Thursday, August 20

LIBIA: "DA TUTTO L'OCCIDENTE BUGIE, SOLO BUGIE."

La combinazione della filosofia del cazzo di Barak Hussein Obama, cioè la tattica militare del "leading from behind", e del nazi-fanatismo -pro domo sua- di quel cazzone di Nicholas Sarkozy, produssero tra il 2011 e il 2012, con sette lunghi mesi di bombardamenti e di blocco navale, un disastro colossale di cui, in questi ultimi anni, stiamo pagando e subendo tutte le pericolose conseguenze

Al confronto della Libia, la guerra in Iraq è stata coronata da pieno successo

Tutto cominciò con la bugia sui diecimila massacrati da Gheddafi, propalata -ai deficienti globali- da Al Jazeera e rilanciata da tutto il sistema tribale dei media occidentali.

La bugia sulla primavera araba, che Gheddafi al potere avrebbe conculcato con una spietata repressione; la bugia su Benghazi oggetto di un assedio, vigilia di strage; e infine la bugia ideologica più grande:"quella secondo cui l’Occidente e l’Europa possono spingere forze sane all’autodeterminazione nazionale senza un duro, costoso e drammatico lavoro di "State building"

E poi dicono che la guerra di Bush, Cheney e Rumsfeld all'Iraq è stata generata dalla menzogna

Al Cairo vi è stato pochi giorni fa, un vertice della Lega araba, destinatario di una richiesta di aiuto da parte del governo riconosciuto di Tobruk. 

L’Egitto di Al Sisi è l’unico paese che fin qui abbia cercato di agire in solitario al di fuori dei confini del vaniloquio, con il bombardamento delle postazioni dello Stato Islamico, ma sulla possibilità che in sede di Lega araba si trovi una qualsiasi soluzione operativa e vincente lo scetticismo è quasi unanime. 

Prosegue la missione diplomatica di un alto funzionario delle Nazioni Unite, Bernardino Leon, per escogitare una soluzione politica in grado di ribaltare lo scenario di guerra e di disfacimento dello stato libico, e anche qui lo scetticismo, nonostante l’accordo siglato in Marocco a luglio da alcune delle fazioni impegnate nella guerra civile e tribale, è molto alto. 

Con argomenti razionali e sensati, Sergio Romano ieri proponeva che l’Italia assuma un ruolo di guida per una presenza militare di peace keeping o enforcing in Libia, sotto copertura ONU e con l’avallo americano ed europeo. 

Sarebbe una buona cosa, forse anche doverosa, ma ce ne sono le condizioni politiche

L’impressione, in Italia, è che il vuoto libico di potere, di legittimazione e di autorità, come sempre accompagnato da un drastico abbassamento degli standard umanitari convenzionali, non sia colmabile con un intreccio di diplomazia e la prospettiva di una blanda deterrenza che incuta rispetto e magari anche timore ai miliziani oggi padroni del paese.

In aggiunta, nutre questo vaniloquio il pregiudizio contro l’uso della forza e lo state building politico-militare

Il Washington Post ha pubblicato una ricostruzione del fallimento dei piani dell’Amministrazione americana in Libia dopo la morte di Gheddafi. Come spiega la giornalista Missy Ryan che ha scritto l’articolo, il presidente Barack Obama aveva scelto proprio la Libia come una “priorità personale” per mostrare la capacità (sua e) dell’America di ricostruire un paese dopo un intervento militare , e quindi per marcare la differenza con le due guerre volute dal suo predecessore in Iraq e in Afghanistan.

La Libia doveva essere un caso modello: prima intervento militare leggero, soltanto con aerei e logistica, poi stabilizzazione del paese, a partire dall’economia e dalla politica

Su Obama incombe però una maledizione: i suoi tentativi di creare alleati locali e di farsi amici duraturi nei paesi arabi nascono storti e finiscono male, con una serie di finali che variano dalla delusione reciproca all’irrilevanza al disastro. 

Con l’Iran invece no, Obama è riuscito a raggiungere il grande obiettivo che ha puntato per tutto il doppio mandato, il patto sull’armamento atomico, ma l’Iran non è un paese arabo  e Israele?

Per almeno un anno dopo la morte di Gheddafi i diplomatici americani mandati in Libia si concentrano su dossier e temi civili, e non sulla sicurezza militare

La morte dell’ambasciatore Chris Stevens nell’attacco a Bengasi del settembre 2012 è uno choc e cambia tutto: l’Amministrazione  evacua la maggior parte dei suoi uomini, e quando li fa tornare impone regole di sicurezza che li limitano fortemente e in pratica gli impediscono di fare il loro mestiere, stare in contatto con i libici

Nella prima metà del 2013 la Casa Bianca trova nuova speranza in Ali Zeidan, il presidente libico, laico, ex esule in Europa con padronanza delle lingue occidentali, ex attivista dei diritti umani: con lui, durante un incontro in un club di golf nell’Irlanda del nord, si decide di fondare un nuovo esercito libico che dovrà pensare alla sicurezza del paese con il nome di Forza multifunzione GPF (General Purpose Force).

I circa ventimila uomini della GPF devono in teoria prendere il posto dell’esercito gheddafiano, che ancora paga lo stipendio a 112 mila soldati, ma che in realtà non riuscirebbe a mobilitarne più di cinquemila. 

Come accade con tutte le forze militari arabe e alleate dell’America che l’Amministrazione tenta di creare, anche la GPF diventa presto qualcosa a metà tra la farsa e il disastro. 

I libici non vogliono arruolarsi, perché le milizie pagano di più e sono meno disciplinate. I paesi che si occupano dell’addestramento sono Stati Uniti, Gran Bretagna, Turchia e Italia. 

Gli Stati Uniti parlano molto di mandare addestratori militari in Libia, ma poi non lo fanno perché considerano la missione troppo rischiosa

Metà delle reclute libiche spedite in Turchia lascia il corso perché la vita in caserma è troppo rigorosa. Delle 300 reclute libiche mandate in Inghilterra, un terzo lascia, altri chiedono asilo politico. Le restanti sono mandate in blocco a casa, dopo  una sequenza orripilante di stupri a danno di ragazze inglesi che rischiano di mettere in serio imbarazzo il governo. 

Le uniche a non mollare sono le reclute mandate ad addestrarsi in Italia: il Washington Post spiega che gli italiani hanno ceduto alle richieste dei libici su alloggi e vitto per rendere più comoda la loro permanenza. 

Non mancano problemi con le reclute anche in Italia: alcune, selezionate per un corso di sub grazie al sistema ultranepotistico libico, si presentano agli istruttori pur senza saper nuotare e sono rispedite indietro.

Come non bastasse, il programma finisce sotto il controllo del vice ministro della Difesa di Zeidan, che si chiama Khalid Sharif. Islamista, tenuto in carcere dagli americani in Afghanistan per due anni

Sotto di lui, il programma è considerato come una cospirazione anti islamica.