Monday, April 4

U.S.A, FRANCIA, INGHILTERRA: IL GRANDE SACCHEGGGIO

Qualche mese fa si è presentato alla Corte di Appello di Roma il delegato di uno studio legale a nome di un cliente che proprio non riusciva a venire di persona: l’avvocato generale dello Stato libico, almeno a credere alla versione del suo rappresentante. In quell’incontro, e altri successivi, il legale italiano non è mai riuscito a dimostrare veramente che dietro di sé c’era un’istituzione sovrana libica, ammesso che qualcosa del genere oggi esista davvero. 

Ma chi lo ha incaricato conosceva bene il Paese, perché aveva richieste precise. Voleva entrare in possesso di una villa di Roma e di un conto bancario appartenuti a Muammar Gheddafi, perché ora sarebbero proprietà della Libia. Quei beni non sono particolarmente preziosi, almeno rispetto al resto. Il conto di Gheddafi in una banca romana vale circa un milione e 290 mila euro, ma ne ha discusso comunque il Comitato di Sicurezza Finanziaria: la Farnesina, il ministero dell’Economia, la Banca d’Italia, la Guardia di Finanza, i Carabinieri, l’Agenzia delle Dogane. 

La decisione alla fine è stata negativa: resta tutto sotto sequestro dei tribunali italiani, su mandato della Corte Penale Internazionale dell’Aja. Quell’episodio non ha lasciato traccia. Tutti però sono consapevoli che anch’esso è la spia di una realtà più vasta e complessa, attorno alla quale si combatte una parte fondamentale della battaglia per la Libia. Si tratta di una partita sotterranea, visibile solo a pochi, ma capace di produrre ripercussioni ogni giorno sulla sponda Sud del Mediterraneo. 

È inevitabile che sia così, perché la villa e il conto di Gheddafi a Roma sono una goccia nell’oceano del patrimonio della Libia. Quelle risorse sono l’oggetto di una sorda battaglia fra chi vorrebbe usarle per alimentare la guerra civile e chi cerca di proteggerle per la futura ricostruzione del Paese, aiutato dai cinque Paesi più coinvolti: Italia, Francia, Gran Bretagna, Spagna e Stati Uniti. 

Le partecipazioni del fondo sovrano Libyan Investment Authority (LIA) oggi valgono almeno 150 miliardi di dollari, anche se da anni manca una contabilità ufficiale. La lista dei titoli nel portafoglio della Lia fu resa nota nel 2011 dal miliardario franco-tunisino Tarak Ben Ammar, quando durante la rivoluzione emerse che una sua società maltese era in affari con la Lia di Gheddafi e con Trefinance, una controllata lussemburghese della Fininvest. 

E quell’elenco è lunghissimo, perché il regime di Gheddafi è crollato prima di riuscire a smobilizzare le sue partecipazioni e da allora nessuno sembra averne il controllo: quel portafoglio fu prima congelato su mandato internazionale, poi scongelato nel 2012 e da allora nessuno sembra davvero disporne. Il fondo sovrano libico ha il 3,2% di Pearson, il gruppo proprietario del Financial Times e co-proprietario dell’ Economist, ha quote in società americane della Difesa come Halliburton o del petrolio come Chevron e Exxon Mobil. 

In Francia è presente in un altro gruppo della difesa-aerospazio come Lagardère. E in Italia ha quote in alcuni dei gruppi maggiori. Dell’Eni la Lia ha probabilmente ancora l’1%; di Unicredit la banca centrale libica ha il 2,92 ed è il quinto socio; di Finmeccanica, il gruppo della difesa controllato dal Tesoro di Roma, la Lia ha il 2,01%. 

Ci sono poi ovviamente società minori come il gruppo milanese di tecnologie delle telecomunicazioni Retelit, del quale la Società libica di Poste e Telecomunicazioni ha il 14,8% ed è il primo azionista. Della Juventus invece la quota libica è ormai diluita sotto al 2%. 

Poi c’è la Banca centrale libica, molto più ricca e liquida del fondo sovrano: dispone di conti per circa 100 miliardi di dollari, frutto di decenni di surplus petroliferi, e quel tesoro giace in decine di depositi bancari Italia, in Europa e negli Stati Uniti. Secondo osservatori vicini a questo dossier, la banca centrale di Tripoli ha conti aperti a Unicredit, Intesa Sanpaolo, Bnp Paribas, Société Générale, Credit Agricole, e poi a Londra alla Hsbc, a Barclays e al Lloyd; a Wall Street, resta un conto alla Bank of New York Mellon. 

Su tutte queste risorse la tensione è massima. Molte restano dormienti, al punto che a volte le imprese coinvolte non sanno a chi pagare i dividendi. Sparsi per tutto il Medio Oriente, un gruppo di economisti e uomini di affari libici compone il “consiglio” della banca centrale di Tripoli e amministra le riserve. Secondo negoziatori occidentali esse sono in gran parte congelate. Secondo fonti libiche la banca centrale ne usa però i proventi per permettere al Paese di importare cibo e medicine. Non ci sono prove che quei fondi vengano usati anche per l’acquisto di armi. Ma se per ipotesi a prendere controllo della Libia alla fine fossero davvero le forze della jihad, arriverà il momento in cui anch’esse reclameranno i propri averi alle banche di Wall Street, della City, di Parigi, o di Milano. Federico Fubini per “la Repubblica”. Francesco Battistini per il Corriere della Sera. 

Esplora il significato del termine: Che puzza di marcio. Il palazzo fascista della Banca nazionale libica, dietro il balcone da cui s’affacciò Mussolini, è chiuso da giorni. Si specchia nel grande stagno a forma di Libia che fece scavare Gheddafi, una melma nera piena di rifiuti e buona solo per trovarci i vermi da pesca. Le anatre sguazzano, i guardiani della Banca preparano esche: da Malta, la direzione generale ha chiuso i rubinetti e da tre settimane la grande cassaforte di Tripoli che tutti finanziava è un verminaio, a secco come lo stagno. 

Non arrivano più gli stipendi per le milizie, né gli assegni per le famiglie dei martiri, né il welfare di cibo e medicine che almeno faceva circolare un po’ d’economia. I prezzi sono impazziti, l’inflazione galoppa. Per questo il nuovo premier sbarcato dal gommone, Fayez Al Serraj, l’altro giorno ha voluto ricevere subito il governatore centrale atterrato dalla Valletta, Saddek Elkaber. Precedenza assoluta su politici e Militari. 

Perché di governatori della Banca ce n’è tre come le Libie, uno per Tripoli, uno per Tobruk, uno per il Sud, e invece non può esserci unità nazionale senza un’unica Banca centrale: «La priorità è la stabilità economica, ha detto Serraj, altrimenti non si va da nessuna parte». I soldi, prima dei soldati. Il mandato ONU è chiaro: nonostante il caos, la Libia è una delle più ricche economie africane e certe adesioni ai nuovi padroni di Tripoli sono irrinunciabili. 

Dopo la Banca nazionale, venerdì è toccato alla PFG (Petroleum Facilities Guard) che controlla l’oro nero all’Est: «Appoggiamo Serraj — hanno detto le guardie dei pozzi — e sblocchiamo i terminal». Ieri, l’OK più atteso: la potente NOC (National Oil Corporation) ha promesso sostegno e il suo presidente, Mustafa Sanalla, ha plaudito alla risoluzione ONU 2278 che vieta «strutture parallele nell’esportazione del petrolio libico». 

Era la minaccia più urgente, peraltro non ancora sventata: la nascita in Cirenaica d’una «NOC-Bengasi», una compagnia del greggio uguale e contraria a quella tripolina, che di fatto ucciderebbe in culla il neonato governo d’unità. «La credibilità di Serraj -spiega Mohammad Al Maghrabi, 70 anni, ex consigliere della Banca Centrale- non si giocherà sulla richiesta d’interventi militari. 

Combattere l’IS va bene a tutti: molto più difficile, far ripartire un Paese che non sa nemmeno quanto sia ricco». La storica LIA (Libyan Investment Authority) gestisce fin dai tempi di Gheddafi un patrimonio che nessuno sa quantificare: 70 miliardi di dollari fra Europa Unita (?), USA e Africa, forse di più, molti ancora congelati. 

I surplus petroliferi sono sparsi in nove grandi banche, gl’investimenti libici sono nei colossi di tutto il mondo, da Siemens ad Allianz, da Orange a Vivendi, da Bayer a Deutsche Telekom, passando per Exxon Mobil, Basf, Chevron, Halliburton, il Financial Times, resort turistici, interi quartieri nelle grandi capitali, intere regioni agricole in Egitto… Solo in Italia, basta ricordare le quote in Unicredit, Eni, Finmeccanica, Enel, Fca, Juventus. 

«Proteggere la Libia è proteggere la sua cassaforte», dice l’economista Al-Maghrabi, ma il problema è che se nessuno sa chi ne controllerà il petrolio, meno ancora può dire del fondo sovrano.I conti sono messi quasi peggio della sicurezza. La storica Lia gestisce fin dai tempi di Gheddafi un patrimonio che nessuno sa quantificare: 70 miliardi di dollari fra Europa, USA e Africa, forse di più, molti ancora congelati. 

I surplus petroliferi sono sparsi in nove grandi banche, gl’investimenti libici sono nei colossi di tutto il mondo, da Siemens ad Allianz, da Orange a Vivendi, da Bayer a Deutsche Telekom, passando per Exxon Mobil, Basf, Chevron, Halliburton, il Financial Times, resort turistici, interi quartieri nelle grandi capitali, intere regioni agricole in Egitto… Solo in Italia, basta ricordare le quote in Unicredit, ENI, Finmeccanica, Enel, FCA (Fiat), A.S. Juventus. 

«Proteggere la Libia è proteggere la sua cassaforte», dice l’economista Al -Maghrabi, ma il problema è che se nessuno sa chi ne controllerà il petrolio, meno ancora può dire del fondo sovrano. Il solito caos: i grandi gruppi si chiedono a chi pagare i dividendi perché non è chiaro chi comandi, buona parte di Tobruk rivendica il controllo LIA, l’Alta Corte inglese qualche giorno fa ha sospeso il giudizio aspettando di capire chi la spunti a Tripoli e l’orgoglio finora rifiutava che NOC -mentre si prevede di tornare a produrre 800mila barili al giorno, contro i 350mila attuali (sotto Gheddafi s’arrivava a un miliardo e 740mila barili) - finisse a un governo «venuto da fuori». 

Truffe e corruzione, ognuno ha da raccontare qualcosa del Grande Saccheggio di quest’era d’anarchia. L’altro giorno, Serraj ha ricevuto i sindaci dell’hinterland di Tripoli e uno, Jamal Al Sriny, che amministra i 400mila abitanti di Suk El Jumaa, dove atterrano gli aerei a Mitiga, l’ha guardato negli occhi: «Sono anni che il governo non mi paga nemmeno l’affitto dell’aeroporto. Non ho soldi per scuole, ospedali, niente. Mi darai una mano?». Bella domanda.