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Sunday, October 11

COME BOMBARDARE PER ESPORTARE DEMOCRAZIA

Analisi Didesa. L’Amministrazione Obama ha deciso di mettere fine al contestato programma da 500 milioni di dollari annui del Pentagono per addestrare i ribelli “moderati” siriani.

Riconoscendo, in questo modo, il fallimento totale nella formazione di combattenti in grado di contrastare lo stato islamico. Lo ha riferito il New York Times, citando fonti della stessa amministrazione Obama. 

La conferma è arrivata poco dopo dal segretario alla Difesa, Ash Carter, secondo cui il presidente americano presenterà a breve proposte di modifica al programma. Sarà lo stesso Obama a parlarne nelle prossime ore, ha aggiunto Carter.

Dal Pentagono una fonte sotto anonimato ha spiegato al quotidiano che non verranno più reclutati ribelli da mandare ad addestrare in Giordania, Qatar, Arabia Saudita o Emirati, ma verrà allestito un centro di formazione più piccolo in Turchia dove un piccolo gruppo di “facilitatori”, per la maggior parte comandanti dei gruppi di opposizione, verranno istruiti su manovre tattiche  e su come chiedere l’intervento dei cacciabombardieri della Coalizione.

Ashton Carter, ha affermato che gli USA intendono cambiare il programma di addestramento dei ribelli siriani contro lo stato islamico seguendo l’esempio della collaborazione coi curdi. “Il lavoro che abbiamo fatto coi curdi nel nord della Siria è l’esempio di un approccio efficace”, ha affermato il ministro americano nel corso di un incontro a Londra col suo omologo britannico Michael Fallon.

Questo è l’esempio che vogliamo seguire con gli altri gruppi in Siria d’ora in avanti”, ha aggiunto Carter senza spiegare però che mentre i curdi controllano ampi territori i ribelli siriani moderati sono a ranghi ridotti e controllano poco enclaves in Siria minacciate dalla pressione dello stato islamico e del Fronte al-Nusra oltre che dalle forze regolari di Damasco.

Il fallimento del piano americano di rafforzare i ribelli moderati coincide con l’offensiva scatenata ieri dallo stato islamico che continua ad avanzare a nord di Aleppo attaccando le postazioni dei ribelli moderati e quelle governative. Qui gli uomini del Califfato hanno ucciso giovedì sera il generale iraniano Hussein Hamedani, morto mentre svolgeva il suo lavoro di “consigliere” delle forze siriane, ha spiegato la tv di Teheran. 

Hamedani era indicato come il responsabile in Siria delle Forze al Quds, la divisione per le operazioni all’estero dei Pasdaran iraniani.Secondo l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (organizzazione vicina ai ribelli sospettata di essere sostenuto dall’intelligence anglo-americana)  Hamedani è stato ucciso dallo stato islamico vicino all’aeroporto di Kweiris, a est di Aleppo, assediato dai jihadisti.

La Francia ha bombardato ieri per la quinta volta campi d’addestramento del Califfato a Raqqa mentre Mosca ha annunciato ieri di aver bombardato 60 “obiettivi terroristici” in Siria nelle ultime 24 ore.“

Nei 67 raid dei caccia bombardieri Su-34M e Su-25SM nelle province di Raqqa, Latakia, Hama, Idlib e Aleppo sono stati uccisi circa 300 jihadisti, compresi due comandanti, e sono andati distrutti 6 centri di comunicazione e di comando, 17 campi di addestramento, 6 depositi di armi, 13 tunnel utilizzati dai jihadisti nella provincia di Latakia, 16 roccaforti, 17 mezzi corazzati, 2 sistemi multipli di lanciarazzi”.

I dati sono stati resi noti durante una conferenza stampa dal generale Igor Igor Konashenkov , capo dello Stato maggiore russo che ha fornito oggi i dati dei raid effettuati oggi: 64 contro 55 obiettivi. Di fatto la media delle sortite offensive russe si attesta oltre le 50/60 al giorno, oltre il doppio di quelle effettuate dalla Coalizione a guida statunitense.

Come è consuetudine i russi definiscono “terroristi” non solo i miliziani del Califfato ma anche i miliziani dei gruppi salafiti, qaedisti e dei fratelli musulmani che militano nell’Esercito della Conquista (sostenuti da turchi, sauditi e Qatar) e che vengono colpiti insieme allo Stato Islamico poiché presidiano il fronte più delicato per il regime di Bashar Assad, quello nord occidentale tra Latakya, Idlib e Hama

Secondo quanto riportato dalla tv araba al-Mayadin molti membri dello stato islamico hanno evacuato le famiglie da Raqqa dopo l’avvio dei raid aerei russi. Fonti saudite citate dalla BBC assicurano che Riad ha già intensificato il sostegno bellico alle forze dei ribelli siriani.

Per il terzo giorno consecutivo è proseguita l’offensiva di terra delle truppe governative siriane appoggiate da miliziani libanesi e iraniani, che tentano di sfondare le linee degli insorti su tre lati tra Hama e Idlib: Atshan, Kfar Nabbuda e Khan Shaykhun.

Thursday, May 21

CHE COLORE AVRA' LA RIVOLUZIONE A MOSCA?

Oggi la scommessa dei tecnocrati e dei registi dei colpi di stato è stata fatta sui nazionalisti, radicali, estremisti e terroristi. La protesta contro le politiche liberiste dell'élite sociale possono, però,  ripercuotersi contro lo stesso Stato.

Sebbene l'esempio molto realistico dell'Ucraina mostri cosa succede quando lo Stato collassa (non siamo lontani dalla Jugoslavia o Libia), il nocciolo della questione sta nel fatto che i fattori esterni assicurano la stabilità sociale e politica. Il "fattore di comprensione" interno che fornisce la reale resistenza della società alle sfide esterne e alle tecnologie di manipolazione, rimane nel suo stato embrionale e casuale.

La nomina di John Tefft ad ambasciatore degli Stati Uniti in Russia è stata percepita come un possibile passo verso la destabilizzazione della situazione in Russia e in Eurasia nel suo complesso. 

A differenza di Michael McFaul, Tefft è considerato pragmatico e regista delle rivoluzioni colorate nell'ex Unione Sovietica. Sarà a tal proposito effettuato un nuovo tentativo di rivoluzione colorata in Russia e in che forma? 

Rispondere a questa domanda è impossibile senza analizzare e comprendere l'evoluzione della stessa tecnologia delle rivoluzioni colorate, che hanno cessato di essere non violente, così come degli strumenti mediatici della moderna guerra umanitaria e d'informazione.

La destabilizzazione della situazione in Russia è di natura globale, l'impatto si sentirà nell'Unione Economica Eurasiatica (Bielorussia e Kazakistan), nonché creerà turbolenze nei Paesi BRICS. 

I media e la parte affaristica dell'élite saranno solo una delle sue guide, così la comprensione delle tecnologie descritte sopra è estremamente importante per l'analisi degli eventi futuri.

Le tecnologie di distruzione, che saranno attuate dopo il 2014, possono essere suddivise in due tipi, o meglio "fasi", che non sono necessariamente conseguenti ma si completano perfettamente a vicenda:

1) Gli Stati Uniti amano agire come modello, fino a quando lo scenario favorevole non scomparirà completamente. Ricordiamo che Tefft dal 2005 al 2009 è stato ambasciatore in Georgia e poi in Ucraina dal 2009 al 2013. A questo proposito prenderanno di nuovo vita la "rivoluzione dei nastri bianchi" e lo scenario di Piazza Bolotnaya del 2011-2012. Riprenderanno con rinnovato vigore le proteste "di carnevale", ci sarà una seconda ondata di "separatismo creativo", manifestazioni di protesta, folcloristiche, ecc…

2) Come mostra la prassi delle rivoluzioni colorate sopra riportate, il carnevale e la protesta simbolica hanno cessato di avere significato. Se gli scontri con la polizia a Mosca nel 2012 erano stati solo un episodio di manifestazioni di protesta, ora diventeranno un fine, verranno alla ribalta non con un nuova simbolica, ma con forme più selvagge di un'identità negativa.

Per la Russia il fenomeno delle rivoluzioni colorate è iniziato ed è entrato nell'agenda politica e sociale con la "rivoluzione arancione" a Kiev nel 2004. Proprio la rivoluzione "arancione" ha formato per la società russa l'immagine di una rivoluzione colorata e per molto tempo ha determinato la relazione verso questo fenomeno.

Nonostante le rivoluzioni colorate si fossero verificate prima (la "rivoluzione delle rose" in Georgia nel 2003) e dopo la "rivoluzione arancione" (due rivoluzioni in Kirghizistan: "dei tulipani" o "dei limoni" e "dei meloni") nel 2005 mentre nel 2010 la "seconda rivoluzione dei meloni"(o "popolare"), proprio Kiev è diventato per la Russia il punto di partenza per l'utilizzo di nuove tecnologie politiche, sociali ed umanitarie

Proprio allora si è costituita l'idea dell'universalità e dell'onnipotenza delle rivoluzioni colorate. L'immagine non violenta e "di velluto" delle rivoluzioni colorate già da molto tempo non corrisponde più alla realtà

Le stesse denominazioni simboliche, che si formano sulla base del marchio di fabbrica (simboli e colori) delle proteste sono diventate una formalità. Molto spesso le rivoluzioni non hanno una sola identità.

Molti nomi hanno le rivoluzioni del 2010 e 2011 in Tunisia: "dei gelsomini", "dei datteri", "della fame", "della baguette", mentre in Egitto "dei meloni", "di Twitter", "dei giovani", "della senape", "dei resort" "delle piramidi", "dei datteri". 

I media si perdono nei nomi, a dimostrazione dell'atteggiamento cinico verso questi marcatori da parte dei loro committenti.

Se si guarda alla storia delle rivoluzioni colorate, diventa evidente la loro natura radicale (ad esempio i tentativi di rivoluzione colorata in Bielorussia nel 2006 e in Moldavia nel 2009). 

L'ultimo tassello "cronologico" sul mito della pacifica rivoluzione civile non lo ha messo nemmeno l'Ucraina durante Euromaidan tra il 2013 e 2014, ma la Thailandia. 

In Thailandia le proteste si sono sviluppate con il classico scenario delle rivoluzioni colorate. Le immagini delle proteste a Bangkok nel 2009 hanno riprodotto e fatto ricordare la rivoluzione "arancione" di Kiev nel 2004. Tuttavia, a partire dal 2013, a Bangkok sono iniziati nuovi scontri di piazza e l'escalation del conflitto civile è terminata solo dopo il colpo di stato militare.

Gli eventi del 2014 di "Euromaidan" non sono stati una deviazione dallo scenario pacifico, ma l'attuazione tecnica di un piano per un colpo di stato. La rivoluzione colorata è finita come tecnologia non violenta del rovesciamento del potere, tuttavia il suo "appeal" positivo funziona ancora.

L'imballaggio simbolico ed informativo rimane un elemento importante del supporto dei media e permette di attribuire ad un banale colpo di stato una forma attraente e nobile di protesta civile. Soprattutto la forma esterna, in assenza di comprensione del reale contenuto, ha così appassionato l'attiva società russa: la classe creativa, gli intellettuali, l'imprenditoria e le elite.

Le rivoluzioni colorate sono precedute da una seria preparazione, causata della necessità di formare la percezione di un'immagine negativa delle autorità al potere

Nei riguardi della Russia la fase preparatoria è già iniziata ed è legata con il contesto globale e con i processi nei quali la Russia emerge come centro alternativo di potere.

Un esempio di fase aperta della guerra d'informazione è lo schianto del "Boeing" malese in Ucraina. I media occidentali sono usciti con accuse perentorie contro la Russia e personali contro Vladimir Putin, molto prima dei risultati dell'inchiesta ufficiale. 

È stata creata e lanciata l'immagine inquietante di "assassino" e "nemico".

Lo scopo delle tecnologie moderne dei media è la demonizzazione del nemico e la sua disumanizzazione. Infatti la guerra con il "male" giustifica la guerra stessa e le sue vittime.

Un altro obiettivo altrettanto importante della guerra d'informazione sono la distruzione e l'isolamento della percezione critica dell'informazione da parte dell'opinione pubblica. 

I media costruiscono una coscienza acritica e frammentata. Per questo sono costruite le cosiddette reti di contraffazione che sostituiscono le notizie.

Così sono fabbricate le notizie dei media occidentali, ad esempio sono ricordate da tutti le "immagini" della guerra dell'8 agosto 2008, quando il bombardamento di Tskhinvali da parte dei lanciarazzi georgiani "Grad" era stato venduto come un attacco dell'esercito russo

Durante la guerra in Libia, i media hanno dovuto inscenare servizi speciali dal Qatar. Quasi tutte le notizie ucraine si basano su falsi e messe in scena.

Nonostante la primitività di queste tecniche, l'opinione pubblica ci crede, le foto o i video accompagnati dalla firma appropriata hanno per la società moderna il valore di prove documentali. Ma la cosa che fa più paura è che l'immagine mediatica può servire da vero motivo per l'invasione e la guerra.

Le tecnologie colorate nella loro parte di comunicazione saranno efficaci fino a quando la società degli Stati-vittima avrà cognizione della realtà politica, sociale ed economica attraverso categorie mentali unidimensionali introdotte attraverso un complesso sistema di moderno modellizzazione sociale

Lo smarrimento dell'opinione pubblica si crea grazie ad un basso livello di pensiero critico, così come all'ingiustizia sociale e alla disuguaglianza, che vengono utilizzate come motivo fondante delle proteste.

Friday, May 15

MEDIORIENTE: SE SEMINI PIOGGIA, RACCOGLI TEMPESTA.

La minaccia dei sauditi di creare un proprio programma nucleare è il pericolo che l’Amministrazione americana ha cercato di scongiurare. 

Ma dopo una lunga stagione di appeasement con Teheran, che ha esaurito la fiducia degli alleati del Golfo e messo in crisi la “relazione speciale” tra Washington e Gerusalemme, è probabile che la corsa all’uranio non si fermerà sia che l’accordo sia siglato e l’Iran continui ad arricchire il suo uranio, con qualche restrizione a termine, sia che le trattative saltino e l’Iran continui l’arricchimento senza restrizioni. 

L’unica alternativa sarebbe lo scontro con Teheran, ma questo è l’altro pericolo che l’Amministrazione americana ha cercato di scongiurare in ogni modo.

Per il presidente americano Barack Obama, stringere un accordo con l’Iran è da sempre un modo per rendere il mondo un posto più sicuro e per evitare la proliferazione nucleare. 

Ma ora che il "deal" sta per essere siglato alla fine di giugno, se i negoziati vanno come previsto, e che l’occidente si prepara a riconoscere il diritto dell’Iran di arricchire l’uranio a scopi civili, le monarchie del Golfo radunate a Camp David per chiedere spiegazioni (e armi) al presidente pretendono sull’atomo lo stesso trattamento riservato al regime degli ayatollah

Per ogni grammo di uranio che gli iraniani sono autorizzati ad arricchire, dicono, noi ne arricchiremo altrettanto; qualunque capacità nucleare avrà Teheran, l’avremo anche noi

Ieri e mercoledì Obama ha ospitato l’atteso summit con i paesi del Golfo (Arabia Saudita, Emirati arabi uniti, Kuwait, Oman, Bahrein e Qatar), quello con cui Obama sperava di far mandar giù alle riluttanti monarchie sunnite l’accordo nucleare con l’Iran, e che per tutta risposta i re sunniti, primo fra tutti re Salman dell’Arabia Saudita, hanno deciso di disertare, mandando dei delegati. 

Molte richieste dei paesi del Golfo (armi sofisticate, uno scudo antimissile, un trattato di mutua difesa sul modello di quello stipulato con Giappone e Corea del sud) sono state bocciate già prima dell’inizio del vertice, e così, mentre i monarchi del Golfo iniziano a pensare che non si possono fidare di Washington (soprattutto perché Washington non si fida di loro), e mentre Obama accoglieva i sauditi confondendo il nome di uno dei delegati, vice principe della corona, il New York Times racconta che la diplomazia dell’Arabia ha già iniziato in mezzo mondo la campagna per una nuova corsa all’uranio.

“Non possiamo starcene seduti mentre l’Iran può mantenere gran parte della sua capacità (nucleare) e proseguire nella sua ricerca”, ha detto uno dei membri della delegazione saudita al New York Times. L’ex capo dell’Intelligence saudita, il principe Turki bin Faisal, pochi giorni fa a una conferenza ha espresso il messaggio in maniera ancora più chiara: “Quello che avranno gli iraniani, l’avremo anche noi”. 

L’Arabia Saudita non è nuova a questo genere di minacce. E’ dall’inizio del negoziato con l’Iran che paesi del Golfo dicono che in caso di accordo si aprirà la strada alla proliferazione, e il principe Bin Faisal ha già parlato molte volte di compensare l’Iran con un programma nucleare saudita, per esempio nel 2014. Ma fino a oggi le minacce di Riad erano più che altro materiale di scambio negoziale. Oggi, con il deal quasi fatto, sembrano più serie. 

L’Arabia Saudita non ha un programma nucleare attivo, e ha bisogno di aiuto esterno per iniziare ad arricchire l’uranio. Il candidato principale per fornirlo è il Pakistan, i sauditi finanziarono indirettamente il programma nucleare pachistano, e gli analisti ritengono che Islamabad potrebbe dare ai sauditi non solo la tecnologia, ma direttamente l’arma atomica

Fin dal 2011, inoltre, i cables diplomatici trafugati da Wikileaks mostravano l’esistenza di discussioni intense tra l’Arabia e il Pakistan su trasferimenti di tecnologia atomica e accordi di sicurezza legati all’atomo

Un programma nucleare richiede decenni per essere completato, e l’Arabia Saudita non diventerebbe una potenza nucleare nel giro di breve. Ma i funzionari arabi che hanno parlato con il Times hanno detto che i paesi del Golfo stanno già discutendo la possibilità di un programma nucleare congiunto, che potrebbe ridurre i tempi.

Tuesday, May 12

L'ARABIA SAUDITA CHIUSA IN UN "CUL DE SAC" DAGLI USA

Re Salman bin Abdul Aziz diserta il vertice americano. Un duro segnale contro l'apertura a Teheran. Con Washington i rapporti sono tesi. Ma non c'è alternativa all'alleanza. Un problema di salute o, semplicemente, non ama viaggiare all'estero, ha scritto qualche commentatore.

Ma dietro il diniego del re saudita Salman di andare a Camp David, il 14 maggio, per il primo summit tra il presidente americano Barack Obama e i Leaders del Golfo, e di incontrare poi Barack Obama alla Casa Bianca, gli Stati Uniti vedono uno schiaffo, o quantomeno, un pericoloso segnale di gelo.

Il neo sovrano 79enne è vecchio e acciaccato, un ictus gli fa muovere male il braccio sinistro. E tuttavia non è dall'ultimo monarca degli al Saud, succeduto a gennaio alla morte del fratello Abdullah, disertare un importante meeting diplomatico.

Vice premier e, dal 2011, capo dell'esercito, Salman è da anni considerato un tessitore di relazioni con l'Occidente.

A marzo era in Egitto, al vertice della Lega araba sul Mar Rosso. Con il segretario di Stato degli Usa John Kerry ha rapporti frequenti e, dalla sua investitura, ha incontrato diverse delegazioni americane, incluso Barak Obama (ma sempre a Riad).

Ufficialmente, il re saudita non è potuto volare negli USA per la sovrapposizione dei cinque giorni di cessate il fuoco in Yemen: una guerra decisa da Salman e che, probabilmente, l'ex ministro della Difesa segue personalmente.

Tuttavia a Riad si susseguono le speculazioni sulla finalità del raduno nella residenza presidenziale scelta per siglare i grandi accordi sul Medio Oriente.

«Obama è noto per il suo talento persuasivo. Camp David è uno strumento di marketing per l'accordo con l'Iran?», hanno scritto gli opinionisti del network panarabo saudita al Arabiya, del «summit e dei suoi scontenti».

A rappresentare Riad al summit sono stati inviati il principe ereditario, Mohammad bin Nayef, ministro dell'Interno, e il vice principe ereditario Mohammad bin Salam, neo ministro della Difesa.

Per la stampa americana più autorevole - dal New York Times al Wall Street Journal - non può trattarsi solo di indisposizione o di accesso di impegni: l'assenza di re Salman bin Abdul Aziz rappresenta l'«apparente segnale del suo continuo malcontento per le relazioni tra l'Amministrazione USA e l'Iran».

La moral suasion di Obama per raffreddare i monarchi sunniti rivali della teocrazia sciita non sarebbe bastata a smuovere la potenza capofila anti-iraniana.

Sull'avvicinamento della Casa Bianca a Teheran non ci sarebbero margini di trattativa, a meno che gli americani non facciano un passo indietro: per Riad, i «progressi nel ridurre le divergenze con Washington su temi come l'Iran e la Siria non sarebbero abbastanza».

E siccome Obama è determinato ad andare avanti, il sovrano saudita avrebbe infine detto no. Fino al weekend la Casa Bianca lo annunciava in arrivo per «consultazioni su un ampio raggio di questioni bilaterali e regionali». 

Poi, dopo la notizia dagli USA dell'incontro con Obama, l'agenzia di Stato saudita ha battuto dell'invio dei due emissari, in sostituzione al sovrano.

Riad non vuole tuttavia che le frizioni tra il re saudita e il presidente americano appaiano come uno strappo diretto. Prima del vertice, Salman avrebbe in agenda una telefonata di chiarimento sul forfait con Obama.

«Non siamo stati snobbati, i toni di Riad non sono delusi», ha smorzato l'Amministrazione USA, per la quale il rifiuto «sarà l'occasione inusuale di prendere le misure a bin Salman, il giovane ministro della Difesa saudita». La poltrona vuota del re saudita cambia comunque marcia al summit.

A Parigi, in un incontro preliminare con J. Kerry, le petro-monarchie del Golfo avrebbero premuto per stringere un accordo difensivo con gli Stati Uniti, analogo a quello tra USA e Giappone, in risposta ad attacchi stranieri, e avrebbero anche chiesto maggiori armamenti.

Per Riad, la minaccia più grande è l'avanzamento iraniano a Ovest, nelle vecchie terre del Levante islamico e, a Sud, nel cortile di casa yemenita, dove è in corso una guerra tra il blocco dei governi sunniti e i i ribelli sciiti houthi, appoggiati dall'Iran.

Per lealtà gli Stati Uniti appoggiano la coalizione dei sauditi, fornendo anche aiuti logistici e d'Intelligence ai raid che in Yemen fanno migliaia di morti, anche tra i civili. Ma dall'insediamento nel 2009, Obama porta avanti anche un'altra battaglia: il disgelo geopolitico ed economico con l'Iran.

L'accordo provvisorio sul nucleare del 2013, a Ginevra, e l'intesa preliminare di Losanna, di aprile 2015, con gli ayatollah sono due tappe che irritano e hanno messo in ansia Riad, oltre che Israele. A Washington come a Teheran è aperta la partita per il via libera interno all'intesa del secolo.

Il Senato Usa (a maggioranza repubblicana), in particolare, ha approvato una legge che obbliga il presidente a sottoporre al Congresso americano la bozza dell'accordo definitivo iraniano. La proposta deve passare alla Camera dei deputati, in mano anche'essa al Gran Old Party, prima di diventare legge di Stato: un altro freno all'agenda della Casa Bianca.

I sauditi non hanno alternative all'alleanza con gli Stati Uniti. Ma, come i repubblicani e gli israeliani, ostacolano la riapertura dei rapporti tra l'Iran e l'Occidente. C'è tempo fino al primo luglio per firmare l'accordo. Non a caso, sono esplosi la guerra in Yemen e lo scontro strisciante tra Riad e gli USA.

Il regno degli Al Saud non cessa di smentire le tante Cassandre che nel tempo prefigurano scenari inquietanti sulla sorte della Casa reale saudita esaltandone le ragioni di fragilità politico-istituzionale. 

E non cessa di stupire l’immaginario collettivo del mondo con azioni che pur maturate nel tempo diventano di dominio pubblico come questi fulmini a ciel sereno.

Friday, May 1

E' L'ITALIA CHE AFFONDA... NON SOLO I BARCONI

Quando scoppiò il caso del barcone rovesciato, tutti i leader hanno fatto la loro «dichiarazione-pisciatina», quella di Salvini, banale come tutte le altre, è diventato il vero oggetto del contendere. 

Giornali, talk show, radio, TV, dopo una rapida sintesi del fatto e la commozione di circostanza (sono fantastici, osservateli con la loro bocca a culo di gallina fingere sentimenti alti), hanno seppellito i morti e la politica sull'immigrazione in fondo al mare, e hanno cominciato ad accanirsi contro la felpa di Salvini. 

Lui ha risposto con lo stesso stile intellettualmente scurrile degli altri. Berlusconi, alla disperata ricerca di uscire dal suo, immagino, insopportabile cerchio magico, si è candidato a un non meglio precisato ruolo di Commissario. 

Federica Mogherini, che Commissaria, oltretutto pure «Alta», è già, ha avuto un'intuizione geniale, ben sintetizzata dal tipico linguaggio della Leopolda: «Dobbiamo andare alla radice del problema». 

Ha chiuso, la Mogherini, sbeffeggiando un «eurodeputato», neppure degno di avere un nome, sul termine «blocco navale». 

Stante il loro carattere fumantino, non si erano capiti. Renzi si riferiva a quelli «offensivi» (tipo Spartani-Porto di Atene dopo la battaglia di Egospotami ovvero tipo Usa-Cuba per i missili sovietici), Salvini a quelli «difensivi» (tipo Australia-immigrati indonesiani).

Non essendo né un esperto di immigrazione come Saviano, né un politico puro come Renzi, Berlusconi, Salvini, provo a studiare il problema secondo i protocolli del management: analizzare, decidere, implementare.

Chi è il Nemico? Si possono e si debbono impiegare alcuni vettori di forza, come già facciamo in alto mare, per salvare vite umane e bloccare qualche scafista. 

Si possono concepire operazioni coperte affidate a forze speciali, come facemmo vent’anni fa in Albania, quando gli incursori del COMSUBIN affondarono nottetempo decine di gommoni della morte nei porti di partenza, con il consenso del governo locale e senza che il nostro si affrettasse a comunicarlo. 

Si può financo pensare di bombardare i barconi prima che si riempiano di potenziali vittime. 

Ma sono cose che prima si fanno, poi eventualmente si annunciano.

Facile, l'organizzazione criminale dei mercanti di schiavi ma pure gli Stati, costieri (e no), che lo permettono. Qui emerge l'originalità del modello di business dei mercanti di schiavi. 

Quelli dei secoli scorsi erano degli imprenditori "arabi" che razziavano nella foresta negri (allora si diceva così), li caricavano di forza sui velieri, li vendevano FOB porto americano, venivano pagati dai proprietari terrieri americani, francesi, olandesi, etc etc, solo alla consegna, e con un severo controllo di qualità (i mercanti di schiavi avevano interesse a presentarli in forma). 

Diversi anni fa, alcuni analisti della nostra Intelligence militare, alla ricerca della “soluzione finale” di un problema che allora cominciava ad affacciarsi sui media, ne proposero una davvero finale: "l’Italia e l’Occidente dovevano impegnarsi perché l’Africa sub-sahariana restasse in povertà assoluta – Quarto Mondo, non Terzo – perché solo la mancanza del denaro necessario ad affrontare il viaggio della speranza attraverso deserti e mari ci garantiva del fatto che nessuno ci avrebbe provato. 

Per fortuna il documento filtrò oltre le maglie del segreto e fu opportunamente cestinatoMa è bene non dimenticarsene, per capire a quali nequizie può giungere la nostra ossessione securitaria, rivelatrice d’una radicata insicurezza. 

Oggi, quelli, curiosamente sono pagati proprio dagli schiavi, e lo sono anticipatamente, trattarli bene è un optional, idem che muoiano. Come dice Mogherini, la «radice» è lì. 

Le leadership italiane ed europee devono smetterla di chiacchierare e di palleggiarsi le responsabilità fra di loro, devono scegliere una strategia e procedere con la sua «execution».

«Immigrati e Rifugiati sono la stessa cosa o no?»  Questa domanda è dirimente per definire una strategia, ci vuole una scelta politica chiara e netta. Secondo le élite del Paese (Saviano è il loro mentore) sì, secondo il popolo bue no. 

Certo, il governo è sotto pressione. È scattata la sindrome del “bisogna fare qualcosa”, contro la quale lo stesso Obama – teorico (non sempre pratico) del don’t do stupid things – ha messo in guardia Renzi. 

In chiaro: intervenire stivali su terra nella guerra di mafie che sta infestando l’ex Libia, spazio di nessuno conteso dai clan indigeni e dai loro sponsor esterni (Egitto ed Emirati Arabi Uniti in testa, sul fronte cirenaico, Qatar e Turchia in secondo piano, su quello tripolitano), è follia che ci viene sconsigliata dall’alleato di riferimento. 

Anche perché, stanti le risorse a disposizione delle nostre Forze armate e di quelle degli eventuali “volenterosi” associati, europei e arabi, presto dovremmo rivolgerci agli americani per carenza di mezzi, benzine e munizioni.

Ma la situazione in Libia è talmente degenerata, e i nervi dei decisori, su entrambe le sponde del Mediterraneo, sono così sollecitati da rendere possibile un intervento “accidentale”, per esempio in risposta a un attentato terroristico in Europa. 

Magari firmato Stato Islamico, anche se chiunque frequenti la Libia sa che il “califfo” non ne controlla che qualche caseggiato a Derna e dintorni. Decapitandovi quanti più cristiani possibile, nella speranza di attrarci sul suo terreno.

Quando affrontiamo l’emergenza Libia dobbiamo partire dall’esperienza storica. Da cui deduciamo che in attesa di ristabilizzare quel paese e spegnere i focolai di guerra accesi attorno ad esso, dal Sahel al Corno d’Africa, dal Levante al Golfo Persico, avremo a che fare per il tempo prevedibile con masse di donne, uomini e bambini (molti non accompagnati) in caccia di speranza. Sinonimo, per loro, di Europa.

Questo dramma occuperà il resto delle nostre vite. Va dunque gestito, con speciale urgenza e cura. Ma senza illudersi di risolverlo con la forza. Se provassimo a farlo, lo renderemmo ingestibile. Otterremmo di moltiplicare le vittime, non di ridurle. 

Non ci sono scorciatoie militari – blocchi navali, aerei o terrestri – a meno di rioccupare la Libia (Nicolas Sarkozy Mascalzone 2011 Libia).

Renzi decida, gli compete. Se sceglie «sì», li mandi a prendere tutti con i traghetti della Tirrenia, se sceglie «no» selezioni in loco i soli rifugiati e si opponga con la forza all'ingresso degli immigrati. Se non si sente all'altezza, indìca un referendum popolare: lasci la parola a noi, ognuno voterà secondo coscienza.

Se Renzi non è in grado di decidere, e neppure di indire un referendum, lo dica chiaramente. Andremo avanti così: discorsi alti, emozioni represse, insulti reciproci fra miserabili avversari politici. Sta per iniziare il periodo delle serate in terrazza, a seguire le giornate sotto l'ombrellone, il dilemma immigrazione-rifugiati è argomento che «tira», per solidarietà ne beneficeranno le vendite dei «vù cumprà». In fondo, anche questo è PIL. Alla fine, non potremo però sfuggire al dovere di accogliere.

Se esistono ancora dei valori europei, se l’Unione Europea non è solo una parola vuota o il nome contemporaneo dell’ignavia, e se questa Europa vuole avere un posto nel mondo, noi i profughi li ospiteremo. 

E li tratteremo come si deve a chi soffre anche per causa delle nostre incursioni armate in terre che non ci appartengono più, ma verso le quali esibiamo talvolta patetici riflessi neo-coloniali, ribattezzati “guerra al terrorismo”.

Un continente di mezzo miliardo di anime può attrezzarsi per riceverne nel tempo un milione e anche più, distribuendo concordemente lo sforzo sulle spalle di ciascun paese in proporzione alle sue risorse??

L’alternativa è essere inghiottiti dalla marea che si vuole respingere.

Thursday, April 9

WHICH ONE ARAB COALITION WILL BE DONE?

Last week, Sharm el-Sheikh hosted the 26th Arab League summit. It ended with a bang. In the final communiqué, the organization of 22 Arab states announced the establishment of a "unified Arab force" to address regional security challenges.

At first glance, the Arab League’s decision seems laudable. Egyptian President Abdel Fattah al-Sisi hailed the decision as a historic step to fight extremism and "to protect Arab national security." Arab League General Secretary Nabil Elaraby celebrated the resolution as a watershed given the "unprecedented unrest and threats endured by the Arab world," and U.S. 

Defense Secretary Ashton Carter endorsed the plan as "a good thing." The Saudi pro-government daily al-Riyadh even proclaimed the rebirth of the Arab League as a “resurrected breathing, speaking, acting body."

However, the envisioned Arab League military force would have severe negative repercussions for sectarian relations in the greater Middle East. After all, the announcement was made as a Saudi-led military force continued to bombard alleged Iranian-backed Shia insurgents in Yemen and as Western negotiators raced to finalize a framework nuclear agreement with Iran.

T.E. Lawrence wrote in Seven Pillars of Wisdom that “a first difficulty of the Arab movement was to say who the Arabs were”. His job was to forge together an Arab army to rise up in revolt against the Ottomans. Today, another Arab army is taking shape to address new regional threats. 

Arab leaders meeting in the Egyptian resort of Sharm el-Sheikh on Sunday agreed to create a joint military force ostensibly to take on the Houthi Shia rebels currently causing mayhem in Yemen. The force will be made up of troops from 10 Sunni states, led by Saudi Arabia and Egypt.

President El-Sisi of Egypt, a former head of the armed forces, has signalled its willingness to commit ground troops if necessary. He said the challenges they faced threatened the “identity” of the region. Arab identity has long been fragmented by nationalism, though held together loosely by the Arab League. 

Its reassertion now owes more to Iran flexing its muscles once more as a regional power than to the need to save Yemen from civil war or confront Islamic State in Iraq and the Levant (ISIL).

The Houthis are seen in many Arab capitals as a proxy for Iran, whose influence in the region is set to grow with the imminent conclusion of a deal at talks in Lausanne with the Americans and the EU on a nuclear enrichment moratorium

Perversely, Iran is now on the same side as the Americans fighting the Islamist insurgency in Syria and Iraq, a collaboration that will alarm the Arabs even more, even if not all Arab states – notably some Gulf nations – share this deep suspicion and fear of Tehran.

For now, tackling Isil and the Houthis in Yemen may be the immediate reason for the Arab military pact. But the spectre that is really haunting the region is Iran.