Saturday, January 24

HERE IS HOW GHEDAFI WAS SOLD BY TONY BLAIR

Tony Blair penned a letter to the Libyan leader Muammar Gaddafi to thank him for the "excellent co-operation" between the two countries' spy agencies at a time when they were allegedly collaborating in efforts to send UK-based dissidents back to the North African country.

Addressed "Dear Muammar" and signed "Best wishes yours ever, Tony", the missive was sent in 2007 as part of a raft of documents recovered from Libyan government offices following the 2011 revolution which ousted the dictator and pieced together by a team of London lawyers who are bringing damages claims on behalf of a dozen Gaddafi opponents who claim they were targeted by the two countries' Agencies.

The letter, reported in The Guardian, was written on April 26, 2007, to inform Gaddafi that the UK was about to fail in its attempts to deport two Libyans allegedly linked to an Islamist opposition organisation, the Libyan Islamic Fighting Group (LIFG).

Blair told Gaddafi: "I trust that you, and your family, are well. With regret, I should let you know that the British government has not been successful in its recent court case here involving deportation to Libya. I am very disappointed by the court's decision."

He added: "I believe it is essential that this decision is not allowed to undermine the effective bilateral co-operation which has developed between the United Kingdom and Libya in recent years. We have made such progress. It is important, for the good of both our peoples, that we continue to do so, not least in the crucial area of counter-terrorism."

He added: "I would like to add a personal word of thanks for your assistance in the matter of deportation. That support - and the excellent co-operation of your officials with their British colleagues - is a tribute to the strength of the bilateral relationship which has grown up between the United Kingdom and Libya. As you know, I am determined to see that partnership develop still further."

The relationship between Libya and the UK had thawed following Gaddafi's decision to abandon weapons of mass destruction, and it is known that the two countries had co-operated on Intelligence matters.

A spokesman for Blair said: "There is nothing secret about the fact that the UK and the then Libyan government co-operated in the fight against terrorism. It was public. Or that the then Libyan government gave up their chemical and nuclear weapons programme and that this happened in 2003 after negotiation. At that time the UK was fighting a serious terrorist threat aimed at its people and its soldiers. None of that means the UK Government accepted or condoned torture."

The Guardian said the papers recovered from Libya were now forming the basis of the damages claim being brought by six Libyan men, the widow of a seventh, and five British citizens of Libyan and Somali origin. The newspaper said they are bringing claims against the British government on the basis of the recovered documents, alleging false imprisonment, blackmail, misfeasance in public office and conspiracy to assault.

Earlier this week, Conservative MP Andrew Bridgen demanded new laws be introduced to stop former prime ministers from damaging the reputation of the United Kingdom with their post-Downing Street behaviour. Bridgen said the actions of Tony Blair since he left office in 2007 meant parliament should hold and "urgent debate" into the former Labour leader's commercial and business activities.


He added: "It is an essential function of parliament to do its utmost to safeguard and protect the integrity and reputation of the UK, including the conduct of the holder of the highest executive office in the land," the motion adds.

SAUD: ECCO COME TORNANO I CONTI SUL TERRORISMO

È possibile sostenere i gruppi jihadisti più radicali e al tempo stesso aprire a una pace con Israele? E ancora: si può essere (munifico) amico dell'Occidente e al tempo stesso ergersi a custode intransigente di una dottrina islamista - quella wahabita - che tra i suoi più convinti adepti annoverava Osama bin Laden e quindici dei diciannove dirottatori dell'11 Settembre? La risposta è sì. È possibile se per decenni si è a capo della più potente petromonarchia al mondo e se quei petrodollari servono a sostenere l'economia americana e tenere a galla molte Borse europee.

Una vita a "due corsie" quella di Abdullah bin Abdulaziz, sesto re saudita, per anni il più anziano sovrano regnante al mondo, morto all'età di 91 anni. Per la successione è pronto uno dei suoi fratellastri, il principe Salman bin Abdul Aziz, ottantenne, anch'egli da tempo malato, tant'è che gli analisti internazionali, e le cancellerie mondiali vedono nel principe ereditario Muqrin, che ha "solo" 69 anni e gode di buona salute, colui a cui l'immarscescibile dinastia Saud affida il suo futuro.

Comunque lo si giudichi, una cosa è incontestabile: per oltre tre decenni, re Abdullah è stato uno degli uomini più influenti degli Stati del Golfo: alleato fondamentale degli Stati Uniti, nel dopo 11 Settembre dovette guidare quell'alleanza in una fase critica. 

Il suo regno è stato caratterizzato dallo scontro con le ambizioni regionali dell'Iran, sciita. Uno scontro che si è spostato in vari paesi e da ultimo ha avuto il suo culmine nel conflitto siriano. Fu anche duro nella repressione del dissenso nel momento del sorgere delle primavere arabe, spezzando sul nascere le dimostrazioni da parte della minoranza sciita.

Figlio - assieme a 36 fratellastri - del fondatore dell'Arabia Saudita Abdul Aziz bin Saud, Abdullah ricevette la tradizionale educazione islamica dopo aver passato su ordine del padre un lungo periodo della sua infanzia con le tribù beduine nomadi perchè diventasse "forte fisicamente e mentalmente". Abdullah era re dal 3 agosto 2005, quando era salito sul trono dopo la morte di Fahd. 

Già dieci anni prima, nel 1995, aveva di fatto assunto la carica di reggente dopo che lo stesso Fahd era stato dichiarato temporaneamente invalido. Re Abdullah lascia quattro mogli da cui ha avuto 7 figli maschi e 15 femmine. 

Il loro futuro è garantito: Abdullah era ultramiliardario, con una fortuna che la rivista Forbes calcola in oltre 120 miliardi di dollari. Guardando alle sue aperture internazionali e anche ad alcune misure interne, c'è chi si spinge fino al punto di considerare il defunto re un sia pur timido "riformatore".

Abile certamente lo è stato. Soprattutto nei suoi rapporti con l'America. Senza mai tradire l'alleanza con gli Stati Uniti, tuttavia, in più di un'occasione re Abdullah ha però preso le distanze da Washington. Nel 1998 respinse la richiesta americana di usare le basi militari saudite per lanciare i raid contro l'Iraq. 

Mentre nel 2002 lanciò al vertice arabo di Beirut l'iniziativa di pace saudita per il Medio Oriente, che si distanziava in parte dalle posizioni Usa e prevedeva il riconoscimento arabo dello Stato ebraico in cambio della creazione di uno Stato palestinese formato dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania con Gerusalemme est capitale. 

Ma è la stessa dinastia Saud di cui Abdullah era a capo, quella a cui ancora nel 2007, Stuart Levey, sottosegretario al Tesoro con il compito di monitorare e impedire il finanziamento del terrorismo, faceva esplicito affermando: "Se potessi tagliare i fondi ad Al Qaeda da parte di un paese con il solo schiocco delle dita, questo sarebbe l'Arabia Saudita". 

Due anni dopo, era Hillary Clinton ad ammettere che "l'Arabia Saudita resta una base fondamentale per il sostegno finanziario di Al Qaeda, dei talebani e di altri gruppi terroristici". Dunque, la costituzione del Califfato sunnita di Iraq e del Levante sarebbe avvenuta anche grazie ai lauti emolumenti in partenza dal Golfo. 

In proposito, nel 2013 "The Guardian" ha rivelato un piano dei sauditi volto ad armare e addestrare una forza para-convenzionale per combattere il regime di Assad in Siria, anche qui con il decisivo impulso del principe Bandar bin Sultan messo a capo dei servizi di Intelligence sauditi.

La realtà ineluttabile - concordano fonti di Intelligence occidentali e analisti arabi - è che dietro la recrudescenza del jihadismo in Iraq c'è la mano dell'Arabia Saudita, desiderosa da un lato di togliere di mezzo un regime, quello di al-Maliki, mai riconosciuto - Riyad non ha più un ambasciatore a Baghdad dai tempi di Saddam -, e dall'altro di chiudere i conti con l'America, che un decennio fa si servì proprio dell'Iraq per colpirla nei suoi interessi vitali. 

Abile, nella sua praticata ambiguità, re Abdullah lo è certamente stato. Ma "riformatore" è un termine che non si addice alla gerontocrazia Saud. Basti considerare la condizione delle donne, anche se c'è chi ricorda che è stato lui, il defunto re, nel 2009 a nominare una donna viceministro e a cercare di ampliare le loro possibilità di istruzione.

Una dinastia irriformabile. A meno che non si considerino un optional insignificante il rispetto di quei diritti civili di cui l'Occidente si fa vanto. Il giorno precedente l'annuncio della morte di Abdullah, le agenzie stampa di tutto il mondo rendevano noto che le autorità saudite avevano hanno nuovamente sospeso per ragioni mediche la flagellazione del blogger saudita Raif Badawi

A riferirlo è stata Amnesty international, che da tempo chiede il rilascio dell'uomo, ritenuto "un prigioniero di coscienza, il cui unico 'reato' è stato quello di esercitare il diritto alla libertà d'espressione fondando un sito per il pubblico dibattito". Il 9 gennaio scorso Badawi, 30 anni, ha ricevuto 50 frustate davanti a una folla di fedeli dopo la preghiera del venerdì vicino alla moschea al-Jafali di Gedda. 

L'uomo è stato condannato lo scorso settembre a 10 anni di carcere, a 1.000 frustate, da infliggere nell'arco di 20 settimane, e a un milione di rial sauditi (circa 225.000 euro) per aver pubblicato un forum online e per aver insultato l'Islam. 

E ancora più agghiacciante è la sorte toccata, una decina di giorni fa, a Laila Bint Abdul Muttalib Basim, una donna accusata di aver ucciso e torturato la sua figliastra di 7 anni, uccisa pubblicamente gridando la sua innocenza fino a quando il boia l'ha decapitata con una lunga spada. 

L'esecuzione è stata particolarmente brutale: la donna, che urlava disperata, è stata trascinata in strada e costretta a terra da quattro agenti di polizia e quindi decapitata. La sua morte è stata ripresa dalle telecamere di qualche telefonino e il video subito postato su Youtube. I filmati che hanno documentato l'esecuzione sono stati ripetutamente pubblicati e rimossi dai social network, dove intanto hanno sollevato numerose polemiche e reazioni inorridite.

Il 2015 in Arabia Saudita era già iniziato con una decapitazione, il primo gennaio, di un uomo condannato per narcotraffico e contrabbando di hashish. Nel Paese reati come stupro, assassinio, apostasia, traffico di stupefacenti e rapina a mano armata sono tutti passibili di condanna a morte. 

Nonostante gli appelli delle Nazioni Unite e delle organizzazioni internazionali per i diritti umani, Riyad ha accelerato le esecuzioni: nel 2013 erano state 78, sono salite a 87 nell'anno successivo. Non basta. 

L'Arabia Saudita è l'unico Paese al mondo che proibisce alle donne di guidare. Per questo motivo 2013 è nata la "Campagna 26 ottobre", lanciata per rivendicare il diritto alla guida delle donne e attirare l'attenzione internazionale sulle restrizioni loro imposte nel Paese. 

In occasione del primo anniversario, le attiviste saudite hanno lanciato l'hashtag "I will drive myself", invitando donne di tutte le età a postare sui social network foto e video di loro alla guida. La risposta del ministro dell'Interno saudita è stata tranchant: chiunque partecipi alla protesta verrà arrestato. Ma le donne saudite non mollano la presa, tanto che nel profilo twitter di un' attivista si legge la sfida: "Sono un una femminista liberale e un'eccellente guidatrice bloccata nel Paese sbagliato". 

Sbagliato al punto tale che lo scorso dicembre, due donne saudite, Loujain al-Hathloul, di 25 anni, e Maysa al-Amoudi, di 33, sono state arrestate per aver difeso il diritto delle donne a guidare e costrette a comparire davanti ad un tribunale che si occupa di "terrorismo". Loujain Hathloul era stata arrestata il primo dicembre alla frontiera tra l'Arabia Saudita, dove le donne non possono guidare, e gli Emirati Arabi Uniti, da dove proveniva su un'auto. La giornalista Maysaa Alamoudi è stata arrestata per aver difeso Loujain.

In un recente rapporto, Human Rights Watch ha avvertito che "le autorità saudite stanno incrementando la repressione sulle persone che criticano pacificamente il governo su internet" e che giudici e procuratori usano "le disposizioni vaghe previste in una legge anti crimini informatici del 2007 per accusare e processare cittadini sauditi per tweet pacifici e commenti postati sui social network". Al momento dell'arresto al-Hathloul e al-Amoudi avevano, complessivamente, oltre 355mila follower su Twitter ed erano state aperte sostenitrici della campagna, avviata il 26 ottobre del 2013, contro il divieto di guida per le donne. 

Gli organizzatori della campagna sostengono che il divieto di guida delle donne solleva questioni più ampie legate alle leggi di custodia parentale in Arabia Saudita, che danno agli uomini il potere di decidere sulla vita delle donne. Un attivista riferisce che il divieto di guida rientra in "un più ampio sforzo di bloccare ogni possibilità di innalzare il tetto delle libertà civili" in Arabia Saudita. 

Quel "tetto" è rimasto bassissimo anche sotto il regno di re Abdullah il "riformatore". Ma di ciò, l'Occidente è poco interessato.

Quel che conta è che i paesi del Golfo (Arabia Saudita in testa) detengono ancora il 48 per cento delle risorse globali provate di petrolio e il 43 per cento di quelle di gas. Quanto alla finanza, nelle casseforti dei petro-monarchi galleggiano imponenti ricchezze di matrice energetica, da cui economie occidentali in drammatico affanno non possono prescindere. 

Soldi pesanti per la City e per Wall Street. Per stare ai fondi sovrani, quelli della Penisola arabica (gestiti in prima linea da Arabia Saudita, Emirati arabi uniti, Kuwait e Qatar) valgono il 35 per cento degli omologhi "asset" mondiali. 

Se salta il Golfo, insomma, il nostro futuro sarà buio, freddo, misero. 

E per scongiurare questo scenario, si chiudono ambedue gli occhi di fronte a gerontocrazie "modello Saud". E l'Occidente corrotto, ancora finge di non capire cosa -tragicamente- sta accadendo al nostro presente e al futuro dei nostri figli. 

Thursday, January 22

NUOVO "GOLPE" A FAVORE DELL'IRAN. FIRMATO C.I.A.

Tecnicamente è un “quasi golpe” perché gli Houthi non impongono con la forza un cambio di potere, ma piuttosto che siano rispettate le loro richieste nella stesura di una nuova Costituzione yemenita. 

Come spesso accade nel paese arabo, anche questo scontro va avanti a singhiozzo, sospeso tra la possibilità di una guerra totale nelle strade e il teatro del negoziato politico.

Ieri i ribelli hanno conquistato il palazzo presidenziale nella capitale, dopo avere preso le sedi delle tv – ma dicono di averlo fatto per impedire che le armi lì conservate fossero saccheggiate. Si tratta del grande palazzo usato dal vecchio presidente Abdullah Saleh, deposto nel 2012, e non da quello attuale Abed Rabbo Mansour Hadi (vice di Saleh per decenni). 

Ai ribelli non interessava la sede simbolica, ma la base e l’armeria della Terza brigata meccanizzata, che stanno all’interno del perimetro del palazzo. Per ora c’è una tregua precaria con i soldati. Hadi è invece assediato a quattro chilometri, nella sua residenza in un quartiere sofisticato della capitale. Gli Houthi hanno circondato l’edificio e bombardano il presidente.

Quest’azione militare sta facendo uscire il paese dalla sfera d’influenza dell’Arabia Saudita, il vicino del nord, e lo sta facendo entrare in quella dell’Iran, che si dice stia appoggiando i ribelli in virtù di un’alleanza tra sciiti e soprattutto perché apprezza ogni modo di colpire i sauditi. 

E’ abbastanza sicuro prevedere che l’Arabia Saudita non tollererà questo passaggio di mano dello Yemen e risponderà con tutto il suo peso – non muovendo le sue Forze armate, ma piuttosto appoggiando i sunniti che lotteranno contro gli Houthi.

Si sta creando una di quelle situazioni che generano nuovi grandi fronti jihadisti a velocità sbalorditiva. Il fatto che il nord del paese, capitale inclusa, stia cedendo sotto l’avanzata sciita è un regalo enorme ad al Qaida nello Yemen, che negli ultimi anni ha acquistato forza e pericolosità e ha rivendicato l’attacco contro il giornale Charlie Hebdo a Parigi.

Se ci sarà una reazione sunnita contro gli Houthi “usurpatori”, i jihadisti si infileranno in mezzo traendo forze fresche, equipaggiamento nuovo e persino legittimità – come hanno fatto nelle sei guerre precedenti contro gli Houthi. Questo vale anche per lo sparuto gruppo di combattenti che si è dichiarato fedele allo Stato islamico. Al Qaida e lo Stato islamico odiano gli insorti sciiti; e quelli stanno prendendo il potere.

Ieri sera Abdulmalik al Houthi, un capo dei ribelli, ha fatto un discorso alla tv per spiegare la ragione del precipitare della situazione e la rottura di una coabitazione pacifica nella capitale che durava da settembre. Presidente e primo ministro stavano tentando di modificare la Costituzione in modo da tagliare fuori gli Houthi. 

Loro hanno rapito il capo dello staff presidenziale Ahmad Awad Bin Mubarak incaricato di scrivere la bozza, sabato: il presidente ha reagito ordinando alle truppe di mettere in sicurezza la capitale. Gli Houthi hanno interpretato l’ordine come una mossa contro i loro Comitati popolari e hanno attaccato in contropiede.

Nel discorso, il capo ribelle accusa il governo di corruzione, di volere tradire il patto per governare lo Yemen e di avere lasciato ad al Qaida la libertà di espandersi, prendere depositi di armi e conquistare vaste zone del paese.

Ieri due droni e due aerei da ricognizione americani hanno sorvolato Sana’a. Funzionari americani hanno detto lunedì che non c’è bisogno di evacuare l’ambasciata-fortezza degli Stati Uniti, ma ieri due navi da guerra nel mar Rosso, la Iwo Jima e la Fort McHenry, si sono avvicinate alla costa. La senatrice Dianne Feinstein ha chiesto l’evacuazione immediata – lei aveva presieduto alla scrittura del dossier contro le torture della Cia uscito in novembre.

Fallisce così il “modello Yemen”, citato a luglio e a settembre dal presidente americano, Barack Obama, come esempio da seguire nella guerra contro lo Stato islamico. Un governo amico, alleato fedele nelle operazioni antiterrorismo, capace di bilanciarsi nella lotta tra le fazioni interne e di garantire l’equilibrio necessario per battere gli estremisti. 

Ieri il capo del governo amico era assediato in casa, preso a cannonate da una fazione che potrebbe essere filo-iraniana. 

Wednesday, January 21

THE ANTI-EMPIRICAL EMPIRE

Paul R. Pillar, in his 28 years at the Central Intelligence Agency, rose to be one of the agency’s top analysts. He is now a visiting professor at Georgetown University for security studies. (This article first appeared as a blog post at The National Interest’s Web site. Reprinted with author’s permission.)

The graphic that was on the front page of the New York Times on Saturday is striking. It accompanied a story about how 2014 was Earth’s hottest year on record. There is a bar chart showing how average global temperatures have been rising over the past century and markedly so since the 1970s, and how the ten warmest years have all occurred since 1997.

But just as eye-catching is a world map that uses color to depict how temperatures in different areas of the globe in 2014 differed from the average for each area: red for hotter and blue for colder, with the intensity of the color indicating how much of a divergence there was from the average. As would be expected with the hottest year on record, most of the map is red.But given that temperatures do not vary uniformly around the world, there is some blue. 

And the one patch of blue that covers an area with any significant population happens to be over the central and eastern United States, with some adjacent parts of Canada. (Remember those wayward polar vortices last winter?) The only other blue areas that are over parts of continents are in eastern Antarctica, which is uninhabited, and a small piece of northern Namibia and southern Angola, in one of the more sparsely populated parts of Africa.

If weather were the product of some sort of intelligent design, this pattern might lead one to conclude that the designer wanted to tilt debate in the United States on climate change in favor of the climate-change-deniers. No matter how many reminders experts issue that short-term variations in weather are not to be equated with longer term climatological change, there is nothing like a good blast of cold air through Washington to cool receptivity to messages about the need to slow and arrest global warming.

There still would be plenty of ostrich-in-the-sand denial on this issue regardless of the current weather, but in general the less that Americans are directly and immediately feeling ill effects of a problem, the less likely that U.S. policy will be shaped to deal with the problem.

This correlation is most obvious with the climate change issue itself, but is not limited to it. Terrorism, for example, is a phenomenon rooted in circumstances and policies that are spread across many countries but that usually leads Americans even to recognize that a problem exists only if they themselves are hit with some of the consequences.

And even though terrorist attacks involve human volition, exactly where and how terrorist consequences emerge out of larger patterns of political and social dysfunction involves, like any one year’s weather, essentially unpredictable variation. There is no overall intelligent design.

Grabbing the American public’s attention requires not only an impact on Americans themselves but an impact that is, like a city full of hot uncomfortable air, obvious and impossible to miss. Consequences for Americans and U.S. interests can be substantial but still missed without that kind of immediacy and obviousness.

This is true even when the consequences flow from actions taken by the United States itself. It is true, for example, of the economic harm to the United States of U.S.-imposed sanctions. It is true as well of many ways in which other countries and peoples impede the projection and exercise of American power overseas.

The blue patch hovering over most of the United States in that map in the Times thus can stand for more than just last year’s respite for some of us from the heating up of the planet. It also can represent a more general pattern of ignorance of much of the red vastness beyond U.S. borders. It can be thought of as a blue haze that miraculously protects us from the immediacy of much of the world’s problems but also obscures our understanding of them. 

The only difference from what the map depicts is that the phenomenon does not stop in the high plains but instead also includes the western United States.

CAINO E ABELE

Li avevamo davvero i musulmani moderati. Non tipi dalla lingua biforcuta come Tariq Ramadan. Non i capi delle comunità islamiche occidentali, così rispettabili e rassicuranti in televisione. Ma gli intellettuali e i giornalisti islamici che hanno sfidato il terrore e che sono diventati dei martiri moderati. 

Prima di scatenarsi contro Charlie Hebdo e altre mosche bianche dell’irriverenza europea, gli islamisti hanno orchestrato una caccia alle streghe, da Algeri a Teheran, contro i musulmani laici che avevano osato sfidare il fondamentalismo islamico. 

Erano le menti più libere, gli scrittori più vivaci e ammirati, gli intellettuali più anticonformisti. Liste nere affisse sulle moschee. E giovanissimi sicari, come i due fratelli della strage di Parigi, che abbattono decine di uomini soli, senza armi, vittime facili, come “Charb” e gli altri vignettisti francesi.

Kamel Daoud, scrittore algerino molto venduto in Francia, assieme agli onori delle lettere ha appena raccolto anche una condanna a morte da parte degli imam. Il suo romanzo, “Meursault”, è oggetto di una fatwa e l’autore ha già dovuto annullare un ciclo di conferenze. L’imam Abdelfattah Hamadache, che guida i salafiti dell’Islamic Awakening Front, ha definito Daoud “apostata” e “nemico della religione”. 

Un copione che in Tunisia si è riaffacciato un anno fa, con l’assassinio di Chokri Belaid, il “Matteotti tunisino”. E che poche settimane fa si è portato via il professor Muhammad Shakil Auj. Gli imam delle madrasse lo avevano condannato a morte. Auj era il preside della facoltà di Studi islamici dell’Università di Karachi, la più importante del Pakistan. 

Si definiva “musulmano liberale”, teneva lezioni sull’islam negli Stati Uniti e aveva scritto quindici libri sul Corano e l’islam, contro il letteralismo dei fondamentalisti, a favore del matrimonio fra musulmani e persone di diversa confessione, per l’abrogazione della “legge nera” sulla blasfemia che condanna a morte i cristiani come Asia Bibi.

Daoud rischia di fare la fine di un grande scrittore algerino, Tahar Djaout, ucciso nel maggio del 1993 dagli islamisti di Algeri. Una delle gemme della sua eredità è un romanzo breve e agghiacciante intitolato “The Last Summer of Reason”. Il manoscritto del libro, senza titolo, venne ritrovato tra le sue carte dopo l’assassinio. 

Il protagonista, Boualem Yekker, è un libraio in una città dominata da fondamentalisti chiamati “Vigilant Brothers”, la cui smania per il potere è pari solo alla loro paura e all’odio per la creatività e la bellezza. I suoi libri forniscono a Boualem un’àncora di salvezza, almeno per un po’. 

Nel nuovo mondo dei “fratelli”, i bambini sono educati per essere “esecutori ciechi e convinti di una verità che è presentata come una verità superiore. Non hanno nulla su questa terra: niente beni materiali, nessuna cultura, nessuna attività per il tempo libero, nessun affetto, nessuna speranza; i loro orizzonti sono bloccati”. 

Djaout aveva previsto la sua morte pochi giorni prima dell’attentato: “La mia storia rischia di diventare una biografia”. Aveva fondato una rivista culturale, Ruptures, dove sognava un’Algeria pacificata, prospera e disponibile allo scambio con le altre culture. Djaout odiava i fanatici. E lo diceva apertamente.

E’ stato ucciso anche il più famoso interprete di musica raï, Cheb Hasni, il simbolo dell’Algeria moderna che gli integralisti islamici giudicavano “blasfema” e che volevano cancellare. Le canzoni della musica raï vennero bollate dagli islamisti come “un veicolo della cultura occidentale” per il modo aperto e spregiudicato con cui parlano dell’amore e delle aspirazioni dei giovani.

Il grande intellettuale egiziano Farag Foda era famoso per i suoi articoli di critica e per le satire taglienti sul fondamentalismo islamico. Prima della sua uccisione, era stato accusato di “blasfemia” dalla grande moschea-università di al Azhar e da alcuni imam, che rivendicarono la sua esecuzione anche in tribunale.

Nell’Algeria degli anni Novanta, decine di intellettuali musulmani morirono assassinati dai terroristi. Il romanziere Lâadi Flici fu ucciso nel suo studio con ancora la penna in mano. Il saggista Abderrahmane Chergou venne lasciato a morire dissanguato come un agnello. 

Il commediografo Abdelkader Alloula, direttore del teatro di Orano e interprete di Gogol’, si beccò tre pallottole nel cranio. Lo scrittore Youcef Sebti venne sgozzato in casa sotto una riproduzione del “3 maggio 1808” di Goya. Sul comodino aveva ancora le bozze dell’ultimo romanzo, “Les illusions fertiles”.

Tuesday, January 20

UNA PRIGIONIERA DELLA CIA VERAMENTE SPECIALE

Lo scorso settembre, una fonte diplomatica turca commentò la posizione del governo di Ankara con il gruppo jihadista-sunnita dell'IS, in questo modo: “Al liceo i bulli delle classi superiori facevano questo scherzo pesante: prendevano i ragazzi più piccoli per le palle, li alzavano e li costringevano a cantare l’inno nazionale però con le parole a rovescio partendo dal fondo. 

Ecco, la Turchia era in questa posizione. Lo Stato islamico era in posizione di vantaggio, aveva i nostri ostaggi e avrebbe potuto fare, da un momento all’altro, quello che ha fece con i reporter americani (quelli dei video decapitati). 

La fonte si riferiva a un impasse dall’apparenza irrisolvibile: i jihadisti -sunniti avevano in mano da tre mesi 46 turchi e tre iracheni catturati dentro il consolato di Mosul durante la conquista della città e disponevano di un enorme potere di ricatto. 

Per questo motivo la Turchia ha sì partecipato all’incontro di Jeddah, in Arabia Saudita, tra i Paesi che hanno formato una coalizione di guerra -sotto la guida americana- contro il gruppo di Abu Bakr al Baghdadi ed era presente anche alla conferenza di Parigi sulla stabilizzazione dell’Iraq, ma lo ha fatto da semplice osservatore esterno, sostenendo che non avrebbe partecipato ad alcun intervento militare e negando l’uso delle sue basi aeree vicine alla Siria e all’Iraq. 

Anche a luglio del 2014, quando le Forze Speciali americane tentarono un catastrofico raid a Raqqa, in Siria, a pochi chilometri dalla Turchia, per liberare gli ostaggi occidentali, Ankara negò le sue basi militari. 

Gli ostaggi sono stati tutti liberati ed è stato un trionfo nazionale in Turchia. Il console emaciato ha detto di essersi opposto ai suoi carcerieri che volevano girare un video con lui, i media hanno tutti lodato il ruolo dei Servizi segreti turchi (il MIT), che hanno ottenuto il rilascio dei 49 senza un blitz militare dall’esito incerto e senza pagare un riscatto. 

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, disse che la liberazione è stata frutto di “uno scambio politico e diplomatico”.

Tutto questo è avvenuto nel migliore dei modi perchè la Turchia ha fatto un "accordo segreto" con lo Stato islamico per liberare il personale del suo Consolato a Mosul, tenuto in ostaggio da giugno. 

Al centro dell’accordo c’è stato uno scambio di prigionieri e siamo in grado di spiegare chi è almeno una di queste persone che lo Stato islamico teneva molto a riavere indietro. Cioé la moglie di Haji Bakr, uno dei personaggi più significativi e meno noti nella storia dello Stato islamico. 

Haji Bakr fu un colonnello dell'esercito iracheno e lavorava nell’Intelligence di Saddam Hussein ma qualche anno dopo l’invasione americana – e dopo essere stato imprigionato e torturato dagli americani (CIA) fuggì e decise di farla pagare ai bastardi "yankees". Cosi è stato.

Nell’aprile 2010, quando il gruppo subì un colpo quasi mortale con l’uccisione del leader Abu Omar al Baghdadi (da non confondere con Abu Bakr al Baghdadi). 

Il colonnello dei Servizi segreti si reinventò e divenne principale artefice dello Stato islamico -conosciuto come ISIS e in Siria come ISIL-. Portò al vertice dell'ISIS Abu Bakr al Baghdadi, divendone influente consigliere e responsabile delle strategie. Grazie anche alla sua esperienza d'Intelligence, creò l’apparato di Sicurezza e protezione che - ancora oggi - protegge il Califfo.

I ribelli siriani (filo-americani) hanno ucciso il colonnello Haji Bakr il 5 gennaio scorso, e hanno fatto prigioniera la moglie. Un contatto confidenziale disse che i ribelli consideravano la donna un "asset" prezioso: “Il comandante militare dello Stato islamico, Umar il ceceno, chiedeva di lei in ogni negoziato che si apriva. 

I ribelli siriani filo-americani (John McCain) offrirono anche altri 60 prigionieri, ma al sanguinario ceceno Umar non interessavano, Abu Bakr al Baghdadi insiste per avere indietro la moglie di Haji Bakr. Ha la priorità su ogni cosa”. Perché? 

Perchè temono che lei possa parlare di cosa sa e cosa ha visto, di come suo marito è passato da essere uomo fedele e intimo di Saddam Hussein ai vertici dell'ISIL e dell'ISIS. 

La fonte quel giorno di inizio settembre disse:"Credo che se sarà rispedita indietro, la uccideranno”. Sabato la donna è stata restituita allo Stato islamico a fronte della liberazione degli ostaggi turchi. 

I ribelli siriani filo-americani (John McCain) che la tenevano da mesi "prigioniera" , difficilmente potevano dire ancora una volta di no al governo turco. Per il semplice motivo che i turchi controllano ogni metro della frontiera e quindi conoscono "tutto il viavai di armi e logistica così vitale per i ribelli siriani in guerra contro il regime siriano di Bashar Hafez al-Assad."  

Un giornale turco pro-governo confermava che c’è stato uno scambio di prigionieri di alto livello con lo Stato islamico, grazie anche a una nuova legge che dà facoltà all’Intelligence di fare scambi di prigionieri che non abbiano la nazionalità turca (la legge è citata dal giornale). 

La moglie di Bakr farebbe parte di questo patto trilaterale fra Turchia, ribelli siriani e Abu Bakr al Baghdadi, che secondo il sito turco Tavka Haber – vicino ai jihadisti-sunniti – in persona, ha dato l’ordine di restituire gli ostaggi del consolato.

HIPOCRITAL BEHAVIOUR

The news that federal officials have recommended prosecuting retired general David Petraeus for allegedly giving classified material to his biographer and mistress, Paula Broadwell, inspires a pair of reactions.

The first is: You've got to be kidding. Prosecute the most accomplished military leader of the past generation, who already had to resign in 2012 from his post as CIA director because of an ill-fated affair? Talk about piling on.

The second is: Everyone, from the lowliest private to a four-star general, should face equal justice under the law — in this case the Espionage Act of 1917, which has been used to prosecute others for revealing classified material. Why should Petraeus be any different?

Well, if people could be indicted for taking foolish risks, Petraeus would be high on the list. He violated his personal code of conduct, and as CIA director he opened himself to potential blackmail or a potential "honey trap" spy scenario.

But justice should not be blind to the law's intent or a sense of proportion.

The Espionage Act, passed after the U.S. entered World War I, was intended to prevent and punish sabotage, such as revealing information that could be used to injure the U.S. or advantage a foreign nation. It's hard to believe that Petraeus gave Broadwell, an Army Reserve officer writing a biography, materials of that sort. He surely wasn't aiding an enemy.

Yet according to The New York Times, investigators concluded that "whether or not the disclosures harmed national security, it amounted to a significant breach in the office of one of the nation's most trusted intelligence leaders."

Perhaps, but the bar for criminal prosecutions should be high, not simply punishing the leak of materials that some official marked classified, perhaps improperly. A tidal wave of over-classification has buried hundreds of millions of documents in the past decade. In 2013 alone, officials made more than 80 million decisions to classify and reclassify anything from a single word to entire documents. That's nearly 220,000 a day. Absurd — and reason to be wary of prosecuting.

But the Obama administration has painted itself into a corner, where failing to prosecute will look hypocritical. In an aggressive attempt to stop leaks, it has wielded the espionage law in a heavy-handed way.

In one case, U.S. District Judge Richard Bennett called it "unconscionable." The government indicted Thomas Drake, then an official at the National Security Agency and a whistle-blower, on 10 felony charges of leaking classified information. When the case collapsed with Drake's career ruined, he pleaded guilty to a misdemeanor, unauthorized use of a government computer.

Subjecting Petraeus to the same excess in the name of equal treatment would be ridiculous.

Much about the case remains unknown, including exactly what, if any, classified material Petraeus leaked. Unless he did something truly egregious, prosecutors would be wise to err on the side of caution. Revising the classification rules is more likely to serve the cause of justice than a gratuitous indictment of an appropriately decorated general.

DAI KOPEKO...POI TU VEDERE CAMMELLI...!

Sui giornali sono rimaste immortalate in quella foto della manifestazione a favore della rivoluzione siriana con le guance impiastricciate di colori, oppure in quella in cui s’abbracciano sorridendo. Non puoi controllare le immagini di te su internet nel momento in cui ti rapiscono, resti in quella posa, anche se non è fedele al vero. 

Chiunque abbia ascoltato una loro conversazione può confermare questo: parlano di logistica e di soldi, di soldi e logistica, tra loro oppure con altri, al telefonino, su Viber, WhatsApp, Messenger e altri mezzi di comunicazione. Perché il denaro è al centro di ogni possibile iniziativa di assistenza, è quello che fa funzionare gli aiuti in un paese straniero, anche con micro-donazioni da dieci euro.

 Di cosa parlano Greta e Vanessa? 
- Quanto costa far passare il latte in polvere dalla Turchia?
- Quanto possiamo fare con una cena di autofinanziamento lì vicino a Milano?
- A quanto vendere queste foto che ci hanno spedito dalla Siria?
- Quanto ricaviamo?
- Quanto ci vuole per aggiustare un pozzo di acqua potabile?
- C’è il siriano Tizio, in stazione centrale, che aspetta aiuto.
- Quanto medicinale "X" possiamo portare?
- C’è il siriano Caio, che vorrebbe andare in Svezia come rifugiato politico e    non sa come fare.
- Conviene comprare il medicinale "X" in Turchia?
- Chi ha una lista dei medicinali che servono di più in quella zona?
- E invece in quell’altra?”.
- Una volta Vanessa disse: “Io non so di cosa parlare con molti ragazzi        della mia età. Uno mi ha chiesto:
Ti posso invitare a cena?
- Perché?
Be’, magari così possiamo parlare.
- Ma parlare di cosa?
Io con quello non avrei saputo di cosa parlare”.

A volte c’era anche una punta di bruschezza, se qualcuno coinvolto nell’assistenza mancava di praticità e prendeva tempo inutilmente. “Noi stiamo offrendo aiuto, se non vuoi non perdiamo tempo”. Greta e Vanessa parlano anche di persone in Siria, perché fare volontariato è una questione complicata, hai bisogno di raggiungere una moltitudine di contatti, e loro ne hanno decine in tante province del paese, da Aleppo a Damasco. 

Ci sono persone che, chiamate da loro in Italia, sono state disponibili a spostare medicinali e a visitare cliniche. Dopo il sequestro, sono arrivate offerte di aiuto da persone sparse in un’area vasta centinaia di chilometri.

"Ma chi è la bionda e chi è la mora? La mora è Greta o è Vanessa?”. Aeroporto militare di Ciampino, sono le quattro del mattino di venerdì 16 gennaio. Atterra l’aereo del governo che riporta Greta e Vanessa in Italia dopo cinque mesi e mezzo di sequestro, nell’angolo riservato alla stampa c’è una barriera di schiene, di flash, di telecamere, e oltre c’è la pista con la delegazione della Farnesina ferma davanti alla scaletta. Io so chi è la bionda e so chi è la mora, ma resto in silenzio, basta vederle scendere.

L’uomo che ha ordinato la prigionia di Greta e Vanessa in Siria si chiama “Abdallah al Amni” ed è un comandante della Jabhat al Nusra, il fronte siriano di al Qaida. La seconda metà del suo nome di guerra, “Al Amni”, indica che ha un incarico particolare, si occupa della sicurezza interna: in pratica è come se fosse il direttore dell’intelligence di quel gruppo armato, nell’area della città di Aleppo. “Secret jobs, assassinations”, è una descrizione che viene data di lui da un contatto in Siria. 

Questo crea ancora più ostacoli se si ha bisogno di approcciarlo. La Jabhat è una fazione che ha una struttura segreta, ma Al Amni si muove a un livello ancora più profondo di segretezza e non risponde alla normale catena gerarchica cui sono sottoposti gli altri.

La gente del posto che vuole molto bene a Greta e Vanessa e vuole rivederle libere (sì, esiste) prova a passare attraverso altri comandanti dello stesso gruppo per raggiungere il capo dei sequestratori, ma i tentativi vanno a vuoto perché è un “Amni”. Un giorno si riesce a ottenere l’aiuto di un altro leader della Jabhat al Nusra, è il comandante militare nella zona di Idlib, a ovest di Aleppo. 

Lui si offre di provare a liberare le due italiane, anzi ostenta sicurezza, “ve le libero anche domani”, ma due giorni dopo, quando riesce ad andare ad Aleppo e si trova faccia a faccia con il carceriere, quello non ammette nemmeno di averle, le italiane: “Noi non facciamo queste cose, non entriamo nelle case di notte come volpi a rapire donne”. E aggiunge: “Se non trovi qualcuno disposto a giurare sul Corano che le ho davvero io, allora non venire più qui”.

Questi sono dettagli presi dalle conversazioni con alcuni contatti in Siria tra agosto e gennaio, perché le ricerche e i tentativi non si sono mai interrotti (e sono piccoli rispetto a quelli intrapresi dalla squadra di specialisti italiani, che sono arrivati alla stessa conclusione: Abdallah al Amni). Sono frammenti di informazioni che arrivano e vanno messi assieme giorno per giorno, e poi verificati, e confrontati mettendo assieme fonti diverse. 

A un certo punto, poche settimane dopo il rapimento, circola la notizia che un siriano che vive in Turchia appena oltre il confine sta provando a vendere un video delle due rapite. 

Si capisce che non fa parte del gruppo di sequestratori, si tratta piuttosto di una sua iniziativa personale per lucrare qualcosa nel sottobosco di intermediari, contrabbandieri, guerriglieri e profughi che vive a ridosso della Siria. Base d’asta per il video quattromila euro (se davvero ne aveva uno), l’offerta però attira troppa attenzione su di lui e la lascia cadere.

Poco oltre la metà di ottobre i contatti entrano in fibrillazione. “Libere domani”, dicono. “Libere entro tre giorni”. “Libere, al massimo entro una settimana”. Queste notizie certissime e che poi invece sfioriscono nel giro di ventiquattr’ore sono una prova di pazienza per chi sta in Italia, figurarsi per chi è prigioniero in Siria. 

Raccontano che Greta e Vanessa sono riuscite a scappare dal loro carcere, che hanno chiesto aiuto ai siriani che hanno incontrato all’esterno, che sul posto sono arrivati almeno due gruppi ribelli. Però poi è arrivata anche la Jabhat al Nusra. Ha chiesto le due rapite indietro e le ha riavute. 

Tutte le voci sulla liberazione imminente erano dovute alla convinzione che i due gruppi avrebbero infine imposto al fronte siriano di al Qaida di lasciarle libere. Non succede. Arrivano anzi due versioni: una è che i gruppi non vogliono sfidare apertamente il Fronte, l’altra è che i gruppi hanno trovato un accordo su una richiesta di denaro. Si cerca una conferma a queste versioni, non c’è.

A volte i contatti cominciano a dire cose come: così non si ottiene nulla, ora organizziamo una grande manifestazione pubblica nella zona di Aleppo, con i cartelli e la gente. Risposta: portate pazienza, gli italiani ci stanno lavorando, è una squadra che ha già ottenuto risultati, non fate mosse avventate, se fate così poi quelli magari si spaventano e fanno sparire le due rapite, oppure vedono che c’è attenzione e ne approfittano, chiedono cifre impossibili

Altre volte va pure peggio e dicono cose come: se non succede nulla entro una settimana, allora tocca passare all’azione militare, attacchiamo il posto dove le tengono e le liberiamo. Cominciano discussioni, che durano fino a quando non arriva il frammento di informazione successivo. Sono libere. Dammi kopeko, vedere cammello. E i kopeki sono stati tanti.

Tuesday, January 13

TERRORISTI? CANI SCIOLTI? NO. SOLO CRETINI DELIRANTI !

Per essere dei professionisti del terrore, dei “mastini della guerra” avvezzi a ogni brutalità, i fratelli  franco-algerini Said e Cherif Kouachi si sono rivelati dei veri e propri “pivelli” lasciando i propri documenti su una delle auto utilizzate per fuggire dopo la strage alla redazione di Charlie Hebdo dove sembra abbiano dimenticato persino un guanto. 

Quasi volessero offrire alla polizia francese la prova completa del loro coinvolgimento nel sanguinoso blitz. Possibile che all’estrema sicurezza e freddezza dimostrata nelle azioni a fuoco e nelle esecuzioni sommarie degli ostaggi i jihadisti abbiano abbinato una così dilettantesca dose di ingenuità e sbadataggine?

Forse i due hanno voluto spavaldamente farsi conoscere al mondo come i vendicatori del Profeta insultato dalle vignette del giornale satirico? Che fossero pronti a farsi identificare correndo maggiori rischi di essere catturati pur di ostentare le loro gesta?  Possibile ma allora perchè agivano a viso coperto? 

Fossero stati dei terroristi suicidi barricatisi nella redazione di Charlie Hebdo per combattere fino all’ultimo o farsi esplodere sarebbe stato comprensibile che volessero essere identificati. Ma i due sono fuggiti tenendo a lungo in scacco ben 90 mila poliziotti e gendarmi francesi (numeri da mobilitazione bellica quelli annunciati dal governo francese) sono stati uccisi dopo essersi barricati in un capannone industriale a Dammartin. 

Stessa sorte per Amedy Coulibaly, a quanto pare amico e complice dei fratelli Kouachi che giovedì aveva ucciso una poliziotta ferendo un altro agente per poi barricarsi in un negozio di alimenti ebraici a Vincennes.  

Elementi anomali e “sospetti” ce ne sono parecchi in questa vicenda, a partire da come i due killer abbiano potuto agire indisturbati nella redazione di Charlie Hebdo e andarsene tranquillamente.

Eppure i colpi di kalashnikov si odono a grande distanza ed è strano che non abbiano richiamato in breve tempo auto della polizia in una zona centrale di Parigi. Oltre ad aver lasciato i propri documenti i due terroristi (il terzo sospetto, Mourad Hamyd, di 18 anni, cognato di Shérif, si trovava a scuola mentre veniva compiuta la strage) hanno abbandonato su una Citroen C-3 a nord est di Parigi anche una decina di molotov e due bandiere dello Stato Islamico come hanno riferito i media francesi citando fonti vicine al caso. 

Materiale che secondo gli inquirenti dimostrerebbe “la loro radicalizzazione islamista e che forse avevano previsto altre azioni con questi ordigni”. 

Possibile che terroristi dotati di fucili d’assalto e lanciarazzi debbano ricorrere a rudimentali bombe molotov, più adatte ai disordini di piazza che alle azioni terroristiche? E poi perché due seguaci del braccio yemenita di al-Qaeda, come si sono dichiarati loro stessi,  dovrebbero tenere in auto bandiere dello Stato Islamico?

I fratelli Kouachi pare abbiano combattuto in Siria con l’IS: Said era stato in Yemen più volte ad addestrarsi nei campi qaedisti nel 2011 secondo fonti statunitensi che hanno fatto sapere di avere entrambi i fratelli da tempo registrati nelle loro liste dei terroristi islamici. 

Cherif era stato in carcere in Francia (solo 18 mesi) per aver arruolato volontari da inviare in Iraq a combattere con al-Qaeda nel 2005:  all’epoca al-Qaeda in Mesopotamia (o nella Terra dei due fiumi) era il nome dell’organizzazione poi divenuta ISIS e oggi Stato Islamico.

Nel 2010 venne fermato e poi prosciolto per manmcanza di prove dall’accusa di aver partecipato al piano per far evadere dal carcere il terrorista islamico Amain Belkacem. In Francia come in molti Paesi europei i servizi di sicurezza devono tenere d’occhio molti personaggi con profilo simile ai fratelli Kouachi: certo un lavoro immane da eseguire costantemente (specie se i tribunali lasciano in galera solo per breve tempo i terroristi) ma è strano che i due abbiano potuto muoversi in così assoluta libertà, procurarsi armi da guerra (AK-103 e lanciarazzi), effettuare la strage a Charlie Hebdo e poi scomparire nel nulla beffando la gigantesca caccia all’uomo messa in campo dalle forze di sicurezza.

Anche la fuga da Parigi appare poco credibile. I due terroristi, a bordo di una Renault Clio grigia sarebbero stati riconosciuti, benché incappucciati, da un benzinaio che avrebbe anche notato a bordo dell’auto dei kalashnikov e forse un lanciarazzi, armi dello stesso tipo di quelle abbandonate dai Kouachi in un’altra auto, a Parigi. 

Possibile che due terroristi ricercati da tutta la Francia tengano armi del genere in bella vista nei sedili posteriori dell’automobile?

L’assenza di rivendicazioni della strage a Charlie Hebdo costituisce inoltre un ulteriore elemento utile a sollevare dubbi circa la storia che ci è stata raccontata finora. “Se dietro questo attacco c’è un solo gruppo mi aspetto una rivendicazione entro le prossime 24 ore” aveva detto subito dopo la strage Matthew Henman, ricercatore presso IHS Jane’s Terrorism & Insurgency Centre

Lo Stato islamico (IS), che non ha rivendicato il massacro si è limitato a definire i Kouachi  “jihadisti eroi” che “ hanno ucciso 12 giornalisti che lavoravano per la rivista francese Charlie Hebdo e hanno ferito altre 10 persone per vendicare il Profeta” in un comunicato a radio al-Bayan, considerata uno dei megafoni del Califfato.

Molti complimenti agli “eroi” ma nessuna rivendicazione neppure dalla galassia qaedista fino all’epilogo della vicenda. Solo dopo la morte dei tre terroristi al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) ha ammonito la Francia minacciando altre azioni e attribuendosi cos’ì la paternità degli atti terroristici. Dovremmo forse credere che i Kouachi siano “cani sciolti” che hanno agito di loro iniziativa, addestrati a uccidere ma privi di una struttura di riferimento che abbia pianificato con cura l’azione?

Possibile ma sembrerebbe il contrario a giudicare dal numero e tipo di armi a disposizione, dal numero di auto impiegate per la fuga e dai rifugi sicuri di cui dovevano necessariamente disporre per sfuggire alla massiccia caccia all’uomo. 

Troppe zone grigie in questa storia. Da Parigi urgono chiarimenti che forse gli stessi terroristi avrebbero potuto fornire se non fossero stati abbattuti quando sono usciti sparando all’impazzata dal capannone di Dammartin

In quel momento non c’erano più ostaggi in pericolo e i tiratori scelti dei reparti speciali Raid (Police Nationale) e GIGN (Gendarmeria) avrebbero potuto ferirli in modo non letale. Se avessero voluto davvero prenderli vivi.

LA MARCIA DEGLI IPOCRITI E DEI DORMIENTI

Non siamo d’accordo sull’identità del nemico, e ancora meno sulle cose da fare per mettere fine a questa esplosione di violenza e di odio. Su questo punto, i francesi non sono più uniti di quanto non lo siano Netanyahu e Abu Mazen”. Lo scrive su Causeur.fr lo storico Gil Mihaely, mentre la direttrice Elisabeth Lévy avverte: “Unione nazionale attorno alle vittime sì, ipocrisia sui colpevoli, no”. 

Dopo la grande  “marche républicaine”, arriva il momento dei conti con la realtà, che possono assomigliare a una doccia fredda. Sempre su Causeur, Pascal Bories scrive che il rischio era di “marciare con dei cretini”. Quelli  che chiamavano “islamofobiche” le vignette oggi difese in nome della “libertà di espressione”, o che scandivano “ogni poliziotto una pallottola”, mentre ora plaudono ai gendarmi, non rinunciano a chiedere lo “scioglimento del Front national” e invitano alla “solidarietà con Gaza”.

Note di colore, si dirà, quel che conta è la prova superata. Ma se davvero l’Eliseo cuor di leone aveva chiesto al premier israeliano di non partecipare alla marcia, come ha rivelato ieri Haaretz, non si può dar torto al sociologo Jean-Pierre Le Goff. 

Intervistato dal Figaro, spiega che non chiamare le cose con il loro nome è già una sconfitta. L’unica ad aver parlato chiaro è stata Marine Le Pen, a confronto dell’imbarazzo di altri politici a dire che siamo in guerra e a nominare i nostri nemici. Prima ancora, si era cercato in ogni modo di sostituire ‘Stato islamico’ con ‘Daesh’, per evitare confusioni con Islam, islamismo, musulmani ”. 

Ma il timore giustificato di fare confusione  “non può essere un argomento per non guardare in faccia la realtà, parlando di un terrorismo indefinito creato dal nulla, venuto da chissà dove e abbattutosi sul paese come una catastrofe naturale”.

Le Goff dice che aver criminalizzato scrittori come Zemmour e Houellebecq, invece di chiedersi come sia stato possibile che crescesse fino alle attuali conseguenze l’islamismo radicale e l’antisemitismo, significa “rifiutarsi di affrontare le sfide del presente”, mentre “tutta una mentalità pacifista e angelica, presente in Francia e in numerosi Paesi europei da più di trent’anni, va in pezzi”. 

La risposta peggiore sarebbe quella di ricorrere ai sociologismi che considerano i discorsi dell’odio e gli atti criminali come “sintomi delle condizioni economiche e sociali, delle discriminazioni, della dominazione dei paesi ricchi su quelli poveri”

Esistono invece cause ideologiche che fanno capo a “un sistema di credenze dotate di una loro consistenza, che mettono in gioco concezioni del mondo, della vita, della morte, del potere,  e designano il nemico da combattere e da eliminare”. E il nemico designato è chiaro: l’occidente, “gli ebrei e i crociati”.

Saturday, January 10

FRANCE: ANOTHER BIG MISTAKE IT'S READY

The Republic of France its ready to send her troops in south of Libya and ready to strike extremists crossing the border, but the speaker of Libya's internationally recognized parliament rejected any Western military intervention in his Country. International concern has been mounting over Libya, which is mired in its worst fighting since Western and Gulf-backed rebels overthrew dictator Moammar Gadhafi and killed him in 2011.

Today two rival governments are each backed by an array of militias fighting it out across the country, and extremists in the east have pledged allegiance to the Islamic State group. U.N. sponsored talks between the rival governments did not take place Monday as scheduled.

U.N. spokesman Stephane Dujarric said recent development on the ground "have not been conducive in any way to holding a dialogue." He said the U.N. is urging the rival governments to agree on the timing and a venue "that complies with the necessary security requirements." French President Francois Hollande urged the United Nations to take action to stem growing violence in the North African country and the transit of arms from Libya to militant groups around the Sahel region.

"We are making sure to contain the terrorism that took refuge there, in southern Libya. But France will not intervene in Libya because it's up to the international community to take its responsibility," Hollande said Monday on France-Inter radio. While he ruled out unilateral intervention inside Libya, he said French forces will strike Islamic extremists "every time they leave these places where they are hiding."

To do that, France is setting up a military base in northern Niger, 100 kilometers (60 miles) from the lawless Libyan border region. About 200 troops are deployed in the desert outpost at Madama. French and U.S. drones are already operating out of Niger's capital, Niamey.

African leaders urged Western countries to intervene in Libya at a security summit in Dakar last month. Libyan leaders called on the Arab League for help but rejected armed Western intervention. "I call formally on the Arab League to intervene to protect the vital installations in all of Libya and to prevent all these terrorist formations from using violence," Libyan parliament speaker Aqila Issa told reporters in Cairo after a meeting on the subject.

"Foreign military intervention in Libya is rejected. If we need any military intervention, we will ask our Arab brothers". Issa did not elaborate on what type of aid he sought, but the Arab League, which supports the internationally recognized government based in the eastern city of Tobruk, called for a U.N. arms embargo to be lifted.

"We are now talking about how to restore security and stability in Libya and lift the embargo on arming the Libyan army in a way that will stabilize security," Deputy Secretary General Ahmed bin Helli said. Mohammed Bazzaza, spokesman for the nternationally recognized government, told the Dubai-based al-Hadath TV station that his government welcomes international cooperation to fight terrorism, but did not mention outright military intervention.

I AM "NOT" CHARLIE HEDBO

The journalists at Charlie Hebdo are now rightly being celebrated as martyrs on behalf of freedom of expression, but let’s face it: If they had tried to publish their satirical newspaper on any American university campus over the last two decades it wouldn’t have lasted 30 seconds. Student and faculty groups would have accused them of hate speech. The administration would have cut financing and shut them down.

Public reaction to the attack in Paris has revealed that there are a lot of people who are quick to lionize those who offend the views of Islamist terrorists in France but who are a lot less tolerant toward those who offend their own views at home.

Just look at all the people who have overreacted to campus micro-aggressions. The University of Illinois fired a professor who taught the Roman Catholic view on homosexuality. The University of Kansas suspended a professor for writing a harsh tweet against the N.R.A. Vanderbilt University derecognized a Christian group that insisted that it be led by Christians.

Americans may laud Charlie Hebdo for being brave enough to publish cartoons ridiculing the Prophet Muhammad, but, if Ayaan Hirsi Ali is invited to campus, there are often calls to deny her a podium.

So this might be a teachable moment. As we are mortified by the slaughter of those writers and editors in Paris, it’s a good time to come up with a less hypocritical approach to our own controversial figures, provocateurs and satirists.

The first thing to say, I suppose, is that whatever you might have put on your Facebook page yesterday, it is inaccurate for most of us to claim, Je Suis Charlie Hebdo, or I Am Charlie Hebdo. Most of us don’t actually engage in the sort of deliberately offensive humor that that newspaper specializes in.

We might have started out that way. When you are 13, it seems daring and provocative to “épater la bourgeoisie,” to stick a finger in the eye of authority, to ridicule other people’s religious beliefs.

But after a while that seems puerile. Most of us move toward more complicated views of reality and more forgiving views of others. (Ridicule becomes less fun as you become more aware of your own frequent ridiculousness.) Most of us do try to show a modicum of respect for people of different creeds and faiths. We do try to open conversations with listening rather than insult.

Yet, at the same time, most of us know that provocateurs and other outlandish figures serve useful public roles. Satirists and ridiculers expose our weakness and vanity when we are feeling proud. They puncture the self-puffery of the successful. They level social inequality by bringing the mighty low. When they are effective they help us address our foibles communally, since laughter is one of the ultimate bonding experiences.

Moreover, provocateurs and ridiculers expose the stupidity of the fundamentalists. Fundamentalists are people who take everything literally. They are incapable of multiple viewpoints. They are incapable of seeing that while their religion may be worthy of the deepest reverence, it is also true that most religions are kind of weird. Satirists expose those who are incapable of laughing at themselves and teach the rest of us that we probably should.

In short, in thinking about provocateurs and insulters, we want to maintain standards of civility and respect while at the same time allowing room for those creative and challenging folks who are uninhibited by good manners and taste.

If you try to pull off this delicate balance with law, speech codes and banned speakers, you’ll end up with crude censorship and a strangled conversation. It’s almost always wrong to try to suppress speech, erect speech codes and disinvite speakers.

Fortunately, social manners are more malleable and supple than laws and codes. Most societies have successfully maintained standards of civility and respect while keeping open avenues for those who are funny, uncivil and offensive.

In most societies, there’s the adults’ table and there’s the kids’ table. The people who read Le Monde or the establishment organs are at the adults’ table. The jesters, the holy fools and people like Ann Coulter and Bill Maher are at the kids’ table. They’re not granted complete respectability, but they are heard because in their unguided missile manner, they sometimes say necessary things that no one else is saying.

Healthy societies, in other words, don’t suppress speech, but they do grant different standing to different sorts of people. Wise and considerate scholars are heard with high respect. Satirists are heard with bemused semirespect. Racists and anti-Semites are heard through a filter of opprobrium and disrespect. People who want to be heard attentively have to earn it through their conduct.

The massacre at Charlie Hebdo should be an occasion to end speech codes. And it should remind us to be legally tolerant toward offensive voices, even as we are socially discriminating.