Saturday, May 27

2018-2020 BALKANS IN FIRE: RETURNING FOREIGN FIGHTERS

Those "Reports" explores the Security challenges posed by foreign fighter returnees. It argues that—contrary to popular belief—most foreign fighters do not die on battlefields or travel from conflict to conflict


This means that Law Enforcement, Intelligence, and other Security Officials should expect unprecedented numbers of returnees from Afghanistan, Indonesia, Africa, Mali, Libya, Syria and Iraq should a ceasefire hold. 

The challenge posed by returnees is threefold: Recidivism rates are uncertain, law enforcement cannot manage the numbers of prospective returnees alone, and returnees from non-Western countries also pose a threat to the United States. 

Findings suggest that a global architecture should be put in place to mitigate the threats from foreign fighter returnees.

Friday, May 26

MONTENEGRO I S.A.D. SU NA IZUZETNE RELACIJAMA


TAORMINA HOLYDAY FOR EVERYBODY

Finalmente potremo vedere la family photo dei leaders nella suggestiva cornice del Teatro greco, degna location per l’incontro tra le personalità più influenti del pianeta. Eppure, siamo proprio sicuri che il G7 sia ancora una rappresentazione fedele dei rapporti di forza mondiali a livello geopolitico ed economico? 

Il formato “a sette” (seppur con l’inclusione dell’Unione europea come ottavo membro de facto, e al netto dell’espulsione della Russia dopo i noti fatti del 2014) appare dopo tanti anni assai logoro, superato dall’emergere di nuove potenze e dalla nascita di nuovi forum multilaterali come il G20. Un’irrilevanza che sembra avere subìto un brusco aggravamento negli ultimi mesi con l’irruzione sulla scena internazionale di un presidente come Donald Trump, estraneo alle liturgie dei grandi incontri a livello mondiale. 

Al netto di alcune incertezze, cambiamenti repentini di opinione, e alcuni errori diplomatici, stiamo assistendo alla nascita – seppur a livello ancora embrionale – di un “G3 informale”, che si sviluppa intorno a Stati Uniti, Russia e Cina. Fino a oggi, il più importante incontro bilaterale di Trump è stato con Xi Jinping nella sua residenza di villeggiatura a Mar-a-Lago, ed è stato un vertice che ha preso atto della coabitazione e cogestione della regione del Pacifico tra Washington e Pechino. 

La tenuta di questa convergenza di interessi potrebbe essere messa a dura prova nei prossimi mesi dalla questione nordcoreana, che nei fatti rappresenta una spina nel fianco della Cina, tradizionale protettore del regime stalinista di Pyong-yang; eppure l’individuazione di un asse con gli Stati Uniti rappresenta potenzialmente un architrave fondamentale dell’architettura geopolitica dei prossimi anni.
   
Lo stesso si può dire di una ritrovata intesa, sulla base di un pragmatico realismo, tra Washington e la Russia: nonostante un vero e proprio “disgelo” non sia ancora avvenuto a causa delle numerose polemiche che si sono diffuse di recente in patria, da parte di Trump rimane il desiderio di ammorbidire i rapporti con Putin, di cui sembra subirne il fascino dell’“uomo forte”.
   
L’assenza di Europa e Onu. Per quattro dei sette capi di Stato e di governo riuniti oggi venerdì 16 maggio e domani sabato 27 a Taormina, in Sicilia, questo vertice del G7 è una "prima volta": questo vale, scrivono gli inviati del quotidiano "Le Monde" Marc Semo e Bastien Bonnefous, sia per il presidente USA Donald Trump che per il neo eletto presidente francese Emmanuel Macron, come pure per il Primo ministro britannico Theresa May e per Paolo Gentiloni, il presidente del Consiglio dell’Italia che è il paese organizzatore dell'incontro. I temi che verranno trattati sono invece in larga parte simili a quelli affrontati ieri giovedì 25 a Bruxelles al vertice dell'Alleanza atlantica (NATO): la giornata di oggi sarà dominata dalle questioni della sicurezza e della difesa, e poi da quelli dell'economia. 

Gentiloni ha annunciato che dal vertice uscirà un messaggio "di impegno comune ed eccezionale contro il terrorismo" da parte dei sette paesi più industrializzati del mondo occidentale (Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Canada). Domani invece sarà avviato un dialogo allargato, centrato in particolare sull'Africa e sullo sviluppo, a cui sono stati invitati i leader di cinque paesi africani (Etiopia, Kenya, Niger, Nigeria e Tunisia). 

L’essenziale della dichiarazione finale del vertice è già stato messo a punto da diversi giorni, preparato in anticipo dagli "sherpa" delle diverse diplomazie; ma la politica della nuova amministrazione Usa sta provocando incertezza su due questioni-chiave: la Casa Bianca infatti mostra apertamente la sua opposizione all’accordo di Parigi sul clima, e minaccia di non applicarlo o addirittura di ritirarsi dal trattato; inoltre ha espresso volontà protezioniste, presentate come una "lotta contro le pratiche commerciali sleali in materia di scambi internazionali". 

"Le discussioni andranno avanti per tutta la notte", dicono al "Monde" fonti dell’Eliseo, secondo cui non si può escludere che il vertice alla fine partorisca una dichiarazione finale "minima", svuotata di significato. La responsabilità di trovare un compromesso ricade sul paese ospite, l'Italia, ed al ministero degli Esteri italiano sanno come conciliare l'inconciliabile. "L’approccio resta quello della massima apertura", hanno detto al "Monde" fonti della Farnesina: "Quel che vogliamo evitare è di dare l’impressione che sei paesi fanno blocco contro un settimo".

Di fronte a un simile riassetto dei rapporti di forza globali, che potrebbe esautorare l’Unione europea e i suoi principali stati membri, il G7 rischia dunque di essere derubricato a una semplice riunione tra soci di un vecchio circolo elitario. In questo scenario c’è il rischio che Donald Trump venga in Italia con l’obiettivo primario di godere delle straordinarie bellezze siciliane e di battere cassa con il suo omologo Gentiloni e con gli altri partner europei sul dossier relativo all’aumento dei contributi al budget NATO. 

La congiuntura attuale, con il Regno Unito ormai sempre più lanciato verso una Hard Brexit, una Francia il cui nuovo assetto politico è ancora in via di definizione, e un Canada con un peso specifico troppo piccolo per poter spostare gli equilibri, sembra destinata a condannare il G7 all’irrilevanza, schiacciato tra il G20 che è ormai divenuto il forum principale per la gestione della governance economica e un inedito G3 con una sostanziale suddivisione delle aree di influenza cruciali sul pianeta: Atlantico, Pacifico e Mediterraneo.

Come se non bastasse, accanto al G3 della “geopolitica” si sta affiancando quello delle grandi società multilaterali della comunicazione. Apple, Google e Facebook sono i tre giganti che controllano ormai la gran parte dei flussi informativi globali, contribuendo a veicolare istantaneamente ogni giorno notizie vere o false o costruite ad arte per dare fiato ai movimenti populisti che in molti paesi occidentali stanno provocando una destabilizzazione dell’ordine mondiale. Non è esagerato immaginare un G3 dell’Ict e dei media che avrà un’influenza diretta sulla vita dei cittadini in molti casi molto più pesante rispetto alle decisioni prese dai singoli stati nazionali o anche da gruppi di essi. 

In questo contesto, a perderci siamo soprattutto noi europei e le organizzazioni internazionali “strutturate” facenti parte del sistema delle Nazioni Unite. Unione europea e Onu sono i grandi assenti di questo processo di ridistribuzione del potere globale, con effetti che potrebbero essere molto negativi nel medio periodo, riducendo i paesi europei e il resto del mondo – India compresa – alla sostanziale irrilevanza nella gestione dei grandi affari multilaterali. Il compito che attende Gentiloni a Taormina è dunque arduo, anche se cela delle opportunità interessanti per l’Italia per quanto riguarda ad esempio la soluzione dell’emergenza migratoria e umanitaria nel Mediterraneo e dei focolai di crisi in Medio oriente. 

Thursday, May 4

May 04, 1980 JOSIP BROZ TITO IS DEAD

(Steta Stari moj Dragi da si se potpun pogresio)

No country of people's democracy has so many nationalities as this country has. Only in Czechoslovakia do there exist two kindred nationalities, while in some of the other countries there are only minorities. Consequently in these countries of people's democracy there has been no need to settle such serious problems as we have had to settle here. With them the road to socialism is less complicated than is the case here. 

With them the basic factor is the class issue, with us it is both the nationalities and the class issue. The reason why we were able to settle the nationalities question so thoroughly is to be found in the fact that it had begun to be settled in a revolutionary way in the course of the Liberation War, in which all the nationalities in the country participated, in which every national group made its contribution to the general effort of liberation from the occupier according to its capabilities. 

Neither the Macedonians nor any other national group which until then had been oppressed obtained their national liberation by decree. They fought for their national liberation with rifle in hand. The role of the Communist Party lay in the first place in the fact that it led that struggle, which was a guarantee that after the war the national question would be settled decisively in the way the communists had conceived long before the war and during the war. 

The role of the Communist Party in this respect today, in the phase of building socialism, lies in making the positive national factors a stimulus to, not a brake on, the development of socialism in our country. The role of the Communist Party today lies in the necessity for keeping a sharp lookout to see that national chauvinism does not appear and develop among any of the nationalities. The Communist Party must always endeavour, and does endeavour, to ensure that all the negative phenomena of nationalism disappear and that people are educated in the spirit of internationalism. 

What are the phenomena of nationalism? Here are some of them: 1) National egoism, from which many other negative traits of nationalism are derived, as for example — a desire for foreign conquest, a desire to oppress other nations, a desire to impose economic exploitation upon other nations, and so on; 2) national-chauvinism which is also a source of many other negative traits of nationalism, as for example national hatred, the disparagement of other nations, the disparagement of their history, culture, and scientific activities and scientific achievements, and so on, the glorification of developments in their own history that were negative and which from our Marxist point of view are considered negative. 

 And what are these negative things? Wars of conquest are negative, the subjugation and oppression of other nations is negative, economic exploitation is negative, colonial enslavement is negative, and so on. All these things are accounted negative by Marxism and condemned. All these phenomena of the past can, it is true, be explained, but from our point of view they can never be justified. In a socialist society such phenomena must and will disappear. In the old Yugoslavia national oppression by the great-Serb capitalist clique meant strengthening the economic exploitation of the oppressed peoples. 

This is the inevitable fate of all who suffer from national oppression. In the new, socialist Yugoslavia the existing equality of rights for all nationalities has made it impossible for one national group to impose economic exploitation upon another. That is because hegemony of one national group over another no longer exists in this country. Any such hegemony must inevitably bring with it, to some degree or other, in one form or another, economic exploitation; and that would be contrary to the principles upon which socialism rests. 

Only economic, political, cultural, and universal equality of rights can make it possible for us to grow in strength in these tremendous endeavours of our community. Our sacrifices are terrible. I can safely say that there is no other part of the world which has been devastated on a vaster scale than Yugoslavia. Every tenth Yugoslav has perished in this struggle in which we were forced to wrest armaments from our enemies, to freeze without clothing, and to die without medication. Nevertheless our optimism and faith have proved justified. 

The greatest gain of this conflict between democracy and fascism lies in the fact that it has drawn together everything that was good in humanity. The unity of the United States, the Soviet Union and Great Britain is the best guarantee to the peoples of the world that Nazi horrors will never again be repeated. (Tito)