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Tuesday, June 16

M5S CIAVATI DA... CHAVEZ

Nel 2019, quando in Venezuela infuriava lo scontro tra Maduro e Guaidó, aveva fatto discutere in Europa la posizione di neutralità assunta dal M5s

Il chavismo nel 2010 finanziò il Movimento 5 stelle che oggi governa l’Italia. L’autore di questo articolo pubblicato sul giornale Abc, è Marcos García Rey, un giornalista freelance spagnolo che da tempo segue le vicende interne al Venezuela. 


Oggi, 15 giugno 2020, la sua inchiesta sta facendo tremare il partito italiano più rappresentato in parlamento: se dovesse essere confermato che a Gianroberto Casaleggio è stata consegnata una valigetta con 3,5 milioni di euro in contanti, potrebbe essere la fine dell’ultimo bastione della diversità dei Cinquestelle.

Mentre Vito Crimi e Davide Casaleggio annunciano azioni legali, il console del Venezuela in Italia, Gian Carlo Di Martino, ha detto a Open che l’inchiesta è una ricostruzione fantasiosa per affossare i 5 stelle e che il documento a suo supporto sarebbe falso. 

«Faccio il giornalista investigativo da molti anni, ho fonti importanti in diversi Paesi – racconta García Rey -. Sono tre anni che porto avanti indagini in Venezuela. Quello che ho scritto è tutto verificato, ho consultato più fonti, sia pubbliche che interne dell’intelligence del Paese sudamericano».

García Rey, sei certo che questi 3,5 milioni di euro sono arrivati al Movimento 5 stelle?

«Sì, e se occorrerà sarò pronto a dimostrarlo in tutte le sedi opportune. Non so se ci siano stati altri flussi di denaro, ma per quanto riguarda i 3,5 milioni di euro più fonti dirette mi hanno confermato che sono arrivati nelle tasche dei 5 stelle».

Sei stupito dalla reazione che ha suscitato il tuo articolo?

«Capisco che in Italia questa notizia stia creando molto scalpore perché riguarda un partito di governo, ma in Spagna e negli altri Paesi no. Anche perché, almeno per quanto mi riguarda, il comportamento del Venezuela in questa vicenda non mi stupisce».

Come mai?

«Negli anni in cui Chavez poté approfittare di ingenti risorse derivanti dalla vendita del petrolio, sappiamo che lui e il suo governo favorirono i movimenti politici affini al socialismo. Non è successo solo in Italia, ma in molti altri Paesi. Per esempio ci sono indagini della polizia sul trasferimento di denaro dal Venezuela a movimenti politici in Argentina».

Davide Casaleggio e Vito Crimi hanno bollato il tuo pezzo come «fake news» e hanno annunciato una querela.

«Sono molto tranquillo, non pubblicherei mai qualcosa del genere senza verifiche. Nella mia vita ho ricevuto diverse azioni legali a mio carico, ma non ho mai perso una causa. Ribadisco, la mia tranquillità è estrema: riceverò attacchi tanto dal Movimento 5 stelle quanto dal governo venezuelano, ma sono abituato a lavorare sotto pressione».

Da dove è partita la tua indagine?

«Mi è arrivato un documento che racconta una storia. Quella storia l’ho interpretata per i lettori, consultando tutte le mie fonti. Non ho dubbi che questa valigetta con i contanti sia arrivata in Italia attraverso il consolato di Milano e che Di Martino, il console, ha fatto da intermediario tra il governo di Hugo Chavez e il Movimento 5 stelle. Ho pubblicato il documento, ma ho altre prove che ciò che è scritto in quel documento sia verità».

Il console Di Martino dice che quel documento è falso.

«Ho le prove, invece, che quel documento sia vero e che Di Martino abbia fatto da intermediario. Il console rientra nella vicenda perché era la voce del governo di Chavez in Italia e lui senz’altro sapeva del dialogo tra Venezuela e 5 stelle. La valigetta con i 3,5 milioni di euro è passata per il suo consolato».

A questo proposito, il console si difende sostenendo che fosse impossibile per lui, arrivato da un paio di mesi in Italia, avere dei legami con i 5 stelle.

«Capisco il suo tentativo di difesa, ma io ho le mie fonti che dicono il contrario. Quello che è sotto gli occhi di tutti, oggi, è che nel tempo ci sono state molte relazioni tra il Movimento 5 stelle e il Venezuela».

Marcos García Rey è un giornalista investigativo freelance. Fa parte dell’International Consortium of Investigative Journalists e coordina il master di giornalismo investigativo co-organizzato dall’Università Rey Juan Carlos e da Unidad Editorial.

Monday, May 25

5G TERREMOTO FINANZIARIO

Un report della Brookings Institution di Washington DC ripercorre i rapporti fra Italia e Cina. Il M5S ha rapporti organici con Pechino, e il suo alleato al governo, il PD, non fa niente per raddrizzare il tiro.  5G e Golden Power? Le leggi non bastano, l'ultima parola è della politica “Giocando con il fuoco”. 

Il titolo del nuovo report della Brookings Institution, prestigioso think tank di Washington DC, sulla politica italiana e le sue scelte internazionali, è già un programma. Il nuovo paper è un riflettore acceso dagli Stati Uniti sulla special relationship fra Italia e Cina. 

O meglio, fra questa politica italiana e la Cina, se è vero che mai come negli ultimi due anni, con i governi Conte 1 e bis, l’Italia si è avvicinata al Dragone. Il Movimento Cinque Stelle è un caso di scuola per il think tank. 

“Con il recente governo Cinque Stelle-Lega, i rapporti fra Italia e Cina sono diventati un punto di discordia fra i partner della coalizione”. “La richiesta dei Cinque Stelle di un approccio alternativo alla politica estera, soprattutto vis-à-vis Paesi come Cina e Russia, si è tinta di un forte euro-scetticismo e di un più lieve anti-americanismo”.

La passione cinese del Movimento, scrive la visiting fellow Giovanna De Maio, è rimasta intatta nel passaggio da un governo all’altro. Ed è stata suggellata da una scelta del ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Ovvero “trasferire le competenze per la promozione internazionale degli interessi delle aziende e dei brand italiani al ministero degli Affari Esteri”.

Il trasloco dell’ICE dal MISE alla Farnesina, così come la scelta di nominare capo di Gabinetto l’ex ambasciatore a Pechino Ettore Sequi, scrive Brookings, è “un segno che il M5S vuole un maggiore controllo sull’agenda economica italiana e assicurare continuità nell’apertura dell’Italia alla Cina”.

Se un merito si vuole proprio riconoscere alla posizione del M5S, è quello di essere chiara, inequivocabile. Lo stesso non si può proprio dire per i suoi partners di governo, il PD Nicola Zingaretti, l'IV di Matteo Renzi. 

Sul dossier cinese, al Nazareno, l’ambiguità regna sovrana. “Il PD, che ha sempre avuto una visione transatlantica della politica estera, è rimasto sostanzialmente in silenzio sul tema della Cina”.  “Il silenzio è probabilmente motivato dalla paura di destabilizzare ulteriormente un governo già precario”, sentenzia Brookings.

Un focus a parte è dedicato a una delle questioni più scottati dell’agenda di politica estera: la rete 5G

Quando si discute di 5G si parla di Sicurezza Nazionale, di Politica Estera e Difesa, di Politiche Industriali, di Politica Sanitaria, ecc... 

La rinascita dell'Italia passa anche da politiche tecnologiche lungimiranti capaci di coniugare le libertà politiche e civili con l'economia digitale più avanzata. Nessuno deve sottrarsi a questa sfida. L'analisi convincente di Mayer.

A differenza degli Stati Uniti e di altri Paesi democratici in Italia il processo di interazione tra Agenzie di Intelligence e decisori governativi è raramente oggetto di ricerca accademica e riflessione pubblica. 

Se non vogliamo che le disposizioni previste dalla Legge 124/2007 in materia di cultura della Sicurezza restino sulla carta non basta continuare con i road show lodevolmente promossi dal DIS nelle aule universitarie. 

Senza intaccare di un millimetro la massima segretezza e il massimo riserbo che devono caratterizzare l’intera attività del comparto, la fisiologica dialettica tra organismi di Intelligence e decisori politici è materia da approfondire anche nel nostro Paese come avviene in ogni democrazia matura.

Supponiamo che in sede CISR (Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica) il dossier tecnico sul 5G sia interpretato diversamente da diverse componenti dell’esecutivo

Per esempio la componente A non dà troppo peso alle preoccupazioni espresse in sede tecnica (in merito alla protezione dei dati) perché essa ritiene prioritario attuare integralmente il memorandum per la Via della Seta siglato dal governo Conte 1 (telecomunicazioni incluse). 

La componente B, invece, é più prudente. Essa auspica che il “CISR tecnico” previsto dalla legge 124/2007 svolga un supplemento di istruttoria. Si tratta di capire se i desideri espressi della componente A (Telecom/Via della Seta siano compatibili con quanto previsto in materia di sicurezza cibernetica nazionale e telecomunicazioni) nell’ambito dell’Alleanza atlantica. 

In uno scenario ipotetico come quello che ho appena descritto i profili tecnici e quelli politici sono nitidamente distinti. Gli organismi di Intelligence – giustamente gelosi delle loro prerogative – devono dire come stanno le cose fornendo ai politici il massimo dei supporti informativi; il decisore politicoil Governo – (e ovviamente la sua maggioranza parlamentare) devono decidere.

Il futuro del 5G in Italia non, infatti, è materia che può restare chiusa nelle segrete stanze. Non stiamo parlando di garanzie funzionali, di fondi riservati, di protezioni delle fonti, di classifiche di segretezza, di segreto di Stato, di servizi collegati, di operazioni Humint, Sigint o quant’altro.

Inaugurando la fase due il presidente Conte è stato molto netto: “L’Italia che vogliamo è più verde, digitale e inclusiva”. Bene più digitale, ma come? Il 5G ha implicazioni strategiche di lungo periodo per il sistema Paese come sottolineato più volte anche in sede COPASIR

È decisivo per il futuro del Sistema Italia, per la protezione del suo grande patrimonio scientifico, tecnologico e industriale; è altrettanto determinante per evitare che il totalitarismo digitale promosso dai regimi illiberali eroda i principi democratici del nostro ordinamento costituzionale. 

Se posso permettermi un suggerimento al presidente del Consiglio – più che preoccuparsi di concentrare nelle sue mani le competenze previste dalla Legge 124 – dovrebbe da un lato potenziare il ruolo del CISR, dall’altro “stanare” i leader dei partiti della sua stessa maggioranza.

È davvero strano che Vito Crimi, Nicola Zingaretti, Matteo Renzi, Roberto Speranza non abbiano - tutt'oggi - niente da dire su una materia così importante. 

E il discorso non può peraltro limitarsi alla maggioranza; il presidente ha recentemente dichiarato “con le opposizioni noi abbiamo il dovere di proporre, di confrontarci, di dialogare”. 

Sarebbe interessante sapere cosa Matteo Salvini pensa delle politiche digitali della Russia? 

O cosa Forza Italia pensa del Social Credit System cinese? 

La rinascita dell’Italia passa anche da politiche tecnologiche lungimiranti capaci di coniugare le libertà politiche e civili con l’economia digitale più avanzata. Nessuno deve sottrarsi a questa sfida.

Come è noto gli USA ritengono un rischio l’accesso al 5G di aziende cinesi vicine al PCC (Partito Comunista Cinese). In una parola, Huawei, il campione della telefonia mobile di Shenzen coinvolto in una guerra senza esclusione di colpi con l’amministrazione Trump.

In Italia, l’azienda di Ren Zhengfei ha una presenza solida, e consolidata negli anni. Il governo ha di molto rafforzato la struttura normativa preposta alla protezione della rete con il Perimetro di sicurezza nazionale cibernetica, ma non ha valutato, come invece richiesto dal governo USA, un’esclusione diretta di Huawei.

L’idea, peraltro condivisa da altri Paesi UE, è che i rischi possano essere “mitigati” con interventi ad hoc

Non convince la Brookings, che scrive: “La natura complessa di questa tecnologia rivoluzionaria rende difficile fornire qualsiasi garanzia sulla sicurezza, a causa del rischio di una backdoor, nascosta da Huawei, per aver accesso ai dati”. 

“L’assenza di una strategia di lungo periodo e una strategia cinese espone davvero l’Italia ai rischi di un boomerang economico”, spiega il think tank. 

Dai takeover ventilati delle aziende italiane agli investimenti diretti esteri, il rischio che la Cina approfitti delle maglie aperte dalla crisi economica è tutt’altro che remoto. 

“In assenza di una risposta imponente e coordinata a livello europeo, l’Italia si affiderà sempre più alla Cina per gli investimenti e altra assistenza economica”. È un pericolo, in assenza di condizioni che, per il momento, non esistono.

“Senza una supervisione sostanziale e una strategia previdente del governo per proteggere i settori strategici – ma soprattutto senza stabilità politica e un approccio alla Cina coerente nel tempo – l’Italia rischia di finire sommersa dalla potenza economica e tecnologica cinese”. 

Gli strumenti normativi di screening degli investimenti in Italia ci sono, e sono “robusti”, spiega il report. Ma l’ultima parola spetta comunque alla politica

A differenza degli USA, non esiste un meccanismo di screening indipendente come il CFIUS (Committe on Foreign investments of the USA). “Nonostante l’ampiamento della legge sullo screening, la decisione di applicare il “golden power” è alla fine una decisione politica”.

Saturday, June 30

1st EP. - THE GREAT PUPPETEERS OF THE LIBYAN TRAGEDY

LAST GADAFI's TIME FEBRUAR 22, 2011
Glencore is keeping the marketing rights for the Sarir and Messla crude grades for a third year even though BP and Shell are returning to lift Libyan oil in a sign the country’s industry is perceived as becoming more reliable. One source familiar with the matter said Libya’s state oil firm National Oil Corporation (NOC) had allocated its 2018 crude and that the contracts would be signed next week. 

With production having steadied at around 1 million barrels per day (bpd) since the middle of last year, Libya, beset by factional fighting, has become a less unstable supplier. However, supply risks remain. One pipeline bringing Es Sider crude to export was recently bombed but swiftly repaired. BP and Shell declined to comment. Spokesmen for Glencore and the NOC did not immediately respond to requests for comment (Last August, Shell directly lifted its first cargo of Libyan crude in five years).

Since the end of 2015, Glencore has been the sole marketer of the Sarir and Messla grades, which are produced in the east of the country and exported via the Hariga port. Glencore was one of the few traders willing to deal with the risks associated with Libya’s unrest, Islamic State intrusions and a crippling port blockade that slashed the country’s output.

Earlier this month, the NOC said it was seeking a prompt restart of the country’s largest refinery at Ras Lanuf, following a resolution to arbitration cases with its operator, Lerco. The refinery, closed since 2013, runs on the grades allocated to Glencore. It was not immediately clear when the refinery would resume operations or what would happen to Glencore’s allocation once it does. 

NOC subsidiary Arabian Gulf Oil Co produces the Sarir and Messla grades. Output has been fluctuating between around 150,000 and 230,000 bpd, its chairman said in early January, below its potential 320,000 bpd owing to power problems.

Other contract winners include Vitol, Total, Unipec, OMV, BB Energy, ENI, API, Cepsa, Socar and Repsol, trading and shipping sources said, largely unchanged from 2017 to June, 2018.

-Shell and BP have agreed annual deals to buy Libyan crude oil. Sources told the news agency that Shell’s deal is the first of its kind since 2013, and that the first cargo of 600,000 barrels will start to be loaded from Zueitina port.

-The head the eastern-based National Oil Corporation EAST (NOC) has claimed that his office has signed 29 contracts independently of the Tripoli-based organisation.

Naji al-Maghrabi told Reuters that recent contracts included deals with major states such as Russia and China. Russia is reported to be planning to arm eastern-based strongman General Khalifa Haftar

-The Deputy Prime Minister of Libya’s internationally recognized government in Tobruk, Abdus Salam al Badri, told a conference last week in Malta that his government will punish international oil companies (IOCs) that continue to work with the rival administration in Tripoli.

-In parallel, the Chairman of the National Oil Corporation (NOC) based in the East of Libya, BP, which didn’t have a term deal in 2017, has reportedly also reached an agreement for this year.

-The Tripoli-based National Oil Corporation (NOC) held a series of meetings with a group of global refineries in the Mediterranean area and with a major oil companies last week in London. The first meeting was with BP, followed by meetings with more than 20 partners, customers, Libyan crude refiners and fuel suppliers. BP, which didn’t have a term deal in 2017, has reportedly also reached an agreement for this year.

-The newly-created National Oil Corporation (NOC) loyal to the internationally recognised government in the east of Libya has reportedly invited international oil companies (IOCs) to “discuss legally signed agreements and contracts” at a conference in Dubai next month.

-The Tobruk government set up the rival company – ‘NOC East’ – in Benghazi, but oil buyers are still dealing only with the established NOC in Tripoli. According to Reuters, oil customers have refused to sign any deal with the eastern entity due to legal concerns as geological data to prove ownership of oil reserves are stored at NOC Tripoli. The invitation to a conference on 2nd September was issued by Naji al-Maghrabi, who was recently appointed chairman of the eastern NOC.

-The head the eastern-based National Oil Corporation (NOC) has claimed that his office has signed 29 contracts independently of the Tripoli-based organisation.  Naji al-Maghrabi told Reuters that recent contracts included deals with major states such as Russia and China. Russia is reported to be planning to arm eastern-based strongman General Khalifa Haftar, commander in the Libyan National Army (LNA), who opposes the UN-backed Government of National Accord (GNA) in Tripoli.

-The Deputy Prime Minister of Libya’s internationally recognized government in Tobruk, Abdussalam Elbadri, told a conference last week in Malta that his government will punish international oil companies (IOCs) that continue to work with the rival administration in Tripoli.

-In parallel, the Chairman of the National Oil Corporation (NOC) based in the East of Libya, Nagi al-Magrabi, told Bloomberg: “We will send letters to all the international companies that operate in Libya asking them to deal with the internationally recognized and legal government. “We will take measures based on their respective replies to the letter. If they continue to decline to cooperate with the legal government, we will stop their loadings once their contracts expire.” Mahdi Khalifa, an NOC board member, said that any oil companies that refuse to cooperate with the government face the risk of legal action.

-Libya’s internationally recognised government has warned companies against dealing with the Tripoli-based National Oil Corporation (NOC). Speaking to a press conference of Beida, the head of the House of Representatives (HoR), Abdullah al-Thinni (pictured), said his government is taking further steps to export crude oil from the regions under its control through its locally recognized “NOC”, and away from the Tripoli-based organisation.

-The chairman of the pro-HoR “NOC”, Mabruk Abu Yousef Maraja, warned of the illegality or illegitimacy of dealing with the NOC in Tripoli. He also warned Tripoli not to enter into any contracts or legal actions that would impose any obligations on the Libyan oil sector.

-National Oil Corporation (NOC) Chairman Nuri Berruien [Nuri Balrwin] (pictured), has confirmed that there are to be no new exploration-production sharing agreements (EPSAs) before mid-2014. Answering questions at the end of a conference in London, he added that this would probably be “during a constitutional government”, implying that the current “interim” government is not deemed constitutional enough or does not have the authority or legitimacy to launch an EPSA bidding round, according to Libya Herald. He added that he hoped for a “win-win” situation for both the NOC and the international oil companies, admitting that the current EPSAs had problems for both parties and hoped that the new EPSAs would “encourage long-term development”.

Glencore oil deal in Libya branded worthless by rival government. Internationally recognised regime in Benghazi says commodity firm’s potentially lucrative oil-export deal in Tripoli is with the wrong people. 

Glencore’s deal to export Libyan oil is not worth the paper it is printed on, the commodities company has been told. The Switzerland-based firm agreed last week to buy up to half of Libya’s oil exports from the western division of the National Oil Company in Tripoli, where an Islamist-backed government is based. But the internationally recognised government in Benghazi, in eastern Libya, said Glencore had signed a deal with the wrong people

Nagi Elmagrabi, chairman of the eastern division of the National Oil Company, told Bloomberg that he had written to Glencore asking for an explanation but not yet received a reply. He said that if Glencore had signed a deal with the parallel regime in Tripoli, the Benghazi government could physically prevent Glencore tankers from using Libyan ports. 

The deal in question envisages Glencore loading and finding buyers for crude oil from the Sarir and Messla fields, exported via Tobruk’s Marsa el-Hariga port in the east. The eastern government says it does not recognise any agreement signed with Tripoli.

Finding a way to resolve the impasse could prove particularly lucrative for Glencore, given that Libya’s oil exports have huge potential to increase. Libya was pumping about 1.6m barrels of oil a day before the civil war that ended Colonel Muammar Gaddafi’s rule in 2011. 

Production has since slumped to as low as 400,000 barrels a day, although it could be increased if the security situation in Libya improves. Glencore regularly invests in countries where security risks and political turmoil have deterred other investors, such as the Democratic Republic of Congo and Colombia

However, the company is in need of new sources of income, after the economic slowdown in China prompted a slump in global commodity prices, ravaging its share price. The company floated its shares at £5.30 in 2011 but they have since plunged, closing on Monday at 90.42p. 

The firm announced proposals earlier this year to raise £6.6bn in an effort to allay investors’ fears about its £20bn debt pile. The plan includes mine closures, asset sales and a £1.6bn share-placing but has yet to arrest the decline in Glencore’s stock. Glencore declined to comment on its dealings in Libya


Monday, August 31

AFRICA CON GLI "OCCHI A MANDORLA" IN CRISI

”Cinafrica” è l’etichetta lanciata nel 2008 da Serge Michel e Michel Beuret, rispettivamente corrispondente di Le Monde e capo del servizio esteri del settimanale svizzero L’Hebdo, in un libro-reportage fatto assieme al fotografo Paolo Woods

E’ il tentativo cinese di imbastire una fitta trama di accordi commerciali e politici del governo cinese con il continente africano per lo sfruttamento del petrolio e di altre materie

In alcuni casi alimentando speranze di riscatto, in altri sostenendo dittatori e politicanti corrotti, più spesso l’una e l’altra cosa allo stesso tempo. 

Già all’epoca dell’uscita del libro oltre 50.000 cinesi si erano riversati a cercare fortuna in Africa, in una sorta di Far west del XXI secolo. 

Successivamente, il venir meno di Gheddafi aveva dato l’occasione per sostituirlo nel ruolo di principale finanziatore dell’Unione Africana, fino al punto di pagare integralmente i 200 milioni della nuova sede di Addis Abeba

Ovviamente, questa presenza sempre più massiccia aveva creato alcuni problemi. Diversi cinesi erano stati attaccati – ad esempio – da guerriglieri in Etiopia

Pogrom e sommosse anti-cinesi c’erano state in Algeria, Lesotho, Angola, Congo. Slogan anti-cinesi erano stati agitati in Sudafrica. 

Soprattutto, una campagna elettorale contro l’invadenza di Pechino era stata vinta nel 2011 nello Zambia da Michel Sata, che dopo aver accusato i cinesi di trattare come schiavi i lavoratori delle miniere di rame nella prima conferenza stampa da presidente aveva ammonito la Repubblica Popolare a cambiare metodi. 

Anche se poi, in concreto, era cambiato poco. Impossibile trovare altri acquirenti che potessero sostenere i prezzi del rame con voracità analoga.

Ora però qualcosa sta cambiando: il gigante cinese traballa, assieme alla sua Borsa, materie prime e commodities in blocco vedono i prezzi cadere, e con questo è aumentata l’incertezza su un volume di investimenti che era ormai arrivato ai 20 miliardi di dollari.  E l’Africa che ha goduto della crescita cinese ora rischia di andare giù assieme al dragone.

Il segnale più significativo arriva dal Sudafrica, partner della Cina non solo come fornitore, ma anche come alleato politico nei BRICS. 

Negli ultimi anni il rand sudafricano, la valuta ufficiale del paese, era l’unica moneta africana a essere utilizzata nel carry trade quel trucco speculativo che consiste nel prendere a prestito denaro in paesi con tassi di interesse più bassi, per cambiarlo in valuta di paesi con un rendimento degli investimenti maggiore, ma con il crollo della domanda di oro, platino e carbone il rand ha perso l’8 per cento in una sola settimana: le valutazioni vi dipendono però comunque dalla forza dell’economia di un paese e con le difficoltà della Cina i contraccolpi per quella sudafricana sono stati pesanti.

Se il Sudafrica è in difficoltà, nonostante sia l’unica vera potenza industriale del Continente, gli altri paesi legati commercialmente con la Cina soffrono ancor più lo sboom cinese

L’Etiopia, ad esempio, era l’economia continentale di grandi dimensioni che stava crescendo più rapidamente, proprio perché Pechino l’avevo scelta per delocalizzare produzioni in cui la pur tradizionalmente parca manodopera cinese aveva iniziato a diventare troppo cara

Grazie a salari che erano un quarto di quelli della Repubblica popolare, imposte inferiori e materie prime a portata di mano, i cinesi avevano deciso di superare gli handicap di formazione e infrastrutture investendo nel paese con strade, ferrovie, centrali elettriche e aeroporti: ora però queste opere potrebbero essere abbandonati

Stesso discorso va fatto per Nigeria e Kenya, altri due Paesi a forte crescita. Nel Sud Sudan è a rischio l’oleodotto che dovrebbe permettere al Paese di più recente indipendenza del Continente di esportare la sua pressoché unica ricchezza.

Particolare è il problema dello Zimbabwe, la cui moneta è stata praticamente distrutta dalla terribile inflazione provocata dalla politica di Robert Mugabe, al punto che alla fine ha deciso di rinunciarvi. 

Dal 2009 vi si utilizzano infatti monete straniere, ma dal 30 giugno la banca centrale ha ripreso a cambiare i dollari dello Zimbabwe ancora in mano a privati, fino al 30 settembre. 

Al tasso di cambio eccezionalmente favorevole di 5 dollari Usa ogni 175 milioni di miliardi di zimdollars, quando il rapporto vero sarebbe di 250 milioni di miliardi a uno. 

L’idea era che l’operazione avrebbe dovuto favorire la diffusione dello yuan, dal momento che la Cina assorbe un quarto dei 3,2 miliardi di euro dell’export

A maggio l’ambasciatore della Repubblica Popolare a Harare aveva annunciato che gli investimenti cinesi nello Zimbabwe erano ormai arrivati a 1,3 miliardi di euro, e ad agosto Pechino si era impegnata a finanziare progetti di infrastrutture per 2 miliardi di dollari. 

Ma, sebbene introdotto dal 2014 nel paniere di nove monete straniere utilizzabili, la gente non si fida, continuando a preferire dollaro USA, rand e euro. E quel che sta accadendo non è induce a superare questa diffidenza.

Thursday, November 6

XI JINPING EMULA MAO TZE TUNG MA ASSOMIGLIA A PUTIN

Lo scorso novembre il plenum del Comitato permanente del Partito comunista cinese, l’organo ristretto che decide le sorti della Cina, si aprì nel nome di Deng Xiaoping, il grande riformatore. Allora – era il terzo plenum per il gruppo attuale – il presidente Xi Jinping promise di cambiare la Cina come solo Deng prima di lui aveva fatto, di aprire sempre di più l’economia al mercato, di riformare le banche, le aziende di stato e la politica del figlio unico. 

I media parlarono di Xi (era una delle sue prime grandi prove di governo) come di un leader forte ma riformatore, uno che avrebbe potuto rivaleggiare con Deng e portare a termine la modernizzazione della Cina. Questa settimana è iniziato un nuovo plenum, il quarto, ma rispetto all’anno scorso molte cose sono cambiate. E’ sparita la parola riforma, sono spariti l’entusiasmo e l’attesa. E’ sparito il riferimento a Deng Xiaoping, e lunedì Russell Leigh Moses sul Wall Street Journal stabiliva un nuovo termine di paragone: il quarto plenum “si annida sotto l’ombra di Mao”. 

L’anno scorso Xi era un leader non del tutto testato, e al tempo del terzo plenum molti analisti diedero credito alle sue promesse di apertura. Ma a quasi un anno di distanza molte cose sono cambiate in Cina. Pochi giorni fa il sinologo Carl Mintzer ha scritto un articolo eccellente per il Los Angeles Times, in cui spiega che sotto Xi Jinping il paese, lungi dall’inaugurare una nuova èra di riforme, sta tornando a chiudersi in se stesso, sta cedendo al nazionalismo e al dirigismo economico. La lotta contro i funzionari corrotti si sta trasformando in una purga gigantesca. 

Gli imprenditori stranieri sono vittime di inchieste mirate e spesso infondate. L’economia di stato favorisce i “campioni nazionali” rispetto alla competitività. In politica estera la Cina è sempre più aggressiva, e in teatri come il mar Cinese addirittura ostile. Negli slogan della propaganda sono sempre più frequenti i richiami ai valori “tradizionali” e al sentimento anti occidentale. Nei centri di ricerca scientifica si consiglia di evitare le collaborazioni con gli enti stranieri. 

La repressione dei dissidenti è ai massimi da anni. La crisi di Hong Kong, dove decine di migliaia di studenti protestano da tre settimane per il suffragio universale, ha mostrato che Pechino non ha intenzione nemmeno di discutere la possibilità di riforme politiche, anche in un laboratorio “protetto” come l’ex colonia inglese.

Il quarto plenum del Partito, inaugurato lunedì, ha come argomento centrale la “rule of law”, l’esercizio del potere “secondo la legge”. Sembra un buon segnale, e molti lo riconoscono come tale. Indica, se non altro, che il Partito comunista cinese ammette che il paese ha bisogno di una governance più certa, alcuni si spingono a dire che saranno fatti passi verso un potere giudiziario più indipendente ed equilibrato. Il Partito certifica che c’è un problema, e questo, da solo, è un progresso. Ma altri fanno notare che spesso la lingua cinese manca di preposizioni. 

La “rule of law” può essere tradotta anche come “rule by law”, e questo cambia tutto, perché quella dell’esercizio del potere “attraverso la legge”, l’uso della legge in maniera strumentale, è una teoria politica che esiste in Cina da millenni, e che Xi Jinping ha citato più di una volta negli ultimi mesi. Forse dal plenum uscirà un potere giudiziario più efficiente, ma sarà solo un’arma più affilata per imporre la disciplina del Partito e portare avanti la lotta alla corruzione, che ora si serve di strumenti ai margini della legalità come la detenzione a tempo indeterminato dei sospetti. 

Nessuna riforma metterà in discussione l’autorità del governo. Alcuni segnali (la scarsezza di anticipazioni) mostrano che attorno al quarto plenum c’è discussione. Ma Xi Jinping è il leader che dai tempi di Mao ha concentrato più potere nelle sue mani, il plenum, che si chiude giovedì, sarà un modo per riaffermarlo.

Wednesday, November 5

MILLION CHINESE ARE BUILDING A NEW EMPIRE IN AFRICA

Over two million Chinese citizens have moved to Africa in the last decades, where they have established a wide array of businesses, from small farms to large construction companies. In this perceptive account, backed by numerous and often insightful interviews with people in a dozen African countries, French makes clear that the Chinese presence in Africa is not solely the result of Chinese government policies. 

According to the duo, China’s growing economic and political might have made them a significant player in the continent. Not only is it Africa’s single largest trading partner today, China’s practical investment diplomacy offering buildings, roads, railways, power plants and other infrastructure has emerged as a powerful alternative to Western development aid that is geared towards reducing poverty instead. 

This has led to Chinese companies successfully funding and building many new developments in African cities ranging from the headquarters of the African Union in Addis Ababa, Ethiopia, to the Lekki Free Trade Zone in Lagos, Nigeria.

It was supposed to be a state-of-the-art city for 1,500,000 - but eerie footage shows how a Chinese-built urbanisation is at risk of becoming Africa's first 'ghost town'. Constructed on the outskirts of Angola's capital city Luanda, Nova Cidade de Kilamba has 750 eight-storey blocks of flats, a dozen schools and more than 100 shop units. But, crucially, it has no residents, and many of the nearby slum-dwellers cannot afford the £75,000 price-tag to move in.

This has sparked fears the £2.2billion project, a fraction of the cash China has poured into Africa in recent years, could lay abandoned for years to come. It has also highlighted the increasing 'colonisation' of Africa by China, seen to be wanting the resource-rich continent as a 'satellite state', in recent years. It is said to be reminiscent of the West's imperial push in the 18th and 19th centuries, with critics pointing to trade deals with more than 40 countries.

A surprising number of his subjects reveal that they left China because they found life in Africa more attractive and do not intend to return home

  China Africa Working by STEFAN MEDO VLAHOVICH



Sunday, September 28

REGISTI SIONISTI, ARROGANTI YANKEES, EUROPEI FASULLI


Se a qualcuno la recente campagna statunitense contro la Siria sembra un deja-vu del tentativo della scorsa estate di lanciare attacchi contro Bashar al-Assad, bloccato all’ultimo minuto, è perché lo è, scrive il blog ZeroHedge. E proprio come lo scorso anno, il più grande jolly in questo intervento diretto in territorio siriano sovrano, o come alcuni lo chiamano: invasione o addirittura guerra, non sono gli Stati Uniti, ma l'Arabia Saudita. Bin Sultan, artefice della campagna del 2013 per sostituire la leadership siriana, è stato ufficialmente rimosso poco dopo, ma le ambizioni saudite riguardo la Siria sono rimaste.   

La campagna aerea dell’America contro lo Stato islamico è cominciata anche in Siria, dopo i quasi trecento bombardamenti sparsi e quasi niente in Iraq dove bombardano gli inglesi della RAF. L’espansione delle operazioni al paese vicino attraverso un confine che in certi tratti non esiste più era ormai considerata scontata ed era attesa da un mese. 

Il Pentagono ha usato aerei da guerra, droni Predator e Reaper e anche missili Tomahawk sparati dalle navi della marina, e ha colpito assieme ai jet di cinque Paesi arabi, che si sentono minacciati dai sunniti di Abu Bakr al Baghdadi. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania ci hanno messo quattro F-16 ciascuno, il Bahrein due F-16, e il Qatar ha mandato alcuni jet Mirage che non hanno bombardato.

In altre parole, John Kerry ha promesso tutto quello che poteva, fino ad includere il pezzo mancante del puzzle -la Siria stessa su un piatto d'argento- al fine di prevenire un’altra umiliazione diplomatica statunitense

Ma a disturbare queste vergognose e tragiche sottotracce diplomaticheecco arrivare nel golfo, due navi da guerra cinesi: un caccia-torpediniere e una fregata. Prima volta nella storia.

Il governo cinese l’ha denominata una “visita amichevole” quella del cacciatorpediniere Changchun e della fregata Changzhou. Ambedue attraccate nel porto iraniano di Bandar Abbas, nel golfo Persico, per iniziare una serie di esercitazioni militari congiunte tra Pechino e Teheran. Come anticipato, é la prima volta che navi da guerra cinesi si fanno vedere nel golfo Persico insieme a quelle iraniane (le esercitazioni saranno concentrate sulle missioni di recupero), ed è un segnale importante perché di solito, con altri partner, a dominare i mari mediorientali sono le fregate degli USA, con una base in Bahrein e una portaerei nella regione.

Pechino protesta da tempo contro la presunta invadenza delle flotte americane nel mar Cinese, e le esercitazioni fanno parte di una strategia volta a rispondere alla sorveglianza americana con maggiore aggressività. La scelta del partner, poi, è un modo per mandare a dire all’occidente che non c’è nessuna sanzione e nessun embargo che possa dissuadere Pechino dall’organizzare dei war game con l’Iran degli ayatollah, bomba o non bomba, e dal fare affari con la Russia di Putin (un nuovo contratto multimiliardario per le forniture di gas è in arrivo)

La Cina è il più grande importatore di petrolio iraniano, e i commerci con Pechino, seppure resi difficili dal sistema di divieti messo in piedi dall’occidente, sono una spina nel fianco della strategia di Washington contro Teheran. E’ proponendosi come alternativa al sistema strategico occidentale che la Cina cresce in potenza e pericolosità. E sotto il presidente Xi Jinping, la minaccia è ancora più concreta.

Mentre il Gruppo di Shangai si allarga, Russia, Cina e Iran si preparano per le esercitazioni navali congiunte nel Golfo Persico. L'Economist ha descritto come "altamente inquietante dal punto di vista dell'Occidente" spaventa l'occidente, la possibile adesione di nuovi Paesi all’Organizzazione di Shangai per la Cooperazione. E fanno bene a temere scenari che ribalteranno la storia millenaria occidentale. 

Monday, August 12

THE DEADLY KISS BETWEEN TWO FAKE LOVERS.

Russia hedges its collaboration with China—starting with its close cooperation with India, Beijing's historic rival. Moscow cannot afford bad relations with its largest neighbor and, like other Asian states—including those who are close allies of the United States—one of its major trading partners. 

Russia was never going to be drawn into any sort of overtly anti-Chinese alliance or serve as one of the pillars of a U.S. pivot to the region. Yet there have been plenty of signals that Russia wanted to have a much more balanced relationship between Beijing and Washington

The reformist factions around Dmitry Medvedev pushed the strongest for the "reset" in relations with Washington, driven in part by their assessment that the nadir in U.S.-Russian relations during the second term of the Bush administration would push Russia into a closer embrace with China. 

But even among the so-called "siloviki" in the Kremlin (the "power" factions), there is concern about an overdependence on Beijing. Igor Sechin, the CEO of the state oil company Rosneft, has taken steps in recent years to tie his company's future to the Chinese market. Yet, in proposed projects for the Russian Far East, he has also solicited Japanese and Western investment—to counterbalance Beijing's influence.

One of the defining features of the post-cold-war era is the absence of a peer or near-peer competitor to the United States. This reality, combined with the military inferiority of regional adversaries, has meant that the United States and its allies have enjoyed considerable freedom of action in imposing their will on midsize and smaller states that persistently pursue policies either in gross violation of international norms or counter to U.S. and allied interests.

Unfortunately for America, this is unlikely to be a permanent feature of the international security landscape. So what could the future hold? What should we be preparing for? One very plausible-and very less-than-desirable-scenario looks something like this. 

We call it the "Eurasian entente

Writing in these pages five years ago, Peter A. Wilson, Lowell Schwartz, and Howard J. Shatz sketched out the outlines of what they termed a "very less-than-desirable-scenario" for the United States: the "Eurasian entente"—a situation where China and Russia would work together to frustrate the U.S. goals around the world and in the process institutionalize their collaboration in a variety of fields, from business and energy to military cooperation. 

While not all of their predictions have come to pass (as of yet), Moscow and Beijing have moved to solidify their use of the "double veto" in the United Nations Security Council to block preferred U.S. outcomes, have continued to carry out joint military exercises, and signed billions of dollars in new deals. 

The U.S. reaction has been largely to see this as inevitable, as the formation of some sort of Axis of Autocracies.

Friday, August 9

THE THIRD SIRYAN PROTECTOR AFTER RUSSIA AND IRAN

“I don’t think that any sane human being would think that terrorism can be dealt with via politics”. “There may be a role for politics in dealing with terrorism pre-emptively,” said Al Assad. Syria’s crisis will only be solved by stamping out “terror”, President Bashar Al Assad said, in reference to rebels fighting his regime. 

In a rare speech on Syrian state television, Al Assad also dismissed the political opposition to his regime as a “failure” that could play no role in solving the country’s brutal war. “No solution can be reached with terror except by striking it with an iron fist,” said Al Assad.

“There may be a role for politics in dealing with terrorism pre-emptively,” said Al Assad, adding that as soon as “terrorism” has arisen, it can only be struck out.

The Assad regime has been engaged in fierce fighting against its own people for well over two years. Syria’s embattled leader was quoted recently as saying “no solution can be reached with terror except by striking it with an iron fist,” illustrating his belief in a military solution to the current crisis.

Whilst Russia and Iran (backed by their Shia allies Hezbollah) have rightly received the majority of international criticism, China has escaped proper scrutiny for its role in supporting the embattled Assad regime militarily, politically and economically.

A 2011 report by the U.S. Congressional Research Service highlighted the role China has played in arming Assad’s military, providing $300 million worth of arms from 2007 to 2010.

For proof of continuing support, February 2013 saw the United States impose sanctions on China Precision Machinery Import and Export Corporation, a state-owned company, for allegedly conducting military transfers to Syria in violation of nonproliferation legislation.

China seems happy to let Russia and Iran take on the role as Assad’s main supporters. Even though China is less obvious than the other two nations, it is nonetheless far from neutral.

Despite Chinese rhetoric of supporting a political solution, its actions suggest otherwise.

China’s selective use of its “non-interference” policy has seen them (alongside Russia) veto three Western-backed Security Council resolutions seeking to bring Assad to the negotiating table. As a permanent member of the Security Council, any international solution would require Chinese acquiescence.

Furthermore, in an interview given to the Financial Times in June, Kadri Jamil, Syrian deputy prime minister for the economy, boasted that China has joined Iran and Russia in delivering $500 million a month in oil and credit to Syria. The majority of Syria’s oil is in the largely rebel-held north and northeast of the country, and the network of pipelines connecting the wells to the population centres are vulnerable to rebel attack. 

As a result, Syrian oil production has fallen by as much as 95 percent during the ongoing conflict, and the importance of Chinese aid should not be underestimated. Chinese financial and material support supplements Russian and Iranian aid and has allowed the Assad war machine to remain militarily effective.


Aside from strong economic and military ties to Assad’s government, which predate the current crisis, China fears radicalization of its own Sunni-majority Muslim population, some of whom it accuses of travelling to Syria for combat training with the rebels.

Assad’s survival is also tied up in a Chinese geostrategic consideration of the energy-rich Middle East, whereby supporting Assad is seen as an effective block on Western power in the region. Moreover, the Chinese government is nervous of creating a precedent for intervention on human-rights grounds due to its own insecurities at home.

With the news that the rebels have opened up a new front near the port city of Latakia, a gateway for foreign supplies, it appears they at least understand the importance of foreign aid to Assad. The United Nations estimates that over one hundred thousand people have been killed and 1.7 million people displaced in the Syrian crisis so far, and a diplomatic solution looks less likely than ever.

Whilst Russia and Iran have been instrumental in allowing Assad to survive, the international community should not overlook China’s crucial role.

Friday, September 7

Syria, Iran, Russia and China plan joint war games.

Iran, Syria, Russia and China are planning the “biggest-ever wargames in the Middle East,” according to an unconfirmed report on the semi-official Iranian news site Fars News. A Syrian official denied the claims.

According to the article, the four countries are preparing 90,000 troops, 400 aircraft and 1,000 tanks for the massive joint maneuvers, which are to take place along the Syrian coast within a month.

The report states that Russian “atomic submarines and warships, aircraft carriers and mine-clearing destroyers as well as Iranian battleships and submarines will also arrive in Syria” and that Egypt has agreed to let 12 Chinese warships cross the Suez Canal for the exercises.

According to Israel Radio, Bouthaina Shaabana, a Syrian official and President Bashar Assad’s special adviser, said the reports about such a drill are “baseless” and false.

The IDF spokesman’s office called the report a “political matter” and declined to comment.

Iran is currently holding talks with six Western powers over the fate of its nuclear program. The talks, said to be held in a tense atmosphere in Moscow, seek to alleviate world concerns that the Islamic Republic is developing nuclear weapons.

Syria meanwhile faces international pressure to end a 15-month crackdown on local rebels trying to oust Syrian President Bashar Assad.

China and Russia have come to the aid of both countries in recent months at the UN Security Council, vetoing military intervention in Syria and expanded sanctions on Iran.

Saturday, June 9

China CIC Chief Sees Rising Risk of Euro Breakup

CICThe head of China's giant sovereign-wealth fund sees mounting risks of a breakup of the euro zone, and says the fund has scaled back its holdings of stocks and bonds across the continent.
The comments by Lou Jiwei, chairman of China Investment Corp., are among the most bearish pronouncements yet on Europe by a senior Chinese official. They reflect growing dismay in Beijing at how European leaders are handling the escalating crisis in China's largest export market, and anxiety over the potential for global contagion.
"There is a risk that the euro zone may fall apart and that risk is rising," Mr. Lou said in an interview—his first with a Western media organization in five years.

The pullback by CIC, whose moves are widely watched by market participants, could further dampen investors' interest in holding European securities, analysts say, potentially contributing to even higher funding costs for the debt-laden countries.

With about $410 billion in assets under management, CIC is the fifth-largest sovereign fund in the world. It was founded by the Chinese government in 2007 to seek better returns for China's currency reserves, which were typically parked in low-yielding securities such as U.S. Treasurys. Chinese leaders have singled out better management of China's $3.3 trillion foreign-exchange reserves, the world's largest, as a priority for the financial sector.

Mr. Lou also called for China to release controls on its capital account, a move that would free up cross-border investment flows and loosen reins on the Chinese yuan free. After the euro-zone crisis ebbs, it might be time to "open up the capital account," Mr. Lou said, adding his voice to a growing chorus of calls from China's reformers to revamp the country's financial system in a bid to rebalance China's economy.
Nobody can keep his powder dry if everyone else's is wet. Lou Jiwei, chairman of China Investment Corp.
Global investors have been scrutinizing CIC's investment strategy lately because of frequent market speculation about the potential for China to come to the aid of the euro zone by purchasing European debt. CIC officials have stressed that the fund is a commercial investor and won't be part of any coordinated Chinese investment push.
Mr. Lou said CIC had sold down its exposure to the "peripheral" European countries a long time ago, before incurring any loss, and has reduced its holdings of European stocks and bonds. "Right now we find there is too much risk in Europe's public markets," he said. Mr. Lou didn't specify which peripheral countries he was referring to, but such countries, as defined by analyst firms, generally include Greece, Portugal and Ireland, which have been forced to take international bailouts, as well as the much bigger Italy and Spain, where bond yields have surged to levels that many in the markets consider unsustainably high.

Meanwhile, CIC is unlikely to be an investor in any euro bonds created to support the debt-laden euro bloc. Some European officials have floated the idea of creating a form of collective debt to help support larger European countries whose soaring borrowing costs have raised doubts about their ability to overhaul their economies.

Mr. Lou, a computer-scientist-turned-economist, doesn't think Europe is ready to launch such debt yet. "Europe hasn't formed necessary fiscal discipline and hasn't got the right policies in place," he offered, adding that such bonds may not be a suitable investment for CIC. "The risk is too big, and the return too low," Mr. Lou said.

Still, CIC will continue to invest in the continent by focusing on private equity and direct investment, including infrastructure, Mr. Lou said.

"Right now, we're underweighting on developed countries, and overweighting on emerging markets," Mr. Lou said.

The European financial crisis has intensified in recent weeks amid fears that Greece will withdraw from the euro. European officials have appealed to Beijing to help resolve the euro-zone debt crisis by offering financial support through fresh investments and increased purchases of European debt. Chinese leaders so far have expressed confidence in the future of Europe but also have refrained from making any firm financial commitment. In addition, Chinese leaders including Premier Wen Jiabao have also called on Europe to push ahead with badly-needed structural economic and financial reforms.

Mr. Lou said the rest of the world will be vulnerable to the European debt crisis, though its impact on Asia is likely to be relatively small. Still, the debt woes in Europe have caused a sharp slowdown in China's exports, a pillar of China's economy, Mr. Lou said. "Nobody can keep his powder dry if everyone else's is wet," Mr. Lou said.

In the interview, Mr. Lou also expressed confidence in China's economic growth. "The one economy we have the most confidence in is China," Mr. Lou said, adding that CIC is looking for overseas investments opportunities with "a China angle or a China factor."

As a result, CIC is focusing on China's neighboring countries such as Russia and is bullish on Africa and Latin America whose growth is driven by domestic consumption as well as Chinese demand.
On Tuesday, CIC signed an agreement with Russia's sovereign fund to form a vehicle to mainly invest in Russia and former Soviet Republics. The joint fund will start out with $2 billion in capital and is expected to go up to $4 billion.
But Mr. Lou also acknowledged the challenges facing China's economy, the world's second-largest after the U.S. Chinese leaders have recognized that to make China's economic growth sustainable, it must readjust the country's growth model from one driven by export and investment to one that relies more on domestic consumption. The rebalancing will "take fundamental and painful reforms over a long period of time," Mr. Lou said.

One of the much-needed reforms, many have argued, is to boost Chinese people's buying power by opening up the capital account and making the yuan a fully convertible currency. "From an observer's point of view, it's time to open up," Mr. Lou said. "But today may not be the right timing," he added. "There is a crisis going on. But after the crisis, it might be time."

Liberalizing the capital account, Mr. Lou said, would lead to "natural diversification" of China's foreign-exchange reserves, a stated goal of the country's currency watchdog.
Mr. Lou, 61 years old, became head of CIC in 2007 after having served as deputy secretary-general of the State Council, China's cabinet. Before that, he had served as China's vice minister of finance and as vice governor of the southwestern Guizhou province. He played a pivotal role in overhauling China's tax system and has been widely viewed as reform-minded.

CIC was criticized in China for losses on its 2007 investments in the U.S. financial sector, including in Morgan Stanley and Blackstone Group LP. But it delivered an 11.7% overall return in both 2009 and 2010, according to the most recent figures available. That makes the fund one of the world's best-performing country funds, according to Z-Ben Advisors, a Shanghai-based research firm that tracks the financial sector.

"It's an A," said Michael McCormack, executive director at Z-Ben, referring to his scorecard for Mr. Lou's management of CIC. Mr. McCormack credited Mr. Lou for CIC's decision to stay on the sidelines in 2008—the height of the global financial crisis, and for the fund's subsequent move to reposition itself as a longer-term investor by accelerating investments into private equity, hedge funds, real estate and other alternative assets.

The shift from public securities to higher-risk and higher-return asset classes is "a fundamental rethink of what the fund could be good at over the long term," Mr. McCormack said.
In the interview, Mr. Lou said that CIC hasn't yet reached its target of having 50% of its portfolio in long-term assets such as infrastructure, commodities and real estate and the other half in public securities. "Although CIC is a long-term investor, sometimes we have to sacrifice long-term returns to reduce short-term volatilities," he said.

Energy, one of the sectors CIC has invested in, has been subject to high market swings. CIC's energy investments include $1.5 billion in Teck Resources, a Vancouver-based metals and mining company; $1.6 billion in AES Corp., a Virginia-based power company; $416 million in Penn West Energy Trust, PWE -2.14% based in Calgary, Alberta.

Mr. Lou said the energy sector's "cyclical volatility" poses a risk to the fund, which reports the value of its assets by market price. "This may create certain pressure on our short-term performance," he said. "So on one hand, we're interested in the energy space; on the other hand, we have to carefully select the kind of opportunities to invest in."

Another sector CIC is looking to invest in more is infrastructure. "For three years, I've been calling for more investment in infrastructure globally, including in my last meeting with Larry Summers before he left the government," Mr. Lou said. "But according to our observation, global investment in infrastructure hasn't increased, but decreased."

Mr. Lou said part of CIC's portfolio requires steady cash flows with low volatility, which makes infrastructure attractive. Less than $10 billion of CIC's portfolio is allocated to infrastructure, but that target hasn't yet been reached.

Mr. Lou said CIC is largely a financial investor and doesn't get involved in daily operations of projects. "We do not have anybody who can really use shovels," Mr. Lou said.