Monday, March 30

IRAQI IS NOT THE TARGET

The battle to retake Tikrit from the Islamic State  (I.S.) has been a serious test of the United States’ current strategy in Iraq. Despite more than 2,320 strikes (costing $1.83 billion) since the summer, I.S. still holds uncontested control of the Sunni heartlands, including in Anbar, Deir Ezzor, Mosul, and Raqqa. 

If anything, the air strikes have mostly helped Kurdish and Shiite militias push IS back from their own territories and deeper into the Sunni ones.

The battle for Tikrit, though, could be different. The defeat of IS in Saddam Hussein’s hometown seems likely—but only after the complete destruction of the city. 

The battle stalled for more than three weeks despite initial expectations that it would be over within days or even hours. IS has reportedly been holed up in 1.5 square mile area inside Tikrit, with the Iraqi government announcing last week the final phase of the battle. 

If IS does lose, it would mark the group’s first retreat from the Sunni heartland since it took over large swaths of Iraq and Syria in June last year, undermining the group’s reputation for invincibility. But the potential gains should not distract from important dynamics reshaping the fight to IS’ advantage.

In Iraq, the battle against IS is increasingly perceived as a sectarian fight led by the Iranian-backed militias that dominate the country’s political and military landscape. As these militias start pushing against IS at the borders of Sunni-dominated areas, unease will only grow. 

The U.S. strategy stipulated that Sunni tribal fighters would be leading the effort to dislodge IS in Sunni areas, but the Iraqi government, along with the powerful militias that form the core of the Iranian-backed Hashd al-Shaabi, announced the start of the battle of Tikrit without consulting the U.S.-led international coalition.

In other words, although IS’ losses in Tikrit and other Sunni areas would seem like good things, the United States should tread carefully. The air campaign against IS has reached a point of saturation; more strikes won’t aid the U.S. battle against IS and will only further destabilize the sectarian balance in the country. 

Kurds and Shia have benefited immensely from the strikes. They’ve been able to guard territory, infrastructure, and power, to the detriment of the overall war against IS. Given this reality, a better battlefield on which to fight IS is further north: Syria.

UKRAJINA: CHI VERAMENTE VUOLE QUESTA GUERRA

È passato più di un mese dal faticoso accordo sull’Ucraina firmato a Minsk fra Putin da un lato e la Merkel e Hollande dall’altro. Un accordo che prevede una tregua progressiva, con clausole di ritiro degli armamenti pesanti e interventi umanitari indirizzati ad alleviare le conseguenze di un conflitto che ha già sparso abbastanza sangue.

A un mese di distanza possiamo constatare che l’accordo tutto sommato tiene. Non perché sia scoppiata la pace, ma perché entrambi i contendenti sono esausti e timorosi per il futuro.

Da parte Ucraina la debolezza militare è apparsa crescente, mentre l’economia è totalmente al collasso. Il Paese, già martoriato da una crisi senza fine, vede un ulteriore crollo del proprio reddito nazionale mentre il bilancio dello stato ha potuto evitare l’immediata bancarotta solo dopo un pesante intervento del Fondo Monetario Internazionale. 

Il Paese è esausto per le tragedie degli ultimi decenni e per la devastazione operata dai successivi governi, sempre dominati dagli oligarchi. 

Quando si è dissolta l’Unione Sovietica il reddito pro-capite ucraino era superiore a quello polacco, mentre oggi è meno di un terzo di quello della Polonia e gli oligarchi ucraini sono diventati sempre più ricchi. Basti pensare che, pur con questa enorme differenza di reddito, il cittadino polacco col reddito più elevato si troverebbe solo ottavo nella classifica tra i più ricchi ucraini.

La tregua appariva necessaria anche per la Russia, in pesante difficoltà sia per effetto della diminuzione del prezzo del petrolio che per il crescente peso delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. 

Da parte russa non vi era quindi interesse ad alzare il livello del conflitto fino al punto in cui esso poteva uscire da ogni forma di controllo, anche perché è obiettivo russo fare diminuire il livello delle sanzioni e, nello stesso tempo, fare dimenticare alla comunità internazionale l’annessione della Crimea.

Si tratta quindi di una tregua che, almeno nel prossimo futuro, ha tutti gli elementi per essere rispettata ma che è ancora ben lontana da trasformarsi in una vera pace. 

Da parte occidentale, infatti, si pretendono garanzie riguardo alla sicurezza e all’integrità territoriale dell’Ucraina mentre, da parte russa, l’obiettivo minimo è l’ autonomia delle provincie russofone, accompagnata da un’ opposizione radicale all’ipotesi che l’Ucraina possa diventare membro della NATO.

Il cammino verso un accordo non è quindi né facile né vicino, anche perché i Paesi europei, pur avendo tutti accettato la tregua di Minsk, non nutrono gli stessi sentimenti nei confronti della Russia: dall’irriducibile avversità di Polonia e dei Paesi baltici si passa a posizioni progressivamente meno drastiche di Francia, Germania e Italia, fino a politiche di sempre maggiore vicinanza alla Russia da parte di Grecia e Ungheria.

La tregua, tuttavia, offre almeno il tempo per cercare un compromesso possibile, con garanzie internazionali alla sicurezza e all’indipendenza dell’Ucraina anche senza l’allargamento della NATO, a cui Francia, Italia e Germania si erano già opposte nel 2008, e con aiuti finanziari volti a evitare la bancarotta del Paese. Un fallimento che non danneggerebbe solo l’Unione Europea ma anche la Russia, che è il maggiore creditore del governo ucraino.

Negli ultimi giorni, comunque, si é inaspettatamente aperto un fronte che sembra creare tensioni fortissime non all’interno dell’Unione Europea ma fra gli Stati Uniti e la Germania, che è stata l’attiva protagonista degli accordi di Minsk. 


I dati forniti dal responsabile della NATO sul dispiegamento delle truppe russe sarebbero stati volutamente esagerati, mentre le accuse della Nuland non solo risulterebbero offensive nei confronti della politica europea ma addirittura derisorie nei confronti dell’Europa stessa. 

La pressione su Obama sarebbe così forte che, se la tregua non tenesse, gli sarebbe molto difficile continuare a rifiutare l’invio di “armi difensive” all’esercito ucraino, provocando un’analoga reazione da parte russa e, di conseguenza, un drammatico aggravamento della crisi.

Le note dello Spiegel sono piene di particolari pesanti sulle dichiarazioni di questi “superfalchi” americani (John McCain) e sul fatto che essi, sostenuti da molti parlamentari sia repubblicani che democratici, stanno esercitando una crescente pressione su Obama perché abbandoni il suo appoggio alla posizione dialogante della cancelliera tedesca. 


Queste tensioni fra la Germania (che a Minsk ha finito col rappresentare l’intera Europa) e gli Stati Uniti non si sono ancora tradotte in una diversa linea politica anche perché il presidente Obama è ancora saldamente in sella e non rappresenta la linea espressa dai suoi presunti rappresentanti, ma questa diversità non può non avere influenze negative sui comportamenti dei governanti russi ed ucraini, rendendo in tal modo più difficili le future trattative.

Bisogna quindi essere molto attenti ed attivi nella ricerca di un necessario compromesso, di cui l’accordo di Minsk costituisce il primo passo. L’unico fatto consolante di questa sconsolante vicenda è che queste dichiarazioni e questi comportamenti volti a rialzare il livello di tensione non si sarebbero mai verificati se non fossimo finalmente arrivati vicini a un possibile compromesso. 

È noto infatti che più la pace è a portata di mano, più i falchi (John McCain) diventano aggressivi.

Saturday, March 28

LA NUOVA CASA PAN-EUROPEA E' CON LA RUSSIA

“Unverletzlich”, cioè: "inviolabile, incontestabile". Così dovrebbe rimanere “l’ordinamento politico interno” degli stati coinvolti nel futuro “ordine paneuropeo” a guida tedesca. Anche di quegli stati che propriamente democratici non sono, come la Russia; a costo di fare autocritica sull’eccessivo interventismo praticato dagli europei nelle vicende ucraine degli ultimi mesi. 

E’ questa la tesi dell’ultimo report appena pubblicato dalla Stiftung Wissenschaft und Politik (SWP), cioè l’Istituto tedesco per la Sicurezza e gli Affari internazionali, think tank di Berlino che lavora soprattutto per il Bundestag e il Governo Federale, dal 2005 diretto dal professore Volker Perthes, presieduto da Hans-Peter Keitel (vicepresidente della Confindustria tedesca, o BDI), e nel cui board siedono parlamentari bipartisan ed esponenti dei ministeri della Difesa, dell’Economia, degli Esteri e degli Interni.

Lo studio dell’SWP prende atto che l’Europa dal 2014 si confronta con una situazione internazionale “che ha compiuto un salto di qualità”. Per la prima volta ci sono conflitti fra stati che tornano a essere risolti “con mezzi militari”. La conflittualità violenta, sul fronte orientale e sulla sponda sud del Mediterraneo, minaccia tra le altre cose la fornitura di energia del continente. 

Perciò “è necessario costruire un nuovo ordine paneuropeo che imbrigli le potenzialità di un conflitto, assicuri una maggiore prevedibilità e più fiducia”. La Germania è chiamata a giocare un ruolo da protagonista, per la sua potenza economica e politica, certo, ma anche perché – sottolineano gli autori del rapporto – dal 2016 Berlino ricoprirà la presidenza di turno dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa).

A Wiesbaden, cittadina della Germania centro-occidentale dov’è situato il comando dei circa 30 mila uomini dell’esercito americano in Europa, non devono aver preso bene i “princìpi” suggeriti per il nuovo ordine paneuropeo. Da lì, lo scorso febbraio, il generale Frederick Ben Hodges aveva rilasciato un’allarmata intervista al Wall Street Journal a proposito di espansionismo russo ed eccessiva apatia europea. 

L’SWP invece ritiene “illusorio” aspettarsi un atteggiamento “cooperativo” di Mosca sulla crisi ucraina, perciò dice che “il primo obiettivo della politica estera tedesca deve essere quello di una pacifica coesistenza e coevoluzione tra gli ideali occidentali sull’ordine politico domestico e quelli russi”. 

Primo principio da attuare, quello della “incontestabilità dell’ordine politico interno altrui”. Berlino deve trattare Mosca e i suoi paesi limitrofi (Ucraina, Georgia, Bielorussia, eccetera) esattamente come tratta Pechino, senza mettere bocca nei loro affari interni. 

Passi per promuovere un accordo tra governo ucraino e opposizione, come accadde nel febbraio 2014; però, aggiunge l’SWP, a posteriori si può dire che “non erano compatibili” con un’auspicabile dottrina realista le presenze dei leader europei in piazza con l’opposizione ucraina. 

Il secondo principio: “Concentrarsi sul ristabilimento e lo sviluppo di assetti statuali efficaci”; stati deboli e inefficienti generano instabilità. Infine, attenersi a un “sobrio pragmatismo nelle relazioni economiche” con i vicini europei. 

Le forniture energetiche russe sono “fondamentali”, le sanzioni anti Mosca sono accettabili solo nel breve termine, poi sarà necessario “un upgrade delle relazioni commerciali di lungo termine”. Conclusione: “L’autocritica, anche con gli alleati occidentali”, sarebbe auspicabile; “l’Europa dovrà ridimensionare l’ambizione di esportare il proprio modello nel vicinato”, dicono i consiglieri della Merkel.

Thursday, March 26

L'ITALIA AUMENTA L'ESPORTAZIONE DI ARMAMENTI

L’Italia è l’unico paese europeo ad aver incrementato le esportazioni  di armamenti e sistemi di difesa negli anni della crisi. A testimoniare questa eccellenza tecnologica è una indagine, che mette a confronto gli anni 2005/2009 e 2010/2014, condotta dal Sipri di Stoccolma, con l’anglo-britannico IHS Jane’s i più accreditati istituti di studi sulla difesa. 

Tra un lustro e l’altro, le industrie del nostro paese hanno accresciuto dal 2 al 3 per cento la loro quota di mercato mondiale, stimato in 64,4 miliardi di dollari per il 2014 da Ihs Jane’s. L’Italia rimane, comunque, all’ottavo posto nella top ten mondiale, ben distante dal podio. 

Sul quale svettano gli Stati Uniti che, negli anni del presidente “pacifista” Barack Obama, hanno visto salire la loro quota dal 29 al 31 per cento, grazie al più 23 per cento segnato dalle esportazioni, al di sopra della media di crescita del mercato mondiale tra un quinquennio e l’altro, pari al 16 per cento.


La Germania è calata dall’11 al 5 per cento del mercato (perdendo la terza posizione nella top ten a favore della Cina) e la Francia dall’8 al 5, mentre Regno Unito (4 per cento) e Spagna (3) sono rimasti al palo. 

Tra i primi dieci al mondo è entrata anche l’Ucraina, la cui quota è aumentata dal 2 al 3 per cento, ma difficilmente potrà mantenerla: i suoi migliori clienti erano la Russia e la Cina. Un balzo l’ha compiuto la Russia, salita al 27 per cento dal 22, e sensibile è stata anche la crescita della Cina, passata dal 3 al 5 per cento, trainata quasi esclusivamente dagli acquisti di Pakistan, Bangladesh e Myanmar. Nella top ten rimane Israele che conferma il suo 2 per cento.

A chi vendono i top exporter mondiali? I clienti migliori sono in Asia, medio oriente e Oceania. Tra il 2010 e il 2014 l’India ha assicurato il 15 per cento delle importazioni mondiali, seguita da Arabia Saudita e Cina (5) Emirati arabi, Pakistan e Australia (4). E anche gli Stati Uniti hanno comprato molto (con il 3 per cento dell’import mondiale): miglior cliente della Germania, Washington ha chiuso uno dei principali contratti con Alenia Aeronautica (controllata da Finmeccanica) per una fornitura di 19 aerei da trasporto C-27J Spartan.

Il mercato mondiale è, però, in evoluzione. Nei prossimi anni, in particolare l’industria e la politica europea degli armamenti potrebbero essere costrette a profonde modifiche. Esportatori “storici”, come Germania e Francia, per evitare di impoverire la propria industria, hanno già annunciato un incremento della spesa nazionale: se il paese produttore non crede nei propri mezzi, difficilmente riuscirà a imporli sul mercato mondiale. 

Per combattere la concorrenza internazionale, inoltre, si moltiplicano i tentativi di alleanze tra paesi europei (sull’esempio del caccia Eurofighter Typhoon), nelle quali l’Italia, al momento, non sembra ben piazzata, scontando le recenti debolezze politiche e industriali. 

Non è detto, inoltre, che le crescenti tensioni internazionali riescano a tenere il mercato. Un recente report prevede, per quest’anno, un calo superiore al 10 per cento del budget militare globale, derivato soprattutto dal crollo dei prezzi del petrolio e delle materie prime, oltre che dal riorientamento della spesa nei paesi più ricchi, dove gli investimenti militari sono in costante calo. 

Viceversa, i paesi che stanno investendo di più nella difesa (oltre il 3 per cento del PIL) sono per buona parte quelli a minor reddito. Per i quali i sempre più sofisticati strumenti di difesa realizzati nei paesi avanzati raramente sono utili e gestibili. E di solito hanno prezzi irraggiungibili.