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Sunday, December 4

INTERVENTO DEL MINISTRO DELLA DIFESA AMMIRAGLIO GIAMPAOLO DI PAOLA IN OCCASIONE DEL GIURAMENTO DEGLI ALLIEVI DELL’ACCADEMIA NAVALE (Livorno, 3 dicembre 2011)

Generale Abrate, Ammiraglio Branciforte, Autorità, gentili ospiti, desidero portare a tutti voi il saluto caloroso del Governo e quello mio personale, in occasione di questa cerimonia di giuramento. Un’espressione di sentita gratitudine la rivolgo al Sindaco, alle Autorità ed ai cittadini di Livorno, città di antiche tradizioni marinare e consolidato legame con la Marina, per la sincera vicinanza sempre manifestata a tutto il personale dell’Accademia Navale.
Un particolare e affettuoso pensiero lo rivolgo a voi, giovani Allievi della 1^ Classe e del 11° Corso Allievi Ufficiali Piloti di Complemento, ai vostri familiari, ai vostri amici che hanno voluto esservi vicini in questo giorno così significativo della vostra vita, per condividere con voi l’emozione dell’atto che avete appena compiuto. Permettetemi, per una volta, di non seguire i canoni più tradizionali che sono prassi in circostanze come questa.

Consentitemi, per questa volta, di rivolgermi direttamente a coloro i quali sono i veri protagonisti dell’evento che stiamo vivendo oggi.

Da oggi fate parte delle Forze Armate, di una Istituzione che ha contribuito a fare del nostro Paese ciò che è oggi.

Da oggi fate parte di una famiglia le cui radici affondano nella storia.

Le Forze Armate sono forti perché sanno trasformarsi. Questa è una condizione per loro naturale: la trasformazione è parte della natura degli uomini e delle cose; può essere accelerata, non può essere fermata. Negli ultimi anni abbiamo saputo affrontare cambiamenti importanti; abbiamo saputo immaginare una nuova Difesa, caratterizzata da una rinnovata centralità del fattore umano, ora interamente professionale, e da una capacità di interagire su un piano di parità con i nostri più importanti alleati. Abbiamo reso la Difesa uno strumento efficace per la tutela dei nostri interessi nazionali, in un contesto totalmente differente rispetto al passato. Pochi di noi, che nella Difesa e nelle Forze Armate hanno trascorso gran parte della loro vita, sono pienamente consapevoli di quanta strada sia stata fatta, di quanti ostacoli apparentemente insuperabili siano stati infine superati. Eppure è quanto è avvenuto, grazie allo sforzo di tutti quei militari che hanno saputo affrontare, a viso aperto, la sfida del cambiamento.

Questa sfida oggi si ripropone.

Il mondo cambia attorno a noi, con una velocità ed una forza che non mostra compassione per chi rimane indietro. Siamo anche noi i motori di questo cambiamento. L’ambiente che contribuiamo a trasformare con i nostri comportamenti, con le nostre scelte, è sempre nuovo e “originale”. E’ un ambiente nel quale non vigono le regole di ieri e che non possiamo affrontare con la sola esperienza del passato. Questa è la sfida di oggi, che assume le sembianze di una congiuntura finanziaria internazionale di estrema difficoltà. In questa congiuntura, dobbiamo essere consapevoli che le regole di ieri potrebbero non valere più. Dobbiamo essere pronti a immaginare risposte nuove a problemi che non conoscevamo, o che non abbiamo saputo o voluto riconoscere in tutta la loro gravità. Per questo, dovremo saper cogliere l’opportunità di un nuovo e radicale processo di trasformazione della Difesa, per giungere con gradualità ad un ridimensionamento strutturale che dovrà essere altrettanto capace di rispondere alle esigenze del Paese.

Il compito mio e dei vertici militari, in questo particolare momento, è quello di indicare la strada da seguire e di dare il via a questa indispensabile trasformazione. Il compito vostro, che siete il futuro delle Forze Armate, è quello di cogliere l’essenza di questa trasformazione, di farla propria e di portarla avanti, con la forza e l’entusiasmo che deve appartenervi, lavorando in piena sinergia e coerenza con le Forze Armate dei nostri alleati europei ed atlantici. Sarete voi i protagonisti della Difesa di domani, ed è vostro dovere, fin da questi anni di formazione e di crescita umana e professionale, predisporvi al cambiamento, per poterlo dominare e trarne nuova energia. Il mio augurio più sincero è che sappiate mantenere a lungo il vostro entusiasmo, la vostra capacità di sognare, la vostra voglia di sognare.

Questo sarà il segreto del successo per ciascuno di voi.

Ed il vostro successo sarà il nostro successo e quello dell’Italia.

Ricordatevi: il vincitore è un sognatore che non si è arreso alle difficoltà.

Siate sognatori che non si arrendono. Sappiate sognare e fateci sognare.

Auguri, quindi, a tutti voi, con l’auspicio e la convinzione che saprete fare di più e meglio di noi, per il futuro della Marina, per il futuro dell’Italia.

Viva l'Accademia Navale!
Viva la Marina Militare!
Viva le Forze Armate!
Viva l'Italia!

Il vostro futuro dipende solo da voi, dalla vostra capacità di immaginarlo e dalla volontà di realizzarlo.

Wednesday, August 31

'NATO used UN resolution as chewing gum'

NATO says it has no immediate plans to leave Libya as there is still a danger to civilians despite the rebels now controlling most of the country. However, Russia's envoy to NATO says the alliance’s arguments are hard to take seriously.

­“We have to be very careful with regards to what official NATO representatives say today, because statements of tens of thousands of bombs and other ammunition being dropped on Libya having no adverse effect on civilians – that’s what NATO has been claiming – that’s very hard to believe,” Dmitry Rogozin told RT. “That defines that we should be careful with regard to official statements from Brussels.”

Russia’s ambassador to the alliance also noted that NATO deliberately and openly went beyond UN resolution 1973 that allowed for maintenance of a “no-fly zone” over Libya.

“The 1973 resolution was used by NATO as a chewing gum, so to say. I think that NATO might be deliberately demonstrating its disregard for the UN Security Council, to demonstrate that NATO is equal to the United Nations nowadays and will be getting even more significant and powerful in the future,” he said.

According to Rogozin, the conclusions that can be drawn from NATO’s actions in Libya are much more significant than the situation in Libya itself.

“NATO is turning into a global policeman now, using any resolutions taken by the UN Security Council to serve its own interests, without looking at the interests of other groups, even the interests of those they are claiming to be liberating in Libya,” he said.

“Knowing NATO, I doubt very seriously that NATO was actually concerned about the security of ordinary Libyans when they were interfering in this conflict,” Russia’s ambassador to the alliance added.

Moreover, Dmitry Rogozin believes that the post-conflict state of affairs in Libya, with the possibility of different rebel groups disputing or even turning against each other sooner or later, will be a chance for certain Western countries to secure a permanent presence in Libya in order to control its vast oil resources.

“The 21st century has already introduced itself as the era of wars for resources. The resources are running short, the consumption in Western countries is not going to go down any time soon,” he said. “This means that there will be wars for new regions and new resources, and the actions of specific Western countries, as well as the entire coalition, such as NATO, will be gaining momentum in the future.”

Tuesday, October 26

Marracino

Ieri mattina il ministro della Difesa era a Milano quando l`Ansa ha battuto la prima anticipazione delle sue interpretazioni su due messaggi di WikiLeaks. Ignazio La Russa non ha nessun dubbio: «Non devo aprire nessuna inchiesta, perché sulla morte di Marracino e sulle battaglie di Nassirya ci sono state inchieste della magistratura, ci sono state le relazionideli`Esercito, ci sono le testimonianze di soldati e ufficiali». Interpretazioni che in uno dei due casi, quello delle «battaglie dei ponti», vengono considerate semplicemente «fuorvianti» allo Stato maggiore Difesa: «Le agenzie titolano "da ambulanza nessuno sparò sugli italiani", ma nei messaggi americani non c`è nessun riferimento a nessuna ambulanza, e soprattutto non c`è nessuna affermazione secondo cui gli iracheni non spararono su di noi».  L`altro caso, quello della ricostruzione della morte del sergente Salvatore Marracino, ha ricevuto invece smentite ufficiali e molto più secche. L`Ansa scrive alle 11,56 «Marracino è stato colpito», come se fosse stato colpito da un altro soldato. Ma il sergente paracadutista è morto mentre batteva il suo fucile a terra nel tentativo di sbloccarlo: ci sono le testimonianze dei suoi colleghi e l`esito dell`inchiesta della magistratura. Ieri sera lo ha ripetuto ilpubbiico ministero che ha seguito il caso, il dottor Marco De Paolis: «E morto per un colpo partito accidentalmente mentre provava a sbloccare l`arma che egli stesso stava maneggiando, non vi sono responsabilità colpose di altri militari». Anche la famiglia del paracadutista si affida alla legge, allo Stato italiano: «La famiglia respinge categoricamente ogni ricostruzione dei fatti che diverga da quella ufficiale della Procura della Repubblica Militare di Roma, ricostruzione assolutamente compatibile con le testimonianze, il riscontro autoptico e l`esame balistico, svolti all`epoca», dice l`avvocato Mauro Valente, il legale della famiglia. La Russa, che proprio ieri presentava a Milano il nuovo programma di Sky «Buongiorno Afghanistan» dedicato alle missioni dell`Esercito, ha detto di aver chiesto al suo stato maggiore di raccogliere tutti i documenti: «Sto esaminando con attenzione le informazioni di WikiLeaks, anche se sono molto precedenti al mio mandato. Mi sembra non ci sia nulla di nuovo che possa far cambiare il giudizio estremamente positivo sull`operato delle nostre forze armate, anche negli episodi in questione». Oggi La Russa ha un nuovo appuntamento con la stampa, per presentare le celebrazioni del 4 novembre: in mattinata verrà aggiornato sugli ultimi messaggi messi in rete da WikiLeaks, avrà gli ultimi dettagli sulle battaglie reali e su quelle virtuali dell`Esercito italiano.

Monday, May 3

Un'armata dimenticata

(di Gianluca Di Feo - L'Espresso) L'armata dimenticata. Che continua a marciare e sparare, ma da anni non riceve più direttive dal governo e non sa se al Parlamento e al popolo importi il suo destino. Intanto le scorte diminuiscono e gli impegni aumentano, mentre i generali rimasti senza interlocutori decidono da soli come organizzarsi. Non è un racconto fantastico di Dino Buzzati, ma la realtà italiana: le forze armate mandate a combattere in Afghanistan, a pacificare la frontiera libanese, a presidiare le tregue balcaniche, a raccogliere la spazzatura campana, a pattugliare le città e spalare la neve, senza che nessuno si chieda cosa devono realmente fare i militari.

Un'armata senza indicazioni politiche - l'ultimo libro bianco sulla Difesa è stato concepito prima dell'11 settembre 2001 - che va avanti nel disinteresse delle Camere e dell'opinione pubblica, salvo animare feroci polemiche quando i caduti in missione finiscono sulle prime pagine. E in questa disattenzione gli stati maggiori si sono abituati a tacere, conquistando però grande autonomia nelle scelte operative. Oggi però è difficile che si possa proseguire lungo questa rotta: i costi e gli impegni rischiano di fare andare in crisi quello che resta della nostra Difesa. L'unica strada è riformarla e rivedere ambizioni, numeri, capacità: il tutto aprendo il dibattito nel Paese e non lasciando che il futuro di un settore così delicato delle istituzioni resti chiuso in pochi circoli tecnici.

'L'espresso' è in grado di anticipare le linee guida di un documento unico, elaborato per animare la discussione sul futuro delle forze armate: un dossier completo, senza reticenze né tabù, sulla situazione attuale, sui problemi e sulle ipotesi per modernizzare l'organizzazione militare. È stato realizzato dalla Fondazione Icsa, il primo think tank italiano sui temi della sicurezza che ha radunato gli esperti più qualificati tra ufficiali, prefetti, ambasciatori e professori. Una realtà bipartisan che ha come presidente onorario Francesco Cossiga e come presidente Marco Minniti, deputato pd, ex sottosegretario a Palazzo Chigi con D'Alema e viceministro degli Interni con Prodi. La segreteria operativa è affidata al generale Leonardo Tricarico, ex numero uno dell'Aeronautica, responsabile delle operazioni aeree sul Kosovo con il governo D'Alema e poi consigliere militare del premier Berlusconi. Il documento è stato curato da Andrea Nativi, analista e direttore di Rivista Italiana Difesa, e sottoposto al consiglio scientifico della Fondazione, che comprende sei ex comandanti generali. A dispetto della parata di alti gradi, il dossier non ha niente di burocratico, né di retorico: è diretto, quasi spietato, nel sottolineare tutti i problemi. Come aveva promesso Minniti nel presentare la Fondazione: "Saremo scomodi".


I NUMERI Oggi le forze armate schierano 188 mila uomini e donne, più i carabinieri: oltrefrontiera ne abbiamo mandati circa 8.500, ma si può arrivare fino a un massimo di 12 mila. L'esercito ha 111 mila militari ma può contare solo su 11 brigate operative e un numero ancora più esiguo di reggimenti per le spedizioni a rischio. Contrariamente agli altri paesi, noi preferiamo usare in missione più soldati che mezzi. Così i 200 carri armati pesanti Ariete, i cingolati da combattimento Dardo, i semoventi d'artiglieria restano sempre più spesso in patria. La Marina, che ha 33.600 persone, in genere impegna 4-5 navi lontano dai nostri mari. L'Aeronautica, con 43.500 militari, invece deve garantire i collegamenti per l'Afghanistan, mentre di tutte le squadriglie di caccia e bombardieri solo 4 jet Amx sono all'estero, limitandosì però alla ricognizione.

I COSTI I bilanci della Difesa sono complessi. Includono, tra l'altro, i fondi per i carabinieri, che per l'80 per cento si occupano di sicurezza interna: 5,6 miliardi di euro. Questo fa sì che dei 20 miliardi stanziati nel 2010 solo 14 vadano all'attività delle forze armate. E, come sottolinea il dossier, vengono spesi maluccio: il 65 per cento finisce in stipendi, il 12 serve per far funzionare l'armata, il 22 si usa per comprare e progettare nuovi sistemi. Una proporzione ideale vorrebbe che solo metà delle risorse finisse nelle buste paga, un quinto per far marciare i reparti e il 30 per cento in materiali. In realtà, sono disponibili anche finanziamenti extra. Circa un miliardo lo tira fuori il ministero dello Sviluppo industriale per comprare fregate, jet ed elicotteri sofisticati. Un altro miliardo e mezzo viene dagli stanziamenti per le missioni. Eppure i conti non tornano. Secondo le valutazioni del governo, la Difesa avrebbe bisogno di 20,5 miliardi; invece lo stato maggiore limita la stima a 17,5 miliardi. Rispetto ai soldi in cassa, mancano comunque 3,2 miliardi. Il rapporto Icsa non lascia illusioni: inutile reclamare altre risorse, bisogna rivedere le nostre ambizioni e pensare a un'armata più piccola e con meno sogni di gloria.

LE AMBIZIONI L'Italia ha ancora una Difesa che vuole fare tutto: da vent'anni agiamo sempre e solo all'interno di schieramenti internazionali - Onu, Nato o ultimamente Ue - eppure continuiamo a mantenere un'armata per affrontare da soli qualunque minaccia. Dai sottomarini alle portaerei, dai supercaccia ai bombardieri, dai cannoni semoventi ai satelliti. Mentre le guerre moderne richiedono pochi elementi ma 'buoni, anzi buonissimi', noi abbiamo ancora stormi, flotte e reggimenti che non saranno mai in grado di andare in azione. E intanto divorano risorse: in uomini e mezzi. La risposta è imitare quello che stanno facendo altri paesi, più grandi e più ricchi di noi: 'interfacciare' le loro armate, dividendosi i compiti. Si tratta di creare una 'forza integrata', che stabilisca insieme agli alleati cosa deve fare e quali mezzi deve fornire l'Italia e cosa tocca agli altri. Ad esempio, chi deve schierare costosissimi aerei per ingannare i radar nemici e chi quelli per dare la caccia ai sottomarini. Specializzare e migliorare il ruolo dei nostri militari, ancorandoci sempre di più nella Nato e soprattutto nella nascente difesa europea.

GLI UOMINI Sono il punto cruciale, quello su cui deve concentrarsi la riforma. Il documento sottolinea la necessità di riconoscere "la specificità del mestiere di soldato", che non può essere accomunato ad altri dipendenti pubblici nelle gratifiche e nel turnover. Servono commandos, non marmittoni per fare la guardia al bidone. E anzitutto bisognerà diminuire i ranghi. C'è chi ipotizza di ridurre gli organici a 140 mila militari, ma lo studio ritiene che per gestire gli impegni attuali bisognerebbe restare tra i 155 e 175 mila. Meno uomini ma molto più addestrati. Perché oggi accade l'inverso: i tagli colpiscono la fascia giovane degli arruolamenti. Così i soldati invecchiano e diventano inutili per il fronte, mentre abbiamo 15 mila reclute in ferma annuale che non potranno mai ricevere una preparazione adeguata per il Libano o l'Afghanistan. Il dossier contesta anche il meccanismo delle carriere automatiche, che garantisce un livello di promozioni al di fuori dei meriti e oggi non offre una selezione seria: contrariamente dagli Usa, il più brillante capitano se non ha fatto l'Accademia non ha speranza di arrivare ai vertici.

GLI SPRECHI L'analisi dell'Icsa critica poi la proliferazione di stati maggiori, segretariati generali e staff ministeriali che invece di diminuire sembrano moltiplicarsi. Oggi le forze armate hanno 500 ufficiali generali: anche tagliandoli di due terzi sarebbero sempre in esubero. C'è poi un rincorrersi di doppioni: truppe da sbarco dell'esercito e della marina, elicotteri sparpagliati tra tutti i corpi, acquisti senza coordinamento. Le basi andrebbero razionalizzate, concentrandole in strutture ben collegate mentre oggi logiche elettorali continuano a proteggere caserme polverizzate sul territorio. Inoltre i tagli dei fondi hanno un effetto perverso: vengono eliminati i contratti esterni, che permettevano ai militari di concentrarsi sul loro lavoro. Così specialisti rischiano di finire in officina o, peggio, in cucina o a fare le pulizie come ai tempi della naja. Quando però non bisognava mandare 3 mila uomini a combattere contro i talebani.

DIFESA E INDUSTRIA Anche su questo fronte secondo la Fondazione Icsa le cose non funzionano. Tutto il sistema con cui vengono decisi i requisiti per i nuovi mezzi e firmati i contratti mostra carenze, che si traducono in sprechi a nove zeri. Il dossier parla di scollamento tra generali e industria: i primi forniscono "requisiti marziani che neanche al Pentagono possono permettersi", che non tengono conto della realtà economica nazionale. Programmi assurdi, con mezzi che vengono lasciati negli hangar perché non ci sono soldi per utilizzarli: ci sono piazzali pieni di Amx, Tornado e autoblindo Centauro. Le industrie invece tendono a dichiararsi in grado di produrre tutto in tempi brevi, al fine di fare partire progetti destinati poi a non concretizzarsi. Mentre spesso mancano gli equipaggiamenti chiave. Sintetizza il rapporto: "Restiamo il Paese impegnato in operazioni di guerra che fa più fatica a dare ai propri soldati quello che gli occorre quando gli occorre". Anche in questo, caso "i margini di miglioramento sono immensi, richiedono una revisione strutturale, organizzativa, procedurale che solo uno strumento legislativo piò realizzare".

I VERTICI La mancanza di indirizzi politici, mai formulati dopo l'11 settembre 2001, e il disinteresse del Parlamento, secondo il dossier hanno fatto nascere una sorta di autogoverno dei vertici militari, che elaborano in autonomia i loro piani e li tengono segreti. Uno scenario che va ribaltato, facendo sì che le Camere si riapproprino del ruolo guida, diventando l'approdo di una discussione nazionale. Perché la struttura delle forze armate richiederebbe anche nuovi assetti istituzionali: abbiamo poteri pensati per i conflitti totali, mentre adesso bisogna prendere rapidamente delle decisioni per far fronte ad azioni di guerra in tempo di pace. A Mogadiscio durante la battaglia del Check Point Pasta gli elicotteri Mangusta non potevano sparare perché mancava l'ordine di Roma. E lo stesso potrebbe accadere oggi in Afghanistan per l'impiego dei caccia Amx. Lo studio dell'Icsa suggerisce di creare un organismo simile al Consiglio per la sicurezza nazionale americano: un comitato ristretto di ministri e vertici degli apparati di sicurezza assieme ad alcuni consiglieri specializzati. Finora invece per le emergenze si è utilizzato in maniera impropria il Consiglio supremo di Difesa, guidato dal capo dello Stato, che durante la presidenza Ciampi spesso ha fatto da supplente alle indecisioni del governo sul contingente iracheno.

CONCLUSIONI Il dossier conclude che "la situazione è seria ma non disastrosa". Rischia però di diventarlo perché le spedizioni oltreconfine stanno logorando le forze armate. E oggi la politica estera italiana si basa soprattutto sulle nostre missioni. La riforma richiede investimenti forti:15 miliardi secondo le stime della Difesa, tra pensionamenti di marescialli e ristrutturazione dei reparti. E deve portare risultati in tempi ridotti - fra tre e cinque anni - per poi ridurre i costi e aumentare l'efficienza. Ma oltra ai quattrini servono le scelte: cosa vuole l'Italia dai suoi militari?

Wednesday, January 6

KOSOVO: VIA 500 ITALIANI ENTRO GENNAIO-FEBBRAIO

Circa 500 militari del contingente italiano lasceranno il Kosovo entro fine gennaio, inizio febbraio, nell'ambito della riconfigurazione della missione della Nato Kfor. Lo apprende l'ANSA da fonti militari.

La riduzione del contingente italiano, attualmente di circa 1.900 uomini, era stata annunciata nelle settimane scorse dallo stesso ministro della Difesa Ignazio La Russa.

Saturday, December 5

AFGHANISTAN 7000 MILITARI IN PIU'.

Altri 1140 tra soldati e carabinieri italiani in Afghanistan. «Perché abbiamo accelerato l'annuncio della decisione? Perché rischiavamo di essere bruciati dai tempi, e perché volevamo lanciare subito, forte, un segnale di solidarietà a Barack Obama». Nella notte fra giovedì e ieri il ministro degli Esteri Franco Frattini si lascia sfuggire qualche parola sul perché dell'improvvisa, massiccia adesione che il governo Berlusconi offre alla nuova strategia americana per l'Afghanistan. «Si, massiccia», dice un capo militare italiano, «non solo perché aumentiamo il contingente di più di un terzo, ma soprattutto perché i costi di mille uomini in Afghanistan non sono uguali a quelli di duemila uomini in Bosnia o in Kosovo». Quando ieri mattina Frattini è intervenuto alla "pledging conference" dei ministri degli Esteri dilsaf.quella in cui ogni paese ha gettato sul tavolo i numeri dei rinforzi nazionali, Hillary Clinton ha reagito con gioia: «L'Italia è un alleato di ferro». E sottolineando la necessità di un impegno un impegno civile, ha aggiunto: «Non si vince con i proiettili». I mille italiani aiutano la Nato a superare quella soglia di 7.000 rinforzi che gli Usa chiedevano all'Alleanza. Masoprattutto aiutano BarackObama, strumento di pressione per convincere anche i due "grandi riottosi" dell'Alleanza, Francia e Germania, che la politica di Obama va sostenuta. «Contiamo sull'Italia, anche per convincere gli altri alleati Nato, l'Italia ha mostrato un ruolo guida in Afghanistan», ha detto il segretario di Stato a Frattini. E a conferma di ciò, il ministro della Difesa Ignazio La Russa, spiega: «Tutta la zona ovest del Paese sarà controllata dagli italiani». Francia e Germania rimangono in attesa, anche ieri Bernard Kouchner lo ha confermato: Parigi e Berlino discuteranno di rinforzi soltanto al termine della conferenza di Londra di gennaio. E che ci sia ancora qualche tensione fra Washington e i due big europei è confermato dal fatto che ieri pomeriggio una riunione della Clinton con i primi 8 contributori Isaf (anche Francia e Germania oltre ad Italia e Gran Bretagna) è stata annullata all'ultimo momento. «Francia e Germania daranno il loro responso in gennaio», dice un ambasciatore, «ma quello che serviva agli americani era avere qui e oggi, a Bruxelles, l'impegno politico della Nato, un impegno fatto di numeri.Agennaio saràtuttaun'altra storia». E pensare che le ultime 48 ore potevano essere leggermente imbarazzanti per le diplomazie di Italia e Stati Uniti. Giovedì mattina a Palazzo Chigi e alla Farnesina avevano fatto un salto per le affermazioni dell'ambasciatore americano David Thorne sull'impegno che l'Italia avrebbe assunto in Afghanistan ancor prima che il Consiglio dei Ministri in serata assumesse una decisione in merito. Una mossa capace di mettere in momentaneo imbarazzo Palazzo Chigi, tanto che la Farnesina lo ha fatto notare all'ambasciata. Il consiglio dei ministri e la conferenza stampa di Frattini e La Russa hanno riaggiustato la rotta. Ieri mattina a Bruxelles Frattini ha spiegato che a fine 2010 l'Italia potrebbe arrivare a 4.000 soldati, compresi altri 140 dei 200 carabinieri addestratori già promessi.

Sunday, November 15

L'ARMA E I BALCANI

Tra le numerose operazioni alle quali l'Arma prende parte, sono certamente da annoverare le "Multinational Specialized Unit" (MSU) di SFOR e KFOR, con oltre 600 uomini, i Reparti di MP a seguito della forza multinazionale in Bosnia-Herzegovina, Kosovo ed Albania (SFOR, KFOR e rear KFOR), il contingente impiegato in Etiopia-Eritrea nella Missione UNMEE.
La componente operativa responsabile dell'attuazione delle attività di cooperazione militare internazionale è la 2^ Brigata Mobile, che, attraverso le unità dipendenti, costituisce l'asse portante delle "Multinational Specialized Unit" (M.S.U.), ossia le forze internazionali di polizia, formula ideata dall'Arma nel 1998 con l'impegno in Bosnia Erzegovina. Queste, infatti, sono state costituite con il contributo determinante dei Carabinieri, perché non appena si smette di combattere inizia la pacificazione, lunga, difficile, pericolosa e ci si è resi conto che disporre di personale con formazione militare ed esperienza nel controllo dell'ordine pubblico e nelle attività di polizia è decisivo per il successo della missione.
MSUOggi, le M.S.U. hanno trovato formale previsione nelle pubblicazioni alleate interforze ed il loro modello è stato assunto dall'Unione Europea come riferimento per la costituzione di unità integrate di polizia destinate a fronteggiare gli aspetti civili della gestione delle crisi internazionali. Costituite inizialmente per concorrere con le forze militari in teatro e le forze di polizia locali o delle Nazioni Unite al mantenimento dell'ordine e della sicurezza pubblica, Le M.S.U. hanno acquisito, in breve tempo, i compiti della raccolta informativa e di investigazione criminale, sopperendo così alle carenze delle strutture locali di polizia, e dopo l'11 settembre 2001 anche quelli di cattura di terroristi e criminali di guerra. In sostanza, le M.S.U. sono particolarmente idonee a condurre attività investigative o interventi di polizia, nonché ad esercitare il controllo del territorio ed a fornire assistenza ed addestramento alle forze di polizia locali, com'è stato recentemente richiesto in Bosnia.

Tuesday, October 20

PROVE DI GUERRA IN MEDITERRANEO.

Quel che non fanno i turchi, lo fanno gl'italiani. E i generali israeliani ringraziano: le manovre ' aeree congiunte Nato-Turchia-Israele che Ankara aveva cancellato dieci giorni fa (motivazione ufficiale: «Non possiamo prestare il nostro ciclo a chi ha massacrato i palestinesi di Gaza») sono state ospitate la settimana scorsa in Sardegna.

Prove di guerra: con la discrezione che si usa in queste circostanze, cinque F-15i, cinque F-16i, un Boeing 707 per il rifornimento e un Hercules con l'equipaggiamento tecnico sono arrivati da Tel Aviv alla base di Decimomannu e qui si sono esercitati in una «simulazione di combattimento a lungo raggio», che sarebbe poi la simulazione d'un attacco all'Iran.

Non erano presenti altre aeronautiche oltre all'italiana, spiegano fonti militari israeliane. E se non è una novità che le armi dei due Paesi facciano esercitazioni congiunte, e se quella in Sardegna era programmata da tempo, l'appoggio del Governo italiano alle scelte militari del Governo Netanyahu appare sempre più netto: "prima con la rinuncia della nostra Aeronautica alle manovre delle polemiche in Turchia, in segno di solidarietà con gli esclusi; poi col voto all'Onu di venerdì scorso, uno dei pochi Paesi europei che hanno bocciato il Rapporto Goldstone e le accuse di crimini di guerra a Gaza". (FONTE: CORSERA)

Friday, October 16

INTERVISTA AL GENERALE RUGGIERI

È normale che gli agenti segreti offrano soldi? «Dobbiamo fare una distinzione fra guerre tradizionali e guerre asimmetriche, come quella in corso in Afghanistan. Nelle guerre tradizionali i Servizi segreti nel 95 per cento dei casi cercano di comprare informazioni utili. E a volte anche operazioni militari. Questo è possibile perché il nemico ha una gerarchla e una disciplina. Ma nelle guerre moderne non è più possibile». Cosa è cambiato? «Anzitutto non si sa chi sia il nemico. Si ha a che fare con tanti piccoli gruppi. Da ognuno di loro si possono comprare informazioni, ma non operazioni, non la sicurezza di essere al riparo da attacchi. Nessuno è in grado di dare garanzie. Anche se pago tutti i gruppi ci può essere sempre il cane sciolto che compie un attentato».

Quindi lei non crede che i servizi italiani abbiano pagato i talebani? «Il mondo dei Servizi è oscuro e non saprei dire. Però, se offrire aiuto alla gente, medicine, viveri, protezione per conquistare la fiducia, se tutto questo significa comprare, allora dico che è doveroso comprare. E se ce lo rimproverano, non ci fa ne caldo ne freddo». Anche durante le missioni in Libano si parlò di pagamenti. «Fu una cosa ignobile. Si disse che Andreotti, grazie ai suoi buoni rapporti col mondo arabo, aveva in pratica fatto comprare la tranquillità per il contingente italiano. Ma nessuno spiegava come mai gli americani, che disponevano di notevoli somme, subirono sanguinosi attacchi, e come mai i francesi ci rimisero 89 uomini.

Qualcuno non gradì il fatto che a noi fosse andata bene e disse che avevamo comprato il nemico». Secondo lei, un contingente militare che viene di colpo catapultato in mezzo a gente ostile, in un ambiente infido, come deve comportarsi? «Posso raccontare come ci siamo comportati noi in Libano. E lo dico con un certo orgoglio perché ho sentito di recente un generale americano, Petraeus, sentenziare che bisogna parlare con il nemico. Per me ha scoperto l'acqua calda». Nel senso che per voi era una pratica normale parlare col nemico? «E la prima cosa da fare.

Appena arrivato in Libano mi son fatto indicare i capi delle varie fazioni, tutti quelli che potevano nutrire ostilità nei confronti delle forze multinazionali. Ho parlato a quattrocchi con ciascuno di loro. Ricordo che il primo fu l'erede del famoso imam Musa al-Sadr scomparso nel nulla durante un viaggio fra Libia e Italia. Dissi: noi vogliamo essere vostri amici, proteggervi, ma dovete far sparire le armi. Lui disse: noi nasciamo con le armi in mano. Allora, dissi, nascondetele. Quando vide che toglievamo le armi a un cristiano maronita, diede ordini agli Sciiti di circolare disarmati». Lei diceva che anche gli americani cominciano a convincersi che è necessario parlare col nemico. «Gli americani sono manichei: noi siamo i buoni, loro sono i cattivi e vanno picchiati e basta. Non è così. Con un certa amarezza vedo che solo adesso qualche generale si è accorto dell'opportunità di coinvolgere la gente. Si fossero comportati così dall'inizio, le cose in Afghanistan sarebbero andate in modo diverso».

Tuesday, September 29

Assemblea parlamentare NATO

Sessione annuale (2009)
Edimburgo, 13-17 novembre 2009


Assemblea parlamentare NATO
Sessione annuale
Edimburgo, 13-17 novembre 2009


La 55^ Sessione annuale dell'Assemblea parlamentare della NATO avrà luogo ad Edimburgo (Regno Unito) dal 13 al 17 novembre 2009.

Da questa pagina è possibile accedere al programma dei lavori ed alle relazioni in discussione.

Saturday, September 19

MISSIONI ALL'ESTERO REVISIONATE

Nella cartellina che Silvio Berlusconi ha portato ieri in consiglio dei ministri con su scritto ”missioni”, c’è il grafico con quantità, numeri e costi di ciascuna delle missioni militari che vedono impegnati soldati italiani. «Cifre mostruose», sostiene un ministro che ieri ha anche ascoltato l’invito del premier a non anticipare decisioni che «non sono state prese» e che comunque «si assumeranno eventualmente con gli alleati». Dietro la forte resistenza della Lega ad assumere impegni oltre dicembre, sembra quindi esserci anche un problema di cassa che coinvolge direttamente il ministero della Difesa e che si unisce alle difficoltà che ogni singolo ministro incontra nei rapporti con il titolare dell’Economia custode di conti pubblici ancora sotto pressione. Con 33 missioni e oltre 9 mila uomini in giro per il mondo, l’Italia contribuisce in maniera corposa, anche in relazione al suo pil, a missioni che vanno dall’Afghanistan, al Kosovo, al Libano, sino al Sudan.

E’ per questo che tra le richieste arrivate sul tavolo del ministro Tremonti c’è anche il miliardo e mezzo di euro che il collega La Russa ha chiesto di inserire nella Finanziaria light del 2010, mentre altri soldi verranno ergogati per decreto e serviranno a coprire i costi sini a fine dicembre. Negli anni scorsi, visto che i militari non scioperano e non scendono in piazza, sono stati operati già tagli corposi al ministero della Difesa che però non hanno inciso sulle missioni che sono arrivate a costare 1150 milioni lo scorso anno e quest’anno hanno già superato il miliardo di euro.

Berlusconi non ha nessuna intenzione di assecondare la fretta dell’alleato leghista che sull’uscita subito dei nostri soldati dall’Afghanistan sembra aver ripreso alcune posizioni della sinistra radicale degli anni scorsi. Al nuovo ambasciatore americano David Thorne, presidente del Consiglio ha ribadito di non aver «mai pensato al ritiro» e ha anche ripetuto ciò che ha sostenuto in mattinata durante il consiglio dei ministri. Ovvero che «è un errore il solo parlare di un possibile nostro disimpegno perché espone ancor più i nostri ragazzi».

Chiuso il contenzioso nostrano, il presidente del Consiglio è però pronto a sollevare il problema la prossima settimana nel corso della riunione delle Nazioni Unite e del successivo G20 di Pittsburgh. Nei mesi scorsi il Cavaliere promise al presidente Obama più soldati a Kabul in vista delle elezioni, ma ora è pronto a chiedere conto all’amministrazione americana e al nuovo governo Karzai del rispetto dei tempi per il completamente del piano di addestramento delle forze di sicurezza interne.

Senza contare che in Kosovo l’Italia ha intenzione di sottoporre all’alleato americano e alla Nato modi e tempi di riorganizzazione di una presenza che rischia di diventare più gravosa con l’uscita di Spagna e Portogallo. Analoga riflessione è in corso a palazzo Chigi sulla missione Unifil che vede schierati in Libano reparti italiani che guidano la missione Onu in un Paese ormai pacificato che cresce al 4% e che ha riaperto questa estate le porte al turismo.

(Fonte: Il Messaggero)

Thursday, August 20

Wednesday, August 12

Finora l'Afghanistan è costato 1,76 miliardi di euro -

Con quali risultati?
Le liti tra i Servizi segreti casarecci (AISE, RIS, DIS, AISI.).
I morti sul campo per ordigni fatti in cantina dagli afghani.
Le politicamere televisive.
I comandanti italiani con la "sindrome Jhon
Wayne".
I giornalai italiani con la "predisposizione alla cresta sulla diaria giornaliera", in zona di guerra.
Materiali militari "scadenti oppure ottimi" e non utilizzati. E così vìa.... Leggi qui

Tuesday, August 11

CONTROLLO DEL TERRITORIO

"La nostra attività - spiega all’Aise il tenente colonnello Gualtiero Iacono, comandante del gruppo operativo di Genova Cavalleria - è ripartita nel 73% di forza operativa, 36% di attività mobile, 33% di punti di osservazione, 18% riposo. Effettuiamo pattuglie anche a piedi nei villaggi, controlli dell’area; abbiamo posti di osservazione per monitorare aree sensibili, come zone minate o dove erano presenti bunker pieni di munizioni, affinché non siano più utilizzati; controllo sulla propaganda, attività di sostegno alle forze armate libanesi (Laf) ed ogni attività che garantisca libertà di movimento". Genova Cavalleria, di stanza a Palmanova, in provincia di Udine, al comando del colonnello Cesare Chiari in Libano, è schierato nella base 1-26, Zibkin, Shama e in alcune postazioni presenti sulla blu-line.

Frattini:"In Afghanistan la pace non c'è i nostri soldati si devono difendere". Della serie: "ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE".

Si narra che Narciso, quando attraversò lo Stige, il fiume dei morti, per entrare nell'Oltretomba, si affacciò sulle acque del fiume, sempre sperando di vedersi riflesso. Ma non riuscì a scorgere nulla a causa della natura torbida, limacciosa di quelle acque. In fin dei conti però, Narciso fu contento di non vedere la sua immagine riflessa perché questo veniva a significare che il fanciullo in sè stesso che amava, non era morto ancora.
E quando cazzo morirà mai!!

Intervista ad Ignazio La Russa - Il giallo del riscatto per i marinai italiani - "Eravamo pronti a intervenire con i soldati" !! Buuuhhhhh!!!


Mars, who, as father of Romulus, was the primogenitor of the Roman people, the god of war, of husbandry, of shepards, and seers. For him was named the month of Martius, March, the beginning of the Roman year

Wednesday, July 29

NUOVE REGOLE D'INGAGGIO.EXIT STRATEGY

Come scrivevo qualche giorno fa, gli ordigni stradali talebani sono diventati più potenti.

Monday, July 27

FONTE ETELBORO: SENTENZA INDECENTE

Uranio impoverito e Balcani: sentenza tombale

Il Giudice del Tribunale di Bari, Giulia Romanazzi, accoglie la richiesta di archiviazione dell'indagine della procura per lesioni ed omicidi colposi sui militari italiani in missione nei Balcani, ammalatisi e,in alcuni casi,morti dopo essere stati esposti a radiazioni dell'uranio impoverito. Una tale decisione è stata motivata affermando che dagli atti dell'indagine emerge l'insussistenza di fattispecie colpose sotto il profilo della omissione della comunicazione e della precauzione da parte del ministero della Difesa italiano. "Il primo avvertimento sulla pericolosità dell'uranio da parte del Pentagono è del luglio 1999 e la prima direttiva del governo italiano del dicembre 1999", come afferma il Giudice, precisando che il governo italiano si è adeguato alla direttiva del ministero della Difesa statunitense. Inoltre, nella richiesta di archiviazione si scrive che "la prima direttiva tecnico-operativa del ministero risale al dicembre 1999 (...), e' evidente che le omissioni non potevano che essere di data precedente e che trattandosi di reati contravvenzionali prescrivibili al massimo in tre anni, nella migliore ipotesi accusatoria, il reato sarebbe prescritto a partire dal novembre/dicembre 2002". Argomentazioni che possono essere valide per un burocrate, ma inaccettabili per la società civile che aspetta sempre una condanna per gli atti di terrorismo nei confronti della popolazione.

Sentenza tombale. La sentenza emessa lo scorso 22 luglio 2009 dal tribunale di Bari, sulla vicenda delle morti da Uranio Impoverito, rappresenta una vera e propria pietra tombale sul desiderio di giustizia da parte dei familiari dei militari morti e degli ammalati nei Balcani a causa del “metallo del disonore”. Il dispositivo giudiziario, con cui lo Stato italiano, il Ministero della Difesa e l’intera catena di comando escono assolti dal non aver rispettato e messo in atto tutte le misure per cautelare preventivamente i militari italiani operanti in zone bombardate con proiettili ad U238, è degno del miglior dottor Azzeccagarbugli. "I generali italiani non sapevano della pericolosità dell’Uranio impoverito e quindi esso non era inserito nelle norme antinfortunistiche vigenti dal 91", mentre gli americani che invece lo sapevano da tempo, se ne sono ricordati di avvisarci solo nel luglio 1999, quando i soldati italiani operavano già in Kosovo nelle zone contaminate da oltre due mesi. Il Ministero della difesa impiegava solo… pochi mesi per tradurre dall’inglese il documento incriminato e a… dicembre “prontamente” emanava una direttiva cautelatrice verso il personale operante in zone “affette “ da uranio impoverito. Se reato c’è stato in quel ritardo comunque sarebbe prescrivibile secondo le normative vigenti, quindi come in una comune sentenza su una “normale”strage sul posto di lavoro, Dirigenti aziendali e capi reparto vanno tutti assolti!.

Errata Corrige . Dobbiamo dire che la Puglia, nella vicenda uranio, in campo giudiziario e in numero di militari colpiti da sindromi ascrivibili alla permanenza in zone di guerra, può vantare degli ottimi primati. In base al precedente dispositivo giudiziario, dello stesso Tribunale di Bari, si respingeva il nesso tra la casualità U238 e malattie e conseguenti morti e con la sentenza di ieri riteniamo che il Ministero della Difesa italiana potrà inviare una comunicazione di errata corrige al Pentagono, relativamente a quell’allarmistico documento del luglio 1999 e che dovrebbe recitare così: ” In base a sentenze emesse da Tribunale di Bari in aprile 2007 e luglio 2009 e visti i risultati clinici su cavie umane ( militari inviati in zone “concimate” con uranio impoverito) riteniamo inutili e dannose le allarmistiche disposizioni precauzionali da voi inviateci su U238. -STOP-Preghiamo emettere disposizione NATO di rettifica su vostro precedente documento_STOP”. Una volta tanto il diritto romano e la sua millenaria storia potrà dimostrare così la propria superiorità sull’agnostico e materialistico diritto anglosassone! Peccato però che quella sentenza non fa i conti con quanto noi denunciammo sulle pagine del Manifesto il 29 dicembre 2000, sin dai primi giorni in cui scoppiò il caso uranio, in cui parlammo di un muro di silenzio e di complicità NATO.

Tutti sapevano. Noi ribadiamo quanto già affermammo allora, tutti sapevano ma facevano finta di niente,troppe le coincidenze ce lo confermano! Andiamo per ordine: tra il 94 e il 95 vi sono quegli attacchi aerei NATO sulla Bosnia durante i quali vengono utilizzate per la prima volta sul territorio europeo i proiettili all'uranio. Nello stesso territorio, e guarda caso proprio nelle località serbe colpite, sono inviati come contingenti di pace i soldati del contingente italiano. E’ solo un caso quello che porta nello stesso periodo, lo Stato Maggiore Esercito alla richiesta di attrezzare una speciale unità di difesa NBC capace di muoversi su ambienti contaminati , in operazioni di pace "umanitarie"? Teoricamente dal 31 dicembre 95, ma operativamente dal 1998 , questa unità prende il nome di 7° Reggimento Difesa NBC "Cremona".Di questo reggimento la prima compagnia operativa anche se a ranghi ridotti dove muove i primi passi ? In Kosovo, naturalmente, nel luglio del 1999 ed ad onor di cronaca il nome di questa compagnia è veramente indicativo: PESTE. Sono delle operazioni di rilevazione e campionamento che vedono il nostro personale che con mezzi anche se limitati recarsi presso alcuni siti bombardati , in tute ed equipaggiamento protettivo e raccogliere campioni di "materiale contaminato". Lo scopo della prima missione è quello di mettere a frutto ciò che è stato loro insegnato presso la scuola interforze NBC di Rieti, presso il Comprensorio di Santa Lucia, sede del centro Tecnico dello Stabilimento Chimico di Civitavecchia e per alcuni ufficiali presso la NATO SCHOOL (SHAPE) a Oberammergau e presso il Collegio Militare Inglese (Shrivenham). E per caso, tra i manuali NATO, da essi studiati, non vi era anche quel documento sull’Uranio impoverito che giunse “ ufficialmente” sul tavolo del Ministero Difesa italiano con qualche anno di ritardo ? Solo coincidenze ed il muro di silenzio NATO può continuare a fare stragi impunemente.

Antonio Camuso