Monday, April 4

LIBIA : IL GRANDE BLUFF

HP del 04/04/2016

Si chiama: “Nation Building Creative", ma si può liberamente anche parlare di un "grand bluff" preparato da Martin Kobler, Paolo Gentiloni, Marco Minniti (e Mohammed VI°, re del Marocco) funziona adesso cosi in Libia: Fayez al Sarraj si sta imponendo come premier dell’unico governo legittimo. Per ora. 

La notizia della rapida ritirata dalla capitale nella sua Misurata, del tonitruante premier di Tripoli Khalifa Gweil, accompagnata dalla semi-fuga tra i suoi Amazigh di Zuwara dell’altrettanto minaccioso presidente del Parlamento Abu Shamin, è il sigillo di una netta vittoria politica della ardita manovra che ha portato due giorni fa il nuovo premier Fayez al Sarraj a sbarcare (un po’ fantozzianamente) nella capitale libica.

I collaboratori dell’ex premier del governo di Tripoli sostengono che “è tornato a Misurata per passare la festività del venerdì in famiglia”, ma sta di fatto che le sue minacce di “arrestare al Sarraj” appaiono oggi ridicole e che sono molti i membri del suo “governo” che stanno trattando una onorevole resa e un ingresso onorevole nel nuovo processo politico. 

Non solo: l’agenzia di stampa libica “al Tadfamoun” sostiene addirittura che durante una tempestosa riunione nella notte di giovedì l’intero governo di Tripoli “ha ceduto formalmente i poteri al Congresso nazionale libico di Tripoli”, al Parlamento decaduto da due anni. 

Notizia da prendere con le pinze, ma che dà la misura di una diga che sta sgretolandosi, di una trattativa – ma da posizioni perdenti - di chi prende atto che le sanzioni Onu contro la persona di Khalifa Gweil e di Abu Shamin non si limitano a rendere loro indisponibili i consistenti fondi che hanno occultato all’estero, ma mina definitivamente ogni loro credibilità sul piano internazionale. E quindi interno.

Anche dal fronte egiziano giungono buoni segnali per al Sarraj: giovedì sera infatti il portavoce del ministero degli Esteri dell’Egitto Abu Zeid (comunque, una figura di secondo piano) ha giudicato “un passo positivo e importante il trasferimento del governo di unità a Tripoli”, aggiungendo però l’auspicio che ottenga il riconoscimento formale che sinora il Parlamento di Tobruk (l’unico riconosciuto dall’Onu) non gli ha ancora espresso formalmente. 

Ma anche su questo piano, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha disinnescato le mine. Nella risoluzione Onu approvata la scorsa settimana ha infatti stabilito che questo passaggio – il voto di fiducia parlamentare - è ormai ininfluente a fronte della dichiarata volontà di 101 parlamentari di Tobruk di esprimerlo, pur essendone impediti “con la violenza” da fazioni avverse, guidate dal premier di quel governo al Thani e dal generale Khalifa al Haftar.

Nel caos libico, dunque, si delinea un capovolgimento radicale: il “vantaggio dell’iniziativa” è tutto nelle mani di al Sarraj – o meglio delle forze internazionali che l’hanno “inventato” e che l’appoggiano fortemente - tanto che il neo premier ha iniziato a esercitare i suo potere prendendo subito il controllo del suo nucleo forte: la Bank of Lybia che opera oggi da Malta, la Lia e la Laiam, i due fondi sovrani libici e soprattutto la Noc, l’ente petrolifero libico. 

Un passaggio fondamentale e decisivo, perché per anni i forzieri della banca centrale hanno funzionato come una “variabile impazzita” che eccitava il caos libico: i suoi 130 miliardi di depositi in valuta e oro, ereditati dall’era Gheddafi, hanno finanziato infatti non solo il milione e mezzo di “dipendenti statali” (su 6 milioni di abitanti), garantendo reddito a milioni di libici, ma anche tutte le 200 milizie e soprattutto i loro raìs. 

I 60 miliardi sinora dilapidati hanno infatti permesso l’accumulo illecito di enormi ricchezze personali di “signori della guerra” e leader politici, alcuni dei quali avevano e hanno tutto l’interesse a continuare a “mungere” le casse statali mantenendo alta l’instabilità interna.

Detto questo, è ovviamente troppo presto per pensare che tutto filerà liscio per al Sarraj. Constatato che le milizie di Misurata a lui fedeli hanno per ora il controllo pieno della capitale, che la loro frazione minoritaria guidata da Saleh Badi non ha sinora potuto che minacciare sfracelli, ma che si è rivelata impotente, c’è d’attendersi da un momento all’altro lo scoppio di tensioni, attentati, conflitti armati e persino battaglie. 

La “conquista di Tripoli” da parte di Feyez al Sarraj non si è ancora conclusa, si è solo consolidata a fronte di una reazione perdente e in ordine sparso dei suoi avversari. Solo quando la capitale sarà sotto il controllo permanente ed effettivo del nuovo esecutivo e delle sue milizie, al Sarraj potrà affrontare con i suoi vecchi e nuovi alleati l’immane compito che l’aspetta: la ricomposizione politica con la Cirenaica, l’accordo con Khalifa al Haftar, la riconquista di Bengasi, la ripresa del funzionamento dei terminali petroliferi e infine, ma non per ultimo, il contrasto armato con l’Isis.

Sul fronte petrolifero, peraltro, al Sarraj ha conquistato un netto vantaggio. Ieri infatti Ibraim al Jidiran, ras delle milizie di Brega che difendono le raffinerie e i terminali di Sidra e Las Lanuf, ha espressamente riconosciuto la sua autorità quale premier. Questo significa che – se non intervengono nuovi attacchi dell’Isis - queste fondamentali strutture petrolifere potranno iniziare a funzionare e a pompare denaro nelle casse della esausta Bank of Lybia. 

La notizia è di tale rilievo che Majid al Harari, portavoce della Noc, l’ente petrolifero di Stato libico, ha subito annunciato che, se questi terminali riprenderanno a funzionare “la esportazione di petrolio potrà passare dagli attuali 350.000 barili al giorno a 800.000” (la metà della produzione massima, regnante Gheddafi).

Davanti al nuovo governo libico si apre dunque un cammino arduo e impervio, sicuramente sanguinoso, che però parte da una base solida: quello che abbiamo definito il riuscito bluff di Martin Kobler, Paolo Gentiloni, Marco Minniti (e Giampiero Massolo) d’intesa col Marocco di re Mohammed VI°. Il primo, poco conosciuto dai media, è stato il co-autore, quale Capo di Gabinetto, del capolavoro politico compiuto dal Verde ed ex leader del ’68 Joschka Fischer che, quale ministro degli Esteri, inviò – da posizioni di sinistra - la Luftwaffe a bombardare Belgrado (!). 

Forte di una consolidata carriera internazionale, Kobler (d’intesa col governo italiano e con quello marocchino) ha capovolto lo schema del suo predecessore Bernardino Leòn. Ha cessato le estenuanti e inutili trattative con i vari potentati (che hanno però fruttato a Leon uno scandaloso contratto da 50.000 dollari al mese con uno di questi, gli Emirati Arabi Uniti) e ha “inventato” una soluzione tutta e solo formale.

Il Consiglio di Presidenza Libico, varato prima a Roma, sotto la regia di Paolo Gentiloni, e poi a Skhirat in Marocco sotto regia del governo di Rabat, si basava e si basa su un accordo con forze minoritarie. I due governi e i loro pletorici ministri sono effettivamente poco rappresentativi. Ma questo è stato giustamente valutato un elemento minore. Il punto di forza su cui hanno lavorato Kobler, Gentiloni, Minniti e il Marocco è stato innanzitutto quello di assicurarsi l’appoggio pieno e integrale di una consistente “massa critica” militare.

Lo scorso autunno, risulta a Huffington Post da fonte certa, una riunione di 29 capi milizie e leader tribali e politici si è tenuta in gran segreto a Roma e ha conseguito questo obiettivo. Su questa base concreta, concretissima, si è poi imbastito il “nation building creativo”. Abbandonato il miraggio della formazione di un accordo politico solido, di un esecutivo unitario che rappresentasse effettivamente le principali fazioni, allontanatosi finalmente Bernardino Leon, si è lavorato alla formazione di un esecutivo “apparente”, poco più che formale. 

Ma un esecutivo che potesse rispettare le fumose norme di diritto internazionale richieste dalla Carta dell’Onu e che tagliasse di netto il nodo gordiano del gioco d’interdizione messo in atto non solo da Tripoli e da Tobruk, ma anche e soprattutto dal Cairo e da Ankara. Fatah al Sisi e Tayyp Erdogan hanno infatti giocato in Libia una loro partita di egemonia sul mondo musulmano imperniata sulla fine o sul proseguimento dell’esistenza stessa dei Fratelli Musulmani. 

Al Sisi (con l’appoggio dell’Arabia Saudita che tiene materialmente in piedi l’Egitto con i suoi miliardi di dollari) intendeva e intende semplicemente eliminarli dalla scena politica egiziana, libica e dell’intera umma. La sconfitta secca e radicale dei Fratelli Musulmani che costituiscono la spina dorsale del governo di Tripoli era ed è quindi un suo obiettivo primario, conseguito anche e soprattutto attraverso il generale Khalifa al Haftar. 

Speculare il gioco di Erdogan che sa bene che una secca sconfitta del governo della Fratellanza Musulmana di Tripoli, dopo la caduta del presidente Morsi in Egitto, elimina ogni sua possibilità di “egemonia”, sulla sponda sud del Mediterraneo, sua esplicita ambizione personale.

A Roma e a Skhirat si è dunque costruito un accordo volutamente minoritario, con bassa rappresentatività popolare, ma gli si è data l’enorme forza derivante dall’intreccio tra una sua consistente componente militare e il riconoscimento internazionale da parte dell’Onu e della Ue. I tanti critici di questa strategia, soprattutto sui media, non hanno afferrato questa logica “creativa”, che però, almeno in questa prima fase, si sta dimostrando vincente. 

Questo, anche perché Kobler, Gentiloni, Minniti e il Marocco hanno dovuto combattere una silenziosa battaglia politica parallela contro chi a Washington, Londra e Parigi (ma anche a Roma), continuava a giocare pesantemente la carta dell’intervento militare internazionale. Carta motivata essenzialmente da basse ragioni elettorali interne e solide motivazioni petrolifere. 

Un quadro talmente scabroso che il presidente Mattarella ha dovuto farsene carico nei suoi incontri diretti con Barack Obama, a cui ha chiesto di mettere in sordina le voci dell’amministrazione Usa filo interventiste. Più complesso il gioco “contro” Londra e Parigi che hanno messo in atto iniziative militari al di là dello scandaloso. 

La battaglia per la riconquista di Bengasi che – finalmente - al Haftar ha quasi vinto, ha infatti visto il ruolo determinante in combattimento dei “consiglieri” francesi e inglesi. Questo, nonostante fosse chiarissimo che rafforzare Haftar, indeboliva tutta la costruzione imperniata su al Serraj, dal primo fortissimamente ostacolato.

Comunque sia, queste pulsioni elettoral-belliche di Londra e Parigi sono state infine rintuzzate e ridimensionate – con una forte pressione diretta di Kobler e una più sottile di Gentiloni - e si è imposta la logica del “bluff” imperniato su al Sarraj. Quanto all’intervento militare internazionale – che in Italia i media presentavano poche settimane fa come fosse cosa di ore, su indebita ispirazione di ambienti della Difesa, nonostante la contrarietà del ministro Pinotti - lo si posticipava nettamente nel tempo. Anche se, sempre a Roma, si lavorava e si lavora alla formazione di una larga coalizione militare internazionale, la Liam.

Di fatto, le dichiarazioni attendiste di Matteo Renzi sul punto, il suo rinviare molto avanti nel tempo questo intervento militare, nell’attesa di un consolidamento effettivo di al Sarraj, erano perfettamente omogenee alla strategia concordata con Gentiloni, Minniti, Kobler e il Marocco. Ma sono state necessarie per porre un freno alla isteria interventista che infuriava sui media, apertamente ispirata da “fonti” della Difesa, più attente a conquistare un ruolo e un peso nelle sedi militari internazionali che a perseguire una strategia vincente in Libia.

In buona sintesi, quello messo in atto oggi a Tripoli è proprio il “piano B” da tanti invocato sulla Libia, imperniato su una costruzione di ardita concezione strategica in cui l’elemento formale, somaticamente rappresentato dal debole al Sarraj, ha prevalso sugli scenari “di dottrina classica” basati sul “consenso e la rappresentatività” effettivi. 

La sostanza, nella strategia di Kobler, Minniti, Gentiloni e il Marocco, lo ribadiamo, è infatti rappresentata dalla fedele “massa critica” militare, saldamente intrecciata col pieno e totale riconoscimento formale da parte dell’Onu (e della Ue che segue disordinatamente, ma a ruota). Una novità concettuale di eccellente scuola.

U.S.A, FRANCIA, INGHILTERRA: IL GRANDE SACCHEGGGIO

Qualche mese fa si è presentato alla Corte di Appello di Roma il delegato di uno studio legale a nome di un cliente che proprio non riusciva a venire di persona: l’avvocato generale dello Stato libico, almeno a credere alla versione del suo rappresentante. In quell’incontro, e altri successivi, il legale italiano non è mai riuscito a dimostrare veramente che dietro di sé c’era un’istituzione sovrana libica, ammesso che qualcosa del genere oggi esista davvero. 

Ma chi lo ha incaricato conosceva bene il Paese, perché aveva richieste precise. Voleva entrare in possesso di una villa di Roma e di un conto bancario appartenuti a Muammar Gheddafi, perché ora sarebbero proprietà della Libia. Quei beni non sono particolarmente preziosi, almeno rispetto al resto. Il conto di Gheddafi in una banca romana vale circa un milione e 290 mila euro, ma ne ha discusso comunque il Comitato di Sicurezza Finanziaria: la Farnesina, il ministero dell’Economia, la Banca d’Italia, la Guardia di Finanza, i Carabinieri, l’Agenzia delle Dogane. 

La decisione alla fine è stata negativa: resta tutto sotto sequestro dei tribunali italiani, su mandato della Corte Penale Internazionale dell’Aja. Quell’episodio non ha lasciato traccia. Tutti però sono consapevoli che anch’esso è la spia di una realtà più vasta e complessa, attorno alla quale si combatte una parte fondamentale della battaglia per la Libia. Si tratta di una partita sotterranea, visibile solo a pochi, ma capace di produrre ripercussioni ogni giorno sulla sponda Sud del Mediterraneo. 

È inevitabile che sia così, perché la villa e il conto di Gheddafi a Roma sono una goccia nell’oceano del patrimonio della Libia. Quelle risorse sono l’oggetto di una sorda battaglia fra chi vorrebbe usarle per alimentare la guerra civile e chi cerca di proteggerle per la futura ricostruzione del Paese, aiutato dai cinque Paesi più coinvolti: Italia, Francia, Gran Bretagna, Spagna e Stati Uniti. 

Le partecipazioni del fondo sovrano Libyan Investment Authority (LIA) oggi valgono almeno 150 miliardi di dollari, anche se da anni manca una contabilità ufficiale. La lista dei titoli nel portafoglio della Lia fu resa nota nel 2011 dal miliardario franco-tunisino Tarak Ben Ammar, quando durante la rivoluzione emerse che una sua società maltese era in affari con la Lia di Gheddafi e con Trefinance, una controllata lussemburghese della Fininvest. 

E quell’elenco è lunghissimo, perché il regime di Gheddafi è crollato prima di riuscire a smobilizzare le sue partecipazioni e da allora nessuno sembra averne il controllo: quel portafoglio fu prima congelato su mandato internazionale, poi scongelato nel 2012 e da allora nessuno sembra davvero disporne. Il fondo sovrano libico ha il 3,2% di Pearson, il gruppo proprietario del Financial Times e co-proprietario dell’ Economist, ha quote in società americane della Difesa come Halliburton o del petrolio come Chevron e Exxon Mobil. 

In Francia è presente in un altro gruppo della difesa-aerospazio come Lagardère. E in Italia ha quote in alcuni dei gruppi maggiori. Dell’Eni la Lia ha probabilmente ancora l’1%; di Unicredit la banca centrale libica ha il 2,92 ed è il quinto socio; di Finmeccanica, il gruppo della difesa controllato dal Tesoro di Roma, la Lia ha il 2,01%. 

Ci sono poi ovviamente società minori come il gruppo milanese di tecnologie delle telecomunicazioni Retelit, del quale la Società libica di Poste e Telecomunicazioni ha il 14,8% ed è il primo azionista. Della Juventus invece la quota libica è ormai diluita sotto al 2%. 

Poi c’è la Banca centrale libica, molto più ricca e liquida del fondo sovrano: dispone di conti per circa 100 miliardi di dollari, frutto di decenni di surplus petroliferi, e quel tesoro giace in decine di depositi bancari Italia, in Europa e negli Stati Uniti. Secondo osservatori vicini a questo dossier, la banca centrale di Tripoli ha conti aperti a Unicredit, Intesa Sanpaolo, Bnp Paribas, Société Générale, Credit Agricole, e poi a Londra alla Hsbc, a Barclays e al Lloyd; a Wall Street, resta un conto alla Bank of New York Mellon. 

Su tutte queste risorse la tensione è massima. Molte restano dormienti, al punto che a volte le imprese coinvolte non sanno a chi pagare i dividendi. Sparsi per tutto il Medio Oriente, un gruppo di economisti e uomini di affari libici compone il “consiglio” della banca centrale di Tripoli e amministra le riserve. Secondo negoziatori occidentali esse sono in gran parte congelate. Secondo fonti libiche la banca centrale ne usa però i proventi per permettere al Paese di importare cibo e medicine. Non ci sono prove che quei fondi vengano usati anche per l’acquisto di armi. Ma se per ipotesi a prendere controllo della Libia alla fine fossero davvero le forze della jihad, arriverà il momento in cui anch’esse reclameranno i propri averi alle banche di Wall Street, della City, di Parigi, o di Milano. Federico Fubini per “la Repubblica”. Francesco Battistini per il Corriere della Sera. 

Esplora il significato del termine: Che puzza di marcio. Il palazzo fascista della Banca nazionale libica, dietro il balcone da cui s’affacciò Mussolini, è chiuso da giorni. Si specchia nel grande stagno a forma di Libia che fece scavare Gheddafi, una melma nera piena di rifiuti e buona solo per trovarci i vermi da pesca. Le anatre sguazzano, i guardiani della Banca preparano esche: da Malta, la direzione generale ha chiuso i rubinetti e da tre settimane la grande cassaforte di Tripoli che tutti finanziava è un verminaio, a secco come lo stagno. 

Non arrivano più gli stipendi per le milizie, né gli assegni per le famiglie dei martiri, né il welfare di cibo e medicine che almeno faceva circolare un po’ d’economia. I prezzi sono impazziti, l’inflazione galoppa. Per questo il nuovo premier sbarcato dal gommone, Fayez Al Serraj, l’altro giorno ha voluto ricevere subito il governatore centrale atterrato dalla Valletta, Saddek Elkaber. Precedenza assoluta su politici e Militari. 

Perché di governatori della Banca ce n’è tre come le Libie, uno per Tripoli, uno per Tobruk, uno per il Sud, e invece non può esserci unità nazionale senza un’unica Banca centrale: «La priorità è la stabilità economica, ha detto Serraj, altrimenti non si va da nessuna parte». I soldi, prima dei soldati. Il mandato ONU è chiaro: nonostante il caos, la Libia è una delle più ricche economie africane e certe adesioni ai nuovi padroni di Tripoli sono irrinunciabili. 

Dopo la Banca nazionale, venerdì è toccato alla PFG (Petroleum Facilities Guard) che controlla l’oro nero all’Est: «Appoggiamo Serraj — hanno detto le guardie dei pozzi — e sblocchiamo i terminal». Ieri, l’OK più atteso: la potente NOC (National Oil Corporation) ha promesso sostegno e il suo presidente, Mustafa Sanalla, ha plaudito alla risoluzione ONU 2278 che vieta «strutture parallele nell’esportazione del petrolio libico». 

Era la minaccia più urgente, peraltro non ancora sventata: la nascita in Cirenaica d’una «NOC-Bengasi», una compagnia del greggio uguale e contraria a quella tripolina, che di fatto ucciderebbe in culla il neonato governo d’unità. «La credibilità di Serraj -spiega Mohammad Al Maghrabi, 70 anni, ex consigliere della Banca Centrale- non si giocherà sulla richiesta d’interventi militari. 

Combattere l’IS va bene a tutti: molto più difficile, far ripartire un Paese che non sa nemmeno quanto sia ricco». La storica LIA (Libyan Investment Authority) gestisce fin dai tempi di Gheddafi un patrimonio che nessuno sa quantificare: 70 miliardi di dollari fra Europa Unita (?), USA e Africa, forse di più, molti ancora congelati. 

I surplus petroliferi sono sparsi in nove grandi banche, gl’investimenti libici sono nei colossi di tutto il mondo, da Siemens ad Allianz, da Orange a Vivendi, da Bayer a Deutsche Telekom, passando per Exxon Mobil, Basf, Chevron, Halliburton, il Financial Times, resort turistici, interi quartieri nelle grandi capitali, intere regioni agricole in Egitto… Solo in Italia, basta ricordare le quote in Unicredit, Eni, Finmeccanica, Enel, Fca, Juventus. 

«Proteggere la Libia è proteggere la sua cassaforte», dice l’economista Al-Maghrabi, ma il problema è che se nessuno sa chi ne controllerà il petrolio, meno ancora può dire del fondo sovrano.I conti sono messi quasi peggio della sicurezza. La storica Lia gestisce fin dai tempi di Gheddafi un patrimonio che nessuno sa quantificare: 70 miliardi di dollari fra Europa, USA e Africa, forse di più, molti ancora congelati. 

I surplus petroliferi sono sparsi in nove grandi banche, gl’investimenti libici sono nei colossi di tutto il mondo, da Siemens ad Allianz, da Orange a Vivendi, da Bayer a Deutsche Telekom, passando per Exxon Mobil, Basf, Chevron, Halliburton, il Financial Times, resort turistici, interi quartieri nelle grandi capitali, intere regioni agricole in Egitto… Solo in Italia, basta ricordare le quote in Unicredit, ENI, Finmeccanica, Enel, FCA (Fiat), A.S. Juventus. 

«Proteggere la Libia è proteggere la sua cassaforte», dice l’economista Al -Maghrabi, ma il problema è che se nessuno sa chi ne controllerà il petrolio, meno ancora può dire del fondo sovrano. Il solito caos: i grandi gruppi si chiedono a chi pagare i dividendi perché non è chiaro chi comandi, buona parte di Tobruk rivendica il controllo LIA, l’Alta Corte inglese qualche giorno fa ha sospeso il giudizio aspettando di capire chi la spunti a Tripoli e l’orgoglio finora rifiutava che NOC -mentre si prevede di tornare a produrre 800mila barili al giorno, contro i 350mila attuali (sotto Gheddafi s’arrivava a un miliardo e 740mila barili) - finisse a un governo «venuto da fuori». 

Truffe e corruzione, ognuno ha da raccontare qualcosa del Grande Saccheggio di quest’era d’anarchia. L’altro giorno, Serraj ha ricevuto i sindaci dell’hinterland di Tripoli e uno, Jamal Al Sriny, che amministra i 400mila abitanti di Suk El Jumaa, dove atterrano gli aerei a Mitiga, l’ha guardato negli occhi: «Sono anni che il governo non mi paga nemmeno l’affitto dell’aeroporto. Non ho soldi per scuole, ospedali, niente. Mi darai una mano?». Bella domanda.

THE PANAMA PAPERS

Giant Leak of Offshore Financial Records Exposes Global Array of Crime and Corruption

Millions of documents show heads of state, criminals and celebrities using ecret hideaways in tax havens. Behind the email chains, invoices and documents that make up the Panama Papers are often unseen victims of wrongdoing enabled by the shadowy offshore industry.

A massive leak of documents exposes the offshore holdings of 12 current and former world leaders and reveals how associates of Russian President Vladimir Putin secretly shuffled as much as $2 billion through banks and shadow companies. The leak also provides details of the hidden financial dealings of 128 more politicians and public officials around the world. The cache of 11.5 million records shows how a global industry of law firms and big banks sells financial secrecy to politicians, fraudsters and drug traffickers as well as billionaires, celebrities and sports stars.

These are among the findings of a yearlong investigation by the International Consortium of Investigative Journalists, German newspaper Süddeutsche Zeitung and more than 100 other news organizations. The files expose offshore companies controlled by the prime ministers of Iceland and Pakistan, the king of Saudi Arabia and the children of the president of Azerbaijan. They also include at least 33 people and companies blacklisted by the U.S. government because of evidence that they’d been involved in wrongdoing, such as doing business with Mexican drug lords, terrorist organizations like Hezbollah or rogue nations like North Korea and Iran.

One of those companies supplied fuel for the aircraft that the Syrian government used to bomb and kill thousands of its own citizens, U.S. authorities have charged. “These findings show how deeply ingrained harmful practices and criminality are in the offshore world,” said Gabriel Zucman, an economist at the University of California, Berkeley and author of “The Hidden Wealth of Nations: The Scourge of Tax Havens.” Zucman, who was briefed on the media partners’ investigation, said the release of the leaked documents should prompt governments to seek “concrete sanctions” against jurisdictions and institutions that peddle offshore secrecy.

World leaders who have embraced anti-corruption platforms feature in the leaked documents. The files reveal offshore companies linked to the family of China’s top leader, Xi Jinping, who has vowed to fight “armies of corruption,” as well as Ukrainian President Petro Poroshenko, who has positioned himself as a reformer in a country shaken by corruption scandals. The files also contain new details of offshore dealings by the late father of British Prime Minister David Cameron, a leader in the push for tax-haven reform.

The leaked data covers nearly 40 years, from 1977 through the end of 2015. It allows a never -before- seen view inside the offshore world -providing a day-to-day, decade-by-decade look at how dark money flows through the global financial system, breeding crime and stripping national treasuries of tax revenues.

Most of the services the offshore industry provides are legal if used by the law abiding. But the documents show that banks, law firms and other offshore players have often failed to follow legal requirements that they make sure their clients are not involved in criminal enterprises, tax dodging or political corruption. In some instances, the files show, offshore middlemen have protected themselves and their clients by concealing suspect transactions or manipulating official records.