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Friday, May 17

TE LO DO' IO IL MPS

A ricordare il peso dell'influenza dell'Opus Dei nelle scelte che riguardano l'attività e gli assetti del MPS era stato tra gli altri il tesoriere del PD Ugo Sposetti, intervistato da Repubblica. Alla domanda "a Siena c'è la massoneria?", Sposetti nel difendere la correttezza e l'estraneità dei democratici, risponde infatti lapidario: "Non solo, c'è pure l'Opus Dei".

Come spiega lo stesso Wall Street Journal la Banca d'Italia concesse a MPS il prestito nell'ottobre del 2011 perché "la banca stava ormai esaurendo tutta la liquidità e non aveva più gli strumenti per continuare a chiedere fondi alla Banca Centrale Europea". Tuttavia "per timori che si potesse creare panico sui mercati né MPS né la Banca d’Italia resero pubblico quel prestito". Secondo la normativa vigente infatti non vi è l’obbligo di comunicare tali operazioni, previste per tutte le banche dell’Euro-sistema, al mercato. 

In una "conference-call" con analisti ed investitori, subito dopo aver ricevuto il prestito, i dirigenti di MPS affermavano che la posizione finanziaria della banca era solida e che le necessità di raccolta per il 2012 erano state coperte. Da Francoforte, però, il presidente della BCE Mario Draghi ha difeso l'Istituto di via Nazionale spiegando che c'è "un rapporto dettagliato" che dimostra come sia stato fatto tutto quello che si doveva e si sia agito velocemente.

Secondo l'ex numero uno Mario Draghi, anche il Fondo Monetario Internazionale avrebbe riconosciuto l’azione corretta della Banca d’Italia. "Spetterà ora alla banca senese portare avanti il programma di ristrutturazione ritornando in salute e in grado di generare profitti", ha aggiunto Draghi ricordando di aver firmato "entrambe le ispezioni su MPS" quando era presidente di Bankitalia, organismo che "non ha poteri di intervento politico o giudiziari". 

Ogni giorno emergono nuovi particolari ad allargare lo scandalo che sta travolgendo il MPS. 

In giornate particolarmente concitate per la vicenda MPS, cominciarono a filtrare alcune notizie in ordine ai reati contestati a carico dei vertici dell’istituto di credito. Le vicende sotto esame sono l’acquisizione di Antonveneta, l’“affaire Lutfin” e le operazioni in derivati denominate “Alexandria” e “Santorini”. Relativamente ad Antonveneta, sono stati ipotizzati i reati di aggiotaggio, manipolazione di mercato ed ostacolo all’attività di vigilanza.

L’aggiotaggio è attualmente disciplinato dall’art. 2637 c.c. mentre la manipolazione del mercato è un reato previsto dall’art. 185 del D. Lgs. n. 58/1998 (Testo Unico delle disposizioni in materia finanziaria). La disposizione contenuta nel codice civile, nella formulazione novellata dalla L. n. 62/2005, sanziona con la reclusione da uno a cinque anni chiunque diffonda notizie false, ovvero ponga in essere operazioni simulate o altri artifici concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari non quotati o per i quali non è stata presentata una richiesta di ammissione alle negoziazioni in un mercato regolamentato, ovvero ad incidere in modo significativo sull’affidamento che il pubblico ripone nella stabilità patrimoniale di banche o di gruppi bancari (c.d. aggiotaggio bancario). 

L’art. 185 TUF contempla un fatto tipico pressoché analogo, ma una pena molto più severa (da due a dodici anni di reclusione e da 20 mila euro a cinque milioni di euro di multa) nel caso in cui l’oggetto materiale della condotta siano strumenti finanziari quotati. La norma prevede poi un’aggravante speciale che permette al giudice di aumentare la multa fino al triplo o fino a dieci volte il valore del prodotto o del profitto conseguito dal reato quando, per la rilevante offensività del fatto o per le qualità personali del colpevole, essa appaia inadeguata anche se applicata nel massimo.

Tali illeciti sono stati contestati anche nel caso Parmalat (v. Corte d’Appello di Milano, sent. n. 1728/2010 del 26 maggio 2010 - 14 luglio 2010) e nelle vicende giudiziarie che sono seguite alle scalate ad Antonveneta e BNL tentate nel 2005 rispettivamente dalla Banca Popolare di Lodi (v. Corte d’Appello di Milano, sent. n. 227/2012 del 13 marzo 2012 - 11 giugno 2012) e da Unipol (v. Cass. pen., Sez. V, sent. n. 49362/2012 del 7 dicembre 2012 - 19 dicembre 2012). La giurisprudenza recente ha quindi avuto modo di interrogarsi sulla struttura delle due fattispecie, sul momento consumativo del reato, sulla competenza territoriale nonché sulla responsabilità degli enti, considerato che i reati di aggiotaggio e manipolazione del mercato sono contemplati dagli artt. 25 ter, comma 1, lett. r) e 25 sexies, comma 1 del D. Lgs. n. 231/2001 e che una speciale forma di responsabilità sussidiaria dell’ente è prevista anche dall’art. 187 quinquies del TUF.

Con riguardo alla “questione Lutfin”, si tratta di una società svizzera che sarebbe stata utilizzata quale veicolo per effettuare pagamenti riservati nei confronti di alti dirigenti del MPS in cambio dell’acquisto di un pacchetto titoli all’interno dei quali ve ne erano alcuni (cosiddetti derivati) che presentavano forti perdite per Dresdner Bank. In sostanza MPS avrebbe acquistato da Dresdner Bank titoli in sofferenza e le avrebbe poi rivenduto titoli “in salute”. In questo modo Dresdner Bank avrebbe neutralizzato le perdite, mentre MPS se ne sarebbe fatta carico. 

In tesi d’accusa i promotori dell’operazione sarebbero stati i veri beneficiari del compenso corrisposto da MPS a Lutfin (600 mila euro) a titolo di provvigioni. La vicenda ha acquistato immediata notorietà in ragione della pubblicazione, ad opera di alcuni siti, di una nota della Guardia di Finanza – Nucleo di Polizia Tributaria di Milano, relativa ad un altro filone d’indagine già in fase avanzata. In relazione a tale “affare” non è dato sapere quali siano i reati ipotizzati. Tale condotta pare comunque riconducibile, tra l’altro, all’art. 2635 c.c., recentemente novellato dalla L. n. 190/2012 in materia di corruzione, che ne ha anche modificato la rubrica da “Infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità” a “Corruzione tra privati”.

Relativamente ai derivati, infine, è emerso che non sarebbero state iscritte a bilancio perdite potenziali per 500 milioni di euro. Il che potrebbe configurare il reato di false comunicazioni sociali. Tuttavia, come noto, la repressione di tale illecito societario è ostacolata dalla formulazione delle due norme che lo prevedono. L’art. 2621 del codice civile, infatti, contempla un reato di condotta perseguibile d’ufficio, ma fa «salvo quanto previsto dall’articolo 2622». Tale seconda disposizione sanziona le false comunicazioni sociali in danno della società, dei soci o dei creditori, ma subordina la punibilità alla presentazione della querela di parte. 

Cosicché se – come pare essere nel caso di MPS – l’“esposizione di fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni”, ovvero l’“omissione di informazioni la cui comunicazione sia imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene” sia tale da “cagionare un danno patrimoniale alla società, ai soci o ai creditori”, il reato sarà punibile solo nel caso in cui sia presentata apposita querela di parte.

A contorno di tutta questa complessa vicenda, è stato ipotizzato il reato di ostacolo alle attività di vigilanza (nella fattispecie: Bankitalia e Consob), anche questo previsto sia dall’art. 2638 del codice civile che, in forma sussidiaria, dall’art. 170 bis del D. Lgs. n. 58/1998. Tali disposizioni, poste a tutela della c.d. trasparenza societaria esterna, sanzionano coloro i quali, nelle comunicazioni alle autorità pubbliche di vigilanza, espongono fatti materiali non rispondenti al vero sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria dell’ente ovvero occultano con altri mezzi fraudolenti fatti che avrebbero dovuto comunicare. 

La problematicità di tale fattispecie è essenzialmente legata alla carenza di offensività della previsione di cui al secondo comma dell’art. 2638 c.c., in virtù del quale rispondono del medesimo reato coloro che, “in qualsiasi forma” consapevolmente ostacolano le attività pubbliche di vigilanza.

Fino a questo momento, invece, non si ha notizia di indagini a carico delle società di revisione, anche se è legittimo attendersi un loro coinvolgimento diretto (i reati dei revisori sono oggi previsti agli artt. 27 e segg. del D. Lgs. n. 39/2010) o quanto meno concorsuale (sindaci e revisori possono, infatti, essere chiamati a rispondere del mancato impedimento dei reati da parte degli amministratori ai sensi dell’art. 40, comma 2 del codice penale).

Ecco le tre domande che andrebbero poste, unicamente, all’on. Silvio Berlusconi, presidente del PdL.

1) “ Ci risulta, come confermato dagli atti ufficiali, che la Goldman Sachs affidò all'on. Gianni Letta, ai tempi deputato eletto nelle sue liste, la mansione di gestire, sovrintendere e chiudere la compravendita tra MPS e Banca Antonveneta. Come mai, non essendo l’on. Gianni Letta né un esperto di sistemi bancari, né un esperto in tecnica bancaria, né un banchiere, né ufficialmente parte in causa, è stato scelto per tale delicato lavoro che presuppone una corposa e specifica competenza tecnica?”
2) “ Ci risulta, come provato da atti ufficiali, che, strada facendo, sia stata accorpata anche la società J. P. Morgan, attraverso, pare, la partecipazione attiva e personale del direttore responsabile marketing per le operazioni europee: Giovanni Monti (39 anni, figlio del premier Mario Monti). Come mai? Perché sarebbero state scelte queste due società straniere essendo l’Italia piena di eccellenti società di intermediazione finanziaria ad alti livelli sia di merito che di competenza tecnica garantita?”
3) “ Come mai, essendo il MPS una banca di interesse nazionale, considerata “strategica” all’interno del mondo finanziario-economico italiano, l’on. Gianni Letta, venendo meno ai suoi obblighi di Legge, non ha riferito, punto per punto, l’intero percorso operativo al presidente della CONSOB, all'ABI a Bankitalia e al Ministero del Tesoro?”.

Non posso fare a meno di ricordare quel 26 gennaio u.s. quando un "carneade" sbraitò, con la bava alla bocca: "se c’è qualcuno che osa sostenere che il PD c’entra in un qualunque modo in questa vicenda, ebbene, noi lo sbraniamo vivo” . Si è preferito -tra di loro, alla fine di una miservole e lunga sceneggiata- fare un "governicchio d'insabbiamento artigianale". In breve, la vicenda MPS, come altri "scandali" di questi ultimi anni, appare di particolare interesse per i profili inerenti il diritto penale economico e merita, quindi, di essere perseguita con estrema attenzione, onestà, imparzialità e, sopratutto, molto coraggio da parte di una vera magistratura.

Thursday, June 7

Massimiliano Latorre e Salvatore Girone

L' Ambasciatore d'Italia in India, Giacomo Sanfelice, è rientrato a New Delhi da Roma dove era stato richiamato il 18 maggio per consultazioni nell'ambito della crisi che vede coinvolti due marò nella morte di altrettanti pescatori indiani. 

Il richiamo nella capitale era stato deciso dalla Famesina nel giorno in cui la polizia aveva depositato il dossier con le accuse per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, fra cui quella di omicidio volontario. Per quanto riguarda il significato che può essere dato al rientro di Sanfelice a New Delhi, de Mistura ha osservato che «questo è anche un segnale a seguito della decisione della libertà dietro cauzione e degli altri recenti sviluppi» (??). 

A proposito della vicenda dei due nostri ragazzi, ora ci sono due dati importanti: il 18 giugno l'apertura del processo e a fine di luglio la sessione della Corte Suprema per decidere sulla giurisdizione. E proseguono in ogni parte d'Italia le manifestazioni di solidarietà con i nostri due fucilieri di Marina. Tutti i militari della Marina, presenti in abiti civili in piazza San Marco domani perla festa del 151 anniversario della Manna Militare, appunteranno un fiocchetto giallo in segno di solidarietà con i marò. 

Lo ha annunciato il contrammiraglio Maurizio Ertreo, direttore delle cerimonie, prevedendo che anche molte altre persone aderiranno all'iniziativa del fiocco giallo. «È un segno concreto di vicinanza - ha spiegato Ertreo - di tante persone a questi due nostri colleghi e amici. 

Noi saremo in piazza per celebrare tutti i marinai italiani, di ieri e di oggi, e non possiamo dimenticare quelli attualmente lontani dalle loro famiglie, particolarmente quelli che vorrebbero essere a casa e non possono. In particolare, questi due non saranno fisicamente presenti in piazza San Marco, ma sicuramente lo saranno nel cuore di tutti noi».

Monday, December 5

Soltanto la giustizia non paga mai

Il Paese, come lo stesso Mario Draghi ha più volte riconosciuto, ha smesso di crescere anche per la lentezza della giustizia civile: «La durata dei processi ordinari di primo grado supera i mille giorni e colloca l`Italia al l57esimo posto su 183 nelle graduatorie stilate dalla Banca Mondiale», disse da Governatore della Banca d`Italia. Ed è arduo pensare che una banca possa finanziare una piccola azienda - magari poco conosciuta, come tutte le piccole aziende - senza una un sistema giudiziario che dia affidamento e che garantisca sentenze in tempi ragionevoli.

È una delle ragioni per cui - si dice sempre - piove sempre sul bagnato e le banche prestano soldi a chi magari non ne ha bisogno. Sono tutte cose che il neo ministro Paola Severino saprà di sicuro, compreso il dettaglio che negli anni Ottanta, secondo l`Istat, una procedura fallimentare durava in media quattro anni e ora ne dura più di nove: eppure il Guardasigilli ha liquidato la questione, all`apparenza, dicendo che «la riforma dei codici non è realizzabile» per via della durata limitata del governo.

Non è certo un problema di soldi, visto che lo Stato italiano perla giustizia spende già ora 70 euro per abitante (dati del Consiglio d`Europa) quando la Francia ne spende 58 a parità di giudici e cancellieri. Né siamo è disposti a credere che Paola Severino non voglia intervenire sul problema dei troppi avvocati italiani - che tendono a moltiplicare durata e numero delle cause, per come sono strutturate le loro parcelle - perché è lei stessa un avvocato. Le ragioni sono certamente politiche, pardon, di volontà tecnica, o meglio ancora: manca una volontà sia tecnica che politica.

In parole povere: se è vero che in nessun altro Paese del mondo accade così tanto che la magistratura abbia sempre l`ultima parola, e sequestri cantieri, condizioni l`economia, giudichi se stessa, non paghi mai per i propri errori, riempia ogni vuoto o incertezza legislativa, beh, la questione pare troppo rognosa perché il governo Monti voglia sobbarcarsi anche questa. Meglio fingere che il tema non riguardi l`economia e la ripresa del Paese.

Meglio, come ha fatto il ministro, soffermarsi su pezze improbabili come il famigerato braccialetto elettronico per i carcerati (opzione che risolve poco, perché approvare e mettere a punto un`applicazione su larga scala richiederebbe comunque un sacco di tempo e soldi) e pazienza se nel complesso le misure alternative ipotizzate dal ministro riguarderebbero solo i condannati in via definitiva, cioè 37 mila persone su 68 mila detenuti: con 28 mila persone in attesa di giudizio che invece rimarrebbero in carcere. Paradossale, invero. Ma forse sono faccende da politici.

Tuesday, October 26

U.E.:Sistemi giudiziari. Rapporto 2010 ITALIA

Rapporto 2010 della Commissione per l`efficienza All`Italia primato europeo nella spesa per la giustizia Pesa la voce degli stipendi In due anni tagli del 7% Marina Castellaneta t L`Italia è il Paese che spende di più per il funzionamento complessivo del sistema giudiziario in termini assoluti, anche se il dato è poi ridimensionato in percentuale, tenendo conto del numero degli abitanti. Dal rapporto della Commissione europea per l`efficienza della giustizia 2010 (dati relativi al 2008) risulta che il budget complessivo in Italia è stato pari a 7.278.169.362 euro, con una diminuzione del 6,9% rispetto al 2006. Un decremento in controtendenza rispetto agli altri Stati: dal balzo in avanti del 65,2% in Armenia all`aumento del 26,8% della Spagna. I tagli nel budget hanno coinvolto, oltre all`Italia, Regno Unito e Scozia (con un meno 42,3% complessivo), Islanda (-22,1%) e Svezia (-1,6%). Un trend - si precisanel rapporto - che è una costante degli ultimi cinque anni per Italia e Regno Unito. La fetta più grande del budget dell`Italia, peri tribunali (pari a 3.008.735392 curo), va agli stipendi (2.390.027.432 euro), 73.987.488, invece, sono stati destinati alle spese per l`informatica, 287.571.836 perle spese giudiziarie, 253.913.969 per la manutenzione delle strutture e gli edifici, 857.675 per la formazione. In percentuale, tenendo conto dell`intero budget annuale con esclusione degli importi destinati alle procure e al gratuito patrocinio, l`Italia supera, con il 5o,5%, la media della spesa pari al 37%, ma si colloca dopo il Principato di Monaco, San Marino, Svizzera, Slovenia, Andorra e Paesi Bassi, Rispetto ai dati 2006, l`Italia ha tagliato del 17,3% le spese per le procure, ha aumentato dell`8,1% quelle per i tribunali e del 17,6% quelle per l`assistenza giudiziaria gratuita. La crisi economica ha poi portato ad aggiustamenti del budget in tutta Europa, con una riduzione dei salari: in Italia è stata del 15% nel 2009 per tutto il personale e del 27% per i giudici nel 2010. Per quanto riguarda i giudici (nel rapporto i pm non sono inclusi in questa categoria), l`Italia, che ha fornito i dati relativi al 2009, conta 6.109 giudici toga- ti ai quali vanno aggiunti 4.754 onorari. Fa meglio solo la Federazione russa (34.390), la Polonia (9.890), la Turchia e l`Ucraina con oltre 7.000 giudici. In rapporto però al numero di abitanti l`Italia crolla al di sotto della media europea che è di 20,6 giudici per ioo.ooo abitanti (l`Italia ne conta 10,2) ed è superata da Paesi Bassi, Belgio, Austria, Lussemburgo, Norvegia. Identico effetto anche per il numero di pm che vedono l`Italia in buona posizione considerando il dato assoluto, ma scendere in rapporto al dato percentuale. L`Italia surclassa tutti, invece, per il numero degli avvocati, pari a 198.000. Che vuol dire una percentuale del 32,4% rispetto al numero dei giudici togati e, in pratica, 332,1 avvocati per 1oo.ooo abitanti.

Friday, October 8

A SPESE DEL CONTRIBUENTE

Alessandro Sallusti: Una ventina di Carabinieri spediti da Napoli a Milano, Roma e Como per cercare articoli sul presidente degli industriali Emma Marcegaglia. è la prova.che le procure non sono in bolletta come sostengono i magistrati. I soldi evidentemente ci sono, è da vedere se vengono usati bene. Ilblitz è scattato all'alba, nelle case private, negli uffici miei e del collega Porro. Il mandato del pm Woodcock era di quelli che si riservano a pericolosi criminali. Le perquisizioni dovevano essere complete, in tutti gli ambienti, non esclusi garage e automobili. Non Solo. L'ordine era anche quello di procedere a perquisizioni personali perchè non si sa mai che voluminosi dossier venissero nascosti alle sette del mattino dentro le mutande, nel taschino della giacca o nel portafogli che ho dovuto consegnare ai militari insieme con le ricevute del ristorante, ai soldi contanti, al libretto degli assegni e mi fermo qui perchè l'elenco è veramente lungo!  Messo sotto accusa per un editoriale. E' stupro giudiziario Venti carabinieri da Napoli a Milano: tanto pagano i cittadini Cercavano un dossier. Hanno voluto pure il mio portafoglio dalla prima-DaKina (...) è lungo.Anzi no.Ho dovuto spiegare il senso di appunti, lettere personali, bollette e documenti riservati inerenti la vita dell'azienda, mentre imperito della procura smontava fisicamente i miei computer per curiosare elettronicamente tra la mia corrispondenza. E' vero che chi non ha nulla da temere nulla teme, ma lo stupro giudiziario resta comunque antipatico. Ho chiesto a quale titolo tutto ciò accadesse. Non hanno saputo rispondermi. Nell'ordinanza di perquisizione mi si cita una volta, come autore di un articolo pubblicato il 16 settembre su Emma Marcegaglia. E' vero, l'ho scritto, e pubblicato con grande evidenza in prima pagina: il giorno prima la presidente di Confindustria ci aveva attaccato pubblicamente, dichiarando a un convegno che era l'ora di smetterla con l'inchiesta sulla casa di Montecarlo, della quale - disse non gliene frega niente a nessuno. Essendo leggermente affari miei, risposi per le rime. Argomentai che un sondaggio trasmesso da Ballarò sosteneva che oltre il cinquanta per cento degli italiani era fortemente interessato alla vicenda e voleva sapere tutta la verità. Scrissi che non avrei tenuto in considerazione l'autorevole invito e che avrei continuato per la mia strada. Tutto qui, non un rigo di più. Non ho mai fatto o ricevuto telefonate e messaggini dal segretario della Marcegaglia ne con nessun altro. Non sono più tornato, direttamente o indirettamente sull'argomento, dopo quel giorno, non un rigo è stato scritto sulla presidentessa. Insomma, sono stato indagato, umiliato e diffamato per aver scritto in difesa della mia libertà di pubblicare articoli sul caso Montecarlo, el'ho concordato con Vittorio Feltri e nessun altro. Credo di essere il primo direttore a essere messo sotto accusa per un editoriale, cioè per un'idea. Non a caso ieri i carabinieri non hanno sequestrato nulla. Io ho scritto una opinione, loro cercavano dossier, carte segrete o chissà cosa; Non hanno trovato nulla, non solo perch� non c'è nulla da trovare ma perchè in un giornale non circolano dossier, semmai, a volte, notizie, che è altra cosa. Quest'ultime è facile trovarle; sono stampate tutti i giorni in centinaia di migliala di copie e offerte ai lettori. Mi piacerebbe, questo sì, averne di più. A proposito di questo, trovo che ci siano due coincidenze sospette. La prima: il 24 settembre questo giornale ha pubblicato un interessante articolo del collega Giancaro Woodcock, Era il giorno dell'assoluzione, per non aver commesso 11 fatto, di Vittorio Emanuele di Savoia, arrestato e buttato in carcere dal magistrato in questione anni prima. Perna segnalava come si trattasse, statisticamente parlando, dell'ennesimo buco nell'acqua, sulla pelle di innocenti, del famoso pm acchiappa vip. Woodcock evidentemente non deve aver gradito, così come probabilmente si è irritato quando domenica scorsa ho scritto un articolo sul fatto che al Giornale eravamo certi di avere i telefoni sotto controllo da parte di due procure, una del nord e una del sud. L'ho fatto perchè quando noi sappiamo una notizia non la teniamo nei cassetti, non la usiamo per strani giochi, semplicemente la pubblichiamo. Immagino il disappunto del pm: ma come, loro sanno che li sto intercettando e lo scrivono pure? Adesso glielo faccio vedere io chi sono, a quello gli levo anche le mutande. Detto e fatto. Sono sempre più convinto che quando Berlusconi dice che ci vorrebbe una commissione parlamentare d'inchiesta su come funziona la giustizia in Italia non abbia poi tutti i torti.

Saturday, March 13

Napolitano -sia lode a lui- tira un calcio nei santissimi ai magistrati politici

Incredibile performance di Giorgio Napolitano che ha finalmente abbandonato il ruolo salomonico -e del tutto inefficiente- degli ultimi mesi e è sceso pesantemente in campo ordinando ai magistrati di fare solo i magistrati e di smetterla di parlare di leggi che sono solo compito del Parlamento. Queste le sue parole: ''E' indispensabile che da tutte le parti venga uno sforzo di autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche, e che quanti appartengono alla istituzione preposta all'esercizio della giurisdizione, si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione. E spetta al Parlamento esaminare, in un clima più costruttivo, misure di riforma volte a definire corretti equilibri tra politica e giustizia''. Napolitano è il capo della magistratura -questo è il punto- nonchè presidente del csm e quindi questo non è un solo un richiamo politico, ma un ordine preciso che non mancherà di essere reiterato nelle prossime settimane quando il Csm -con la complicità del deludente Nicola Mancino- si ergerà a terza Camera del paese e boccerà tutte le iniziative che il Parlamento adotterà sulla giustizia.
Chapeau a Napolitano, dunque e speranza che sappia tenere il punto.

Wednesday, March 3

Traffico armi ed esplosivi: Spataro "doveva per forza" Spatare. Non sarebbe stato lui!

"Se il Ddl sulle intercettazioni in discussione al Senato fosse già diventato Legge, questa indagine che si basa su elementi desunti esclusivamente dalle intercettazioni, non sarebbe stata possibile". E' quanto ha affermato il Procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro nel corso della conferenza stampa sull'operazione della Finanza che ha portato in carcere cinque italiani e due 007 iraniani accusati di traffico d'armi verso l'Iran. "Questa inchiesta è durata circa otto mesi, otto mesi di intercettazioni telefoniche su decine di telefoni (svolte anche sul roaming internazionale, oltre che su sms e e-mail) per reati che secondo il Ddl già approvato da un ramo del Parlamento, prevedono un massimo di due mesi di intercettazioni e che gli elementi di indagine siano di diversa natura e non frutto esclusivo di intercettazioni" ha spiegato Spataro, che ha concluso il suo ragionamento con un appello: "Mi auguro che questa operazione suggerisca una riflessione sulla necessità di questo strumento investigativo, e a distinguere tra l'efficacia dell'indagine e il rispetto della privacy". Il procuratore ha poi elogiato "l'efficacia della task-force investigatori-magistrati, la collaborazione virtuosa tra la polizia giudiziaria (in questo caso il Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Milano) e Pm in un'indagine molto complicata e di notevole rilievo anche per la comunità internazionale". Infine Spataro ha sottolineato il contributo fondamentale all'indagine fornito dall'Agenzia informazioni e sicurezza esterna (Aise) e la collaborazione con la Procura federale e la polizia giudiziaria di Berna (Svizzera), e con l'Ufficio dogane britannico.
VIDEO

Nota: secondo il signore di cui sopra,  gli uomini dell'Intelligence che hanno INIZIATO le indagini su Hamid Nejad Masoumi (18 MESI FA, SENZA INTERCETTAZIONI MA LAVORANDO A RISCHIO DELLA PROPRIA VITA SU TERRENO ACCIDENTATO NAZIONALE ED ESTERO), hanno cazzegiato roteando i pollici spaparanzati dietro una scrivania di noce massello???

Ciancimino ai pm, ecco gli 007 del 'signor Franco'


Palermo, 3 mar. - (Adnkronos) - E' stato ancora il misterioso 'signor Franco', l'uomo dei Servizi segreti che avrebbe svolto un ruolo nella cosiddetta 'trattativa' tra lo Stato e Cosa nostra, al centro dell'interrogatorio di Massimo Ciancimino alla Procura di Palermo, terminato pochi minuti fa. Secondo quanto apprende l'ADNKRONOS, Ciancimino junior sarebbe stato interrogato sugli uomini vicini al 'signor Franco', uomini dell'intelligence che avrebbero incontrato dopo le stragi del '92 Vito Ciancimino, ma anche il figlio Massimo.

Proprio ieri, al processo Mori, Massimo Ciancimino ha detto in aula di avere riconosciuto su alcune foto i collaboratori del 'signor Franco', ma non l'uomo dei Servizi, che oggi avrebbe oltre 70 anni. Sarebbe stato lui a fargli avere, dopo la morte di Vito Ciancimino, le condoglianze personali del boss Bernardo Provenzano. L'interrogatorio e' stato condotto dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e i pm Antonino Di Matteo e Paolo Guido. Ciancimino junior era accompagnato dal suo legale Francesca Russo.

Friday, February 26

Intercettazioni e violazione della privacy

Intercettazioni e violazione della privacy (altrimenti detto: sputtanamento pubblico a mezzo stampa e tv di soggetti finiti nel mirino della magistratura nonché di persone che nulla c'entrano coi reati perseguiti). Se è possibile ancora in questo Paese fare un ragionamento mettendo da parte le reciproche convenienze politiche, si propone all'attenzione di chi straparla di «stato di polizia» e di chi controstrepita «impunità» la seguente bozza di soluzione del problema in tre punti.

Il primo è una ripresa di quanto scritto ieri da Luca Ricolfi sulla Stampa. Si intercetta troppo e troppo facilmente, si metta un tetto di budget alle registrazione delle telefonate suddividendolo per distretti giudiziari, i pm saranno necessariamente più attenti nell'ordinare intercettazioni, limitandosi a quelle "utili". Il secondo riguarda la loro pubblicazione. È diffìcile stabilire che un atto di indagine non può diventare di dominio pubblico finché non inizia formalmente il processo (per sua natura erga omnes) che da quell'indagine è scaturito? Finché cioè accusa e difesa non vanno ad armi pari davanti un giudice? E la libertà di stampa? Nessuno chiede il carcere per i giornalisti, ma multe per gli editori sì. Un tot a copia diffusa. Non si sta chiedendo il bavaglio alla stampa, ma un tentato giusto equilibrio tra il diritto di informazione e i diritti di persone fino a prova contraria innocenti. 

O qualcuno pensa che la Gran Bretagna, dove è vietato scrivere anche solo il nome di una qualsiasi persona arrestata fino alla conclusione del processo, sia un Paese liberticida della notizia? Terzo. Non trovate assurdo che in Italia esista la responsabilità oggettiva delle società calcistiche per gli atti commessi dai loro tifosi e non quella di un procuratore capo per la fuga di notizie dalla sua procura? Pensi lui a come tutelarsi, con un armadio, con una cassaforte... ma di ogni atto illecitamente uscito dai suoi uffici risponda di fronte a una commissione disciplinare della magistratura. (Fonte: IL RIFORMISTA)

Sunday, February 21

QUALCHE DOMANDA ALL'ITALIA IPOCRITA

(Corsera) Di chi può mai essere la colpa della corruzione italiana se non della politica? Di chi se non dei politicib, beninteso di quelli per cui votano gli «altri»? Si mettano dunque l'una e gli altri sul banco degli accusati per la meritata, inevitabile condanna. Così la pensano oggi moltissimi italiani i quali non vogliono sentirsi dire che la corruzione di questo Paese ú anche quella pubblica, è invece qualcosa che viene dal profondo, che rimanda alla storia vischiosa, oltre che del nostro Stato, della nostra società; ai suoi meccanismi e vizi inveterati.

No, guai a dirlo: si è subito sospettati di voler cancellare le responsabilità individuali, di voler «salvare i ladri». Che c'entriamo noi con la corruzione? La colpa è solo della politica. fa questo modo sta per ricominciare oggi il circolo perverso avviatesi nel '92-'93. Infatti, se si mettono così le cose è fatale che agli occhi dell'opinione pubblica l'immagine di tutta la politica e di tutti i politici ne esca complessivamente a pezzi. Con l'ovvia conseguenza, che più ciò accadrà e più solo i mediocri o gli spregiudicati accetteranno di entrare nell'arena pubblica, e che quindi, alla fine, la politica risulterà ancora di più inetta e/o corrotta, accrescendo ulteriormente la sfiducia e la disistima generali. Sta per ricominciare alla grande, insomma, il meccanismo implacabile dell'antipolitica, u meccanismo che si mise in moto all'epoca di «Mani pulite» e i cui risultati, nonostante l'avvicendarsi di governi di destra e di sinistra, sono sotto gli occhi di tutti: allora svergognata e vilipesa la politica non si è rinnovata per nulla, la qualità dei suoi protagonisti è anzi in media peggiorata, ed essa non è stata capace ne allora ne poi di correggere un bei nulla del sistema che aveva portato a Tangentopoli.

Non è questione di pensare che la corruzione sia «connaturata» alla società italiana. Bensì di convincersi che essa è innanzi tutto della società italiana. Di convincersi cioè che, in Italia, in tanto la politica può ospitare un così alto numero di traffichini e di lestofanti, in tanto può rappresentare un ambito d'elezione per un così gran numero di scambi e guadagni più o meno loschi, in quanto, e solo in quanto, ha come sponda, come interlocutrice permanente, una società moralmente opaca come la nostra. Perché alla fine delle due l'una, insomma: o si nega che quella italiana sia una società di tal fatta (e mi sembra davvero difficile), o si deve sostenere che tra lo standard morale della politica e lo standard morale della società non c'è alcun rapporto necessario (e si dice una palese assurdità). Naturalmente c'è sempre una terza possibilità (che sospetto sia proprio quella fatta ipocritamente propria da molti abitanti della penisola): e cioè credere, o fingere di credere, che in una società di diavoli i politici, non si sa per quale miracolo, possano, anzi debbano , essere degli angeli; e la politica, di conseguenza, una specie di anticamera del paradiso terrestre.

Tutti coloro che, come Marco Vitale, rimproverano alla politica in genere, e dunque anche alla sinistra, di non aver preso le misure necessario per una vasta e radicale opera di moralizzazione pubblica, dovrebbero innanzi tutto chiedersi: ma siamo sicuri che quel partito o quello schieramento che lo avesse fatto avrebbe avuto il consenso degli elettori italiani? O non sarà forse che un'opera del genere, per come è l'Italia, il suo mercato del lavoro, i suoi rapporti patrimoniali, per-come sono abituati i suoi pubblici dipendenti, per come sono le sua abitudini diciamo così fiscali, non sarà forse che un'opera del genere avrebbe suscitato molte più opposizioni che consenso? E perché altrimenti nessun partito, nessuno schieramento, ha mai preso questa strada? Di fronte agli scandali in cui è coinvolta la politica (anche o soprattutto la politica) molti uomini e donne impegnati nelle attività private, nel mondo del fare come oggi si dice, amano invocare rispetto delle regole, meritocrazia, presenza di poteri contrapposti, trasparenza, orgoglio di ruolo. Lo ha fatto l'altro giorno anche Franco Bemabè su queste colonne.

Confesso di non aver ben capito a chi fosse rivolta di preciso una tale astratta invocazione, che anche in questo caso come in altri casi, di altri autori, evita di fare nomi e cognomi, ma spero che comunque l'amministratore delegato di Telecom mi perdonerà se gli rivolgo una domanda impertinente: in che misura a suo giudizio il sistema delle imprese italiane e quello bancario, e la stessa Telecom, aggiungo, toccando davvero il colmo dell'impertinenza ú si attengono alle prescrizioni da lui messe nero su bianco? Personalmente penso che lo facciano parecchio meno di quanto dovrebbero e di quanto accada di solito in altri Paesi, a cominciare per esempio dagli Stati Uniti. Basta vedere l'accanimento tenace con il quale tutto quel mondo si è opposto a un'efficace legislazione sulla «class action»; e se non sbaglio senza che nessun suo esponente alzasse la minima voce contraria. Non è solo la politica, insemina, a non avere le carte in regola. Se non cominceremo una buona volta con il dirci tutto questo, con il'dircelo ad alta voce e periodicamente all'ergastolo tutti i «mariuoli» e i «birbantelli» del caso, potremo pure in un raptus suicida nominare Marco Travaglio ministro della Giustizia, ma rimarremo sempre quello che siamo: una società malandrina, spietata e al tempo stesso accomodante, un Paese sostanzialmente senza legge e verità.

Tuesday, February 16

S. A. e T. SERVIZIO ANTICORRUZIONE

Denunce Di Reati Collegati Alla Corruzione Per Regione                                                            

Sunday, February 14

ORDINANZA DI CUSTODIA CAUTELARE (INTEGRALE)

(FONTE LA STAMPA) : ORDINANZA VS  BERTOLASO, BALDUCCI, ANEMONE E ALTRI. LEGGI

Saturday, February 13

CASO MORO: I VELENI DI CIANCIMINO JR

II Pg Antonio Gatto non demorde e sospende per la seconda volta la requisitoria. Alla Corte d'appello che processa il senatore Marcello Dell'Utri per concorso in associazione mafiosa (condanna a 9 anni in primo grado) il Pg ha consegnato nuovi verbali di Massimo Ciancimino e ne ha chiesto la citazione come teste. Nei verbali, oltre a Dell' Utri, è citato anche Silvio Berlusconi. Il Pg aveva già in precedenti udienze cercato di introdurre Ciancimino jr, ma il Collegio aveva ritenuto irrilevante il prospettato contributo del figlio di Vito, il sindaco mafioso. La Corte ha concesso 15 giorni per 1' esame delle deposizioni da parte della difesa di Dell' Utri ed ha rinviato al 28 febbraio, quando i legali del senatore esprimeranno il loro punto di vista. Ma già ieri la difesa ha eccepito che quanto avviene nel processo «è imbarazzante perché si tenta di ampliarlo e di coinvolgere obiettivi che vanno al di là della posizione di Dell'Utri». Chiaro il riferimento al Presidente del Consiglio.

Nelle nuove "carte" - provenienti dalle procure di Palermo e di Roma- Ciancimino jr dice sostanzialmente due cose: suo padre ed i costruttori anch'essi mafiosi Stefano Bontade e Mimmo Teresi, tramite Dell' Utri, investirono con profitto nella realizzazione di Milano 2; Benigno Zaccagnini ed altri dirigenti DC fecero pressione su Vito Ciancimino perché la mafia non si adoperasse nel salvataggio di Aldo Moro. Storie di 30 anni fa, dunque, del quale Ciancimino ir. che oggi ha 46 anni, riferisce "de relato", anche se condisce le sue tesi allegando scritti che dice essere autografi del padre.

Spiega anche, il figlio dell' ex sindaco, che proprio per via di quei soldi mafiosi affluiti in Milano 2 che ad avviso di suo padre Silvio Berlusconi era dunque «ricattabile, perché, per una serie di eventi, si era trovato a usare finanziamenti o garanzie finanziarie, che erano state create da una serie di persone che erano per benissimo negli anni in cui avevano investito, ma poi, nel tempo, si sa che vengono coinvolti in indagini». Questo scenario è stato respinto da Niccolo Ghedini, avvocato di Berlusconi che in una nota rileva come le affermazioni di Ciancimino Jr siano «completamente smentite dai fatti, dai documenti e dai testimoni.

Mai nessun finanziamento ne compartecipazione estema, nell'operazione immobiliare Milano 2 vi è stata. Come risulta dalle relazioni degli istituti di credito aggiunge Ghedini- già dagli anni '60 il Presidente Berlusconi era assolutamente autonomo finanziariamente. Per il legale del premier, infine, va ricordato che «negli anni indicati dal Ciancimino, poi, l'operazione immobiliare era sostanzialmente terminata e già in elevatissimo utile e ciò dimostra vi eppiù l'infondatezza totale delle sue affermazioni. L'unica verità certa prospettata da Ciancimino proprio ieri - conclude Ghedini è che Silvio Berlusconi non c'entra nulla con la mafia».

Il fascicolo proveniente dalla Procura di Roma, riguarda il Caso Moro. «Nel 2000 mio padre mi disse che i cugini Salvo (mafiosi, morti n.dr) e l'on. Rosario Nicoletti, ex segretario della DC siciliana (morto suicida, ndr) si erano rivolti a Salvo Lima (ucciso dalla mafia) dicendo di essere in grado di dare indicazioni sul luogo in cui era tenuto prigioniero Aldo Moro». A Vito Ciancimino il segretario della DC ed il Ministro DC Attilio Ruffini «chiesero -secondo Massimo Ciancimino di impedire la liberazione di Moro.

Analoga richiesta gli era giunta da appartenenti a Gladio, nella cui struttura mio padre era inserito, e dai Servizi segreti». «Mio padre - così conclude la deposizione- mi ha detto di avere incontrato Pippo Calò che gli disse che era stato interessato per individuare il covo di Moro, attività che aveva svolto servendosi dei suoi amici della banda della Magliana e che aveva consentito di stabilire che Moro era in via Gradoli. Disse a Calò che non si sarebbe più dovuti intervenire per la liberazione».  (Fonte:Lucio Galluzzo- Il Messaggero)

Wednesday, February 10

MASSIMO CIANCIMINO: Serve una commissione parlamentare d'inchiesta

Intervista a Lino Jannuzzi di Lucia Bigozzi

MASSIMO CIANCIMINO
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"Con gli Spatuzza e i Ciancimino siamo al tramonto, se non alla fine del pentitismo". Nel giorno in cui il figlio di don Vito ai giudici dice che "Forza Italia è il frutto della trattativa tra boss e Stato", Lino Jannuzzi non ha dubbi. Da giornalista prima e da parlamentare poi, si è occupato a lungo di criminalità organizzata, di mafia e camorra, di pentiti veri e falsi: da Buscetta a Contorno per arrivare a Spatuzza e Ciancimino jr. Ed è proprio sulla gestione dei collaboratori di giustizia che segnala le anomalie di un impianto che "così com'è oggi, non funziona più", rilanciando la proposta che sette anni fa presentò in Senato: una commissione parlamentare d'inchiesta per fare luce su storture ed eventuali responsabilità, dei pentiti certo, ma anche dei pm.
Jannuzzi, oltre al famoso "papello", Ciancimino jr adesso riconduce la nascita di Forza Italia ad un patto tra boss mafiosi e Stato. Che sta succedendo secondo lei?
Siamo ormai al tramonto se non alla fine del pentitismo. L'abrnormità delle dichiarazioni del figlio di Ciancimino che da un anno dice balle si commentano da sole, ma aggiungo che stavolta certi pm hanno esagerato.
Cosa intende?   
Mi domando come si possa dar credito a un personaggio che attribuisce le cose che dice al padre che è morto otto anni fa. E' come se facesse parlare un morto. E come si fanno i riscontri? E' impossibile. Bisognerebbe fare una seduta spiritica e la cosa francamente fa un po' sorridere. Aggiungo che durante la gestione Caselli, nel periodo d'oro dei pentiti, la procura di Palermo aveva raccolto un archivio denominato "Sistemi criminali" e dentro c'erano i teoremi sulla mafia, sulla massoneria, sull'assassinio di Moro. Quando al posto di Caselli andò Piero Grasso, lui li mandò al macero.
Quindi qual è, se c'è, il nesso?
Dopo che Grasso è diventato procuratore nazionale antimafia, certi pm hanno ripreso in mano quell'archivio. Da un anno Ciancimino prima nei verbali di interrogatorio, poi parlando con i giornalisti, poi andando da Santoro ad Annozero, recita le carte di quell'archivio. Tutta roba nota, che però Grasso aveva gettato al macero.
Sta dicendo che c'è una strategia politica di alcuni magistrati nella gestione dei pentiti?
Siamo in una fase di transizione, delicata sul piano politico.  C'è il processo breve, il legittimo impedimento, si parla di reintrodurre l'immunità parlamentare. La maggioranza ha in un certo senso preso le distanze dal ddl Valentino sull'uso delle dichiarazioni dei pentiti di mafia per non mettere troppa carne al fuoco anche se io quel provvedimento lo condivido. Ma di fronte alle dichiarazioni di Ciancimino è evidente che si è arrivati all'ultimo stadio.
Si spieghi meglio.
Con simili dichiarazioni non si vuole colpire più o solo questo o quel Berlusconi, bensì mettere sotto processo un partito. I pm che dopo un anno hanno portato Ciancimino a questo stadio, di fatto è come se volessero processare Forza Italia che stando alle deposizioni di quello che non si sa se è un testimone dell'accusa o un testimone di mafia visto che non ha lo status di pentito, è stato Provenzano e Cosa nostra a fondare e non Dell'Utri per conto di Berlusconi. Siamo veramente all'assurdo. E il paradosso è che tutto ciò accade nel momento in cui il governo, lo Stato sta sferrando un colpo durissimo alla criminalità organizzata: i boss sono tutti in carcere e gli arresti eccellenti di latitanti completano il quadro insieme alla confisca e al sequesto dei beni della mafia. Insomma adesso c'è un salto di qualità.
Quale?
Finora si era sempre parlato di rapporto tra mafia e politica, con la mafia che sale sul carro del vincitore, prima con la Dc poi secondo le tesi di questi pseudo pentiti con Berlusconi. Ora, invece, si arriva a sostenere che è addirittura un capomafia, Provenzano, che ha fondato Forza Italia. Una cosa che non sta né in cielo né in terra. Nessun corrispondente di un quotidiano straniero potrebbe raccontare come credibile una cosa così. Non sarebbe mai accaduta ai tempi di Buscetta.
Esistono differenze tra quei pentiti e quelli di oggi?
Se Buscetta avesse raccontato a Giovanni Falcone le balle che da un anno va raccontando Massimo Ciancimino ai pm di alcune procure, molto probabilmente sarebbe successo ciò che accadde con un falso pentito, tale Giuseppe Pellegriti. Costui gli raccontò che il mandante dell'assassino del presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella era stato Salvo Lima, referente della corrente di Andreotti in Sicilia e all'epoca presidente del Consiglio, Falcone arrestò e incriminò Pellegriti per calunnia. Buscetta fu interrogato per tre mesi da Falcone e per tre mesi non uscì una parola da quegli interrogatori. Per sapere ciò che Buscetta aveva detto, fu necessario attendere le centinaia di mandati di cattura con cui Falcone avviò il maxi processo. Credo che se oggi Falcone si fosse trovato davanti Massimo Ciancimino, avrebbe fatto come con Pellegriti. Quando parlava Buscetta diceva questa cosa me l'ha detta Badalamenti e i pm di allora andavano in America a interrogare in carcere Badalamenti e verificare.
E adesso?
Ora Ciancimino presenta fotocopie di documenti, lettere in cui una parte è tagliata. Perché questo? E' ben strano, forse perché la parte mancante smentiva l'interpretazione della parte che è stata consegnata? E' questo il pizzino? Sono questi i riscontri? Tutto ciò per dire che ai tempi in cui la gestione dei pentiti funzionava, c'erano altri pentiti, i Buscetta appunto, i Contorno e altri magistrati come Falcone e Borsellino. Penso che a questo punto serva una commissione d'inchiesta sulla gestione dei pentiti.
Lei l'ha già proposta quando era senatore.
Sì, sette anni fa e su quel testo raccolsi 115 firme di senatori tra i quali anche quelli del centrosinistra allora all'opposizione, ma poi non se ne fece nulla. Ora vedo che si torna a parlarne e mi fa piacere, per iniziativa di Compagna e la Chiaromonte e tra le prime firme c'è anche quella di Francesco Cossiga.
Con quale obiettivo?
Un'inchiesta parlamentare che verifichi come sono stati gestiti i pentiti in questi quindici anni e sulle responsabilità che a mio parere hanno alcuni magistrati. Una commissione d’inchiesta come preludio a una legge che se non proprio abolisce il pentitismo, mette paletti seri. Comunque sia, quell’epoca è al tramonto.
Alternative?
O si torna ai vecchi sistemi di inchiesta, verifica e accertamento delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, specie adesso che si sono strumenti che un tempo non c’erano quali le intercettazioni, le nuove tecnologie e si combatte la criminalità, oppure se si continua a sperare in questi pseudo pentiti, lo strumento ha già perso la sua efficacia.
Secondo lei in che modo si dovrebbe rilanciare l'istituto dei pentiti?
E' molto difficile trovare un minimo di credito a qualcosa che con gli anni è andata perdendo la sua efficacia. Penso che sulla scena debbano ricomparire magistrati come Falone e Borsellino e pentiti come Buscetta.
La maggioranza stigmatizza le dichiarazioni di Ciancimino e parla di tentativo di delegittimare il governo alla vigilia delle elezioni, il Pd non si sbilancia mentre Di Pietro si scaglia contro quello che definisce un governo "paramafioso". Qual è il suo giudizio?
E' significativo che nessuno degli esponenti del Pd prenda posizione. Di Pietro invece, prima al congresso annuncia la svolta dicendo che adesso occorre lavorare ad un'alternativa democratica a Berlusconi e subito dopo rispolvera l'armamentario dell'antiberlusconismo, tentando di dar credito alle parole di Ciancimino. E' interessante notare le parole di Pino Arlacchi eurodeputato del suo stesso partito e tra i fondatori della Direzione investigativa antimafia, che a Di Pietro consiglia prudenza prendendo le distanze dall'affermazione di 'governo paramafioso'. Arlacchi sostiene infatti che Ciancimino, cito testualmente, 'ha una posizione interessata e ha una scarsa attendibilità, a tanti anni di distanza'. E' come se dicesse: caro Di Pietro stai alla larga da Ciancimino. Quello dell'attacco in campagna elettorale non è un argomento che mi appassiona. La verità è un'altra.
Cioè?
Da quando con Mani Pulite è crollata la prima Repubblica e sono sono stati spazzati via i partiti e con loro un'intera classe dirigente, in questi quindici anni, alcuni magistrati e molti esponenti della sinistra, non si aspettavano che al posto della Dc della prima Repubblica arrivasse Silvio Berlusconi e che oltretutto continuasse a dominare la scena politica per tutto questo tempo avendo dalla sua parte un consistente consenso popolare.

Sunday, January 24

PALERMO: Una «scorta civica».Magistrati minacciati dalla mafia.

È l'iniziativa che si è concretizzata ieri con una manifestazione in piazza Falcone-Borsellino, proprio davanti al palazzo di giustizia di Caltanissetta. Un'iniziativa, nata con un passaparola anche in rete, cui ha dato un contributo importante la Confìndustria: vi hanno partecipato centinaia di cittadini che hanno così dimostrato il concreto risveglio di questa città ormai simbolo della lotta alla mafia.

«La manifestazione - dice Antonello Montante, presidente di Confìndustria Caltanissetta e delegato del presidente nazionale Emma Marcegaglia alla legalità - è stata una dimostrazione concreta di sostegno al lavoro della magistratura. E dimostra che la lotta alla mafia non ha alcun colore politico. Deve essere chiaro a tutti che la scelta dell'antimafia, della legalità e del contestuale sviluppo civile è ormai irreversibile».

«Il fatto che la magistratura nissena riceva questo ampio consenso da parte della collettività costituisce un episodio unico nel suo genere» ha detto il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari,unodei bersagli degli attentati che stava organizzando Cosa nostra in Sicilia nei confronti di magistrati e politici.

Un altro bersaglio era un parente del giudice per le indagini preliminari Giovanbattista Tona che ha detto: «È una sensazione molto strana - ha sottolineato - perché per un verso sono emozionato e stupito da questa grande manifestazione.

Per l'altro verso, ripensando ai 14 anni di lavoro che ho fatto in questo territorio e in questa città, mi rendo conto che quello che oggi succede è l'espressione di una città che ha tante risorse». Ai due magistrati nisseni è stata anche consegnata l'agenda rossa di Paolo Borsellino, quasi a voler lanciare un messaggio alla Procura affinchè continui a indagare sulle stragi del '92. N.Am.

Wednesday, January 20

ARMANDO SPATARO: chiede una perizia su Berlusconi

Nel frattempo, il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, ha disposto una consulenza medico-legale per accertare la prognosi di Silvio Berlusconi dopo l'aggressione da parte di Massimo Tartaglia, l'uomo che ha ferito il premier al volto colpendolo con un souvenir lo scorso 13 dicembre in piazza Duomo dopo un comizio. La consulenza dovrà chiarire la durata della malattia e i tempi di guarigione del presidente del Consiglio oltre alla sussistenza di eventuali postumi permanenti per le ferite riportate al viso. Spataro, come ha pubblicato oggi «Il Fatto Quotidiano», ha incaricato due esperti medico-legali che dovranno visitare Berlusconi.

Friday, January 15

Mannino e l'accusa di mafia Assolto dopo diciassette anni

PALERMO - Per capire il calvario giudiziario di Calogero Mannino, assolto ieri in Cassazione dall’accusa di concorso esterno alla mafia dopo 19 anni di indagini e processi, basta ascoltare il suo primo commento: «Hanno portato via un pezzo della mia vita». Ma forse per mettere a fuoco lo psicodramma politico-giudiziario bisognerebbe ripartire da quei manifesti giganti che, per le elezioni del 1991, tappezzarono tutta la Sicilia con una sorta di sfida lanciata dalla grassa e inquinata Democrazia Cristiana alla mafia dei Corleonesi, di Riina e Provenzano, già latitanti da trent’anni. Perché su quei proclami voluti dall’ex ministro poi finito in cella si leggeva per la prima volta a caratteri cubitali «Contro la mafia, costi quel che costi».

Firmato Mannino, allora segretario regionale del partito, leader della sinistra interna, deciso a isolare «don» Vito Ciancimino, in buoni rapporti con Giovanni Falcone e, allora, appena salvato da Paolo Borsellino che aveva bloccato le insinuazioni di un pentito pilotato. Eppure, morti Falcone e Borsellino, due anni dopo le grandi stragi, nel febbraio ’94, a un anno dalla discussa cattura di Riina, fu notificato l’avviso di garanzia e nel febbraio ’95 maturò l’arresto di Mannino, triturato dal pool della Procura dove era arrivato un nuovo capo, Giancarlo Caselli, indifferente a quei manifesti che debbono essergli sembrati la prova del paradosso siciliano di chi dice una cosa per farne intendere un’altra.

Fatto sta che quel tentativo di sganciare almeno un pezzo della vecchia Dc dalle trame mafiose abortì con la stessa fine del partito e con il terremoto giudiziario di Mannino, additato come l’interlocutore diretto dello Stato con l’antistato. Per dirla con quello che Caselli, i sostituti Vittorio Teresi e Teresa Principato, indicarono come il «Buscetta della politica», tal Gioachino Pennino, un amico di Ciancimino, per dieci anni considerato un pentito attendibile, poi mollato, adesso ritenuto da tanti magistrati un bluff. Smentito via via perfino da altri boss come Leoluca Bagarella che definì Mannino «un carabiniere» e Giovanni Brusca, il pentito che rivelò il progetto di uccidere l’ex ministro «perché aveva avversato pubblicamente Cosa Nostra». Sono cadute una dopo l’altra le accuse, un processo dopo l’altro. I giudici di primo grado si convinsero dell’insussistenza delle prove. Di qui la prima assoluzione, dopo sei anni di dibattimento, nove mesi a Rebibbia, due anni ai domiciliari e un carcinoma. Fu immediato il ricorso al secondo grado chiesto e ottenuto dalla Procura. Lasciando sul banco d’accusa lo stesso pm frattanto nominato sostituto procuratore generale, Teresi. Un nuovo processo concluso nel 2004 con una condanna a 5 anni e 4 mesi. Cominciò allora il ping pong fra Palermo e Roma. Con la difesa che ricorse in Cassazione dove il procuratore generale chiese l’assoluzione dell’imputato.

La corte preferì ordinare un nuovo processo, ma esprimendo un giudizio severo per il lavoro compiuto in secondo grado. E i nuovi giudici d’appello a Palermo ne tennero conto. A fine 2008 la nuova assoluzione che demolì l’ipotesi di un presunto patto politico-elettorale con la mafia, ritenuto «evanescente, dunque insussistente». Poteva finire lì il «calvario», come lo chiama Mannino pensando alla moglie, Giusi Burgio, al figlio Toto, a tutti i familiari. E invece la procura generale ci provò di nuovo. «Prendendo una sberla dalla Cassazione», commentano euforici gli avvocati Salvo Riela e Grazia Volo. Perché la Suprema Corte ieri ha rigettato il ricorso ritenendolo «inammissibile». Molti sono convinti che quella Dc, anche la Dc di Mannino, deve avere avuto le sue colpe per i compromessi con la mafia. E continueranno le polemiche politiche, mentre esultano Casini, Buttiglione, Cesa, il suo «pupillo» Totò Cuffaro e non solo i leader dell’Udc, partito di cui Mannino è deputato a Montecitorio. Ma l’epilogo giudiziario evidenzia più di un paradosso. Perché Mannino era il nemico di Ciancimino. O meglio Ciancimino non lo tollerava, con lo stesso atteggiamento covato contro i big della sinistra Dc che lo avevano isolato sin dal 1983, al congresso di Agrigento. Ma paradossalmente da qualche tempo i pubblici accusatori di Palermo auspicavano una condanna definitiva di Mannino, mentre corre sulla strada accidentata di una ipotetica e complessa riabilitazione il rampollo di don Vito. È la partita aperta di una Palermo dove Mannino è il primo a non volere fare un uso strumentale del verdetto, pur convinto che «non c’è una giustizia da cambiare», ma «da cambiare sono le regole di funzionamento dell’accusa, questo è il vero problema».
Felice Cavallaro

Monday, January 11

SULMONA: il supercarcere strafatto.

È la rivolta, quella che oggi fa paura nel carcere di Sulmona dopo l'ultimo suicidio risalente a giovedì scorso. Quello che ormai da anni viene definito come il carcere dei suicidi è di fatto scoppiato. La situazione è pesante e la morte del ventottenne casertano Amato Tammaro ha finito per rendere ancora più complicato l'ambiente all'interno della struttura che certo non è delle migliori, non solo per i detenuti ma anche per quanti sono costretti a fare i conti con internati con gravi problemi psichici. 

Ne sono 300 attualmente e sembra proprio che nelle prossime settimane il numero sia destinato a crescere. Si parla di altri 150 internati provenienti dalle strutture penitenziarie di Napoli, su complessive 526 unità. Secondo il progetto iniziale il carcere di via Lamaccio dovrebbe contenere massimo 350 unità. A fronteggiare una situazione da "brivido" soltanto 350 agenti di Polizia Penitenziaria. In percentuale il carcere sulmonese ospita il 35% di detenuti in più rispetto agli standard. 

I detenuti non molleranno, anche se, attualmente la situazione appare più tranquilla, dopo due giorni di proteste e di sciopero della fame. Le voci, di internati che sono pronti a "denunciare" una situazione che non può più essere tollerata (in nove metri quadrati di stanza tré detenuti), si susseguono di giorno in giorno. A pesare su una situazione già "calda", l'indifferenza di chi, da oltre un anno, conosce le problematiche della struttura carceraria del Centro Abruzzo, quella che oggi appare più a rischio delle altre. Gravi problemi però devono essere affrontati anche per la carenza di personale.

Diversi gli agenti che in questi mesi sono stati aggrediti, l'ultimo sabato pomeriggio, e costretti a ricorrere alle cure mediche in ospedale. Gli stessi agenti che nella maggior parte dei casi vengono assaliti anche da forti crisi di ansia. Una malattia che non perdona e che non permette di poter ritornare a lavorare, creando così ulteriori problemi all'intero apparato. Il direttore del carcere, Sergio Romice, che in questi giorni ha preferito non rilasciare dichiarazioni, ha provato nella giornata di sabato ad incontrare i detenuti cercando di rassicurarli ma certo questo non è sufficiente a risolvere la "drammaticità" della penitenziario. 

E' facile oggi dire da più parti: «chiudiamo il supercarcere di Sulmona». Ma le cose non stanno proprio cosi e la situazione non è facile da gestire. Nella struttura lavorano circa trecento persone con famiglie a carico. E chi, in un territorio come la Valle Peligna, attanagliato da una crisi occupazionale di oltre il 30% si assumerebbe una responsabilità così grande? 

Forse nessuno o forse qualcuno. Ma l'apatia di questo anno è sintomatica anche perché si era detto più volte ed invece la situazione, già precaria, non è affatto cambiata ma anzi è decisamente peggiorata. Con un intervento immediato e studiato magari proprio quest'ultimo suicidio poteva essere evitato. I sindacati e i poliziotti penitenziari sono esasperati dopo che l'assordante silenzio ha scavalcato anche la voglia di continuare a lottare per un sacrosanto diritto, quello alla salute. B.D.M.