Monday, August 31

AFRICA CON GLI "OCCHI A MANDORLA" IN CRISI

”Cinafrica” è l’etichetta lanciata nel 2008 da Serge Michel e Michel Beuret, rispettivamente corrispondente di Le Monde e capo del servizio esteri del settimanale svizzero L’Hebdo, in un libro-reportage fatto assieme al fotografo Paolo Woods

E’ il tentativo cinese di imbastire una fitta trama di accordi commerciali e politici del governo cinese con il continente africano per lo sfruttamento del petrolio e di altre materie

In alcuni casi alimentando speranze di riscatto, in altri sostenendo dittatori e politicanti corrotti, più spesso l’una e l’altra cosa allo stesso tempo. 

Già all’epoca dell’uscita del libro oltre 50.000 cinesi si erano riversati a cercare fortuna in Africa, in una sorta di Far west del XXI secolo. 

Successivamente, il venir meno di Gheddafi aveva dato l’occasione per sostituirlo nel ruolo di principale finanziatore dell’Unione Africana, fino al punto di pagare integralmente i 200 milioni della nuova sede di Addis Abeba

Ovviamente, questa presenza sempre più massiccia aveva creato alcuni problemi. Diversi cinesi erano stati attaccati – ad esempio – da guerriglieri in Etiopia

Pogrom e sommosse anti-cinesi c’erano state in Algeria, Lesotho, Angola, Congo. Slogan anti-cinesi erano stati agitati in Sudafrica. 

Soprattutto, una campagna elettorale contro l’invadenza di Pechino era stata vinta nel 2011 nello Zambia da Michel Sata, che dopo aver accusato i cinesi di trattare come schiavi i lavoratori delle miniere di rame nella prima conferenza stampa da presidente aveva ammonito la Repubblica Popolare a cambiare metodi. 

Anche se poi, in concreto, era cambiato poco. Impossibile trovare altri acquirenti che potessero sostenere i prezzi del rame con voracità analoga.

Ora però qualcosa sta cambiando: il gigante cinese traballa, assieme alla sua Borsa, materie prime e commodities in blocco vedono i prezzi cadere, e con questo è aumentata l’incertezza su un volume di investimenti che era ormai arrivato ai 20 miliardi di dollari.  E l’Africa che ha goduto della crescita cinese ora rischia di andare giù assieme al dragone.

Il segnale più significativo arriva dal Sudafrica, partner della Cina non solo come fornitore, ma anche come alleato politico nei BRICS. 

Negli ultimi anni il rand sudafricano, la valuta ufficiale del paese, era l’unica moneta africana a essere utilizzata nel carry trade quel trucco speculativo che consiste nel prendere a prestito denaro in paesi con tassi di interesse più bassi, per cambiarlo in valuta di paesi con un rendimento degli investimenti maggiore, ma con il crollo della domanda di oro, platino e carbone il rand ha perso l’8 per cento in una sola settimana: le valutazioni vi dipendono però comunque dalla forza dell’economia di un paese e con le difficoltà della Cina i contraccolpi per quella sudafricana sono stati pesanti.

Se il Sudafrica è in difficoltà, nonostante sia l’unica vera potenza industriale del Continente, gli altri paesi legati commercialmente con la Cina soffrono ancor più lo sboom cinese

L’Etiopia, ad esempio, era l’economia continentale di grandi dimensioni che stava crescendo più rapidamente, proprio perché Pechino l’avevo scelta per delocalizzare produzioni in cui la pur tradizionalmente parca manodopera cinese aveva iniziato a diventare troppo cara

Grazie a salari che erano un quarto di quelli della Repubblica popolare, imposte inferiori e materie prime a portata di mano, i cinesi avevano deciso di superare gli handicap di formazione e infrastrutture investendo nel paese con strade, ferrovie, centrali elettriche e aeroporti: ora però queste opere potrebbero essere abbandonati

Stesso discorso va fatto per Nigeria e Kenya, altri due Paesi a forte crescita. Nel Sud Sudan è a rischio l’oleodotto che dovrebbe permettere al Paese di più recente indipendenza del Continente di esportare la sua pressoché unica ricchezza.

Particolare è il problema dello Zimbabwe, la cui moneta è stata praticamente distrutta dalla terribile inflazione provocata dalla politica di Robert Mugabe, al punto che alla fine ha deciso di rinunciarvi. 

Dal 2009 vi si utilizzano infatti monete straniere, ma dal 30 giugno la banca centrale ha ripreso a cambiare i dollari dello Zimbabwe ancora in mano a privati, fino al 30 settembre. 

Al tasso di cambio eccezionalmente favorevole di 5 dollari Usa ogni 175 milioni di miliardi di zimdollars, quando il rapporto vero sarebbe di 250 milioni di miliardi a uno. 

L’idea era che l’operazione avrebbe dovuto favorire la diffusione dello yuan, dal momento che la Cina assorbe un quarto dei 3,2 miliardi di euro dell’export

A maggio l’ambasciatore della Repubblica Popolare a Harare aveva annunciato che gli investimenti cinesi nello Zimbabwe erano ormai arrivati a 1,3 miliardi di euro, e ad agosto Pechino si era impegnata a finanziare progetti di infrastrutture per 2 miliardi di dollari. 

Ma, sebbene introdotto dal 2014 nel paniere di nove monete straniere utilizzabili, la gente non si fida, continuando a preferire dollaro USA, rand e euro. E quel che sta accadendo non è induce a superare questa diffidenza.

Saturday, August 29

NO COMMENT

During the past few years the border waters between Europe and Africa have become an EU-policy crucible. In the midst of the tightening of EU border controls and refugee protection claims, supranational, national and local actors find themselves in a phase of legal insecurity and negotiation. This map is based on ethnographical research carried out in Libya, Italy and Malta. 

It sheds light on the different actors’ practices at sea and in the surrounding border region. It also explores how new parameters for refugee protection are emerging in the border regions of the European Union. The map argues that the policy practices of the co-operation between Italy and Libya as well as the informal operational methods carried out in the Mediterranean Sea function as a trailblazer of the overall EU refugee policy. 

In the long term, some of these practices will affect and change the legal basis and the formal regulations of the European refugee regime. The principle of non-refoulement could first be undermined and then abolished in this process. 

Using an approach that combines the empirical study of border regions with a legal anthropological perspective, the article analyses the Union’s processes of change and decision-making on local, national and supranational levels and their interconnections.

Thursday, August 27

STATI UNITI E EUROPA RESPONSABILI DELLA CATASTROFE

Ora che la crisi greca è rientrata, almeno apparentemente e momentaneamente, sarebbe finalmente opportuna un po’ di autocritica. La dovrebbe fare l’Occidente in generale, totalmente schiavo dei grandi gruppi finanziari che muovono come marionette le istituzioni del vecchio e del nuovo Continente.

La dovrebbe fare ancora di più quella Unione Europea che, oltre ad avere sulla coscienza la non ortodossa Terza Guerra Mondiale che si sta consumando nel disinteresse dei media e che sta segnando la colonizzazione lenta dei Pigs da parte di Francia e Germania.

Imperterriti, continuano ad andare, acriticamente, a rimorchio degli Stati Uniti: un viaggio con l'unica bussola dell'interesse stelle e strisce. 

Deve risultare chiaro che mai come in queste settimane si è andati vicini, vicinissimi alla Quarta Guerra Mondiale. 

Sarebbe bastato poco: se la Russia avesse lanciato un salvagente a Tsipras, riscattando il debito nei confronti della Troika e offrendo loro condizioni più umane e realistiche, la Grecia sarebbe passata sotto la sua influenza e avrebbe aperto una breccia difficilmente rimarginabile nella credibilità di un'Unione azzoppata nei suoi valori costituenti. 

L'effetto a catena è facilmente immaginabile: le uscite di Austria e Ungheria sarebbero state inevitabili, visto che non da oggi si mostrano insofferenti verso la diarchia franco-teutonica che regge l'Europa.

In un simile contesto la figura di Putin si sarebbe rafforzata, dopo aver smascherato una volta per tutte le condizioni usuraie che la Troika impone da anni ai Paesi che ha messo in difficoltà essa stessa (grazie anche alla complicità di agenzie di rating sulle quali peraltro sono aperte diverse inchieste giudiziarie). 

Vladimir Putin aveva già lasciato correre ai tempi della crisi di Cipro, evitando conflitti con USA e con UE. Sicuramente però sfilare la Grecia dalla sfera d'influenza europea sarebbe stata un'occasione mediaticamente più succulenta che non la piccola isola del Mediterraneo. 

Un'occasione più simbolica che non economicamente vantaggiosa, certo. Eppure ancora una volta è prevalso il buon senso del premier russo, che ha evitato le reazioni isteriche della politica obamiana.

E laddove non arriva l'autocritica americana, ci si aspetterebbe che almeno l'Europa battesse un colpo, quell'Europa culla delle migliori diplomazie mondiali che dovrebbe ritrovare il suo pragmatismo e la sua prospettiva di potenza mondiale. 

E invece l'UE, spinta dalla Germania, a sua volta pressata degli States, starebbe studiando altre sanzioni contro la Russia. Una decisione tanto più grottesca visto che Putin ha a più riprese offerto disponibilità a supportare azioni contro l'avanzata del terrorismo islamico in Medioriente.

Questa sì una apertura fondamentale perché, in controtendenza rispetto al passato, potrebbe portare ad un fronte Occidentale e Orientale compatto nei confronti dello Stato islamico e a difesa di quella rete valoriale e culturale che dovrebbe essere il collante ultimo della Comunità europea. 

A Obama non è bastato destabilizzare col suo aperto supporto alle primavere (anglo)arabe un'intera regione che anni di impegno dei suoi predecessori avevano contribuito a stabilizzare

Così, in piena scadenza di mandato, continua a muoversi sullo scacchiere internazionale come un elefante in cristalleria. Imperterrito insiste a stuzzicare una Russia che a differenza degli Usa rimane l'unico punto fermo per la comunità di popoli che compongono la variegata Europa.

Oggi l'Europa insegna al mondo soltanto l'egoismo profondamente nazionalista radicato nella Germania. La Germania "caput mundi" della Cancelliera Merkel, che crede di essere  dominus degli Stati Uniti d'Europa. 

Eppure il referendum greco dovrebbe averle dato un assaggio di che cosa pensano molti cittadini delle sue idee. Ma tanto il consenso popolare è ormai diventato un optional: se non serve per legittimare un governo nazionale (per esempio l'Italia), figuriamoci a livello di organismi sovranazionali.

E pensare che recentemente Romano Prodi ha presentato il salatissimo conto delle sanzioni per l'Italia: persi 85mila posti di lavoro e lo 0,9% di Pil. Quando si alzerà qualcuno al Parlamento europeo chiedendo un dibattito vero sulla politica internazionale comunitaria che ci si vuole dare da qui al 2040?

Oggi vengono solo presentati e votati documenti già preconfezionati dagli USA: è questa l'idea di Europa che hanno Merkel e Hollande? 

Ormai è andata perduta la missione che ci si era dati quando si fondò l'Europa: creare un terzo blocco mondiale. Ora non solo non siamo terzo referente nel globo, ma stiamo rischiando anche la nostra stessa identità millenaria, con l'invasione dei clandestini centro-africani, verso l'Europa.

Oltre tutto, schiacciati come siamo dal terrore verso le tradizioni che ci hanno fatto grandi in passato e dalla sudditanza verso una grande super potenza che dopo la Seconda Guerra Mondiale è intervenuta solo dove aveva interessi economici.

LO STRANO E INQUIETANTE SILENZIO DI ISRAELE

Infragilito dalla guerra civile, il governo di Damasco non ha bisogno di aprire un fronte con Israele, che tiene sempre aggiornata una lista di bersagli da colpire in Siria, ha i mezzi per reagire e ha pochi vincoli politici, al contrario della Coalizione internazionale che con Damasco mantiene una tregua. Ma Damasco non può fare altrimenti che seguire le disposizioni di Teheran, perché ha bisogno dell’alleanza.

Israele ha risposto nel giro di poche ore con un bombardamento d’artiglieria contro quattordici postazioni in territorio siriano, tra i dieci e i quindici chilometri oltre il confine, in una fascia di territorio che è controllata dall’esercito di Damasco. 

E’ il bombardamento contro la Siria più intenso da quattro decenni, considerato che negli anni scorsi ci sono stati colpi di mortaio partiti dal lato siriano e che Israele ha cominciato a colpire oltre confine a partire dal febbraio 2013, per bloccare i trasferimenti di armi sofisticate verso il gruppo libanese Hezbollah.

Il comando israeliano dice ai media che a sparare i quattro razzi non è stato l’esercito siriano, ma la sezione palestinese della forza al Quds iraniana, “anche se consideriamo la Siria responsabile di cosa succede in quella zona”. L’attacco “è stato pianificato da Saeed Izadi”, il capo della sezione. 

“E’ il loro modo di dire: sapete che siamo stati noi, ma l’uso dei razzi prova che siamo stati proprio noi”, dice un ricercatore del Washington Institute, Nadak Pollak, al sito israeliano Times of Israel. “Se fossero stati colpi di mortaio si sarebbe potuto pensare a qualche proiettile vagante”, finito al di qua del reticolato per errore. 

E’ stato questo elemento dell’intenzionalità a provocare la risposta israeliana così intensa

La forza al Quds è il reparto iraniano che si occupa delle operazioni speciali all’estero e agisce grazie all’appoggio e alla presenza di milizie locali. In questo caso secondo l’esercito israeliano si trattava di quattro uomini del Jihad islamico, un gruppo palestinese di Gaza che ha il suo quartier generale a Damasco. 

Del resto non c’è gruppo islamista della regione che negli anni recenti non abbia fatto base in Siria, come Hamas e Hezbollah (e pure il PKK, che non è islamista). Anche lo Stato islamico che distrugge monasteri vicino Damasco e filma esecuzioni di massa a Palmira ha usato la Siria come una retrovia sicura con l’appoggio deliberato del governo del presidente Bashar el Assad tra il 2003 e il 2009.

Venerdì mattina nella stessa area un drone israeliano ha colpito e ucciso quattro uomini a bordo di una macchina, che si pensa fossero legati all’attacco con razzi della sera prima. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha confermato le dichiarazioni dell’esercito, a proposito della responsabilità dell’Iran agevolato dall’alleanza con la Siria. 

Il ministro della Difesa, Moshe Yaalon, dice che l’attacco non è che un assaggio di quello che verrà ora che l’Iran sarà liberato dalle sanzioni internazionali e quindi avrà più fondi a disposizione per finanziare le operazioni in medio oriente.

Come per l’attacco con il gas nervino di due anni fa, anche questa politica aggressiva sul confine nord di Israele per ora è condonata al rais Assad perché la situazione nel paese è bloccata da una serie di fattori. 

Il primo su tutti è l’espansione dello Stato islamico in numerose aree (anche se la prima città effettivamente conquistata dallo Stato islamico in Siria è Palmira, nel maggio di quest’anno; per due anni il gruppo ha combattuto assai di rado Assad, e combatteva invece contro le fazioni dell’opposizione armata).

Wednesday, August 26

GERMANIA E FRANCIA NON VOGLIONO IL MONTENEGRO

Eliseo Bertolasi scrive che "Il controllo della NATO sull’Europa orientale è quasi completo. Fuori dall’Alleanza sono rimasti solo pochi paesi, tra questi: la Serbia, il Montenegro, la Macedonia.

Tutti tre questi paesi sono accumunati dal fatto: d’essere slavi, ortodossi, e di provare forti simpatie per la Russia. Mentre Montenegro e Macedonia hanno da tempo espresso il loro desiderio di diventare membri della NATO, la Serbia ha dimostrato di essere più refrattaria.

I serbi non hanno dimenticato la guerra con la NATO del 1999 che provocò la morte di tanti civili innocenti. L’opinione pubblica non ha mai mostrato simpatie per la NATO, pertanto Belgrado in passato ha dichiarato la sua neutralità e il rifiuto d’aderire ad alleanze militari. 

Ora in Serbia le posizioni non sono così univoche e chiare e l’orientamento di una parte considerevole della sua classe politica non sembra coincidere con una fetta importante dell’opinione pubblica.

Del resto l’Occidente, con Stati Uniti in testa, ambisce a “strappare” il Paese dall’influenza russa esercitando pressioni molto forti. Washington, fiduciosa che il Paese entrerà nella NATO, sottolinea costantemente che per la Serbia le porte dell’Alleanza Atlantica sono già aperte.

Specie dopo l’avvicinamento progressivo alla UE che rafforza la tendenza a perseguire aspirazioni euro-atlantiche.

L’attuale leadership serba sembra mantenersi in un difficile equilibrio tra il desiderio di compiacere l’Occidente e gli umori dell’opinione pubblica del Paese non senza il rischio di ambiguità.  

Se la situazione in Serbia appare però ancora incerta, non è altrettanto incerta in Montenegro. La NATO, definendolo “candidato perfetto” è già pronta a includere il Montenegro al suo interno.

Podgorica ha intrapreso il cammino di adesione verso la NATO già dal 2010, per ottenere subito dopo lo status di “paese candidato” ed è probabile che riceverà l’invito ufficiale d’adesione nel mese di dicembre 2015 alla riunione dei ministri degli Esteri dell’UE.

Tuttavia, non va dimenticato che solo l’anno scorso il Montenegro declinò l’invito d’entrare nell’Alleanza: innanzi tutto non aveva ancora terminato la riforma del settore difesa, in secondo luogo, nell’opinione pubblica prevalevano ancora gli oppositori verso l’adesione. 

Le autorità montenegrine sperano che l’eventuale entrata nell’Alleanza non influenzerà le loro relazioni con la Russia. 

Mosca, a tal proposito, invece, si è già pronunciata esprimendo il proprio dissenso; il rappresentante permanente della Russia presso la NATO Alexander Gruško nel corso di una videoconferenza organizzata da “Rossija Segodnja” ha dichiarato: “In modo univoco questo è un passo negativo per la Sicurezza europea e per le nostre relazioni con il Montenegro, perché, palesemente, si tratta di un Paese a noi strettamente legato da legami storici, comunanza spirituale, relazioni umane… che aderisce a un’organizzazione, per usare un eufemismo, ostile nei rapporti con la Russia”.

La questione principale rimane però aperta, ossia, la possibilità che il territorio montenegrino arrivi presto a ospitare basi militari NATO.

In Russia su questo tema i pareri sono discordanti. Il vice direttore dell’Istituto di analisi politica e militare Aleksandr Chramčichin, senza destare allarmismo, sostiene:  “Se anche queste basi dovessero mai comparire, saranno comunque abbastanza lontane”.

Altri esperti ritengono che l’entrata del Montenegro nella NATO rappresenti persino una condizione favorevole per la Russia, dal momento che nell’Alleanza ci sarà un Paese di più, in buoni rapporti con Mosca.

Non tutti però in Russia sono d’accordo con queste posizioni ottimistiche. Il vice direttore della commissione per gli affari internazionali della Duma Leonid Kalašnikov ritiene che tale mossa sia invece finalizzata a isolare la forte influenza della Serbia su Podgorica


Secondo questa prospettiva che giustifica un certo allarmismo, il Montenegro potrebbe presto trasformarsi in un’importante testa di ponte per gli americani in una zona geopoliticamente delicata come lo scacchiere mediterraneo

Al di là delle varie prospettive è indiscutibile che l’adesione del Montenegro all’Alleanza influenzerà gli equilibri tra NATO e Russia. Ma cosa dovrà aspettarsi la Russia da questo passo? Ci saranno minacce nei suoi confronti? 

A queste domande Konstantin Sivkov , membro-corrispondente dell’Accademia russa delle scienze missilistiche e d’artiglieria, abbozza una risposta: “Per valutare il significato dell’entrata del Montenegro nella NATO, è sufficiente dare un’occhiata a una mappa: il Paese ha uno sbocco sul Mar Adriatico, in altre parole, potrà ospitare una base militare navale. Oggi la NATO è più indispensabile agli Stati Uniti di quanto non lo sia per l’Europa”.


Tuttavia, in Europa esiste anche un’opposizione patriottica, ci sono diversi partiti e movimenti che si muovono a favore del ripristino della sovranità dei Paesi europei. 

Germania e Francia, in molti casi, non hanno approvato la strategia di Washington sulla scena internazionale.

È stato evidente nel 2003 con la guerra in Iraq. Nonostante questi Paesi siano ormai delle palesi marionette americane, ci sono comunque buone probabilità che altre forze politiche arriveranno al potere

Queste non seguiranno la corrente della politica americana in modo univoco, ma, soprattutto, porteranno avanti una propria linea, in forte contrasto con gli interessi statunitensi.

Gli Stati Uniti all’interno della NATO hanno rafforzato la propria influenza nei Paesi dell’Europa orientale guidati da governi decisamente filo-americani, pronti ad accettare la presenza di truppe americane e tra questi vi è il Montenegro

Tutte le operazioni militari nel teatro del Mediterraneo occupano una posizione sicuramente importante. Per gli Stati Uniti, il Montenegro potrebbe fungere questo da  “aeroporto di riserva” qualora ci fossero tensioni con l’Italia.

Il Montenegro non è mai stato un partner cruciale per la Russia e di reali legami economici, fatta eccezione per il turismo, c’è ne sono sempre stati pochi. La sua adesione alla NATO non condizionerà il turismo e sotto l’aspetto economico l’adesione è irrilevante.

Ma se in Serbia e in altri Paesi balcanici prenderà corpo un sentimento anti-americano, allora in questo caso il Montenegro diventerà un importante punto d’appoggio, dal quale gli Stati Uniti potranno reprimere questi dissensi con la loro forza militare”.

Sempre Sivkov è del parere che siano stati gli ultimi eventi in Grecia a determinare la spinta definitiva per la convergenza del Montenegro verso la NATO, sostiene infatti: “se la Grecia dovesse lasciare la zona euro sarebbe elevato anche il rischio di una sua uscita dall’UE". 

Rifiutando il diktat dei funzionari di Bruxelles per il suo sviluppo economico, ad Atene non rimarrà altro che orientarsi verso Mosca e Pechino, poiché non avrà più senso contare sull’aiuto da parte di Washington e Bruxelles (creditori). 

La Grecia diventerà un anello debole nella NATO, quindi, in prospettiva, si può ipotizzare una sua possibile uscita dall’Alleanza. In tal caso verrebbe danneggiato il fianco sud della NATO, con la Turchia in isolamento geopolitico.

È per tal ragione che gli americani hanno ora bisogno di un nuovo punto d’appoggio in Montenegro, in particolare per rafforzare il blocco della NATO nel sud. 

Tuesday, August 25

PUTIN A HOLLAND: "O MI DAI LE NAVI O I SOLDI.

La Francia aveva proposto di restituire a Mosca circa 785 milioni di euro. Proposta avvenuta durante l'incontro a Yerevan tra il presidente russo Vladimir Putin e il capo di Stato francese Francois Hollande". Risposta di Putin:"o mi dai le navi oppure mi paghi tutti i danni".

Al Cremlino questa proposta proprio non è piaciuta, in quanto stimano che "i costi e le perdite" subiti dalla Federazione Russa a causa della rottura del contratto, ammontino a 1,163 miliardi di euro

In base alle clausole contrattuali, il termine ultimo che ammetteva il ritardo della consegna delle Mistral per condizioni di Force Majeure (evitando il pagamento di penali), è scaduto il 16 maggio 2015.

La scorsa settimana, il Canard Enchaîné ha smascherato in prima pagina il presidente francese François Hollande e i suoi ministri, che erano rimasti nel vago sugli effetti collaterali della rottura del contratto di vendita delle due portaelicotteri della classe "Mistral" alla Russia dopo il peggioramento delle relazioni tra i due paesi a causa della guerra in Ucraina. 

In un dossier corrosivo, il magazine  ha enumerato tutte le spese extra che la Francia sarà costretta a sostenere in ragione degli impegni presi al momento della firma (era il gennaio del 2011 e all’Eliseo c’era Sarkozy).Nonché le conseguenze nefaste dello strappo in termini di posti di lavoro. 

Come se non bastasse il grave danno economico, secondo i calcoli del settimanale, l’Esagono sborserà 2,4 miliardi di euro, pari al doppio rispetto a quanto pagato inizialmente da Mosca.

Fatto più grave, se fosse vero, è la beffa della documentazione tecnica (Progetto esecutivo) per la costruzione delle due portaelicotteri. 

Progetto con più di 150.000 pagine che la Francia aveva trasmesso alla Russia nel quadro del trasferimento di tecnologia previsto dal contratto, ma che ora stanno rendendo felici soltanto gli ingegneri del Cremlino, pronti a utilizzarle per fabbricare le loro versioni di Mistral.

Secondo quanto riportato dal sito Breizh-Info, i soldi del maxi rimborso (Mosca beneficerà della forte svalutazione dell’autunno 2014, ottenendo 25 miliardi di rubli in più rispetto ai 40 sborsati nel 2011)verranno versati nelle casse del Ministero della Marina russa per sviluppare nuovi progetti che rappresenteranno “una risposta russa al blocco-vendita delle due BPC Mistral”.

Avvalendosi del know-how francese, saranno insomma costruite delle nuove navi della classe "Mistral" made in Russia, con un Putin che già si gode lo “scippo” a Parigi.

François Hollande, nel frattempo,  spera di liberarsi delle due portaelicotteri, la Vladivostok e la Sébastopol, il prima possibile (Egitto e Arabia Saudita sono i principali soggetti interessati).

Attualmente, secondo quanto riportato da Breizh-Info, sono due i progetti in corso per creare un equivalente russo alle Mistral. 

Il primo, ha l’obiettivo di creare entro il 2030 una flotta di portaerei della classe "2300E Shtorm" a propulsione nucleare (85.000 tonnellate, 70 velivoli imbarcati) o tradizionale (65.000 tonnellate, 55 velivoli imbarcati). Il tutto, in seguito alla modernizzazione dei cantieri navali di Severodvinsk

Il secondo, che è il più importante tra i due progetti anche perché si farà in tempi più rapidi, riguarda la costruzione di una flotta di portaelicotteri sul modello delle Mistral (e quindi con il supporto della precisissima documentazione tecnica francese giunta a Mosca dopo la firma del contratto nel 2011). 

Battezzato “Lavina-Priboï” (Valanga-marea), il progetto doterà la Russia di navi che potranno imbarcare fino a 8 elicotteri, 60 blindati e 500 militari. Secondo l’alto comando russo, le portaelicotteri saranno protette da sistemi di difesa di nuova generazione e la loro costruzione potrebbe già iniziare nel 2016 a San Pietroburgo. 

Sullo sfondo dei silenzi dell’Eliseo, delle dichiarazione fumose del ministro della Difesa, Jean-Yves Le Drian, e della battaglia delle cifre che ha spinto due deputati dei Républicains, Philippe Meunier e Philippe Vitel, a creare una Commissione d’Inchiesta sui costi reali della mancata consegna delle due navi della discordia, si apre dunque un altro capitolo imbarazzante della saga rocambolesca delle navi Mistral, che conferma quanto i grandi vincitori siano i russi. Altro che “buon accordo”, come aveva dichiarato Hollande.

Per completare l’opera, il Canard Enchaîné ha pubblicato la confessione di un generale dell’Esercito francese, Bernard Norlain, che ha sbugiardato il ministro delle Finanze Michel Sapin. Il ministro, aveva smentito i calcoli del settimanale . 

"La fattura è molto più elevata rispetto a quanto annunciato dal governo, ossia 785 milioni, ammette Bernard Norlain". Se si tiene conto di tutte le spese indotte, sarà almeno di due volte superiore rispetto alle stime ufficiali”.

Quanto costerà a Parigi il mancato adempimento del contratto? Il settimanale francese "Le Point" riferisce che la rottura dell'accordo prevede un costo di 5 miliardi di euro.

Il costruttore navale francese, DCNS, perderà profitti attesi pari ad 1 miliardo e 200 milioni di euro, non guadagneranno 890 milioni di euro gli altri fornitori coinvolti nella realizzazione della commessa. 

Aggiungiamoci anche l'ormeggio e la manutenzione delle due portaelicotteri , sino ad oggi, i quali costi generano spese mensili di circa 5 milioni di euro

A questo si aggiungono le penali per la rottura del contratto e i danni causati alla parte russa.

Monday, August 24

SUPER-CRACK FINANZIARIO O TERZA GUERRA MONDIALE'.

Mentre leader ciarlieri piccoli-politici e sub-media occidentali, negli ultimi mesi, cazzeggiavano appresso a Tsipras fervidamente presi dalla crisi greca, in questo Blog -al contrario- lo scorso 10 agosto, scrivevamo: leggi qui.

E abbiamo anche letto di uno strabiliante scrittore: Song Hongbing il quale nel 2007 nel suo libro “Guerre Valutarie” (Huobi Zhanzheng), vaticinava quello che sarebbe accaduto all'indomani, sino ad oggi. 

Leggendolo, non si fa fatica alcuna per non accorgersi che descrive alla perfezione la realtà di questi ultimi otto anni, cioè, di una feroce guerra-finanziaria che stiamo sopravvivendo con feroce tormento sociale.

Nell’ultima settimana la Banca del Popolo ha svalutato per tre volte lo yuan. Mentre gli analisti si sono divisi tra chi spiega che la Cina sta perseguendo un doppio obiettivo (sostegno all’export e internazionalizzazione della sua moneta per accedere al paniere dei diritti speciali di prelievo del FMI); e chi, teme che la mossa innescherà una catena di svalutazioni competitive. 

Forse è il caso di intendere cosa significhi “guerra finanziaria-valutaria” nella mentalità dei cinesi attraverso le idee di chi per primo ha diffuso questo, intressante, concetto proprio a Pechino e sparso per tutta la Cina.

Nel primo libro, Song Hongbing scrive che le banche occidentali, specialmente quelle statunitensi, sono controllate da una Lobby di banchieri internazionali che sfrutta la manipolazione della valuta concedendo prestiti in dollari ai Paesi in via di sviluppo, per poi guadagnare profitti scommettendo contro le nazioni prese di mira. 

Dopo aver provocato il “decennio perduto” dell’economia giapponese e la crisi delle Tigri asiatiche del biennio ’97-’98, il prossimo obiettivo della Lobby è, ovviamente, la Cina

Per reagire Pechino deve prendere atto che la potenza militare, da sola, non è sufficiente, e che le vere super-potenze passate e presenti come l’Impero Britannico e gli Stati Uniti hanno fondato la loro influenza sul mercato interno e su una moneta capace di imporsi a livello globale.

Ma è in “Guerre Valutarie 2 - Il privilegio dell’oro” che Song sfoggia un talento sorprendente, scrive: che la FED è in realtà controllata da cinque banche private, non solo ma che queste cinque banche mantengano un legame strettissimo con la famiglia Rotschild e altre Lobby plutocrate sioniste, ma il disegno finale di questa "Confraternita" consiste ovviamente nella creazione di una valuta unica mondiale entro il 2024

In questo scenario, a Pechino tocca una scelta fatale: conquistare il dominio della moneta globale alle sue condizioni, oppure sfilarsi e coltivare una sfera d’influenza estesa a tutta l’Asia. Song scrive, appropriatamente, che anche nelle guerre dei secoli scorsi le “guerre valutarie” sono state direttamente responsabili di stragi sociali e finanziarie

Song Hongbing si inserisce in un reale solco storico che comprova la deriva di complotti demo-pluto-giudaici, sino alle cospirazioni gestite dalla destra americana e dai suoi consociati generaloni a cinque stelle (Afghanistan, Iraq, Siria, Egitto, etc. etc.). 

Saturday, August 22

MONTENEGRO AS DR.PAVLOV' DOG:TRIANGLE OR CIRCLE?

The EU has warned Podgorica of the importance of asset forfeiture as a critical rule of law reform, calling asset forfeiture an important tool for penetrating criminal enterprises.

With its adoption of a robust resolution on Montenegro earlier this month, the European parliament has become the latest EU institution to voice its serious concern over the Balkan country's complacency on its eventual accession.

Parliament's resolution is a damning indictment of the Montenegrin government's sclerotic pace of reform, clear recalcitrance and utter irresponsibility.

"The aim of this law is to hit the negative social phenomena of corruption and organized crime where they are most vital, through economic power, as financial gain is the most common motive for such crimes".

MEPs are rightly worried to see how little progress Montenegro has made in addressing fundamental issues around the protection of foreign investors in the country.

The resolution has highlighted the Montenegrin government's contempt not just for EU rules, but also for the rulings of EU member state courts, and, to my mind, confirms the serious concerns already voiced about the country's suitability - indeed, its ability - to become an eventual EU member under its current leadership.

It is the government's downright disregard for the rule of law within Montenegro which has led to the numerous international arbitration cases against the state that risk endangering the country's fundamental financial stability.

I fail to understand how the Montenegrin government can be so complacent about the incredibly dire situation in which it finds itself - and which it itself has created.

Although the possibility of asset seizure is now part of the criminal code, Montenegro has been urged for years to tighten laws on the confiscation and management of crime assets.

Earlier this month the country's prime-minister Milo Đukanović once again dismissed out of hand any negotiated settlement of the Podgorica aluminium plant (KAP) dispute. It is this arrogant posturing that is jeopardising the country's long-term economic stability.

The government's cavalier treatment of foreign investors has led to a raft of commercial disputes in international courts that could cost the country in excess of €1bn. That’s almost a staggering 30 per cent of the country's GDP.

This would cripple the economy in a period when the state will be facing what the IMF is calling, "substantial repayments of eurobonds and commercial bank loans" over the next five years, peaking at eight to nine per cent of GDP a year in 2015, 2016 and 2019.

The IMF's recent report on Montenegro warns that the country's "public finances are subject to numerous risks" and the European commission, in its own conclusions on Montenegro, spoke of the "risk of a new round of contingent liabilities for the public finances" of the state.

The KAP dispute may be the most flagrant example of the government's contempt for foreign investors, but unfortunately it is far from being the only one, as the massive claims against the state show.

It is due to its complete disregard of our repeated demands for a negotiated settlement and the non-application of the rule of law in Montenegro that we, like many other foreign companies, have had to resort to international courts.

While we have always said that we support Montenegro's eventual EU membership, and continue to do so, that cannot be at any cost.

The recent reports and resolutions from the European council, commission and parliament rightly recognise this fact.

How can Montenegro aspire to EU membership when it refuses to respect the jurisdiction of EU member state courts and the fundamentals of EU law?

We can only hope that the Montenegrin government will at last consider the repeated and resounding calls from the EU to take all the necessary measures to resolve the KAP dispute and the multiple other cases against it that are impeding its progress and imperilling its prosperity.

If it does not, Montenegro could well see its path to the EU blocked.

Thursday, August 20

LIBIA: "DA TUTTO L'OCCIDENTE BUGIE, SOLO BUGIE."

La combinazione della filosofia del cazzo di Barak Hussein Obama, cioè la tattica militare del "leading from behind", e del nazi-fanatismo -pro domo sua- di quel cazzone di Nicholas Sarkozy, produssero tra il 2011 e il 2012, con sette lunghi mesi di bombardamenti e di blocco navale, un disastro colossale di cui, in questi ultimi anni, stiamo pagando e subendo tutte le pericolose conseguenze

Al confronto della Libia, la guerra in Iraq è stata coronata da pieno successo

Tutto cominciò con la bugia sui diecimila massacrati da Gheddafi, propalata -ai deficienti globali- da Al Jazeera e rilanciata da tutto il sistema tribale dei media occidentali.

La bugia sulla primavera araba, che Gheddafi al potere avrebbe conculcato con una spietata repressione; la bugia su Benghazi oggetto di un assedio, vigilia di strage; e infine la bugia ideologica più grande:"quella secondo cui l’Occidente e l’Europa possono spingere forze sane all’autodeterminazione nazionale senza un duro, costoso e drammatico lavoro di "State building"

E poi dicono che la guerra di Bush, Cheney e Rumsfeld all'Iraq è stata generata dalla menzogna

Al Cairo vi è stato pochi giorni fa, un vertice della Lega araba, destinatario di una richiesta di aiuto da parte del governo riconosciuto di Tobruk. 

L’Egitto di Al Sisi è l’unico paese che fin qui abbia cercato di agire in solitario al di fuori dei confini del vaniloquio, con il bombardamento delle postazioni dello Stato Islamico, ma sulla possibilità che in sede di Lega araba si trovi una qualsiasi soluzione operativa e vincente lo scetticismo è quasi unanime. 

Prosegue la missione diplomatica di un alto funzionario delle Nazioni Unite, Bernardino Leon, per escogitare una soluzione politica in grado di ribaltare lo scenario di guerra e di disfacimento dello stato libico, e anche qui lo scetticismo, nonostante l’accordo siglato in Marocco a luglio da alcune delle fazioni impegnate nella guerra civile e tribale, è molto alto. 

Con argomenti razionali e sensati, Sergio Romano ieri proponeva che l’Italia assuma un ruolo di guida per una presenza militare di peace keeping o enforcing in Libia, sotto copertura ONU e con l’avallo americano ed europeo. 

Sarebbe una buona cosa, forse anche doverosa, ma ce ne sono le condizioni politiche

L’impressione, in Italia, è che il vuoto libico di potere, di legittimazione e di autorità, come sempre accompagnato da un drastico abbassamento degli standard umanitari convenzionali, non sia colmabile con un intreccio di diplomazia e la prospettiva di una blanda deterrenza che incuta rispetto e magari anche timore ai miliziani oggi padroni del paese.

In aggiunta, nutre questo vaniloquio il pregiudizio contro l’uso della forza e lo state building politico-militare

Il Washington Post ha pubblicato una ricostruzione del fallimento dei piani dell’Amministrazione americana in Libia dopo la morte di Gheddafi. Come spiega la giornalista Missy Ryan che ha scritto l’articolo, il presidente Barack Obama aveva scelto proprio la Libia come una “priorità personale” per mostrare la capacità (sua e) dell’America di ricostruire un paese dopo un intervento militare , e quindi per marcare la differenza con le due guerre volute dal suo predecessore in Iraq e in Afghanistan.

La Libia doveva essere un caso modello: prima intervento militare leggero, soltanto con aerei e logistica, poi stabilizzazione del paese, a partire dall’economia e dalla politica

Su Obama incombe però una maledizione: i suoi tentativi di creare alleati locali e di farsi amici duraturi nei paesi arabi nascono storti e finiscono male, con una serie di finali che variano dalla delusione reciproca all’irrilevanza al disastro. 

Con l’Iran invece no, Obama è riuscito a raggiungere il grande obiettivo che ha puntato per tutto il doppio mandato, il patto sull’armamento atomico, ma l’Iran non è un paese arabo  e Israele?

Per almeno un anno dopo la morte di Gheddafi i diplomatici americani mandati in Libia si concentrano su dossier e temi civili, e non sulla sicurezza militare

La morte dell’ambasciatore Chris Stevens nell’attacco a Bengasi del settembre 2012 è uno choc e cambia tutto: l’Amministrazione  evacua la maggior parte dei suoi uomini, e quando li fa tornare impone regole di sicurezza che li limitano fortemente e in pratica gli impediscono di fare il loro mestiere, stare in contatto con i libici

Nella prima metà del 2013 la Casa Bianca trova nuova speranza in Ali Zeidan, il presidente libico, laico, ex esule in Europa con padronanza delle lingue occidentali, ex attivista dei diritti umani: con lui, durante un incontro in un club di golf nell’Irlanda del nord, si decide di fondare un nuovo esercito libico che dovrà pensare alla sicurezza del paese con il nome di Forza multifunzione GPF (General Purpose Force).

I circa ventimila uomini della GPF devono in teoria prendere il posto dell’esercito gheddafiano, che ancora paga lo stipendio a 112 mila soldati, ma che in realtà non riuscirebbe a mobilitarne più di cinquemila. 

Come accade con tutte le forze militari arabe e alleate dell’America che l’Amministrazione tenta di creare, anche la GPF diventa presto qualcosa a metà tra la farsa e il disastro. 

I libici non vogliono arruolarsi, perché le milizie pagano di più e sono meno disciplinate. I paesi che si occupano dell’addestramento sono Stati Uniti, Gran Bretagna, Turchia e Italia. 

Gli Stati Uniti parlano molto di mandare addestratori militari in Libia, ma poi non lo fanno perché considerano la missione troppo rischiosa

Metà delle reclute libiche spedite in Turchia lascia il corso perché la vita in caserma è troppo rigorosa. Delle 300 reclute libiche mandate in Inghilterra, un terzo lascia, altri chiedono asilo politico. Le restanti sono mandate in blocco a casa, dopo  una sequenza orripilante di stupri a danno di ragazze inglesi che rischiano di mettere in serio imbarazzo il governo. 

Le uniche a non mollare sono le reclute mandate ad addestrarsi in Italia: il Washington Post spiega che gli italiani hanno ceduto alle richieste dei libici su alloggi e vitto per rendere più comoda la loro permanenza. 

Non mancano problemi con le reclute anche in Italia: alcune, selezionate per un corso di sub grazie al sistema ultranepotistico libico, si presentano agli istruttori pur senza saper nuotare e sono rispedite indietro.

Come non bastasse, il programma finisce sotto il controllo del vice ministro della Difesa di Zeidan, che si chiama Khalid Sharif. Islamista, tenuto in carcere dagli americani in Afghanistan per due anni

Sotto di lui, il programma è considerato come una cospirazione anti islamica. 

Tuesday, August 18


Non prendiamoci per il culo. Nel 2011 Nicholas Sarkozy e soci ci hanno organizzato questa bomba umanitaria. Non è migrazione verso l'occidente, per clandestina che sia. Anche aerei italiani bombardarono la Libia

Questa è una vera invasione dell' Europa. Questo che sta accadendo in Libia dal 2011, oggi può essere disinnescato soltanto da una occupazione militare del Paese guidata da una "willing coalition" e da apparati di guerra consistenti.

Ovviamente, con l’uso di truppe di terra, e da un "surge", da un incremento progressivo della capacità di stroncare gli insurgents e i jihadisti. Ma, sarà troppo tardi.

E con questa messa in scena, inizierà la grande farsa dell'occupazione e della spartizione.

Friday, August 14

RECEP TAYYIP ERDOGAN: FALCO, SERPENTE O COLOMBA?

Abdullah Oçalan ha preso una netta (e clamorosa) distanza dal suo Pkk, impegnato in una offensiva di attentati contro la Turchia, che ha di fatto sconfessata. Ha rinsaldato il suo asse con i curdi iracheni e ha rilanciato la sua proposta di pacificazione al presidente turco Erdogan

Il tutto, secondo gli abituali moduli criptici del linguaggio e della tecnica politica anatolica. 

Prigioniero a vita nel carcere dell’isola di Imrali, una sorta di Alcatraz nel Bosforo, Oçalan, col sicuro assenso dei Servizi segreti turchi, ha inviato giorni fa il suo fidatissimo plenipotenziario Amin Penjweni a Erbil per concordare col premier curdo Nechirvan Barzani una linea comune a fronte di un Pkk che palesemente non ne riconosce più la leadership ed è sotto il comando settario e avventurista di Fehman Huseyin

Le dichiarazioni rese alla stampa dal premier curdo iracheno (ovviamente il fiduciario di Oçalan non ha parlato) danno il senso della manovra in atto e sono di fatto di condanna netta dell’offensiva del Pkk, sino al punto che Barzani, presidente del Kurdistan, non ha condannato affatto i bombardamenti aerei turchi dei santuari del Pkk (che pure colpiscono il suo Kurdistan), ma si è limitato a deprecare le uccisioni dei civili curdi. 

Non solo, Barzani ha nettamente attribuito al solo Pkk la responsabilità della fine della tregua e quindi la colpa della ripresa della guerra con la Turchia: “Purtroppo, i bombardamenti turchi sono conseguenza della decisione provocatoria del presidente della Comunità del Kurdistan (KCK, l’organo amministrativo creato dal Pkk) di dichiarare terminato il processo di cessate il fuoco e di pace tra la Turchia e il PKK”. Il tutto in un contesto e in una successione dei fatti inequivocabili. 

La dichiarazione di ripresa unilaterale delle ostilità contro la Turchia è infatti avvenuta dopo che il Pkk ha incredibilmente attribuito al governo di Ankara la responsabilità dell’attentato di Suruç (32 giovani volontari curdo turchi dilaniati) messo in atto da un kamikaze dello Stato islamico e invece di menare un’offensiva contro lo Stato islamico in Siria, ha iniziato a uccidere poliziotti e soldati turchi

Una strategia avventurista frontalmente criticata nei giorni scorsi da Masud Barzani. 

Nechirvan Barzani ha poi duramente condannato ancora una volta il demenziale attentato del Pkk contro l’oleodotto che trasporta il petrolio di Kirkuk in Turchia. 

Attentato sul suolo del Kurdistan iracheno che colpisce gravemente le risorse economiche del Kurdistan iracheno, unico presidio affidabile contro lo Stato islamico.

Episodio del tutto marginale, ma che rispecchia bene l’avventurismo di matrice marxista leninista del Pkk, che considera come avversari anche i curdi iracheni, e che si è impiantato con le sue basi militari sui monti Qandil. 

I quali tentano di allargarsi anche in altre zone, tanto da aver spinto il governo del Kurdistan iracheno a costruire un lungo muro (ufficialmente destinato a bloccare i contrabbandieri) per isolare questa turbolenta enclave. 

Questa netta presa di distanza di Barzani, chiaramente concordata con l’emissario di Oçalan, mira a un obiettivo evidente enucleato dal premier curdo iracheno: “Riprendere gli sforzi in modo che entrambe le parti tornino al tavolo dei negoziati e riprendano il processo di pace, da dove è stato interrotto. Faremo di tutto per fermare la guerra tra Turchia e Pkk”. 

Dunque, le analisi che provengono dal governo curdo, che rappresenta l’unico presidio democratico e affidabile della Mesopotamia, nonché unico bastione contro lo Stato islamico, smentiscono e addirittura ribaltano la versione che impera sui media occidentali politically correct, che attribuiscono la responsabilità della ripresa di questa sanguinaria guerra al “perfido” Tayyp Erdogan.  

Naturalmente, e non per la prima volta, l’avventurismo militarista del Pkk, da cui da anni ha preso nette distanze lo stesso Oçalan, non è affatto sgradito al presidente turco

Una guerra a bassa intensità contro il Pkk gli torna oggi estremamente utile per tentare una coalizione col reazionario e iper nazionalista Mhp e soprattutto col laico Chp (che ha sempre avversato per un dogmatico kemalismo la road map di pacificazione col Pkk, fortemente voluta sino a tre settimane fa da Erdogan). 

Ma gli torna ancor più utile nel caso che questa coalizione non si faccia e che quindi la Turchia torni alle urne a settembre

Presentarsi all’elettorato col paese in guerra contro il Pkk e scosso dagli attentati è indubbiamente uno scenario gradito nel faraonico palazzo presidenziale di Ankara. 

Anche perché Erdogan ha appena avuto la riprova che Oçalan – e soprattutto il governo del Kurdistan iracheno – sono di fatto più vicini alle sue posizioni che a quelle dei dirigenti avventuristi del Pkk.

Il furbo Recep Tayyip Erdoğan sa bene che Oçalan e il Kurdistan iracheno non c’entrano niente con il Pkk. E voi?

LA RUSSIA DIFENDERA' E INCORPORERA' LA CRISTIANITA'

Dal 1919 al 1989, gli statunitensi chiamavano l’Unione Sovietica l’Impero del diavolo” e che presto sarebbe crollato perché aveva eliminato Dio e la sua religione. 

Molti paesi euro-atlantici hanno abbandonato le loro radici, compresi i valori cristiani”, ha detto il presidente Vladimir Putin. 

Ha fatto eco a Putin il Patriarca della Chiesa ortodossa, Kirill, che oltre ad aver definito Putin “un miracolo divino”, ha accusato l’occidente di essere impegnato in un “disarmo spirituale” del popolo russo, criticando le leggi europee che impediscono di portare simboli religiosi in pubblico.

I primi dieci anni del potere di Putin sono stati pressoché privi di orpelli religiosi. Al Cremlino non si parlava mai di “valori” né si impartivano lezioni di morale all’occidente. 

I secondi dieci anni, forti di un nuovo spirito bizantino ed estraneo alla tradizione latino-occidentale, sono stati invece all’insegna di una vera e propria “rivoluzione conservatrice” che si basa sulla rinascita della cultura ortodossa isolata per secoli dalla civiltà europea.

E’ dunque in nome della religione e di un rilancio in grande stile della “cultura russa” che Putin è riuscito a costruire il suo ventennio al potere. 

In nome della Russia come “guardiana della cristianità”.

Il ministro Medinsky, uno degli architetti di questa campagna di moralizzazione del paese, gode di una grande popolarità in virtù di una serie di libri nota come “Miti sulla Russia”. 

Il ministro ha anche scritto un manifesto che “rigetta i princìpi del multiculturalismo” ed enfatizza i “valori tradizionali” russi. Medinsky ha fatto rinominare alcune strade alla memoria della duchessa Elizaveta Feodorovna, uccisa dai bolscevichi e canonizzata come martire della chiesa ortodossa. 

Il ministro ha anche proposto di cambiare il nome della metropolitana di Mosca, oggi intitolata a Pyotr Voikov, che partecipò all’uccisione dello zar Nicola II. Per lui, “la Russia è l’ultimo bastione della cultura europea, dei valori cristiani e della vera civilizzazione europea”.

I valori occidentali, dal liberalismo al riconoscimento dei diritti delle minoranze sessuali, dal protestantesimo alle prigioni confortevoli per gli assassini, suscitano in noi il sospetto, lo stupore e l’alienazione”, ha scritto Evgenij Bazhanov, rettore dell’Accademia diplomatica del ministero degli Esteri russo e intellettuale putiniano.

Eppure, Putin ha saputo conquistare il sostegno dei più rinomati musicisti russi, come il direttore d’orchestra Valery Gergiev, sovrintendente del teatro pietroburghese Marjinskij ed “eroe del lavoro” premiato al Cremlino, e Vladimir Spivakov, il violinista che un anno fa appose la propria firma una lettera di sostegno al presidente russo in merito all’Ucraina.

Due anni fa, Putin chiamò a lavorare con sé anche il trisnipote di Tolstoj, Vladimir Tolstoj, che dopo aver diretto la casa-museo di Jasnaja Poljana è diventato il consigliere culturale del presidente. 

Per giustificare la politica espansionista del Cremlino in Crimea e Ucraina, Tolstoj ha evocato l’esempio del bisnonno, “un ufficiale dell’esercito russo che difese la Russia a Sebastopoli”. 

Putin ha sempre subìto il fascino dell’autore di “Anna Karenina” e quando fù giovane intraprese un lungo pellegrinaggio a Jasnaja Poljana. Vladimir  Tolstoj è uno degli autori del documento che un anno fa Putin ha diffuso per il rilancio della “cultura russa”. 

Decisivo nel corso culturale putiniano sono personaggi come Maxim Obukhov, fondatore e direttore del centro antiabortista “Zhizn” (vita in russo) ed elogiato da Putin come “il primo a organizzare il grande network di aiuto alle madri in gravidanza”. 

Gran parte dei fondi per le iniziative pro-famiglia di Putin proviene da due oligarchi dalla marcata fede cristiana: Vladimir Yakunin, a capo delle ferrovie (ha portato in Ucraina i frammenti della croce sulla quale è morto Sant’Andrea) e Konstantin Malofeev, molto impegnato nelle cause cristiane con la St. Basil Great Charity Foundation. 

Il loro principale braccio politico è Elena Mizulina, che ha varato alcune leggi putiniane contro l’adozione di bimbi russi a coppie omosessuali occidentali e la “propaganda gay” in pubblico. 

Proprio Putin ha scommesso molto sulla riduzione dell’aborto, una peste che in Urss fece almeno 250 milioni di vittime. 

Dal 1955, ogni anno per trentacinque anni, il regime comunista ha svuotato sette milioni di culle. Putin ha portato l’aborto alla dodicesima settimana di gravidanza, con alcune eccezioni in caso di complicazioni mediche o violenza sessuale. 

Così, negli ultimi cinque anni, il numero di interruzioni volontarie di gravidanza è diminuito del 24 per cento.

Anche in politica estera, Putin giustifica spesso le sue decisioni con riferimenti alla religione. Il New York Times ha scritto che una delle ragioni principali – oltre agli interessi strategici ed economici – in grado di spiegare l’appoggio di Mosca al regime siriano di Assad è la posizione intransigente della chiesa ortodossa

Quando ha dovuto giustificare il sostegno a Damasco e spiegare che fine farebbero i cristiani se al posto dell’alawita Assad prendesse il potere lo Stato islamico, il Patriarca russo Kirill ha evocato la rivoluzione bolscevica del 1917, con le sue sterminate “carcasse di chiese”.

E prima ancora c’era stato il ruolo storico della Russia a difesa dei cristiani armeni contro i turchi musulmani filoamericani e dei cristiani serbi contro i bosniaci musulmani sostenuti dall’occidente

A giustificazione dell’invasione della Crimea, Putin ha detto che è “il nostro Monte del Tempio”, come la casa di Dio che sorge a Gerusalemme, cara a ebrei e islamici. I documenti ufficiali del Cremlino sono pieni di simili riferimenti alla religione. 

Quando il corrispondente del Monde, Laurent Zecchini, chiese a Vladimir Putin perché in Cecenia venivano usate le bombe a frammentazione contro la popolazione civile, il presidente russo, molto irritato, rispose: “Loro parlano di voler uccidere i non musulmani e se lei è cristiano è in pericolo”.

Putin negli anni ha presieduto al grande revival del cristianesimo ortodosso. Alla vigilia della Rivoluzione bolscevica, la chiesa russa aveva 50 mila parrocchie e sessanta scuole. 

Nel 1941, Stalin riuscì a eliminare la Chiesa come istituzione pubblica. Ogni monastero e seminario venne chiuso

Con la caduta del comunismo nel 1991, la Chiesa ha iniziato a ricostruire la sua vita istituzionale devastata. Il numero delle parrocchie è cresciuto dalle settemila di vent’anni fa alle trentamila di oggi

Molti osservatori ritengono che la Russia di Putin stia tornando al vecchio concetto bizantino di “symphonia”, un approccio in cui Chiesa e Stato collaborano

Non solo Putin e il primo ministro Medvedev, ma anche funzionari politici regionali e locali professano apertamente la loro fede ortodossa e compaiono accanto ai funzionari della Chiesa nelle manifestazioni civili e religiose.

La Chiesa aspira a realizzare la “ri-cristianizzazione della nazione russa

Il settanta per cento dei russi si definisce “ortodosso” ed è battezzato. Molte indagini sociologiche hanno stabilito che la Russia è uno dei pochi paesi del mondo civilizzato in cui la religione sta diventando sempre più importante

E’ un libro dell’archimandrita Tikhon, capo del Monastero Sretensky e consigliere spirituale del presidente, che descrive il suo viaggio dal "marxismo al monachesimo ortodosso" in seicento pagine, a essere il più venduto della Russia con due milioni di copie (è uno dei dieci titoli più venduti dalla fine del comunismo). 

A segnare la presidenza Putin sono i tour spirituali al monastero di Tikhvin, dove il presidente rende spesso omaggio a una delle icone mariane più venerate della Russia, sottratta alla furia iconoclasta dei bolscevichi e alle razzie dei nazisti. La partecipazione di Putin alla messa di Pasqua a Mosca è una presenza costante nel calendario televisivo.

Ci sono poi i pellegrinaggi alle Solovki, l’isola nel Mar Bianco che ospitava uno dei monasteri più grandi della Russia, famoso per i suoi detenuti cristiani, come “il Leonardo russo”, il martire Pavel Florenskij. 

E proprio alle Solovki, in occasione dell’anniversario del crollo dell’Unione Sovietica, Putin ha fissato in qualche modo il suo credo, auspicando il ritorno della Russia “alla sorgente del cristianesimo” e alle “basi morali della vita”. 

Oggi migliaia di pellegrini ogni anno visitano il monastero lager e venerano i luoghi della sofferenza. C’è poi il pellegrinaggio a Ekaterinburg, dove vennero giustiziati i Romanov, lo zar Nicola II, la zarina Alessandra, le granduchesse Olga, Tatiana, Anastasia, Maria e il dottor Botkin, la cameriera Anna Demidova, il cuoco Karitonov, il cameriere Trupp.

Olga, dopo la morte del marito Igor principe di Kiev, da lei vendicato con la sepoltura da vivi dei suoi uccisori, era giunta a Costantinopoli in missione di pace; e vi aveva ricevuto, nel 957, il battesimo insieme al suo seguito

I primi a essere ricevuti da Vladimiro furono i messi islamici. Ma quando si giunse alla proibizione della carne suina e del vino, Vladimiro se ne ritrasse commentando che “bere è la gioia dei russi, non possiamo farne a meno”

Fu la penna di un monaco, Filoteo Pskov, a descrivere quanto stava avvenendo: “La chiesa dell’antica Roma cadde per la sua eresia: le porte della seconda Roma, Costantinopoli, furono abbattute dalle asce degli Infedeli; ma la chiesa di Mosca splende più luminosa del Sole nell’intero universo. Tu sei la sovrana universale di tutto il popolo cristiano e devi tenerne le redini nel timore di Dio. Due Rome sono cadute, ma la terza si regge saldamente”. 

Fu allora che nacque il mito di Mosca nuova Roma e “fedele Gerusalemme”, come dice in “Guerra e pace” il diacono nella cappella dei Razumovski.

Tuesday, August 11

MONTENEGRO - NATO : "MISSION IMPOSSIBLE".

Should the Republic of Montenegro be invited to join the North Atlantic Treaty Organization?  That question has now been posed and the Alliance is expected to answer it sometime later this year.

The Alliance is also committed to its so-called “open door” policy, which it regularly reconfirms. And to the extent there are any formal criteria for joining NATO, Montenegro seems to fit the bill. 

But answers in international politics are rarely “simple”, and this is certainly the case in terms of the highly-consequential decisions about who will be permitted to belong to NATO. 

Further, whether fair or not, Montenegro has been represented by some observers as a “test case” for NATO’s open door policy following Russian President Vladimir Putin’s affaires of Crimea and Russia’s continuing military incursions – both direct and supported – into other parts of Ukraine.  

By contrast, would taking Montenegro in be seen as making matters worse in terms of a long-term strategy to test whether Russia would be prepared to “play by the rules” in Europe, by saying “Russia be damned” in terms of the reach of the NATO Alliance?

Despite the significance of this binary choice, much more is involved than the Russia factor in calculations about bringing in a particular country to the NATO Alliance or, indeed, about continuing NATO expansion at all.  

These questions have been in play since the end of the Cold War and they continue to be debated. Regarding the first question, “What is NATO for?” there are two broad sets of options.  

On the one hand, it can be argued that NATO should be all-inclusive of countries in or related to Europe (e.g., including the United States and Canada), and thus should offer membership to any “European” country that shows it cleaves to the basic principles of Western societies, in particular democratic government and market (post-communist) economics.  

Informally, NATO has also judged aspirants in terms of their ability to meet some obligations of membership, including their approaches to security, the role of their military forces, progress in economic development, and prior settlement of historic territorial disputes with neighbors – as in the case of Hungary and Romania before either were offered NATO membership. 

This NATO would also offer to its new members, which have emerged from the wreckage of the former Soviet Union and the Warsaw Pact and the wreckage of the former Yugoslavia, the psycho-social and symbolic benefits of being clearly a part of the “Western family” and thus more likely – it is argued – to attract economic investment and to gain other elements of being in the Western world.  

This NATO would be a more vibrant version of the OSCE and could, in time, approach a similar membership. On the other hand, it can be argued that NATO needs to retain the capacity both to defend all of its members against external aggression and to project military and other forms of power to other parts of the world, as indeed it did in going beyond its then-current membership by acting militarily in Bosnia (1995) and in regard to Kosovo (1999), and has since done elsewhere, most notably in Afghanistan, Lybia, Iraqi, etc.etc. from 2003 onwards, involving NATO allies. 

It should be able to fulfil its basic commitments, beginning with those under article 5 of the NATO Treaty to defend all of its members against external armed attack, and including crisis management and cooperative security? 

Here, too, Montenegro should be a possible candidate for membership, regarding the critical criterion. Looking realistically at the regional security picture, it is not likely to be attacked from abroad, certainly not by Russia (unless there were an all-consuming war across Europe), and also most unlikely by another state in its region. 

NATO has never addressed the question of what its members should do if one ally were attacked by another. This little country is not likely to contribute very much to crisis management or cooperative security, but that is also true of some current members and, anyway, there are enough “big players” to do whatever is necessary. 

Of course, there is a downside to membership for Montenegro: the added complexities at NATO of taking in new members because of bureaucratic overload. That is indeed a problem, as more countries become members and more ministers have to give speeches at semi-annual meetings and more ambassadors and their staffs have to be accommodated. 

But this is more a protocol than a political problem and certainly does not impact on security.  NATO does have a rule that all decisions are taken by unanimity, but Montenegro is unlikely to veto a decision favored by the bigger allies

This has already proved to be largely true with other rounds of NATO enlargement into Central Europe; and in terms of who takes part in military operations – the problem of NATO’s becoming a “coalition of the able and willing” rather than an alliance of “all in” – it won’t really matter if Montenegro can’t take part

In fact, every NATO military operation has always included less-than-the-whole, so even if Montenegro could make little or no contribution, that would hardly be noticed. This analysis is in marked contrast to that relating to the enlargement of the European Union.  

There, each new country brought into full membership gains more in demonstrably tangible benefits, but it also increases the difficulties of managing the EU successfully, in some cases actually weakening the institution.

So, again, “Why not bring Montenegro into NATO?”  The reverse question also needs to be asked, however: “Why?”  The internal problems of NATO’s growing bigger and bigger may not be critical, but they cannot be entirely dismissed.  

Nor can the matter of whether taking in Montenegro will send a signal about NATO’s approach to taking in yet more allies be ignored. Also, it has, through no fault of its own, indeed become a test case especially of the validity – and implications – of NATO’s continuing “open door” policy.

This does appear to be a significant judgment factor for a number of European allies. France and Germany, notably, have indicated that they are not ready for Montenegro to be brought into NATO, and that attitude would likely apply also to any other aspirant.  

Some of that could have to do with concerns about the risks of “elephantiasis,” or “too biggism” – indeed, it can be argued that NATO is already several countries “too large” in terms of efficiency, effectiveness, and what little some of the members bring to the core alliance tasks.  

But more likely it is concern that taking in any new country right now would complicate efforts to deal with Mr. Putin’s activities, the need to shore up alliance solidarity, and the hope for a way out of the current crisis that can offer at least some promise of returning to President George H.W. Bush’s vision of a “Europe whole and free” and at peace (?).   

In this view, Montenegro’s appeal to join NATO is at least ill-timed if not also unwelcome.  The United States might have a different view and will support Montenegro’s accession to NATO.  

The decision has to be unanimous, however, and, at the moment, U.S. interest in Europe is not taken for granted by many of the allies and thus its influence on this matter is less than it would have been at any other time in the past. This issue needs to be addressed separately.

Thus in the 1990s, the Alliance, along with what is now the EU, engaged Central European states in Western activities, but which that for most of them stopped short of membership. Rather, they offered, in NATO’s case, the highly-successful Partnership for Peace.  

Initial NATO membership was offered to three states, Poland, the Czech Republic, and Hungary, the first two of which not coincidentally were on Germany’s border and thus helped, by “surrounding” Germany with NATO (and the EU), to reassure its Eastern neighbors about its future.  (Some NATO allies now have second thoughts about Hungary’s membership in the Alliance, given that its current government is less-than-democratic.) 

This left Ukraine sort of in the middle.  The answer there was to create for Ukraine a special relationship with NATO, but to postpone any final decisions on its final status in regard to NATO at least until it was seen whether efforts with Russia would succeed. 

All these efforts were intelligently conceived and were on the way to implementation.  Unfortunately, with changes in the Clinton foreign policy team in Washington in the mid-1990s, followed by the coming to power of the George W. Bush administration, the need for balance between Central Europe and Russia came to be ignored.  

Russia was seen to be weak and unable to prevent NATO from doing more-or-less anything it wanted to do in regard to membership, under U.S. pressure to continue enlarging; Moscow was viewed as not always cooperative (and some Russian leaders had a similar view of NATO); and NATO “enlargement” came to be seen as a “free good.”  

Perhaps even more important, various countries in Central Europe argued that they could not get on with economic and political developments until they were absolutely sure of their security futures by which they meant a NATO Article 5 commitment and, even more important, a security commitment by the United States.  

The Baltic states also were seen as a special case, given what they had been through following the 1939 Nazi-Soviet Pact and a half century of Soviet “occupation,” plus their close proximity to Russia (two bordering Russia and the third, Lithuania, on Russia-friendly Belarus), and with all having sizeable  Russian minority populations. So they were offered membership in NATO and the EU.  

The Russians didn’t like it, but they might have lived with it – even Mr. Putin – but NATO did not stop there. Bulgaria and Romania were brought in, along with Slovakia and Slovenia, then Albania and Croatia.  

While the last four of these countries could not be of much if any concern to Russia, the idea of NATO’s continuing to grow was, at the very least, useful to Mr. Putin in his claims that Russia is being “confronted” by NATO, claims useful with Russian public opinion, still smarting over the loss of superpower status. 

The break point came at the NATO Bucharest summit in 2008, when, in order to provide something to U.S. president George W. Bush who was pressing for a “membership action plan” for Ukraine and Georgia, considered to be a step toward full membership, the allies cobbled together what they thought was an anodyne pledge that the two countries “will become members of NATO,” meaning that the issue was being put off indefinitely.  

They did not understand that that statement implied that the two countries would henceforth be covered by NATO’s Article 5, in reality, since all of the allies were saying that Ukraine and Georgia would join the alliance. This is certainly the way that the statement was read in Tbilisi and Moscow.  

Rightly or wrongly, Russia saw the Bucharest statement and other Western activities, as an effort to draw Ukraine into the West’s orbit. Whether Mr. Putin was truly concerned or just saw this as a propaganda opportunity at home, these developments set the stage for what has followed.  

They do not justify what Putin has done, but they do show that his misbehavior was not all one-sided in terms of realistic requirements for European political structure, organization, cooperation, and shared security. 

To cut a long story short, Montenegro’s bid for membership – and this would have been true with any other country’s bid for membership – has become a test case: will the Alliance accede to Russian concerns about further NATO enlargement (although Montenegro can be of no intrinsic concern to Moscow)? 

Or will it show Russia that the “open door” remains a reality (though, from the beginning, it was a bit of a fiction: it surely does not apply to Central Asia) – perhaps in the process foreshadowing the taking in to NATO of other countries about which Russia would be more concerned? 

Perhaps that will never be possible: more’s the pity for everyone in and concerned with Europe, its future and its security.  But while the proposition of possible Russia-West cooperation on European security is being tested, which might take some considerable time, the question then becomes, “Why enlarge NATO further at this point?”  
The answer is that there is no reason for doing so.  This is particularly so because it is not clear that Montenegro, any more than at least four (and perhaps six) of the recent entrants, brings very much to NATO, other than making management, decision-making, and coalition-building more difficult than it already is.  

Should Montenegro (and all other countries in Europe that aspire to it) be members of the Western world, with the economic, political, and social benefits – which, in fact, for most of them is the truest basis for “security? The answer is clearly “Yes".

Does that have to mean NATO membership as opposed to less-than-full membership participation in NATO activities, including the Partnership for Peace and the Euro-Atlantic Partnership Council?” The wisest answer, all round, is “No.”