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Sunday, April 26

AL-SHABAAB TRA KENIA E SOMALIA.

La strada è una lingua di terra, pietre e cespugli, in un punto remoto del deserto in Somalia, da qualche parte a sud-ovest di Mogadiscio. Siamo a una manciata di chilometri dal Kenya. 

Nella notte la calma è totale. Si ascolta il rumore del vento che trascina la macchia selvaggia, lo scorrere della sabbia che si ostina nel suo inutile cammino da una parte all’altra della desolazione. Quando le luci di un autobus si fanno avanti nella selva, l’oscurità è assoluta. A piccoli e inesorabili passi, il bagliore si fa più imponente.

Nell’accampamento ribelle l’atmosfera diventa irrequieta. Dei militanti borbottano qualcosa sottovoce, poi scivolano nel silenzio, verso la strada, preoccupati che i capisquadra si accorgano delle loro intenzioni. Accade tutto rapidamente. 

L’autobus viene bloccato. Minacciano l’autista puntandogli contro i kalashnikov AK47, aprono le porte. Urla, grida, disperazione. Uno dei soldati ribelli, fucile a tracolla e volto coperto da un manto nero, annuncia che tutte le donne verranno portate fuori dall’autobus: se qualcuno dovesse opporsi, ne pagherà le conseguenze. 

Due ragazze e una donna più anziana resistono, ma sono picchiate e obbligate a seguire le altre: il peggio deve ancora arrivare. Le donne vengono trascinate a una decina di metri dal bus, fra selva e cespugli. Qui vengono violentate, picchiate, distrutte. 

Quando tutto è finito, ognuna torna al suo posto. Ad aiutarle a salire i pochi gradini sono i figli più piccoli. I due o tre uomini presenti sul mezzo e l’autista sono rimasti a guardare. L’autobus riparte. I miliziani rientrano verso la base, ai loro posti di guardia. 

Siamo in uno dei campi di addestramento segreti che al Shabaab, l’organizzazione insurrezionale islamista che si batte contro il governo di Mogadiscio, ha allestito nel sud-ovest della Somalia. 

Secondo le regole del gruppo jihadista responsabile del recente attentato al campus di Garissa (147 le vittime), una donna che denunci uno stupro è da considerare una criminale. E sono molti i casi registrati di ragazze picchiate o lapidate a morte con l’accusa di aver reso pubblica una violenza subita. Quanto successo con le donne dell’autobus non sarebbe un caso isolato.

Nonostante le accuse, al Shabaab ha sempre rifiutato ogni addebito, ribadendo però una posizione intransigente riguardo le donne colpevoli di non accettare i matrimoni forzati e di denunciare episodi di violenza. 

In questo senso, è ancora impresso nella memoria di molti il caso di Aisha Ibrahim Duhulow, la bambina di 13 anni che nel 2008, dopo aver subìto un terribile stupro e in seguito alla denuncia della famiglia, fu lapidata a morte di fronte a un pubblico di oltre mille persone, nella città portuale di Kismayo, da militanti del gruppo jihadista.

«Seguiamo l’ispirazione dei fratelli wahabiti, in tutto e per tutto» spiega uno dei ragazzi impegnati nel campo di preparazione. «Le donne sono importanti, ma devono seguire le regole, è impensabile ritenere che abbiano gli stessi diritti di noi uomini». Nella base si addestrano circa 400 aspiranti jihadisti

Arrivano da ogni parte della Somalia, alcuni persino dall’odiato Kenya. Si battono contro il governo federale somalo e il contingente dell’Unione Africana (AMISOM), la missione di pace attiva su mandato delle Nazioni Unite sin dal 2007, che schiera nell’area un contingente di 20 mila soldati provenienti da Sierra Leone, Burundi, Etiopia, Gibuti, Kenya e Uganda.

«Vogliono colonizzarci, importare in Somalia il loro modello occidentale, mandare via la nostra gente e sfruttare le nostre risorse. Americani ed europei supportano gli eserciti africani mercenari, militari che uccidono i nostri uomini e le nostre donne, come cani» racconta un altro dei giovani islamisti. 

«Noi vogliamo riprendere in mano il Paese e riportarlo dentro la sua dimensione, nei confini della sua tradizione religiosa islamica. Siamo pronti a ogni sacrificio per raggiungere il nostro scopo».

Le tende dell’accampamento sono assiepate una accanto all’altra, vicino alla riva del fiume, riparate da due dei rarissimi alberi che si notano intorno. All’interno si trova qualche vestito, bottiglie di plastica vuote, un materasso di gommapiuma che rende (per chi lo ha trovato) meno difficile il sonno. 

Un piatto di riso, pochi bocconi di carne. Alle 20 scatta il coprifuoco e montano i turni di guardia. A popolare la base sono giovani fra i 16 e i 30 anni. Sotto le divise piene di polvere molti nascondono una vecchia maglietta di qualche squadra di calcio europea. Un drappo nero copre il volto di tutti i ribelli, giorno e notte: rimane libera solo una striminzita fessura da cui scintillano gli occhi.

Soltanto la guida del campo, il capo militare e spirituale del gruppo, è a viso scoperto. È lui a impartire gli ordini di allenamento, a guidare la preghiera, a intonare gli inquietanti canti militari che inneggiano ad al Qaeda e al martirio per la liberazione della Somalia. 

Portano tutti fucili d’assalto semiautomatici o mitragliatrici, ognuno indossa almeno due cinturoni di proiettili incrociati intorno alla vita, alla schiena e al petto. 

Restano nel campo per un periodo di almeno sei mesi, durante i quali vengono sottoposti ad allenamenti fisici estenuanti, esercitazioni di tiro, simulazioni strategiche, oltre a un continuo lavoro di indottrinamento politico e religioso. 

In molti hanno lasciato a casa i genitori, una moglie, dei figli, immolando la loro esistenza per la battaglia religiosa contro gli «infedeli». Nei mesi di addestramento gli uomini vengono pian piano ripartiti in unità. 

Soldati semplici, gruppi d’assalto, network di intelligence, specialisti nella fabbricazione di esplosivi e poi, soprattutto, la brigata suicida, la più nutrita del gruppo, nella quale riescono a entrare soltanto i migliori e per cui continua a esserci una lunga lista d’attesa.

«Attacchiamo i centri commerciali, le scuole, gli obiettivi civili, per dare un segnale» racconta la guida del campo. Sono loro che hanno cominciato per primi! Abbiamo detto decine di volte, soprattutto alle forze militari kenyane, di lasciarci stare, di rimanere fuori dalla nostra terra, di non intromettersi nella battaglia fra noi e il governo di Mogadiscio, ma non ci hanno ascoltato. 

L’unica maniera per far capire che facciamo sul serio è spargere il sangue dei giusti, cioè quello della popolazione civile: soltanto in questo modo ci ascolteranno. Dopo aver perso la città portuale di Kismayo e dunque il contatto diretto con i pirati somali, sostenitori del gruppo, gli jihadisti si sono ingegnati. 

Oltre ai sistemi classici di hawala (il trasferimento di denaro basato sull’onore che trae origine nella dottrina islamica) e alla tassazione cui sono sottoposte le organizzazioni non governative impegnate nell’area (circa 500 dollari al mese per ogni cooperante), hanno puntato sul commercio di avorio.

Dal campo, una volta la settimana, una brigata di trenta uomini si muove dentro la selva, a caccia di rinoceronti ed elefanti. Le zanne sono vendute agli intermediari a una media di 60 dollari al chilo e poi rimesse sul mercato in Asia e Medio Oriente: i ricavi per Al Shabaab sono stratosferici. «Facciamo quello che va fatto, un animale non è certo più importante della nostra sussistenza. Sono responsabile della mia anima soltanto di fronte a Dio» dice ancora la guida del campo. 

«Tutto quello che faccio, azioni giuste e ingiuste, omicidi e vessazioni, viene compiuto in nome di Allah e per la liberazione del mio paese. Tutto il resto non conta. Il nostro prossimo obiettivo è  convincere i fratelli di Regno Unito, Francia, Germania e il mondo intero a unirsi alla nostra battaglia. Siamo pronti ad accogliere con le nostre armi chiunque voglia prendere parte allo scontro con i nemici dell’Islam».

 Lasciando il campo al mattino, sotto il sole già ardente, con la polvere che si fonde sulla pelle. La strada per Mogadiscio racconta la guerra. Dalla base, ormai lontana almeno un paio di chilometri, si sentono esplodere decine di colpi. È il saluto della jihad di al Shabaab a un nuovo giorno di rivolta.  

LA VERGOGNA EUROPEA SULL'ESODO LIBICO

Da 12 anni i governi italiani ripetono che il “fronte sud”, il Mediterraneo, è il più esposto e che è necessario trovare una strategia di contenimento che farebbe anche comodo al resto del continente europeo, in termini di accoglienza e in termini di lotta al terrorismo.

Dopo che sono state vagliate ipotesi di vario genere, dalla guerra ai blitz mirati a una coalizione con gli attori locali del nord Africa, sono rimaste in vita le tattiche già esistenti: lo sforzo collettivo dell’Unione Europea per risolvere la questione degli immigrati e la mediazione dell’ONU per mettere i tanti, e sempre più nervosi, interlocutori in Libia allo stesso tavolo. 

Può l’Italia fare di più oltre ad avere, grazie alla “chimica” come dice il giornalista collettivo, rapporti privilegiati con il presidente americano Barack Obama o con quello russo, Vladimir Putin?

“C’è una volontà del fare e una difficoltà del fare”, dice con un sorriso Stefano Silvestri, consigliere scientifico dello IAI, e la discrepanza pesa su molti leader internazionali, non solo sul premier Matteo Renzi. La sua triangolazione tra Russia, Stati Uniti ed Egitto è al momento la mediazione più importante che c’è ma la sua efficacia è ancora da verificare.

Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes, considera “buona” l’interazione con la Russia, è ben più scettico sull’eccessiva valorizzazione dell’Egitto, perché in Libia il Cairo fa il tifo per una coalizione che sarebbe quella legata al generale Haftar, “ma se vuoi mediare non puoi stare con una parte sola”, e perché “l’obiettivo di al-Sisi è far fuori la Fratellanza musulmana, e se spazzi via tutto l’Islam politico, per quanto ambiguo, rischi di rimanere soltanto con gli estremisti”. 

Per Caracciolo l’attivismo italiano dovrebbe convergere verso una ricomposizione del conflitto senza che ci siano, nel mezzo, altre derive, “egiziani e algerini che si fanno la guerra in Libia, per esempio, gli italiani che non collaborano con i francesi, anche, e poi l’etero-direzione dei paesi del Golfo” che utilizzano le alleanze a fasi alterne con vari paesi dell’occidente per portare avanti i loro interessi.

Molti esperti, a partire da alcuni vicini al governo di Parigi, chiedono una maggiore collaborazione tra Italia e Francia (i francesi si sentono in guerra come gli americani dopo l’11 settembre, dice una nostra fonte, “attenzione agli eccessi di Parigi”, avverte Silvestri), anche se la questione libica fa riemergere dissapori mai sopiti che risalgono alla caduta di Gheddafi. 

Ma “le tratte delle migrazioni passano per paesi e zone in cui i francesi hanno uomini e influenza – dice Arturo Varvelli, ricercatore dell’ISPI che si occupa di terrorismo e conosce bene la situazione libica – Niger, Mali, Fezzan sono aree in cui si scambiano armi e uomini che vanno ad aumentare l’esercito degli islamisti o che arrivano in fuga verso la costa, e nelle quali gli unici soldati occidentali sono quelli mandati da Parigi”. 

La Francia chiede collaborazione, ma secondo Varvelli sarebbe necessario che l’Italia pensasse a un intervento di terra anche minimo ma mirato a difesa delle coste e in asse con Parigi. 

Caracciolo dice che bisogna inviare forze speciali per “affondare i barconi prima che partano, togliendo gli strumenti a chi traffica con uomini e armi”, come “già era stato fatto in Albania”, e chiedere aiuto alla Tunisia perché si attrezzi, “dietro lauto compenso”, per accogliere chi scappa dalla Libia.

Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano, consiglia cautela, con corridoi umanitari o personale in loco “ci esponiamo a rischi enormi”: l’emergenza richiede una reazione immediata, ma i tempi del negoziato e della creazione di alleanze sono ben più lunghi, e soprattutto in Libia l’Italia ha già rivestito un ruolo importante, “non me la sento di dire che Renzi dovrebbe fare di più”, dice Parsi. 

Il problema è semmai “internazionalizzare l’emergenza”, suggerisce Parsi, far sì che l’immigrazione sia un problema di tutti e non soltanto italiano.

Sulle migrazioni l’UE promette più investimenti e aiuti, mentre sulla stabilizzazione della Libia sarebbe necessario, dice Varvelli, “allargare le operazioni internazionali contro lo Stato islamico da Siria e Iraq anche alla Libia”, e non è escluso che Renzi ne abbia parlato anche nella visita a Washington. 

In questo modo si potrebbe rimodulare il conflitto, spiega Varvelli: “Si traccia una linea tra chi combatte lo Stato islamico e chi no”, almeno questo immetterebbe un po’ di chiarezza nel confuso contesto libico. 

Ma con le linee, si sa, non ci si è molto mossi di questi tempi, e ora l’unico obiettivo di Renzi, tra triangolazioni e foto da album dei ricordi, è far capire che nella stabilizzazione del nord Africa ci guadagnano tutti, non soltanto l’Italia.

Thursday, December 19

THE BALCAN COCAINE ROUTE

We are fighting every day and night against: 
1. Countering transnational organized crime, illicit trafficking and illicit drug     trafficking 
 2. Countering corruption 
 3. Terrorism prevention 
 4. Justice 
 5. Prevention, treatment and reintegration, and alternative development 
 6. Research, trend analysis and forensics 
 7. Policy support.

Speaking for Al-Jazeera the expert Marko Nicović explained that the situation additionally deteriorated due to poor training on sophisticated drug smuggling methods received by customs and police officers.

Commenting on a recent statement by UNODC Executive Director Yury Fedotov that some 80 percent of narcotics from Afghanistan were being shipped through the Balkans, Nicović also claimed that the most serious problem was that these drugs were stored in "in Kosovo, Macedonia and Albania": 

"The smugglers have huge quantities of money at their disposal, in many secret places, which they use to easily bribe Police officers and judges, therefore the region is ideal for them, while it will take time to eradicate Southeast Europe's main problem, corruption." 

According to him, heroin is arriving to this region from Afghanistan, Iran and Pakistan, mostly via Turkey and Bulgaria. However, another global drug route is brining cocaine to the Balkans - from South America, via seaports in Albania, Montenegro, Croatia and Slovenia. 

This expert explained that drug routes are now crossing in the Balkans - with one heading toward Western Europe, while the other has the U.S. and Canada as its destinations. 

At the same time, about 15 percent of the smuggled narcotics remain in the Balkan countries, where there are some 700,000 drugs addicts in the former Yugoslav republics and Greece and Albania. 

Nicović also told the news agency that Montenegro is mostly consuming "high quality Albania-made marijuana", followed by cocaine and synthetic drugs, which he described as "cheap, and easily accessible to youths". 

"A gram of cocaine costs EUR 50, while a dose of methamphetamines or ecstasy costs only three to four euros," he noted, and added that poor countries were now faced with a wave of synthetic drugs in their illegal markets, "which are much quicker to destroy central nervous system and health of young people".

Saturday, May 25

ARRESTATO LIRIDON KELMENDI FIGLIO DEL "BOSS" NASER

Il figlio del "boss" della droga Naser Kelmendi:  "Liridon" (30),  è stato arrestato questa mattina intorno ore 05.30, presso la frontiera di "Kula" all'ingresso con il Montenegro, il mandato d'arresto è stato emesso dalla polizia di Stato del Montenegro in stretta collaborazione con l'INTERPOL.

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Saturday, July 9

From Kosovo to Gaza

by Stephen Schwartz
The Weekly Standard Blog

Kosovo media have reported that an Islamist ideologue from that country, Fuad Ramiqi, was among the participants in the ill-fated attempt to break Israel's naval blockade at Gaza. Ramiqi was joined by three Albanian Muslims from Macedonia--Sami Emini, Jasmin Rexhepi, and Sead Asipi.

Fuad Ramiqi is the representative in Kosovo of the European Muslim Network, a fundamentalist organization headed by the Egyptian-born, Qatar-based cleric Yusuf al-Qaradawi and the academic Tariq Ramadan. Al-Qaradawi and Ramadan are leading figures in the radical Muslim Brotherhood, which as Thomas Joscelyn has noted, had enough links with the Gaza incident for it to be considered a Brotherhood operation. Hamas is the Palestinian branch of the Brotherhood, and Ramadan is the grandson of Brotherhood founder Hassan al-Banna.

Ramiqi, a soldier in the Yugoslav army who joined the Bosnian army during the 1992-95 war in Bosnia-Herzegovina, runs his own Brotherhood franchise, the Muslim Forum of Kosovo (MFK), created in 2006. In the days following the Gaza blockade clash, Ramiqi's group apparently preferred to keep silent on his involvement. But a 2007 document in English on its website attests to its ideology. The group denounced a Kosovo public school principal who had criticized two 12th-grade girls for wearing the Islamic headscarf in class. Kosovo's ban on the headscarf in public schools is paralleled by police orders to track and arrest Islamist radicals.

Late in May, local police rounded up five Wahhabis--acolytes of Saudi-exported radical Islam--in the environs of the Kosovo city of Prizren. The Islamist suspects included three Bosnian Muslims – Idriz Biljbani, a supposed professor of Islamic law trained at an Egyptian university, Mustafa Imeri, and Ismajl Skenderi – and two Kosovars, Hadit Miftari and Armend Kalendari. Weapons were captured at eight different locations in the course of the arrests: five Kalashnikov assault rifles, three more rifles, two pistols, and ammunition, along with body armor, uniforms, and diverse other materiel including handcuffs and laptops.

According to a Bosnian Islamist web report, the police action was officially described as a response to an assault by the five Wahhabis on a Kosovo government employee who distributed the Bible to his neighbors during his off hours. The Bosnian radicals tried to blame the arrests on Serbian influence over the Kosovo police, and complained that the Kosovar officers were imitating the Bosnian police who shut down an infamous Wahhabi cell in the village of Gornja Maoca in February. But Wahhabi attacks on individuals, including another Christian, have made headlines across Kosovo throughout the past two years.

Confrontations between Wahhabi intruders and local Muslims have been visible in all the Western Balkan countries, including Montenegro, Bosnia-Herzegovina, Kosovo, Macedonia, and Albania. The presence of three Macedonian Albanians at the scene of the Gaza bloodshed is unsurprising to observers of Islam in the Balkans, since Macedonian Muslims have succumbed almost totally to the influence of Arab money. The pattern of unwanted radical immigration into the Balkans continues. Radio Free Europe/Radio Liberty last month reported, unfortunately without providing an English translation, that Wahhabis have disrupted Islamic religious life in the resort town of Ulcinj, on the Montenegrin coast near the northern border of Albania.

Ulcinj, with about 12,000 residents, mainly Albanian-speaking and Muslim, is best known for its city fortress, dating from the Renaissance, and its wide Adriatic Sea beaches, including a nude spa notorious in the region. Leaders of the official and moderate Islamic religious community in the town complained to local media as well as RFE/RL that Wahhabis had threatened and physically attacked local imams, and invaded administrative meetings. Avdo Goran, chairman of the directing board of the Islamic Community in the city, said he had heard of threats to non-radical imams but not of physical attacks.

Mustafa Canka, a Muslim journalist from Ulcinj, blamed Islamic officials for "institutional weakness, idleness and neglect, based on personal interests and selfishness." He described the local Muslims as afflicted by "disorientation, inadequate response to contemporary problems, and ignorance." Canka denounced Wahhabism as "a kind of Islam that when seen from one side appears strong and monolithic, but which is sterile and unproductive." He said the radicals now have many supporters, but that their influence will not endure. He repeated his criticism of local Muslim religious functionaries, who he said were trained in the local form of Islam and did not recognize the danger when they "opened the door wide" to radical newcomers. Montenegro is mainly a Christian country and its Muslim minorities, both Slav and Albanian, have had few conflicts with the Christian majority for generations.

Islamist radicals continue their efforts to penetrate every country where Muslims live. In the Balkans, their appeal to ordinary Muslims is limited, thanks to local resentment of outsiders and a desire to avoid new conflicts. But as the Gaza flotilla showed, even small numbers of extremists can cause big problems.

Saturday, March 6

Yamam: la migliore unità di antiterrorismo del mondo

(Paola Cariai)   Si narra che siano bastati 34 minuti, agli uomini dell'antiterrorismo dello Yamam, per prendere il controllo della prigione di Gerico. Era una mattina di marzo del 2006, il primo governo Hamas si era appena insediato, e Israele decise di andarsi a prendere sei esponenti palestinesi di alto profilo dal carcere palestinese, sino a quel momento guardato a vista dagli "osservatori" britannici e americani chiamati a vigilare su di un accordo negoziato con Yasser Arafat.

Un nome tra tutti, quello di Ahmed Saadat, segretario generale del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, accusato dagli israeliani di essere il mandante dell'assassinio del ministro del Turismo Rehavam Ze'evi. I soldati si erano addestrati per oltre due settimane con una perfetta ricostruzione del carcere. Quelli dello Yamam, la forza antiterrorismo più famosa del mondo, non si sono fatti però vedere dalle telecamere. In genere dovrebbe succedere sempre così. Colpisci e non ti fai vedere. Non com'è successo nel "Dubaigate", l'omicidio di del dirigente di Hamas Mahmoud al Mabhouh che tutti ritengono opera del Mossad. Gli esecutori sono stati immortalati dalle telecamere dell'albergo di Dubai in cui si è consumato l'assassinio. Lasciando, poi, una scia impressionante di tracce "sensibili". Tempi duri per le forze speciali israeliane, il cui mito viene messo a dura prova da scivoloni come quello di Dubai o, nel 1997, il flop dell'avvelenamento di Khaied Meshaal, che imbarazzò non poco l'alierà e attuale premier israeliano, Benjamin Netanyahu.

E chissà che il Dubaigate non abbia scossoni, dietro le quinte, nel variegato mondo delle forze speciali israeliane. Una teoria di sigle che, tra le diverse armi dell'esercito e la polizia, si dividono (e talvolta si contendono) l'antiterrorismo e il confronto con i palestinesi. All'estero, come fa il Mossad, ma anche dentro i contini di Israele e dei Territori palestinesi, sotto occupazione. Come lo Yamam, appunto. Che all'antiterrorismo aggiunge, nel suo mandato, liberazione di ostaggi e operazioni in ambienti difficili. Spesso, dove di mezzo ci sono i civili. Forza di polizia, niente a che vedere con l'esercito. Ma il Medio Oriente è un posto speciale. Speciale è Israele. Altrettanto lo è il conflitto con i palestinesi. E proprio dal conflitto è nato lo Yehidat Mishtara Meyuhedet. Sigla: Yamam. È il 1974. Israele assistè al più grande fallimento dell'antiterrorismo quando il sequestro di una scuola, da parte di tré fedaveen del Fronte democratico per la liberazione della Palestina, si conclude con un bagno di sangue. Decine di morti e feriti.

E il massacro di Ma'alot, a cui Israele risponde con il bombardamento di campi profughi in Libano. Nasce così lo Yamam. Un gruppo dentro la polizia di frontiera, il distillato delle altre unità speciali dell'esercito. Anzi, i suoi uomini arrivano proprio da lì: fanno il servizio militare, sono i migliori combattenti, lasciano gradi e stellette, chiedono di entrare in polizia e sono disposti a ricominciare da capo. Sottoponendosi a un reclutamento molto selettivo. Quindici su mille ce la fanno: questa è la percentuale tra le richieste e gli arruolati. Poi, quando si è dentro, un allenamento continuo, per un corpo che nell'ultima fase ha compiuto una media di circa 200 operazioni l'anno, e che è composto di appena poche centinaia di professionisti. I quali restano nel corpo per dieci, 15 anni. conducendo una vita segreta anche per le famiglie. «Quindici anni nell'ombra, ma poi», dice Moshe Fintzy, portavoce della squadra, «quando si esce dallo Yamam le porte sono aperte». Tempi cupi, e operazioni coperte di cui non si conosce nulla, o quasi. Di certo, si sa che per anni lo Yamam si è concentrato su raid di concerto con lo Shin Bet. Lo confermano le cifre che Zohar Dvir. comandante dello Yamam proprio nella fase più dura dell'Inrifada di Al Aqsa, ha reso pubbliche al momento di abbandonare l'incarico, esattamente tré anni fa. Fuori dal mandato del silenzio, Dvir ha fornito i numeri.

Durante l'Intifada la sua unità ha arrestato 500 palestinesi, ha ucciso 50 terroristi che si sospettava stessero andando a compiere attentati suicidi e altri 129 palestinesi sulla "lista nera" degli israeliani. Ma i morti erano vittime di scontri a fuoco oppure bersagli di omicidi mirati? Le associazioni israeliane e palestinesi per i diritti civili non sono convinte che non vi siano stati omicidi preventivi. Ne sono prova le petizioni e le richieste ai un ricercare vicino a Kamaiian. Ora lo Yamam è lo Yaman. «Ma per molti anni ha dovuto far capire all'opinione pubblica quanto i suoi uomini sono bravi", dice Ami Pedahzur, professore a Austin, università del Texas, autore di un volume sui corpi di sicurezza israeliani. Il concorrente principale era il Sayeret Matkal, forza speciale dell'esercito. A far conoscere lo Vamam, da dieci anni a questa ; parte, sono stati gli strettissimi rapporti j con lo Shin Bet. «Una collaborazione che  ha fatto bene allo Yamam perché ha canalizzato le energie, ma lo Yamam è nato per liberare ostaggi», commenta Pcdahzur, secondo il quale «lo Yamam è la migliore unità di antiterrorismo del mondo, per certi versi però sottoutilizzata". A far salire alla ribalta lo Yamam è stata la seconda Intifada. Negli scontri che seguirono la famosa passeggiata di Ariel Sharon sulla spianata delle Moschee furono uccisi 13 arabo-israeliani.

In due occasioni, entrarono in azione i cecchini dello Yamam, dietro ordine della polizia. La Commissione OR istituita per indagare su questi farti, ha avuto parole dure contro il comportamento della polizia, ma non è andata oltre. Nessun indagato, nessun colpevole. "Totale impunità», è il commento scandalizzato di Orna Cohen, legale di Adalah, l'associazione che difende la minoranza araba che vive all'interno di Israele. più noti nella difesa dei diritti umani hanno presentato su episodi specifici. La linea dello Yamam è che si va ad arrestare, e si uccide solo quando il ricercato reagisce, spara, mette in pericolo la vita dei mèmbri dell'unità speciale. Il dubbio, però, rimane. Com'è rimasto, tra gli analisti, quando una sera di marzo del 200S' lo Yamam ha ucciso quattro militanti della Jihad islamica a Betlemme. in un'operazione formalmente diretta al loro arresto. Le regole d'ingaggio sono molto più elastiche di quelle di altri corpi, venne detto. E alcuni funzionari di polizia ammisero a Haaretz che "in pratica era diventata un'operazione shoot-to-kill". Spara per uccidere.

Friday, February 26

PKK: Reclutavano giovani a Venezia

VENEZIA - Una presunta associazione con finalità di terrorismo internazionale è stata smantellata dalla Digos di Venezia che sta eseguendo 11 ordinanze di custodia cautelare in carcere. I provvedimenti - eseguiti dagli agenti della questura di Venezia con il supporto dei colleghi delle Digos di Pisa, Roma, Milano e il coordinamento operativo dell’Ucigos-Dcpp - riguardano 10 turchi e un italiano. Secondo quanto emerso dalle indagini, la presunta organizzazione era finalizzata al reclutamento, indottrinamento e addestramento di giovani di etnia turca da inviare a combattere tra le file del Pkk, il partito dei lavoratori curdi che l’Unione europea ha incluso nelle liste terroristiche. Sarebbero stati individuati campi di addestramento in Italia e in Francia.

L’operazione resa nota dal prefetto Stefano Berrettoni, direttore centrale della polizia di prevenzione Ucigos, è la sintesi di un’indagine cominciata nel 2008. La presunta organizzazione operava secondo le indagini attraverso il reclutamento di giovanissimi curdi, tra cui molte donne che venivano avviati poi a corsi di addestramento in campi allestiti in Italia - quattro quelli individuati - e in altre parti d’Europa, specie in Francia. Al momento in Italia non sono state trovate armi, ma nella documentazione sequestrata dalla Digos veneziana, diretta da Diego Parente, ci sono atti che comproverebbero addestramento anche con l’uso di armi in campi allestiti fuori dall’Italia. L’italiano coinvolto è Andrea Orlando, 41 anni, di Treviso, che era già in carcere. Nel 2006 venne arrestato ad Avignone (Francia): nell’ auto su cui viaggiava vennero trovati un fucile mitragliatore, un revolver e munizioni. Orlando è conosciuto come molto vicino agli ambienti dell’estrema sinistra, che avrebbe avuto parte nel reclutamento di una ragazza curda. In un appartamento a sua disposizione a Marsiglia (Francia) sarebbe stata trovata documentazione ritenuta estremamente interessante. L’organizzazione aveva campi di formazione e indottrinamento, chiamati in gergo matrimoni, in turco «Tugun». Uno, secondo gli investigatori, era attivo in provincia di Pordenone fino allo scorso anno; un altro era attivo, sulle colline pisane. Al vaglio degli investigatori, secondo quanto si è appreso, c’è la posizione di un altro centinaio di persone, tutte curde, per valutare eventuali coinvolgimento nell’organizzazione o la loro posizione rispetto ai permessi di soggiorno. In un campo scoperto dagli agenti della polizia di Stato sarebbero state trovate una settantina di persone. Una giovane detenuta in Francia con l’accusa di appartenere al Pkk ha ammesso di aver partecipato lo scorso anno a Taranto a un «corso di indottrinamento ideologico», al termine del quale veniva chiesto ai partecipanti di unirsi alle fila del Pkk per andare a combattere.

Le operazioni di controllo sono in corso nelle province di Treviso, Venezia, Pisa, Modena, Udine, Pordenone e Milano. L’indagine è svolta parallelamente in Italia e in Francia con il contributo delle strutture antiterrorismo di Germania, Belgio ed Olanda. Un cittadino turco, tratto in arresto, era stato fermato a Venezia nel marzo dello scorso anno. In quell’occasione, oltre a fotografie che lo ritraevano mente imbracciava un fucile mitragliatore, era stato trovato in possesso di alcune lettere con le quali una ragazza turca poco più che maggiorenne, scomparsa qualche mese fa dalla provincia di Viterbo, manifestava ai propri genitori l’intenzione di voler andare a combattere per la causa del Kurdistan.

Saturday, February 20

Friday, February 12

Commanders Anti Terrorism Force Protection

Commanders Anti Terrorism Force Protection                                                                   

UNITED NATIONS Anti-Terrorism Group

U.N. Anti-Terrorism Measures Chapter 575                                                            

20 militants killed in counter-terrorist operation in southern Russia

At least 20 militants were killed by federal law enforcers in the southern Russia's republic of Ingushetia.The operation began on Thursday at 4 a.m. in the Sunzha district, Ingushetia, on the Ingush border with Chechnya.It was stopped in the evening because of darkness, but resumed on Friday morning. A group of 20 to 25 militants have been cornered by law enforcement officers. On Friday afternoon a Federal Security Service official said that 20 enemy fighters were killed in the operation. The search for more dead and possible survivors continued. Federal forces suffered no casualties.Before the operation started, the militants were advised to surrender several times, but they answered with gunfire, the Interfax news agency quoted a police source as saying. Ramzan Kadyrov, President of the Chechen republic, recalled that last summer in this area Chechen and Ingush police carried out a series of successful operations, killing tens of militants and their leaders. “This nest of wasps was stirred last year. Now we need to get rid of it completely,” added Kadyrov.


Wednesday, February 10

EU-US debate – tackling terrorism or invading privacy?

10 February, 2010, 

The European Parliament is debating an agreement that allows the banking data of its citizens to be scrutinized by American officials.
Washington says this measure is vital to counter terrorism, but many in Europe see it as an invasion of privacy.

In a deal that came into force temporarily last Monday, the EU and the US are sharing banking data conducted through the SWIFT money transferring system. For supporters, including the US government, it seems a key part of the fight against the financing of international terrorism

But a large body of members of the European Parliament sees it as an infringement of the basic rights of EU citizens. They are worried about how much banking information is going to be revealed, how long it is to be stored and the potential for information to be misused or transferred to a third country.

The members of the European Parliament are due to debate the deal on Wednesday and take a final vote on Thursday. Some of the parliamentarians are already dissatisfied with the fact they have not been given the eight weeks they are supposed to have to consider such a deal.

A Dutch member of the European Parliament Sophia in 't Veld has said the EU parliament in large majority has very serious concerns whether this agreement is fully in line with the rules on data protection and fundamental rights.

“This parliament expressed concerns on various occasions in recent years. And we are not pleased with the way that the council – that is the European member state governments – are trying to push this through,” Sophia in 't Veld noted. “They are trying to sideline the EU parliament and since the 1st of December, in a procedure under the new Lisbon Treaty, where the EU parliament has to give its consent to such an agreement. We feel that the European Council should be much more forthcoming and give us access to all the relevant information that we need in order to take a well-founded decision.”


Sunday, January 24

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