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Sunday, April 30

ILGIOCO DELLE STELLETTE.STELLA PERDE.STELLA PRENDE.

Mario Sechi "Il gioco delle nomine:Servizi Segreti e Stellette". C’è un pianeta visibile e c’è una galassia invisibile. C’è la fiamma e ci sono le stellette. C’è il mondo di sopra e quello di sotto. E per fortuna è tutta roba che non si twitta, sfugge alla breve esistenza del social, è materia di concretezza assoluta. Siamo nel campo della Legge e dell’Ordine, della Sicurezza e dell’Intelligence. 

Qui il governo Renzi si sta muovendo silenziosamente (e per ora bene). Carabinieri e Servizi Segreti sono il fulcro di questo mondo. Il 16 gennaio scorso il governo ha affidato il Comando dell’Arma alle mani esperte di Tullio Del Sette. E’ il 59° Comandante Generale della storia dei Carabinieri, viene da Bevagna, Accademia militare a Modena, tre lauree, tre encomi solenni, un elogio, è stato il primo carabiniere capo di Gabinetto del ministero della Difesa, chiamato a quel ruolo dal ministro Roberta Pinotti. 

In precedenza è stato capo dell’ufficio legislativo di Antonio Martino, Arturo Parisi e Ignazio La Russa. E’ un profilo diverso da quello del precedente comandante, Leonardo Gallitelli, è più distaccato nel carattere, come deve essere un uomo chiamato a cambiare la Benemerita. Del Sette con grande rapidità sta costruendo la sua squadra di Comando. Il 21 marzo Vincenzo Giuliani è diventato vice-Comandante e ormai appare prossima un’altra nomina fondamentale: il Comandante dei ROS. 

Il candidato favorito alla guida è il generale Giuseppe Governale, palermitano, da due anni comandante della Legione Sicilia. Il Raggruppamento operativo speciale è figlio dell’evoluzione della struttura anticrimine dell’Arma e i suoi uomini sono il fulcro di qualsiasi indagine riguardante la criminalità organizzata e il terrorismo interno e internazionale. Qualche settimana fa veniva dato in corsa anche il generale Aloisio Mariggiò, Comandante della Legione Calabria, ma Governale – secondo i rumor di Palazzo – è l’asso nel mazzo di carte di Del Sette.

Il ROS è una struttura che ha sempre avuto grande autonomia e ha una storia legata alle grandi inchieste sulla mafia. Articolato in 6 Reparti, ha un’organizzazione periferica composta da Reparti nelle principali città (Roma, Milano, Torino, Napoli, Reggio Calabria e Palermo), venti sezioni e due nuclei anticrimine. Il ROS ha una storia di gloria (la cattura di Totò Riina) e di contrasti con l’Autorità Giudiziaria (il caso del Generale Mario Mori). 

Oltre al Comandante, cambierà anche fisionomia? Di certo il generale Del Sette ha inaugurato una linea di discontinuità e punta a dare all’Arma un profilo ancor più operativo. Nel bilancio della Difesa i Carabinieri sono sotto la voce “Sicurezza del Territorio”, costano circa 5,6 miliardi di euro e rappresentano il 27,5 per cento (dato del 2013) dello stanziamento totale, pari a 19,7 miliardi di euro per il 2015. E’ una spesa in diminuzione che ha bisogno di essere riqualificata. Gli obiettivi? Maggior coordinamento, fine delle duplicazioni, ringiovanimento – problema comune a tutte le Forze Armate – recupero di efficienza e risparmi molto forti.

L’Arma è il mondo visibile. E quello invisibile? Sono i Servizi Segreti, galassia di sigle, funzioni, missioni, operazioni. Il sistema italiano è un ibrido dove ai due Servizi classici di spionaggio (AISI) e controspionaggio (AISE) è stato aggiunto una sorta di zar dell’Intelligence, il DIS che – come vedremo – proprio zar non è. Le funzioni di coordinamento politico sono affidate a quella che burocraticamente viene chiamata Autorità delegata. Chi è? Un sottosegretario o un ministro senza portafoglio che esercita funzioni di “uomo ovunque”. 

Al di sopra di questi organismi, c’è il Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica, composto dal premier, i ministri della Difesa, degli Esteri, dell’Interno, della Giustizia, dello Sviluppo economico, dell’Economia, l’Autorità delegata, e il direttore del DIS che ha funzioni di Segretario del comitato. E’ un’altra sigla (CISR) che aumenta il gioco delle complicazioni. Nell’aprile del 2014 il governo Renzi ha messo a capo del controspionaggio il generale Alberto Manenti, uomo dell’Esercito, dal 1980 al Sismi, già numero due dell’AISE, una soluzione di continuità.

Il vertice dell’AISE è occupato dal giugno del 2012 dal generale dei carabinieri Arturo Esposito, e il suo mandato è in scadenza. Al vertice del DIS dal maggio del 2012 c’è l’Ambasciatore Giampiero Massolo, esperienze a Mosca e a Bruxelles, Consigliere diplomatico del governo Ciampi, Segretario Generale della Farnesina, sherpa per il G8, un diplomatico di lungo corso. Anche il suo mandato è in scadenza, ma a differenza di quello dei vertici di AISE e AISI, l’incarico di Massolo può essere rinnovato, una sola volta.

C’è ancora tempo per le nomine, ma il governo Renzi ha cominciato a muovere le pedine. Il 19 maggio scorso la prima mossa: Palazzo Chigi nomina tre nuovi vicedirettori e “libera” la casella del comando del ROS. Alla vicedirezione dell’AISI vanno il Generale della Guardia di Finanza Vincenzo Delle Femmine e il Generale dei carabinieri Mario Parente (Comandante del ROS), mentre alla vicedirezione dell’Aise si sposta il generale della Guardia di Finanza Paolo Poletti che aveva il ruolo di vicedirettore dell’AISI. Renzi di fatto libera la poltrona del ROS (dove Del Sette dovrebbe proporre il nome di Governale) e prepara il terreno per la successione a Esposito (AISI) e Massolo (DIS). 

Quest’ultimo ha un ruolo schiacciato dalla barocca organizzazione di Palazzo Chigi, è tra l’incudine della naturale autonomia esercitata dai Capi dei Servizi e il martello del ruolo politico dell’Autorità delegata che oggi ha il nome, il cognome e l’intraprendenza del Sottosegretario Marco Minniti, calabrese coriaceo, cultore (e tutore) della delicata materia chiamata "Intelligence". Lo zar, insomma, non coordina nulla. O poco.

E’ l’architettura, l’organizzazione dei Servizi che non è snella e funzionale, il problema viene fuori con un semplice colpo d’occhio all’organigramma. Minniti è il vero dominus, si muove con i poteri di fatto di un consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, solo che questa figura nell’ordinamento italiano non esiste e così Minniti finisce per entrare (a gamba tesa o meno) sui dossier che riguardano i ministri della Difesa, dell’Interno, degli Esteri e della Giustizia. 

Vedere alla voce Marò, per esempio. Il DIS a sua volta ne esce fuori depotenziato e la sua autorità di conseguenza non riconosciuta, i direttori dei servizi mettono il pilota automatico, il presidente del Consiglio finisce per avere informazioni discontinue, parziali e qualche volta illusorie. Siamo ben lontani, come si vede, dal collegamento diretto che ha la Casa Bianca con la CIA – che realizza un brief quotidiano per il presidente – mentre il ruolo del COPASIR (il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica) è lontano anni luce dal controllo che esercitano i Select Committee on Intelligence della Camera e del Senato degli Stati Uniti. 

E’ un tema aperto da molte legislature, il Parlamento ha una cronica mancanza di strumenti, preparazione e cultura della Sicurezza. Fare le nomine dunque a Renzi non basterà. Il presidente del Consiglio avrà prima o poi davanti a sé il tema del ruolo, della forza e del controllo dei nostri Servizi. In uno scenario che sta cambiando velocemente, con l’avanzare di nuove minacce, di fronte a riforme importanti dei Servizi Segreti e dei loro poteri già fatte in altri paesi, si porrà la questione di aggiornare la riforma che volle Prodi nel 2007. 

Quella riforma attese trent’anni. E per vederne una terza non si può attendere altrettanto. Sono passati otto anni, ma viviamo in un altro mondo. Visibile e invisibile.

Saturday, December 14

MATTEO MESINA DENARO INSEGUITO DA UNITA' CRIMOR


ONORE E RISPETTO ALL'UNITA' CRIMOR 

 Undici effettivi a Milano: 

"Artista": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu congedato 

"Ultimo": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito al N.O.E.; 

"Arciere": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla "Territoriale" di Pinerolo, congedato; 

"Aspide":          ======================

"Barbaro":       ======================

"Nello": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla "Territoriale" di Novara, congedato; 

"Omar": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla "Territoriale" di Cagliari, congedato; 

"Ombra": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla "Territoriale" di Milano; 

"Oscar": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla "Territoriale" di Varese, congedato; 

"Pirata": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla D.I.A. congedato ; 

"Tempesta";       ======================

"Vichingo": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla "Territoriale" di Asti. 

"Ninja": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla "Territoriale" di Prato; deceduto il 26.08.2000; 

"Pluto": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR si congedò; 

"Solo":        ==========================

"Parsifal": deceduto per malattia prima dello scioglimento dell'Unità CRIMOR

Wednesday, September 22

OPERAZIONE TERMINATA. BRAVI!!!

Quando tré mesi fa l'hanno accusato di complicità con la 'ndrangheta Giovanni Zumbo, frequentatore di investigatori e agenti segreti sorpreso a spifferare notizie ai boss della Calabria, disse al carabiniere che lo stava arrestando: «Io so tutto quello che è successo a Reggio negli ultimi dieci anni, e se mai dovessi pentirmi le mie dichiarazioni farebbero scuotere l'intera città». Chissà se un giorno parlerà, e chissà se questa città comincerà davvero a tremare. Per adesso continua a fare i conti con misteri e inquinamenti di ogni genere, e l'ultimo porta proprio l'impronta di questo Zumbo, enigmatico personaggio che fece ritrovare un'auto carica di armi nel giorno in cui tutta Italia guardava a Reggio Calabria per la vista del presidente della Repubblica. In passato, fra il 2004 e il 2006, ha avuto rapporti con il SISMI, l'ex Servizio segreto militare, e con un paio di carabinieri del ROS, il Raggruppamento Operativo Speciale, successivamente passati al Servizio civile. Ufficialmente i contatti con agenti segreti e uomini dell'Arma si sono interrotti quattro anni fa, ma Zumbo ha continuato a coltivare rapporti con soggetti che gli permettevano di carpire notizie su indagini riservatissime, puntualmente riferite ai boss della 'ndrangheta Giovanni Ficara e Giuseppe Pelle, come dimostrano i discorsi registrati dalle microspie. «Le indagini proseguono per giungere all'individuazione dell'eventuale coinvolgimento di soggetti responsabili di un comportamento infedele ai propri doveri istituzionali», hanno scritto nel nuovo provvedimento d'arresto il procuratore di Reggio Giuseppe Pignatone, gli aggiunti Michele Prestipino e Nicola Gratteri e ben cinque sostituti titolari dell'inchiesta. Ma già le mosse di Zumbo vengono considerate inquietanti: «È indubbio che quest'ultimo si impegni su più fronti con interlocutori diversi, da un lato mafiosi e dall'altro istituzionali». I primi sono stati scoperti, i secondi non ancora. C'è però l'indizio della sua «presunta pregressa ed importante collaborazione e/o vicinanza a forze dell'ordine e servizi di sicurezza». Era lo stesso ambiguo personaggio, che in passato è stato pure amministratore di beni sequestrati dall'autorità giudiziaria, a vantarsene. Sia con i capi-'ndrangheta che cól maresciallo dei carabinieri agganciato l'anno scorso e al quale ha fatto fare la «brillante operazione» della scoperta dell'arsenale nascosto in un'automobile rubata. Peccato fosse una «messinscena», come hanno dimostrato le indagini. «Un gesto eclatante e destinato ad avere la massima risonanza mediatica quale l'abbandono della macchina carica di armi ed esplosivo nei pressi del percorso seguito dal presidente della Repubblica e appena diciotto giorni dopo l'attentato alla Procura generale», sostengono i magistrati, che doveva servire «a garantirsi per il futuro la fiducia e la collaborazione di un sottufficiale dei carabinieri in servizio in un posto, chiave come il reparto operativo del comando provinciale». L'accenno all'attentato agli uffici della Procura generale del 3 gennaio scorso (replicato un mese fa con la bomba sotto la casa del magistrato che guida quell'ufficio) non è casuale. Quell'esplosione viene considerata l'inizio della reazione della 'ndrangheta (e non solo, probabilmente) al «nuovo corso» dell'amministrazione della giustizia avviato a Reggio. Un modo di operare diverso dal passato che investe anche le forze di polizia, compresi i carabinieri. Furono gli uomini del comando provinciale guidato dal colonnello Pasquale Angelosanto a scoprire, il 21 gennaio scorso, la macchina-arsenale grazie alla confidenza ricevuta da un maresciallo; oggi quegli stessi investigatori hanno smascherato l'imbroglio, dietro il quale si nasconderebbe il tentativo di Zumbo di legare ancor più a sé quel carabiniere per trasformarlo (a sua insaputa, fino a prova contraria) in una sorta di proprio infiltrato nel cuore di un importantissimo organismo investigativo dell'Arma. Per muoversi in maniera tanto spregiudicata, l'uomo che si barcamenava tra agenti segreti, carabinieri e boss doveva avere un mandante. Non soltanto tra i mafiosi. «Le circostanze accertate ú denunciano i pubblici ministeri di Reggio ú risultano ancor più gravi se si considera che lo Zumbo non può, con tutta evidenza, aver agito da solo». Mancano i referenti istituzionali nascosti di questo nuovo mistero reggino, arrivato a strumentalizzare perfino la visita del capo dello Stato, e gli inquirenti avvertono: «È necessario un ulteriore approfondimento delle indagini»

Monday, September 20

Intervista al mitico Gen. dei CC Burgio

Non si può dire che non abbia carattere. Ne che sia uno che se ne sta con le mani in mano. Un concentrato d'irruenza unita alla passione per il suo lavoro. Se non fosse tra le cose più importanti della sua vita non sarebbe diventato l'incubo dei casalesi quando comandava a Caserta, solo qualche anno fa. Con il generale dei Carabinieri Carmelo Burgio in Italia ci sono stati più arresti, più pentiti, più indagini e più sequestri. Durante e poi, le missioni all'estero: otto, tra le quali l'Iraq e ora l'Afghanistan, da dieci mesi come comandante della Nato responsabile dell'addestramento della polizia afgana. L'impegno principale è quello di addestrare i futuri addestratori afghani e i quadri superiori. 

«Abbiamo puntato sulla qualità e sulla preparazione come prima non accadeva. Ci sono state delle cose da cambiare. Prima la polizia era addestrata dai contractor che non avevano molti interessi a far un buon lavoro. Facevano sparare le reclute senza controllare che i colpi andassero a segno, l'analfabetismo era altissimo. Ho dovuto mandare via chi non era efficiente e soprattutto riprendere e aggiornare quelli che erano stati già addestrati e messi fuori per strada solo con un fucile in mano». 

Il generale Burgio. Per questo i carabinieri sono considerati tra i migliori? «Ci sono 120 carabinieri attualmente. Ne arriveranno altri 40. Per noi è più semplice di altri perché siamo abituati a trascorrere del tempo in Contesti difficili come può essere la Sicilia, la Campania, la Puglia. Qui quando sono arrivato c'erano generali afgani che avevano fatto carriera stando dietro una scrivania, in questi mesi, grazie anche all'appoggio del ministro dell'Interno afgano, un ex combattente di Massud (leader dell'Alleanza del Nord), abbiamo insinuato il principio della meritocrazia. 

Chi fa carriera deve passare del tempo ad Helmand, a Kunduz dove si combatte, perché altrimenti non puoi comandare se non conosci il mestiere vero». La maggior parte degli afgani sono analfabeti. «Abbiamo dovuto spiegare agli americani, che hanno capito, che non si può mandare fuori qualcuno che non sa fare un rapporto, non sa leggere una mappa, non sa dire dove sta e se deve chiedere aiuto. Tra l'altro per gli afgani è uno dei corsi preferiti». Bar. Sch. Polizia ed esercito dovranno assumersi la responsabilità della sicurezza. Ce la faranno? 

«L'addestramento continuerà anche dopo il ritiro degli americani. La Nato rimane. Noi ora abbiamo 115 mila poliziotti, per il 2011 dovremmo raggiungere la quota 134 mila, il che significa che per avere 15 mila poliziotti in più ne dobbiamo addestrare almeno il doppio. Servono addestratori preparati e sempre più specializzati. Abbiamo perfino lanciato anche un corso contro la violenza domestica, in Afghanistan dove le statistiche dicono che il 70 per cento delle donne subiscono violenza a casa. Soprattutto abbiamo aumentato lo stipendio, prima il poliziotto prendeva meno del soldato. Non c'erano ragioni per rimanere». «Preparare le reclute significa anche combattere.

Wednesday, July 28

46 arresti nel clan Strisciuglio

foto segnaletiche

Prime luci dell’alba, 300 militari del Comando Provinciale di Bari, supportati da un elicottero e da unità cinofile, hanno portato a termine un’importante operazione di polizia che ha consentito di disarticolare il clan “Strisciuglio”, il gruppo criminale dominante di questo capoluogo poiché non solo numericamente più consistente ma anche il più agguerrito e costantemente in lotta con i sodalizi rivali per il controllo del territorio (in particolare nei quartieri Libertà, Borgo Antico, Carbonara, San Girolamo, San Pio, San Paolo, Palese, Santo Spirito con propaggini fino a Bitonto e Giovinazzo).

46 le ordinanze di custodia cautelare emesse dal GIP del Tribunale di Bari – di cui 45 già eseguite – a carico di altrettanti soggetti che dovranno rispondere, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti, detenzione e porto di armi clandestine e da guerra ed altro.

L’indagine, convenzionalmente denominata “Libertà’, ha avuto inizio dopo l’esecuzione del blitz “Eclissi”, avvenuto il 23 gennaio 2006 con l’arresto di 182 esponenti del medesimo sodalizio, a dimostrazione della profonda conoscenza delle dinamiche criminali da parte della Direzione Distrettuale Antimafia, ed è stata condotta avvalendosi di sofisticate ed innovative tecniche di intercettazione ambientale, anche con video-riprese, e telefoniche, rivelatesi particolarmente preziose per i contenuti probatori acquisiti, dichiarazioni di collaboratori di giustizia, servizi di riscontro sul territorio operati dai Carabinieri e compendiati in arresti e sequestri di sostanze stupefacenti e ingenti quantitativi di armi.

Le investigazioni hanno messo in luce la straordinaria capacità militare di cui è dotato il clan Strisciuglio, che, nonostante il forte ridimensionamento causato dall’esecuzione del blitz “Eclissi”, era riuscito a concretizzare un piano espansionistico efficace grazie alla sapiente direzione di Giacomo Valentino, seguace del noto boss Lorenzo Caldarola, capace di coagulare un numero elevato di nuovi affiliati, riuscendo a ri-organizzare la centrale dello spaccio del quartiere Enziteto.

Centrale è risultato il ruolo delle donne in tema di gestione della contabilità delle attività delittuose, collegamento con la componente carceraria dell’organizzazione, lo sfruttamento dei minori in attività delittuose, il controllo del territorio attraverso una fitta rete di vedette che monitoravano gli spostamenti delle Forze dell’Ordine.

L’attività di indagine, in particolare, ha consentito di documentare:
- la riorganizzazione del clan Strisciuglio, che è riuscito a mantenere il controllo dei q.ri cittadini Libertà, San Paolo, Borgo Antico, Carbonara, Enziteto e San Girolamo;
- l’organigramma del clan, con indicazione dei fondatori, promotori, organizzatori ed affiliati.

I PERSONAGGI DI SPICCO NELL’ORGANIZZAZIONE CRIMINALE –
- VALENTINO Giacomo, come figura centrale dell’organizzazione, poi divenuto responsabile del q.re San Paolo e più recentemente collaboratore di giustizia;
- SPANO Luigi, come reggente dell’articolazione operativa del q.re Libertà ed Enziteto, dopo i decessi di CATACCHIO Marino, LAERA Michele e SPILOTROS Onofrio;
- RAGGI Angela, organizzatrice delle squadre di spacciatori al soldo del sodalizio;
- RAGGI Francesco, elemento cardine della rete di distribuzione e fornitura dello stupefacente nei vari quartieri di interesse del clan;
- RAGGI Giovanni, PASSAQUINDICI Antonio, VALERIO Vito e MORAMARCO Nicola, responsabili dei “gruppi di fuoco”;

FRA I RISULTATI DELL’OPERAZIONE – Accertata la responsabilità generale del sodalizio in ordine a decine di estorsioni avvenute nel capoluogo e nel suo hinterland in danno di imprenditori operanti nel settore dell’edilizia, costretti a pagate tangenti per la c.d. “protezione”;

L’ATTIVITA’ DEI CLAN ALL’INTERNO DEI CARCERI PUGLIESI - L’attività del clan Strisciuglio anche all’interno delle Case Circondariali di Bari, Lecce Foggia e Taranto, concretizzatasi in prevaricazioni ed atti di proselitismo verso i detenuti appartenenti ad altre compagini criminali. Sono stati documentati anche episodi di aggressione fisica operati all’interno degli istituti penitenziari da esponenti del clan Strisciuglio come manifestazioni speculari alle turbolenze che si verificavano – di volta in volta – sul territorio del capoluogo;

la contestabilità, per il reato di associazione mafiosa, delle aggravanti dello sfruttamento dei minori nella commissione di delitti e della (ampia) disponibilità di armi. Su quest’ultimo punto tra i sequestri operati dai Carabinieri si ricorda l’irruzione del 3 giugno 2008, in un condominio di via Candura del q.re San Paolo, ove all’interno del vano ascensore venivano rinvenuti e sequestrati due fucili mitragliatori e svariato munizionamento;

Un momento della comferenza

Un momento della comferenza a Bari (imm.Stato)
’insorgenza e lo sviluppo di un contrasto armato interno, intervenuto nel settembre 2008 con l’omicidio di CATACCHIO Marino freddato in pieno q.re Libertà per mano di QUERINI Nicola, che ha visto un’iniziale scissione tra il gruppo facente capo a VALENTINO Giacomo e quello facente riferimento al boss CALDAROLA Lorenzo, capo storico dell’articolazione operativa del q.re Libertà, poi ricompostasi grazie alle mediazioni degli esponenti di spicco detenuti;

lo scacchiere operativo in cui sono stati ridefiniti i rapporti di alleanza nel q.re San Paolo di Bari con il clan Telegrafo, attraverso un patto di collaborazione stretto tra VALENTINO Giacomo, IACOBBE Carlo e VALERIO Lorenzo, gli ultimi due esponenti di spicco del succitato sodalizio criminale, avente lo scopo la suddivisione dei proventi illeciti dello spaccio di sostanze stupefacenti e del racket delle estorsioni sul quartiere San Paolo;

il canale di approvvigionamento di stupefacente, in particolare cocaina ed hashish, a seconda della competitività dei prezzi di mercato, rappresentati da ZONNO Cosimo, noto narcotrafficante barese e da un’organizzazione orbitante nel napoletano;

le riunioni che avvenivano tra gli adepti al sodalizio, organizzate all’interno di ristoranti del litorale barese o nell’entroterra del capoluogo, nel corso delle quali si decidevano le strategie sulle sfere d’influenza ovvero le joint-venture con esponenti di gruppi criminali alleati. A tal riguardo rileva evidenziare l’irruzione fatta il 25.9.2006 da Carabinieri e Polizia in un ristorante di S. Spirito, in occasione dei festeggiamenti per il 42° compleanno di VALENTINO Giacomo, che consentiva l’arresto di tre pregiudicati del clan “Strisciuglio” ed il sequestro di due pistole.

Gli aspetti più inquietanti emersi nel corso delle indagini sono rappresentati dallo sfruttamento dei minori nelle attività delittuose, dall’importante ruolo assunto dalle donne nella distribuzione “a cascata” delle direttive dei capi detenuti, dal controllo della distribuzione della droga agli affiliati all’interno delle carceri, che penetrava all’interno di quelle strutture mediante lanci effettuati con le “fionde” o attraverso familiari durante il colloquio con i detenuti.

L’attività di contrasto al clan è rafforzata dall’esecuzione, nel tempo, di provvedimenti restrittivi in danno di affiliati al medesimo sodalizio, colti nella flagranza di reati concernenti le armi e lo spaccio sostanze stupefacenti.

I numeri dell’operazione:
- 18 capi d’imputazione relativi a singole fattispecie delittuose di cui all’art.73 DPR 309/90;
- 3 capi d’imputazione relativi a detenzione e porto di armi clandestine;
- 1 capo d’imputazione relativo ad una rapina a mano armata in danno dell’Area di servizio Agip sita in viale Europa del q.re San Paolo.

ELENCO ARRESTATI:
1. Raggi Angela, Bari 1967;
2. Amore Arturo, Bari 1987;
3. Ciani Vincenzo, Bari 1975;
4. Ciaramitaro Nicola, Bari 1987;
5. De Filippis Leonardo, Bari 1988;
6. Dimatteo Salvatore, Bari 1983;
7. Faccilongo Saverio, Bari 1986;
8. Fanelli Giorgio, Bari 1981;
9. Fanelli Patrizio, Bari 1977;
10. Fanizzi Lorenzo, Bari 1988;
11. Forziati Spiridione, Bari 1965;
12. Gaudio Giovanni, Bari 1978;
13. Gernone Francesco, Bari 1967;
14. Gernone Raffaele, Bari 1981;
15. Iacobbe Alessandro, Modugno 1979;
16. Iacobbe Carlo, Bari 1970;
17. Lavopa Giuseppe, Bari 1983;
18. Lopez Franco Vincenzo, Palo del Colle 1985;
19. Lopez Marco, Palo del Colle 1987;
20. Lovreglio Giovanni, Bari 1975;
21. Miccoli Michele, Bari 1980;
22. Monno Vito, Bari 1978;
23. Moramarco Nicola, Bari 1979;
24. Passaquindici Antonio, Bari 1979;
25. Patruno Antonio, Bari 1972;
26. Patruno Massimo Emiliano, Bari 1973;
27. Perrelli Giosuè, Bari 1981;
28. Piperis Nicola, Bari 1983;
29. Querini Donato, Modugno 1977;
30. Raggi Antonio, Bari 1958;
31. Raggi Francesco, Bari 1980;
32. Raggi Giovanni, Bari 1986;
33. Santirocco Nicola, Bari 1982;
34. Savarese Gianpiero, Bari 1980;
35. Savarese Roberto, Bari 1983;
36. Schingaro Simone, Bari 1966;
37. Sebastiano Luca Antonio, Bari 1979;
38. Sisto Vincenzo, Bari 1971;
39. Spano Damiano, Bari 1978;
40. Spano Luigi, Bari 1974;
41. Telegrafo Carmine, Palo del Colle 1981;
42. Valentino Vito, Bari 1985;
43. Valerio Lorenzo, Bari 1968;
44. Valerio Vito, Bari 1977;
45. Violante Valerio, Bari 1983.

Wednesday, July 14

Siamo stati di parola. Lo saremo sempre.

La criminalità organizzata ramificata riesce a infiltrarsi in modo da inaridire tutte le fonti potenziali di rinascita. Basta pensare alla vicenda che ha ostacolato il decollo di un'infrastruttura come l'interporto di Gioia Tauro, e che si teme possa ripetersi in relazione a un'opera colossale come il ponte sullo stretto di Messina. E' interesse della 'ndrangheta mantenere la Calabria nel suo isolamento e nella sua arretratezza, anche per gestire in proprio gli snodi esterni delle attività che controlla, come dimostra la sua ramificazione neppure troppo recente in Lombardia e in altre zone del nord. II colpo contro la 'ndrangheta calabrese è un esempio per la lotta alle mafie L'operazione che ha portato all'arresto di centinaia di esponenti della 'ndrangheta calabrese, compresi quelli inseriti nella società settentrionale, ha un rilievo eccezionale non solo per le imponenti dimensioni quantitative. La Calabria è una regione che, nonostante le sue eccellenti risorse turistiche e la sua collocazione logistica che ne fa un ponte naturale nel Mediterraneo, non riesce a realizzare i processi di modernizzazione e di insediamento imprenditoriale necessari per valorizzare le sue potenzialità. La ragione è tristemente nota.  Per sottrarre alla criminalità organizzata questa sorta di "governo" della Calabria, per evitare che i giovani siano indotti a pensare che la sottomissione alle 'ndrine è l'unico sbocco aperto per il loro futuro, bisogna smantellare il sistema economico criminale, mentre se ne costruisce uno legale, si fanno funzionare bene le infrastnitture esistenti, si costruiscono quelle nuove, si ammodernano autostrade e ferrovie per creare le condizioni per la crescita possibile. Passare da un'economia costruita sull'elefantiasi dei settori pubblici, da quello sanitario a quello forestale, a una basata su imprese innovative richiede un tasso accettabile di legalità, e questo è il primo compito dello stato. Naturalmente, come si dice sempre, molto resta da fare. Ma intanto è significativo che qualcosa di importante sia stato fatto, che le promesse fatte alle popolazioni calabresi ai funerali delle vittime della 'ndrangheta non siano rimaste affermazioni retoriche, che insomma si può passare, razionalmente, dalla passiva assuefazione all'azione e alla speranza. L'operazione di ieri, che fa seguito ad altre condotte brillantemente contro la criminalità organizzata della Campania e della Sicilia, dimostra che lo stato può vincere e che il controllo mafioso dei territori comincia ad essere debellato.

Tuesday, July 13

RISPETTO E SILENZIO

II generale Giampaolo Ganzer, comandante del ROS, condannato dai giudici delI'VIII sezione penale di Milano a 14 anni di detenzione. È stato riconosciuto colpevole di associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, al peculato e al falso. 

Lui, il generale Giampaolo Ganzer (61 anni), - imputato con altre 17 persone per presunte irregolarità nelle operazioni antidroga condotte tra il '91 e il '97 -neanche al telefono tradisce alcuna emozione. «Le sentenze non si possono che rispettare», dice «ora aspettiamo le motivazioni». Ha atteso la sentenza come fosse un giorno qualsiasi. 

Al lavoro, come sempre, nel suo ufficio di via di Ponte Salario, immerso nel parco romano di Villa Ada. Il verdetto dei giudici della VII sezione penale del Tribunale di Milano, presieduti da Luigi Caiazzo, è arrivato nel pomeriggio condannandolo a 14 anni di carcere, 65mila euro di multa e all'interdizione perpetua dai pubblici uffici. 

Nei suoi confronti la Procura aveva chiesto 27 anni di reclusione. Dopo 7 giorni di camera di consiglio - un processo durato oltre 5 anni e circa 170 udienze - ieri il generale è stato giudicato responsabile di traffico intemazionale di droga nell'ambito di due operazioni - "Cobra" e "Cedro I" con al centro importazioni di rilevanti quantitativi di cocaina direttamente dal Sud America. 

Il capo del ROS è, invece, stato assolto dall' accusa d'associazione per delinquere aggravata dall'uso di armi e da altri reati, e prosciolto per prescrizione per un'importazione di armi dal Libano. Armi che, secondo il pm, sarebbero state poi vendute e sequestrate a un clan di calabresi in una delle cosiddette "consegne controllate". 

Nonostante l'ostentata tranquillità, Ganzer sa bene che ora le cose non potranno più essere come prima: in genere una condanna, anche non definitiva, comporta la sospensione dall'incarico. Per questo il comandante ha fatto sapere che rimetterà ogni decisione ai suoi diretti superiori. 

Pur coinvolto nell'inchiesta, il numero uno del Ros ha sempre continuato a guidare lo speciale reparto dell'Arma convinto di non aver mai ingannato «ne i superiori, ne i dipendenti». Certo, la vicenda processuale «ha danneggiato la mia camera, impedendomi di raggiungere i vertici dell'Arma», ha ammesso «ma non me ne sono mai rammaricato perché gratificato dal prestare servizio per 35 anni nei Reparti Operativi Speciali dei Carabinieri, privilegio che mai nessun ufficiale ha avuto». 

In serata uno dei pochi a commentare la vicenda è stato il ministro dell'Interno, Roberto Maroni: «Ho pieno rispetto e fiducia nella magistratura, ma altrettanta fiducia ho nell'operato dei Carabinieri, del ROS e del suo Comandante. Sono fermo sostenitore del principio della presunzione d'innocenza fino a prova contraria. Il generale Ganzer ha la fiducia del Comando Generale dei Carabinieri e, quindi, anche la mia». 

Poco dopo, "a titolo personale", ha parlato anche il sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto. «La conclusione del processo al generale Ganzer - ha detto - rappresenta uno dei punti più bui della storia repubblicana». Oltre a Ganzer sono state condannate altre 13 persone. 

Tra queste il generale Mauro Obinu, ora in servizio all'AISE condannato a una pena di 7 anni e 10 mesi di carcere, 35mila euro di multa e, come a molti altri, l'interdizione perpetua dai pubblici uffici; l'ex sottufficiale Gilberto Lovato (13 anni e sei mesi e una multa di 59mila euro), e anche Ajaj Jean Bou Chaaya, narcotrafficante libanese irreperibile (18 anni e 80 mila euro di multa, la pena più alta). 

Assolti invece quattro imputati. Sotto processo era finito anche l'ex pm di Bergamo, Mario Conte, la cui posizione è stata stralciata. Per lui il dibattimento riprenderà dopo l'estate davanti a un altro collegio della stessa sezione.

Cosentino e i legami con Schiavone

Le accuse a Ferraro - Nicola Ferraro, ex consigliere regionale dell’Udeur, già coinvolto in altre due inchieste, è stato arrestato con l’accusa di associazione camorristica. È infatti incolpato di essersi accordato, nella doppia veste di imprenditore nel settore dei rifiuti ed esponente politico di rilievo regionale, con gli esponenti apicali delle associazioni criminali, egemoni nel Casertano e, in particolare, con i reggenti dei gruppi Schiavone e Bidognetti. Nell'ordinanza del gip Vincenzo Alabiso compare anche il nome del sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino. In base alle dichiarazioni del pentito Raffaele Piccolo, "anche Cosentino è stato favorito dal gruppo Schiavone. Cosentino infatti è titolare di una impresa di commercializzazione del gas. Io so che Cosentino era favorito perchè spesso, quale forma di estorsione nei confronti degli imprenditori, procedevano a dei cambi di assegni che portavamo agli imprenditori; soltanto alcuni assegni, però, potevano essere portati da Nicola Cosentino, ossia quelli per esempio dei soggetti apicali del clan come Nicola Panaro o Nicola Schiavone. Ferraro, inoltre, sempre con l’aiuto del fratello, avrebbe stretto un accordo con Luigi Guida, reggente del clan Bidognetti,  ponendosi come intermediari tra gli esponenti degli enti locali, sui quali l’ex consigliere dell' "Udeur" aveva influenza politica - Castelvolturno, Villa Literno, Lusciano, e l’organizzazione camorristica per influire sull’attribuzione degli appalti a imprenditori di comodo e sul pagamento delle somme estorsive al clan. Voglio specificare che spesso, quando avevamo a che fare per le estorsioni con imprese più importanti, come ad esempio Statuto di Caserta, onde evitare rapporti tra noi affiliati e l'imprenditore, le estorsioni venivano pagate in assegni a Iorio (Salvatore Iorio, attivo nel settore del calcestruzzo e arrestato oggi, ndr), quello del calcestruzzo, il quale poi versava tali assegni a noi".Nello specifico l’ex consigliere regionale avrebbe ricevuto sostegno elettorale e, assieme al fratello Luigi, a sua volta arrestato, un appoggio risultato decisamente determinante per l’affermazione delle loro aziende. E, per ricambiare il favore, avrebbero quindi prestato la loro opera al clan dei casalesi". Maxi blitz delle forze dell'ordine contro il clan camorristico dei Casalesi. L'operazione, condotta dai Carabinieri di Napoli, prevede 17 ordinanze di custodia cautelare e decreti di sequestro di beni per un valore stimato di 1 miliardo di euro. I provvedimenti sono stati emessi su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Tra i destinatari del le ordinanze di custodia, compaiono anche i latitanti Antonio Iovine e Nicola Schiavone, figlio del boss Francesco Schiavone, soprannominato "Sandokan". Tra le accuse, a vario titolo, ci sono quelle di associazione mafiosa, riciclaggio e turbativa d’asta. I sequestri riguardano imprese, complessi turistici, appartamenti e terreni. Le indagini hanno inoltre permesso di evidenziare una ramificata infiltrazione della camorra nel sistema degli appalti pubblici nel Casertano. Nell'inchiesta, coordinata dalla Dda, è indagato anche il Prefetto di Frosinone, Paolino Maddaloni. I pm, Antonello Ardituro e Marco Del Gaudio, ne avevano già chiesto l'arresto, ma il Gip, Vincenzo Alabiso aveva respinto la richiesta. Maddaloni è accusato di turbativa d'asta e l'appalto è quello delle centraline per il monitoraggio della qualità dell'aria, a Caserta.

Comandante del Ros. "Le sentenze non si possono che rispettare. Aspettiamo ora le motivazioni"

L’indagine nasce da un’intuizone del pm Armando Spataro che, nel gennaio 1994, ricevette dall’attuale leader del Ros, col quale aveva all’epoca un rapporto di stima, la richiesta di un’autorizzazione a ritardare il sequestro di una partita di droga.  Sistema Ros - Tra il 1991 e il 1997, il metodo targato Ros individuato dalla Procura sarebbe stato quello "di creare traffico di droga prima al fine di reprimerlo usando a tal fine le conoscenze investigative, strumentalizzando le risorse dell’ Arma, inducendo a importare droga trafficanti-fonti poi non perseguiti e arricchitisi con i soldi versati dagli acquirenti e mai sequestrati, e arrestando persone di sicuro interessate al narcotraffico ma ad esso istigati dai militari e dalle loro fonti". Accuse – Quattordici anni di carcere più 65mila euro di multa per traffico internazionale di stupefacenti, interdizione perpetua dai pubblici uffici, assoluzione dall’accusa di associazione a delinquere finalizzata a questi traffici e prescrizione per il reato di peculato. Questo l'esito della sentenza pronunciata dai giudici del Tribunale di Milano, dopo oltre 5 anni di processo e quasi 200 udienze.
Con Ganzer viene condannato a 7 anni e sei mesi anche Mauro Obinu, ex colonnello del Ros e attuale alto dirigente dei servizi segreti, oltre ad altri 11 ex appartenenti all’Arma, con pene tra i 5 anni e 2 mesi e i 13 anni e 6 mesi per singoli episodi commessi nel corso di alcune operazioni antidroga compiute "sotto copertura". Ritenuto colpevole di aver costituito una frangia malavitosa all’interno del corpo dei Carabinieri finalizzata al traffico di droga, al peculato, al falso e ad altri reati. È arrivata puntuale la sentenza dei Giudici dell’ottava sezione penale di Milano che oggi hanno emesso la sentenza definitiva nei confronti di 18 imputati, accusati di irregolarità nelle operazioni antidroga svolte tra il 1991 e il 1997. Sentenza severa anche per Mauro Obinu (a sua volta del Ros e poi passato al Sisde): nel suo caso i giudici hanno emesso una sentenza di 7 anni e 10 mesi di reclusione. Richieste ridotte – Nonostante il peso delle accuse, la sentenza dei giudici del tribunale lombardo ha alleggerito le richieste del pm, accogliendo solo in parte l’impianto accusatorio, soprattutto per quel che riguarda l'associazione a delinquere e il traffico d'armi. Proprio per questo motivo, anche l'accusa ha deciso di presentare ricorso in Appello. Decisi a ricorrere al secondo grado di giudizio anche tutti i condannati. Prima di muoversi in sede legale, tuttavia, i legali del generale Ganzer attenderanno le motivazioni di questa prima sentenza.

Cosa hanno registrato quei nastri?

Le procure di Milano e Reggio Calabria con l'aiuto dei pubblici ministeri di altre città, come Monza con il neo procuratore capo Corrado Carnevali e Pavia, stanno stringendo sui capi che comandano la 'ndrangheta nelle regioni del Nord Italia. Capi che godono dei passaggi cruciali dai gruppi storici come i De Stefano a 'ndrine emergenti, che sfruttano i master universitari negli Usa degli esperti in riciclaggio, insomma di chi è cresciuto nei vuoti di potere determinati dai maxi processi dello scorso decennio. Ben 300 persone sotto inchiesta, oltre 150 gli ordini di custodia cautelare al vaglio. In parte già firmati, in parte prossimi al via libera: pronte a scattare retate per colpire centinaia di boss, capi cosche, trafficanti, killer e affiliati di chi ha trasformato i cuori pulsanti dell'economia nazionale in ragnatele estese di mafia e silenzio. Ma non colpiscono soltanto i numeri di questa indagine. Le inchieste raccontano di una parte di nord che non conosciamo, al quale non siamo abituati con scenari che prendono in contropiede. Raccontano di un intreccio di connivenze che imbarazzano. La più grande operazione degli ultimi trent'anni Politica e 'ndrangheta: maxi inchiesta al Nord Trecento indagati, 150 misure cautelari al vaglio: la scalata al potere dei boss. È dai tempi della notte di San Valentino del 1983 e della Duomo connection che non si assiste nel nord Italia a un'inchiesta contro la criminalità organizzata tanto vasta da svelare rapporti inconfessabili. Fatte di commercianti piegati al pizzo e all'usura in Brianza, di piccoli imprenditori vessati e conniventi, di ricatti che si trasformano in cessioni di aziende e intimidazioni che inducono alla complicità e alla servitù manosa. Non nel sud, nella Calabria ritenuta in parte ostaggio delle cosche ma nel pavese, nell'hinterland milanese, nelle province lombarde. Sono piatti indigesti qui al nord dove manca la percezione della metastasi compiuti in gran silenzio da una 'ndrangheta che dopo i sequestri di persona ha cessato di creare allarme sociale. Senza cogliere quella contaminazione quotidiana con la "zona grigia" della politica e della pubblica amministrazione, del sistema delle banche e degli intermediatori finanziari. L'inchiesta si spinge quindi anche oltre e narra della penetrazione che la 'ndrangheta avrebbe compiuto nella politica della regione riuscendo a infiltrarsi nelle amministrazioni guidate dalla Lega e dal Pdl, nelle municipalizzate, nelle Asi, nei giochi delle lottizzazioni e delle raccomandazioni. È un'inchiesta che esprime l'ambizione giudiziaria di documentare quindi la cerniera tra mondi ritenuti lontani. Certa imprenditoria del nord e certa politica di seconde e terze file, amministratori locali che subiscono il colonialismo criminale e scendono a patti con i boss. Non sembra che dagli atti emergano nomi di rilevanza nazionale della politica ma già l'intreccio tra comuni, municipi e uomini delle cosche, tra chi amministra la cosa pubblica in zone agiate del nord e boss impone delle riflessioni. E per Ilda, dopo i processi e la coda infinita di polemiche, alle toghe romane, al porto delle nebbie, a Cesare Previti, è un nuovo banco di prova. Panico1 «il Pirellone Le mosse dell'inchiesta, tra intercettazioni e pedinamenti, hanno provocato paure e qualche psicosi nel Pirellone con esponenti politici che, a torto o a ragione, si sentono nel mirino degli inquirenti. Inevitabile la coda di sussurri, di voci, di malelingue, di fantasmi che ricordano quelli degli esordi di Mani pulite in un insostenibile clima da tricoteuse. Solo nelle prossime settimane si avrà una visione più complessiva delle indagini visto che Paolo Storari, Alessandra Dolce e appunto la Boccassini hanno scelto la strategia di mandare ogni filone investigativo a maturazione in gran silenzio. All'appello, quindi, mancano numerosi atti investigativi. Non da ultimo bisognerà sbobinare migliala di intercettazioni telefoniche che vista la complessità dell'inchiesta sono rimaste ancora chiuse negli armadi blindati. Con lo stesso senso di smarrimento determinato dalla recente richiesta di sciogliere, ad esempio, il comune di Bordighera per infiltrazioni mafiose. Come se l'amena località ligure, tra i tetti delle eleganti ville a due passi da Montecarlo, fosse una delle tante comunità aggrappate a San Luca, a Bovalino, nelle strade polverose di Careri con le case senza intonaco e i pomelli d'oro nei bagni. Così la Brianza come la dipingi se non pensi ai mobilieri, al pavese dei vini, delle eccellenze nella medicina, dei campus universitari e non da ultime generazioni criminali. L'ipotesi investigativa andrà quindi sostenuta con i dovuti distinguo, senza generalizzazioni, con elementi probatori rilevanti per togliere dal campo le perplessità, i numerosi interrogativi che ipotesi di questo tipo determinano. Di certo, Ilda Boccassini, che di questa indagine è la mente pensante, è chiara e netta: «O si sta con lo Stato o si sta contro lo Stato. Quando c'è connivenza o compiacenza la linea della Procura, se ci saranno i presupposti, sarà durissima. Non si possono avere alibi».

Ganzer e la storia del rapimento di Abu Omar

Per i magistrati ha infranto la legge, per il tribunale di Milano è un narcotrafficante: un uomo che ha fatto sbattere in cella decine di persone che smerciavano droga ovunqùe è un bandito. II problema è dello Stato, il problema è nostro. La condanna a 14 anni del generale dei carabinieri Giampaolo Ganzer è un affare che riguarda tutti, non lui. Bisogna capire perché ogni volta che un poliziotto o un carabiniere o un agente segreto si muove per gli interessi del Paese poi finisce nei guai. Noi non siamo l'America, però non possiamo continuare a far finta che il mondo sia un film nel quale il protagonista è il soldato più bravo e intelligente del mondo che riesce a resistere alle tentazioni di risolvere il suo caso commettendo un reato e poi trova il modo di inchiodare comunque assassini o narcotrafficanti. Esiste la realtà e la realtà è fatta di casi come quello del generale Ganzer o la storia del rapimento di Abu Omar. Se è necessario si usa anche il segreto di Stato: non è bello, ma serve. Perché il bene supremo è mettere in cella i criminali o i terroristi. Come farlo può essere un dettaglio. L'alternativa a volte è una sola: tenersi i delinquenti per non finire nei pasticci. È solo una questione di decisioni. Dello Stato e quindi nostre. E per noi è meglio vivere senza criminali veri. Che c'è, ci meravigliamo che ci sono pezzi dello Stato che si muovono sul confine tra legalità e illegalità per vincere la guerra contro i criminali? L'inchiesta di Milano sul capo del Ros di Milano non è riuscita a dimostrare che abbia rubato un solo euro, che abbia usato la droga che per l'accusa lui e il suo gruppo faceva importare dall'estero per fini personali o per arricchirsi. Ganzer faceva arrivare la droga che finiva nelle mani dei trafficanti sui quali indagava che così subito dopo venivano arrestati. Siamo così: prendiamo i nostri soldati e quando non ci servono più li abbandoniamo, li facciamo triturare dalla furia giustizialista dei pubblici ministeri e dal puntiglio dei giudici. E già successo. Capitano Ultimo, l'uomo che ha preso Totò Riina, s'è ritrovato sotto accusa per favoreggiamento della mafia perché la perquisizione nel covo del capo dei capi sarebbe stata ritardata. C'è solo capire che cosa interessa allo Stato: prendere i criminali o fare in modo che i suoi uomini non infrangano la legge? Troppo facile dire che vogliamo tutte e due le cose: è ovvio che se si può ottenere il risultato muovendosi tranquillamente nei confini del normale rapporto tra delinquenti e uomini in divisa. Il problema nasce quando non si può: bisogna infiltrare un poliziotto nell'organizzazione criminale. Ecco, se quel poliziotto commette un reato per far finta di essere un bravo bandito? Non esiste la favola del carabiniere o dell'agente così astuto da aggirare le richieste del gruppo nel quale è entrato per smembrarlo e riuscire contemporaneamente ad arrestare tutti. Si rischia, purtroppo. Ci si sporca le mani, sfortunatamente. È un' ovvietà forse troppo difficile da comprendere. Ci sono momenti in cui non può non succedere: chi rappresenta la legge deve commettere un reato per per fare il suo lavoro. Gli 007 che fanno? A volte devono sembrare i peggiori criminali per poter salvare un Paese da un attacco terroristico. E se lo fanno in nome dello Stato, quello Stato poi non può processarli. In America gli uomini della Cia e quelli dell'Fbi commettono decine di reati per il bene della Nazione. Spesso non possono neanche essere indagati perché magari sulla loro operazione c'è il segreto di Stato. Ma se sbagliano davvero, se agiscono senza il fine ultimo del bene collettivo, allora pagano.

Saturday, June 5

AUGURI. SIETE L'UNICA DIFESA!

E' stata fissata al 5 giugno di ogni anno con la seguente circolare del Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri n. 204/41-1914 del 7 aprile 1921:

" Avendo le aspre vicende della passata guerra rese, nella storia di ogni Arma e Corpo, alcune date particolarmente memorabili per sacrifici eroici compiuti o per il conferimento di alte ricompense, il Ministero della guerra ebbe non ha guari a disporre che apposita Commissione stabilisse, ex novo, quale dovesse essere la data della festa anniversaria di ciascun'Arma o Corpo.
Ora il prefato Ministero, mentre ha comunicato che verranno fra breve, e non appena saranno ultimati i relativi studi tuttora in corso, emanate disposizioni al riguardo, ha avvertito che la festa anniversaria dell'Arma, colle disposizioni stesse, sarà fissata al 5 giugno di ogni anno - data di concessione della medaglia d'oro all'Arma medesima - e che, ciò stante, la celebrazione di essa dovrà essere fatta anche per l'anno in corso alla data anzidetta.
Quanto sopra si comunica per opportuna conoscenza e norma di codesto Comando e di quelli dipendenti
".

Monday, May 10

Italian police arrested dozens of members of various mafia groups today in a vast operation that netted large caches of weapons smuggled from Bosnia.

Anti-Mafia Police said the raids where carried out in several areas of southern Italy against members of the Sicilian Cosa Nostra and the Naples-area Camorra seeking to wrest control of the fruit and vegetable trade in southern Italy. Police issued more than 70 arrest warrants and confiscated millions of euros worth of real estate, weapons and vehicles. One of the arrested, Paolo Schiavone (27), a rising boss of the Casalesi clan of the Camorra around the southern city of Caserta, was nabbed on a luxury cruise ship as he was returning from a honeymoon, police said. Video footage distributed by police showed that the caches of weapons included hand-held rocket launchers, military rifles, rocket-propelled grenade launchers and grenades.
They said most of the weapons were smuggled in from Bosnia to fill the arsenals of the crime clans. General Antonio Girone, head of the Naples area Anti-Mafia Police, said the discovery of the pact between the various groups, which traditionally have worked for the most part separately in their own territories, was worrying. "In any situation where there is an alliance among military groups, it will be more difficult to dismantle," he told Italian television. The operation broke up a plan by the crime groups to wrest control the lucrative fruit and vegetable trade in all of southern Italy from Rome to Sicily. Coldiretti, a farmers' group, said the infiltration of organised crime in the trade, including control of transport by truck, bloated prices from production to retail by 200 per cent. The prices were inflated as a direct result of the extortion imposed on the crime groups on growers, truckers and retails, who were forced to pass on the costs to consumers.

Thursday, April 22

Complimenti ai CC e ad un caro amico

A Milano sgominata una banda italo-slava Sono arrivati con auto tedesche, scure, di grossa cilindrata. Abiti eleganti. Tasche gonfie di soldi. Si sono seduti intorno a un tavolo, in un ristorante di Brera, centro chic di Milano. Quattro uomini, niente donne. Riunione operativa. Era l'ultimo incontro prima del colpo: l'assalto a un furgone portavalori. Durante quella cena, la settimana scorsa, in mezzo alla folla dell'aperitivo sono arrivati i Carabinieri della prima sezione del Nucleo investigativo. Hanno arrestato tre  serbi, più un montenegrino che è stato indagato.

I militari hanno sventato un attacco che rischiava di portare scene di guerra per le strade della città. Si capisce dalle armi sequestrate, tipiche dei reparti d'assalto. E lo dice il passato di almeno uno degli uomini bloccati. C'è un filo, in questa operazione dei Carabinieri, che lega Milano con le gang di rapinatori balcanici che si muovono in mezza Europa. E un'ombra che viene dal passato: dai campi d'addestramento e dalle operazioni di guerra sporca che hanno accompagnato lasoluzione della ex Jugoslavia. E' lo stesso retroterra dei "soldati" della mafia serba che oggi hanno preso in mano le rotte mondiali della cocaina.

Si può partire dalle armi. Oltre a due pregiudicati italiani, che avrebbero collaborato con il gruppo, i Carabinieri hanno arrestato un cameriere tunisino che custodiva in un armadio l'arsenale del commando serbo. Fucili mitragliatori d'assalto Ak 47, bombe a mano M75 di ultima generazione (caricate con 40 grammi di esplosivo al plastico e 3 mila pallini di piombo), centinaia di proiettili traccianti calibro 7,62 militare, in grado di perforare le blindature non rinforzate e i giubbotti antiproiettile fabbricati fino a qualche anno fa.

Per la personalità  e lo spessore criminale degli arrestati ha spiegato il colonnello Antonino Bolognani, responsabile del Nucleo investigativo di Milano non vi sono dubbi sul fatto che, se nel corso della rapina qualcosa fosse andato storto, questi banditi avrebbero fatto massicciamente ricorso a quelle armi. Le bombe erano "nastrate", e cioè messe in sicurezza per il trasporto con una striscia di nastro adesivo intomo agli inneschi: una tecnica che denota una grande preparazione nel maneggiare armamenti. Elementi che fanno pensare agli ex guerriglieri balcanici, quelli che nell'ultimo decennio si sono riconvertiti in narcotrafficanti o rapinatori.

Il nucleo del commando serbo-croato fermato dai Carabinieri di Milano era composto da Radosan Djurovic, 32 anni (sul quale pendeva un mandato d'arresto europeo per droga e armi), e i 34enni Petar Skoro e Igor Kolar. E la storia di quest'ultimo a suggerire un collegamento diretto con guerre nella ex Jugoslavia. Nel 1999, in un bar di corso Garibaldi, pieno centro di Milano, si affrontarono in una sparatoria due gruppi di gangster balcanici, per contrasti legati al traffico di droga e alla prostituzione.

Nel gruppo che attaccò c'era proprio Igor Kolar, che allora faceva da guardaspalle di un tale Sinisa Peulic, detto "il nero". Quest'ultimo era figlio di un alto ufficiale dell'esercito jugoslavo, già arrestato (poi assolto per legittima difesa) con l'accusa di aver ucciso un croato a Belgrado per motivi politici. 

A Milano era in continuo contatto con uno stretto collaboratore del "comandante Arkan", il capo delle "Tigri", leader paramilitare serbo responsabile di crimini di guerra nella prima metà degli Anni 90. 

Arkan nel 1999 era ancora vivo (sarebbe stato ucciso l'anno dopo) e negli Anni 80 era stato anche arrestato a Milano. Era finito a San Vittore, aveva imparato l'italiano e poi mantenuto contatti in Italia. Le indagini sul gruppo di fuoco del 1999 portarono ad approfondire le infiltrazioni della criminalità serba-montenegrina in Lombardia.

Thursday, April 8

OPERAZIONE NEMESI. PERFETTA.

Dalle prime ore di stamane 200 uomini della DIA e dei Carabinieri (ROS) di Caserta hanno eseguito un decreto di sequestro beni per un valore complessivo di 700 milioni di euro emesso dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli a carico di esponenti del clan dei Casalesi. I beni sottoposti a sequestro dalla Dia e dai carabinieri di Caserta, in esecuzione del provvedimento emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, appartengono agli eredi di Dante Passarelli, morto nel 2004 a seguito di un misterioso incidente, proprio pochi mesi prima della sentenza di primo grado del processo Spartacus in cui lo stesso Passarelli era imputato del delitto di associazione mafiosa insieme ai vertici del clan dei Casalesi. Il valore complessivo dei beni in sequestro ammonta ad oltre 700 milioni di euro; il patrimonio è costituito da società immobiliari ed agricole, centinaia di immobili e centinaia di terreni agricoli e beni strumentali.

Tra i beni sequestrati nell'operazione - denominata 'Nemesi' - vi è anche l'azienda agricola Balzana ex Cirio di Caserta che, secondo quanto ricostruito dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, fu acquistata nella metà degli anni '90 dai massimi vertici dell'organizzazione dei Casalesi (Schiavone, De Falco e Bidognetti) attraverso Dante Passarelli, per un valore di oltre 10 miliardi di lire. In quell'occasione la forza del clan camorristico dei Casalesi fece si che alcuni possibili acquirenti della tenuta agricola ex Cirio venissero dissuasi. I dettagli dell'operazione saranno illustrati in una conferenza stampa che si terrà alle ore 11.30 presso la Procura della Repubblica di Napoli. All'incontro con la stampa parteciperanno il procuratore della Repubblica, Giandomenico Lepore, il procuratore aggiunto della DDA, Federico Cafiero de Raho, il direttore della DIA, generale Antonio Girone, il comandante della Legione Carabinieri Campania, generale Franco Mottola, il comandante provinciale dei carabinieri di Caserta, colonnello Crescenzio NARDONE ed il capocentro della DIA di Napoli, Maurizio Vallone.

Il commento del ministro Alfano - "Ancora una buona notizia dal fronte della lotta alla camorra. Ancora una volta lo sforzo sinergico di magistratura e forze dell'ordine, supportate dalla incisività delle norme fortemente volute da questo Governo in materia di sequestri e confische di beni ai boss della criminalità organizzata e ai loro eredi, ha portato all'ennesimo successo della squadra Stato nella lotta a tutte le mafie". Lo afferma il ministro della Giustizia Angelino Alfano, in partenza per Milano, commentando con una nota le prime notizie dell'operazione Nemesi e il sequestro di beni per oltre 700 milioni di euro al clan dei casalesi. "Il mio plauso e il mio ringraziamento - conclude il ministro - ai magistrati della direzione distrettuale antimafia di Napoli e della sezione misure di prevenzione del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, nonché agli uomini della DIA e dei Carabinieri di Caserta per l'ottimo lavoro svolto".

Tuesday, March 30

I Casamonica

Quattro gli episodi recenti più significativi il primo dei quali risale alla fine dello scorso febbraio quando i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Frascati arrestano tre persone per estorsione ed usura e sequestrano beni per oltre quindici milioni di euro. Oramai è scontro aperto tra forze dell’Ordine e il clan Casamonica: una battaglia senza esclusione di colpi che ha fatto registrare, soprattutto negli ultimi mesi, un intensificarsi senza precedenti. Due settimane dopo, nuovo blitz, sempre dei Carabinieri, e tre nuovi arresti per estorsione, rapina e lesioni personali. Lo scorso 18 marzo, poi, Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Frascati hanno sequestrato al clan dei Casamonica dieci appartamenti alla Borghesiana, tutti abusivi e costruiti in violazione della legge sull’edilizia. Le opere erano state già sottoposte a sequestro ma, anziché mantenerle nello stato in cui si trovavano al momento dell’attuazione del provvedimento, erano state rifinite e dotate anche di dodici telecamere ad infrarossi su tutto il perimetro dell’area ove erano costruite. L’altro giorno il salto di qualità: la scoperta dell’esistenza di un patto criminale tra la famiglia rom e la ‘ndrangheta per la gestione di un giro di affari calcolato intorno ai 40 milioni di euro all’anno e condotto tramite società e cooperative che gestivano appalti con enti pubblici e privati, e che avrebbero dovuto mettersi in affari per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti in Campania. Alla testa dell’organizzazione criminale Pietro D’Ardes, ex ispettore del lavoro rinviato a giudizio dalla procura di Palmi per associazione a delinquere in concorso con esponenti della ’ndrangheta, e, appunto, Rocco Casamonica, capo dell’omonima famiglia da sempre dedita all’usura e alle truffe nella capitale.

Tra il Lazio, la Campania e la Calabria sono stati sequestrati dalla Polizia Anticrimine della Questura capitolina anche beni per un valore complessivo di circa 10 milioni di euro, 15 aziende e quote di 21 società, oltre al sequestro di 165 conti correnti, auto di lusso, ville ed appartamenti. Inoltre è stato disposto il regime di sorveglianza speciale per sette componenti della famiglia di rom stanziali. Tra le 15 società sequestrate dalla polizia ci sono anche società che si occupano di parcheggi con Enti pubblici e privati, gestione di mense e di supermercati anche nella capitale. Secondo gli investigatori, questa operazione ha consentito «di bloccare e probabilmente recidere definitivamente tutte le attività illecite relative ad appalti che avrebbero potuto condizionare, anche con l’ausilio di prestanome, diversi settori della vita pubblica del Paese». Sempre da ambienti investigativi, però, non si nascondo preoccupazioni per le ramificazioni ancora esistenti dei Casamonica. Diramazioni che potrebbero consentire alla famiglia rom capitolina di riorganizzare fila ed affari. In particolare gli inquirenti si starebbero muovendo su due fronti: scardinamento della fitta rete (si parla di diverse decine di soggetti) di prestanome tramite i quali i Casamonica gestiscono gli affari, infiltrazione di “osservatori” delle Forze dell’Ordine all’interno dell’organizzazione. Certo, non sono missioni facili ma forse costituiscono gli unici strumenti in grado di scardinare in maniera definitiva un’organizzazione che, di fatto, si sta gradualmente impossessando (in modo illecito) di grosse fette del mondo economico della Capitale.

Sunday, February 21

Sicurezza, Carabinieri sui bus di periferia

CAMORRA STRANGOLATA DAI CARABINIERI

Otto campani nell'elenco dei criminali più pericolosi. 

Nelle prime venti posizioni ci sono quattro condannati nel processo Spartacus. Un elenco a scorrimento, una lista a numero fisso con la variabile dei nomi, che entrano ed escono a seconda del peso criminale, degli anni di latitanza, della pericolosità. In testa, sei file di cinque caselle fotografiche, sono rimasti venti nomi. Dieci postazioni previste sono vuote. Più giù altri ottanta nominativi, nomi, cognomi, provenienza geografica e tipologia dei reati contestati. Sono i cento criminali più ricercati d'Italia, alcuni dei quali autentiche primule rosse. Nelle prime caselle compaiono otto personaggi campani: Francesco Matrone, di Pagani; Antonio levine di San Cipriano d'Aversa; Cesare Pagano di Napoli, Marco Di Lauro, napoletano, figlio di "Ciruzzo"; Pasquale Scotti, irreperibile da oltre venticinque anni, evaso alla viglia di Natale del 1984 dall'ospedale di Caserta; Nicola Panare di Gasai di Principe; Michele Zagaria di Casapesenna; Mario Caterine di Casal di Principe.

Sono quasi tutti condannati a pene elevatissime per reati che vanno dall'associazione camorristica al traffico intemazionale di droga e all'omicidio. Il nome di Pasquale Vargas veniva subito dopo. Nato a Salvitelle, in provincia di Salemo, 42 anni fa, è un esponente di spicco del clan dei Casalesi con una condanna alle spalle di dodici anni di reclusione nel procedimento Spartacus I e una lunga serie di precedenti penali ma anche diverse assoluzioni, soprattutto per traffico di armi. Nell'elenco era entrato alla metà di ottobre del 2008, in pieno periodo del terrore. Il gruppo integrato interforze per la ricerca dei latitanti del ministero dell'Interno, infatti, fino a quale momento aveva conservato il suo nome in riserva preferendo quello di Emilio Di Caterino. Ma con la cattura a Temi di Emiliotto, subito dopo diventato collaboratore di giustizia, Pasquale Vargas è entrato a far parte, in modo automa tico, del gruppo dei pregiudicati più ricercati del paese. Il suo arresto, come quello di Corrado De Lucala scorsa settimana, arriva in un momento delicatissimo per il clan dei Gasatesi, che deve assorbire la definitività della sentenza Spartacus con l'ergastolo ai quattro capi del cartello: Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti, detenuti, e Michele Zagaria e Antonio levine, latitanti da oltre quattordici anni e intenzionati a rimanere irreperibili ancora per moltissimo. L'arresto di Pasquale Vargas, così come quello di Corrado De Luca, taglia un solco tra i due boss e il mondo estemo, quello dei guardaspalle noti alle forze dell'ordine. Quali saranno le ripercussioni sull'organizzazione, però, è ancora daverificare. r.cap.

Saturday, February 20

GRAZIE AI CARABINIERI SI STRINGE IL CERCHIO

Prima Corrado De Luca, oggi Pasquale Giovanni Vargas. Si stringe il cerchio attorno alle primule rosse del clan dei Casalesi, Pasquale Zagaria ed Antonio Iovine, dopo che i carabinieri sono riusciti a stanare in meno di dieci giorni personaggi di spicco della cosca, legati in qualche modo ai due superlatitanti. Quasi contemporaneamente, mentre prendeva il sole su una spiaggia di Santo Domingo, la polizia arrestava il capo del clan Cassotta di Melfi, Saverio Loconsolo, il cui tentativo di fuga si e' rivelato vano. LEGGI

Sunday, February 14

Saverio Trimboli: contatti con i capi dei principali Cartelli del narcotraffico.

Da un bunker occultato in una vecchia casa disabitata nel centro di Platì, grazie a sofisticate apparecchiature elettroniche, continuava a dirigere ingenti traffici internazionali di droga che festeggiava brindando a cham pagne coi suoi compiici. Saverio Trimboli, il boss trentaseienne della 'Ndrangheta catturato ieri mattina dai carabinieri dopo 16 latitanza, anni di , è stato snidato dagli specialisti dell'Arma in un rifugio dalla raffi nata progettazione con un ingresso perfettamente occultato in una parete di mattoni grezzi, comandato da impianti idraulici. Apparentemente sembrava un'abitazione abbandonata da decenni, da lì dentro, invece, Trimboli, riusciva a mantenere i contatti con i capi dei principali Cartelli del narcotraffico. 

La sua "specializzazione", visto che è un nome negli ambienti criminali di mezzo mondo, da quando aveva meno di vent'anni. Ricercato dal 1994, inseguito da un ordine di carcerazione emesso dal Gip di Torino, Trimboli, compariva da tempo nell'elenco dei latitanti più pericolosi. Saverio Trimboli Nel suo nascondiglio, oltre a decine di cellulari, apparecchi per neutralizzare le microspie, trenta scanner che il boss utilizzava per intercettare le comunicazioni tra le forze dell'ordine. L'arresto di Trimboli è stato commentato positivamente da esponenti istituzionali e di Governo, con in testa presidenti del Senato e della Camera, Schifarli e Fini e i ministri della Difesa, dell'Interno e della Giustizia.