Thursday, April 30

DA GEORGE SOROS A HILARY CLINTON.

“Those already at the top”, cioè “quelli che sono già in cima”. Hillary Clinton ha iniziato la sua campagna elettorale per conquistare la nomination democratica evocando il vituperato “1 per cento” dei più ricchi, parlando dei manager che guadagnano “300 volte” quello che guadagna il lavoratore dipendente medio. 

Così, cavalcando fin dalle prime apparizioni il tormentone della diseguaglianza crescente nella società americana (e non solo), la Clinton tenterà fra le altre cose di scrollarsi di dosso quel “senso di inevitabilità della sua candidatura” che nel 2008 la portò a essere sconfitta da Barack Obama, ha notato David Axelrod, super-stratega che fu dietro l’attuale presidente. 

Non che l’emergenza sociale che va sotto il nome di inequality, nel 2015, sia poi un tema così originale o da outsider. Lo dimostra il fatto che la stessa Clinton, già la scorsa estate, aveva voluto dire la sua sul tomo-tormentone da cui tutto sembra essere cominciato, “Capital in the Twenty-First Century” dell’economista francese Thomas Piketty. 

Una volta tradotto in inglese da Harvard University Press, infatti, quel libro che a suon di statistiche puntava a dimostrare la diseguaglianza crescente in occidente, arrivò alla ribalta dopo che era passato inosservato per mesi nella sua versione originale in francese

Cosa disse allora Clinton allo Spiegel? Che condivideva il Piketty-pensiero, che la diseguaglianza “minaccia la democrazia”, salvo poi dire che nessuno in America si scandalizzava se per un’ora di discorso lei richiedeva 200 mila dollari di gettone perché agli americani interessa più l’eguaglianza di opportunità che quella di reddito. 

Nel frattempo però Piketty ha continuato a stregare le aristocrazie venali del pianeta, e la Clinton non ne è rimasta immune.

Piketty non ha ancora mai smesso di girare per conferenze e presentazioni. La settimana scorsa, per esempio, era a Parigi, a fianco del premio Nobel Joseph Stiglitz e del munifico finanziere di origini ungheresi George Soros, per presentare per l’ennesima volta i “punti principali del mio libro”

E quindi, ovviamente, la mole di dati raccolta “grazie alla generosità di Inet”, cioè il think tank fondato e finanziato dallo stesso Soros; poi “r>g”, cioè il tasso di rendita maggiore di quello di crescita, quindi la ricchezza (il Capitale, come lo chiama l’economista) che si accumula più rapidamente del comune reddito da lavoro. 

E’ l’armamentario teorico dell’ultimo assalto alla diseguaglianza, che poco si cura delle smentite più o meno dettagliate arrivate in questi mesi. 

Alla platea parigina, composta di economisti, manager e finanzieri di tutto il pianeta, Piketty suggeriva pure ammiccante di non comprare il libro, piuttosto di “scaricarlo da qualche parte, se riuscite”. Risatine, poi applausi.

Intanto però, nella stessa Parigi e negli stessi giorni, va in stampa un saggio marxisteggiante che sul Monde diplomatique, storico mensile della sinistra diretto da Serge Halimi, arriva alla seguente conclusione: “Con Piketty, il Capitale del XXI secolo non corre alcun pericolo”. 

Il dubbio da cui scaturisce il ragionamento di  Frédéric Lordon, economista marxista, è più che legittimo: com’è possibile che tesi come quelle di Piketty, con tanto di riferimenti espliciti al “Capitale” di Karl Marx, imperversino oggi (quasi senza contraddittorio) sui media borghesi occidentali? 

Com’è che la battaglia feroce all’1 per cento più ricco, d’un tratto, sollecita l’entusiasmo convergente di personaggi come Soros e Clinton, super ricchi pure loro? 

Per Lordon, il paradosso si spiega con la “strategia dell’escamotage” messa in campo da Piketty & co.: secondo questi ultimi, il capitalismo mondiale genera diseguaglianza per sua stessa natura; istituzioni, politica e finanzieri c’entrano poco o nulla; i conflitti sociali vanno scansati; quasi tutto si può aggiustare con una corposa imposta patrimoniale, meglio ancora se coordinata a livello globale (dunque impossibile da realizzare). 

La lotta alla diseguaglianza diventa perfetta per scaldare i cuori, ma in definitiva è “rien de grave, donc”, conclude critico Lordon. 

Non c’è bisogno di sognare la palingenesi marxista per concordare sull’analisi. Come titolò una volta Politico, quotidiano online di Washington tutt’altro che rivoluzionario, “il libro di Piketty potrebbe salvare i super ricchi da loro stessi”. Pure la Clinton, presentandosi agli elettori, ci spera.

Wednesday, April 29

PRENDERE A CALCI IN CULO BILL E HILARY CLINTON

Ieri il giornale americano New York Times ha pubblicato un’inchiesta scoop che coinvolge l’ex capo del dipartimento di stato americano, Hillary Clinton, dieci giorni dopo l’inizio ufficiale della  sua campagna elettorale per diventare presidente degli Stati Uniti nel 2016. 

L’inchiesta parte dal fatto che l’Agenzia di stato russa che si occupa di energia nucleare, la Rosatom, a partire dal 2009 ha comprato tra le altre cose un quinto della capacità americana di produrre uranio dell’America attraverso una controllata canadese, la Uranium One, e lo ha fatto in più fasi scandite nel tempo. 

La Uranium One ha enormi investimenti esteri, dall’America al Kazakistan, che la rendono un gigante nel settore dell’uranio. 

L’inchiesta del New York Times prova che a ciascuna di queste progressi nell’acquisizione di uranio da parte della società ora controllata dai russi corrispondono nel tempo donazioni ingenti fatte alla Clinton Foundation.

La fondazione Clinton è un ente non a scopo di lucro presieduto dall’ex presidente Bill Clinton che svolge attività a metà tra la filantropia e il think tank, e l’inchiesta del New York Times suggerisce ma non dimostra che Hillary, come capo del dipartimento di stato, potrebbe avere agevolato le acquisizioni di uranio americano. 

L’uranio è considerato un bene strategico nazionale e per questo c’era bisogno (anche) dell’approvazione del Dipartimento di Stato perché fosse venduto a una società controllata dai russi.

Ci sono regole che impediscono agli stati stranieri di fare donazioni alla Fondazione Clinton, proprio per evitare questo tipo di sospetti su eventuali condizionamenti e favoritismi, ma le regole non valgono per i singoli donatori o per le imprese. 

Il New York Times ha compilato una lista dei finanziatori che suonano sospetti. Frank Giustra, fondatore di una compagnia che si è fusa con la Uranium One oggi controllata dai russi, ha donato alla Clinton Foudation 31,3 milioni di dollari e ne ha promessi altri cento

Ian Telfer, presidente della Uranium One quando fu comprata dal governo russo, ha donato 2,35 milioni di dollari. 

Paul Reynolds, consigliere della Uranium One durante una fusione societaria, ha donato alla Fondazione una cifra tra un milione e cinque milioni di dollari.

Il proprietario della Uranium One, Frank Giustra, ha un rapporto di consuetudine con la famiglia Clinton che va indietro almeno al 2005 e che l’ha aiutato nei suoi affari nel campo dei giacimenti di uranio, che serve come combustibile nelle centrali atomiche.

Oltre all’imbarazzo per il finanziamento straniero alla Fondazione Clinton, c’è anche il fatto che si tratta di un affare fatto con la Russia. Il governo americano ha l’ultima parola sugli investimenti stranieri che potrebbero mettere a repentaglio la sicurezza nazionale. 

Quando nel 2009 Pechino tentò per esempio di acquistare il 51 per cento di una miniera d’oro nel Nevada, fu bloccata da una decisione di Washington, che considerava la miniera troppo vicina a una base militare e ricca di altri materiali strategici, come l’uranio

Nel 2009 il dipartimento di stato americano cercava una ripartenza con Mosca e proponeva l’apertura di una nuova stagione dei rapporti tra russi e americani, fatta di intesa e collaborazione. 

Oggi il quadro è totalmente diverso. Si parla di nuova Guerra fredda, e anche se può suonare come una esagerazione la tensione tra Washington e Mosca non è mai stata così alta negli ultimi anni. 

In questo momento paracadutisti americani stanno addestrando le truppe locali in Ucraina  impegnate in una guerra civile contro separatisti che sono aiutati e armati da Mosca

Ora il fatto che un quinto dell’uranio americano sia stato venduto a un’agenzia controllata dal governo del presidente Vladimir Putin ha un suono sinistro rispetto al 2009 – considerato che il controllo spregiudicato delle risorse energetiche, come il New York Times sottolinea, fa parte delle armi politiche usate dal Cremlino.

La tigna è stata, è, sarà la sua condanna.  Basta la tigna per vincere le elezioni? Questa è la domanda che ci facciamo guardando Hillary Clinton che si posiziona in vista delle presidenziali del 2016, il suo secondo tentativo, l’ultimo – e ci aspettiamo una sola risposta liberatoria: OUT!!

PRENDERE A CALCI IN CULO NICOLAS SARKOZY

Che siano 900 o 700, 1.000, 5.000 cosa cambia? Sono oltre 16.000 solo quest’anno. Dire che la situazione è allarmante con la guerra in Libia, voluta dai francesi, è una reticenza che, superato il livello di guardia, dà il voltastomaco: se non si dice anche il nome di chi quella guerra l’ha voluta, e per quali biechi motivi nazionalistici e ancora più squallidi scopi personali ed elettorali. 

Insomma senza dire che Nicolas Sarkozy, la racaille, la canaglia, con il codazzo di qualche imbecille in camicia ha sulla coscienza oltre la metà di quei morti ammazzati e annegati

Ce ne sarebbe abbastanza perché ne renda conto. I politici occidentali per bene e le organizzazioni umanitarie e i cani da guardia più o meno credibili della democrazia battono da anni il tamburo della necessità di processare per genocidio del suo popolo Assad, e va bene, e pure il tiranno Putin, e va bene. 

Ma ha fatto più morti Putin in Ucraina o Sarkozy in Libia? Compreso Gheddafi, sparato a bruciapelo fuori da una fogna, come di solito ci si spara tra mafiosi

E allora perché non dire che Sarkozy dovrebbe rispondere come principale attore di quel che accade in Libia davanti a un tribunale dell’ONU? Per violazione dei diritti umani e crimini di guerra. Non dico di trascinarcelo in manette. Ma spedircelo a calci in culo, ma tanti calci in culo, questo sì.

La Libia di oggi è un puzzle composto da decine di milizie. 

Il sorgere di svariati microgruppi di potere con un controllo territoriale circoscritto è una delle principali cause dell’impossibilità di una gestione organica del paese dopo la caduta di Muhammar Gheddafi nel 2011

La maggior parte di questi gruppi, che si sono costituiti attorno alle comunità locali e che talvolta hanno una composizione etnica, ha preso parte alla lotta contro il regime. 

Altre volte i gruppi si sono formati dalla dissoluzione del regime stesso, ma tutti sono poco inclini al riconoscimento di qualsiasi autorità centrale che non voglia negoziare la loro partecipazione alla gestione del potere nel paese.

I nuovi signori della guerra libici hanno due diversi metodi di sostentamento: il primo, legale, se ancora qualcosa di legale può essere riconosciuto in Libia, sono i pagamenti che la Banca centrale libica ha continuato a elargire alle milizie come a entrambi i governi, quello riconosciuto dalla comunità internazionale di Tobruk e quello a maggioranza islamista di Tripoli – e che finiscono con il foraggiare molte milizie in quanto facenti parte dell’apparato di sicurezza dello stato; il secondo, illegale, è costituito dai traffici illeciti condotti dai miliziani: esseri umani, armi, beni sovvenzionati, greggio, droga, sigarette, talvolta alcol e prodotti farmaceutici.

Secondo fonti di Intelligence russe, sarebbero circa 30 mila i miliziani direttamente coinvolti nei traffici illeciti, in particolare quelli umani. A sud-ovest della Libia, il confine con il Niger è attualmente la via di maggior transito verso il territorio libico. 

Qui i due gruppi maggiormente coinvolti nei traffici sono le milizie tebu e quelle Tuareg. Le due minoranze seminomadiche libiche si sono storicamente spartite gli affari di confine. I tuareg svolgevano sotto il regime di Gheddafi una funzione di polizia dell’area, di fatto gestendo i traffici ma anche limitandoli e tenendoli sotto controllo. 

Le loro basi si trovano tra la piccola località di Ubari e la città di Ghat, nella quale il colonnello aveva fatto costruire interi quartieri con lo scopo di rendere sedentaria la minoranza. Sono i tuareg che gestiscono i transiti del cosiddetto “Salvador Triangle”, il punto di unione dei confini libico, algerino e nigeriano. 

I Tebu, ostracizzati dal regime, avevano un ruolo più limitato. Oggi invece appaiono i grandi beneficiari del rovesciamento di Gheddafi: appoggiando il parlamento di Tobruk e il generale Haftar godono di una rinnovata posizione nella nuova Libia

Dal confine con il Niger – non lontano dalla base francese di Madama – gestiscono le rotte verso Sebha, capoluogo del Fezzan, passando dalle piccole oasi di al Qatrun e Marzuq.

Insieme ai migranti transita la droga verso i mercati nordafricani ed europei, la via contraria invece la percorrono i beni sussidiati in Libia come carburanti e prodotti alimentari, sempre più esigui, e le auto inviate verso il mercato africano. 

A Sebha, punto nodale, i tebu si accordano con i miliziani arabi della tribù Awlad Suleiman che si incaricano del transito sino alle coste mediterranee. 

I tebu gestiscono anche l’altro canale di transito principale, quello dal Sudan all’oasi libica di Kufra, nel sud-est del paese. Qui arriva chi parte dal Sudan e dal Corno d’Africa.

Ma i traffici coinvolgono in realtà tutti i confini libici e gran parte delle milizie, sia quelle schierate con Tripoli sia quelle con Tobruk, e in nome degli affari le varie parti in conflitto in Libia hanno siglato una specie di pre-accordo surreale, mentre ancora le richieste di cessate il fuoco dell’ONU e della comunità internazionale restano inascoltate. 

Le alleanze nei traffici sono variabili. I Tuareg per esempio si accordano con i misuratini che hanno occupato Sabha su mandato del governo di Tripoli, ma allo stesso tempo facilitano i transiti dei jihadisti verso Niger, Algeria e Mali, proprio nella cittadina di Ubari, permettendo i passaggi verso Sirte e Derna occupate dallo Stato islamico.

Le milizie di Zintan, confluite nel legittimo governo di Tobruk, controllano buona parte del confine con l’Algeria e parte di quello con la Tunisia e favoriscono l’ingresso di hashish, cocaina e farmaci, mentre più a nord varie milizie “islamiste” sono coinvolte in traffici di droga ed esseri umani a Zuwara, Sabrata, Zawya e al Khums. 

Un report dettagliato dei traffici illeciti in Libia pubblicato dall’United States Institute of Peace lo scorso anno ha descritto minuziosamente le rotte, gli scambi e gli attori coinvolti. 

La città a prevalenza berbera di Zuwarah, in particolare, appare come un hub per la raccolta dei migranti e per gli affari di trafficanti e mediatori.

Qui, anche attraverso passaggi aerei in Tunisia, Algeria ed Egitto, sono transitati buona parte dei profughi siriani poi giunti in Italia nel 2014, circa 40 mila. 

Via mare da Egitto e Tunisia arrivano da qualche tempo anche i barconi utilizzati per attraversare il Mediterraneo, sempre più carenti in Libia. 

Gli scambi con l’Egitto si concentrano nella zona di Siwa, altra oasi desertica ma in territorio egiziano: i miliziani, soprattutto jihadisti, bypassano le zone minate risalenti alla Seconda guerra mondiale nei primi chilometri di frontiera tra i due paesi e fanno transitare verso la Libia migranti mentre passano in Egitto armi destinate alla campagna in Sinai.

Il quadro si complica se si conta che la sicurezza nelle strade delle maggiori città libiche è garantita da accordi instabili tra le milizie (alcune si autodefiniscono come unità anti crimine) e le rimanenti forze di polizia: un contesto che garantisce ampia impunibilità ai delinquenti

Se, come alcuni osservatori internazionali stimano, la Banca centrale libica nei prossimi 7-8 mesi non sarà più in grado di effettuare pagamenti e comprare derrate alimentari.

L’unica fonte di sostentamento delle milizie rimarranno i traffici clandestini e il racket derivante dal controllo territoriale, e questo contribuirà ulteriormente alla diffusione dell’illegalità nel paese

In questo contesto, è facile supporre che possano avere sempre maggior successo le milizie islamiche radicali, come Ansar al Sharia e quelle autoproclamatesi parte del Califfato di Abu Bakr al Baghdadi, che fanno del controllo territoriale e della dawa (l’attività di assistenza alla popolazione in sostituzione dello stato assente) il loro punto di forza per conquistare il sostegno dei libici.

UN UOMO INNOCENTE: BRUNO CONTRADA

In tutti questi anni è invecchiato e s'è ammalato, Bruno Contrada, lo sguardo spavaldo del super-poliziotto è ormai solo un ricordo in bianco e nero. Ma è riuscito ad arrivare vivo al giorno in cui forse aveva smesso di sperare: una Corte ha stabilito che la sua condanna per concorso esterno in associazione mafiosa non doveva essere pronunciata.

Non è una sentenza della giustizia italiana, che nel frattempo ha fatto il suo corso rendendo definitivo il verdetto di colpevolezza e negando per tre volte la revisione del processo, tanto che la pena a 10 anni è stata scontata per intero.

La notizia arriva, invece, dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU), la stessa che una settimana fa ha condannato l'Italia per i pestaggi nella caserma Diaz durante il G8 del 2001 a Genova, qualificandoli come torture. Molto clamore, e giustamente, hanno sollevato quei fatti. Molto, si spera, farà discutere la sentenza di ieri.

Non dicevano la verità i "pentiti" che lo accusavano di connivenze con "Cosa nostra", accuse alle quali si dice dessero credito due eroi civili come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

I giudici italiani, al termine di cinque processi, hanno ritenuto Contrada colpevole. Ma sappiamo anche che non avrebbero potuto farlo perché il reato di cui era accusato, di fatto, non esisteva nel nostro ordinamento nel momento in cui lo avrebbe commesso

E qui scatta, al di là di una vicenda personale comunque dolorosa, un allarme per chiunque crede che la certezza del diritto sia una garanzia intoccabile per tutti. 

È vero, infatti, che dal 1994 in poi la giurisprudenza ha cercato di inquadrare e consolidare il "concorso esterno in associazione mafiosa".

Ma resta il fatto che quel delitto nel codice non c'è, perché scaturisce dal combinato disposto degli articoli 416-bis (associazione mafiosa) e 110 (concorso in reato), e i suoi contorni appaiono tuttora - anche a giudizio di molti magistrati antimafia - non delineati con nettezza. 

Il legislatore dovrebbe intervenire per eliminare ogni margine di discrezionalità in una materia che non ne dovrebbe consentire

Un'ultima cosa la sappiamo e questa senza dubbio alcuno: che la mafia è un'idra che avvelena la società, soffoca la democrazia, inquina l'economia. Per tagliare tutte le sue teste servono armi di precisione, quindi norme affilate e sentenze solide.

Bruno Contrada non doveva essere condannato per un reato che non c'è, il concorso esterno in mafia. Strasburgo dixit. A smentita di tutti i piemmini che trattando "le ombre come cosa salda" hanno tradito la giustizia e lo Stato. Strasburgo dixit. 

Per la Corte europea dei diritti umani Bruno Contrada "non doveva essere condannato" e lo Stato deve rifondergli i danni, con una grottesca provvisionale di diecimila euro. Mille euro all'anno.

Bruno Contrada è l'italiano più simile a Joseph K., disperato eroe di Franz Kafka, quello che "doveva aver fatto qualcosa perché una mattina fu tratto in arresto". 

Alla vigilia di Natale del 1992, anno delle infami stragi palermitane, fu catturato, rinchiuso come alto funzionario dei Servizi  in un carcere speciale, seppellito da accuse tragicamente false e intrinsecamente ambigue, che la giustizia alternatamente confermò, smentì e confermò in via definitiva attraverso la Cassazione. 

Molti anni di carcere, una vita e una salute distrutte, un senso dell'onore personale avvilito e dissolto nella fornace della gogna di stato, della calunnia e del pettegolezzo maligno, in spregio al "ragionevole dubbio" (e più che questo) generato da un'assoluzione in giudizio e da altre circostanze. 

La fattispecie del reato imputatogli era la famigerata ipotesi di "concorso esterno in associazione di stampo mafioso".

Non associazione mafiosa, non ce n'erano i minimi presupposti, ma "concorso esterno" (lo stesso odioso capo di reato che è costato la libertà personale a Marcello Dell'Utri, collaboratore di Silvio Berlusconi, rinchiuso da un anno nel carcere di Parma). 

L'avvocato Giuseppe Lipera, mentre l'ultraottantenne condannato grida con la sua voce rauca lo scandalo che lo ha distrutto, ha nel frattempo ottenuto l'avvio, che è per il prossimo mese di giugno a Caltanissetta, della revisione del processo.

Vedremo, ma già la notizia della ripartenza è un botto. Intanto sta risultando chiaro, sul piano di un giudizio etico europeo che è superiore per tempra e senso argomentativo alla giurisprudenza che ha dannato il "mostro", che negli anni in cui Contrada avrebbe compromesso collusivamente lo Stato, di cui era funzionario di altissimo rango nella repressione del crimine organizzato, non esisteva alcuna chiara definizione del reato per cui Contrada è stato condannato, appunto il "concorso".

Un uomo è stato arrestato, avvilito dall'infamia, carcerato e distrutto nel suo onore per qualcosa che all'epoca dei fatti addebitatigli non era reato

È noto che la vecchia polizia, ai tempi in cui non tutto era definito abusivamente con la tecnica mal governata del pentitismo o delle intercettazioni a strascico, aveva i suoi confidenti, metteva con coraggio le mani in pasta per catturare e portare a esiti di giustizia i boss mafiosi, attuando una strategia fatta di razionali distinzioni e strumentali abboccamenti. 

E i boss braccati dai super-poliziotti come Contrada trovarono il modo, in un'epoca di barbarie giuridica, di rivalersi.

Il solito Antonio Ingroia, oggi avvocato Ingroia dopo essere stato candidato Ingroia, nella sua veste di allora di piemmino aveva imbastito l'accusa che trasformava la pratica di polizia in vigore per una intera epoca storica in una collusione, anzi in un "concorso" collusivo che solo una sentenza della Cassazione, due anni dopo l'arresto di Contrada (1994), definì, quasi la Cassazione avesse il potere di fare una legge, come reato associativo (da quasi tutti considerato flebile nelle premesse logiche e giurisdizionali). 

Quando si dice la giustizia. Da anni, in processi a politici locali, uomini di stato (Andreotti, Craxi...) e uomini dello Stato, trattiamo "le ombre come cosa salda".

E facciamo di un simil-reato la sostanza fin troppo realista della persecuzione ingiusta degli innocenti fino a prova contraria. Gli azzeccagarbugli leggeranno con spirito variabilmente manettaro la sentenza di Strasburgo, ma la sentenza questo dice.

Sunday, April 26

GEN. DAVID PETRAUS: TOO BIG FOR JAIL

KOSOVO   K.L.A. - U.C.K.
The leniency shown former CIA Director (and retired General) David Petraeus by the Justice Department in sparing him prison time for the serious crimes that he has committed puts him in the same preferential, immune-from-incarceration category as those running the financial institutions of Wall Street, where, incidentally, Petraeus now makes millions. By contrast, “lesser” folks – and particularly the brave men and women who disclose government crimes – get to serve time, even decades, in jail.

Petraeus is now a partner at KKR, a firm specializing in large leveraged buyouts, and his hand-slap guilty plea to a misdemeanor for mishandling government secrets should not interfere with his continued service at the firm. KKR’s founders originally worked at Bear Stearns, the institution that failed in early 2008 at the beginning of the meltdown of the investment banking industry later that year.

Despite manifestly corrupt practices like those of subprime mortgage lenders, none of those responsible went to jail after the 2008-09 financial collapse which cost millions of Americans their jobs and homes. The bailed-out banks were judged “too big to fail” and the bankers “too big to jail.”

Two years ago, in a highly revealing slip of the tongue, Attorney General Eric Holder explained to Congress that it can “become difficult” to prosecute major financial institutions because they are so large that a criminal charge could pose a threat to the economy – or perhaps what he meant was an even bigger threat to the economy.

Holder tried to walk back his unintended slip into honesty a year later, claiming, “There is no such thing as ‘too big to jail.’” And this bromide was dutifully echoed by Holder’s successor, Loretta Lynch, at her confirmation hearing in late January.

Words, though, are cheap. The proof is in the pudding. It remains true that not one of the crooked bankers or investment advisers who inflicted untold misery on ordinary people, gambling away much of their life savings, has been jailed. Not one.

And now Petraeus, who gave his biographer/mistress access to some of the nation’s most sensitive secrets and then lied about it to the FBI, has also been shown to be too big to jail. Perhaps Holder decided it would be a gentlemanly thing to do on his way out of office – to take this awkward issue off Lynch’s initial to-do list and spare her the embarrassment of demonstrating once again that equality under the law has become a mirage; that not only big banks, but also big shots like Petraeus – who was Official Washington’s most beloved general before becoming CIA director – are, in fact, too big to jail.

It strikes me, in a way, as fitting that even on his way out the door, Eric Holder would not miss the opportunity to demonstrate his propensity for giving hypocrisy a bad name.

A Slap on Wrist for Serious Crimes

The Justice Department let David Petraeus cop a plea after requiring him to admit that he had shared with his biographer/mistress eight black notebooks containing highly classified information and then lied about it to FBI investigators. Serious crimes? The following quotes are excerpted from “U.S. v. David Howell Petraeus: Factual Basis in support of the Plea Agreement” offered by the U.S. District Court for the Western District of North Carolina, Charlotte Division:

“17. During his tenure as Commander of ISAF in Afghanistan, defendant DAVID HOWELL PETRAEUS maintained bound, five-by-eight-inch notebooks that contained his daily schedule and classified and unclassified notes he took during official meetings, conferences, and briefings. … A total of eight such books (hereinafter the “Black Books”) encompassed the period of defendant DAVID HOWELL PETRAEUS’S ISAF [Afghanistan] command and collectively contained classified information regarding the identities of covert officers, war strategy, intelligence capabilities and mechanisms, diplomatic discussions, quotes and deliberative discussions from high-level National Security Council meetings, and defendant DAVID HOWELL PETRAEUS’s discussions with the President of the United States of America. [emphasis added]

“18. The Black Books contained national defense information, including Top Secret//SCI and code word information.”

Despite the sensitivity of the notebooks and existing law and regulations, Petraeus did not surrender them to proper custody when he returned to the U.S. after being nominated to become the Director of the CIA. According to the Court’s “Factual Basis,” Petraeus’s biographer/mistress recorded a conversation of Aug. 4, 2011, in which she asks about the “Black Books.” The Court statement continues:

“ [Petraeus] ‘Umm, well, they’re really – I mean they are highly classified, some of them.  … I mean there’s code word stuff in there.’ … On or about August 27, 2011, defendant DAVID HOWELL PETRAEUS sent an email to his biographer in which he agreed to provide the Black Books to his biographer. … On or about August 28, 2011, defendant DAVID HOWEL PETRAEUS delivered the Black Books to a private residence in Washington, D.C. where his biographer was staying. … On or about September 1, 2011, defendant DAVID HOWELL PETRAEUS retrieved the Black Books from the D.C. private residence and returned them to his own Arlington, Virginia home.” [emphasis added]

I would think it a safe guess that Petraeus’s timing can be attributed to his awareness that his privacy and freedom of movement was about to be greatly diminished, once his CIA personal security detail started keeping close track of him from his first day on the job as CIA Director, Sept. 6, 2011.

“32. On or about October 26, 2012, defendant DAVID HOWELL PETRAEUS was interviewed by two FBI special agents. … [He] was advised that the special agents were conducting a criminal investigation. … PETRAEUS stated that (a) he had never provided any classified information to his biographer, and (b) he had never facilitated the provision of classified information to his biographer. These statements were false. Defendant DAVID HOWELL PETRAEUS then and there knew that he previously shared the Black Books with his biographer.” [emphasis added]

Lying to the FBI? No problem. As “Expose Facts” blogger Marcy Wheeler immediately commented: “For lying to the FBI – a crime that others go to prison for for months and years – Petraeus will just get a two point enhancement on his sentencing guidelines. The Department of Justice basically completely wiped out the crime of covering up his crime of leaking some of the country’s most sensitive secrets to his mistress.” [emphasis added]

Talk about “prosecutorial discretion” or, in this case, indiscretion – giving Petraeus a fine and probation but no felony conviction or prison time for what he did! Lesser lights are not so fortunate. Just ask Chelsea (formerly Bradley) Manning who is serving a 35-year prison sentence for disclosing information to the public about U.S. war crimes and other abuses. Or Edward Snowden, who is stuck in Russia facing a U.S. indictment on espionage charges for informing the people about pervasive and unconstitutional U.S. government surveillance of common citizens.

Or former CIA officer John Kiriakou who was sent to prison for inadvertently revealing the name of one Agency official cognizant of CIA torture. Here’s what Neil MacBride, U.S. Attorney for the Eastern District of Virginia, said then: “The government has a vital interest in protecting the identities of those involved in covert operations. Leaks of highly sensitive, closely held and classified information compromise national security and can put individual lives in danger.”

When, on Oct. 23, 2012, Kiriakou acquiesced to a plea deal requiring two-and-a-half years in federal prison, then CIA Director Petraeus sent a sanctimonious Memorandum to Agency employees applauding Kiriakou’s conviction and noting, “It marks an important victory for our agency …  there are indeed consequences for those who believe they are above the laws that protect our fellow officers and enable American intelligence agencies to operate with the requisite degree of secrecy.” [emphasis added]

Consequences for Kiriakou but not, as we now know, for Petraeus.

If you feel no discomfort at this selective application of the law, you might wish to scroll or page back to the “Factual Basis” for Petraeus’s Plea Agreement and be reminded that it was just three days after his lecture to CIA employees about the sanctity of protecting the identity of covert agents that Petraeus lied to FBI investigators – on Oct. 26, 2012 – about his sharing such details with his mistress.

Why Did Petraeus Do It?

Old soldiers like Petraeus (indeed, most aging but still ambitious men) have been known to end up doing self-destructive things by letting themselves be flattered by the attentions of younger women. This may offer a partial explanation – human weakness even in a self-styled larger-than-life super-Mensch. But I see the motivation as mostly vainglory. (The two are not mutually exclusive, of course.)

Looking back at Petraeus’s record of overweening ambition, it seems likely he was motivated first and foremost by a desire to ensure that his biographer would be able to extract from the notebooks some juicy morsels he may not have remembered to tell her about. This might enhance his profile as Warrior-Scholar-“King David,” the image that he has assiduously cultivated and promoted, with the help of an adulating neocon-dominated media.

Petraeus’s presidential ambitions have been an open secret. And with his copping a plea to a misdemeanor, his “rehabilitation” seems to have already begun. He has told friends that he would like to serve again in government and they immediately relayed that bright hope to the media.

Sen. John McCain was quick to call the whole matter “closed.” A strong supporter of Petraeus, McCain added this fulsome praise: “At a time of grave security challenges around the world, I hope that General Petraeus will continue to provide his outstanding service and leadership to our nation, as he has throughout his distinguished career.”

And Michael O’Hanlon, Brookings’ neocon military specialist who rarely gets anything right, spoke true to form to the New York Times: “The broader nation needs his advice, and I think it’s been evident that people still want to hear from him. … People are forgiving and I know he made a mistake. But he’s also a national hero and a national treasure.”

The “mainstream media” is trapped in its undeserved adulation for Petraeus’s “heroism.” It is virtually impossible, for example, for them to acknowledge that his ballyhooed, official-handout-based “success” in training and equipping tens of thousands of crack Iraqi troops was given the lie when those same troops ran away (the officers took helicopters) and left their weapons behind at the first sight of ISIL fighters a year ago.

Equally sham were media claims of the “success” for the “surges” of 30,000 troops sent into Iraq (2007) and 33,000 into Afghanistan (2009). Each “surge” squandered the lives of about 1,000 U.S. troops for nothing – yes, nothing – except in the case of Iraq buying time for President George W. Bush and Vice President Dick Cheney to get out of town without a clear-cut defeat hanging around their necks.

Many of the supposed successes of Petraeus’s Iraqi “surge” also predated the “surge,” including a high-tech program for killing top militants such as Al-Qaeda-in-Iraq leader Abu Musab al-Zarqawi and the formation of the so-called Sunni Awakening, both occurring in 2006 under the previous field commanders. And, Bush’s principal goal of the “surge” – to create political space for a fuller Sunni-Shiite reconciliation – was never accomplished. [See Consortiumnews.com’s “The Surge Myth’s Deadly Result.”]

And last, it is important to note that David Petraeus does not have a corner on the above-the-law attitudes and behavior of previous directors of the CIA. The kid-gloves treatment he has been accorded, however, will increase chances that future directors will feel they can misbehave seriously and suffer no serious personal consequence.

The virtual immunity enjoyed by the well connected – even when they lie to the FBI or tell whoppers in sworn testimony to Congress (as Director of National Intelligence James Clapper has done) – feeds the propensity to prioritize one’s own personal ambition and to delegate a back seat to legitimate national security concerns – even basic things like giving required protection to properly classified information, including the identity of covert officers.

One might call this all-too-common syndrome Self-Aggrandizing Dismissiveness (SAD). Sadly, Petraeus is merely the latest exemplar of the SAD syndrome. The unbridled ambitions of some of his predecessors at CIA – the arrogant John Deutch, for example – have been equally noxious and destructive. But we’ll leave that for the next chapter.

[For more on Petraeus’s corruption and his close ties to self-interested neoconservatives, see “Neocons Guided Petraeus on Afghan War.”]
Full Disclosure: Petraeus has not yet answered McGovern’s letter of Feb. 3 regarding why McGovern was barred from a public speaking event by Petraeus in New York City on Oct. 30, 2014, and then was roughly arrested by police and jailed for the night. McGovern wonders if Petraeus failed to respond because he was pre-occupied working out his Plea Agreement.

Ray McGovern worked for a total of 27 years in all four of CIA’s main directorates. He served under seven Presidents and nine CIA Directors, and is co-founder of Veteran Intelligence Professionals for Sanity (VIPS). He now works for Tell the Word, a publishing arm of the ecumenical Church of the Saviour in inner-city Washington.

AL-SHABAAB TRA KENIA E SOMALIA.

La strada è una lingua di terra, pietre e cespugli, in un punto remoto del deserto in Somalia, da qualche parte a sud-ovest di Mogadiscio. Siamo a una manciata di chilometri dal Kenya. 

Nella notte la calma è totale. Si ascolta il rumore del vento che trascina la macchia selvaggia, lo scorrere della sabbia che si ostina nel suo inutile cammino da una parte all’altra della desolazione. Quando le luci di un autobus si fanno avanti nella selva, l’oscurità è assoluta. A piccoli e inesorabili passi, il bagliore si fa più imponente.

Nell’accampamento ribelle l’atmosfera diventa irrequieta. Dei militanti borbottano qualcosa sottovoce, poi scivolano nel silenzio, verso la strada, preoccupati che i capisquadra si accorgano delle loro intenzioni. Accade tutto rapidamente. 

L’autobus viene bloccato. Minacciano l’autista puntandogli contro i kalashnikov AK47, aprono le porte. Urla, grida, disperazione. Uno dei soldati ribelli, fucile a tracolla e volto coperto da un manto nero, annuncia che tutte le donne verranno portate fuori dall’autobus: se qualcuno dovesse opporsi, ne pagherà le conseguenze. 

Due ragazze e una donna più anziana resistono, ma sono picchiate e obbligate a seguire le altre: il peggio deve ancora arrivare. Le donne vengono trascinate a una decina di metri dal bus, fra selva e cespugli. Qui vengono violentate, picchiate, distrutte. 

Quando tutto è finito, ognuna torna al suo posto. Ad aiutarle a salire i pochi gradini sono i figli più piccoli. I due o tre uomini presenti sul mezzo e l’autista sono rimasti a guardare. L’autobus riparte. I miliziani rientrano verso la base, ai loro posti di guardia. 

Siamo in uno dei campi di addestramento segreti che al Shabaab, l’organizzazione insurrezionale islamista che si batte contro il governo di Mogadiscio, ha allestito nel sud-ovest della Somalia. 

Secondo le regole del gruppo jihadista responsabile del recente attentato al campus di Garissa (147 le vittime), una donna che denunci uno stupro è da considerare una criminale. E sono molti i casi registrati di ragazze picchiate o lapidate a morte con l’accusa di aver reso pubblica una violenza subita. Quanto successo con le donne dell’autobus non sarebbe un caso isolato.

Nonostante le accuse, al Shabaab ha sempre rifiutato ogni addebito, ribadendo però una posizione intransigente riguardo le donne colpevoli di non accettare i matrimoni forzati e di denunciare episodi di violenza. 

In questo senso, è ancora impresso nella memoria di molti il caso di Aisha Ibrahim Duhulow, la bambina di 13 anni che nel 2008, dopo aver subìto un terribile stupro e in seguito alla denuncia della famiglia, fu lapidata a morte di fronte a un pubblico di oltre mille persone, nella città portuale di Kismayo, da militanti del gruppo jihadista.

«Seguiamo l’ispirazione dei fratelli wahabiti, in tutto e per tutto» spiega uno dei ragazzi impegnati nel campo di preparazione. «Le donne sono importanti, ma devono seguire le regole, è impensabile ritenere che abbiano gli stessi diritti di noi uomini». Nella base si addestrano circa 400 aspiranti jihadisti

Arrivano da ogni parte della Somalia, alcuni persino dall’odiato Kenya. Si battono contro il governo federale somalo e il contingente dell’Unione Africana (AMISOM), la missione di pace attiva su mandato delle Nazioni Unite sin dal 2007, che schiera nell’area un contingente di 20 mila soldati provenienti da Sierra Leone, Burundi, Etiopia, Gibuti, Kenya e Uganda.

«Vogliono colonizzarci, importare in Somalia il loro modello occidentale, mandare via la nostra gente e sfruttare le nostre risorse. Americani ed europei supportano gli eserciti africani mercenari, militari che uccidono i nostri uomini e le nostre donne, come cani» racconta un altro dei giovani islamisti. 

«Noi vogliamo riprendere in mano il Paese e riportarlo dentro la sua dimensione, nei confini della sua tradizione religiosa islamica. Siamo pronti a ogni sacrificio per raggiungere il nostro scopo».

Le tende dell’accampamento sono assiepate una accanto all’altra, vicino alla riva del fiume, riparate da due dei rarissimi alberi che si notano intorno. All’interno si trova qualche vestito, bottiglie di plastica vuote, un materasso di gommapiuma che rende (per chi lo ha trovato) meno difficile il sonno. 

Un piatto di riso, pochi bocconi di carne. Alle 20 scatta il coprifuoco e montano i turni di guardia. A popolare la base sono giovani fra i 16 e i 30 anni. Sotto le divise piene di polvere molti nascondono una vecchia maglietta di qualche squadra di calcio europea. Un drappo nero copre il volto di tutti i ribelli, giorno e notte: rimane libera solo una striminzita fessura da cui scintillano gli occhi.

Soltanto la guida del campo, il capo militare e spirituale del gruppo, è a viso scoperto. È lui a impartire gli ordini di allenamento, a guidare la preghiera, a intonare gli inquietanti canti militari che inneggiano ad al Qaeda e al martirio per la liberazione della Somalia. 

Portano tutti fucili d’assalto semiautomatici o mitragliatrici, ognuno indossa almeno due cinturoni di proiettili incrociati intorno alla vita, alla schiena e al petto. 

Restano nel campo per un periodo di almeno sei mesi, durante i quali vengono sottoposti ad allenamenti fisici estenuanti, esercitazioni di tiro, simulazioni strategiche, oltre a un continuo lavoro di indottrinamento politico e religioso. 

In molti hanno lasciato a casa i genitori, una moglie, dei figli, immolando la loro esistenza per la battaglia religiosa contro gli «infedeli». Nei mesi di addestramento gli uomini vengono pian piano ripartiti in unità. 

Soldati semplici, gruppi d’assalto, network di intelligence, specialisti nella fabbricazione di esplosivi e poi, soprattutto, la brigata suicida, la più nutrita del gruppo, nella quale riescono a entrare soltanto i migliori e per cui continua a esserci una lunga lista d’attesa.

«Attacchiamo i centri commerciali, le scuole, gli obiettivi civili, per dare un segnale» racconta la guida del campo. Sono loro che hanno cominciato per primi! Abbiamo detto decine di volte, soprattutto alle forze militari kenyane, di lasciarci stare, di rimanere fuori dalla nostra terra, di non intromettersi nella battaglia fra noi e il governo di Mogadiscio, ma non ci hanno ascoltato. 

L’unica maniera per far capire che facciamo sul serio è spargere il sangue dei giusti, cioè quello della popolazione civile: soltanto in questo modo ci ascolteranno. Dopo aver perso la città portuale di Kismayo e dunque il contatto diretto con i pirati somali, sostenitori del gruppo, gli jihadisti si sono ingegnati. 

Oltre ai sistemi classici di hawala (il trasferimento di denaro basato sull’onore che trae origine nella dottrina islamica) e alla tassazione cui sono sottoposte le organizzazioni non governative impegnate nell’area (circa 500 dollari al mese per ogni cooperante), hanno puntato sul commercio di avorio.

Dal campo, una volta la settimana, una brigata di trenta uomini si muove dentro la selva, a caccia di rinoceronti ed elefanti. Le zanne sono vendute agli intermediari a una media di 60 dollari al chilo e poi rimesse sul mercato in Asia e Medio Oriente: i ricavi per Al Shabaab sono stratosferici. «Facciamo quello che va fatto, un animale non è certo più importante della nostra sussistenza. Sono responsabile della mia anima soltanto di fronte a Dio» dice ancora la guida del campo. 

«Tutto quello che faccio, azioni giuste e ingiuste, omicidi e vessazioni, viene compiuto in nome di Allah e per la liberazione del mio paese. Tutto il resto non conta. Il nostro prossimo obiettivo è  convincere i fratelli di Regno Unito, Francia, Germania e il mondo intero a unirsi alla nostra battaglia. Siamo pronti ad accogliere con le nostre armi chiunque voglia prendere parte allo scontro con i nemici dell’Islam».

 Lasciando il campo al mattino, sotto il sole già ardente, con la polvere che si fonde sulla pelle. La strada per Mogadiscio racconta la guerra. Dalla base, ormai lontana almeno un paio di chilometri, si sentono esplodere decine di colpi. È il saluto della jihad di al Shabaab a un nuovo giorno di rivolta.  

LA VERGOGNA EUROPEA SULL'ESODO LIBICO

Da 12 anni i governi italiani ripetono che il “fronte sud”, il Mediterraneo, è il più esposto e che è necessario trovare una strategia di contenimento che farebbe anche comodo al resto del continente europeo, in termini di accoglienza e in termini di lotta al terrorismo.

Dopo che sono state vagliate ipotesi di vario genere, dalla guerra ai blitz mirati a una coalizione con gli attori locali del nord Africa, sono rimaste in vita le tattiche già esistenti: lo sforzo collettivo dell’Unione Europea per risolvere la questione degli immigrati e la mediazione dell’ONU per mettere i tanti, e sempre più nervosi, interlocutori in Libia allo stesso tavolo. 

Può l’Italia fare di più oltre ad avere, grazie alla “chimica” come dice il giornalista collettivo, rapporti privilegiati con il presidente americano Barack Obama o con quello russo, Vladimir Putin?

“C’è una volontà del fare e una difficoltà del fare”, dice con un sorriso Stefano Silvestri, consigliere scientifico dello IAI, e la discrepanza pesa su molti leader internazionali, non solo sul premier Matteo Renzi. La sua triangolazione tra Russia, Stati Uniti ed Egitto è al momento la mediazione più importante che c’è ma la sua efficacia è ancora da verificare.

Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes, considera “buona” l’interazione con la Russia, è ben più scettico sull’eccessiva valorizzazione dell’Egitto, perché in Libia il Cairo fa il tifo per una coalizione che sarebbe quella legata al generale Haftar, “ma se vuoi mediare non puoi stare con una parte sola”, e perché “l’obiettivo di al-Sisi è far fuori la Fratellanza musulmana, e se spazzi via tutto l’Islam politico, per quanto ambiguo, rischi di rimanere soltanto con gli estremisti”. 

Per Caracciolo l’attivismo italiano dovrebbe convergere verso una ricomposizione del conflitto senza che ci siano, nel mezzo, altre derive, “egiziani e algerini che si fanno la guerra in Libia, per esempio, gli italiani che non collaborano con i francesi, anche, e poi l’etero-direzione dei paesi del Golfo” che utilizzano le alleanze a fasi alterne con vari paesi dell’occidente per portare avanti i loro interessi.

Molti esperti, a partire da alcuni vicini al governo di Parigi, chiedono una maggiore collaborazione tra Italia e Francia (i francesi si sentono in guerra come gli americani dopo l’11 settembre, dice una nostra fonte, “attenzione agli eccessi di Parigi”, avverte Silvestri), anche se la questione libica fa riemergere dissapori mai sopiti che risalgono alla caduta di Gheddafi. 

Ma “le tratte delle migrazioni passano per paesi e zone in cui i francesi hanno uomini e influenza – dice Arturo Varvelli, ricercatore dell’ISPI che si occupa di terrorismo e conosce bene la situazione libica – Niger, Mali, Fezzan sono aree in cui si scambiano armi e uomini che vanno ad aumentare l’esercito degli islamisti o che arrivano in fuga verso la costa, e nelle quali gli unici soldati occidentali sono quelli mandati da Parigi”. 

La Francia chiede collaborazione, ma secondo Varvelli sarebbe necessario che l’Italia pensasse a un intervento di terra anche minimo ma mirato a difesa delle coste e in asse con Parigi. 

Caracciolo dice che bisogna inviare forze speciali per “affondare i barconi prima che partano, togliendo gli strumenti a chi traffica con uomini e armi”, come “già era stato fatto in Albania”, e chiedere aiuto alla Tunisia perché si attrezzi, “dietro lauto compenso”, per accogliere chi scappa dalla Libia.

Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano, consiglia cautela, con corridoi umanitari o personale in loco “ci esponiamo a rischi enormi”: l’emergenza richiede una reazione immediata, ma i tempi del negoziato e della creazione di alleanze sono ben più lunghi, e soprattutto in Libia l’Italia ha già rivestito un ruolo importante, “non me la sento di dire che Renzi dovrebbe fare di più”, dice Parsi. 

Il problema è semmai “internazionalizzare l’emergenza”, suggerisce Parsi, far sì che l’immigrazione sia un problema di tutti e non soltanto italiano.

Sulle migrazioni l’UE promette più investimenti e aiuti, mentre sulla stabilizzazione della Libia sarebbe necessario, dice Varvelli, “allargare le operazioni internazionali contro lo Stato islamico da Siria e Iraq anche alla Libia”, e non è escluso che Renzi ne abbia parlato anche nella visita a Washington. 

In questo modo si potrebbe rimodulare il conflitto, spiega Varvelli: “Si traccia una linea tra chi combatte lo Stato islamico e chi no”, almeno questo immetterebbe un po’ di chiarezza nel confuso contesto libico. 

Ma con le linee, si sa, non ci si è molto mossi di questi tempi, e ora l’unico obiettivo di Renzi, tra triangolazioni e foto da album dei ricordi, è far capire che nella stabilizzazione del nord Africa ci guadagnano tutti, non soltanto l’Italia.

IRAN E RUSSIA: PETROLIO L'OCCIDENTE E' SOTTO SCACCO

IRAN
La strada è ancora lunga, ma se l’Iran uscirà dalla lista nera delle nazioni che minacciano l’ordine mondiale e tornerà nel consesso delle nazioni “normali”, l’effetto che potrà avere sul mercato del petrolio sarà dirompente. Il potenziale del paese è enorme, e in parte ha a che vedere con una storia disastrata. 

Nella seconda metà degli anni ’70, alla vigilia dello scoppio della rivoluzione islamica, la produzione iraniana di greggio raggiunse i 6 milioni di barili al giorno, e sarebbe potuta crescere ancora se la tempesta interna innescata dall’avvento di Khomeini e dei suoi seguaci, gli otto anni di guerra con l’Iraq e l’isolamento internazionale gravato da ondate successive di sanzioni non avessero fatto regredire il settore petrolifero del paese a uno stato di permanente precarietà. 

Una regressione solo in parte frenata grazie a una parziale e problematica apertura alle compagnie petrolifere internazionali alla fine degli anni ’90, peraltro bloccata in seguito da nuove sanzioni. Oggi l’Iran è ben lontano dai fasti di fine anni ’70. 

Potrebbe meno di 3 milioni di barili e potrebbe arrivare a quasi 4 milioni se avesse piena libertà di esportazione che, invece, gli è negata dalle sanzioni. Ma il potenziale iraniano non risiede soltanto in quel milione di barili al giorno (pari a circa il 60% del consumo di petrolio italiano) che Teheran non può mettere sul mercato. 

Come in Iraq, la maggior parte dei giacimenti maturi del paese non ha mai visto l’applicazione di tecnologie avanzate che permetterebbero di incrementare notevolmente il tasso di recupero di greggio, inferiore al 20% a fronte di una media mondiale prossima al 35%. 

Anche le tecniche di gestione delle riserve (il “reservoir management”) sono arretrate. Questo significa che, anche senza la scoperta di nuovi giacimenti, l’Iran potrebbe produrre molto di più se potesse attingere alle migliori competenze e tecnologie disponibili sul mercato internazionale. 

Non solo. Negli ultimi quindici anni, l’Iran ha scoperto nuovi giacimenti che ancora attendono di entrare in produzione: in sostanza, tutto il greggio iraniano proviene ancora da vecchi giacimenti scoperti decine e decine di anni fa. 

Eppure, i piani di sviluppo dei nuovi giacimenti prospettano una produzione incrementale di un milione di barili al giorno. Inoltre, molte analisi geologiche suggeriscono che l’impiego di tecnologie di esplorazione avanzate (di cui il paese non dispone) potrebbero portare ad ancora nuove scoperte.

L’eliminazione di una parte delle sanzioni internazionali, quella che colpisce direttamente il settore petrolifero, consentirebbe a Teheran di raggiungere in poco più di un anno la produzione di 4 mbg, che potrebbe crescere nel tempo fino a sfiorare – nell’arco di un decennio - quella toccata negli anni ’70, grazie a una combinazione di ri-sviluppo di vecchi giacimenti e avvio alla produzione di nuovi. Questo senza considerare il gas naturale, di cui l’Iran è ricchissimo. 

La sua produzione attuale di metano supera i 200 miliardi di metri cubi (molto più del doppio del consumo italiano), ma potrebbe crescere esponenzialmente non solo se il paese si aprisse al mondo, ma se potesse contare su adeguate infrastrutture di esportazione, oggi sostanzialmente nulle. Gli ostacoli non mancano. 

Al di là delle sanzioni, gli investimenti per rilanciare l’intero settore degli idrocarburi ammontano almeno a 200 miliardi di dollari, le formule contrattuali offerte nel passato da Teheran alle compagnie petrolifere sono poco remunerative, la burocrazia “bizantina” del paese è capace di rallentare qualsiasi progetto di sviluppo e renderlo estremamente oneroso. 

Di questi problemi sembrano consapevoli gli uomini che muovono le fila del petrolio e del gas, a partire dall’attuale ministro del petrolio, Bijian Namdar Zanganeh, veterano e vero esperto del settore. Zanganeh ha predisposto una nuova formula contrattuale per attrarre le compagnie straniere nel paese: doveva presentarla a Londra all’inizio dell’anno, ma poi ha fatto slittare l’ufficializzazione a causa dell’incerto stato di avanzamento dei negoziati sul nucleare. 

Secondo fonti interne all’Iran, lo slittamento è dovuto anche a una strategia di marketing: creare attesa, facendo trapelare nel frattempo informazioni differenti per raccogliere reazioni che consentano di affinare la formula stessa. 

L’obiettivo è arrivare a un’offerta contrattuale migliore rispetto a quelle proposte da molti paesi petroliferi, per allettare un’industria mondiale disperatamente alla ricerca di opportunità sempre più scarse dal punto di vista economico. 

Nell’universo del greggio in modo particolare. E’ presto per dire se il primo accordo sulla questione nucleare sfocerà in un’intesa solida e definitiva che consenta all’Iran di riemergere sul piano internazionale. 

Ed è presto per capire se Teheran sarà davvero in grado di sfruttare una simile opportunità per offrire vantaggi irrinunciabili alle compagnie internazionali, dato che molte forze all’interno del paese non sono così disposte a fare troppe concessioni a imprese e investitori stranieri. 

Ma non c’è dubbio che un’evoluzione positiva su entrambe i fronti trasformerebbe l’Iran in un Giano Bifronte: un nuovo Eldorado per l’industria petrolifera, ma anche un potenziale incubo per ogni produttore di greggio, costretto a fare i conti con un fantasma che tornerebbe a materializzarsi nel momento peggiore. 

Quello, cioè, di un mercato già saturo di petrolio e che minaccia di rimanerlo più a lungo di quanto molti si aspettano.

RUSSIA

A dicembre il dimezzamento del prezzo del petrolio, le sanzioni economiche pretese dagli Stati Uniti all’indomani dell’annessione unilaterale della Crimea, e il repentino deprezzamento del rublo stavano mordendo la Russia. 

A Mosca si temeva una fuga di capitali verso l’estero, una bank run, e la Banca centrale, dopo una riunione emergenziale la notte del 15 dicembre, aumentò i tassi d’interesse per sostenere il corso della moneta; un colpo di defibrillatore. 

All’epoca era lecito intuire che l’autocrate Vladimir Putin avrebbe perso mordente, che le sanzioni avrebbero tramortito l’orso russo, come sosteneva il settimanale britannico Economist. 

Tuttavia le previsioni dei politici e dei media occidentali erano fuori scala. Ai piani alti del Cremlino, infatti, avevano ragione ad affermare che l’economia avrebbe recuperato presto.

La Borsa di Mosca è una delle migliori quest’anno. Il rublo, dopo avere perso metà del suo valore nei confronti del dollaro, sta risalendo. I tassi di interesse per i prestiti creditizi retrocedono dai picchi post-sanzioni. 

E le riserve valutarie sono salite a circa 10 miliardi di euro, vicino ai livelli precrisi. Miglioramenti difficili da prevedere ora elencati dal settimanale Newsweek che guarda all’acciaio per capire il meccanismo sotteso al recupero, ovvero la funzione d'incentivo prodotta dalla svalutazione del rublo che ha aumentato il costo delle importazioni spingendo i consumatori a privilegiare i prodotti domestici più a buon mercato. 

Per la compagnia siderurgica Sevestal, che esporta il 30 per cento della produzione, ciò ha rappresentato un vantaggio significativo rispetto ai concorrenti stranieri perché ha potuto comprare le materie prime, dai minerali di ferro all’approvvigionamento di elettricità, a un costo relativamente basso in casa.

Le sanzioni hanno poi garantito protezione alle aziende russe dai marosi del mercato, agli occhi degli investitori sono percepite come meno vulnerabili rispetto a quelle dei paesi emergenti da un eventuale aumento dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve americana, fattore che tiene sulle spine banche e investitori che operano in dollari. 

Ironia delle sorte, aggiunge il Wall Street Journal, siccome le nuove emissioni di obbligazioni societarie sono scarse ma i rendimenti di quelle in circolazione non sono da disdegnare, ciò le rende più attraenti per gli investitori. Putin ora sostiene che il peggio sia alle spalle e che la ripresa richiederà due anni. Le sanzioni dirette sono armi spuntate.

L’Unione europea attraverso la Commissione vuole insidiare il gigante energetico pubblico Gazprom accusandolo di abuso illegale di posizione dominante nel mercato del gas nell’est e sud Europa. 

Ovvero la differenza di prezzo tra paese a paese sui contratti di fornitura a lungo termine slegati dal prezzo delle materie prime. Il commissario alla concorrenza della Commissione Margrethe Vestager che ha promosso un’indagine formale su Gazprom dalla sua nomina nel novembre scorso è sembrata determinata a insidiare le grandi compagnie, adottando una linea più dura rispetto ai predecessori senza curarsi delle proposte di compromesso giunte sia dall’americana Google sia da Gazprom.

Lunedì l’amministratore delegato della Gazprom, Alexei Miller, è andato ad Atene per incontrare il primo ministro greco Alexis Tsipras per discutere di “interessi comuni”. 

Gazprom in cambio di un patto per estendere la linea del gasdotto Turkish stream – una pipeline dal valore soprattutto politico alternativa al defunto South Stream – potrebbe concedere fino a cinque miliardi di euro alla Grecia, impelagata in farraginose trattative con i partner europei che pretendono un piano credibile di riforme per concedere nuovi prestiti necessari a scongiurare un possibile default.

Intanto, la Gran Bretagna continua a fare pressione su Mikhail Maratovich Fridman, banchiere vicino a Putin, affinché venda a terzi i pozzi di idrocarburi comprati dalla tedesca RWE nel Mare del nord, dove gli operatori hanno risentito il contraccolpo del calo petrolifero. 

Le autorità britanniche dicono di non volere cedere un asset del genere a un soggetto che rischia di barcollare sotto nuove sanzioni.