o di alti funzionari referenti della Amministrazione pubblica italiana. Diversi anni fa, un compianto amico, già presidente della Corte dei Conti, il Prof. Fausto Nunziata, mi insegnò, magistralmente, come interpretare e localizzare la verticale inefficienza creata proprio da parte di questi nocivi individui, tarli delle Istituzioni.

Non è certamente una notizia al vento che oltre alla loro incapacità di rappresentanza, abbiano geneticamente la propensione all'intrigo politico-corruttivo con relativo danno sociale e di immagine per tutta la collettività. Questi parassiti sono sempre, comodamente, acquattati nelle stanze del Palazzo. Cambiano volti e nomi, ma restano voraci tarli finchè la struttura dello Stato non si sgretoli. Li si riconosce -tra luci oblique di corridoi ministeriali- dalle caratteristiche di ignoranza che li nutre e di un ego che li fa crescere arroganti, credendosi osmosi del potere intoccabile e inattaccabile.

Da diversi anni, grido i loro nomi. Senza tregua e timore alcuno. Nonostante mi abbiano -in più occasioni- riservato sussurrate minacce e intimidazioni trasversali. Sanno dove sono. Perchè sul web io ci metto nome e cognome. Adoro smascherarli per le loro nefandezze contro il comune senso etico e deontologico. 

Adoro vederli desistere o dimettersi dai loro incarichi, dopo avergli minato la falsa credibilità e aperto le loro luride cloache partitistiche. Come fu fatto nei confronti di Giulio Terzi di Sant’Agata e di Staffan De Mistura, dopo i loro misfatti e le continue pagliacciate (uno per tutti il "caso Latorre e Girone”).

Fu con loro due che la Farnesina toccò il fondo. I nomi di questi due  meschini, me li sono ritrovati oggi, a distanza di tempo. Sono venuto a conoscenza, che colpirono ancora con la loro plateale deficienza. 

Una azienda italiana, ebbe il torto di rivolgersi al ministero degli affari esteri per essere tutelata da una "rapina a croata armata". Mi riferisco all’azione di rilevare e gestire l'acquisizione di un'industria fallita croata: la "Dalmatinka Nova".

In realtà, per uccidere un uomo non è detto necessiti un'arma. Lo si può uccidere col silenzio e con la solitudine. Soli in un paese straniero, che da sempre (assieme agli sloveni) nutre visceralmente odio e disprezzo per gli italiani, i fratelli Gianfranco e Livio Ladini -titolari di una azienda triestina- sono stati abbandonati da quattro governi italiani, Berlusconi, Monti, Letta e Renzi. 

La Croazia ha letteralmente "derubato" a quest’azienda, soldi e tempo, con la totale indifferenza delle istituzuioni italiane. Ma i Ladini, a differenza degli altri imprenditori italiani turlupinati e scappati  dalla Croazia (dopo minacce “tipo ustascia”) per fatti analoghi; loro -al contrario- sono rimasti lì a difendersi, armati unicamente di cristallina onestà. Cioé, quel tipo di onestà che gli fa credere nel "male non fare, paura non avere".

In questi otto anni, i croati, li hanno denigrati, li hanno privati della loro credibilità, li hanno infamati sulla loro stampa, li hanno "rapinati" di milioni di euro

L'azienda italiana ha apportato alle casse croate “denaro pulito” e non “denaro sporco” derivante da cosche balcaniche. Ma la cosa non mi ha lasciato basito, in quanto sapevo che l'Italia li avrebbe trattati come li ha trattati:"squilibrati disturbatori" nel denunciare i loro fatti. Tanto da non meritarsi, i triestini, nemmeno una semplice risposta scritta alle loro decine di appelli di aiuto

L'Italia resta impassibile di fronte a questo scempio.Senza reagire con un minimo di senso istituzionale di fronte ai gravi reati perpetrati dalla Croazia. Fatti di lampante violazione -da parte croata- di competenza legislativa internazionale, assieme al diritto -sacrosanto- di sostenere la difesa degli imprenditori, in Croazia,  in quanto cittadini di uno Stato di Diritto anche se rappresentati dall’"arrogante" Giulio Terzi di Sant’Agata e dal  "dandy" Staffan De Mistura).

Soli. Completamente soli di fronte ad un omertoso e coatto muro di gomma -quello delle istituzioni italiane che croate- scaraventandoli, di volta in volta in otto anni, in un vortice oscuro fatto di silenzio criminoso istituzionale. Ma i triestini, imperterriti, non si sono risparmiati nel  denunciare -in ogni sede- un'efferata violazione del Diritto internazionale, in attesa, oltretutto, di rivolgersi a Strasburgo.

Dunque, questi imprenditori triestini, Gianfranco e Livio Ladini, incredibilmente caparbi e combattenti, sono i titolari della "la Distributrice" di TriesteDebbo evidenziare che non ne avrei mai saputo nulla -di questa amara "odissea dalmata"- se non fosse stato per un caro amico e valente giornalista, Michele Altamura. 


Michele, da sanguigno sostenitore dei diritti dei deboli, ha incarnato l'umiliazione e la frustrazione subita dai fratelli Ladini durante un'ardua battaglia giornalistica sul web (costata tempo, lavoro e denaro) contro l'atteggiamento improprio e "amorale" dello Stato italiano e di quello croatoIl gruppo –guidato magistralmente da Michele Altamura- coordina, "l’Osservatorio Italiano," il quale non si è mai lasciato intimidire dalle “raccomandazioni” (Sic!) del Ministero degli Esteri italiano sino a rispondere a viso aperto al sottosegretario Staffan De Mistura, per la superficialità con cui ha risposto all’interrogazione parlamentare sul Caso Dalmatinka

"L’Osservatorio Italiano" si è fatto così testimone di un caso troppo grave per cadere nell’oblìo, soprattutto perché può diventare un importante precedente per le aziende italiane che operano in mercati in via di sviluppo.

I Ladini, infatti, si sono visti letteralmente espropriare la fabbrica di Sinj in cui avevano investito, attraverso una procedura fallimentare coatta chiesta dai Sindacati, a loro volta strumentalizzati dalla criminalità locale e da funzionari corrotti. L’aspetto più scandaloso è la lenta morte inferta all’azienda, a cominciare da un accertamento fiscale illecito, in quanto è andato ad imputare ad utile anche i capitali investiti -del tutto irregolare per la disciplina europea, che impedisce la tassazione del capitale- per poi comminare pesanti multe e il sequestro dei conti correnti.

Di conseguenza, la fabbrica si è lentamente paralizzata, costringendo i Fratelli Ladini a dar fondo al proprio patrimonio per salvare il loro lavoro e per difendersi dai ripetuti attacchi della stampa e dei giudici. Per di più, durante il processo è stato negato loro il diritto di partecipare alle sedute in aula, con continui insulti ed ingiurie, mentre i media continuavano a criminalizzare la loro presenza nella regione dalmata.

MICHELE ALTAMURA
In tutto questo, l’Ambasciata italiana è intervenuta sempre in maniera “molto riservata”, minimizzando la gravità dell’accaduto, persino quando sono state bruciate le bandiere italiane dinanzi alla fabbrica. Per tutta la durata del processo di fallimento, i funzionari italiani hanno sempre mantenuto un atteggiamento di basso profilo, nascondendo le loro responsabilità. Infatti lo Stato Italiano era legalmente obbligato ad assistere le aziende italiane che investivano in Croazia, in virtù della Convenzione Italo-Croata per la tutela degli investimenti.

Un protocollo interstatale disatteso che, ancora oggi, viene ignorato e disatteso in quanto – stando alla posizione della Farnesina e dello stesso Sottosegretario De Mistura – non dà diritto alla prestazione di “mezzi effettivi” per la difesa delle aziende in difficoltà. Insomma, lo Stato Italiano firma convenzioni per promuovere la cooperazione degli Stati, ma non li applica negli obblighi ad esso pertinenti, quindi a maggior ragione non ne pretende il rispetto dalla controparte. 

E qui la faccenda si complica ancora di più, perché i Ladini -grazie alla loro tenacia e forza inarrestabile- vincono il processo per il riconoscimento dei loro diritti di creditore e vanno ora verso il ricorso per il risarcimento dei danni.

Vorrei a questo punto chiedere alla Farnesina: "cosa farà, adesso che quest’azienda italiana, nonostante nessuno credesse in essa, ha vinto e chiede il rispetto della sentenza?? Volterà ancora una volta le spalle, forse per la vergogna, dinanzi alla meschinità di quei alti funzionari italiani che dubitavano della ragione dei Ladini, e soprattutto ne furono principali detrattori?? 

Altrettanto gradirei non si dimenticassero i parassisti nelle istituzioni italo-croate,  che hanno permesso agli emissari di Cosa nostra – fino a qualche tempo fa- di far casa in Croazia, Giambattista Licata -esponente del clan siciliano dei Fidanzati e della mafia del Brenta- il quale aveva il suo quartier generale a Fiume e disponeva di un valido passaporto croato. Intercettando lui, gli investigatori dell'Interpol, smantellarono un traffico d’armi stimato di circa 50 milioni di dollari. Quelli erano gli anni in, cui la mafia rispose con una violenza senza precedenti. Come erano di provenienza croata gli esplosivi usati in Sicilia ai tempi dell’attentato che uccise a Capaci il giudice Giovanni Falcone.

Dovete interpretare i Balcani come periferia internazionale del sistema europeo. I moderni stati balcanici sono quelli di sempre. E sempre resteranno Stati di "periferia": prima lo erano dell’impero ottomano, poi dell’Impero asburgico, e ora dell’Unione Europea.

Sono paesi in un certo senso immutabili nelle loro logiche sociali, paesi che vanno deindustrializzandosi, dove è il crimine a produrre economia. La società si sviluppa –anche- intorno a questa economia criminale e diventa essa stessa “Stato criminale”. Quando poi, come oggi, uno Stato moderno si costituisce, esso non può che riproporre quel modello ancestrale poiché nulla di fondamentale è mutato negli equilibri socio-economici di questi inquietanti paesi.

In quella croata, come altre nei Balcani, vi sono economie criminali parallele, con enormi capitali -sommersi- nacquero dalla guerra dei Balcani. Ancora oggi la criminalità organizzata provvede a grande parte della economia industriale alimentare, energetica e  commerciale. Difatti, è comprovato da organizzazioni mondiali (UNODOC) che l’elemento criminale non è più un semplice provider in Croazia, ma è diventato attore in proprio e imbeve di sé l’intero progetto politico-economico di questo paese.


Altresì, è scontato il contributo di alcuni criminali (appena usciti dalla guerra 1992-1999), i quali portarono la Croazia al soggetto politico come oggi appare. Quindi, non è difficile comprendere che così la situazione si ribalta: non è più la politica che usa il crimine; ma è il crimine che prendendo in ostaggio il potere -statemaking- fa diventare la politica e/o il politico, un suo strumento

Ma che ne sanno di quanto scritto qui, il duo scellerato di Sant’Agata e di De Mistura? Nulla. Assolutamente nulla. Esattamente, come prima.