Tuesday, September 29

LA RUSSIA ENTRERA' IN SIRIA A PRESCINDERE OBAMA

La Russia sta considerando la possibilità di partecipare ai bombardamenti contro lo Stato islamico della coalizione internazionale in Siria e Iraq, ha detto il presidente russo Vladimir Putin parlando ieri in tarda serata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. 

Questo è sembrato a molti uno dei maggiori segnali di apertura nel botta e risposta a distanza di poche ore tra Putin e il presidente americano Barack Obama, in un’Assemblea che doveva essere l’atto iniziale di una manovra diplomatica in favore della pace in Siria e che invece è diventata occasione di scontro tra i due presidenti. 

Putin ha rubato il momento di Obama sul palcoscenico del mondo”, ha titolato la Cnn (“Putin steals Obama's thunder on the world stage”) per descrivere la risposta del presidente russo al discorso di Obama, che ha pronunciato una vibrante difesa della democrazia e dei valori liberali, e una condanna delle “correnti pericolose rischiano di spingerci indietro in un mondo più buio e meno ordinato” (riferimento poco velato a Putin). 

“Il presidente russo è arrivato alle Nazioni Unite, ieri, per la prima volta in un decennio, proponendo un rovesciamento della leadership globale degli Stati Uniti e cercando di strappare dal controllo americano il controllo della coalizione contro lo Stato islamico”. 

Putin si è scagliato contro le operazioni americane in Iraq e Libia per dimostrare che l’interventismo e l’unilateralismo americano hanno provocato disastri in medio oriente, lasciando un vuoto di potere riempito da “estremisti e terroristi”: “Vi rendete conto di quello che avete fatto?”, ha detto. 

Per evitare gli errori di Bush in Iraq e di Obama in Libia, ha detto Putin, “Pensiamo che sia un errore enorme rifiutare di cooperare con il governo siriano, che sta combattendo con coraggio il terrorismo faccia a faccia”. 

Il destino del presidente siriano Bashar el Assad è uno dei nodi principali per la risoluzione del conflitto in Siria, ed è uno di quelli su cui lo scontro è più duro, perché se per Putin Assad deve rimanere, poche ore prima Obama aveva detto che non è possibile dialogare con un dittatore che getta barrel bomb sui civili, e il presidente francese François Hollande, parlando ai giornalisti, aveva definito Assad il maggior colpevole del conflitto siriano, nonostante gli atroci crimini dello Stato islamico

Entrambi i governi americano e francese, tuttavia, si sono detti pronti a discutere una fase di transizione in Siria che preveda la permanenza a tempo di Assad a Damasco.In difesa del governo siriano e, ha detto il Cremlino, in un’operazione contro lo Stato islamico questo mese la Russia ha installato una base aerea nel porto siriano di Latakia e domenica ha inaugurato un’alleanza militare per la condivisione dei dati d’Intelligence con un fronte sciita composto da Siria, Iran e Iraq

Questi strategici passi unilaterali, che hanno colto di sorpresa la sbandata Amministrazione americana e provocato le proteste di Washington, sono viste tuttavia da molti governi occidentali come una presa di responsabilità importante del governo russo in un teatro di guerra in cui l’America latìta e gli stati europei, con poche eccezioni come quella francese, sono restii all’intervento. 

Nei giorni scorsi sia il ministro degli esteri tedesco Ursula von der Leyen sia quello spagnolo José García-Margallo y Marfil hanno parlato di interessi mutuali con la Russia e il governo siriano

L’apertura a una trattativa con Assad è arrivata anche dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, e perfino il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, nemico giurato del regime siriano, la settimana scorsa è andato in visita da Putin e ha parlato di una transizione che comprenda il rais di Damasco

Non si può certo parlare di una coalizione, ma piuttosto di una serie di intenti e interessi diversi che iniziano tutti a muoversi in una direzione, quella voluta da Putin. Ieri Obama e Putin si sono inoltre incontrati faccia a faccia alla fine dei lavori dell’Assemblea generale, in una saletta del Palazzo di vetro adornata con bandiere americane e russe

L’incontro è stato a porte chiuse, e i due hanno ignorato le domande dei giornalisti che si accalcavano all’ingresso. Putin ha in seguito definito il dialogo “molto costruttivo, professionale e franco”, ma non ci sono buoni auspici di una maggiore cooperazione sul fronte siriano. 

Anche la partecipazione da parte russa ai bombardamenti della coalizione è stata vincolata a un’approvazione dell’operazione da parte dell’ONU, che indebolirebbe di fatto la guida americana. 

Putin inoltre, parlando, molto chiaramente, all’Assemblea, ha escluso la partecipazione di truppe russe in un’eventuale operazione di terra in Siria, nonostante la presenza di centinaia di consiglieri militari e di uomini delle Forze speciali già dislocati a Latakia.

Monday, September 28

RUSSIA HAS INVESTED EVERYTHING IN MILITARY EFFORTS

Many recent reports have claimed that Russia intends to step up its involvement in Syrian affairs, continue its support for the regime of Bashar al-Assad, and attempt to stop the spread of the Islamic State. 

Concurrently, rumors suggest that Russia is stitching together broad understandings with several interested parties, including the United States, Iran, Saudi Arabia, France, and Egypt, whereby Russia is willing to accept Assad’s resignation (and perhaps host him indefinitely in Moscow) but is not willing to topple the current regime or concede the Alawite domination of the Syrian political system. 

However, it also appears that something has recently gone awry in these understandings and Russia has chosen to respond by reinforcing its forces to defend the Assad regime and its control of the Syrian coastline. At the same time, Russia will likely continue to promote a political settlement in Syria to stabilize the situation, obstruct the Salafist jihadists, and formulate agreements for a transition period.

For some time, Russia has invested significant diplomatic efforts to revive the dialogue among the warring factions in Syria. Moscow recently sponsored two meetings among the sides, and further rounds of talks will reportedly take place soon. 

Moreover, while it continues to support the Assad regime, Russia is also in close contact with the Syrian opposition, Arab national leaders and senior officials, the United States, and European nations in order to advance a process that could perhaps, with UN cooperation, help end the crisis. In tandem, Russia announced that it is joining the fight against the Islamic State. 

These moves should be examined in light of both Russia’s efforts to restore its status in the Middle East, which was undermined in recent years, and its increasing assertiveness on the international arena vis-à-vis the West, primarily over the crisis in Ukraine.

Moscow, however, is not alone on the Syrian court, a field where the interests of all players in the international system intersect: those of the West, led by the United States; those of the regional players – Iran and its supporters on the one hand and the Sunni nations, led by Saudi Arabia, on the other; Turkey; and radical Islamic factions, first and foremost the Islamic State, challenging all the others

Thus, Russia’s engagement in the Syrian crisis requires engagement with the respective involved parties, and it is thereby competing for a pivotal role in shaping the future regional order. In this playing field, Russia faces complex challenges on several levels:
a.- The domestic Syrian level: Russia is interested in maintaining its status in any future arrangement in Syria and therefore tries to create the conditions to effect this, through mediation efforts, proposed meetings among the sides, and efforts to formulate a compromise. Another reconciliation conference among the opposing sides is supposed to convene under Russian auspices and with UN cooperation, and apparently with other Middle East nations and the United States as well. Despite Russia’s insistence on supporting Assad, recent signals from Moscow indicate a willingness for concessions on this point. At the same time, many reports have spoken of Russia’s military involvement in the fight against the Islamic State in Syria. Although the reports were denied by Moscow and they lack clear evidence, it is obvious that Russia has increased its military aid to Assad’s regime, which includes Russian advisors on Syrian soil and a presence on the Syrian coast that could guard Russia’s interests in any future development.

b.- Relations with the West: It is fairly clear that at least some of Russia’s moves in Syria have occurred with the West’s nod of approval. Beyond its considerations directly linked to the Syrian arena, Moscow wants to draw the attention of the international community away from Ukraine and refocus it on the Middle East. Russia may seek relief from the sanctions imposed by the West regarding its conduct in Ukraine in exchange for concessions in Syria.

c.- The Iranian level: Iran’s success regarding the nuclear agreement created a new reality in the Middle East, joined by the expectation of Iranian involvement in the war against the Islamic State. It seems that the United States, European states, and Russia all seek an alternative to their own direct involvement in the fighting. At the same time, Tehran’s improved regional and international standing concerns its neighbors, who feel threatened by the Iranian drive to expand its influence in the Middle East. Thus, Russia is expected to be sensitive to future Iranian activity, in Syria and throughout the region.

d.- The Sunni states: Warmer relations between Russia and the Sunni states in the Middle East was made possible by the tension between the United States, on the one hand, and Saudi Arabia, Egypt, Jordan, and the Gulf states, on the other, who saw their interests harmed by the nuclear deal with Iran. This tension was aggravated by the idea of involving Iran in the fight against the Islamic State in Syria, which would help Iran expand its influence in the region. Russia has exploited the situation to promote its “diplomacy through weapons” strategy, and talks on deals with these nations on the usual weapons now include plans for providing nuclear reactors. Russia is likewise working on understandings with these states on the future of Syria, though the fate of Assad is still a matter of contention.

e.- The war against the Islamic State: Russia, which in the past attributed little importance to the Islamic State, has changed its stance. The organization’s territorial conquests make it a substantive threat to the Assad regime, and the addition of the Caucasus emirate to the Islamic State has amplified the threat perceived by Moscow posed by the expansion of Islamic organizations challenging Russia on its own soil. Joining the fight against the Islamic State could be a Russian card in Moscow’s conflict with the West. At present, Moscow is talking about the moderate Syrian opposition joining forces with Iraqi and Kurdish forces and operating with the help of Turkey, Saudi Arabia, and Jordan, under UN auspices, to fight the Islamic State. While there is no certainty that Russia would have its own soldiers fight this war on Syrian soil, Moscow is offering to lead the formation of such a coalition.

It seems that Russia is determined to protect its interests in Syria and is preparing for all possible scenarios in that arena. These include defense of the Assad regime, even if it is forced to retreat to the coastline; promotion of a compromise that would end the fighting; and, if possible, recruitment of broad regional support for these moves, also for the sake of containing the threat the Islamic State poses to Russia. Such a policy places Russia at the center of the regional stage in the Syrian context and beyond, because it reflects the drive to translate its involvement in the local crisis to a stronger international standing.

But this is a complex undertaking. The chances that Russia will succeed with its planned moves are not auspicious, given the difficulty in navigating between its own interests and those of other key actors, such as Iran, the Sunni states in the Middle East, and the West, primarily the United States. It is too early to tell what direction developments may take. A quick resolution is unlikely; rather, the more likely possibility is that Russia alone will not succeed in dictating the solution for Syria. Consequently, deepened rifts and broadened conflicts are expected among the many actors in the Syrian arena.

Israel is closely following events in Syria, including Russia’s preparations for expanding its involvement there. There is concern that renewed Russian action in the war in Syria might have negative implications for Israel (such as denying Israel freedom of action in Syria, as Hizbollah has stated). But an assessment of Russia’s considerations, supported by messages in the Russian media, leads to the conclusion that Russia’s policy in Syria – whether continued support of the Assad regime or support of the regime without Assad – does not pose any threat to Israel.

In the last few days, many reports have claimed that Russia intends to step up its involvement in Syrian affairs, continue its support for Bashar al-Assad’s regime, and attempt to stop the spread of the Islamic State. Concurrently, rumors suggest that Russia is stitching together broad understandings with several interested parties, including the United States, Iran, Saudi Arabia, France, and Egypt, whereby Russia is willing to accept Assad’s resignation (and perhaps host him indefinitely in Moscow) but is not willing to topple the current regime or concede the Alawite domination of the Syrian political system. 

However, it also appears that something has recently gone awry in these understandings and Russia has chosen to respond by reinforcing its forces to defend the Assad regime and its control of the Syrian coastline. At the same time, Russia will likely continue to promote a political settlement in Syria to stabilize the situation, obstruct the Salafist jihadists, and formulate agreements for a transition period. INSS Insight No. 746, September 10, 2015, Zvi Magen, Sarah Fainberg.

BARAK HUSSEIN OBAMA CEDE A VLADIMIR PUTIN

Carlo Pannella dice che Barack Obama ha conseguito un incredibile e triste primato: dopo l'incontro con Vladimir Putin a New York, è il primo presidente americano della storia a presentarsi a un vertice con un leader del Cremlino in palese, totale svantaggio militare, e ancor più politico, sul fondamentale quadrante della crisi siriana. 
La situazione paradossale è la conseguenza della strategia obamiana di appeasement con l’Iran. Infatti Putin ha un alleato siriano, Bashar el Assad, che ha ribadito quale unico “dominus” possibile di un processo di transizione, e ha i “boots on the ground”, quantomeno a Latakia. 

Obama invece non ha nessun alleato siriano. Ed è nella scabrosa posizione di chi ha due alleati, la Turchia e l’Arabia Saudita che gestiscono con spregiudicatezza i loro “partiti siriani”, inclusa al Nusra-al Qaida. 

La debolezza è talmente irreale che lo stesso Assad si può permettere oggi di irridere sprezzantemente Obama: sappiamo che la Turchia sostiene il Fronte al Nusra e lo Stato islamico, fornendo loro armi, denaro e volontari. Ed è risaputo che la Turchia ha rapporti stretti con l’occidente.Recep Tayyip Erdogan e il suo primo ministro, Ahmet Davutoglu, non possono fare una sola mossa senza coordinarsi innanzitutto con gli Stati Uniti e poi con gli altri paesi occidentali. 

Inchiodato nella palese contraddizione di primo leader del baricentro della NATO, che non è in grado – per proprie deficienze – di impedire che la Turchia, paese NATO, aiuti al Nusra-al Qaida, Obama sarà costretto a chiedere a Putin di intercedere sull’Iran perché interceda su Assad perché infine si metta da parte. Cosa che né Putin, né l’Iran faranno mai

Soprattutto perché – una volta diventato proconsole di Mosca nella regione di Latakia e Tartous, nessuno sarà in grado di detronizzarlo, anche se perde Damasco. Inoltre, la fallimentare strategia obamiana in medio oriente ha permesso a Putin di sostituire a tal punto il Cremlino alla Casa Bianca in un paese strategico come l’Egitto, che la settimana scorsa il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi, ha deciso di riallacciare le relazioni diplomatiche con la Siria. 

E’ la legittimazione di Bashar el Assad, un suo rafforzamento nella prossima, convulsa fase, da parte del più grande e prestigioso stato arabo – il sigillo del definitivo distacco del Cairo da quella sintonia con la Casa Bianca iniziata da Anwar al Sadat nel 1972, quando cacciò i consiglieri russi (Unione Sovietica) che ora ritornano in massa . 

Obama dunque, si trova in una posizione subordinata, impotente, priva di alternative perché non ha forze militari, alleati, né strategia sulla Siria. Una posizione subordinata che è la prima, dirompente conseguenza dell’accordo Stati Uniti-Iran sul nucleare

Una posizione di debolezza estrema conseguente alla logica che spinse Obama nel 2013 a fare dietrofront all’ultimo minuto e a siglare con Assad quel ridicolo, scandaloso, accordo sul disarmo chimico. Quell’accordo ha avuto l’unico effetto di riammettere con piena dignità Assad nella platea internazionale, salvo poi permettergli di continuare liberamente a usare armi chimiche a bassa tecnologia con effetti letali sui civili. 

Una logica obamiana tanto elementare, quanto cinica – e questo ci può stare – quanto perdente – e questo è un crimine – dettata dall’imperativo di non danneggiare gli interessi geopolitici dell’Iran (il cui baricentro è appunto la continuità del regime di Assad in Siria) per non pregiudicare l’accordo sul nucleare. 

Il tutto avviene nel nome di una “lotta al terrorismo” che non viene combattuta da nessuno dei due leader. Putin infatti costruisce la sua base a Latakia e dispiega la sua flotta nel palese intento strategico di difendere un mini-stato alawita, annesso di fatto alla Federazione russa, che coroni il sogno secolare di Mosca sin dal tempo degli zar di disporre una testa di ponte russa nel Mediterraneo. 

Non è previsto l’impiego dei “boots on the ground”, dei suoi paracadutisti e dei fanti di marina nel contrasto del terrorismo sugli altri fronti siriani, neanche nella cruciale e imminente battaglia per Damasco. 

Obama intanto continuerà la sua guerra aerea con bombardamenti che fanno tanto scena, ma che non hanno mai impedito allo Stato islamico e ad al Nusra di aumentare il territorio da loro controllato. Se si entra dentro lo scenario bellico siriano, la posizione in cui Obama si è messo diventa incredibile. 

Nel suoi due viaggi a Mosca il generale dei pasdaran Qassem Suleimaini ha raffinato una strategia, che, come rivelano le fonti israeliane, prevede la suddivisione dei fronti: ai russi la difesa dell’enclave strategica di Latakia e ai pasdaran e Hezbollah la difesa di Damasco. Difesa contro le milizie dello Stato islamico e contro le concorrenti e avversarie milizie dell’Esercito della Conquista (Jaish al Fatah), di cui fa parte al Nusra-al Qaida, sostenuto da Turchia, Arabia Saudita e Qatar. 

Obama non ha mai mosso un dito, né detto una parola, contro il ruolo militare decisivo dei pasdaran e di Hezbollah in Siria e ora paga il prezzo di questo silenzio (sempre motivato dalla volontà di non irritare l’Iran) non solo con la sua totale irrilevanza politico- militare, ma anche con un quesito diabolico. 

Durante la battaglia di Damasco i suoi bombardamenti aerei chi colpiranno? In ogni caso saranno decisivi pro o contro Assad: se bombarda lo Stato islamico aiuta il dittatore direttamente; se bombarda l’Esercito della conquista, colpisce i terminali siriani di un paese suo alleato nella NATO e dell’Arabia Saudita, fulcro, assieme all’Egitto, dell’intero mondo arabo. Se non bombarda, ammette la sua irrilevanza. 

Questo è soltanto l’inizio del dispiegarsi delle conseguenze politiche implicite nell’accordo sul nucleare, che è la realizzazione del discorso di Obama del 6 giugno 2009 al Cairo, in cui offrì una “mano tesa” agli ayatollah per definire una gestione concordata del medio oriente

Inizio disastroso a cui seguirà – e sarà interessante verificarle – l’implementazione nel merito dell’accordo sul nucleare con le ispezioni, la attuazione della diminuzione delle centrifughe, dello stock di uranio raffinato eccetera. 

E’ la riprova, insomma, del fatto che quell’accordo è sciagurato non tanto – o non solo – in sé: è rovinoso sul piano politico. Perché si basa su un giudizio di affidabilità del regime di Teheran, pur smentito da anni dalla destabilizzazione iraniana di Libano, Iraq, Siria e Yemen, non comprendendo quale è la straordinaria natura del regime di Teheran. Regime nato da una rivoluzione popolare che tiene ancora insieme – di fatto armonicamente – Kerensky, Trotzky e Stalin, per fare una citazione di scuola. 

Là dove la Cina stupisce l’occidente dimostrando di saper far convivere uno Stato autoritario e a pianificazione socialista con una enorme componente di capitalismo non solo libero, ma selvaggio, l’Iran lo spiazza con un nuovo modello di stato rivoluzionario. 

Un sistema che si regge sull’equilibrio tra la componente riformista e quella tutta e solo dedita alla “esportazione della Rivoluzione islamica, a iniziare da Baghdad”, vecchia parola d’ordine di Khomeini. Un regime che mai si adatterà alla parola d’ordine : “La rivoluzione in un paese solo”. 

Con il non piccolo particolare, che sfugge sia a Obama sia alle cancellerie occidentali (e al ministro degli Esteri Paolo Gentiloni) "che il nucleo duro del potere, militare e industriale, è saldamente nelle mani della componente rivoluzionaria che sa fare tattici passi indietro quando pensa che fare avanzare la componente riformista, alla fine, ne rafforzerà le possibilità di “esportare la rivoluzione”. Come sta accadendo in Iraq, Siria, Libano e Yemen. 

“Penso che ci sia una cosa che ora condividiamo con gli Stati Uniti,ha detto Vitaly Churkin, l’inviato all’ONU della Russia, alla Cbs mercoledì, non vogliono che cada il governo di Bashar el Assad in Siria. Non vogliono che cada. Vogliono combattere lo Stato islamico in modo che non ci siano danni per il governo siriano. Ma non vogliono che il governo siriano si avvantaggi della loro campagna aerea contro lo Stato islamico

E’ davvero una situazione complicata”. Le parole del ciarliero Churkin, che hanno fatto imbestialire l’inviata americana all’ONU, quella Samantha Power che inorridisce davanti ai regimi, sbraita, dice che favorire un dittatore che gasa il suo popolo “non può funzionare”, ma non riesce a convincere Barack Obama a indignarsi allo stesso modo, segnalano qual è il primo obiettivo della Russia: creare una convergenza sulla tenuta di Assad, che sul campo esiste, ma che formalmente è da sempre smentita

Se non fate cadere Assad, dicono i russi, allora possiamo parlare: gli esperti continuano a escludere un coinvolgimento attivo delle forze armate di Mosca contro lo Stato islamico, ma la grande coalizione contro il terrorismo invocata da Vladimir Putin è un collante sufficiente per avviare un dialogo tra Russia e Stati Uniti che ormai gli americani considerano inevitabile. 

Nessuno ha mai creduto davvero che Assad potesse cadere sotto i colpi dell’operazione militare aerea guidata dagli americani: sentendo i generali del Pentagono due giorni fa davanti alla commissione del Senato, è stato di nuovo chiaro che non si è mai lavorato a una strategia alternativa ad Assad, né dal punto di vista dell’Intelligence né da quello della formazione delle forze di opposizione

Ora i russi vogliono far sì che quel che è stato sancito sul terreno venga esplicitato, in modo che il loro uomo a Damasco – loro non hanno bisogno di un’alternativa – possa avere la legittimazione che chiede come partner della lotta al terrorismo jihadista dello Stato islamico, esattamente come sono ormai legittimati gli iraniani e le loro forze armate, i pasdaran e Hezbollah. 

Che gli americani possano davvero convergere verso una coalizione a guida russa dai chiari connotati anti-americani e anti-israeliani sembra piuttosto bizzarro, soprattutto per il fatto che condividere piani strategici e militari con le forze al Quds iraniane sembra ben oltre le premesse dialoganti del deal sul nucleare e invero troppo sciagurato persino per il tentennante Obama – come ha quasi urlato davanti al Congresso americano il premier israeliano Benjamin Netanyahu: “Il nemico del mio nemico è mio nemico!”.

Il premier israeliano ha fatto una visita d’emergenza a Mosca per discutere con Putin del fatto che l’afflusso di armi sofisticate russe in Siria e le operazioni a braccetto con i pasdaran sono una minaccia per Israele. Ma accordarsi sulla tenuta di Assad non è poi così difficile

Al Congresso americano, i democratici iniziano a chiedere se davvero allontanare il rais siriano sia una soluzione efficace. I francesi, che sono gli europei più interventisti e anche i meno filoassadisti, hanno già cambiato i toni durante l’estate: Assad non se ne deve più andare, ma “è necessario creare le condizioni per una transizione che neutralizzi” il dittatore siriano. 

Se si pensa che alla parola “transizione” ormai Assad si prende il lusso di dire: ma come potete chiedere la mia testa visto che combatto il terrorismo?, è chiaro che le condizioni non si creeranno più. Alcuni diplomatici sono stati più espliciti. Il ministro degli Esteri tedesco, Ursula von der Leyen, ha detto allo Spiegel che ci sono “interessi mutuali” con la Russia in Siria. 

Il ministro degli Esteri austriaco aveva detto già la settimana scorsa che l’occidente deve coinvolgere Assad e i suoi alleati, l’Iran e la Russia, per combattere lo Stato islamico (il presidente austriaco era a Teheran a incontrare il suo collega iraniano Hassan Rohani, in quei giorni, e si era fatto convincere dalle parole suadenti del presidente della Repubblica islamica: ci sediamo a qualsiasi tavolo ci garantisca la stabilizzazione della situazione siriana). 

Il ministro degli Esteri spagnolo, José García-Margallo y Marfil, ha dichiarato più o meno le stesse intenzioni: i negoziati con Assad “sono cruciali” per garantire un cessate il fuoco in Siria (argomentazione invero poco comprensibile: chi smetterebbe di sparare se si apre il dialogo con il regime di Damasco? Lo Stato islamico? La coalizione a guida americana? Il regime stesso di Damasco?). 

Molti governi europei sono convinti che l’intervento russo in Siria possa avere effetti positivi sul contenimento dei flussi migratori. Putin accusa gli americani, sostenendo che la crisi dei rifugiati era prevedibile e che l’accanimento della coalizione con i bombardamenti l’ha accelerata, facendo intendere che un intervento a favore di Assad potrebbe creare la stabilità necessaria per fermare la fuga. 

Per questo inchinarsi alla regia russa non risulta poi così difficile, in un’Europa che da sempre si divide sul proprio rapporto con Mosca e che è abituata a farsi risolvere i propri problemi di sicurezza da qualcun altro.

Friday, September 18

"ABUSUS NON TOLLIT USUS" L'ABUSO NON ANNULLA L'USO.

“La priorità oggi è la necessaria tattica militare e diplomatica contro la deframmentazione di tante guerre fratricide e le relative tragedie che esse, ovviamente, comportano. Oggi, è una forzata e raccapricciate migrazione di certi popoli del medio oriente.

Tutta altro fatto è la migrazione di popolazioni dal centro e nord Africa via: "Tripolitania-Sicilia". Ovvero un vero è proprio mercato di schiavi (caratteristica degli arabi sin dal 18° secolo in Africa, verso gli Stati Uniti d'America).

Per sospendere errori di strategie politico militari occidentali, Vladimir Putin sintetizza così la posizione russa cominciando dalla Siria, e dal suo sostegno a Bashar el Assad. 

Per spiegare la posizione degli Stati Uniti, invece, non possono bastare due righe, nemmeno a un grande comunicatore come Barack Obama, perché la strategia americana in medio oriente è molto più complessa e da loro resa "tragica dal 2011" con le "primavere arabe". 

Talmente contorta la politica estera americana che, in verità, il presidente americano sta trovando grandi difficoltà a spiegarla perfino in patria. 

C’è la ferma volontà di fare fuori Assad: è un crudele dittatore, è amico di Mosca (alla quale concede l’utilizzo della base navale di Tartus), è sciita alawita e filo iraniano e pertanto inviso agli Stati sunniti, Arabia Saudita in testa, storico alleato statunitense. 

Il problema è che nel gioco del “nemico del mio nemico”, gli Stati Uniti rischiano di ritrovarsi per amici i tagliagole dello Stato islamico. Perché il tentativo di sostituire Assad con il vento fresco delle primavere arabe è fallito miseramente e oggi, sul campo, il califfato è l’unico vero antagonista del regime siriano. 

Così, mentre la Casa Bianca cerca il bandolo della matassa, la coalizione internazionale contro lo Stato islamico si limita a timidi e inefficaci bombardamenti, rivolti per lo più a sostenere gli alleati curdi o a fermare l’avanzata dello Stato islamico verso Baghdad

Nel frattempo continuano ad arrivare allo Stato islamico soldi, armi, uomini e mezzi, in modo più o meno clandestino, senza che nessuno cerchi il modo per impedirlo. 

Mentre a Washington tentano di trovare un piano B, in tipico stile americano, lo Stato islamico conquista terreno in Siria e Iraq, è arrivato in Egitto e controlla diverse città della Libia. 

Gli Stati Uniti d'America, la Francia e l'Inghileterra forse hanno compreso che il medio oriente e il nord Africa non si pacificano con più di 20.000 incursione aeree (Droni e . 

Quindi, è’ necessaria una azione militare a vasto raggio e serve una strategia comune  con le altre nazioni che stanno combattendo la nostra stessa guerra. 

Sono argomentazioni che l’Italia può portare in seno all’Unione Europea e in seno alle Nazioni Unite, anche grazie al peso che dovrebbe avere Federica Mogherini (la cui nomina ha comportato, per l’Italia, dover sostenere le folli sanzioni contro la Russia). 

Ciò che l’Italia non può permettersi, invece, è tirarsi fuori dalla partita, nascondere la testa sotto la sabbia invocando la “necessità di una soluzione politica” e sperare che altri facciano tutto il lavoro al posto nostro. Non si arriva in questo modo alla soluzione al problema dell’esodo biblico che sta investendo tutta l’Europa. 

Nell'incontro tra François Hollande e Matteo Renzi, Parigi ha confermato il suo impegno militare, mentre il nostro paese è dall'intervento in Libia nel 2011 che non utilizza la forza. Tra Italia e Francia ci sono alcune differenze. La Francia è in guerra. 

Parigi ha confermato il suo impegno militare contro lo Stato islamico estendendo il raggio di azione dell’armée de l’air alla Siria. Si tratta di una decisione che illustra la continuità con la politica precedente, ma che rivela anche un’evoluzione della posizione francese. 

Dopo la decolonizzazione, la Francia non ha mai smesso di utilizzare l’approccio militare, spesso per assicurare una certa stabilità ad alcune zone dell’Africa. Dal 2011 in poi, Parigi è impegnata in un interventismo attivo che nel caso della Libia assomigliava al regime change americano

L’operazione in Libia è stata ben capita, in Italia, ma troppo tardi. I veri motivi realisti della Francia erano ben lontanti dalla polica internazionale e garanzia dei Diritti Umani(gli interessi erano della Total e personali di Nicholas Sarkozy). 

Ma è l’intervento nel Mali iniziato nel 2013 e poi trasformato in un dispositivo permanente di controllo militare della zona sub-sahariana che rappresenta lo spartiacque. 

La Francia percepisce un rischio di destabilizzazione regionale che si unisce alla potenziale crescita di gruppi terroristi, e questo mix pericoloso suscita un’azione francese con il sostengo statunitense ma quasi senza aiuti europei. 

Questo deciso impegno militare francese rinsalda l’alleanza fra le Intelligence di Parigi, Londra e Washington, come dimostra l’integrazione delle forze armate nei vari teatri di operazione. 

Seguendo questa logica, sembrava inutile limitarsi ad intervenire in Iraq: l’intervento francese in Siria rappresenta anche il modo per la Francia di superare la sua impasse interna – soprattutto sul tema dell’immigrazione – e di testimoniare, anche a se stesso, che esiste e intende giocare un ruolo “positivo”. 

La posizione italiana è diversa. La partecipazione all’intervento in Libia nel 2011 è stata sofferta. Da quel momento l’Italia non ha più contribuito a nuove missioni militari, dovendo poi fare i conti con la delicatezza degli equilibri di coalizione al suo interno ma anche con la crisi delle risorse per l’apparato militare. 

Per l’Italia, la Libia del 2011 è diventato un “contro esempio” e si temono gli effetti non controllabili di interventi che possono coinvolgere equilibri locali, anche se la stabilità è sinonimo di dittatura. 

L’Italia ha una posizione diplomatica che sembra piuttosto attenta: non chiudere i canali con Mosca, considerata fondamentale sullo scacchiere mediorientale, riconoscere e sostenere con forza il regime dell’Egitto

Però oggi l’Italia non sembra in grado di raccogliere i frutti di questa saggia diplomazia, mentre l’Egitto compra caccia Rafale e navi Orizzonte dai francesi e Parigi si trova a fianco delle forze russe dispiegate in Siria a sostengo di Bashar el Assad. La Francia si dimostra in grado di procurare sicurezza militare ai suoi alleati e clienti, ed è questa capacità che viene in qualche modo comprata.

Entrambi i paesi hanno le loro buone ragioni. Certamente stanno percorrendo vie diverse, per quanto parallele. La via italiana sembra concentrata sul riformismo interno, avendo accantonato qualsiasi uso della forza militare in un contesto internazionale. 

La via francese è decisamente interventista con una forte capacità di uso dello strumento militare. Tutto questo va bene, a patto che l’Italia non abbia bisogno di chiedere aiuto ai suoi partner per partecipare a uno sforzo di stabilizzazione militare della Libia

In tal caso non si potrebbe fare a meno dei francesi, già presenti in Niger. Esistono alcuni scenari nei quali le traiettorie fra Parigi e Roma si incrociano: magari ci si potrebbe pensare già adesso.

Thursday, September 17

PERCHE' PUTIN E' IN SIRIA (IN ACCORDO CON U.S.A. E E.U.)

Bashar Assad era ancora un bimbo quando i russi hanno aperto la loro prima base a Tartus. Era il 1971, allora i siriani decisero di concedere l’uso di un punto d’appoggio logistico per le navi di Mosca. Uno scalo, neppure troppo grande, ma importante. E non lo hanno mai abbandonato. 

Oggi moli e gru fanno parte del piano lanciato da Vladimir Putin per sostenere Damasco. Un programma che poggia su tre pilastri per il momento irrinunciabili in quanto necessari a tutelare gli Assad e gli interessi del Cremlino

2015-2020 LE NUOVE FRONTIERE
Visione che geograficamente trova il punto di sintesi nel cosiddetto corridoio di Latakia, che parte dalla costa e va verso Est, come nel cantone alawita, che scende verso Sud. Davanti il nemico. 

La miriade di formazioni ribelli e lo Stato islamico che il regime non ha mai considerato come target primario. Tartus è uno dei terminali chiave. Qui arrivano non armi segrete ma materiale bellico che deve riempire le scorte dell’esercito locale. 

Blindati BTR82A, camion, veicoli, munizioni, fucili di migliore qualità, sistemi anti-carro. Tutto quello che serve in un conflitto dove spesso si sparano da una casa all’altra, con i pesanti tank che rischiano di finire in trappola. 

E infatti i lealisti ne hanno perso centinaia distrutti da missili Tow e Kornet. Il secondo approdo è quello di Latakia, destinato a diventare la piattaforma per i rinforzi. Mosca lo ha detto senza nascondersi: abbiamo mandato un’avanguardia, non più di 50 elementi, però siamo pronti a schierarne altri. 

Americani e israeliani ritengono che siano di più. I libanesi sostengono che alcuni avrebbero partecipato ai combattimenti. Per ora hanno tre compiti:
1.- Allargamento delle installazioni all’aeroporto di Jableh in modo da poter ospitare un contingente robusto. 
2.- Installazione di una rete di comunicazione sulle alture
3.- Creazione di un dispositivo che gestisca un ponte aero-navale

In questo settore sarebbe attiva anche una postazione "Sigint(da «signal» e «intelligence»), per captare e monitorare le comunicazioni. Il terzo snodo è l’aeroporto di Mezze, alle porte della capitale, in grado di accogliere i grossi Condor A 124 e Ilyushin 76 che fanno la spola dalla Russia con carichi umanitari e militari. 

Possibile anche la presenza di nuovi caccia, forse pilotati da personale russo. MIg e Sukhoi acquistati in virtù di vecchie intese, così come i droni

Sbarcati negli ultimi giorni anche alcune centinaia di pasdaran iraniani. Molto agile la rotta marittima. È la flotta del Mar Nero con le sue navi da assalto anfibio a svolgere il ruolo di mulo logistico. 

In parallelo si muovono i mercantili. Di veramente nuovo c’è poco. Sono mesi, anni, che lo fanno. Soltanto che ora tutti ne parlano, anche da Mosca. È vero, però, che a volte «giocano». 

Prendiamo il cargo navale A.Tkachenko, con a bordo camion dell’esercito. La compagnia aveva comunicato che era diretto a Port Said, Egitto. Peccato che seguendone il viaggio sul web si è visto che ha virato verso Oriente in direzione di Tartus. È quella la meta? Al largo, a vegliare, alcuni sottomarini nucleari.

Quanto ai reparti mobilitati gli esperti indicano l’810ma brigata di fanteria di marina, la stessa impegnata in passato in Ucraina e ritenuta ben addestrata. Unità che integra i molti «consiglieri» che da tempo assistono la difesa aerea e la IV divisione corazzata della Guardia, forza d’elite costretta a un superlavoro per colmare i problemi di un esercito malmesso. 

Discreta la missione degli specialisti dell’Intelligence. Quelli del GRU fanno il loro mestiere di spie, i cugini dell’SVR, attraverso il nucleo di teste di cuoio, si occupano di Sicurezza. Ora che aumentano i numeri dovranno stare in guardia. 

Un capitano diventa un bersaglio di grande valore per gli insorti. Morto o rapito. E la storia consiglia di stare in guardia. 

di Guido Olimpio. Il 16 agosto del 2010 trovano sulla spiaggia di Cevlik, Turchia, il corpo di un uomo annegato. 

Si scoprirà, il 28, che si tratta del generale Iuri Ivanov del GRU, in visita a Latakia. Secondo la versione ufficiale era uscito per una nuotata. Da solo, senza scorta. Non è più rientrato. Una strana fine non l’unica. 

Wednesday, September 16

MORE WESTERN BOMBING MORE REFUGEES MULTIPLY

The West’s dominant prescription toward the crisis of war-torn regions and the destabilizing refugee flow that has followed is to have more “regime change,” particularly in Syria. But the reality is that the West’s fondness for violent “regime change” is the core reason for the refugees, says James Paul. 

The huge flow of refugees into Europe has created a political crisis in the European Union, especially in Germany, where neo-Nazi thugs battle police almost daily and fire-bombings of refugee housing have alarmed the political establishment. There is also the wider crisis in the EU over which countries will take in refuges and how many.

The public has been horrified by refugee drownings in the Mediterranean, deaths in trucks and railway tunnels, thousands of children and families, caught in the open, facing border fences and violence from security forces.  Religious leaders call for tolerance, while EU politicians wring their hands and wonder how they can solve the issue with new rules and more money.

Meanwhile, the refugee flow has been increasing rapidly, with no end in sight. The German government has estimated that it will take in 800,000 asylum-seekers during 2015. The overall flow into Europe for the year will probably be well above a million. Germany and Sweden are the main destinations.

Fences cannot contain the desperate multitudes. A few billion euros in economic assistance to the countries of origin, recently proposed by the Germans, are unlikely to buy away the problem. 

Only a clear understanding of the origins of the crisis can lead to an answer, but European leaders do not want to touch this hot wire and expose their own culpability. In the U.S., there is little sensible analysis either.

The migrants coming to Europe are mostly fleeing conflicts. The data on origins make that clear.  The migrants are coming primarily from Syria, Afghanistan, Libya, Iraq and Pakistan in the Middle East, and to a lesser extent from Eritrea, Somalia and Nigeria in Africa

These are all countries with vicious conflicts – conflicts that (with the exception of Nigeria) began with Western military intervention, direct or indirect and continued to be fueled by intervention. In Libya, Iraq, Afghanistan and Somalia the intervention was very direct. In Syria, Pakistan and Eritrea, it has been less direct but very clear nonetheless.

The term “regime change refugees” helps focus on where the primary responsibility lies. It changes an empty conversation in the direction of reality. Official discourse in Europe and the United States frames the civil wars and economic turmoil in terms of fanaticism, corruption, dictatorship, economic failures and other causes for which Western governments and publics believe they have no responsibility.

The Western leaders and media stay silent about the military intervention and regime change, interventions that have torn the refugees’ homelands apart and resulted in civil war, state collapse and extremely violent conditions lasting for long periods.

Some European leaders, the French in particular, are arguing in favor of further military intervention in these war-torn lands on their periphery as a way to “do something” and (ironically) “end the violence.” 

Overthrowing Syrian President Bashar al-Assad appears to be popular among the policy classes in Paris, who choose to ignore how counter-productive their overthrow of Libya’s Muammar Gaddafi was just a short time ago and how counter-productive has been their clandestine support in Syria for the Islamist rebels.

The intensive Western bombing campaign in Syria (now joined by France), aimed in theory at the forces of the Islamic State, are killing many civilians and further destabilizing the war-ravaged country.

The aggressive nationalist beast in the heart of the political class of Europe and the United States is ready to engage in more military adventures. 

These leaders are not ready to learn the lesson, or to beware the “blowback” from future interventions. This is why we need to look closely at the “regime change” angle, to beware upcoming proposals for more intervention, and to increase public resistance to further war. 

It is very clear that the crisis of migration and war has been “Made in Europe” and “Made in USA.”

LA FINE DELLA JUGOSLAVIA SARA' LA FINE DELL'EUROPA

Fummo presenti nel 1999, durante una conferenza sulla “pace” a Rambouillet, in Francia, i serbi furono sottoposti alle tattiche ipocrite da parte di Washington. Il presidente era Bill Clinton. Lo stesso Clinton della fellatio con la stagista Monika Lewinsky. Lo scandalo ebbe, stupefacenti, ripercussioni mondiali. 

Accusato, di impeachment per falsa testimonianza e ostruzione della giustizia, venne salvato a fine 1998 dai suoi avversari politici: tutti i senatori repubblicani (John McCain in primis). Perche? 

Nel corso della sua testimonianza di fronte al Grand Jury del 17 agosto 1998 Bill Clinton  -dopo avere mentito, più volte, alla nazione negando ogni addebito-  ammise, candidamente, dopo mesi, di avere avuto una "relazione fisica impropria" con la stagista. 

Venne assolto dal Congresso. Ma il prezzo che dovette pagare era di iniziare una guerra in Jugoslavia.  

Ecco che, immediatamente, le carte in tavola -tra USA e Jugoslavia- furono cinicamente e velocemente stravolte. 

«L’accordo di Rambouillet comprendeva un "allegato B segreto", che la delegazione statunitense inserì all’ultimo momento». 

La clausola, in esso scritta, esigeva che tutta la Jugoslavia – un paese con ricordi amari dell’occupazione nazista – fosse messa sotto occupazione militare, e che fosse attuata una “economia di libero mercatocon la privatizzazione degli immensi beni appartenenti al governo jugoslavo


"La punizione fu rapida; le bombe della NATO caddero su di un paese indifeso". La pietra miliare delle catastrofi era stata posata. 

Negli anni successivi, seguirono le catastrofi dell’Afghanistan, poi dell’Iraq, della Libia, della Siria, dell’Ucraina, dello Yemen, della Somalia e di tanti altri paesi. 

Dal 1945, più di un terzo dei membri delle Nazioni Unite 69 paesi hanno subito alcune o tutte le seguenti situazioni per manus militari americana

Questi popoli sono stati invasi, i loro governi rovesciati, i loro movimenti popolari soppressi, i risultati delle elezioni sovvertiti, la loro gente ombardata e le loro economie spogliate di ogni protezione, le loro società sottoposte a un assedio paralizzante noto come “sanzioni”

Lo storico britannico Mark Curtis stima il numero di morti in milioni. «Come giustificazione, in ogni singolo caso una grande menzogna è stata raccontata». 

Guai se la denuncia del nazi-fascismo, risuonata nel 70° anniversario della liberazione di Auschwitz, serve a depistare l’opinione pubblica dall’altro fascismo, il “nostro”, fondato sulla menzogna che giustifica le peggiori, sistematiche aggressioni. 

Per esempio la Libia di Gheddafi, travolta dopo la decisione di costituire una banca africana e una moneta alternativa al dollaro. E la Jugoslavia, rasa al suolo dopo la decisione della Germania di riconoscere i separatisti croati e sloveni.

Vergognoso. Inaccettabile. Ipocrita. Doloroso avere visto un grande Stato, multientico, come la Jugoslavia, circuito e manipolato da geopolitiche e luridi interessi materiali. 

E avanti così, sino salla Siria alla Ucraina di oggi. 

Rimanendo attoniti per le contorsioni terrificanti del cosiddetto ISIS, fondato, invero, su unità di terroristi addestrati dall’Occidente in Libia contro Gheddafi, poi smistate in Siria contro Assad e quindi, nuovamente, ri-dirottate in Iraq. 

Tutto questo possiamo chiamarlo come vogliamo, ma è, e reasta puro imperialismo fascista. E’ il “nostro” fascismo europeo e statunitense, quotidiano. «Iniziare sempre una guerra di aggressione al fine di imbottire banche e multinazionali di soldoni».

Nel 1946 i giudici del tribunale di Norimberga, dissero:«non è soltanto un crimine internazionale, ma è il crimine internazionale supremo». Se i nazisti non avessero invaso l’Europa, Auschwitz e l’Olocausto non sarebbero mai accaduti. Che ne dite della accomunanza con, solo per ultimo, l'Iraq, l'Afghanistan, la Somalia, l'Egitto, lo Yemen, la Ucraina, la Siria e la Libia?

«Se gli Stati Uniti e i loro vassalli non avessero iniziato la loro guerra di aggressione in Iraq nel 2003, quasi un milione di persone oggi sarebbero vive, e lo Stato islamico, o ISIS, non ci avrebbe in balìa delle sue atrocità». 

I nuovi “mostri” sono «la progenie del fascismo moderno, svezzato dalle bombe, dai bagni di sangue e dalle menzogne, che sono il teatro surreale conosciuto col nome di “informazione”»

Infatti, «come durante il fascismo degli anni ‘30 e ‘40, le grandi menzogne vengono trasmesse con la precisione di un metronomo grazie agli onnipresenti, ripetitivi media e la loro velenosa censura per omissione». 

Non dimentichiamo che in Libia, nel 2011 la NATO a stelle e strice, ha effettuato 9.700 attacchi, più di un terzo dei quali mirato ad obiettivi civili, con strage di bambini. Bombe all’uranio impoverito, Misurata e Sirte bombardate a tappeto, come accaduto nel 1999 in Jugoslavia. 

L’omicidio di Gheddafi «è stato giustificato con la solita grande menzogna: stava progettando il “genocidio” del suo popolo». Se gli USA avessero esitato, disse Obama, la città di Bengasi «avrebbe potuto subire un massacro che avrebbe macchiato la coscienza del mondo». 

Peccato che Bengasi (vedi Chris Stevens) non sia mai stata minacciata da nessuno: «Era un’invenzione delle milizie islamiche che stavano per essere sconfitte dalle forze governative libiche». 

Le milizie, dissero alla “Reuters” che ci sarebbe stato «un vero e proprio bagno di sangue, un massacro come quello accaduto in Ruanda». La menzogna, segnalata il 14 marzo 2011, ha fornito la prima scintilla all'inferno della NATO, definito da David Cameron come «intervento umanitario». 

Molti dei “ribelli”, segretamente armati e addestrati dalle SAS britanniche, sarebbero poi diventati ISIS, i famosi decapitatori di “infedeli”. 

«Per Obama, Cameron e Sarkozy, il vero crimine di Muhammar Gheddafi era l’indipendenza economica della Libia e la sua dichiarata intenzione di smettere di vendere in dollari USA le più grandi riserve di petrolio dell’Africa», minacciando così il petro-dollaro, che è «un pilastro del potere imperiale americano». 

Gheddafi aveva tentato con audacia di introdurre una moneta comune in Africa, basata sull’oro, e voleva creare una banca tutta africana per promuovere l’unione economica tra i paesi poveri ma dotati di risorse pregiate. 

«Era l’idea stessa ad essere intollerabile per gli Stati Uniti, che si preparavano ad “entrare” in Africa corrompendo i governi africani con offerte di Clinton e Blair di collaborazione militare». 

Così, “liberata” la Libia, Obama «ha confiscato 30 miliardi di dollari dalla banca centrale libica, che Gheddafi aveva stanziato per la creazione di una banca centrale africana e per il dinaro africano, valuta basata sull’oro». 

La “guerra umanitaria” contro la Libia aveva un modello vicino ai cuori liberali occidentali, soprattutto nei media, ricordando che, nel 1999, Bill Clinton e Tony Blair inviarono la NATO a bombardare la Jugoslavia, «perché, mentirono, i serbi stavano commettendo un “genocidio” contro l’etnia albanese della provincia secessionista del Kosovo». 

L’ambasciatore americano David Scheffer affermò che «circa 225.000 uomini di etnia albanese di età compresa tra i 14 e i 59 anni potrebbero già essere stati uccisi». Sia Clinton che Blair evocarono l’Olocausto e «lo spirito della Seconda Guerra Mondiale». 

L’eroico alleato dell’Occidente era l’UCK, Esercito di Liberazione del Kosovo, "famosa organizzazione criminale combattuta sin dai tempi del Maresciallo Tito". 

Finiti i bombardamenti della NATO, con gran parte delle infrastrutture della Serbia in rovina  insieme a scuole, ospedali, monasteri e la televisione nazionale, le squadre internazionali di Polizia scientifica scesero sul Kosovo per riesumare le prove del cosiddetto “olocausto”. 

L’FBI non riuscì a trovare una singola fossa comune e tornò a casa. Il team spagnolo fece lo stesso, e chi li guidava dichiarò con rabbia che ci fu «una piroetta semantica delle macchine di propaganda di guerra». 

Un anno dopo, un Tribunale delle Nazioni Unite sulla Jugoslavia svelò il conteggio finale dei morti: 2.788, cioè i combattenti su entrambi i lati, nonché i serbi e i rom uccisi dallUCK. «Non c’era stato alcun genocidio

"L’olocausto" era una menzogna». 

La nuova Germania unita, aveva iniziato a spingersi ad est per accaparrarsi il suo "mercato naturale nelle province jugoslave di Croazia e Slovenia". 

Sicché, «prima che  gli europei si riunissero a Maastricht nel 1991 a presentare i loro piani per la disastrosa Eurozona, un accordo segreto era stato approvato: la Germania avrebbe riconosciuto la Croazia e la Slovenia». Quindi, «il destino della Jugoslavia era segnato». 

La solita macchina stritolatrice: «A Washington, gli Stati Uniti si assicurarono che alla sofferente economia jugoslava fossero negati prestiti dalla Banca Mondiale, mentre la NATO, allora una quasi defunta reliquia della guerra fredda, fu reinventata come tutore dell’ordine imperiale». 

Ed oggi,  è più pericolosa che mai. Perchè la NATO niente altro è: che gli USA camuffati da Europa.

Tuesday, September 15

THAT'S WHY SYRIANS ARE FLEEING TO NORTH EUROPE

Two car bombs exploded in the Syrian city of Hasaka on monday, killing Kurdish forces, regime soldiers and more than a dozen civilians, according to the Syrian Observatory for Human Rights monitoring group

The bombings were part of an ongoing conflict in the city, the majority of which is held by Kurdish militia members battling Islamic State forces.

Monday's attacks reflect just a tiny fraction of violence occurring on a daily basis in Syria. More than 200,000 people have lost their lives in the Syrian conflict since its start in March 2011, including more than 70,000 civilians, and the toll continues to climb.

Nearly 5,000 people died last month alone, according to the Syrian Observatory, including 252 children. This includes hundreds of deaths due to government air strikes, according to a report by The New York Times.

In the last week, at least 80 combatants have been killed in fighting around the capital of Damascus. Scores of Islamic State militants and government forces died in a battle in the country's east on Thursday

Last week, more reports emerged that Islamic State militants had used chemical weapons in an attack in August. 

Europe is now facing a major migrant crisis, with thousands of undocumented asylum seekers mostly from conflict-torn countries of the Middle East arriving to the EU with hopes for a better life.

If you are worried about them, stop supporting terrorists. That’s what we think regarding the crisis. This is the core of the whole issue of refugees," Assad said.

Bashar Assad called Tuesday on all forces in Syria to unite against terrorism: "I would like to take this opportunity to call on all forces to unite against terrorism, because it is the way to achieve the political objectives which we as Syrians want through dialogue and political action".

The president underscored that a successful political dialogue in Syria is possible only after terrorism has been defeated in the country. 

"We have to continue dialogue in order to reach the consensus as I said, but if you want to implement anything real, it’s impossible to do anything while you have people being killed, bloodletting hasn’t stopped, people feel insecure," he said. "So, we can achieve consensus, but we cannot implement unless we defeat the terrorism in Syria".

LA RUSSIA STABILIZZERA' IL MEDIO ORIENTE

Su una cosa gli americani e i russi sono d’accordo, seppure in modo implicito e non coordinato: la legittimazione dell’Iran degli ayatollah

L’America di Barack Obama ha modellato la sua dottrina di politica estera che dottrina non è, è una somma di pragmatismi miopi ed emergenziali sull’apertura a Teheran e sulla possibilità di chiudere, con un accordo che ancora deve mostrare la sua praticabilità, un conflitto durato trent’anni. 

La Russia di Vladimir Putin invece utilizza l’asse con l’Iran per consolidare la sua strategia di influenza in Siria e in medio oriente

Mosca ha sempre fatto così: ha fatto affari diretti con Teheran, costruendo i reattori atomici quando era necessario, sospendendo i lavori quando era utile, fornendo armamenti e cercando di governare una transizione alla guida della Siria. 

Se con il "deal" gli ayatollah vogliono al fondo prendersi il tempo di costruire l’ambita bomba atomica, tenendo a bada le ingerenze occidentali per i prossimi dieci anni, non è certo un problema di Putin. 

Il quale, essendo già ben posizionato in termini di anti-occidentalismo, al momento vuole consolidare la sua presenza in Siria perché tiene al suo unico sbocco sul Mediterraneo e perché sa – lo sappiamo anche noi, ma facciamo finta di no – che non si possono cambiare le dinamiche interne, unicamente , bombardando dall’alto

Putin è in Siria per restare, e se la Russia è sulla carta un interlocutore ben più agibile di Teheran o di Damasco, è piuttosto improbabile che sia disposta ad ascoltare le istanze occidentali, anzi, al momento Mosca ha detto agli americani: parlate con noi della strategia in Siria, se non volete incappare in “incidenti involontari”

Putin vuole definire le regole: quando un anno fa esatto Obama annunciò l’inizio dei raid della coalizione internazionale contro lo Stato islamico, il capo del Cremlino definì gli attacchi “illegali” e “un atto di aggressione”. 

La coalizione dei volenterosi costruita da Putin assieme ai pasdaran iraniani, Hezbollah e Bashar el Assad punta innanzi tutto a tenere in piedi il regime di Damasco

Lo ha detto Putin, quando ha parlato di “aiuti umanitari” e di stabilizzazione del conflitto: basta guardare la cartina geografica, vedere dove sta Latakia, vedere le forze che ci sono attorno: i ribelli o quel che è rimasto di loro, non certo lo Stato islamico, per sapere che il primo nemico  che il boot on the ground russo incontrerà sulla sua strada non è un  jihadista affiliato allo Stato islamico

Nella regione di Latakia – il feudo storico degli Assad c’è uno dei fronti più importanti della guerra civile siriana ed è a presidio di questo fronte che Putin è arrivato con il suo esercito (tralasciamo l’assedio di Aleppo, sul quale in realtà ci sarebbe da dire, perché sulle decine di chilometri di fronte che Assad condivide con lo Stato islamico non è stato sparato un colpo, e questo dice molto sulla lotta che il dittatore fa ad al Baghdadi).

Dal punto di vista diplomatico, Putin ripete con una certa insistenza che a Damasco bisogna costituire un governo di unità nazionale è aperto un tavolo di negoziato a Mosca per questo, parallelo a quello onusiano, e Assad sbraita – e secondo alcuni la Russia potrebbe già avere un’idea di come governare la transizione: a Putin interessa soltanto la stabilità, se Assad la sa garantire bene, se invece non è in grado andrà trovata un’alternativa. 

Intanto i russi si posizionano e occupano una porzione di Siria – e a differenza di quel che capita in occidente non sono costretti a giustificarsi con l’opinione pubblica in piazza o, annunciare già una data di ritiro. 

Possono al limite replicare il modello turco: "attacchiamo lo Stato islamico!", ha detto Recep Tayyip Erdogan, ma se si vanno a vedere i circa "150 raids" fatti da Ankara nel frattempo, si scoprirà che più del 90 per cento di questi ha colpito obiettivi curdi

Così Putin colpirà chiunque sia ostile ad Assad.

Monday, September 14

PAROLE E PAURE

Dall’euforia allo sconcerto. Non solo per la decisione tedesca di reintrodurre i controlli alla frontiera, il che significa praticamente lasciare per strada i migranti fuggiaschi. 

Ma sconcertanti sono i motivi della decisione. Le autorità tedesche infatti dichiarano di non reggere più la situazione. 

La mitica organizzazione tedesca che giorni fa ci aveva sorpreso per la sicurezza con cui affermava che avrebbe sistemato centinaia di migliaia di profughi in cerca di asilo, ha alzato bandiera bianca

Sinistra suona la notizia che non ci sarà più traffico ferroviario con l’Austria. Le ferrovie, il loro funzionamento a singhiozzo tra ordini e contrordini, i binari diventati strade di migranti sono l’ultima immagine del fallimento dell’Europa ad accogliere i disperati. E adesso?  

Ci saranno tre ordini di conseguenze. Innanzitutto dove e come saranno lasciati i profughi fermati alle frontiere? Il ministro degli Interni tedesco de Maiziere parla di «zone di attesa», anche in Italia. Sulla base della nostra esperienza si apre una triste prospettiva

Speriamo che i profughi non siano lasciati alle cure dei Paesi «ospitanti», ma che intervenga un’autorità, un controllo e un sostegno europeo mirato.  

La seconda conseguenza sarà politica. E’ prevedibile che oggi nel corso della riunione dei ministri europei, i Paesi dell’Est ostili ad ogni accoglienza, anziché essere censurati e invitati a modificare linea, passeranno all’attacco contro Germania e contro l’Unione europea

Dopo aver incautamente aperto le porte a tutti - accuseranno - adesso la Germania ha peggiorato la situazione con la sua imperizia nel non aver previsto quello che sarebbe successo.  

Vedremo come reagiranno i tedeschi che improvvisamente e inopinatamente nel giro di pochi giorni da modelli di solidarietà rischiano di diventare i capi espiatori di una situazione finale oggettivamente diventata insostenibile. 

A Bruxelles il tutto si ridurrà ad un botta e risposta o ad un coro generalizzato di lamenti verso «l’Europa» come se i membri presenti non la rappresentassero? 

Quale autorità e autorevolezza rimane a Juncker in questo disgraziato frangente?  

A questo punto però nascono altri interrogativi alla Germania: non per accusare ma per capire. Le autorità tedesche hanno sbagliato i loro calcoli? Sono state troppo prese dalla loro stessa buona volontà di risolvere il problema? 

La decisione originaria della cancelliera Merkel (non sappiamo quanto presa da lei personalmente o tramite una risoluzione collegiale) ha prodotto un consenso e un prestigio inatteso. Disturbato soltanto dai soliti maligni che vi hanno visto un puro calcolo di opportunità economica. Adesso attendiamo una dichiarazione chiarificatrice della cancelliera.  

In terzo luogo, credo che in Germania ci sarà turbolenza politica. La si sentiva montare già nei giorni scorsi non solo nella Csu. Sulla stampa conservatrice, accanto a critiche premonitrici, non mancava il sarcasmo contro la cancelliera che, felice della nuova simpatia internazionale guadagnata dalla Germania, si atteggiava a mater patriae.  

In ogni caso il governo tedesco deve trovare buone argomentazioni per superare questo momento critico. Una Germania paradossalmente messa sotto accusa o in difficoltà davanti ai membri dell’Unione non farebbe bene a nessuno.  

Ricordando la notte dell’ultima crisi greca, si era detto che davanti al baratro i responsabili europei hanno trovato una via d’uscita, anche se tutt’altro che entusiasmante. 

Domani e nei prossimi giorni si presenterà una situazione analoga. Questa volta avremo davanti agli occhi la disperazione di donne, bambini e vecchi che in Europa cercano una via d’uscita. 

Thursday, September 3

LE GANGS DELLA FINANZA MONDIALE E LE TRAGEDIE UMANE

Il premio Nobel nasconde una malia: chi lo conquista troppo tardi non se lo gode (gli esempi abbondano e suscitano tristezza); chi lo ottiene troppo presto s’arrabatta per il resto della sua vita nel tentativo di dimostrare che lo meritava (clamoroso il caso di Barack Obama e la pace). 

Paul Krugman, invece, l’ha guadagnato all’età giusta, nel 2008, quando aveva 55 anni e ha saputo sfuggire alla maledizione. E’ vero, non ha più fornito contributi importanti alla scienza triste, tuttavia ha messo a frutto la sua intelligenza polemica trasformandosi in uno dei più brillanti ed efficaci editorialisti, per lo più da un pulpito di prim’ordine come il New York Times. Ha regalato argomenti di lusso agli anti austerity e agli anti euro che li hanno trasformati in polpette avvelenate. 

Ma Krugman non si preoccupa di chi lo utilizza, non smetterà mai di tirare sassi. E anche una delle ultime uscite ha sollevato in volo piccioni, falchi e gufi.“Goodbye, Chicago boys. Hello, Mit gang”, ha scritto nella sua colonna sul quotidiano newyorchese. Ciao ciao ai seguaci di Milton Friedman che hanno dettato legge, in teoria e nella prassi, per l’ultimo quarto del Novecento; benvenuta la banda del Massachusetts Institute of Technology che sta rimettendo le cose a posto, grazie all’intervento pubblico in economia, alla moneta facile stampata dalla banca centrale e alla fisarmonica del disavanzo pubblico che si allarga quando c’è la recessione e si restringe con la ripresa

L’America s’è risollevata così e cresce senza sosta da cinque anni; dunque è la ricetta giusta, lo dimostra il fatto che l’Unione europea egemonizzata dal rigorismo tedesco resta ancora nella palude della stagnazione.

Naturalmente, della gang del Mit fa parte lo stesso Krugman che nel prestigioso istituto di Boston ha preso il dottorato e ha poi insegnato per molti anni (oggi ha la cattedra a Princeton). Lì, quando aveva appena vinto il premio dell’American Economic Association, la John Bates Clark Medal, dunque era un virgulto avviato a grandi cose, che pochi in Italia conoscevano. 

Come tutti i professori, anche i più rinomati, lavorava in un piccolo e spartano ufficio ripieno di libri e giornali accatastati. Poco lontano da lui c’era lo studio appena più spazioso di Franco Modigliani (anche lui premio Nobel) che può essere definito un decano della gang (subito dopo Paul Samuelson, fondatore della cattedra di Economia), anche per la sua influenza enorme sull’economia italiana, attraverso la Banca d’Italia (ha contribuito ad elaborare il modello econometrico con il quale viene calcolato il prodotto interno lordo e tutte le altre variabili collegate), i molteplici legami politici da Ugo La Malfa a Giorgio Napolitano, i talentuosi virgulti che da Roma o da Milano correvano a seguire i suoi insegnamenti: Tommaso Padoa Schioppa, Fiorella Kostoris, Ezio Tarantelli, Mario Baldassarri, Francesco Giavazzi, Giorgio La Malfa, Nicola Rossi e molti altri.

La banda del Massachusetts oggi s’estende a banchieri centrali di primo piano come Ben Bernanke, Stanley Fischer, Mario Draghi, Antonio Fazio, Raghuram Rajan, Lucas Papademos; c’è poi Olivier Blanchard, capo economista del Fondo monetario internazionale e il suo neonominato successore Maurice Obstfeld, oltre a numerosi altri pluridecorati economisti. Ma ne hanno fatto parte anche uomini politici come Benjamin Netanyahu, David Miliband, Kofi Annan, Ahmed Chalabi, fondatori di imprese, persino astronauti. 

Una rete vasta che ha esercitato la sua influenza fin dall’età dorata dello sviluppo post-bellico e solo dopo è stata rimpiazzata dalla banda di Chicago che comprende George Stigler, Gary Becker, Ronald Coase, Robert Lucas, Robert Fogel, Lars Peter Hansen, Eugene Fama, per citare soltanto i vincitori del Nobel.

Sono stati questi ultimi a dettare l’agenda fino alla Grande recessione del 2008, ma non è avvenuto per caso, ammette Krugman. A metà degli anni Settanta il brusco innalzamento del prezzo del petrolio fece esplodere i costi delle materie prime e si innestò in un ambiente economico dove i prezzi erano già alti sotto l’effetto della spinta salariale da un lato e della spesa pubblica dall’altro. 

Ciò ha generato il mostro economico di quei tempi, la stagflazione, cioè la combinazione di inflazione, bassa crescita ed elevata disoccupazione. Gli economisti di Chicago hanno dimostrato che era frutto delle politiche economiche keynesiane e i monetaristi di quella scuola convinsero i banchieri centrali a innalzare i tassi d’interesse e ridurre la quantità di moneta. 

La ricetta, inaugurata negli Stati Uniti nel 1979 da Paul Volcker (che pure non è un monetarista ortodosso) e rilanciata da Ronald Reagan, cambiò non solo il punto di vista sull’economia, ma le priorità dei paesi occidentali.

I Chicago boys propriamente detti sono i politici e gli economisti dell’America Latina che realizzarono la frattura con il passato populista, marxista o peronista, imponendo, spesso con metodi dittatoriali, il primato del mercato

Ma anche Deng Xiaoping ha adottato le ricette della scuola di Chicago della quale è figlia la stessa globalizzazione. La crisi, invece, ha riportato sugli altari il Mit dove Keynes non è mai passato di moda, scrive Krugman, ma è stato sempre interpretato in modo aperto e creativo.

L’articolo ha irritato i più giovani epigoni di Friedman. Anche se liberismo, monetarismo e anti-statalismo sono il trittico che definisce il paradigma prevalente, diversi filoni attraversano l’università di Chicago dove insegna anche Luigi Zingales che vuole “salvare il capitalismo dai capitalisti”. 

Tim Worstall su Forbes con puntigliosa perfidia ricorda il discorso di Bernanke alla conferenza in onore di Friedman che si è tenuta a Chicago nel 2002. In quella occasione il governatore della Federal Reserve ha apprezzato e rilanciato l’insegnamento teorico e l’indicazione pratica del gran sacerdote monetarista: per combattere una lunga e profonda recessione che si trasforma in depressione economica la via maestra è stampare moneta, gettare dollari dall’elicottero come fosse acqua per spegnere il fuoco, secondo la metafora friedmaniana. 

Durante l’ultima crisi, Bernanke ha seguito esattamente questa indicazione, tanto che lo hanno chiamato Helicopter Ben. Secondo Krugman il banchiere centrale americano ha resistito alle pressioni della destra repubblicana (lui nominato da George W. Bush). In realtà, insiste Worstall, ha applicato la ricetta di Friedman.

Allora, come la mettiamo con il duello delle idee? Ci sono più cose in cielo e in terra di quante contengano le dottrine. Friedman da giovane, negli anni Trenta, era keynesiano, poi ha trascorso il resto della vita a dimostrare gli errori del “cattivo maestro”. Il tedesco Rudi Dornbusch ha insegnato a Chicago (portato da Robert Mundell) prima di approdare al Mit.


Le scuole di pensiero in competizione, del resto, sono certamente più di due. In fondo operano diverse bande nella stessa Boston. Modigliani ha cercato una sintesi tra la concezione classica dell’equilibrio generale e la Teoria generale di Keynes, predicando la politica dei redditi (i salari non debbono crescere più della produttività) e il rigore nei conti pubblici, fino a spingere, nel caso italiano, il capo della Cgil Luciano Lama e il segretario del Partito comunista, Enrico Berlinguer, sulla via dell’austerità combattuta dall’estrema sinistra anche con le P38 e le bombe (altro che Syriza).

E dove collocare la gang di Goldman Sachs (della quale ha fatto parte sia pur brevemente Draghi)? Fucina di idee oltre che di denaro, ha prodotto più segretari al Tesoro americani di ogni altra istituzione: democratici come Bob Rubin (ministro con Clinton) e repubblicani come Hank Paulson (ministro con Bush). 

La banca d’affari è la bestia nera di tutti gli antagonisti del mondo, rappresentata come una piovra, con tentacoli che si estendono in ogni angolo del globo e spostano masse ingenti di capitali alla velocità della luce. Realtà e leggenda. I Goldman boys hanno provocato la crisi del 2008 e ci hanno guadagnato. Hanno messo in croce i Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) solo per accumulare profitti sulle disgrazie degli stati sovrani

Quanto ad Atene, chi ha aiutato a truccare i conti se non il padrino della finanza mondiale? Gli economisti al soldo della Goldman Sachs si sono inventati formule astruse per riempire i portafogli degli ignari risparmiatori di vere schifezze, pezzi di carta che alla fine della fiera non valgono nulla. Tutto vero, però la banca ha perso milioni di dollari in speculazioni sbagliate. 

I debiti pubblici li hanno contratti i governi dei vari paesi per tacitare le masse e non pagarne i conti politici. I derivati, sia pur nella loro versione più semplice, risalgono agli albori delle transazioni finanziarie. Eppure Goldman Sachs non smette mai di mestare nel torbido, inquinare le acque, pagare ex politici e mandare in politica ex finanzieri.

Ognuno ha la sua banda. C’è naturalmente la gang ordoliberista tedesca il cui gran sacerdote era Hans Tietmayer, gran capo della Bundesbank; annovera Axel Weber e il successore Jens Weidmann, ma il più pugnace assertore resta Hans-Werner Sinn, capo dell’istituto della congiuntura, Ifo, vate dei conservatori, gran paladino della Grecia fuori dall’euro. Un vero fuochista che getta benzina sulle fiamme e finisce per alimentare le idee e i buoni affari della gang catastrofista, il cui pontefice massimo resta Nouriel Roubini, l’uomo che avrebbe previsto la crisi del 2008 e da allora non finisce più di vaticinare.

Negli ultimi tempi s’è aggiunto un altro gruppo che aspira a diventare una scuola. Ne fanno parte i profeti della “stagnazione secolare”, teoria rilanciata da Larry Summers, anche lui un Mit boy passato a Harvard, un predestinato in quanto nipote di due Nobel come Paul Samuelson e Kenneth Arrow, ex segretario al Tesoro con Clinton

Gli dà man forte la Nuova normalità (in sostanza, non avremo mai più una crescita come quella conosciuta nel quarto di secolo concluso dal crack del 2008) elaborata da James Galbraith (amico e mentore di Varoufakis) figlio del più noto John Kenneth, autore della “Società opulenta”, narratore vivace e accurato del patatrac del 1929 e consigliere di John Kennedy.

I declinisti sono l’anello di congiunzione con le molteplici bande che usano il capitalismo per metterlo in discussione. C’è la pitonessa del no global e no logo, Naomi Klein, il nonno francese della decrescita felice, l’ex maoista Serge Latouche, e l’enfant terrible che ha concepito “Il capitale nel XXI secolo”, cioè Thomas Piketty, abilissimo nel cogliere lo Zeitgeist dal quale è nato l’effimero, ma graffiante movimento Occupy che, attraverso gli Indignados, ha figliato in Spagna Podemos e in Grecia Syriza.

Su una strada parallela si è avviato un giornalista economico inglese che con il suo libro appena uscito nel Regno Unito (“Postcapitalism, A Guide to our Future”) sta sollevando un polverone. Paul Mason, capo dell’economia alla rete televisiva Channel 4 ed editorialista del Guardian, ripete la solita solfa che il capitalismo, dominante per due secoli, è giunto al capolinea

Scienza triste l’economia? Forse Thomas Carlyle aveva ragione, ma certo non sono tristi gli economisti di successo, i santoni dei nostri tempi, i tempi del calculemus in cui tutto va misurato, persino la felicità. E’ stata la commissione guidata da un para-guru francese come Jacques Attali a lanciare l’idea di un nuovo concetto di prodotto lordo nel quale entrino anche le variabili psicologiche tanto importanti quanto quelle materiali, così avremo il pil dei soddisfatti ben diverso da quello degli ingrugnati. La realtà è che non c’è un economista per tutte le stagioni, ma ogni stagione ha i suoi economisti.

C’era la crescita favorita dall’apertura degli scambi mondiali: capitali liberi, occupazione flessibile, borse al galoppo, risparmi legati alle azioni, lo stato in ritirata e il mercato in espansione in tutti i campi, compresa la cultura. 

E sono fioccati i Nobel a chi inventava l’algoritmo più sofisticato per abolire gli alti e bassi dei cicli economici e prevedere uno sviluppo senza fine (Robert Merton e Myron Scholes) o a chi studiava la domanda e l’offerta di servizi e di beni indivisibili, oppure trasformava la battaglia per il potere politico in comportamenti rivolti alla massimizzazione del benessere del gruppo sociale di riferimento. 

Era il trionfo della microeconomia, della finanza privata (più o meno turbo) rispetto a quella pubblica. Mentre “Liberi di scegliere” dei coniugi Milton e Rose Friedman diventava il libretto rosso della generazione reaganiana.

Poi il vento è girato, sono esplosi i debiti delle famiglie e degli stati, la disoccupazione è tornata sopra il 10 per cento, la crescita s’è fermata. La risposta dell’occidente agli sceicchi e ai sindacati aveva avuto successo, ma ha generato nuovi squilibri e nuove contraddizioni. 

Così, l’armamentario ammuffito della politica economica è uscito dalle cantine ed è stata riaperta la cassetta degli attrezzi keynesiani, anche quelli arrugginiti. Perché, a differenza dagli anni Trenta o dagli anni Settanta, non c’è un pensiero economico dominante, preciso nella diagnosi ed efficace nella prognosi.

Confusion de confusiones, come scriveva Joseph Penso de la Vega a proposito della Borsa di Amsterdam nel 1688. L’economia si occupa della società nella sua versione mercantile e mette insieme discipline e tecniche diverse, dalla matematica alla psicologia fino allo show business

Fu proprio Keynes il primo a capire l’importanza degli economisti anche nel circo politico-mediatico del quale è stato un protagonista indiscusso. E sempre lui ha sentenziato che “gli uomini pratici, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto”. Ma al passato, ormai, appartiene anche il circolo di Bloomsbury.