Tuesday, March 31

COVIN 19 - 50.000 MORTI, E PIU', IN ITALIA,GRIDERANNO GIUSTIZIA

 
Le strade di Bergamo sono vuote. Come in tutt’Italia, le persone possono lasciare le proprie case solo per comprare cibo e medicine, o per andare al lavoro. Fabbriche, negozi e scuole sono chiusi. Non si sente più chiacchierare agli angoli delle strade o ai tavolini dei caffè. Ciò che si sente di continuo, senza sosta, sono le sirene.
 
Mentre l’attenzione dei vari Paesi del mondo si sposta sui propri centri di contagio, le sirene continuano a suonare. Come quelle che segnalavano i bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, molti sopravvissuti a questo conflitto ne ricorderanno le sirene. Risuonano più forte mentre si avvicinano, venute a raccogliere genitori e nonni, i custodi della memoria italiana.
 
I nipoti salutano dalle terrazze, mariti e mogli si siedono agli angoli di letti ormai vuoti. E poi le sirene ricominciano a suonare, affievolendosi quando le ambulanze si allontanano, dirette verso ospedali stipati di malati di coronavirus. “Ormai a Bergamo si sentono solo le sirene”, ha osservato Michela Travelli.
 
Il 7 marzo, suo padre, Claudio Travelli, 60 anni, guidava un camioncino che consegnava generi alimentari in tutto il Nord Italia. Il giorno seguente, ha iniziato ad avere febbre e sintomi influenzali. Sua moglie aveva avuto la febbre nei giorni precedenti, quindi ha chiamato il medico di base, che le ha detto di prendere una tachipirina e di riposare. Per gran parte del mese precedente, la classe dirigente italiana aveva mandato messaggi contraddittori sul virus.
 
 
Ma a Travelli la febbre non si è abbassata e le sue condizioni si sono fatte più preoccupanti. Venerdì 13 marzo ha sentito una pressione insopportabile al petto e ha iniziato ad avere conati di vomito. La febbre era altissima e la sua famiglia ha chiamato un’ambulanza. I soccorritori hanno rilevato bassi livelli di ossigeno nel suo sangue ma, seguendo le raccomandazioni degli ospedali di Bergamo, gli hanno consigliato di stare a casa. “Hanno detto: ‘abbiamo visto di peggio e gli ospedali sono come le trincee in una guerra’”, ha riferito la signora Travelli.
 
Un altro giorno in casa ha portato a un’altra notte di attacchi di tosse e febbre. Domenica, Travelli si è svegliato in lacrime, dicendo “Sono malato, non ce la faccio più”, ha ricordato sua figlia. Ha preso un’altra tachipirina, ma la febbre è salita a più di 39 e la sua pelle ha assunto un colore giallastro.
 
Questa volta, quando è arrivata l’ambulanza, le sue due figlie, entrambe indossando guanti e mascherina, hanno preparato una borsa con due pigiami, una bottiglia d’acqua, un caricabatterie e un cellulare. I livelli di ossigeno nel sangue del padre erano crollati.
 
I volontari della Croce Rossa si sono chinati su di lui mentre stava steso sul letto, sotto a un dipinto della Vergine Maria. L’hanno portato in ambulanza. Le sue nipoti, di tre e sei anni, l’hanno salutato dalla terrazza. Lui ha alzato lo sguardo verso di loro, verso i balconi da cui sventolavano bandiere italiane. Poi l’ambulanza se ne è andata e non si è sentito più nulla. “Solo la polizia e le sirene”, ha detto sua figlia. I soccorritori che si erano occupati di Travelli avevano iniziato presto quella mattina.
“Non possiamo essere noi gli untori”, ha detto Nadia Vallati, 41 anni, una volontaria della Croce Rossa che di giorno lavora all’ufficio delle imposte, riferendosi a coloro che venivano accusati di diffondere la peste nel diciassettesimo secolo. Dopo essersi disinfettati, Vallati e i suoi colleghi aspettano che suoni l’allarme nella loro sede. Non ci mette mai molto.
 
Indistinguibili l’uno dall’altro nei camici medici che indossano sopra alle loro tute rosse, i volontari sono entrati in casa di Travelli il 15 marzo trasportando delle bombole d’ossigeno. “Sempre con l’ossigeno”, ha detto Vallati.
 
Uno dei rischi principali per i malati di coronavirus è l’ipossiemia, il basso livello di ossigeno nel sangue. I livelli medi a condizioni normali sono di 95-100 e i medici si preoccupano quando il valore scende sotto i 90.
 
Vallati ha detto che le è già capitato di riscontrare in malati di coronavirus anche livelli intorno ai 50. Hanno le labbra blu. La punta delle loro dita diventa viola. Fanno respiri rapidi e superficiali e usano i muscoli dello stomaco per inspirare. I loro polmoni sono troppo deboli.
 
In molti degli appartamenti che gli operatori visitano, i pazienti sono aggrappati a piccole bombole di ossigeno, grandi circa come quelle per gasare l'acqua, che i familiari hanno procurato loro su ricetta del medico. Stanno nel letto accanto a loro. Mangiano con loro al tavolo della cucina. Guardano con loro, sul divano, i bollettini serali dei morti e dei contagiati italiani.
 
Il 15 marzo, Vallati ha messo la sua mano, avvolta da due strati di lattice blu, sul petto di Teresina Coria, 88 anni, mentre le veniva misurato il livello di ossigeno nel sangue. Il giorno seguente Antonio Amato, nonostante i suoi 40 anni, stava seduto sulla sua poltrona e stringeva la sua bombola di ossigeno mentre i suoi bambini, che non poteva stringere per paura di contagiarli, lo salutavano dall’altro lato della stanza.

Un sabato, Vallati si è trovata nella stanza di un uomo di 90 anni. Ha chiesto alle sue nipoti se il nonno avesse avuto contatti con qualcuno positivo al coronavirus. Sì, hanno detto, con suo figlio, loro padre, che era morto il mercoledì. La loro nonna, le hanno detto, era stata portata via venerdì ed era in condizioni critiche.
 
Non piangevano, ha detto, perché “non avevano più lacrime”. Durante un altro turno in Val Seriana, duramente colpita dall’infezione, Vallati ha raccontato di aver portato via una donna di circa 80 anni. Suo marito, con cui era sposata da decenni, ha chiesto di darle un bacio per salutarla. Ma Vallati gliel’ha negato, perché il rischio di contagio era troppo alto. La donna ha raccontato che mentre i volontari portavano via sua moglie, l’uomo è entrato in un’altra stanza e ha chiuso la porta dietro di sé.
 
I casi sospetti vengono portati in ospedale, ma gli ospedali stessi non sono più luoghi sicuri. A Bergamo il primo caso di coronavirus è stato diagnosticato nell’ospedale Pesenti Fenaroli di Alzano Lombardo.
 
 
Il sindaco Gori ha spiegato come i contagi abbiano devastato la sua città e portato al limite uno dei sistemi sanitari più ricchi e sofisticati in Europa. I medici stimano che 70.000 persone nella provincia abbiano il virus. Bergamo ha dovuto far trasportare 400 corpi in altre province, regioni e Paesi perché i posti erano esauriti. “Se devo identificare una scintilla,” ha detto, “è l’ospedale”.
 
Quando arriva un’ambulanza, i soccorritori procedono con estrema cautela. Solo uno dei tre, il responsabile della squadra, accompagna il paziente all’interno. Se il paziente è pesante, qualcun altro lo aiuta. Lo scorso fine settimana, un gruppo di dottori dell’ospedale di Bergamo ha scritto in una rivista di medicina associata con il New England Journal of Medicine, “stiamo apprendendo che gli ospedali possono essere i primi vettori di Covid-19”, visto che “sono così densamente popolati da pazienti infetti e facilitano la trasmissione a pazienti non infetti”.
 
Le ambulanze e il personale addetto vengono infettati, hanno scritto, ma questi possono non mostrare sintomi e diffondere ulteriormente il virus. Per questo i medici hanno chiesto di evitare di portare i pazienti in ospedale salvo in casi di estrema necessità.
 
Ma Vallati ha detto che per i casi più gravi non hanno avuto scelta. Gli autori dell’articolo lavorano all’ospedale Papa Giovanni XXIII a Bergamo, dove la squadra di Vallati ha trasportato molti dei malati.
 
Il Dottor Ivano Riva, un anestesista, ha spiegato che l’ospedale accoglieva circa 60 nuovi malati di coronavirus al giorno. Ha detto che vengono sottoposti a un test, ma a questo punto l’evidenza clinica - la tosse, i bassi livelli di ossigeno, la febbre - è un indicatore migliore, soprattutto perché il 30% dei test ha prodotto dei falsi negativi.
 
 
Il Dottor Riva ha spiegato che delle 101 persone che compongono lo staff medico del suo ospedale, 26 erano a casa con il virus. “È una situazione che nessuno ha mai visto, penso in nessun altro Paese al mondo”, ha detto.
 
Se le persone non stanno a casa, ha detto, “il sistema cederà”.
 
I suoi colleghi hanno scritto nell'articolo che i letti in terapia intensiva sono riservati ai malati di coronavirus con “una possibilità ragionevole di sopravvivere”. I pazienti più anziani, hanno scritto, “non vengono rianimati e muoiono da soli”.
 
Travelli è finito al vicino ospedale Humanitas Gavazzeni, dove, dopo un falso negativo, è risultato positivo al virus. È ancora vivo.
 
“Papi sei stato fortunato perché hai trovato un letto - ora devi combattere, combattere, combattere”, gli ha detto sua figlia Michela in una telefonata, l’ultima prima che gli mettessero un casco per aiutarlo a respirare. “Era spaventato”, ha detto. “Credeva di essere sul punto di morire”.

Intanto, la signora Travelli ha aggiunto di essere stata messa in quarantena e che aveva perso il senso del gusto, un disturbo frequente tra le persone che pur non mostrando sintomi sono state a stretto contatto con il virus. Così tante persone stanno morendo, così velocemente, che le camere mortuarie dell’ospedale e gli addetti delle pompe funebri non riescono a reggere il ritmo. “Trasportiamo i morti dalla mattina alla sera, uno dopo l’altro, costantemente,” ha detto Vanda Piccioli, che dirige una delle ultime agenzie di pompe funebri rimaste aperte. Altre hanno chiuso dopo che i loro direttori si sono ammalati, alcuni finendo anche in terapia intensiva. “In genere onoriamo i defunti. Ora è come una guerra e noi ne raccogliamo le vittime”.
 
 
Ha spiegato che il suo staff trasporta 60 corpi infetti al giorno, dall’ospedale Papa Giovanni e quello di Alzano, dalle cliniche, dalle case di riposo e dagli appartamenti. “È difficile per noi trovare guanti e maschere”, ha detto. “Siamo una categoria nell’ombra”.
 
Piccioli ha aggiunto che all’inizio cercavano di restituire gli effetti personali dei defunti, raccolti in sacchetti di plastica, ai loro cari. Una scatola di biscotti. Una tazza. Un pigiama. Delle ciabatte. Ma adesso semplicemente non hanno tempo. Le chiamate alla Croce Rossa non si sono ancora fermate.
 
Il 19 marzo, Vallati e i suoi colleghi sono entrati nell'appartamento di Maddalena Peracchi, 74 anni, a Gazzaniga. Aveva finito l’ossigeno. Sua figlia Cinzia Cagnoni, 43 anni, che vive nell’appartamento di sotto, aveva ordinato una nuova bombola che sarebbe arrivata lunedì, ma i volontari della Croce Rossa le hanno detto che non avrebbe resistito così a lungo.
 
“Eravamo un po’ agitati perché sapevano che quella potrebbe essere stata l’ultima volta che ci vedevamo”, ha detto Cagnoni. “È come mandare qualcuno a morire da solo”.
 
Lei, sua sorella e suo padre nascondevano un’espressione coraggiosa sotto le mascherine, ha raccontato. “Ce la puoi fare”, hanno rassicurato la madre. “Ti aspetteremo, ci sono ancora così tante cose che dobbiamo fare con te. Combatti”.
 
I volontari hanno portato Peracchi all’ambulanza. Una delle sue figlie ha suggerito ai nipoti sconvolti di salutarla a voce più alta. “Ho pensato a un migliaio di cose”, ha ricordato Cagnoni. “Non abbandonarmi. Signore aiutaci. Signore salva mia madre”. La porta dell’ambulanza si è chiusa. Le sirene hanno iniziato a suonare, come fanno “a tutte le ore del giorno”, ha detto Cagnoni.
 
L’ambulanza è arrivata al Pesenti Fenaroli di Alzano Lombardo, dove a Peracchi è stato diagnosticato il coronavirus e una polmonite a entrambi i polmoni. Il giovedì sera, sua figlia ha riferito che stava “appesa a un filo.”
 
La signora Peracchi è una donna di profonda fede cattolica, ha spiegato sua figlia, che ha avuto anche lei la febbre la notte in cui l’ambulanza ha portato via sua madre e da allora è in quarantena.
 
La figlia ha raccontato che a sua mamma faceva soffrire l’idea che, se le cose fossero andate male, “non potremo fare un funerale”.
 
Per contenere il virus, tutte le celebrazioni civili e religiose, tra cui i funerali, sono state vietate in Italia. Il cimitero di Bergamo è chiuso. Le bare accumulate attendono in una sorta di ingorgo di essere portate ai crematori del nord-Italia.
 
Le autorità hanno vietato alle famiglie di cambiare gli abiti dei morti e hanno chiesto che i corpi vengano cremati con il pigiama o i camici che le vittime indossavano al momento del decesso. I cadaveri devono essere avvolti in un ulteriore involucro o coperti con un tessuto disinfettante. I coperchi delle bare, che in genere devono rimanere aperti fino alla consegna di un formale certificato di morte, ora possono essere chiusi, ma devono comunque attendere prima di essere sigillati. Spesso i corpi rimangono per giorni nelle case, dato che le scale e le stanze soffocanti sono diventate particolarmente pericolose per lo staff delle imprese funebri.
 
“Cerchiamo di evitarlo”, ha detto Piccioli, la direttrice dell’agenzia di pompe funebri, riguardo le visite a casa. Nelle case di riposo è molto più facile perché si può arrivare con cinque o sei bare, riempirle e caricarle direttamente nelle macchine. “So che è terribile da dire”, ha detto.
 
Attraverso una rete di sacerdoti locali, Piccioli aiuta a organizzare veloci preghiere, invece che veri e propri funerali, per i defunti e per le famiglie che non sono in quarantena.
 
È stato il caso di Teresina Gregis, seppellita al cimitero di Alzano Lombardo il 21 marzo dopo che era morta a casa. I soccorritori avevano detto alla sua famiglia che non c’era spazio negli ospedali. Solo un piccolo gruppo ha potuto piangerla, a causa delle restrizioni.
 
Hanno detto alla famiglia “Tutti i letti sono pieni”, ha raccontato la nuora della donna, Romina Mologni, 34. Dato che lei aveva 75 anni, “hanno dato la priorità ad altri che erano più giovani”.
 
Nelle sue ultime settimane a casa, la sua famiglia ha fatto di tutto per trovarle delle bombole di ossigeno, cercandole in tutta la provincia mentre la donna stava seduta di fronte al suo giardino e alle girandole che adorava.
 
Quando è morta, tutti i negozi di fiori erano chiusi a causa dell’ordinanza. Mologni allora ha portato al cimitero una delle girandole che sua figlia aveva regalato alla nonna. “Le piaceva quella”.

Friday, March 27

2007 SUL CORONA VIRUS GIA' SI SAPEVA LA VIRULENZA

Influenza aviaria e pandemia: arriverà mai un'altra "spagnola"? Se lo domandavano i "cervelloni dell'ISS" nel 2006: leggi a pag 03

CORONA-VIRUS: NATURA, INCIDENTE O ARMA?

19 marzo 2020 
da ANALISI DIFESA
by Mirko Molteni 

“Anche quando sono molto inefficaci, con pochi morti, come nel caso delle lettere all’antrace negli USA, le armi biologiche sono considerabili come armi di ‘rottura’ di massa poichè possono gettare un’intera nazione nel caos. Le armi biologiche influenzeranno molti aspetti della nostra vita di routine, mandandoli fuori schema.

Porteranno il terrorismo sulla soglia di casa di ognuno di noi”. Così scriveva nel 2004 l’ufficiale indiano Sharad S. Chauhan nell’introduzione del suo libro “Biological Weapons”, tracciando un affresco che parrebbe realizzarsi oggi, sebbene il virus SARS-CoV-2, meglio noto al pubblico col nome della malattia, Covid-19, venga considerato dai più di origine naturale. 

E vogliamo comunque pensare che lo sia, anche perchè, storicamente, dalla Cina e in genere dall’Asia, si sono sempre diffuse pandemie che hanno raggiunto l’Europa per via di terra o di mare. E’ chiaro però che in sede di riflessioni geopolitiche non ci si può esimere perlomeno dal rilevare alcuni fatti quantomeno curiosi, lasciando il beneficio del dubbio. E del mistero. 

Non è facile tracciare una, peraltro parziale, interpretazione dell’attuale pandemia di virus Covid-19 dal punto di vista dei suoi possibili aspetti strategici e militari. Le informazioni liberamente disponibili possono spesso essere intossicate dalle cosiddette “fake news”, o come preferiremmo dire noi “fandonie”, e da ipotesi complottistiche di ogni tipo.

Per ora l’unica certezza assodata è che lo sconvolgimento causato sugli assetti economici mondiali rischia di essere molto duraturo, e forse di mettere pesantemente in discussione il processo di globalizzazione degli ultimi trent’anni, che ha avuto uno dei suoi epicentri proprio nel delegare alla Cina la funzione di “manifattura universale”, attirandovi per decenni investimenti stranieri e delocalizzazioni produttive di ogni risma.

L’emergenza è reale, forse più ancora nelle sue ricadute psicologiche in economia, che nella pur drammatica mortalità, la quale, per fortuna, non è per il momento paragonabile a quella delle grandi pandemie dei secoli passati.

La Peste Nera del XIV secolo uccise nella sola Europa un terzo degli abitanti in appena tre anni, dal 1347 al 1350, mietendo secondo le stime degli storici 25 milioni di morti su un totale di circa 75 milioni di persone che allora vivevano nel nostro continente.

Bilancio terribile fu anche quello, in tempi più recenti, della celebre influenza Spagnola, quella che furoreggiò dal 1918 al 1920, segnando gli ultimi mesi della Prima Guerra Mondiale e i primi mesi del caotico dopoguerra, e che prese il nome non dalla sua origine, in realtà localizzata negli Stati Uniti, ma dal semplice fatto che a darne notizia per prima fu la stampa della Spagna neutrale, non soggetta a censura bellica.

Nel caso della spagnola, che essendo dovuta a un virus influenzale è simile nelle modalità di trasmissione all’odierna epidemia, i morti furono almeno 50 milioni in tutto il mondo, di cui 600.000 in Italia (pari suppergiù al numero dei militari caduti al fronte!), anche se c’è chi propende per i 100 milioni.

Al momento attuale il Covid-19 sembra avere un decorso tragico in una parte minoritaria, seppur cospicua, dei contagiati e le problematiche più critiche nello specifico dell’Italia sono il congestionamento e il rischio di collasso del sistema sanitario nazionale per carenza di posti letto di terapia intensiva, complici gli scriteriati tagli finanziari alla sanità pubblica susseguitisi negli ultimi anni.

La guardia non va però abbassata nemmeno sotto l’aspetto della pura mortalità, perchè il virus, nelle sue infinite replicazioni, potrebbe mutare in forme ancor più aggressive, sebbene gli scenari peggiori restino per il momento un’ipotesi degli specialisti in biochimica.

La Cina indebolita

Dal canto nostro possiamo rilevare che l’emergenza si annuncia prolungata nel tempo, avendo anche gli altri Stati dell’Unione Europea varato misure di blocco della vita socio-economica paragonabili a quelle italiane e, prima ancora, cinesi. Poichè la Cina è stato il paese dove prima di ogni altro il virus si è manifestato, e dove l’arginamento registratosi attorno al 15 marzo del 2020 sembra avere avuto un relativo successo, i dati divulgati il 16 marzo dalle autorità di Pechino circa le conseguenze dell’epidemia nei primi due mesi dell’anno possono già dare una vaga idea dello sconquasso.

A parte i lutti, che comunque non hanno prezzo dati gli aspetti spirituali ed emozionali irriducibili alle catene del livello economico, la Cina, come “sistema”, ha subìto un crollo del 13,5 % della produzione industriale e un calo del 20,5 % della domanda interna, cioè i consumi dei cinesi, mentre gli investimenti sono affondati del 24 %.

Nelle stesse ore la Banca Centrale Cinese ha stabilito un intervento di sostegno da 100 miliardi di yuan, oltre 14 miliardi di dollari, per le banche commerciali del paese in modo da assicurare crediti alle aziende in crisi.

E’ presto per dire che la “locomotiva” del mondo sia deragliata, ma non c’è dubbio che l’epidemia sia calata come una mannaia su una Cina che già aveva chiuso il 2019 all’insegna di svariate preoccupazioni strutturali.

Il 17 gennaio 2020, quando ancora l’epidemia era agli inizi, il responsabile dell’Ufficio Nazionale di Statistica di Pechino, Ning Jizhe, divulgava i dati aggiornati a fine 2019 che davano la popolazione del paese a 1,435 miliardi di persone, lamentando tuttavia il continuo calo delle nascite, indizio di un invecchiamento del paese. Rispetto alla gran massa cinese, nel 2019 sono nati “solo” 14,65 milioni di bambini, pari a un tasso di natalità di 10,48 ogni mille persone.

E’ il terzo anno consecutivo di calo delle nascite, dopo che nel 2017 queste erano calate a 17,23 milioni (tasso del 12,43) rispetto alle 17,86 milioni (tasso 12,95) del 2016. Nel 2018 erano poi scese a 15,23 milioni (tasso 10,94), per poi, appunto calare ancora di 580.000 “culle vuote”. Da quando Mao Zedong fondò la Repubblica Popolare nel 1949, non sono mai nati così “pochi” bambini in Cina come nel 2019, e alla luce degli sconvolgimenti che il Covid-19 si lascerà dietro è presumibile che anche nel 2020 e forse negli anni successivi potrebbe consolidarsi un’ulteriore diminuzione di natalità.

E’ chiaro che gli effetti pratici in fatto di calo della manodopera si avranno fra una ventina d’anni, quando i nuovi nati entreranno nell’età adulta, ma la prospettiva di un invecchiamento della società cinese analogo, fatte le debite proporzioni, a quello dei paesi occidentali spaventa già adesso una classe dirigente, quella di Pechino, che già di per sè tende a fare programmi a lunga scadenza.

L’Ufficio Nazionale di Statistica ha anche lanciato l’allarme sul fatto che il rallentamento demografico si sta abbinando a un rallentamento della crescita del Prodotto Interno Lordo. Il 2019 è stato per la Cina non solo l’anno col più basso tasso di natalità degli ultimi 70 anni, ma anche quello con la crescita del PIL più bassa, il 6,1 % contro il 6,6 % del 2018. Il PIL cinese cresce sempre meno per vari fattori, registrati dagli economisti, come il calo dei consumi interni, indice di una minor fiducia nel futuro, e una stagnazione delle esportazioni, che nel 2019 sono aumentate solo dello 0,5 %, come riflesso del braccio di ferro con l’America sui dazi.

Come se non bastasse, incombe il crescente indebitamento della Cina a tutti i livelli, privato e pubblico, arrivato al 155 % del PIL. Le insolvenze dei debiti societari sono arrivate a 130 miliardi di yuan (18,7 miliardi di dollari) nel 2019, rispetto ai 121,9 miliardi di yuan del 2018, quando c’era stato un balzo rispetto ai soli 26,6 miliardi di yuan del 2017.

E’ quindi su una nazione già in affanno che si è abbattuta la “piaga biblica” del Covid-19, questo microscopico essere che minaccia di affossare quello che avrebbe dovuto essere “il secolo cinese”. Al diretto impatto del virus sul tessuto industriale e commerciale cinese, a causa del blocco totale di gigantesche aree come quella dell’Hubei, ma anche altri distretti nevralgici, vanno aggiunte infatti le conseguenze che potrebbe portare sul commercio internazionale.

Cina a parte, se l’emergenza nel resto del mondo dovesse durare troppo tempo, potrebbero levarsi dubbi crescenti sull’opportunità di proseguire con una globalizzazione spinta.

Già di per sè le epidemie pongono ostacoli alla libera circolazione internazionale delle persone, ma in senso indiretto possono coinvolgere anche le merci e la divisione internazionale del lavoro. Prendiamo ad esempio il problema delle mascherine sanitarie di cui si è registrata carenza in Italia, poichè venivano tutte importate dall’estero, tanto che si è iniziato a invocarne una produzione nazionale, leggi “autarchica”.

Discorso simile lo si potrebbe fare per l’arresto della filiera industriale, specie automobilistica, in molti paesi europei per l’interruzione dell’arrivo di parti meccaniche dall’Asia.

E’ plausibile che, per estensione, e per proteggere i posti di lavoro minacciati dalla nuova crisi, col tempo le nazioni occidentali possano ripensare la delocalizzazione, anche con decisi diktat degli Stati, preferendo aumentare la quota di prodotti fabbricati, o almeno “trasformati”, all’interno dei propri confini, a discapito dei prodotti finiti importati dall’estero, e nello specifico dalla Cina (ma lo stesso discorso, almeno in linea di principio, potrebbe valere anche per il “made in Turkey, Bangladesh, India”, eccetera). 

La tendenza a ritornare, almeno parzialmente, a fabbricarci in patria molti prodotti finiti, a bassa, ma forse anche ad alta tecnologia, finora demandati al “made in China” potrebbe essere devastante per il Dragone, che proprio sulle esportazioni di massa ha fondato la sua uscita dalla povertà, a partire dai timidi esperimenti avviati da Deng Xiao Ping nel 1979 con le prime Zone Economiche Speciali.

In ogni senso, quindi, la Cina potrebbe essere la nazione che più di tutte paga “dazio”, è il caso di dirlo, al virus, nel senso che gran parte dei danni subiti dalle economie occidentali potrebbero, almeno teoricamente, essere ancora “scaricati” sulla stessa Cina invertendo, a poco a poco, la tendenza a far costruire ai cinesi un mucchio di merci, dai cacciavite ai cellulari, che qualsiasi paese occidentale è in grado di produrre sul suo territorio.

In effetti, il gioco dei cambi valutari fra le varie monete che finora ha reso redditizia la delocalizzazione potrebbe entrare in crisi risentendo delle perturbazioni a cascata a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane, sempre a causa dell’epidemia.

Il concomitante scenario saudita

Le perdite delle maggiori borse, sia in Europa, sia negli Stati Uniti, e il bisogno di liquidità hanno già spinto il 15 marzo la Federal Reserve a ridurre i tassi d’interesse del dollaro fra 0 e 0,25 %, quasi nulla, e a impegnarsi a comprare ben 700 miliardi di dollari in titoli.

Ma poche ore dopo, il 16 marzo, le borse mondiali seguitavano nonostante ciò a perdere terreno, spingendo il Fondo Monetario Internazionale a impegnarsi per 1.000 miliardi di dollari. Una tempesta del genere è aggravata dalla sovrapproduzione di petrolio che a causa della guerra al ribasso fra Russia e Arabia Saudita, non esclusi gli USA che sgomitano con il loro “shale oil”, ha fatto segnare il 16 marzo un record di soli 29 dollari al barile, dopo una continua discesa.

Il brusco calo della domanda di greggio a causa dell’arresto dell’economia e dei trasporti, specie quelli aerei, in tutto il mondo rischia di far collassare il mercato dell’oro nero ponendo in difficoltà soprattutto l’Arabia Saudita, che per pareggiare il suo deficit di bilancio ha bisogno di un prezzo di ben 80 dollari al barile, mentre la Russia inizia a “perderci” solo da quando il prezzo scende sotto i 40 dollari.

E ciò senza contare il fatto che l’economia dell’Arabia Saudita è assai poco diversificata, mentre la sua stabilità politica è un’incognita se si considerano i nuovi arresti ordinati dall’uomo forte del paese, il principe ereditario Mohammed Bin Salman, vicepremier e ministro della Difesa.

Il 7 marzo 2020 Bin Salman ha fatto arrestare con l’accusa di preparare un colpo di stato tre suoi parenti della famiglia reale, cioè suo fratello principe Ahmed, l’ex-principe ereditario Mohammed Bin Nayaf, che era designato alla successione dell’anziano re Salman fra il 2015 e il 2017, quando fu “scavalcato” dall’ambizioso Bin Salman, e il di lui fratello Nawaf Bin Nayef.

Non pago, il 16 marzo il principe ereditario ha anche sbattuto in gattabuia, tramite la Nazaha, la Commissione anticorruzione nazionale saudita, ben 298 funzionari governativi, militari, giudici, insomma la “crema” dell’apparato statale saudita, accusati di “corruzione, abuso di ufficio e dell’appropriazione indebita”.

Una simile purga, che ricorda quella attuata da Bin Salman nell’autunno 2017, conferma che a Riad il clima è torbido e che la posizione dell’ambizioso principe è insicura. I contraccolpi economici causati dal virus stanno mandando in rosso i bilanci sauditi mettendo a rischio i sogni di riforma e modernizzazione del paese che Bin Salman pronosticava entro il 2030.

Mentre l’85enne re Salman, suo padre, si avvia al tramonto, il principe e i suoi avversari sono impegnati in una lotta senza esclusione di colpi che potrebbe portare il paese petrolifero a una difficilissima situazione, già aggravata dal crollo dei prezzi del barile.

E’ chiaro che se l’Arabia Saudita, già impegolata nella lunga guerra in Yemen, “saltasse”, in termini di rivolte, golpe, tentati golpe o guerra civile, ci sarebbero fortissimi contraccolpi sul valore del dollaro, la cui forza come massima moneta internazionale è dovuta in gran parte allo status di petroldollaro basato sull’asse fra Washington e Riad. 

In caso contrario infatti la Federal Reserve non potrebbe stampare montagne di biglietti verdi senza il rischio che il loro valore cali troppo bruscamente. Ecco quindi che, mettendo da parte lo specifico teatro del Medio Oriente, che in questa sede non ci interessa approfondire, per vie indirette, il virus può danneggiare la Cina anche mettendo potenzialmente in discussione (almeno in parte) gli assetti valutari e quelle differenze di valore monetario che avevano fin qui avvantaggiato gli investimenti produttivi nel colosso asiatico.

Attacco biologico?

Fin dal suo erompere alla fine del 2019 nella città cinese di Wuhan e nella relativa provincia dell’Hubei, l’epidemia di Covid-19 ha portato al proliferare di voci non confermabili che, da un lato parlavano di una “fuga”, per errore umano, del virus dal laboratorio virologico della città-epicentro, noto come Istituto di Virologia di Wuahn dell’Accademia delle Scienze Cinese, in cinese Zhōngguó Kēxuéyuàn Wǔhàn Bìngdú Yánjiūsuǒ, che da anni è fra i principali centri di ricerca della Cina, dall’altro insinuavano che alla base dell’evento ci fosse stato un vero e proprio attacco di guerra biologica ai danni della Cina, poi sfuggito di mano e dilagato in tutto il mondo.

Voci che non meriterebbero più di tanto credito, se non fosse che il 12 marzo 2020 perfino un pezzo grosso del Ministero degli Esteri di Pechino ha accusato apertamente gli americani di essere all’origine dell’epidemia. Zhao Lijian, portavoce del ministero e vicecapo del dipartimento informativo del medesimo, ha dichiarato pubblicamente su Twitter che “il virus potrebbe essere stato portato a Wuhan da un soldato americano durante i Giochi Militari”.

E a ribadire un’origine statunitense del virus, postava un intervento video dello scienziato americano Robert Redfield, in cui egli sosteneva che alcune morti di polmonite verificatesi in America nelle settimane precedenti erano state a posteriori confermate esser dovute al Covid-19.

Zhao si riferiva a un preciso evento sportivo internazionale tenutosi proprio nella città-epicentro del morbo lo scorso autunno, ovvero la settima edizione dei Military World Games, che fra l’altro era ospitata per la prima volta dalla Cina.

I giochi si sono svolti dal 18 al 27 ottobre 2019 e hanno visto arrivare a Wuhan ben 9300 atleti militari da 140 nazioni diverse. Per inciso, anche le Forze Armate italiane vi hanno partecipato, con una squadra di 165 elementi, fra atleti e staff, che hanno totalizzato buoni risultati, con un bottino di 28 medaglie, fra cui 4 ori, 12 argenti e 12 bronzi.

All’edizione di Wuahn è stato dato particolare significato in quanto doveva contribuire ad abbattere la diffidenza militare fra la Cina e i paesi del campo egemonico americano, perciò verso la fine dei giochi il presidente del Consiglio Internazionale dello Sport Militare (CISM), il colonnello francese Hervé Piccirillo, fra l’altro arbitro di calcio, dichiarava il 25 ottobre: “Questi sono giochi che segneranno la storia delle competizioni militari e svilupperanno nuove pratiche in futuro”.

Piccirillo rilevava che, oltre a essere la prima edizione ospitata in Cina, quella di Wuhan è stata la prima olimpiade militare in grande stile in cui i cinesi hanno investito in notevoli infrastrutture: “E’ il messaggio che viene portato da un intero popolo, perché al di là dei giochi, sono tutti i cinesi a diffondere questo messaggio di solidarietà e di pace, che corrisponde all’amicizia attraverso lo sport”.

La squadra degli atleti militari americani, composta da 300 elementi, è arrivata all’aeroporto Tianhe di Wuhan nell’arco di due giorni, fra il 15 e il 17 ottobre, andando ad alloggiare nell’attrezzato villaggio olimpico.

La presenza per diversi giorni di qualche centinaio di militari americani, ancorchè in veste sportiva, in una città ospitante non solo i Giochi Militari, ma anche uno dei maggiori laboratori di virologia della Cina e del mondo, è sicuramente degna di nota, anche solo come curiosa coincidenza, se non di più, considerando poi l’apparire dell’epidemia.

E se l’evento sportivo può aver offerto una copertura perfetta a qualche operazione occulta, a voler dar retta alle accuse di Zhao Lijian, anche la concomitanza della presenza nella città dell’importante laboratorio rappresenta un ideale “alibi” consentendo di incolpare facilmente gli stessi scienziati cinesi per una (vera o presunta) negligenza.

Un regime come quello cinese difficilmente lascerebbe spazio a un alto funzionario di esprimere accuse od opinioni a livello personale e pertanto è probabile che quello del portavoce Zhao non fosse un semplice sfogo, ma una precisa accusa agli Stati Uniti che il governo di Pechino ha voluto affidare a un sottoposto del ministro degli Esteri Wang Yi, per non esporre direttamente il ministro e lanciare a Washington un monito più sommesso: “Noi sappiamo”.

Le accuse circa un militare americano “untore” sono state sufficienti perchè il 13 marzo il Dipartimento di Stato USA convocasse l’ambasciatore cinese a Washington, Cui Tiankai, affinchè David Stilwell, sottosegretario di Stato per lo scacchiere Asia-Pacifico, nonchè ex-ufficiale dell’US Air Force, gli esprimesse “una severa rimostranza”.

Altre fonti del Dipartimento di Stato USA, rimaste anonime, hanno fatto sapere alla stampa che, con l’affondo del portavoce Zhao, “la Cina sta cercando di deviare le critiche per aver dato origine a una pandemia non dicendolo al mondo”.     Anche a voler considerare una semplice casualità il passaggio in ottobre di militari stranieri per i giochi di Wuhan, v’è però da considerare un’altra inquietante coincidenza.

Esattamente un mese prima dell’inizio dei Giochi Militari, ovvero il 18 settembre 2019, l’aeroporto Tianhe di Wuhan è stato teatro di un’esercitazione di contenimento biomedico, riguardante, come ipotesi di lavoro, “l’arrivo di un passeggero affetto da coronavirus”.

La notizia di questa esercitazione è passata in sordina, ma fra le poche testimonianze reperibili in rete che la confermerebbero oltre a svariate immagini, c’è un resoconto di Hubei TV che narra: “Nel pomeriggio del 18 settembre le dogane del Wuhan Tianhe Airport hanno ricevuto un rapporto da una linea aerea secondo cui ‘un passeggero non si sentiva bene, avendo difficoltà a respirare, e i suoi parametri vitali erano instabili’.

Immediatamente, le dogane dell’aeroporto hanno iniziato un piano di contenimento e hanno iniziato a trasferire il passeggero in ospedale. Due ore più tardi, il Centro Medico di Wuhan ha reso noto che al passeggero è stata clinicamente diagnosticata una infezione da Coronavirus”.

Il reportage citava anche un secondo tema di esercitazione, che era “un eccesso di radiazioni” dovuto a un passeggero che tentava di trafugare “un minerale dalla Birmania”. E concludeva inquadrando l’esercitazione nella preparazione delle misure di sicurezza proprio in previsione dei Giochi Militari: “A 30 giorni dall’inizio dei giochi, le dogane di Wuhan hanno fatto ogni sforzo per garantire la sicurezza degli scali e salvaguardare i giochi”.

E’ legittima la domanda del perché i cinesi possano aver pensato al rischio di un coronavirus proprio poche settimane prima dell’arrivo di militari stranieri, e nella fattispecie americani.

Ammesso, e non concesso, che i loro servizi segreti si aspettassero qualche contaminazione dall’esterno, potrebbero essere stati preavvertiti? Ed è forse per questo motivo che il governo cinese ha inizialmente tenuto una condotta riservata sull’esplodere dell’epidemia?

Pechino sostiene che il “paziente zero” di Wuhan deve aver contratto il virus per non meglio determinato “salto di specie” da un pipistrello o da un pangolino all’uomo, verificatosi forse per via alimentare al mercato di Wuhan intorno al 17 novembre 2019.

La nuova specie di virus sarebbe stata ufficialmente isolata e classificata nei primi malati gravi di polmonite virale registrati nell’Hubei solo il 31 dicembre come SARS-CoV-2, poi sintetizzato in Covid-19.

Subito è emersa la parentela genetica del nuovo virus con quello della SARS che aveva suscitato paure, per poi essere arginato, a cavallo fra 2002 e 2003, avendo in comune l’appartenenza alla famiglia dei coronavirus.

Il superiore tasso di mortalità, inizialmente calcolato attorno al 2,5 %, e i tempi lunghi di incubazione, che facilitano la diffusione per via degli ignari contagiati asintomatici, hanno fatto capire subito alla sanità cinese che la malattia non era da sottovalutare.

Ma le direttive del regime volte inizialmente a minimizzare, nonchè il fatto che a Wuhan fosse presente il famoso laboratorio virologico hanno indotto a credere il virus si fosse diffuso a partire proprio dall’Istituto per un incidente.

E’ stato assodato ad esempio, poichè confermato il 16 febbraio dalla rivista del Partito Comunista Cinese “Qiushi”, che il presidente cinese Xi Jinping conosceva la gravità della situazione fin dal 7 gennaio 2020, quando nel corso di una riunione a porte chiuse del Politburo del partito ordinò di fermare a ogni costo l’infezione.

Cioè 13 giorni prima che, il 20 gennaio, egli parlasse in pubblico del virus. L’indomani, 21 gennaio, le autorità cinesi ammettevano per la prima volta che era confermata la trasmissione da umano a umano del virus.

Dopo che fin dall’8 dicembre alcuni medici di Wuhan cercavano di dare l’allarme, salvo esser messi a tacere dal regime. 

Inoltre nel medesimo periodo veniva messo agli arresti domiciliari, per tenerlo lontano dalla scena, l’anziano medico che nel 2003 aveva rivelato i dati reali sull’epidemia di SARS, e che forse Pechino temeva potesse far altrettanto col coronavirus.

E’ il medico militare Jiang Yanyong, 88 anni, in pensione col grado di generale, la cui moglie Hua Zhongwei ha dichiarato il 9 febbraio: “Non è autorizzato a contatti col mondo esterno.

È a casa, la sua salute non è buona. E non sta bene neanche mentalmente. Non sta bene. Scusate, non è opportuno dire di più”. A rincarare la dose, parte della stampa americana pompava sulla possibilità della fuga del virus dai laboratori di Wuhan, specie dopo che il 24 gennaio il “Washington Times” ebbe vagheggiato un “programma cinese di armi biologiche” portato avanti nel centro ricerche di Wuhan e sfuggito al controllo. In verità ciò pare poco probabile per vari motivi.

Il centro virologico di Wuhan, fondato fin dal 1956, si è dotato fin dal 2015 di nuovi laboratori a cui è stato riconosciuto lo standard di sicurezza internazionale BSL-4, del quale si fregiano solo una cinquantina di istituti in tutto il mondo. Inoltre utilizzare un virus di tipo influenzale, per quanto con l’aggressività del ceppo SARS, per caricare testate belliche è militarmente insignificante data la mortalità comunque bassa, non paragonabile a quella di germi ben più letali, come il virus Marburg o il batterio del Botulino.

E allora perchè il governo cinese voleva minimizzare? Solo per prestigio nazionale? Forse solo per non mostrarsi vulnerabile a quello che potrebbe essere stato un attacco “lieve” portato in segreto.

Un duello segreto

Immaginiamo, pur senza dar loro eccessivo credito, che siano verosimili le accuse nei confronti dell’America. Se nel settembre 2019 i cinesi già conducevano un’esercitazione per fermare un ipotetico contagio da “coronavirus” arrivato dall’esterno all’aeroporto di Wuhan, è probabile che si aspettassero qualcosa.

Qualcuno della loro fitta rete di spionaggio negli Stati Uniti potrebbe averli avvisati di un qualche piano per sconvolgere l’economia cinese proprio nel pieno della battaglia commerciale dei dazi.

A riprova della quantità di “antenne” che la Cina mantiene in Nordamerica, non è forse un caso che proprio nel periodo dell’irrompere dell’epidemia il Dipartimento della Giustizia USA si sia mosso in tre direzioni diverse. Il 10 dicembre 2019 è stato arrestato da agenti dell’FBI all’aeroporto Logan di Boston il giovane cinese Zheng Zaosong, che tentava di trafugare in Cina “21 fialette di ricerche biologiche” nascoste in un calzino.

Zheng era entrato negli USA con una visa nell’agosto 2018, poi ha lavorato come ricercatore a Boston, al Beth Israel Deaconess Medical Center, dal 4 settembre 2018 al 9 dicembre 2019, quando ha rubato le fiale venendo però “pizzicato” in aeroporto. In galera già da varie settimane è stato formalmente accusato di contrabbando e frode il 21 gennaio 2020.

Una settimana dopo, il 28 gennaio, è stata accusata pure di frode e spionaggio una ragazza cinese, Ye Yanqing, che entrata negli USA quasi tre anni fa spacciandosi per studente, ha frequentato dall’ottobre 2017 all’aprile 2019 il Dipartimento di Fisica, Chimica e Ingegneria Biomedica dell’Università di Boston.

Solo il 20 aprile 2019, interrogata dall’FBI all’aeroporto Logan, Ye ha ammesso di essere tuttora un tenente dell’Armata Popolare Cinese, nonchè membro del PCC.

Attualmente si trova in Cina. Sempre il 28 gennaio è stato arrestato perfino un “guru” dell’Università di Harvard, il dottor Charles Lieber, preside del Dipartimento di Chimica e Biochimica, nonchè mago delle nanotecnologie, per contatti poco chiari con la Cina, segnatamente per “conflitto d’interessi” avendo collaborato, dietro lauti compensi, dal 2012 al 2017 con l’Università della Tecnologia di Wuhan (ed ecco rispuntare Wuhan!) senza informare adeguatamente Harvard.

Chiaramente non è assolutamente provato che questi tre personaggi abbiano a che fare con le ipotesi relative al Covid-19, ma le loro vicende sono emblematiche della presumibile rete di studenti e accademici cinesi, o prezzolati da Pechino, che sorveglia l’attività scientifica, e dunque anche biochimica, degli americani. E senz’altro la sorveglianza è reciproca.

Per i cinesi, cercare di far finta di nulla nei primi tempi del contagio potrebbe essere stato un modo di lasciare gli americani nell’incertezza circa l’esito di una qualche operazione segreta. E il riserbo potrebbe anche essere dovuto alla cautela necessaria a non dare indizi che porterebbero allo scoperto preziosi informatori negli USA. Ricordate cosa avevamo scritto nelle prime righe di questo scritto, citando le parole di Chaunan?

“Anche quando sono molto inefficaci, con pochi morti, come nel caso delle lettere all’antrace negli USA, le armi biologiche sono considerabili come armi di ‘rottura’ di massa poichè possono gettare un’intera nazione nel caos. Le armi biologiche influenzeranno molti aspetti della nostra vita di routine, mandandoli fuori schema. Porteranno il terrorismo sulla soglia di casa di ognuno di noi”.

Detto in altri termini, seminare una forte polmonite in un paese avversario può sconvolgere quel tanto che basta il tessuto socio-economico nemico, lasciando gli avversari in un eterno dubbio, se si sia trattato cioè di un evento di origine naturale oppure artificiale. Ben difficilmente ci potrà essere infatti una prova definitiva dell’origine di questo virus. Il fatto che la pandemia si sia poi diffusa in tutto il mondo e che stia facendo breccia anche negli Stati Uniti potrebbe essere la riprova che, in realtà, si tratta solo di complottismo.

Il “fronte” europeo

E’ vero però che gli eventi di questi ultimi mesi stanno mettendo in ginocchio anche un altro importante concorrente economico degli USA, ovvero l’Unione Europea, i cui paesi stanno andando in ordine sparso, rischiando peraltro di sovraccaricare la Banca Centrale Europea con richieste di liquidità d’emergenza. Quanto agli Stati Uniti, se anche la paura dilaga e si annuncia uno stato d’emergenza, non va dimenticato che oltreoceano la sanità pubblica è una chimera e la salute in senso generale tende a essere considerata un fatto più privato che collettivo.

Trattandosi di una influenza più aggressiva del normale, la cui mortalità non è catastrofica, potrebbe esistere la possibilità, per quanto remota, che le élites che governano gli Stati Uniti, per certi aspetti paragonabili al patriziato dell’Impero Romano, possano aver pensato che rischiare il trabocco del Covid-19 anche nei propri confini potesse essere un prezzo adeguato per azzoppare Cina e Unione Europea, contando sul diverso approccio, anche come mentalità, che cinesi ed europei hanno in relazione alla salute pubblica.

Quanto ai suddetti rischi economici per l’Arabia Saudita, si tratterebbe di un rischioso effetto collaterale dovuto a volontà indipendenti da Washington, cioè la “lotta” al ribasso fra Riad e i russi, che probabilmente gli stessi americani potevano non aver previsto nella loro portata.

La prova del nove la si avrà osservando i rimedi che Washington potrà eventualmente attuare per salvare il proprio mercato azionario e petrolifero, oltre all’eventuale comparsa di un vaccino proprio in America, e magari in tempi brevi. Diversamente, apparirebbe invece plausibile un’origine naturale, o per incidente, della pandemia.

Certo, l’ipotesi naturale, che contempla il passaggio del Covid-19 alla specie umana per un fenomeno di “zoonosi”, da pipistrello o altro vertebrato, complice la diffusa abitudine alimentare cinese, e in genere orientale, di “mangiare tutto ciò che si muove”, resta a prima vista la più credibile per una serie di fattori.

Anzitutto gioverà ricordare che la diffusione di epidemie influenzali a partire dalla Cina è un fatto storico di lungo periodo, basti pensare all’influenza detta “asiatica” del 1957 e a quella “di Hong Kong” del 1968 giunta in Europa nell’inverno del 1969. In genere, poi, dall’Asia sono venute anche pandemie assai più distruttive.

Citavamo all’inizio la Peste Nera che arrivò in Europa nel 1347 dopo essere scoppiata in Asia Centrale e trasmessa ai genovesi della base di Caffa, in Crimea, dai cavalieri mongoli che l’assediavano.

Si potrebbe anche citare il colera, che partì lentamente dall’India attorno al 1816, ma si diffuse in tutto il mondo fra il 1840 e il 1870, quando l’introduzione della navigazione a vapore e delle prime ferrovie, in un periodo in cui le città europee ed americane non avevano ancora fogne efficienti, formò una combinazione esplosiva, paragonabile nel caso odierno alla potenzialità del trasporto aereo di massa nella trasmissione di virus e batteri.

Nello specifico della zoonosi, peraltro, è interessante notare che, per fare un singolo esempio, il batterio della peste, lo Yersinia Pestis, era in origine endemico nei roditori della steppa chiamati dai tartari “tarabagan” e che Marco Polo, nel Milione, chiamava “ratti del faraone”.

Si tratta della specie oggi classificata Marmota Sibirica, una specie di marmotta steppica cacciata e mangiata dai cavalieri nomadi, oltre che infestata di pulci che potevano contaminare gli esseri umani col loro morso. L’apertura di grandi vie carovaniere nell’Eurasia a causa del consolidamento dell’Impero Mongolo, a partire dal 1206 a opera di Gengis Khan e dei suoi successori, aprì vere e proprie corsie preferenziali alla diffusione della peste nel secolo successivo, tantopiù che la Yersinia Pestis, a un certo punto cominciò a esser trasmessa sia attraverso la puntura delle pulci, che saltavano dai roditori all’uomo, sia, nella forma polmonare, da uomo a uomo, in modo simile a quello influenzale.

Il primissimo focolaio di Peste Nera si sarebbe registrato, pare, presso una comunità di tartari nestoriani presso il lago Issyk Kul nel 1339, per poi diffondersi in Cina, dove pure fece sfracelli, e ai mongoli che assediavano Caffa, i quali, peraltro, catapultarono cadaveri infettati oltre le mura come una vera “arma biologica”.

Secondo la ricostruzione più accreditata, i genovesi fuggiaschi da Caffa sulle loro galee diffusero poi la peste nell’arco di poche settimane, fra estate e autunno del 1347, a Costantinopoli e in Sicilia, da cui dilagò in tutta Europa. Sia detto per inciso, la peste resta ancora in agguato in alcune remote parti del mondo e proprio in Cina, nel sostanziale silenzio dei grandi mass media, è stato stroncato sul nascere un nuovo focolaio lo scorso autunno.

Infatti fra il 3 e il 16 novembre 2019 sono stati scoperti tre casi conclamati di peste fra pastori della provincia della Mongolia Interna, sotto la sovranità di Pechino, che avevano mangiato dei tarabagan, causando la messa in quarantena di un totale di 28 persone che avevano avuto contatti con loro.

I cinesi certo non abbassano la guardia nemmeno su questa antica malattia, dato che si teme che i cambiamenti climatici in atto e le loro conseguenze sugli equilibri della popolazione di roditori della steppa possa in futuro portare lo Yersinia Pestis a nuovi salti di specie, forse anche mutazioni. E il fatto che la descrizione dei sintomi della peste medievale, rispetto alle forme più recenti, sembra, a detta degli esperti, ricordare febbri emorragiche più analoghe a quelle del virus Ebola, testimonia una pluralità che non lascia tranquilli gli studiosi.

Profezie letterarie

Il nesso storico fra la Cina e le epidemie è molto profondo, anche dal punto di vista delle sue trasposizioni narrative e non senza sconfinare nell’arma biologica, sia che il grande paese asiatico ne sia vittima o artefice.

Ma, come vedremo, al di là delle profezie inquietanti dei romanzi, è interessante ricordare il ben più concreto studio condotto fin dal 2015 a Wuhan da un team di scienziati cinesi e stranieri su un “coronavirus ricavato da un pipistrello e modificato geneticamente per entrare in cellule umane”.

Andando con ordine, si potrebbe partire da un poco noto racconto fantapolitico del romanziere americano Jack London, che nel luglio 1910 pubblicò “The unparallaled invasion”.

Avendo avuto esperienza, come giornalista inviato speciale, della guerra russo-giapponese del 1904, London diede una sua personale interpretazione del “pericolo giallo” immaginando che nel suo futuro 1922 una Cina modernizzata annettesse il Giappone assommandone a sé le risorse industriali e diventando nel successivo cinquantennio una minaccia crescente invadendo i territori limitrofi. A quel punto, nel 1976 le potenze occidentali decidevano di invadere la Cina con uno stratagemma diabolico.

London immaginava gli eserciti e le marine europei e americani circondare totalmente il colosso asiatico con masse di soldati e forze navali, in modo che nessuno potesse fuggire dal paese.

Poi gli occidentali facevano decollare dalle loro navi da guerra squadriglie di piccoli aeroplani (London scriveva nel 1910, quando l’aereo aveva già dimostrato, fin dal 1909, le sue potenzialità trasvolando la Manica con la nota impresa di Louis Bleriot) che andavano a librarsi sopra le maggiori città cinesi in quelli che parevano innocui voli di ricognizione.

Ma i velivoli facevano cadere qua e là, sulle maggiori concentrazioni demografiche cinesi, centinaia di “tubi di vetro” apparentemente vuoti. Erano in verità i vettori di un’imprecisata combinazione di diverse specie di batteri, capaci di innescare epidemie multiple tali da spopolare quasi totalmente la Cina.

Terribile il quadro del multi-contagio immaginato da Jack London: “Se ci fosse stata una sola malattia, la Cina avrebbe potuto affrontarla, ma da un insieme di morbi, nessuna creatura era immune. L’uomo che scampava al vaiolo moriva per la scarlattina. L’uomo che era immune alla febbre gialla, se lo portava via il colera. E se uno era immune anche a quello, la Morte Nera, cioè la peste bubbonica, lo annientava.

Erano questi batteri e germi e microbi e bacilli coltivati nei laboratori dell’Occidente, che erano stati rovesciati sulla Cina con la pioggia di vetro”. Dopo mesi di martirio, con le forze assedianti che uccidevano qualsiasi cinese cercasse di uscire dai confini, l’immenso territorio risultava infine così deserto da consentire agli eserciti occidentali di invaderlo penetrandovi come un coltello nel burro.

Guerra-alla-Cina

L’ombra di una guerra batteriologica coinvolgente la Cina si stagliava anche nei retroscena di un film di fantascienza del 1971 diretto da Boris Sagal e interpretato da Charlton Heston, ovvero “1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra”. Vi si immaginava una disastrosa epidemia diffusasi in tutto il mondo proprio a partire dal confine russo-cinese, dove crescenti scontri armati fra Unione Sovietica e Cina erano presto passati dal livello convenzionale all’uso di armi batteriologiche.

Nelle ultime settimane, poi, sull’onda del Covid-19, la stampa internazionale ha abilmente ripescato un’altra curiosa “profezia”, il romanzo “The eyes in the darkness”, scritto nel 1981 da Dean Koontz ma edito in Italia solo ora, nel 2020, proprio sull’onda delle notizie di attualità e col titolo “L’abisso”.

In esso si parla della diffusione di un virus letale denominato “Wuhan 400”, perchè frutto di un programma segreto cinese di armi biologiche. La coincidenza è però solo apparente nel senso che il virus del romanzo è qualcosa di totalmente diverso da un’influenza. E sul fatto che sia stato prodotto proprio dai laboratori di Wuhan, anche in tal caso, non si può parlare di vera profezia, nel senso che, semplicemente, quando nel 1981 Koontz partorì il romanzo non poteva fare a meno di riferirsi a uno dei principali laboratori cinesi, già allora operante da tempo.

L’esercizio della fantasia narrativa può essere utile a lanciare preziosi moniti per il futuro, tenendo presente che, in particolare, l’idea di Jack London di una guerra biologica ad ampio spettro, con impiego parallelo di più specie di organismi patogeni spalanca prospettive tremende.

Fortunatamente, a rendere, almeno per qualche generazione, improbabili simili scenari catastrofici, ci sono, da un lato la Convenzione sulla Proibizione delle Armi Biologiche, che firmata il 12 aprile 1972 è in vigore dal 26 marzo 1975 impegnando praticamente tutti gli Stati della Terra, e dall’altro lato la funzione deterrente delle armi nucleari o chimiche.

Scenari possibili

E’ ovvio infatti che se uno Stato identificasse sul suo territorio un’aggressione con agenti biologici portata da un paese nemico, si riterrebbe autorizzato a una simile rappresaglia, oppure, non disponendo di tali armi, reagendo con altrettanto catastrofici attacchi nucleari o chimici.

L’impiego di microrganismi porta inoltre notevoli problemi perché trattandosi di esseri viventi non si esauriscono di per sé una volta raggiunta la finalità del loro impiego, ma potenzialmente possono seguitare a replicarsi, a diffondersi negli ecosistemi, perseguendo i propri scopi di sopravvivenza, divergenti da quelli degli uomini che hanno magari avventatamente tentato di utilizzarli.

Coronavirus-esercito

E magari mutando genoma col susseguirsi delle loro fittissime generazioni. In altre parole, i microrganismi, per macabra ironia, é come se, simbolicamente, lasciassero credere all’uomo di potersi servire di loro, mentre in realtà sono essi stessi, questi piccolissimi e invisibili “guerrieri”, a servirsi di noi, ignari e impacciati giganti.

L’unico serio rischio di impiego di armi biologiche letali potrebbe ancora venire dal terrorismo, che non offrirebbe un territorio e una popolazione suscettibili di una rappresaglia proporzionata. Forse, in un futuro più lontano, un remoto pericolo potrebbe venire da un eventuale mutamento del modo di pensare dei nostri discendenti, che potrebbero essere portati, anche da insospettabili sviluppi tecnici, a pensare alle guerre biologiche come a un qualcosa di attuabile.

Per ora, nell’impossibilità di poter esprimere un giudizio su questa ancora poco chiara pandemia, sarà opportuno ricordare che pochi anni fa un team internazionale di scienziati, sia cinesi sia occidentali, aveva pubblicato un’ampia ricerca su un coronavirus modificato proprio nei laboratori di Wuhan, ma con la collaborazione di istituti esteri come la University of North Carolina, per studiarne la virulenza sui tessuti umani in coltura.

Uscito il 9 novembre 2015 sulla prestigiosa rivista “Nature”, il resoconto aveva un titolo che suonava come un ammonimento: “Un gruppo di coronavirus circolanti nei pipistrelli e simili alla SARS mostra un potenziale per una emergenza umana”.

Pipistrelli

Autori della ricerca figuravano: Vineet D. Menachery, Boyd L. Yount Jr, Kari Debbink, Sudhakar Agnihothram, Lisa E Gralinski, Jessica A. Plante, Rachel L. Graham, Trevor Scobey, Ge Xingyi, Eric F. Donaldson, Scott H. Randell, Antonio Lanzavecchia, Wayne A. Marasco, Shi Zhengli e Ralph S. Baric.

Come si vede, due scienziati cinesi e svariati americani, indiani e perfino un italiano. La ricerca muoveva le mosse dal rilevare i “rischi di un passaggio di specie” attraverso la modifica con tecniche di bioingegneria di un ceppo SARS-CoV, adattato ai topi, dotandolo delle “spicole” esterne di un altro virus, questo tipico dei pipistrelli cinesi del genere Rhinolophus, ovvero il coronavirus SHC014-CoV.

Scrivevano già nel 2015 questi scienziati: “Il nostro lavoro suggerisce il rischio potenziale del riemergere del SARS-CoV dai virus correntemente circolanti nelle popolazioni di pipistrelli. L’emergere del SARS-CoV preannuncia una nuova era nella trasmissione fra le specie di una grave malattia respiratoria con la globalizzazione che condurrebbe alla sua rapida espansione attorno al mondo e a un impatto economico massivo”.

Creando un virus “chimera”, che avesse il corpo principale del SARS-CoV, ma con le “spikes” dell’SHC014, ovvero quelle che sono un po’ le “chiavi” che consentono l’ingresso nelle cellule parassitate, gli scienziati hanno creato un virus sperimentale dimostratosi in grado di infettare cellule umane in coltura.

E anche se gli ultimi studi sul Covid-19 hanno dimostrato che il suo profilo genetico è in parte diverso da quello del germe modificato, non impossibile che la condivisione di tale ricerca fra Cina e Stati Uniti, oltre al resto del mondo, possa aver in qualche modo portato qualcuno a ipotizzare di proseguire queste ricerche in segreto perfezionando un nuovo agente patogeno.

Già pochi giorni dopo la pubblicazione della ricerca, molti scienziati avevano espresso preoccupazioni. Un virologo dell’Istituto Pasteur di Parigi, Simon Wain-Hobson, commentava: “I ricercatori hanno creato un nuovo virus che cresce molto bene nelle cellule umane. Se il virus fuggisse, nessuno potrebbe prevederne la traiettoria”.

Il biologo molecolare americano Richard Ebright (nella foto a lato), della Rutgers University in Piscataway, New Jersey, si diceva pure timoroso: “L’unico impatto di questo lavoro è la creazione in laboratorio di un nuovo e non-naturale rischio”.

Insieme a Wain-Hobson, Ebright aveva lanciato il 12 novembre 2015 un appello: “Le autorità scientifiche dovrebbero reputare simili studi con la creazione di virus chimerici (cioè artificialmente ottenuti mescolando componenti di ceppi diversi, n.d.r.) basati su ceppi in circolazione troppo rischiosi da proseguire”.

Si chiedevano inoltre se valesse la pena di tali esperimenti contando “i rischi implicati”. Uno degli autori dei suddetti esperienti, l’americano Ralph Baric ribatteva invece che gli esperimenti erano stati utili, dimostrando che il ceppo SHC014 poteva ora essere considerato una minaccia per l’uomo, mentre prima non lo si sarebbe considerato tale: “Non penso che possiamo ignorare tutto ciò”.

Tutto ciò dimostra che i virus tipo SARS a simili, come appunto il Covid-19, possono essere ampiamente modificati dall’uomo tramite le moderne tecniche di bioingegneria.Certo, non è sufficiente a dire che l’attuale pandemia sia originata artificialmente e non dagli insondabili disegni della Natura. Ma lascia aperte le porte alle due interpretazioni alternative, o la fuga dai laboratori di Wuhan del germe, o la sua, probabilmente voluta, diffusione in Cina a partire da un vettore esterno, che in linea teorica potrebbe essere statunitense.

Nelle scorse settimane, uno dei principali scienziati protagonisti del discusso esperimento del 2015, la dottoressa Shi Zhengli, vicedirettrice del laboratorio virologico di Wuhan, ha cercato più volte di fugare le ipotesi complottistiche. Scrivendo insieme ai colleghi Zhou Peng e Yang Xinglou un articolo uscito il 3 febbraio 2020 su “Nature”, la Shi ha spiegato: “Abbiamo ottenuto da cinque pazienti nelle fasi iniziali dell’epidemia le sequenze genetiche del virus.

Le sequenze sono quasi identiche e condividono il 79,6% dell’identità sequenziale col SARS-CoV. Inoltre, noi mostriamo che il 2019-nCoV (alias Covid-19) è al 96% identico, a livello di genoma intero, al coronavirus di un pipistrello”.

Pochi giorni dopo, il 7 febbraio, la Shi ha ancora dovuto ripetere, un po’ enfaticamente: “Il nuovo coronavirus del 2019 rappresenta la Natura che punisce la specie umana per il fatto di mantenere abitudini di vita incivili. Io, Shi Zhengli, giuro sulla mia vita che esso non ha nulla a che fare col nostro laboratorio”.

La verità sull’origine di questo virus resta insomma avvolta nell’ombra, in un intreccio di omertà, silenzi, accuse internazionali e, forse, disinformazione. Ovviamente va rilevato che la novità di una specie virale finora ignota giustifica ampiamente il fatto che gli stessi esperti spesso discordino fra loro, dato che stanno essi stessi imparando giorno per giorno nuovi dettagli.

A “pensar male”, come si dice nel linguaggio corrente, si può dire la condivisione internazionale dei risultati degli esperimenti del 2015 avrebbe potuto permettere agli Stati Uniti di modificare e sviluppare autonomamente un proprio ceppo da “seminare” in Cina come blanda arma da “interdizione” batteriologica, per creare enormi problemi sociali a un avversario strategico, anche a costo di subire essi stessi dei contraccolpi.

E il discorso si potrebbe teoricamente allargare all’Unione Europea e anche all’Iran, dove si registrano pure moltissimi decessi. Ma la possibilità teorica, ovviamente, non significa certezza. E altrettanto plausibili restano, sia la pista dell’incidente a Wuhan, sia quella del naturale emergere di una nuova specie naturale.

Finché eventuali testimoni non riveleranno qualcosa di più, le versioni ufficiali a uso dell’opinione pubblica di massa prevarranno. E potrebbero, con buona pace di tutti, effettivamente essere quelle veritiere. Ma nessuno può negare che il mondo è già cambiato. E che l’unico che finora ci ha guadagnato di sicuro è quel piccolo ed estremamente essenziale essere vivente il cui successo esistenziale consiste nell’autoreplicazione.

Tuesday, March 24

ESM, EC, ECB, OMT, BLA, BLA, BLA, BLA, BLA, BLA...

By Stefan Vlahovich - ESM and the European troika is a term used, especially in the media, to refer to the decision group formed by the European Commission (EC), the European Central Bank (ECB) and the International Monetary Fund (IMF). The usage arose in the context of the "bailouts" of Cyprus, Greece, Ireland and Portugal necessitated by their prospective insolvency caused by the world financial crisis of 2007–2008.

To launch EU bonds with a common guarantee, like the Coronabonds, not even. There are even those who propose a "donation of 20 billion from Germany to Italy, as long as no automatisms are inserted at European level". The ideas of Berlin's economic gotha ​​on how to support the countries most affected by the Coronavirus epidemic are first of all a corollary of the concept of solidarity of a certain German elite, unshakable even at the dawn of a potentially catastrophic global recession.

At the Eurogroup, the economic ministers of the euro area will discuss how to deal with the crisis that is now all coming and with a disastrous impact. In a nutshell, there are two orientations in the field: a debt instrument with some form of common guarantee, such as the Coronabonds (euro area bonds sponsored by southern countries and opposed by Northern Europe contrary to any form of risk sharing) or the use of credit lines in the Mes, where necessary to be accompanied by a Eurobond but in any case linked to "conditionality", more or less stringent constraints for the countries that access financial support instruments. 

The Ministry of Finance of the Netherlands has confirmed it, another country which together with Germany and Finland is part of the so-called "rigorists", reiterating that they will undertake to "guarantee the respect of an adequate form of conditionality for each instrument as required by the current ESM Treaty ". In other words, I'll give you the money as long as I can control how you spend it, perhaps by sending the notorious troika.

Anyone who advises the German Federal Government or has done so in the past is on the Dutch line. The gift of honesty should be recognized for the former president of the prestigious IFO Hans-Werner Sinn. What the ECB is doing with the measures announced last week is to "first and foremost" help the "French and German" banks, he said on DLF radio a few days ago. 

Of course, added Sinn, help is also needed by Italy but it is clear that the interests to be protected are first and foremost German, from his point of view: “I am thinking of the huge Target debt contracted by the Italians of 400 billion euros: if Italy were not to pay, one third would be paid by Germany ". 

For this reason the economist has proposed a donation of 20 billion euros to Italy, because “we must help our Italian friends, but openly and honestly and not pretend that the EU is doing it, but if we do, they are the our money and our free choice. " The border between solidarity and charity here is blurred, what worries us most "are these automatisms that are gradually redistributing large amounts of money through the ECB, which is not authorized to do what it is doing".

A few days ago Italy, through Prime Minister Giuseppe Conte, made official the request by Rome through the Financial Times to resort to the State-Saving Fund but, specifying, without any form of conditionality. The resources should be used exclusively for the health and economic emergency. It would therefore be a new tool, since there is nothing in the ESM "toolkit" that does not provide for more or less stringent forms of conditionality. 
According to the Council of Wise Men of the German Government (today made up of only three out of five members: Isabel Schnabel was also part of it until 2019, today on the ECB Executive Committee), however, there are no alternatives to resorting to the Mes with its constraints.

"The countries currently affected by the crisis should submit a request for assistance to the European stability mechanism" which could grant credit lines to countries that request it "but would be tied to conditionalities," he said a few days ago to the German financial newspaper Handelsblatt Volker Wieland, member of the Expert Council. "This would then allow the European Central Bank to purchase government bonds from individual countries through the OMT." 

An unused program which, as is well known, allows Eurotower to purchase unlimited government bonds from a country that is no longer able to finance itself on the markets. And, as is well known, it is subject to the signature by the State concerned of a Memorandum with the fund led by the German Klaus Regling, the ESM precisely.

Even the President of the Council of Wise Men Lars Feld believes that the Mes is the most appropriate tool: interviewed by the FAZ a week ago, referring to the possibility for Italy to no longer be able to finance itself, said that "there is aid from the ESM and the Frankfurt Omt program. If Italy were to get into trouble, it would have to request a State-Savings Fund program linked to conditions and reforms. "

Berlin, for its part, today approved a "historic" package of measures. Finance Minister Scholz expects "at least 5%" GDP contraction for 2020. According to the Bundesbank, the German Central Bank, there is "unprecedented uncertainty" and it is "inevitable" that Germany will sink into a severe recession. For this reason, Angela Merkel's cabinet has given the go-ahead to the "fund for the stabilization of the economy", consisting of 600 billion euros and with 400 billion credit guarantees. 
Another 100 billion are made available to guarantee liquidity to companies overwhelmed by the coronavirus crisis. A further 100 billion are allocated to the credit fund for reconstruction (KfW). For the first time, the government plan foresees a deficit of 156 billion euros. Thus the "debt brake", anchored to the German Constitution, is suspended: since 2014 the government was able to pass budget laws without debt.

The response to the Coronavirus emergency was considered, and with good reason, "historic" for the size of the intervention. It is clear to everyone that it was possible to prepare it in record time because of a public debt of less than 60% of GDP. For this reason, it is not surprising that the German measures are on a different scale than those announced by Italy, France and Spain. 

EU governments immediately moved to prepare for the arrival of the recession announced in an isolated and uncoordinated manner, postponing talks on a common eurozone response to this week. Because, as never hidden by Eurotower, it is clear that this time the ECB's weapons (among those currently available) are likely not to suffice.

According to the German economic gotha, the existing instruments are already sufficient to face an economic crisis and possibly even sovereign debt, should it move to government bonds: "The SSF can be used," said Clemens Fuest, current IFO president. "It is a tool to be carefully evaluated", but at present "its use can be justified by the situation". 
How it works has already been said: "If a country requests the assistance of the Mes, the ECB can buy government bonds from that country in unlimited quantities". But only under certain conditions. It is admitted and not granted that the ESM can be enough to counteract a crisis of which nobody has understood the real extent.