Friday, July 31

RECEP TAYYP ERDOGAN "SUPERSTAR" CONTRO TUTTI

Per la Turchia e il suo leader Recep Tayyip Erdoğan questi non sono certo i tempi migliori. Il risultato delle ultime elezioni, che sarebbe stato considerato gratificante da qualunque partito in ogni altro Paese democratico, per l'AKP è stato una sconfitta.

Avendo perso il 50% dei voti e dei seggi, il disegno di modificare la Costituzione in senso ancora più pesantemente presidenzialista si è allontanato e un nuovo Governo è diventato possibile solo grazie a una coalizione.  

Purtroppo, o per fortuna, nessuno degli altri tre partiti che hanno ottenuto deputati ne ha l'interesse, salvo che l'AKP non cambi formalmente e totalmente la politica attuata fino ad oggi.

I nazionalisti potrebbero accettare un governo con il Partito della Giustizia solo se quest'ultimo facesse marcia indietro anche sulle piccole aperture finora attuate verso i curdi; il partito curdo, invece, ha svolto tutta la campagna elettorale giurando che mai si sarebbe alleato con Recep Tayyip Erdoğan  e il partito repubblicano, Kemalista e laico, imporrebbe una totale inversione di rotta rispetto all'evidente confessionalismo islamico messo in pratica nella società turca dal partito di maggioranza. 

A dir la verità, Erdogan preferirebbe di gran lunga nuove elezioni piuttosto di un'alleanza, altresì debole, con chi significherebbe un condizionamento del suo potere e, anche con quest'obiettivo e nonostante il finto impegno di Davotoglu nel cercare le basi di un accordo, ha ripreso i bombardamenti sul PKK sperando così di attirare qualche voto utile dagli elettori nazionalisti. 

I problemi di Ankara però non finiscono nella politica interna. Se pensiamo alla politica estera basata sull'assunto "nessun problema con i Paesi vicini", vediamo ogni giorno il suo totale fallimento: la rivalità con l'Iran, pur sempre non dichiarata, si è accentuata dopo la firma dell'accordo di Teheran con gli USA, in Siria c'è una guerra civile che fino a ieri li vedeva solo parzialmente coinvolti mentre oggi è divenuta manifesta. 

E anche a ovest i problemi finanziari greci e l'accenno di ri-avvicinamento tra Atene e Mosca non può essere sottovalutato. A nord, infine, il mar Nero e il Caucaso sono tornati a essere potenziali d'instabilità e l'incertezza turca verso il progetto Turkish Stream con le relative e contrarie pressioni americane ne è una dimostrazione.

In realtà, la diplomazia turca in tutti questi anni è sempre stata condotta in modo confusionario e contradditorio. E' oramai indubbio che gli aiuti dati alle forze anti-Assad in Siria siano stati dispensati (fino ad oggi) anche verso lo Stato Islamico. 

Quest'ultimo ha sempre potuto contare sul territorio confinante come canale di collegamento per petrolio e armi con il resto del mondo e i suoi militanti feriti sono stati continuamente, anche se discretamente, curati negli ospedali turchi.

Perfino oggi, quando l'accordo USA — Iran ha obbligato Ankara a riprendere un atteggiamento collaborativo con Washington consentendo agli americani l'uso della base aerea di Incirlik le nebbie non si sono del tutto dissolte. 

La necessità di dimostrare buona volontà ha obbligato le Forze Armate turche a bombardare i guerriglieri dello Stato Islamico e rompere quindi il tacito accordo lungamente mantenuto con loro.  

Contemporaneamente, ha arrestato sia islamisti sia curdi presenti sul proprio territorio e ha ripreso i bombardamenti contro i guerriglieri del PKK rifugiati sulle montagne nord irachene. Oltre a ciò, l'artiglieria turca ha anche cercato di approfittare della guerra contro il "terrorismo" per colpire le forze curdo- siriane del YPG, salvo poi, inutilmente, smentire di averlo fatto.

E qui la situazione si complica perché se è vero che il PKK è tuttora giudicato anche dagli americani come forza terrorista, l'YPG viene considerato un gruppo alleato nella lotta contro gli integralisti islamici (si ricordi il caso di Kobane). 

Anche se ufficialmente distinte, queste due entità curde sono strettamente legate tra loro e il gruppo siriano, dopo il bombardamento turco, è perfino arrivato a ventilare l'ipotesi di passare totalmente dalla parte di Damasco. 

E' difficile immaginare, anche se non impossibile, che gli USA abbiano acconsentito a bombardamenti in territorio siriano che non fossero diretti esclusivamente contro le forze dell'ISIS. 

In questo quadro incerto, chi, silenziosamente, potrebbe invece godere della nuova svolta turca in Siria è il PDK di Barzani, nel Kurdistan iracheno.

Nonostante la necessaria retorica continui a sventolare la "solidarietà curda", i Barzani non hanno mai avuto buone relazioni con il PKK (a differenza degli alleati-rivali dell'UPK) e a loro è sempre stato chiaro che una regione curda siriana, tanto peggio se amministrativamente autonoma o indipendente, è una pericolosa concorrente per la leadership sul popolo curdo nel suo insieme. 

E' anche per questi motivi che Erbil, nonostante le incursioni dell'aviazione turca sul proprio territorio alla ricerca dei guerriglieri del PKK, finge di non vedere, né sapere, dell'evidente violazione dei confini.

Ecco, almeno per ora e in conclusione, possiamo affermare che gli unici vicini che continuano a vedere Erdogan come un utile e importante alleato sono proprio i curdi iracheni. Sono solo loro che ne hanno bisogno, sia per il transito delle proprie merci e del petrolio verso il mare aperto, sia per giocare di sponda nel crescente antagonismo con Baghdad. 

Thursday, July 30

REPETITA IUVANT. COME TI SMONTO E RIMONTO I SERVIZI

Nell’ambito del lungo processo di definitiva approvazione del disegno di legge quadro sulle missioni militari internazionali italiane, argomento che si trascina da tre legislature e che mira alla difficile formulazione di una disciplina complessiva della materia, le Commissioni Esteri e Difesa del Senato hanno approvato un emendamento, presentato dal senatore del Partito Democratico Nicola Latorre (nella foto a sinistra), con il quale si conferisce al Presidente del Consiglio il potere di emanare, sentito il Copasir, “disposizioni per l’adozione di misure di intelligence di contrasto, anche in situazioni di crisi o di emergenza all’estero che coinvolgano aspetti di sicurezza nazionale o per la protezione di cittadini italiani all’estero, con la cooperazione altresì di assetti della Difesa”.

Durante il periodo che potremmo definire di “distacco operativo”, gli elementi delle Forze Speciali prescelti godrebbero delle stesse garanzie funzionali degli agenti dei servizi, come la clausola di non punibilità per gli eventuali reati commessi durante la missione e la possibilità, da parte dell’esecutivo, di opporre il Segreto di Stato alle eventuali indagini della magistratura. 

Dopo la missione gli operatori rientrerebbero nei ranghi per riassumere il loro status di militari. Soprattutto questi ultimi aspetti giuridici hanno sollevato, come sempre accade nel nostro Paese, non poche polemiche, alcune pretestuose, altre più articolate.

In buona sostanza, in particolari e specifiche situazioni di crisi o di emergenza, quali il rapimento di connazionali o la concreta minaccia di un attentato, si consente l’impiego dei reparti speciali delle Forze Armate all’estero in delicate missioni di Intelligence, per integrare le limitate risorse operative dei nostri Servizi Segreti (essenzialmente dell’AISE).

Tra le voci contrarie quella, molto argomentata, di un altro senatore PD, Felice Casson, che giunge ad individuare nella norma possibili rischi di costituzionalità. Secondo la legge sui servizi del 2007, infatti, le funzioni assegnate a DIS, AISI e AISE non possono essere svolte da altri enti, organismi o uffici. 

Sarebbero inoltre emersi dubbi e perplessità sulla catena di comando responsabile delle missioni congiunte, con il rischio di possibili interferenze tra gerarchie militari e civili.

Forse una diversa formulazione dell’emendamento, che specificasse meglio le condizioni per l’impiego delle Forze Speciali, potrebbe sciogliere alcune riserve di natura sia politica che legale e funzionale.

Curiosamente non sembrano esserci state invece richieste di chiarimento sul significato di “intelligence di contrasto”, un termine ambiguo che probabilmente includerebbe sia attività informative che azioni dirette. Fatte salve queste precisazioni, l’emendamento Latorre copre un vuoto normativo importante, identificando nella Presidenza del Consiglio l’autorità preposta all’assunzione delle decisioni operative, e cerca di dare una risposta razionale ad un problema tangibile e concreto.

In un panorama internazionale sempre più fosco, il provvedimento rafforza e disciplina una cooperazione tra organismi dello Stato già sperimentata sul campo nei teatri operativi esterni ed assegna ai servizi, sia pure per casi specifici e periodi limitati di tempo, risorse numeriche e capacità operative che questi non possiedono, inclusa la possibilità di effettuare in casi estremi un blitz risolutivo. 

D’altro canto l’impiego delle Forze Speciali a sostegno dell’intelligence è prassi comune tra i nostri principali alleati, anche in Paesi che pure dispongono, a differenza del nostro, di strutture operative dei Servizi molto efficienti di tipo militare.

Negli Stati Uniti, ad esempio, nonostante che la Special Activities Division della CIA comprenda un corposo Special Operations Group (SOG) responsabile delle operazioni clandestine a maggior rischio in aeree di crisi, il ricorso a reparti militari del J-SOC in missioni covert è assai frequente e debitamente regolamentato dal punto di vista legale.

In Francia le unità del COS, il Commandement del Opérations Spéciales, hanno agito nel Sahel in stretto collegamento con elementi del Service Action (SA) della DGSE, la Direzione Generale per la Sicurezza Esterna.

Il SA integra al proprio interno l’attività di raccolta informativa, di origine sia tecnica che umana, la capacità di analisi e quella di porre in essere un’azione diretta di tipo militare. Delle dimensioni complessive di un reggimento, dispone anche di un proprio reparto di volo, dotato di elicotteri Caracal e di aerei da trasporto tattico.

Nel suo ambito operano tre centri d’istruzione, dedicati alla formazione rispettivamente degli agenti clandestini, dei commando per le operazioni speciali di tipo militare e degli incursori subacquei.

Nell’ambito delle Forze Speciali del Regno Unito (UKSF) opererebbe infine, secondo autorevoli e ricorrenti voci giornalistiche, lo E Squadron, una piccola unità segreta composta da elementi tratti dal SAS e dallo SBS destinata ad operare con il Secret Intelligence Service, meglio noto come MI6. 

L’esistenza ed il ruolo del reparto sarebbero emersi durante una fallita missione clandestina in Libia.

Naturalmente nessuno propone, con l’emendamento Latorre, la creazione di strutture operative di intelligence parallele a quelle militari, simili ad esempio a quelle francesi (ogni residua ambizione di questo tipo è scomparsa con la catarsi politico-giornalistica seguita al caso Gladio): semmai la norma mira a sanare, almeno in parte, le lacune generate proprio dalla mancanza di tali apparati.

PALESTINESE, MONTENEGRINO E SERBO.TRE PASSAPORTI

Mohammed Yusuf Dahlan un ufficio così, quando stava a Gaza, non l’ha mai avuto: vasta vetrata con vista sulla Sava, i parquet art nouveau del vecchio Istituto di geofisica, gli stucchi neobarocchi, tre milioni d’euro in restauri...  

Dahlan se la passava bene già da governatore della Striscia di Gaza e da capo dei Servizi segreti d’Arafat, ma non così bene, come in questi ultimi anni. 

Adesso a Belgrado ha un suv blindato, scorta di uomini serbi e montenegrini, 220 milioni di dollari in banca e una sorvegliatissima villa da 400 metri nel verde quartiere esclusivo di Dedinje, vicino tutte le ambasciate presenti in Serbia, compresa quella palestinese. In queste ville, abitarono anche il Maresciallo Tito e Slobodan Milosevic. 

Nel suo ufficio di Belgrado, compare ogni tanto. Se non è in Serbia, è in Montenegro. Se non è in Montenegro, è ad Abu Dhabi.  La Nel salone sul lungofiume c’è un plastico con la scritta «Belgrade Waterfront», schermi touch e brochure

La Belgrado che verrà. Aspettando una Palestina che non verrà mai. 

Il paradiso dell’uomo che sogna di governare a Ramallah - dal Montenegro, caso mai dovesse mollare Abu Mazen - intanto resta qui:"in Serbia,specialmente, in Montenegro. 

A.Vucic, M.Dahlan e M. Djukanovic
Una seconda vita a far affari con il fidato amico Aleksandar Vucic, il presidente nazionalista serbo, chiamato dai russi "Janus bifrons". Per non parlare poi di quante società di affari-finanziari ha con "il fratello" Milo Djukanovic. Altre società con suo il fratello, naturale, "Aco" e con sua sorella, l'avvocato: "Anna"

Milo Djukanovic l'eterno lìder màximo montenegrino, sotto l'ala di potentati statunitensi. 

C’era una volta il Dahlan che scappava da Gaza e dalle condanne per corruzione e perfino dall’accusa d’aver avvelenato Jasser Arafat. 

L’uomo forte sopravvissuto a carceri israeliane e intifade, che nell’OLP negoziava con il Mossad e intanto combatteva contro Hamas per conto della Cia. 


A 53 anni l’ex padrone del Dahlanstan, come a quei tempi chiamavano la Striscia di Gaza, è un "losco" esule che aspetta il suo momento intrigando nei Balcani e faccenderiando per aumentare le sue fortune negli Emirati, dove s’è reinventato: "grand commis de la dinastie arabe". 

Dahlan progetta, gestisce, prevende, compra, paga. Con una speculazione edilizia nel centro di Belgrado, che l’ex sindaco newyorkese Rudolph Giuliani doveva venire di persona a sponsorizzare. Con un rendering che il premier Vucic va propagandando al suo popolo, «i nostri Champs-Élysées». 

Due milioni di metri quadri, tre miliardi di dollari. Per spazzare via i graffitari e i localini stile berlinese della movida notturna tra Sava e Danubio, e da qui al 2034 tirare su grattacieli di duecento metri, ponti futuribili, seimila appartamenti, 24 palazzi d’uffici, sette ettari di parchi, una passeggiata panoramica, una nuova stazione ferroviaria, il più grande centro commerciale dei Balcani. 

M.bin Zayed con Vucic and Dahlan 
La mediazione è palestinese, i soldi sono del Golfo, le proteste vengono dagli urbanisti che denunciano «la più grande costruzione illegale del mondo», altro che le colonie nei Territori, e si chiedono chi comprerà mai queste penthouse in un Paese dove non si guadagnano più di 400 euro al mese.

La Belgrado sull’Acqua è solo l’ultima cascata di denaro arabo. Dahlan bazzica la zona dalla fine degli anni ‘90: ci veniva ad addestrare i corpi speciali palestinesi. Ma secondo la stampa belgradese è stato molto aiutato da Tony Blair, inviato del Quartetto in Medio oriente e fra mille altre cose consulente del governo serbo. 

Gli stessi Bill Clinton e Tony Blair che sedici anni fa, quand’erano presidente e premier, bombardavano tutta la Serbia e Belgrado

Di colpo, si sono spalancate le porte dei Balcani: il Montenegro ha concesso a Dahlan la cittadinanza nel 2012; la Serbia, il passaporto e una medaglia al merito nel 2013; tutt’e due, l’opportunità di portarvi gl’investimenti del principe ereditario, Mohammed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan, di Abu Dhabi; di cui l’ex rais di Gaza, Dahlan,  è ascoltatissimo consigliere. 

Affari pesanti. Molto pesanti. Assieme all’amico Mohammed Rashid, milionario palestinese associato ai potenti fratelli Djukanovic, Dahlan è entrato nella costruzione d’un resort vicino a Sveti Stefan, la perla dell’Adriatico montenegrino amata da Liz Taylor e dalla Loren. 

Sempre Dahlan ha contrattato i 200 milioni di dollari d’un sistema missilistico anticarro brevettato dalla Yugoimport (lo sapevate che Abu Dhabi, in rapporto alla popolazione, è il Paese più armato del mondo?), partecipando poi al business dei fertilizzanti agricoli, favorendo l’ingresso di Etihad in Air Serbia, lavorando ai terminal galleggianti per il gas al largo della Croazia e dell’Albania... 

Politico navigato, bravissimo a far passare i suoi buoni affari per buone cause: niente di meglio della Serbia cristiana ortodossa per contrastare le infiltrazioni dell’Islam salafita nei Balcani, per frenare l’egemonismo della Turchia in Bosnia, per bloccare gl’investimenti sloveni del Qatar. 

«L’Occidente è preoccupato e la moderazione degli Emirati è vista come un argine a molte minacce, compresa quella russa». A Dahlan, queste cose interessano fino a un certo punto: i soldi gli servono per preparare il rientro. «Vivo bene - ha confidato a Newsweek -, ma il mio cuore rimane in Palestina. Se si votasse domani, ci tornerei subito». 

La "charity" amministrata dalla moglie gli sta dando popolarità in patria. E il denaro emiratino che fa piovere sulla Striscia, anche 5mila dollari a famiglia, cosa che infastidisce l’ANP: il suo nome è spuntato nell’inchiesta su una presunta tangente versata all’ex premier Salam Fayyad

«Abu Mazen mi odia perché so tante cose - dice Dahlan -, la gente di Gaza è vittima di Hamas, d’Israele e di Abu Mazen. Tutti parlano di quanto si soffre laggiù, ma nessuno fa nulla». 

Mohamedd non si preoccupa, più di quel tanto, ci penseranno l’emiro del Montenegro oppure il lacchè serbo ad alimentarlo.

Tuesday, July 28

LA VERGOGNA E LA MENZOGNA

Insiste, Toni Capuozzo, nella lunga inchiesta che ha intrapreso per dimostrare, attraverso una puntuale e meticolosa ricostruzione dei fatti, la totale innocenza dei nostri due Marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Un’inchiesta che lo aveva condotto, nel luglio dello scorso anno, a realizzare su “Mezzi toni” (la sua rubrica di tgcom24) uno scoop che, carte alla mano, forniva le prove dell’innocenza dei due fucilieri italiani.

Primo: nessuno aveva mai dichiarato che ad attaccare la Enrica Lexie, alle 16,25 locali del 15 febbraio 2012 e a oltre venti miglia dalle coste indiane, fosse stato un peschereccio e, men che meno, il St. Anthony con a bordo i due pescatori rimasti uccisi. Infatti nel messaggio originale, in cui veniva segnalato un “Approach pirate attack”, si parla genericamente di una imbarcazione che si dirigeva verso il cargo italiano fino a invertire la rotta dopo l’intervento di dissuasione dei nostri militari con segnalazioni ottiche seguite dopo un certo tempo da colpi sparati in acqua.

Secondo: l’intervista  televisiva rilasciata dal comandante del St. Antony, Freddy Bosco, che certificava  come l’incidente, in cui sono morti i due pescatori, fosse avvenuto verso le 21,20, sempre ora locale. Cioè cinque ore dopo l’allarme lanciato dalla Lexie.

Terzo: la denuncia inoltrata da un peschereccio, poco dopo le 21,30, alla guardia costiera indiana che parlava di un incidente con un mercantile e della morte di due pescatori. Una circostanza questa riferita agli inquirenti anche dal comandante in seconda della nave italiana, Carlo Noviello, raccontando che la guardia costiera di Kochi aveva avuto, nello stesso giorno dell’incidente della Enrica Lexie, un conflitto a fuoco con due barchini pirata che avevano cercato di assaltare una nave greca. 

Tant’è che sarà la stessa guardia costiera indiana a invitare, alle 21 e 36, il cargo italiano a invertire la rotta e rientrare nel porto di Kochi dicendo, ricorda Noviello, “che avevano catturato due barchette sospette pirata e volevano l’eventuale riconoscimento da parte nostra”.

Quarto: l’esistenza di una perizia balistica farlocca, fatta in assenza dei periti di difesa, che non riesce a spiegare come sia possibile che colpi sparati a 150 metri di distanza e da un’altezza di oltre 21 metri fuori dell’acqua (la petroliera era vuota), avessero  attinto il peschereccio con una traiettoria orizzontale. 

Eppure, nonostante i tanti elementi forniti a discolpa dei due Marò, lo scoop venne accolto dal silenzio assordante di chi, istituzionalmente e non, si stava occupando della vicenda. In questi giorni, Capuozzo, si è recato nuovamente in India da dove ha annunciato che nel corso della trasmissione “Terra!”, prevista per lunedì 3 marzo, avrebbe rivelato “nuovi elementi che potrebbero scagionare Latorre e Girone” facendo anche “ il resoconto di due anni di prove insabbiate, omissioni, patteggiamenti e manipolazioni”.

Secondo quanto appreso da ulteriori e nuovi elementi, sulla innocenza dei due fucilieri italiani, riguarderebbero l’esistenza mai rivelata di foto, e forse anche di un breve filmato, realizzate nel giorno dell’incidente da bordo della Enrica Lexie, che ritrarrebbero il barchino pirata durante il suo tentativo di abbordaggio e le manovre di allontanamento. Sennonchè, le dimensioni e i colori dell’imbarcazione risulterebbero del tutto diversi da quelli del peschereccio St. Antony su cui erano imbarcati i due pescatori rimasti uccisi. 

Dunque, saremmo in presenza di una prova che scagionerebbe definitivamente Latorre e Girone confutando alla radice il menzognero castello d’accuse costruito ad arte dalla polizia di Kerala e fatto proprio dalla National Investigation agency (NIA). Una prova che sarebbe stata trasmessa dai Marò, in servizio sulla Lexie, direttamente al Centro operativo interforze (COI) di Roma deputato a ricevere l’allarme e a smistarlo agli organi di competenza come i ministeri della Difesa e degli Esteri. 

E bene hanno fatto prima che il tutto venisse sequestrato dagli inquirenti indiani saliti a bordo della nave italiana nel frattempo fatta rientrare con l’inganno nel porto di Kochi. Perché  di queste foto non se ne sia saputo niente, è un vero mistero. Forse qualcuno ha pensato di tenerle nascoste visto la piega assai negativa che stava assumendo, in India, la vicenda con possibili, serie ripercussioni nelle relazioni con il nostro paese. 

Oppure non sono state valutate, in tutta la loro portata, pensando che il caso potesse comunque risolversi positivamente percorrendo le vie diplomatiche e del compromesso. Sia come sia un dato è certo: pur improvvisando con mezzi di fortuna personali, nonostante fossero da tempo obbligatorie  solo dopo l’incidente della Lexie sarebbero state date in dotazione ai militari in servizio antipirateria macchine fotografiche e telecamere, i Marò rispettarono alla lettera la procedura prevista documentando opportunamente l’”Approach pirate attack”  e trasmettendo il tutto al COI di Roma. 

Con queste ultime rivelazioni possiamo comprendere appieno il grave stato di disagio e prostrazione in cui versano da innocenti, insieme alle loro famiglie, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Disagio e prostrazione che stanno mettendo a dura prova la tenuta, sin qui fiera e dignitosa, dei due fucilieri la cui irrequietezza cresce giorno dopo giorno fino a sfiorare, nonostante lo spirito di disciplina, quel punto di non ritorno per un militare quando, rompendo le consegne avute, inizia a pensare di battersi in prima persona per l’accertamento della verità e a difesa della propria innocenza. 

Il che stravolgerebbe il disegno di coloro che in Italia, pur conoscendo la verità dei fatti, hanno finora perseguito inutilmente la strada del compromesso con le autorità indiane rinunciando  ad affermare e sostenere con convinzione la totale innocenza di Latorre e Girone. A nulla varrà blandirli con promesse di vario tipo, o reiterando l’invito al silenzio per evitare altri danni, in presenza di un futuro che, per ora, non c’è. Un futuro che vuol dire “tornare in Patria con Onore”.

THE NUCLEAR DEAL WITH IRAN

The Joint Comprehensive Plan of Action (JCPA) reached on July 14, 2015 between Iran and the P5+1 and the EU High Representative may ultimately prove to be one of President Obama’s greatest achievements. 

To attain that status, it will have to overcome serious Congressional hurdles, but even more important, it will have to withstand the test of time and prove that it can successfully resist Iran’s determination to obtain nuclear military capability. 

Among the world leaders who negotiated the JCPA with Iran, none will have to face the same political opposition, domestic and external, that will be directed against President Obama long after he retires from the White House. 

For now, however, the President must overcome opposition by Congress, where both chambers are controlled by the Republicans. According to the legislative compromise reached in May 2015 between the Republicans, Democrats, and the White House, Congress will have 60 days to review the JCPA and either give it bicameral  approval or reject it. 

As announced by President Obama, rejection will incur a presidential veto. This veto can be overruled by two thirds of the Senate and the House of Representatives, a highly improbable scenario. Thus in all likelihood, the President will prevail and the JCPA will be endorsed officially by the United States. 

Moreover, failure by the President to mobilize the support of a third of either the Senate or the House does not necessarily mean the end of the JCPA as far as the US is concerned. While it means the US has not assumed any formal obligation toward Iran as have the other signatories, the President can, for example, waive non-statutory sanctions, i.e., those imposed by Congress. 

The sanctions imposed by the US government can be revoked, as well as those imposed by the Security Council, which were adopted by the government but not signed into law. President Obama himself signed several Executive Orders that imposed sanctions against the import of certain goods and sanctions dealing with particular Iranian figures. 

He has the power to waive these sanctions, and in his public statements after the JCPA was announced, Obama left no doubt regarding his determination to see this agreement through, staking his own legacy on the deal and his success in skirting Congressional opposition.  

The current confrontation between President and Congress is rooted in two sources. One is the historic constitutional battle between the executive and legislative branches on which holds the power of making war and peace. The second, more recent factor is the growing political polarization in American society. 

Despite a measure of criticism against the agreement and the failure of the negotiators, and the US in particular, to provide adequate answer to issues relating to the nuclear domain – and certainly to issues relating to Iran's involvement in terrorism, or what amounts to the administration’s abandonment of the military option – President Obama is nonetheless justified in saying that Iran's road to nuclear military capability has, at least for the next 10-15 years, been blocked. 

The vote in the two houses of Congress, however, will reflect the partisan rivalry more than any critical assessment of the JCPA's merits. 

Israel has legitimate concerns and President Obama himself has recognized this, even while asserting that a better alternative to the JCPA was not proposed. Israel and its political leaders have the duty to express their concerns and point to the weaknesses and lapses of both the negotiations process with Iran and the result – the JCPA. 

But here issues of substance and form assume critical importance. Prime Minister Netanyahu erred when he approached Congress directly, which constituted an affront to the President at the height of the partisan battle between the Democratic President and the Republican-controlled Congress. 

The Prime Minister would repeat this mistake should he seek to address a joint Congressional session again. The previous attempt to leverage Congressional support, in early March 2015, did not succeed in halting the negotiations with Iran. 

The legislation (H.R. 1191 of May 2015) did not call upon the President to end the negotiations, and the odds are slim that Congress can override the President's determination to make the JCPA binding on the United States. 

Prime Minster Netanyahu is already perceived as taking sides in the highly charged domestic partisan contest – his speech to Congress last March was boycotted by dozens of legislators – and further intervention in the Congressional process relating to the JCPA could inflict long term damage on the hitherto bi-partisan support for Israel in US public opinion. 

There is already some erosion in that support among America’s young, liberal generation, including the Jewish component. 

President Obama's public statements after the announcement of the JCPA in Vienna on July 14, 2015 indicate willingness to enter into a serious discussion with the Israeli government over the implications of the agreement for Israel's security. 

This dialogue is vital for Israel, and should not be confined to the military aspects of Iran's nuclear program and Israel's qualitative military edge. President Obama has acknowledged that the JCPA deals solely with the nuclear aspects, and that Israel has legitimate concerns beyond them. 

It must be assumed that Iran's agenda in other matters in the Middle East will not change; indeed, Iran might well be encouraged by the agreement and the end of the international sanctions regime to pursue its strategic goals even more actively. 

It must likewise be assumed that the parallel discussions between the US and Iran at the very high level while the negotiations were underway will not end suddenly.

It is imperative that Israel realize that though the agreement has become a reality, the debate in the US and especially in Congress has just begun, particularly as the legislation calls for the administration to submit periodical reports both on Iran's implementation of the JCPA and on other issues, such as Iran's support for terror. 

Through sophisticated diplomacy, Israel will be able to influence the discussions, those in Congress and those between the US and Iran, staying away from the political domestic rift that will inevitably widen in the US presidential race. 

The Iran nuclear file, troubling as it is, is just one of the long term dangers Israel is facing. The more immediate regional threats have to do with the radicalization and fragmentation processes in the region and the proliferation of weapons that are not categorized as WMD but have a significant destructive power. 

These are the issues that should be on the top of the agenda in a healthier, less acrimonious dialogue that is based a higher degree of trust. The political leaders at the highest echelons in both Israel and the United States are responsible for restoring this dialogue to that level and quality.

ISRAELE ATTACCHERA'

Nel 2013, quando Israele sembrava pronto a lanciare un attacco militare preventivo contro le installazioni atomiche dell’Iran, fu l’ex premier Ehud Olmert a rivelare quanto l’establishment militare aveva investito per preparare lo strike. Dieci miliardi di shekel. 

Tre miliardi di dollari. Olmert lo rivelò per indebolire il già allora primo ministro Benjamin Netanyahu. Sono passati due anni e quella cifra adesso vedrà un forte incremento dopo la firma dell’accordo atomico fra America e Iran. 

Il capo di stato maggiore, Gadi Eizenkot, ha messo il suo vice, Yair Golan, a capo di una squadra che deve preparare un piano di attacco militare da utilizzare contro l’Iran. 

Un mese fa, cento piloti israeliani si sono addestrati in voli a lungo raggio sulla Grecia. E Israele avrebbe chiesto alla Lockheed-Martin, che produce gli F-35, di aumentare del trenta per cento l’autonomia di volo, per coprire mille e cinquecento chilometri. 

La distanza fra Gerusalemme e Teheran. Un team dell’aviazione israeliana si trova attualmente a Fort Worth, in Texas, per seguire il prototipo che arriverà a Tel Aviv nel 2016. Da Gerusalemme si sono levate voci bipartisan contro l’accordo di Vienna. 

L’ex premier e ministro della Difesa, Ehud Barak, al Canale Due ha detto che l’Iran diventerà presto uno stato nucleare. Il ministro Naftali Bennett ha parlato di “giorno buio per il mondo libero”, mentre l’ex ministro Yair Lapid ha detto dell’Iran: “E’ un regime basato sulla menzogna e ora otterranno armi atomiche con l’aiuto della comunità internazionale”. 

Adesso gli occhi del mondo sono puntati su di loro. Iran e Israele. Se il primo rispetterà l’accordo, e cosa farà il secondo in caso lo violasse.

“L’accordo è sicuramente un evento storico”, dice il generale della riserva Giora Eiland, già capo del Consiglio per la sicurezza nazionale e uno dei più importanti strateghi dello stato ebraico. 

Fino a due anni fa, si poteva sperare in un accordo migliore. La posizione strategica degli Stati Uniti era che l’Iran non poteva arricchire uranio sul proprio territorio. Poi Obama ha cambiato posizione e ha difeso il diritto iraniano all’arricchimento. Da quel momento tutto è cambiato”. 

Ci sono due presupposti nell’accordo che Israele non può accettare. “Il primo è che l’Iran rispetterà l’accordo, come pensano gli americani. Noi pensiamo che lo violerà, forse non subito, ma un domani di sicuro. Il secondo è che l’Iran dopo l’accordo modererà la sua politica, diventerà più mansueto, più stabile, più cooperativo. Falso. L’accordo fornisce all’Iran incentivi a sostenere il terrore”. 

Cosa accadrà ora è un dilemma. “Dal punto di vista militare, Israele non può fare niente finché l’accordo è in piedi”, ci dice Eiland. “Se ci sarà una crisi dell’accordo, allora Israele attaccherà. Politicamente il dilemma è se premere sul Congresso contro l’accordo oppure no. Netanyahu è probabile che spinga per un confronto ancora più duro con Obama”.

Ci sono due scenari che potrebbero far scattare l’opzione militare israeliana. Ce li spiega Ron Ben Yishai, il più rispettato e celebre corrispondente militare israeliano, immortalato nel film “Valzer con Bashir” per essere entrato per primo a Sabra e Shatila e per aver visitato in clandestinità il reattore nucleare di Damasco dopo il bombardamento israeliano. 

Israele si sta già preparando all’opzione militare, acquistando armi avanzate e potenziando le proprie capacità”, dice Ben Yishai. 

Israele rafforzerà l’Intelligence sull’Iran per minimizzare il rischio di una sorpresa strategica, migliorerà la difesa missilistica, così come gli attacchi aerei e navali, si preparerà per un potenziale attacco preventivo contro gli impianti nucleari iraniani e Hezbollah, che dovrà essere attaccato allo stesso tempo, perché è chiaro che avrà un ruolo pro-attivo nel conflitto tra Israele e Iran. 

L’Iran è diventato uno Stato-soglia, in grado di arricchire l’uranio al livello richiesto per sviluppare una testata atomica in due-tre mesi. Il più grande successo dell’accordo è che mantiene un tempo di ‘breakout’”. 

Quando nel 2003 il colonnello Gheddafi smantellò il programma nucleare, la Libia acconsentì a trasferire negli Stati Uniti la tecnologia acquistata dai pachistani e usata oggi dagli iraniani. 

Il materiale fu portato a Oak Ridge, la centrale nel Tennessee dove americani e israeliani hanno riprodotto la centrale iraniana di Natanz e dove avrebbero studiato i tempi di fabbricazione della Bomba.

Il primo scenario, il più realistico, è quello in cui l’Iran viola l’accordo e assembla la Bomba. “Israele avrebbe non più di due mesi per attaccare”, ci dice Ben Yishai. “Specie se non è sicuro che lo faccia l’America. 

L’Iran ha più volte dichiarato di voler cancellare lo stato ebraico dalla mappa geografica”. C’è un secondo scenario, più estremo. “Un giorno ci svegliamo e scopriamo che l’Iran ha già la Bomba. Allora ci dovremmo preparare a una nuova Guerra fredda, perché in quel caso l’opzione militare israeliana diventerebbe di mera deterrenza”. 

Ma che Israele ha già la bomba atomica è un segreto di pulcinella. 

Thursday, July 9

RUSSIAN - SAUDI ARABIAN' FEELINGS

Apparentemente non hanno nulla in comune. Sono i due maggiori produttori e concorrenti nel mercato del petrolio. Hanno amici ai lati opposti delle barricate. Si sono fatti dispetti non irrilevanti. 

Eppure ora cercano un’alleanza inedita, che si è palesata a sorpresa nei sorrisi tra il presidente russo Vladimir Putin e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, che si sono intrattenuti a lungo ai margini del Forum economico di San Pietroburgo, e si è concretizzata un paio di settimane dopo nel più grosso investimento di un fondo sovrano in Russia: 10 miliardi di petrodollari sauditi, un record che fa esultare Mosca

Lo stanziamento del Public Investment Fund (PIF) sarà distribuito in una decina di progetti da concludere entro fine anno, che secondo il capo del Fondo russo per gli investimenti diretti (RDIF) Kirill Dmitriev riguarderà settori lontani dal petrolio: agricoltura, logistica, medicina, immobiliare e commercio al dettaglio.

Soltanto tre anni fa il regno saudita aveva cancellato la settimana del business russo, rispedendo a casa una delegazione di imprenditori arrivati da Mosca, per protesta contro il sostegno del Cremlino al rais siriano Bashar el Assad

I russi pure avrebbero nei confronti di Riad una serie di lamentele, dall’appoggio alla guerriglia cecena (che i finanziamenti sauditi hanno contribuito a indottrinare nella svolta dal nazionalismo all’islamismo) ai recenti sospetti che la monarchia petrolifera avesse fatto crollare il prezzo del barile su richiesta degli Stati Uniti, per mettere in ginocchio Putin. 

La Russia non ha mostrato entusiasmo nemmeno per l’intervento saudita in Yemen, è tra gli sponsor principali del deal con l’Iran, incubo di Riad, e ha pestato i piedi ai sauditi sottraendo, grazie ai mega-contratti con Pechino, parte del mercato asiatico. 

Ma l’accordo sul nucleare di Teheran, in cottura a Vienna almeno fino a venerdì, lancia un valzer delle alleanze asimmetriche che va a scompaginare la regola della Guerra fredda sugli amici degli amici, e gli amici dei nemici diventano partner commerciali, se non alleati. 

Anche se il direttore dell’Istituto di studi mediorientali di Mosca Evgheny Satanovsky sospetta che quello dei sauditi sia “solo teatro, lo fanno periodicamente pensando di ingelosire gli Stati Uniti”, pare che gli alleati di Washington abbiano intenzioni serie con Putin. 

Il principe Saud bin Khalid al Feisal, direttore dell’altro fondo saudita SAGIA, specializzato nell’attirare investimenti a Riad – ha appena firmato un altro accordo con i russi – la butta sull’economia: il regno ha una crescita demografica che richiede prodotti, servizi e tecnologie, che potrebbe comprare nella Russia messa in difficoltà dalle sanzioni occidentali. 

Siccome, ricorda il senatore russo Andrey Klimov, “con i sauditi abbiamo due cose in comune: non condividiamo i valori occidentali e non amiamo sentire le critiche americane”, ecco che da appena un miliardo di interscambio annuale si passa a progetti ambiziosi.

Merito diplomatico personale di Putin, che forse si è trovato più a suo agio con i principi che con i governi occidentali: dopo la chiacchierata di San Pietroburgo sono saltati fuori sei accordi tra cui quello su 16 centrali nucleari che i russi potrebbero fornire a Riad (a Teheran ne vogliono contemporaneamente vendere otto). 

Si parla anche di forniture di armi: Mosca potrebbe vendere ai sauditi i missili Iskander (in precedenza non destinati all’esportazione), e ha organizzato per il principe una presentazione di navi di pattuglia e guardia costiera a San Pietroburgo

Che servirebbero a contenere l’Iran, al quale i russi vogliono spedire il sistema antiaereo S-300. Quando non si tratta dell’occidente, i russi abbandonano l’ideologia per il pragmatismo. 

Mosca promuove il deal iraniano, ma teme che il ritorno di Teheran sul mercato petrolifero faccia crollare il prezzo del greggio, e così cerca fonti di guadagno alternative.

KOSOVO AND MACEDONIA TIME OVER

Macedonia is reeling from two shocks. Amid a scandal over leaked wiretaps revealing a state apparatus captured and corrupted by the leading party, a battle in ethnically mixed Kumanovo between police and ethnic-Albanian gunmen, many from Kosovo, caused the region’s worst loss of life in a decade. 

Unless addressed urgently, the double crisis (government legitimacy/regional security) carries risk that could extend to violent confrontation, perhaps in worst case to elements of the conflict narrowly averted in 2001. 

Discredited national institutions cannot cope alone. The opposition has broken off talks on a European Union (EU) mediated deal between parties for reforms and early elections that deadlocked, substantially over whether the prime minister, in power since 2006, must resign and the time a transitional government would need to level the field. 

The EU must press for a comprehensive agreement addressing the state capture and alleged corruption, including independent investigation and monitoring with international help. 

Macedonia and Kosovo, also with aid, should jointly investigate Kumanovo.

In February 2015, the main opposition party began publishing excerpts from what it said was an illegal wiretap program leaked by unidentified persons. 

The massive surveillance, from at least 2010 to 2014, seems to have targeted thousands, including nearly all top opposition and government officials, as well as ambassadors and media figures. 

The fraction of published wiretaps focus on what appear to be conversations of senior government persons plotting to subvert elections, manipulating courts, controlling a nominally independent press and punishing enemies. Many who should be responsible for dealing with apparent illegalities are themselves implicated.

In the midst of this crisis, a police raid in Kumanovo on 9 May found a heavily armed group of ethnic Albanians, including former liberation army fighters from Kosovo

By the time fighting died down the next day, a multi-ethnic neighbourhood was destroyed, eight police were dead and 37 wounded; fourteen gunmen were dead and about 30 in custody. 

Top Macedonian and Kosovo officials had advance knowl­edge of at least some of the group’s activities, but much remains worryingly obscure, including its plans in Macedonia, possible allies on both sides of the border and many details of the police operation.

The incident did not spark ethnic conflict. Ethnic Albanians, roughly a quarter of the population, deeply resent what they perceive to be their second-class status and unequal treatment in a state dominated by ethnic Macedonians. 

They had expected more from the 2001 Ohrid Framework Agreement (OFA) that ended the incipient civil war and was meant to give them a power-sharing role in a unitary state. 

For now, there is little constituency for fighting. While the inter-ethnic peace has proven resilient, however, further wiretap releases or a new deadly incident could raise the risk quotient unpredictably.

Macedonia appeared for a time to be building a modern, transparent state and integrating its ethnic-Albanian community, but that progress has ceased, even reversed, at least since a 2008 Greek veto resulting from the two countries’ eccentric dispute over the republic’s name blocked the prospect of EU and NATO integration indefinitely. 

The wiretaps, which appear to illustrate that governing parties have entrenched their power and privileges through corruption and criminality, have also dramatically compromised the ruling coalition’s ethnic-Albanian partner

Prime Minister Nikola Gruevski, who has denied any wrongdoing, and opposition leader Zoran Zaev are playing high-stakes poker at the EU-sponsored talks, while some of the tens of thousands of activists who held duelling political rallies in the centre of Skopje in May remain encamped outside government and parliament buildings.

The EU, which has a direct stake in the threat to regional stability and a responsibility to assist a country right itself to which it has granted membership candidacy status, should redouble efforts to persuade Macedonia’s leaders to restore trust in government by reaching an inter-party agreement that commits to:

establishing through normal parliamentary procedures an interim government with appropriate membership of all main parties, whose main task should be to implement reforms necessary for credible elections by April 2016 (two years early), especially those related to voter lists, equal media access and abuse of office for partisan purposes:
1. adopting a law in parliament establishing two independent commissions (“A” and “B”), both with authority to request and receive active expert help from the EU, U.S. and others. The mandate of “A” should be to assist with and monitor the transitional government’s efforts with respect to preparing credible early elections; The mandate of “B” should be to deal with the wiretaps, including investigation into the crimes and corruption they appear to show;
2. accepting that the transitional government will remain in office and early elections will not be held unless Commission “A” determines that benchmarks have been met, and implementation is sufficiently advanced;
3. working to improve implementation of the OFA by ensuring equal representation of ethnic Albanians at all levels of public office; a fair share of government investment in ethnic-Albanian areas; and respect for language equality.

The inter-party agreement should further commit Macedonia’s leaders to:

1. seek a joint Macedonia-Kosovo investigation into the Kumanovo incident, with expert assistance from EU and U.S. agencies, in order to improve the security situation and prevent future attacks; 
2. improve bilateral relations with Kosovo, for example by holding regular joint cabinet meetings and cooperating on border monitoring.

USA ALIAS NATO HANNO TRADITO E VIOLATO GLI ACCORDI

La comparsa di ulteriori infrastrutture militari della NATO (statunitensi) vicino ai confini della Russia non corrispondono agli accordi tra la Federazione Russia e l'Alleanza Atlantica (NATO).

Lo ha affermato, in una conferenza stampa,  il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov: "Inizialmente si lanciano accuse contro di noi, si aizza l'opinione pubblica internazionale, dopo di chè si fa affidamento su di essa quando -gli yankees- passano dalle parole ad azioni molto concrete come quella di creare una enorme infrastruttura militare, proprio lungo i confini della Federazione Russia occidentale. 

E tutto questo, in completa violazione degli accordi, da entrambi accettati e sottoscritti, che furono assunti tra la stessa Federazione Russa e l'Alleanza Atlantica nel cosiddetto documento: 


"Con costante regolarità ricordiamo agli Stati Uniti d'America (NATO) che l'opinione pubblica a cui tentano oggi di rispondere e spiegare il perchè dei tanti conflitti planetari, bene, l'opinione pubblica internazionale DEVE SAPERE che questi conflitti sono stati progettati ed eseguiti da loro stessi, cioè: "gli Stati Uniti d'America e i loro -doppiogiochisti- parteners della NATO

Oramai, questi pericolosi conflitti  sono degenerati e divenuti: incontrollabili. E la Russia non starà a guardare, immobile, questa imminente, immaginabile, catastrofe"

WHO ARE THOSE BASTARDS WHO SELL ARMS TO LIBYA FROM 2011 (TILL TODAY) FOR 9 BLNS U.S. DLRS PER YEAR?



Fighting between the forces loyal to the two rival Libyan governments is continuing on the outskirts of Tripoli.


It is attempting to surround the capital - which is held by militias from the Libya Dawn movement.

LA FOLLE STRATEGIA DI OBAMA IN MEDIO ORIENTE

Il presidente americano Barack Obama minimizza la guerra di espansione dello Stato islamico. “Non stiamo perdendo. Siamo soltanto all’ottavo mese di una campagna che come ho annunciato durerà per anni”, ha detto in un’intervista al magazine americano Atlantic

Per Obama, la caduta della città di Ramadi in Iraq nelle mani del gruppo estremista è quindi un “tactical setback”, un “contrattempo tattico”. 

Il magazine ha pubblicato l’intervista sul suo sito, nelle stesse ore in cui anche la città siriana di Palmira (e i grandi impianti per la produzione di gas nel deserto attorno) cadeva sotto il controllo dello Stato islamico – e anche in questo caso la cronaca arrivata in occidente è disastrosa come a Ramadi: collasso delle truppe governative, esecuzioni di massa nelle strade, saccheggio degli arsenali locali

Come se le notizie in arrivo dalle due città arabe non bastassero, il gruppo estremista ha rivendicato un attentato in una moschea sciita dell’Arabia Saudita che ha ucciso venti persone, dichiarando l’inizio delle sue operazioni nel regno. 

Due mesi fa lo Stato islamico ha rivendicato cinque attacchi suicidi in cinque moschee diverse (140 morti) per annunciare in modo simile l’inizio delle operazioni in Yemen.

Il Wall Street Journal fa del sarcasmo facile: “Se questo è vincere, chissà allora come sarebbe perdere”. Il sito politico nota che il presidente americano usa con disprezzo malcelato l’aggettivo “tattico” perché si contrappone a “strategico”, che invece è un aggettivo che nel politichese di Washington ha connotazioni “quasi mistiche”. 

Chi è tattico è un mero dilettante, gioca a breve termine ed è destinato all’insuccesso finale per definizione e quindi secondo Obama il gruppo di Abu Bakr al Baghdadi non ha una strategia all’altezza delle sue ambizioni militari, si muove giorno per giorno e sta improvvisando. 

Si tratta delle stesse critiche che in questi giorni stanno arrivando in America alla strategia dell’Amministrazione Obama in Iraq e in Siria – o meglio, alla totale mancanza di una strategia (tutti ricordano il “We don’t have a strategy yet” (non abbiamo ancora una strategia), pronunciato dal presidente davanti ai giornalisti a fine agosto 2014, quando ormai lo Stato islamico s’era preso una grande parte di Iraq). 

L’ex segretario alla Difesa di Obama, Robert Gates, ha detto in TV: “Non abbiamo una vera strategia. In pratica stiamo facendo questa guerra giorno per giorno”. 

Le notizie rafforzano questa sensazione. Il  Pentagono ha annunciato l’invio urgente all’esercito iracheno di mille missili controcarro, già dalla prossima settimana, per distruggere i camion bomba suicidi che aprono varchi nelle loro difese (a Ramadi lo Stato islamico ha usato trenta camion bomba in tre giorni). 

Però, come per un ricalcolo dell’ultimo minuto, il Pentagono ha detto che manderà in Iraq duemila missili controcarro. E’ il giorno per giorno. 

Il raddoppio annunciato è stato accolto da commenti sarcastici sul fatto che potrebbero finire presto in mano allo Stato islamico, come già successo a parte dell’equipaggiamento americano lasciato in Iraq.

Al Congresso c’è stata un’audizione davanti alla commissione Difesa, in cui esperti e senatori hanno convenuto senza giri di parole che l’America sta perdendo la guerra contro lo Stato islamico. 

Gli esperti ascoltati hanno raccomandato un cambio di strategia – perché la campagna aerea in corso non è sufficiente – e hanno toccato un argomento tabù per l’Amministrazione, l’invio in Iraq di più soldati (il numero finale proposto è quindicimila).

Wednesday, July 8

NATO AND THE BELLIGERANTS BALTIC' STATES

Leaders attending the upcoming NATO summit at Cardiff, Wales, will face, once again, the question of what to do about the US nuclear weapons stationed at NATO bases throughout Europe

A holdover from the Cold War, when it was thought that the deployment could mute European nuclear ambitions and strengthen the threatened alliance, nearly 200 of these tactical bombs have remained in hangars in Belgium, the Netherlands, Germany, Italy, and Turkey.

Several commentators have argued that Russia’s aggression in Eastern Ukraine is evidence that the weapons are needed now more than ever. However, the evidence suggests the opposite: US tactical nuclear weapons detract from more useful defense initiatives, as is shown in several ways.

First, there is no evidence that these weapons have had any effect on Russian President Vladimir Putin’s transgressions in Ukraine, Georgia, or the Baltic States. Russia took each of these aggressive actions, despite the presence of tactical nuclear bombs elsewhere in Europe. 

Nor have those bombs reassured eastern European NATO allies about US commitments to defend them. The newer NATO members closest to Russia are more concerned than ever and look to the West's non-nuclear forces instead for support. 

The reason tactical nuclear weapons are irrelevant in these cases is simple: The threat to NATO territory is not nearly severe enough for nuclear weapons to play a role.

Also, leaders meeting at Cardiff should not ignore the consistent calls from NATO allies that host tactical nukes for their withdrawal

Exalting the preferences of Estonia and Latvia for assurance they will be defended against Russian attack over the preferences of Germany and Belgium to be rid of the nuclear bombs at their airfields is a dangerous gamble that overlooks the need for consensus among NATO members. 

Resolution of the issue requires a substantive compromise. Overlooking pleas for real assurance, some commentators continue to insist that these few bombs, deployed far from the Baltic states, actually do assure the leaders of those countries. 

In so doing, they miss the crucial opportunity to shift funds from the tactical nuclear mission and pay for defensive capabilities that will counter the threats these countries actually face.

The recent creation of a NATO Response Force is an example of a more useful conventional response to the conventional threats that NATO's eastern members face

At Cardiff, NATO leaders should agree to more actions in this vein, including stronger coordination to deter and defend against cyber threats, and initiatives to ensure that existing NATO forces can be deployed effectively and appropriately if needed. 

Because NATO countries are unlikely to significantly increase current levels of defense spending, maintaining costly tactical nuclear bombs in Europe essentially robs the alliance of resources urgently needed to buttress its non-nuclear forces.

NATO is and will remain a nuclear alliance, but as the 2010 Strategic Concept emphasized, the “supreme guarantee of the security of the Allies is provided by the strategic nuclear forces” of alliance members. 

Those who reflexively claim that the tactical bombs are necessary to demonstrate US commitment to European security confuse the pledge NATO members make for mutual defense; it is the US strategic arsenal that makes NATO a nuclear alliance

In June, when Pentagon planners decided to send a subtle nuclear signal warning against further Russian aggression, tactical weapons were useless: The United States deployed strategic bombers to Europe.

The calls to retain tactical nuclear bombs in Europe obscure the significant benefits that would flow from eliminating the weapons. To keep the Nuclear Non-Proliferation Treaty strong, nuclear states will need to demonstrate progress toward nuclear disarmament at the upcoming NPT review conference

Withdrawing tactical nuclear weapons and focusing on non-nuclear defense in Europe would send a strong signal that NATO is serious about its promise to “[create] the conditions for a world without nuclear weapons.” 

By eliminating this expensive and militarily irrelevant class of bombs, the United States could generate significant cost savings and avoid undercutting its disarmament pledge by deploying new nuclear capabilities in Europe; under a $10 billion-plus modernization program, the B61 tactical bombs currently deployed in Europe will be enhanced and deployed on new, stealthy F-35 fighter-bombers.

Tactical nuclear bombs in Europe are no longer useful for defense, deterrence, or assurance. Calls to retain such weapons in Europe are an echo from the past rather than a solution for the future. 

The bombs distract and divide the alliance, rather than bind it together. With deadlines looming on expensive decisions to modernize the bombs and the planes that carry them, the NATO Summit instead should decide to shift scarce resources to non-nuclear efforts that strengthen the alliance and actually reassure European allies.

LE DECENNALI BUGIE DEI MEDIA OCCIDENTALI VS LA RUSSIA

Il famoso regista serbo, Emir Kusturica, dalle colonne del quotidiano serbo Politika, scrive che Russia Today, emittente televisiva che trasmette in tutto il mondo in inglese, spagnolo e arabo, sta distruggendo “lo stereotipo dei Buoni e dei Cattivi a marchio Hollywood-CNN”.

In un articolo pubblicato dal quotidiano serbo "Politika", Kusturica, nato in quella che oggi è la Bosnia-Erzegovina, ambasciatore della Serbia presso l'UNICEF dal 2007, ha sostenuto che "la terza guerra mondiale comincerà con il bombardamento di Russia Today da parte del Pentagono".

La Russia ha ottenuto molto successo nella campagna di informazione contro l'Occidente, scrive il giornale britannico The Guardian. Il quotidiano britannico osserva che l'Occidente dovrebbe tener conto degli errori del passato e diffondere i propri valori in modo più equilibrato.

Oggi i Paesi occidentali sono estremamente preoccupati per la probabile sconfitta nella "guerra d'informazione" contro la Russia, scrive il quotidiano britannico The Guardian.

L'autore dell'articolo sottolinea che la Russia nelle sue azioni non mira ad aumentare la propria "grandezza e forza", ma cerca solo di ridurre la possibilità di un confronto con l'Occidente. In questo modo, secondo il giornalista, la Russia è riuscita a realizzare progressi tangibili.

Sullo sfondo dell'aggressiva retorica antirussa di molti leader dei Paesi membri della NATO, gli elettori di questi Stati non sono pronti ad appoggiare un corso simile. In particolare questa contraddizione tra la posizione ufficiale e l'opinione pubblica è più evidente in Germania.

Secondo il The Guardian, sono in parte responsabili i media occidentali, che spesso preferiscono diffondere menzogne o mezze verità piuttosto che convincere con un'analisi equilibrata ed obiettiva.

Attualmente l'Unione Europea sta lavorando alla task force "East StratCom Team", che sarà responsabile della promozione dei valori occidentali nell'Unione europea e nei "Paesi vicini orientali", tra cui l'Ucraina, la Bielorussia, la Moldavia e la Russia. 

Secondo l'autore, una struttura del genere deve agire con molta cautela per non diventare parte di una guerra d'informazione su vasta scala.

"La CNN in diretta televisiva dagli anni '90 assicura che l'America conduce azioni umanitarie, e non guerre, e che i suoi aerei militari lanciano angeli, non bombe!". 

Proprio per questo, ritiene Kusturica, "RT demistificherà sempre più il sogno americano e rivelerà in prima serata la verità nascosta per decenni agli occhi e ai cuori dell'americano medio".

CRETINI E LADRI (BANCHE) SOGNANO LA GLOBALIZZAZIONE

Le anime belle della "democrazia globale, anche esportata", gli imbecilli che sognano lo Stato unico mondiale, quello che, nelle loro speranze, farà venire meno le ragioni e le cause delle guerre, stanno assistendo con sgomento alla distruzione del sito archeologico di Palmyra in Siria ad opera delle truppe dello stato islamico. 

Dopo aver auspicato la caduta di Assad, il dittatore Assad, il laico Assad, che quantomeno garantiva la libertà di culto alle varie confessioni cristiane, questi idioti adesso invocano l'intervento degli Stati Uniti e degli altri membri della NATO, loro servi e vassalli, per “spazzare via la canaglia musulmana”, (le parole d'ordine che si stanno facendo passare, e che si sono sentite in giro, sono queste) ed avviare la Siria sulla via della Democrazia. 

Come se potesse prendere piede la democrazia parlamentare in realtà nelle quali i fattori che contano sono l'appartenenza etnico-tribale e quella religiosa. 

Uno scenario già disegnato quello della rivolta islamica in Siria contro il governo laico di Baššār al-Asad. 

Sono stati infatti gli Stati Uniti, in base al principio di creare il caos per il caos nel Vicino Oriente, ad aver armato le opposizioni siriane, che non potevano che essere islamiche, sia pure “moderate”, e cercare di rovesciare. 

Quando la rivolta si allargò, i governi europei incominciarono a ricevere con tutti gli onori i presunti capi dell'opposizione siriana che in realtà non rappresentavano altro che se stessi. 

Ed ovviamente a rifornirli di armi. A questi si aggiunsero i governi di Arabia Saudita e Qatar che, da islamici “integralisti” quali sono, coltivano l'idea (perfettamente legittima per loro) di esportare l'Islam laddove era tenuto ai margini nella società. 

Vedi l'Iraq di Saddam Hussein, l'Egitto di Hosni Mubarak, la Libia di Mu'ammar Gheddafi e appunto la Siria di Assad. Due governi che, grazie ai soldi del petrolio e del gas, hanno finanziato massicciamente lo stato islamico che è riuscito in tal modo a svilupparsi e crescere e ad attirare migliaia di nuovi militanti nelle propria fila. 

Non indifferente è stato anche il ruolo di Francia e Gran Bretagna che non hanno mai accantonato l'idea di rimettere piede in un area che fino al 1945 era sotto il loro dominio. 

Poi, come sempre succede in questi casi, sono stati gli islamici dello stato islamico a prendere in mano le redini della rivolta. E perché non dovrebbe essere così considerato che l'Islam penetra in tutti gli aspetti della vita delle persone? 

E perché, ancora, lo stato islamico non dovrebbe essere conseguente con la propria natura di religione monoteista ed esclusivista? Il tutto in base al principio: “se qualcosa dice le stesse cose dell'Islam è inutile e superfluo, se dice cose diverse o contrastanti, è blasfemo”. 

Per questo lo stato islamico distrugge Palmyra, e quello che ne resta. Come peraltro fecero i cristiani divenuti maggioranza nell'Impero dei Cesari grazie al rinnegato Costantino, distruggendo i templi romani ed utilizzandone le pietre per costruire le proprie chiese. Oggi, quello che cercano gli Stati Uniti è il caos per il caos. 

Destabilizzare tutta l'area del Mediterraneo e del Vicino Oriente per creare problemi all'Europa con il blocco delle forniture petrolifere e con i flussi migratori incontrollati. 

Una strategia che si è sviluppata con la destabilizzazione del Nord Africa, la caduta di Gheddafi (grazie alla cooperazione militare di Parigi e di Londra e grazie all'ignobile tradimento di Berlusconi che offrì il supporto logistico delle basi italiane sperando di far sopravvivere il proprio governo), con la caduta di Mubarak, l'avvento dei Fratelli Musulmani e il successivo golpe militare; ed infine con l'attacco concentrico contro la Siria. 

Vi sono poi due altri fattori che hanno mosso il mollo Barak Obama. Nel caso di Gheddafi e della Libia è stata la volontà di impedire il ritorno della Russia nel Mediterraneo, dopo l'accordo a tre tra Gazprom, ENI e la NOC (società petrolifera statale libica). 

Circondare la Russia resta sempre l'idea del noto criminale polacco-americano Zbigniew Brzezinski che, dopo esserlo stato con Carter (1977-1980), è ora anche il “consigliere” di politica estera del pusillanime Obama. 

Il secondo fattore risiede nella solita volontà, che accomuna democratici e repubblicani, di tutelare Israele che sarebbe meno minacciato da un governo islamico (che pensa più ad irregimentare i cittadini con la religione) che da un governo “laico” (che punta sull'orgoglio nazionale e sul rafforzamento dell'apparato bellico). 

Il tragico, e questo dimostra che l'Europa è morta e defunta ed incapace di comprendere quali siano i propri interessi, è che anche i governi dei Paesi “minori” dell'Unione Europea non sono in grado di “leggere” le vicende internazionali e pensano che prima di ogni altra cosa venga il rapporto preferenziale con gli Stati Uniti. 

Una autentica follia dato che per Washington il legame più importante è quello con la Cina e tutta l'area del Pacifico

Ma la paura vera di Barak Obama, che fa tremare anche i suoi referenti (Lobbies) di Wall Street, è che l'Europa possa stabilire un forte legame con la Russia, unendo la propria tecnologia alle immense materie prime di cui la Russia dispone.

E questo NON dovrà MAI accadere. Anche a costo di una terza guerra mondiale.