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Tuesday, May 28

NUOVA PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE: "ELEZIONI"

Riporto che: "sta nascendo un fronte disponibile a scommettere sulla riforma del sistema elettorale sul modello francese, che significa elezione diretta del presidente della repubblica con un sistema a doppio turno. Di questo modello, è noto, se ne parla ormai dal 1997, dai tempi della Bicamerale, e nonostante negli ultimi tempi sia stato il PdL il maggiore sponsor della riforma in realtà è stato il PdL, ai tempi della Bicamerale, a far saltare l'accordo e a dire no al sistema elettorale francese. Nei prossimi giorni PD, PdL e Scelta Civica, i tre azionisti di governo, torneranno a parlare di legge elettorale. Ci saranno molte proposte e ci sarà anche questa, che come detto è sponsorizzata da tutte la anime del PD."  Qui in basso il testo:

NUOVA PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE

Art. 1.
      1. All'articolo 64 della Costituzione sono aggiunti, in fine, i seguenti, commi: «Il candidato alla Presidenza della Repubblica risultato non eletto che ha ottenuto il maggior numero di voti o che ha partecipato al ballottaggio è membro di diritto della Camera dei deputati per tutta la durata della legislatura in corso al momento dell'elezione. I regolamenti delle Camere definiscono lo statuto dell'opposizione con particolare riferimento all'esercizio delle funzioni di controllo e di garanzia».

Art. 2.
      1. L'articolo 83 della Costituzione è sostituito dal seguente: «Art. 83. – Il Presidente della Repubblica è eletto a suffragio universale e diretto a maggioranza assoluta dei votanti. Qualora nessun candidato abbia conseguito la maggioranza, il quattordicesimo giorno successivo si procede al ballottaggio tra i due candidati che hanno conseguito il maggior numero di voti».

Art. 3.
      1. Al primo comma dell'articolo 84 della Costituzione, le parole: «cinquanta anni» sono sostituite dalle seguenti: «trentacinque anni».

Art. 4.
      1. L'articolo 85 della Costituzione è sostituito dal seguente:
 «Art. 85. – Il Presidente della Repubblica è eletto per cinque anni. Può essere rieletto una sola volta. Novanta giorni prima che scada il mandato del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati indìce l'elezione, che deve aver luogo tra il quarantesimo e il ventesimo giorno precedente la scadenza. Qualora gli ultimi tre mesi del mandato presidenziale coincidano, in tutto o in parte, con gli ultimi tre mesi della legislatura, i poteri del Parlamento sono prorogati e il Presidente della Camera dei deputati indìce, nei cinque giorni successivi a quello del giuramento, le nuove elezioni, che devono aver luogo tra il sessantesimo e il settantesimo giorno successivo. Le candidature sono presentate da un decimo dei parlamentari, da trecentomila elettori, da un decimo dei consiglieri regionali di almeno un sesto delle regioni ovvero da un numero di sindaci o di presidenti di Regioni o delle Province autonome di Trento e di Bolzano che corrisponde almeno a un quindicesimo della popolazione secondo le modalità stabilite dalla legge. La legge disciplina la procedura per la sostituzione e per l'eventuale rinvio della data dell'elezione in caso di morte o di impedimento permanente di uno dei candidati. Il Presidente della Repubblica eletto assume le funzioni l'ultimo giorno del mandato del Presidente uscente o il giorno successivo alla proclamazione in caso di morte, dimissioni o impedimento permanente del Presidente in carica. Il procedimento elettorale, la disciplina concernente i finanziamenti e le spese per la campagna elettorale nonché la partecipazione alle trasmissioni radiotelevisive al fine di assicurare la parità di condizioni tra i candidati e le altre modalità di applicazione del presente articolo sono regolati dalla legge. La legge prevede, altresì, disposizioni idonee a evitare conflitti tra gli interessi privati del Presidente della Repubblica e gli interessi pubblici».

Art. 5.
      1. Il secondo comma dell'articolo 86 della Costituzione è sostituito dal seguente: «In caso di impedimento permanente o di morte o di dimissioni del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati indìce l'elezione del nuovo Presidente della Repubblica entro tre giorni. L'elezione deve aver luogo tra il sessantesimo e l'ottantesimo giorno successivo al verificarsi dell'evento o della dichiarazione di impedimento deliberata dalla Corte costituzionale».

Art. 6.
      1. All'articolo 87 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
          a) al primo comma sono aggiunti, in fine, i seguenti periodi: «Vigila sul funzionamento regolare dei pubblici poteri e assicura che l'indirizzo politico della Repubblica si svolga in conformità con la sovranità popolare, nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione. A tale scopo rivolge, nel mese di gennaio di ogni anno, un discorso al Parlamento riunito in seduta comune sullo stato della Repubblica»;
          b) il decimo comma è abrogato.

Art. 7.
      1. L'articolo 88 della Costituzione è sostituito dal seguente:«Art. 88. – Il Presidente della Repubblica può, sentito il Primo Ministro, sciogliere le Camere o anche una sola di esse. La facoltà di cui al primo comma non può essere esercitata durante i dodici mesi successivi alle elezioni delle Camere».

Art. 8.
      1. L'articolo 89 della Costituzione è sostituito dal seguente: «Art. 89. – Gli atti del Presidente della Repubblica adottati su proposta del Primo Ministro o dei Ministri sono controfirmati dal proponente, che ne assume la responsabilità. Non sono sottoposti a controfirma la nomina e la revoca del Primo Ministro, l'indizione delle elezioni delle Camere e lo scioglimento delle stesse, l'indizione dei referendum nei casi previsti dalla Costituzione, il rinvio e la promulgazione delle leggi, l'invio dei messaggi alle Camere, le nomine che sono attribuite al Presidente della Repubblica dalla Costituzione e quelle per le quali la legge non prevede la proposta del Governo».

Art. 9.
      1. L'articolo 92 della Costituzione è sostituito dal seguente: «Art. 92. – Il Governo della Repubblica è composto dal Primo Ministro e dai Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Il Presidente della Repubblica nomina e revoca il Primo Ministro e, su proposta di questo, nomina e revoca i Ministri. Qualora entro cinque giorni dalla revoca del Primo Ministro il Parlamento confermi la fiducia allo stesso, il Presidente della Repubblica decade e il Parlamento è sciolto. In tal caso si applica il terzo comma dell'articolo 85. Il Presidente della Repubblica presiede il Consiglio dei ministri».
      2. Agli articoli 93, 95, primo comma, e 96 della Costituzione, le parole: «Presidente del Consiglio dei ministri» sono sostituite dalle seguenti: «Primo Ministro».

Art. 10.
      1. All'articolo 104 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) il secondo comma è sostituito dal seguente: «Il Consiglio superiore della magistratura elegge il presidente tra i componenti designati dal Paramento»;
          b) il quinto comma è abrogato.

Art. 11.
      1. La prima elezione del Presidente della Repubblica a suffragio universale e diretto ha luogo entro settanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale. Entro dieci giorni da tale data il Presidente della Camera dei deputati procede alla convocazione dei comizi elettorali. 
     2. Il Parlamento in carica alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale è comunque sciolto di diritto il giorno dell'elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Qualora sia già sciolto, la procedura elettorale è interrotta. 
      3. Le successive elezioni per la Camera dei deputati e per il Senato della Repubblica sono indette dal Presidente della Repubblica entro cinque giorni dal suo giuramento e devono aver luogo entro settanta giorni.

Friday, May 17

TE LO DO' IO IL MPS

A ricordare il peso dell'influenza dell'Opus Dei nelle scelte che riguardano l'attività e gli assetti del MPS era stato tra gli altri il tesoriere del PD Ugo Sposetti, intervistato da Repubblica. Alla domanda "a Siena c'è la massoneria?", Sposetti nel difendere la correttezza e l'estraneità dei democratici, risponde infatti lapidario: "Non solo, c'è pure l'Opus Dei".

Come spiega lo stesso Wall Street Journal la Banca d'Italia concesse a MPS il prestito nell'ottobre del 2011 perché "la banca stava ormai esaurendo tutta la liquidità e non aveva più gli strumenti per continuare a chiedere fondi alla Banca Centrale Europea". Tuttavia "per timori che si potesse creare panico sui mercati né MPS né la Banca d’Italia resero pubblico quel prestito". Secondo la normativa vigente infatti non vi è l’obbligo di comunicare tali operazioni, previste per tutte le banche dell’Euro-sistema, al mercato. 

In una "conference-call" con analisti ed investitori, subito dopo aver ricevuto il prestito, i dirigenti di MPS affermavano che la posizione finanziaria della banca era solida e che le necessità di raccolta per il 2012 erano state coperte. Da Francoforte, però, il presidente della BCE Mario Draghi ha difeso l'Istituto di via Nazionale spiegando che c'è "un rapporto dettagliato" che dimostra come sia stato fatto tutto quello che si doveva e si sia agito velocemente.

Secondo l'ex numero uno Mario Draghi, anche il Fondo Monetario Internazionale avrebbe riconosciuto l’azione corretta della Banca d’Italia. "Spetterà ora alla banca senese portare avanti il programma di ristrutturazione ritornando in salute e in grado di generare profitti", ha aggiunto Draghi ricordando di aver firmato "entrambe le ispezioni su MPS" quando era presidente di Bankitalia, organismo che "non ha poteri di intervento politico o giudiziari". 

Ogni giorno emergono nuovi particolari ad allargare lo scandalo che sta travolgendo il MPS. 

In giornate particolarmente concitate per la vicenda MPS, cominciarono a filtrare alcune notizie in ordine ai reati contestati a carico dei vertici dell’istituto di credito. Le vicende sotto esame sono l’acquisizione di Antonveneta, l’“affaire Lutfin” e le operazioni in derivati denominate “Alexandria” e “Santorini”. Relativamente ad Antonveneta, sono stati ipotizzati i reati di aggiotaggio, manipolazione di mercato ed ostacolo all’attività di vigilanza.

L’aggiotaggio è attualmente disciplinato dall’art. 2637 c.c. mentre la manipolazione del mercato è un reato previsto dall’art. 185 del D. Lgs. n. 58/1998 (Testo Unico delle disposizioni in materia finanziaria). La disposizione contenuta nel codice civile, nella formulazione novellata dalla L. n. 62/2005, sanziona con la reclusione da uno a cinque anni chiunque diffonda notizie false, ovvero ponga in essere operazioni simulate o altri artifici concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari non quotati o per i quali non è stata presentata una richiesta di ammissione alle negoziazioni in un mercato regolamentato, ovvero ad incidere in modo significativo sull’affidamento che il pubblico ripone nella stabilità patrimoniale di banche o di gruppi bancari (c.d. aggiotaggio bancario). 

L’art. 185 TUF contempla un fatto tipico pressoché analogo, ma una pena molto più severa (da due a dodici anni di reclusione e da 20 mila euro a cinque milioni di euro di multa) nel caso in cui l’oggetto materiale della condotta siano strumenti finanziari quotati. La norma prevede poi un’aggravante speciale che permette al giudice di aumentare la multa fino al triplo o fino a dieci volte il valore del prodotto o del profitto conseguito dal reato quando, per la rilevante offensività del fatto o per le qualità personali del colpevole, essa appaia inadeguata anche se applicata nel massimo.

Tali illeciti sono stati contestati anche nel caso Parmalat (v. Corte d’Appello di Milano, sent. n. 1728/2010 del 26 maggio 2010 - 14 luglio 2010) e nelle vicende giudiziarie che sono seguite alle scalate ad Antonveneta e BNL tentate nel 2005 rispettivamente dalla Banca Popolare di Lodi (v. Corte d’Appello di Milano, sent. n. 227/2012 del 13 marzo 2012 - 11 giugno 2012) e da Unipol (v. Cass. pen., Sez. V, sent. n. 49362/2012 del 7 dicembre 2012 - 19 dicembre 2012). La giurisprudenza recente ha quindi avuto modo di interrogarsi sulla struttura delle due fattispecie, sul momento consumativo del reato, sulla competenza territoriale nonché sulla responsabilità degli enti, considerato che i reati di aggiotaggio e manipolazione del mercato sono contemplati dagli artt. 25 ter, comma 1, lett. r) e 25 sexies, comma 1 del D. Lgs. n. 231/2001 e che una speciale forma di responsabilità sussidiaria dell’ente è prevista anche dall’art. 187 quinquies del TUF.

Con riguardo alla “questione Lutfin”, si tratta di una società svizzera che sarebbe stata utilizzata quale veicolo per effettuare pagamenti riservati nei confronti di alti dirigenti del MPS in cambio dell’acquisto di un pacchetto titoli all’interno dei quali ve ne erano alcuni (cosiddetti derivati) che presentavano forti perdite per Dresdner Bank. In sostanza MPS avrebbe acquistato da Dresdner Bank titoli in sofferenza e le avrebbe poi rivenduto titoli “in salute”. In questo modo Dresdner Bank avrebbe neutralizzato le perdite, mentre MPS se ne sarebbe fatta carico. 

In tesi d’accusa i promotori dell’operazione sarebbero stati i veri beneficiari del compenso corrisposto da MPS a Lutfin (600 mila euro) a titolo di provvigioni. La vicenda ha acquistato immediata notorietà in ragione della pubblicazione, ad opera di alcuni siti, di una nota della Guardia di Finanza – Nucleo di Polizia Tributaria di Milano, relativa ad un altro filone d’indagine già in fase avanzata. In relazione a tale “affare” non è dato sapere quali siano i reati ipotizzati. Tale condotta pare comunque riconducibile, tra l’altro, all’art. 2635 c.c., recentemente novellato dalla L. n. 190/2012 in materia di corruzione, che ne ha anche modificato la rubrica da “Infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità” a “Corruzione tra privati”.

Relativamente ai derivati, infine, è emerso che non sarebbero state iscritte a bilancio perdite potenziali per 500 milioni di euro. Il che potrebbe configurare il reato di false comunicazioni sociali. Tuttavia, come noto, la repressione di tale illecito societario è ostacolata dalla formulazione delle due norme che lo prevedono. L’art. 2621 del codice civile, infatti, contempla un reato di condotta perseguibile d’ufficio, ma fa «salvo quanto previsto dall’articolo 2622». Tale seconda disposizione sanziona le false comunicazioni sociali in danno della società, dei soci o dei creditori, ma subordina la punibilità alla presentazione della querela di parte. 

Cosicché se – come pare essere nel caso di MPS – l’“esposizione di fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni”, ovvero l’“omissione di informazioni la cui comunicazione sia imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene” sia tale da “cagionare un danno patrimoniale alla società, ai soci o ai creditori”, il reato sarà punibile solo nel caso in cui sia presentata apposita querela di parte.

A contorno di tutta questa complessa vicenda, è stato ipotizzato il reato di ostacolo alle attività di vigilanza (nella fattispecie: Bankitalia e Consob), anche questo previsto sia dall’art. 2638 del codice civile che, in forma sussidiaria, dall’art. 170 bis del D. Lgs. n. 58/1998. Tali disposizioni, poste a tutela della c.d. trasparenza societaria esterna, sanzionano coloro i quali, nelle comunicazioni alle autorità pubbliche di vigilanza, espongono fatti materiali non rispondenti al vero sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria dell’ente ovvero occultano con altri mezzi fraudolenti fatti che avrebbero dovuto comunicare. 

La problematicità di tale fattispecie è essenzialmente legata alla carenza di offensività della previsione di cui al secondo comma dell’art. 2638 c.c., in virtù del quale rispondono del medesimo reato coloro che, “in qualsiasi forma” consapevolmente ostacolano le attività pubbliche di vigilanza.

Fino a questo momento, invece, non si ha notizia di indagini a carico delle società di revisione, anche se è legittimo attendersi un loro coinvolgimento diretto (i reati dei revisori sono oggi previsti agli artt. 27 e segg. del D. Lgs. n. 39/2010) o quanto meno concorsuale (sindaci e revisori possono, infatti, essere chiamati a rispondere del mancato impedimento dei reati da parte degli amministratori ai sensi dell’art. 40, comma 2 del codice penale).

Ecco le tre domande che andrebbero poste, unicamente, all’on. Silvio Berlusconi, presidente del PdL.

1) “ Ci risulta, come confermato dagli atti ufficiali, che la Goldman Sachs affidò all'on. Gianni Letta, ai tempi deputato eletto nelle sue liste, la mansione di gestire, sovrintendere e chiudere la compravendita tra MPS e Banca Antonveneta. Come mai, non essendo l’on. Gianni Letta né un esperto di sistemi bancari, né un esperto in tecnica bancaria, né un banchiere, né ufficialmente parte in causa, è stato scelto per tale delicato lavoro che presuppone una corposa e specifica competenza tecnica?”
2) “ Ci risulta, come provato da atti ufficiali, che, strada facendo, sia stata accorpata anche la società J. P. Morgan, attraverso, pare, la partecipazione attiva e personale del direttore responsabile marketing per le operazioni europee: Giovanni Monti (39 anni, figlio del premier Mario Monti). Come mai? Perché sarebbero state scelte queste due società straniere essendo l’Italia piena di eccellenti società di intermediazione finanziaria ad alti livelli sia di merito che di competenza tecnica garantita?”
3) “ Come mai, essendo il MPS una banca di interesse nazionale, considerata “strategica” all’interno del mondo finanziario-economico italiano, l’on. Gianni Letta, venendo meno ai suoi obblighi di Legge, non ha riferito, punto per punto, l’intero percorso operativo al presidente della CONSOB, all'ABI a Bankitalia e al Ministero del Tesoro?”.

Non posso fare a meno di ricordare quel 26 gennaio u.s. quando un "carneade" sbraitò, con la bava alla bocca: "se c’è qualcuno che osa sostenere che il PD c’entra in un qualunque modo in questa vicenda, ebbene, noi lo sbraniamo vivo” . Si è preferito -tra di loro, alla fine di una miservole e lunga sceneggiata- fare un "governicchio d'insabbiamento artigianale". In breve, la vicenda MPS, come altri "scandali" di questi ultimi anni, appare di particolare interesse per i profili inerenti il diritto penale economico e merita, quindi, di essere perseguita con estrema attenzione, onestà, imparzialità e, sopratutto, molto coraggio da parte di una vera magistratura.

Thursday, July 5

I MARO'? Me ne lavo la mani....

"Sono un militare italiano soggetto all'esclusiva giurisdizione nazionale in virtù del principio d'immunità delle forze militari in transito. Considero illegale questo tentativo di sottrarmi con la forza alla giurisdizione italiana».

Sono queste le parole pronunciate il 19 febbraio u.s. da Massimiliano Latorre, in attesa di processo in India, quando viene arrestato dalla polizia del Kerala. Una specie di dichiarazione da prigioniero di «guerra» riportata sul giornale di bordo dell'Enrica Lexie, la nave italiana che i marò difendevano dai bucanieri.

Latorre e Salvatore Girone sono ancora in India accusati di aver ucciso due pescatori scambiandoli per pirati. Quando vengono fatti sbarcare è presente una corposa delegazione italiana, che non riesce ad evitare il peggio: Gianpaolo Cutillo, Console generale a Mumbai, gli ammiragli Franco Favre, addetto militare all'ambasciata italiana a New Delhi e Alessandro Pirosi, capo del Terzo reparto pianificazione della Marina.

Poi ci sono altri due ufficiali inferiori, Marco Maltesi e Francesco Marino oltre al consigliere legale Jean Paul Pierini. Dopo l'arresto dei due marò inizia il calvario della Lexie, del suo equipaggio composto da 19 indiani e 5 italiani, oltre ai 4 fucilieri del San Marco superstiti del nucleo di protezione anti pirateria.

Mario Massimino: «Siamo stati abbandonati dallo Stato italiano - denuncia il direttore di macchine della Lexie-,  si rischiava di rimanere in India fino a luglio. E lo stesso è accaduto ai quattro fucilieri rimasti a bordo. Anche se ogni due giorni li chiamavano dalla Marina, erano scoraggiati». Massimino non ha peli sulla lingua e ricorda come "l'Ambasciatore italiano non si sia mai fatto sentire". E poco via per i ministri che sono venuti in visita.  

Quando è arrivato Terzi, quello degli Esteri, non ha neppure fatto una telefonata a bordo. 

II direttore di macchine ricorderà «sempre i Marò con affetto. Non solo: proprio nei momenti difficili hanno saputo dimostrare la loro grande professionalità. E sia chiaro che Girone e Latorre hanno "sparato solo in acqua".

Un documento di tre pagine con la data del primo maggio riassume le concitate telefonate nelle ore precedenti fra l'armatore, Luigi D'Amato ed il capo di stato maggiore della Marina, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli. E dimostra quanto sia stata confusa la linea italiana nel momento cruciale della liberazione della nave. 

«Alle 13.30 ho ricevuto una telefonata dall'ammiraglio Binelli che lamentava una ventilata nostra ipotesi di far sbarcare i 4 NMP  - scrive l'armatore - (...) Ho fatto presente che se avessimo avuto questa intenzione lo avremmo fatto fin dall'inizio, ma l'idea (...) non era mai stata presa in considerazione».

La nave resta bloccata fino a quando il governo italiano non firma «una lettera d'impegno per far tornare i 4 NMP in India qualora si fosse ravvisatala necessità processuale per una loro testimonianza». L'ammiraglio Binelli si mobilita e alle 13.40 richiama l'armatore «per confermarmi formalmente che il governo italiano, tramite i ministri interessati, aveva ordinato all'Ambasciatore di firmare tale lettera d'impegno».


Ed invece salta tutto. «Alle 15,30 ho richiamato l'Ammiraglio Binelli, il quale mi ha confermato che quanto detto precedentemente (...) non aveva più alcuna validità» si legge nel documento. A questo punto l'Ammiraglio Binelli mi ha testualmente detto: "che si era chiamato fuori e se ne voleva lavare la mani", scrive l'armatore. 

Sul piatto c'è il destino della nave con 28 uomini a bordo. Alla fine l'ammiraglio Favre, addetto militare dell'ambasciata italiana, spiega che secondo il legale indiano «firmando quella lettera si correva il fortissimo rischio che venissero arrestati i 4 NMP ».

Secondo la società armatrice, invece, «era vero l'esatto contrario, per cui con la firma dell' impegno la nave sarebbe immediatamente partita con i NMP». 

Il sospetto è che si tenga legata la liberazione della nave alla soluzione del caso dei 2 NMP imprigionati (Latorre e Girone ndr) (...) che fanno clamore sui media (...) -si legge nel documento - .

Tale strategia (...) si è rivelata totalmente sbagliata e perdente». Il giorno dopo, il 2 maggio, la Corte suprema di Delhi concede la luce verde alla partenza della nave, a patto che ci sia la lettera d'impegno per i Marò rimasti a bordo ed il governo italiano finalmente la firma.

I familiari di Latorre e Girone stanno tornando in India per incontrare i loro cari, come avevano fatto in aprile. Questa volta i due Marò sono liberi su cauzione e non dietro le sbarre, ma il 10 luglio li attende la nuova udienza di un processo per omicidio tutto in salita.

Saturday, June 30

Italy’s Prime Minister Nudges German Chancellor Toward Growth

At the summit meeting of European Union leaders in Brussels early Friday morning, Germany’s leader, Angela Merkel, found herself facing a tenacious opponent, one who in the course of an exhausting night of bargaining finally forced the Iron Chancellor to blink. Even more surprising than that was the identity of her antagonist: Mario Monti, the soft-spoken technocratic prime minister of Italy whom Ms. Merkel had helped to install in office.
 
President François Hollande of France, Germany’s traditional diplomatic partner, came to power in May promising to redirect Europe’s priorities from Ms. Merkel’s campaign of austerity to growth. But it is Mr. Monti who has emerged as the uncontested leader of the “pro-growth” forces, and who persuaded Ms. Merkel to take perhaps one of the largest steps toward European integration since the euro crisis began.

The Italian leader came to Brussels with a simple plan based on the knowledge that Europe’s leaders could ill afford to come away from the summit meeting empty-handed. Italy and Spain, as he eventually made clear to Ms. Merkel, would block all agreements — including a growth pact that they fully supported — until European leaders agreed to allow Europe’s new bailout funds to directly recapitalize ailing banks, rather than going through the governments. 

“It became increasingly clear that the turbulent situation within the euro zone was not only disturbing in itself but was seen by public opinion and seen by the markets as perhaps the main hindrance to growth,” Mr. Monti said in a telephone interview on Friday. “I thought it was a bit unrealistic to launch a big package on growth, which we wholeheartedly supported, while not sending out to the markets a clear signal of financial stabilization.” 
 
A canny tactician, Mr. Monti also enjoys strong support from President Obama, who has expressed concerns that the euro crisis would lead to a recession in Europe that could drag the United States down with it. Mr. Monti did not turn on Ms. Merkel, who respects the economist-turned-politician. Indeed, they stayed in close contact throughout the night of grueling negotiations.
As Ms. Merkel’s most trusted — perhaps only — ally in southern Europe, his pushback is measured, respectful and built on a strong shared belief with her that the 17 nations that use the euro should eventually relinquish some sovereignty to Brussels in exchange for greater protections for the euro.
But with Italy’s borrowing rates back above 6 percent — near the levels that helped to force the previous prime minister, Silvio Berlusconi, from power — Mr. Monti was under intense political pressure at home as the talks approached. 

Using the country’s greatest weakness — in this case, its huge debt and the threat it poses to the integrity of the euro zone — as its strength is a classic move of Italian diplomacy. Not only did it work, but Mr. Monti also helped put Italy back on the diplomatic map. 

“He has strengthened not only his own position but Italy’s place in the European concert,” said Wichard Woyke, professor of European politics at the University of Münster. “At a time when the German-French axis is no longer functioning as it was, at a time when Ms. Merkel has lost support for her policy of uncompromising saving, the moment was opportune for Italy to return to its position and he took advantage.”
While emphasizing the collaborative process, Mr. Monti hailed the summit meeting as a success. “The construction of Europe is done of many successive achievements like this one,” he said. 

Mr. Monti and Mr. Obama have spoken multiple times in recent weeks. “Since my first meeting with the White House in February, his very deep and growing interest in European and euro zone matters in a sense made the two of us rather regular interlocutors,” Mr. Monti said. 

The president and Mr. Monti have mutual aims. “His pursuit of a growth agenda as an integral part of euro zone reforms, together with fiscal rigor, is fully appreciated in Washington,” the United States ambassador to Italy, David Thorne, said of Mr. Monti. “Ultimately, a strong and economically vibrant Europe is good for the United States as well.” 

Mr. Monti said he wanted to convey “this sense of deeply cooperative dialogue with Germany, with Merkel, and not to encourage this football-like attitude.” On Friday, the Italian news media were filled with images comparing Mr. Monti to Mario Balotelli, the soccer player who scored two goals for a 2-1 victory over Germany in the semifinals of the European championship on Thursday. 

It is not surprising that Ms. Merkel should have developed a rapport with Mr. Monti. As a scientist, she respects his expertise, analysts said. During the summit meeting, “I definitely must have stepped off to the side with Mario Monti around 10 times,” Ms. Merkel said Friday. “We were constantly talking about specific formulations, and then also a little bit about football.” 

Ms. Merkel’s own economic adviser, Lars-Hendrik Röller, was once Mr. Monti’s chief economist when he was Europe’s competition commissioner, a post where he forged a reputation for steely determination. In 2001, Mr. Monti sank the ambitions of Jack Welch, then the chief executive of General Electric, by blocking a merger between G. E. and Honeywell International. Later, he slapped Microsoft with a $625 million antitrust fine. 

Analysts said that if Ms. Merkel was going to give ground to anyone in Europe, Mr. Monti was the most likely person. “When Monti asserts himself, Merkel loses less face,” said Günther Pallaver, a political scientist at the University of Innsbruck, “because as an economist his words have great weight.”
Still, the results of the summit meeting have not been well received in Germany. 

“He’s a big danger for her,” said Bert Van Roosebeke, of the Center for European Policy in Freiburg, Germany. “He’s respected in Germany, this professorial type of guy, and then this respected guy is openly criticizing Ms. Merkel’s policies in the euro crisis.” 

While Mr. Monti has grown stronger on the European stage, at home he has a tougher job. He is an agent of change beholden to a Parliament — and an entrenched culture of political patronage — heavily invested in the status quo. 

But analysts said Mr. Monti’s success in Brussels was bound to help him. “With this result behind him, it’s out of the question that the government will end before its mandate ends in April,” said Tito Boeri, an economics professor at Milan’s Bocconi University, referring to Italy’s next national elections, which are to be held in the spring. “He has helped Europe. Now let’s hope he has more time to contribute to Italy.” 


Rachel Donadio reported from Rome, and Nicholas Kulish from Berlin. James Kanter contributed reporting from Brussels.

Wednesday, June 27

IL MINISTRO DI PAOLA E' DESIDERATO IN INDIA.

Che ci fa un ammiraglio silente alla Difesa, se non libera i nostri Marò???

Nella bocca di un militare il silenzio è d'oro, ma in quella di un ministro della Difesa??? L'ammiraglio Giampaolo Di Paola assomma entrambe le funzioni in un'unica divisa, già di suo decoratissima - è Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di Merito della Repubblica italiana, Gran Croce con Spade dell'Ordine al Merito Melitense, Commendatore con placca dell'Ordine Equestre di San Gregorio Magno, Grand'Ufficiale dell'Ordine Equestre di Sant'Agata, Grand'Ufficiale dell'Ordine dell'Infante Dom Henrique, e molto altro....


Ora, siffatto blasone dovrebbe magnificamente incastonarsi nel servizio offerto a un governo tecnico deputato a salvare l'Italia. Ma purtroppo, dopo il giuramento, del ministro Di Paola si sono perse le tracce fin da subito. Avremmo voluto, anzi vorremmo ancora sentirlo tuonare contro la reclusione dei nostri due Marò nel carcere di uno staterello indiano devoto ai pirati, e invece nulla o quasi (ora sono in libertà su cauzione, non sarebbe così difficile un bel blitz per riportarceli a casa).


Ma il dossier giace abbandonato interamente nelle mani della nostra diplomazia. A che serve un ministro-militare, se non pure a difendere il rango (e la libertà!) dei nostri uomini d'arme? Non è tutto. Ci piacerebbe sapere che cosa pensa il ministro Di Paola delle missioni di pace e di guerra, dei nostri soldati uccisi e di quelli vivi. Ma - forse per distrazione nostra - non c'è mai arrivata l'eco di una sua conferenza stampa nitida e fragorosa, non abbiamo avvertito la grinta marziale di un ufficiale che afferra la sua materia per dominarla.


Foss'anche per dire la sua sulla dismissione delle caserme e sulla riqualificazione dei settori strategici della Difesa. Si sa che per lui l'organico attuale è smisurato, e che sono previsti tagli per circa 40-50 mila uomini e nel settore dei mezzi. E che il programma di acquisto dei 131 caccia F35 è stato rivisto. Sul piano dei conti della serva l'Esercito è ben avviato, dormiremo sereni. Ma il prestigio è un'altra cosa, chiedetelo a un qualsiasi Marò, anche se non è decorato da Cavaliere di Gran Croce.

Monday, June 25

Italia-Serbia: collaborazione scientifica

Le prospettive di rafforzamento della collaborazione scientifica e tecnologica tra Italia e Serbia sara' al centro di un convegno internazionale in programma il 25 e 26 giugno a Belgrado.

Organizzato dall'Ambasciata d'Italia in collaborazione con l'Universita' della capitale serba, il convegno vedra' la partecipazione di numerosi esponenti istituzionali e del mondo scientifico dei due Paesi. Interverranno tra gli altri il ministro dell'istruzione e della ricerca scientifica serbo Zarko Obradovic, l'Ambasciatore d'Italia in Serbia Armando Varricchio, il rettore dell'Universita' di Belgrado Branko Kovacevic, il presidente dell'Istituto nazionale di fisica nucleare Fernando Ferroni. Nei due giorni di lavori sono previste presentazioni scientifiche da parte di universita', enti e esperti su temi quali la biomedicina, la fisica nucleare, la nonotecnologia, l'astrofisica, la frutticoltura.

A margine del convegno si terra' la prima Assemblea dei soci della neocostituita 'Associazione italiani e serbi scienziati e studiosi (Ais), che ha l'obiettivo di istituzionalizzare la cooperazione informale tra il mondo scientifico dei due paesi.

Thursday, June 7

Massimiliano Latorre e Salvatore Girone

L' Ambasciatore d'Italia in India, Giacomo Sanfelice, è rientrato a New Delhi da Roma dove era stato richiamato il 18 maggio per consultazioni nell'ambito della crisi che vede coinvolti due marò nella morte di altrettanti pescatori indiani. 

Il richiamo nella capitale era stato deciso dalla Famesina nel giorno in cui la polizia aveva depositato il dossier con le accuse per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, fra cui quella di omicidio volontario. Per quanto riguarda il significato che può essere dato al rientro di Sanfelice a New Delhi, de Mistura ha osservato che «questo è anche un segnale a seguito della decisione della libertà dietro cauzione e degli altri recenti sviluppi» (??). 

A proposito della vicenda dei due nostri ragazzi, ora ci sono due dati importanti: il 18 giugno l'apertura del processo e a fine di luglio la sessione della Corte Suprema per decidere sulla giurisdizione. E proseguono in ogni parte d'Italia le manifestazioni di solidarietà con i nostri due fucilieri di Marina. Tutti i militari della Marina, presenti in abiti civili in piazza San Marco domani perla festa del 151 anniversario della Manna Militare, appunteranno un fiocchetto giallo in segno di solidarietà con i marò. 

Lo ha annunciato il contrammiraglio Maurizio Ertreo, direttore delle cerimonie, prevedendo che anche molte altre persone aderiranno all'iniziativa del fiocco giallo. «È un segno concreto di vicinanza - ha spiegato Ertreo - di tante persone a questi due nostri colleghi e amici. 

Noi saremo in piazza per celebrare tutti i marinai italiani, di ieri e di oggi, e non possiamo dimenticare quelli attualmente lontani dalle loro famiglie, particolarmente quelli che vorrebbero essere a casa e non possono. In particolare, questi due non saranno fisicamente presenti in piazza San Marco, ma sicuramente lo saranno nel cuore di tutti noi».

Thursday, March 8

Serbia and Italy Sign Energy Deal

Italy and Serbia signed a strategic partnership on renewable energy in Rome on Tuesday. The goal is for Italian companies to produce hydroelectric power in Serbia and export it to Italy via Montenegro.

ITALY-SERBIA: The second Serbia-Italy Summit.


Mirko Cvetković and Mario Monti (Tanjug)The Italian delegation will be headed by Prime Minister Mario Monti and the Serbian President Boris Tadić and Prime Minister Mirko Cvetković will be acting as hosts.
Members of the two countries' governments will have a number of bilateral meetings, which will be followed by a plenary session and the inking of inter-state agreements.

A memorandum of understanding on cooperation in the field of European integration will be penned between the two foreign ministries. A joint statement will be released on cooperation of the interior ministries in combating organized crime and a memorandum of understanding will follow.

The representatives of the two states will ink a protocol between the ministries of agriculture on rural development and quality in the area of agriculture, as well as an annex to the memorandum of understanding relating to cooperation in the field of environment protection and a memorandum of understanding covering the area of intelligence cooperation between the Serbian Tax Police and the Italian Financial Guard.

Tadić, Cvetković and Monti will hold a joint press conference, which will mark the end of the summit.

The first summit between the governments of the two countries was held on November 13, 2009, opening the first page of a strategic partnership in which Italy promised strong support for Serbia's EU integration.

The second summit was planned to be held in Belgrade on July 15 last year, but it was cancelled because of a complex economic situation and Italy's adoption of a budget law.

Monti za "Blic": Srbija je na dobrom putu.

Ukoliko Beograd nastavi da se zalaže kao što je to i do sada činio, realno je očekivanje predsednika Tadića da Srbija do kraja godine dobije datum za početak pregovora o pristupanju Evropskoj uniji. Italija će i dalje biti uz Srbiju, snažno podržavajući, u Briselu i sa našim partnerima, argumente koji vode brzim evropskim integracijama Beograda. Srbija pripada evropskoj porodici i mi je sa poverenjem očekujemo - kaže u ekskluzivnom intervjuu za „Blic“ Mario Monti, premijer Italije, koji danas predvodi delegaciju svoje zemlje na samitu Srbija-Italija.
Monti: Veoma sam zadovoljan reformama koje smo sproveli u Italiji
On navodi da je sa velikim zadovoljstvom pozdravio odluku EU o dodeli statusa kandidata Srbiji i taj važan cilj koji je Srbija postigla. Prema Montijevom mišljenju, reč je o priznavanju napora koje je uložio predsednik Tadić sprovođenjem reformi koje je zahtevala Evropska komisija, predajom Hagu svih optuženih za ratne zločine i postizanjem konkretnih dogovora u okviru dijaloga s Prištinom u kojem posreduje EU.

Šta očekujete od drugog međudržavnog samita koji se održava u Beogradu i kako vidite trenutni stepen političke i ekonomske saradnje između Italije i Srbije?

 Samit u Beogradu, na kome italijanska vlada učestvuje u brojnom sastavu i na visokom nivou, odvija se u veoma značajnom trenutku. Kao što je istakao i sam predsednik Tadić, stupanjem na put koji vodi pravo ka Evropskoj uniji otvaraju se nove perspektive za brži razvoj i internacionalizaciju srpskog društva i privrede. Italija ima aktivnu ulogu u tim procesima, ustanovljenu sporazumom o strateškom partnerstvu dve zemlje, koji je potpisan 2009. godine. U Beogradu ćemo započeti novu fazu dodatnog zbližavanja u znaku Evropske unije i jačanja razvoja, imajući u vidu komplementarnost naših privrednih sistema.

Više od 200 italijanskih firmi posluje u Srbiji. Koliko je i koja su nova imena kompanija zainteresovanih za investiranje na našem tržištu posle ovog samita i iz kojih sektora dolaze?

- Italijanskih firmi u Srbiji ima još više. Njihov cilj je da ostvare nivo proizvodnje koja će im doneti bolje pozicije na svetskom tržištu, a posebno u srednjoj i istočnoj Evropi i u jugoistočnom Sredozemlju. Na taj način, preduzeća dobijaju na težini na međunarodnom planu, a istovremeno pružaju odlučujući doprinos jačanju industrije u Srbiji, čime se posebno ponosimo. Još značajnije mogućnosti sinergije italijanska i srpska preduzeća imaju na polju energetike - već su pokrenuti bilateralni projekti u domenu energije iz obnovljivih izvora, zatim u infrastrukturi, gde treba dovršiti panevropske puteve koji prolaze kroz Srbiju, kao i u prehrambenoj industriji, u kojoj još uvek ima puno prostora za razvoj. Naša preduzeća mogu da se dopunjuju i u oblasti prerađivačke industrije, počev od automobilske, koja se u Srbiji ustaljuje kao važan deo ukupne privrede.

Ako priznanje Kosova nije uslov za integraciju Srbije u EU, koji je nivo odnosa Beograda i Prištine neophodan da bi Srbija postala članica Unije?

- Uslovi za ulazak Srbije u Evropsku uniju isti su kao i za sve ostale zemlje koje žele da postanu deo evropske porodice, a ustanovljeni su 1993. godine u Kopenhagenu. Od Srbije se traži da postepeno normalizuje odnose sa Kosovom i da pruži značajan doprinos stabilnosti u regionu negovanjem saradnje sa susednim zemljama. A Vlada Srbije jeste mnogo uradila u tom smislu u poslednjih nekoliko godina. Sa Hrvatskom su odnosi znatno poboljšani zahvaljujući, između ostalog, i odličnoj komunikaciji koju su uspostavili predsednici Tadić i Josipović. Osim toga, Beograd oduvek daje svoj doprinos teritorijalnom integritetu Bosne i Hercegovine. U poslednjih godinu dana Srbija je bila veoma aktivna i u predsedavanju brojnim regionalnim telima, posebno u Jadransko-jonskoj i Srednjoevropskoj inicijativi, a 2015. godine preuzeće predsedavanje Organizacijom za evropsku bezbednost i saradnju (OEBS).

Koliko ste zadovoljni rezultatima strukturnih reformi u Italiji u prva četiri meseca vaše vlade?

- Veoma sam zadovoljan reformama koje je parlament odobrio, između ostalog - što je to učinio u tako kratkom roku, budući da imaju za cilj uklanjanje stega koje su decenijama ograničavale razvojni potencijal Italije. Što se tiče paketa liberalizacija u privredi, nakon posla koji je nedavno obavio Senat, sa poverenjem iščekujem završni ispit u Poslaničkom domu. Sveobuhvatno gledano, mere privredne liberalizacije znatno povećavaju konkurentnost u sektoru usluga, naročito u oblasti bankarstva i samostalnih delatnosti, što će se odraziti na povećanje aktivnosti, zaposlenosti i na smanjenje cena - kako za preduzeća, tako i za potrošače. Liberalizovali smo radno vreme distributera goriva, povećali slobodu distribucije goriva i drugih derivata na benzinskim stanicama i otvorili mogućnosti, putem javnih konkursa, za efikasnije pružanje komunalnih usluga. Između ostalog, uveli smo pravilo da jedno preduzeće ne može biti istovremeno i distributer i nabavljač gasa, dozvolili smo otvaranje 5.000 novih apoteka, a do 2014. godine biće raspisani konkursi za oko 2.000 notara. Ove reforme, zajedno sa dekretom koji modernizuje javnu upravu i smanjuje birokratiju za preduzeća i građane, trebalo bi da doprinesu da italijanska konkurentnost i privredni razvoj dosegnu najviši međunarodni nivo.

Wednesday, February 1

L'altra promessa di Monti agli USA, l'assistenza italiana nell'addestramento dell'esercito e della polizia afghani.

Con automatismo acritico, la Camera dei deputati ha deciso di finanziare robustamente le operazioni di guerra in Afghanistan, marginalizsando le iniziative civili. Ieri è stato convertito in legge il decreto legge del 29 dicembre 2011 (n. 215), relativo a: «proroga delle missioni internazionali delle forze armate e di polizia, iniziative di cooperazione allo sviluppo e sostegno ai processi di ricostruzione, partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione».

Il decreto stabilisce risorse finanziarie, «umane» e diplomatiche da destinare nell'intero corso del 2012 alle varie aree conflittuali del mondo, e dovrebbe rispondere a una chiara idea di politica estera. Quella di cui il governo Monti, in continuità con il precedente governo, sembra non disporre, vista l'insistenza con cui persegue una visione strategica limitata alla combinazione tra la fedeltà atlantica e i più prosaici interessi economici e commerciali (come dimostrano gli stanziamenti previsti per la Libia, di cui il manifesto si è occupato ieri).

Il caso dell'Afghanistan è esemplare, perché racconta della volontà politica di puntare quasi esclusivamente sulle operazioni militari, a scapito della cooperazione allo sviluppo e del processo di stabilizzazione. Per il 2012, la partecipazione del contingente italiano alla missione lsaft-Nato e, in misura moltro ridotta, a quella della forza europea Eupol, vale quasi 748 milioni di euro, a cui si aggiungono poco più di 3 milioni per le attività della Guardia di finanza.

Per la cooperazione allo sviluppo, sono invece stanziati 34 milioni e 700mila euro, da distribuire tra le attività in Afghanistan e quelle in Pakistan. Numeri che contraddicono da una parte le parole del ministro degli esteri Giulio Terzi, che pochi giorni fa al senato aveva promesso la partecipazione dell'Italia agli «sforzi della comunità internazionale per promuovere la pace». E dall'altra quelle dello stesso presidente del consiglio Mario Monti: durante la conferenza stampa di presentazione dell'accordo bilaterale firmato con Karzai il 26 gennaio a Roma, Monti aveva promesso un'inversione di rotta, un maggiore impegno dell'Italia nel settore civile ed economico e la contestuale riduzione di quello in ambito militare.

Anche l'altra promessa di Monti, l'assistenza italiana nell'addestramento dell'esercito e della polizia afghani, appare già disattesa: il contributo al fondo fiduciario della Nato a sostegno dell'esercito nazionale afghano e al fondo congiunto Nato-Russia «Council», destinato all'elicotteristica, ammonta a 3 milioni e mezzo di euro. Una cifra inferiore a quella auspicata dal governo Karzai, che negli ultimi mesi ha insistito molto con i partner occidentali affinché destinassero maggiori risorse all'addestramento e all'equipaggiamento delle forze locali, ancora impreparate ad assumersi la responsabilità della sicurezza in molte aree del paese.

Con l'approvazione della legge sul rifinanziamento delle missioni estere, il governo dei presunti tecnici ha perso l'occasione per segnalare una discontinuità rispetto al passato, oltre che per assumere un ruolo di primo piano nella complicata fase con cui, da qui al 2014, verrà restituita sovranità all'Afghanistan, perlomeno formalmente. Alla conferenza internazionale di Bonn del 5 dicembre 2011, tutte le cancellerie occidentali hanno assicurato un sostegno di lunga durata al governo afghano, soprattutto in ambito civile, anche dopo il ritiro delle truppe.

Sono in pochi, però, e tra questi in particolare quello danese, i governi che alle dichiarazioni hanno fatto seguire azioni conseguenti. L'Italia non è tra questi, come denuncia tra gli altri Giulio Marcon, portavoce della campagna Sbilanciamoci!- che insieme a Tavola della pace e Rete italiana per il disarmo ha lanciato un mese di mobilitazioni «per dire no agli F-35» -, secondo il quale «in Afghanistan si continuano a spendere ingenti risorse per una vera e propria missione di guerra, mentre bisognerebbe investire in iniziative di pace e di cooperazione».

Friday, December 23

C'è del marcio in.... Somalia.

Rilasciati, dietro lauti compensi, a cittadini somali coinvolti in traffici di esseri umani e, addirittura, a membri di al-Shabaab, il gruppo ribelle di matrice qaedista? Domande che sorgono dopo che il Gruppo di monitoraggio ONU per la Somalia e l'Eritrea (SEMG) ha mosso rilievi (pesanti ma fragili) sul conto della diplomazia italiana in Kenya. Le supposizioni del SEMG sono raccolte per il secondo anno Secondo i funzionari delle Nazioni Unite, negli ultimi anni il traffico di esseri umani si sarebbe alimentato con la complicità di collaboratori locali delle nostre ambasciate. E forse di diplomatici in ruolo. La Farnesina: compiute ispezioni e corrette le procedure, ma nessuna corruzione consecutivo nel dossier riservato 2011 che l'organismo delle Nazioni Unite ha compilato e diffuso a luglio. Supposizioni che possono creare imbarazzo alla nostra diplomazia, ma che fanno anche emergere serie perplessità su alcuni documenti preparati da certi organismi dell'Onu. Il Semg ritiene infatti che membri delle ambasciate d'Italia per il Kenya e la Somalia siano stati coinvolti tra il 2005 e il 2010, in genere inconsapevolmente, ma in alcune circostanze anche volontariamente, nella vendita illegale di visti a trafficanti somali. Visti che potrebbero essere finiti anche nelle mani dei guerriglieri che stanno affamando il Paese, impedendo l'arrivo degli aiuti per contrastare la carestia o saccheggiandoli e rivendendoli. Dossier «secretato» Il rapporto dei funzionari Onu è sotto rigoroso embargo. Attraver *** so fonti del Palazzo di Vetro a New York, Avvenire ha ottenuto però la documentazione etichettata come "strettamente confidenziale". «Nel gergo delle missioni internazionali, questo tipo di dossier è chiamato "Comunicato ufficiale del caso (S.o.c.)" - ammette Matt Bryden, coordinatore del SEMG, raggiunto al telefono a New York -, ma non sono autorizzato a parlarne perché è la relazione più confidenziale tra quelle che produce il mio ufficio».

I S.O.C., rapporti più dettagliati, circolano unicamente all'interno delle delegazioni dei quindici Stati membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, i quali decidono poi se avviare procedure di sanzione contro i Paesi o le persone coinvolti. II ruolo del trafficante Nella documentazione confidenziale che Avvenire ha potuto esaminare, si legge che il più noto trafficante somalo di esseri umani, Abdirahman Abdi Salawat, in violazione della risoluzione Onu 1907 del 2009, relativa a sicurezza e terrorismo, «usa l'Italia come principale via di traffici verso l'Europa». Nel rapporto pubblicato dal Semg, Salawat è accusato di aver violato la risoluzione Onu in quanto «ha fatto arrivare in Europa presunti membri di al-Shabaab». Su cosa si fondano le rinnovate accuse dell'Onu all'Italia (già nel 2010 il rapporto parlava di circostanza analoghe)? Secondo quanto si è potuto appurare, tutto è cominciato i120 settembre del 2009, con un messaggio di posta elettronica proveniente da un anonimo "deputato somalo" e avente come oggetto «Tangenti e corruzione per i visti emessi dall'ambasciata d'Italia a Nairobi», destinato all'Ufficio immigrazione dell'Unione europea. Le circostanze riportate nella e-mail furono alla base di un'investigazione del Semg, che continua tuttora. «Diverse fonti somale ci avevano confermato tali accuse - afferma Bryden, superando in parte il riserbo -. Così, dopo aver raccolto prove sulla corruzione nelle vostre ambasciate, abbiamo ritenuto giustificato menzionare l'Italia nel rapporto di marzo 2010». Poco prima della pubblicazione del documento, una delegazione del Semg si era incontrata i123 febbraio del 2010 con due rappresentanti della missione d'Italia presso il Palazzo di vetro. Bryden sostiene addirittura di essere stato «verbalmente minacciato» dai due diplomatici dopo avere annunciato l'intenzione di accusare l'Italia di corruzione nel rapporto che era allora in uscita. L'ispezione da Roma A quel punto, la Farnesina spedì a Nairobi nel marzo 2010 due ispettori per parlare con i diplomatici interessati e controllare gli archivi dei visti.

Le conclusioni dell'ispezione sono in un documento inviato a Roma e non accessibile ai media. Uno dei provvedimenti - per così dire dimostrativo - della Farnesina fu però quello di togliere la firma per la concessione dei visti all'ambasciatore italiano presso il Governo federale di transizione somalo (Tfg), Stefano Dejak (recentemente nominato ambasciatore in Uganda e insediatosi a Kampala i122 ottobre come ambasciatore per Uganda, Ruanda e Burundi), il quale dal 2009 aveva ricevuto l'incarico di approvare le carte d'ingresso unicamente per i funzionari politici del Tfg. «Dato che l'Italia era menzionata nel rapporto - afferma una fonte diplomatica italiana sotto anonimato -, la Farnesina aveva ritenuto opportuno sospendere l'autorità sui visti all'ambasciatore Dejak, per evitare qualunque fraintendimento». Ma solo la relazione confidenziale degli ispettori sarebbe in grado di far luce sul vero motivo del provvedimento. Interpellato direttamente da Avvenire, il nostro ministero degli Esteri ha confermato che il suo ispettorato, nel marzo 2010, su segnalazioni imprecisate di possibili irregolarità, dispose una missione a Nairobi che si concluse con alcune raccomandazioni per correggere le procedure del rilascio dei visti. Non furono però rilevati - sottolinea la Farnesina - né casi specifici di corruzione né elementi di responsabilità individuali tali da fare assumere altri provvedimenti. Smentite e conferme Dopo la pubblicazione del rapporto Semg 2010, la diplomazia italiana a Nairobi definì i rilievi in esso contenuti «voci senza fondamento». Sebbene Avvenire non abbia trovato alcuna prova riguardo alla complicità diretta delle ambasciate italiane relativa al traffico di visti, le fonti incontrate a partire dal luglio 2010 hanno tuttavia descritto un complicato e sorprendente quadro delle dinamiche che caratterizzano l'emigrazione dei cittadini somali.

«Molti di noi devono affidarsi agli 'intermediari' per ottenere un visto dall'ambasciata italiana», spiega Omar, una delle fonti, che ora vorrebbe essere rimborsato dall'intermediario che non è riuscito a fargli ottenere il visto. «Dobbiamo pagare persino per raggiungere il nono piano dell'edificio in cui si trova l'ambasciata italiana a Nairobi». Ci è stato infatti riferito che negli ultimi quindici anni la somma da pagare ai mediatori locali per salire all'ufficio consolare era tra i 100 e 500 dollari. Altre centinaia di dollari sarebbero state versate per corrompere ufficiali dell'immigrazione keniota e italiana, addetti delle compagnie aeree e retribuire i trafficanti stessi. Sia le investigazioni del Semg sia quelle di Avvenire fanno emergere che un visto emesso dall'ambasciata italiana poteva fruttare alla catena degli intermediari tra i 12 e i 20mila dollari, denaro che i somali raccoglievano soprattutto attraverso parenti e amici già residenti all'estero. «Una volta pagata la somma, i trafficanti fanno arrivare un taxi sotto casa», afferma Halima (nome di fantasia), in attesa di essere prelevata per il viaggio della speranza in Europa. «Dall'aeroporto di Nairobi, un intermediario accompagna fino a destinazione per consegnarci a un altro trafficante in Italia, che gestisce l'arrivo e il passaggio di altre frontiere europee». La maggior parte delle persone comvolte nel traffico d esseri umani usa l'Italia come punto di passaggio per raggiungere l'Inghilterra o i Paesi scandinavi. Alcuni cittadini somali da noi intervistati puntano il dito contro un intermediario chiamato Banjo, e vari trafficanti, tra cui lo stesso Salawat. «Ho lavorato ufficiosamente per l'ambasciata d'Italia a Nairobi tra 112005 e i12009», ci ha detto Banjo nel dicembre 2010. «Mi occupavo di aiutare i somali a compilare i moduli per il visto italiano. Lo facevo volontariamente - spiega -, ma qualche soldo, secondo le possibilità dei miei clienti, lo guadagnavo». «Il SEMG crede che Salawat abbia usato Banjo per cospirare con un diplomatico d'alto rango all'ambasciata italiana presso il TFG», è scritto nel rapporto S.O.C. crede, ma non dimostra.

Introdotte nuovi meccanismi Secondo quanto acquisito daAvvenire, con un messaggio di posta elettronica del 4 maggio, la diplomazia italiana in Kenya aveva inizialmente negato al Seme di aver utilizzato Banjo. «Per poi ammettere che Banjo avesse lavorato come "traduttore" nella sezione consolare - si legge nel dossier S.o.c. -, ma che era impiegato in qualità di assistente personale di un ex membro dell'ambasciata italiana per il Kenya». Nonostante ripetute sollecitazioni riguardo a Salawat, il corpo diplomatico italiano m Kenya non ha voluto rilasciare commenti ad Avvenire. Dopo molti anni e in seguito alle pressioni di vari attori, comunque, dal primo agosto 2011, tutti i richiedenti visto devono prenotarsi, presentare la documentazione necessaria e ricevere risposte attraverso la società VFS Global. «Testimoni» non disinteressati Non si deve comunque tacere che vi sono lacune nell'investigazione del Semg. Nel dossier sul caso, ad esempio, si parla di «sette visti commissionati da Salawat e ipoteticamente emessi dall'ambasciata italiana di Nairobi». L'unica prova fornita a sostegno di tale affermazione è un visto, esaminato da Avvenire, che risulta chiaramente falsificato. Il Gruppo di monitoraggio mostra inoltre di essere un'agenzia Onu che non può essere essa stessa controllata, perché «siamo prima di tutto protetti dall'immunità», conferma Bryden, i cui colleghi spendono spesso centinaia di dollari per ottenere informazioni dalle proprie fonti. In almeno due occasioni siamo stati direttamente testimoni del pagamento di cento dollari, messi in una busta, quale "prezzo" degli incontri tra un investigatore del Semg e due fonti somale. Per via di tale pratica, le informazioni avute da queste «fonti molto attendibili», come vengono definite nel rapporto pubblico dell'organizzazione Onu, sono infatti state spesso messe in dubbio da analisti e diplomatici che da anni si occupano della crisi somala.

Salawat, il più pericoloso dei «faccendieri» tra guerra ed emigrazione. Considerato il più pericoloso trafficante somalo di base a Nairobi,Abdirahman Abdi Salawat "Salawat" — noto anche come AbdiWarsame Dirie o, semplicemente, Salawat — è accusato dal Gruppo di monitoraggio Onu per la Somalia e l'Eritrea (Semg) di aver violato la risoluzione 1907 del 2009 sul terrorismo e la sicurezza. Salawat ha almeno due passaporti kenioti «apparentemente ottenuti sotto false generalità», precisa il rapporto pubblico del Semg. Dal 2004 Salawat ha facilitato il traffico di cittadini somali, tra cui criminali e sospetti membri di alShabaab, il gruppo ribelle alleato di al-Qaeda. Secondo il dossier del SEMG, Salawat è proprietario del Gaman Hotel, un tempo chiamato Top 10 Hotel, che si trova a Eastleigh, il quartiere somalo di Nairobi. «L'hotel era usato come crocevia per traffici di passaporti rubati e falsificati, documentazione da viaggio, carte d'identità keniote e droga», sostiene il SEMG. Durante il 2009, l'albergo ha cominciato a ospitare membri sia della ribellione somala sia di quella etiope. Sempre secondo il Semg, «Salawat avrebbe facilitato il traffico degli insorti che dalla Somalia volevano raggiungere il Kenya». Molti di questi ribelli avevano riportato ferite di guerra o volevano essere aiutati a raggiungere l'Europa. Nella documentazione confidenziale del SEMG, Salawat ha ammesso di aver ricevuto almeno un visto italiano dall'ufficio consolare dell'ambasciata d'Italia per il Kenya. Inoltre, si presume che Salawat abbia persino una struttura per produrre visti falsi, soprattutto italiani.

Tuesday, December 20

I tre moschettieri: senza D'Artagnan.

Al Senato già circolano delle bozze, dei fogli di carta. Passano ancora circospetti da una mano democratica a una mano berlusconiana; ma è già qualcosa che ha una forma, una fisicità: la riforma del bicameralismo, la nuova legge elettorale, i regolamenti parlamentari. Tuttavia Gaetano Quagliariello e Luigi Zanda, Anna Finocchiaro e Maurizio Gasparri, che guidano i gruppi di PD e PdL, parlano tra loro con una cautela persino eccessiva e si osservano come allo specchio, riconoscendo gli uni negli altri gli stessi limiti e le stesse timidezze: non esistono ambasciatori davvero autorizzati. I capi non hanno ancora deciso nulla; Pier Luigi Bersani non darà il suo via libera prima di aver incontrato Angelino Alfano - questa settimana o forse già domani? - e comunque nessun negoziato potrà avere luogo escludendo Pier Ferdinando Casini, malgrado sia Bersani sia Alfano siano intimamente convinti di dover intendersi prima tra loro e soltanto dopo, da una posizione più salda, con il capo dell`UdC.

Finora è stato quasi soltanto il telefono a trillare, sospirare, urlare, ma "adesso bisogna vincere ogni residua timidezza", si deve passare dai movimenti nell`ombra a quelli alla luce del sole: "Bersani e Alfano devono vedersi", pensa Franco Frattini. E come l`ex ministro berlusconiano degli Esteri, anche il capogruppo del PD alla Camera Dario Franceschini appartiene a questa scuola di pensiero: "Solo così PD e PdL reggeranno alla prova della storia". Ma non c`è tempo da perdere, perché la crisi potrebbe aggravarsi e soffocare le prove di intesa che secondo un gruppo di pressione trasversale aí due principali partiti "dovrebbe spingerci a trovare un comune perimetro politico anche sulla prossima, probabile, manovra economica". Un accordo che trasformi il Governo di Monti "nel braccio secolare di un patto tripartito che coinvolga PD e PdL, l`UdC dopo". E poi ognuno per la sua strada, verso le elezioni del 2013.

Ma Bersani deve guardarsi a sinistra e in procura, cioè da Nichi Vendola e Antonio Di Pietro, che già si agitano (Vendola) e insolentiscono (Di Pietro); mentre Alfano, cauto per indole, subisce il padrinato di Silvio Berlusconi e osserva con un po` di preoccupazione i tormenti e le contorsioni insofferenti di Daniela Santanchè e Ignazio La Russa nei confronti del governo Monti: "Passata la luna di miele che durerà tre o quattro mesi, dovremo fare il punto per verificare se il certificato di sopravvivenza concesso al Governo può essere rinnovato o scade". Bersani non sa risolversi tra Di Pietro e Vendola, tra Alfano e Casini; mentre Alfano non sa, o non vuole, sacrificare il suo rapporto con la Lega di Roberto Maroni (malgrado nel PdL non siano pochi quelli che tifano per chiudere l`alleanza: Frattini, ma anche Fabrizio Cicchitto), né il segretario del Pdl riesce fino in fondo a seguire il Cavaliere che venerdì scorso, in gran segreto, pare si sia già incontrato con Umberto Bossi.

Alfano e Bersani, Bersani e Casini, Casini e Alfano, tutti sanno che i tre si scambiano mezze promesse, che parlano di pacificazione e mai di inciucio: "Dobbiamo ricominciare dal principio, gettare le basi per una legislatura costituente". Chissà se è vero che somigliano a dei carbonari come dice Di Pietro, ma certo si sentono incompresi per il dileggio, e forse infelici, come Turiddu e Santuzza: e infatti in Sicilia questa storia finirebbe subito con una bella fuitina.

IL BANCHIERE CENTRALE COME "UN IDRAULICO"

Mario Draghi, anziché inondare l`economia di denaro liquido, stile Ben Bernanke, preferisce sturare i condotti intasati dei vasi comunicanti per riportare in equilibrio i flussi monetari. Lo ha spiegato ieri al Financial Times, alla vigilia della manovra alla quale il presidente della Bce affida un ruolo cruciale. 

Si tratta di operazioni a lungo termine attraverso le quali le banche possono finanziarsi all`uno per cento per 36 mesi, senza limiti. La versione europea del quantitative easing angloamericano? "Le chiamiamo misure non standard", risponde Draghi. In Italia hanno già acceso un dibattito che divide gli esperti, anche gli stessi draghiani.

A spezzare una lancia a favore era stato Luigi Zingales sul Sole 24 Ore prendendo le distanze dalla polemica di Giuseppe Mussari contro l`Agenzia bancaria europea che mette sotto stress gli istituti italiani chiedendo loro di aumentare il capitale. Liberista di Chicago, Zíngales ha sempre preferito più capitale a più regole, ma adesso si è convertito anche all`idea che la Banca centrale europea possa finanziare i Governi attraverso le banche. 

Eugenio Scalfari sulla Repubblica lo ha spiegato come meglio non avrebbe potuto lo stesso Draghi: le banche dell`Eurozona chiederanno alla BCE e alle Banche Centrali dei rispettivi Paesi prestiti triennali per cifre illimitate; la BCE mette a disposizione un plafond fino a duemila miliardi. Le banche dovranno offrire tre possibili collaterali: titoli dei debiti sovrani al loro valore di rating; obbligazioni emesse dalle stesse banche; crediti cartolarizzati.

La BCE si aspetta lo sblocco del credito interbancario, la ripresa in grande stile del credito alle imprese, l`acquisto di titoli dei Paesi in difficoltà, grazie all`ampio differenziale tra il 5/6 per cento dei rendimenti di mercato e il risconto dell`1,0 per cento presso la BCE. Un colossale salvataggio.

Al FT, Draghi precisa: "L`importante è allentare la pressione sulla provvista di fondi. Una delle cose che possono fare le banche è comprare titoli sovrani. Ma non è l`unica".

"Le banche salvadebito? Un grave errore", Guido Tabellini, rettore della Bocconi boccia invece la manovra dalla prima pagina del Sole. E argomenta. In primo luogo, non si vede perché le banche del nord Europa che hanno venduto già il 44 per cento dei titoli del sud in portafoglio, dovrebbero riacquistarli di nuovo. 

La differenza tra i tassi attivi e passivi non basta: alla fine "le Autorità monetarie e i Governi del sud Europa dovrebbero esercitare pressioni per indurre le loro banche a comportarsi in modo patriottico", di fatto a nazionalizzare il debito. Ciò rivela "perché l`idea oltre a essere sbagliata è anche pericolosa, soprattutto per l`Italia". Le dimensioni sono troppo grandi: solo nel 2012 sono da collocare 400 miliardi di euro, circa il 50 per cento di tutto il debito detenuto dalle banche italiane.

Il 40 per cento del debito in mani francesi e tedesche, è l`unica nostra arma contrattuale.

"Ma soprattutto, spingere le banche a comportarsi da acquirenti di ultima istanza, al posto di una Banca centrale che abdica a questo ruolo, rischia di essere controproducente". Abdicare: la parola è grossa. Anche perché altri analisti sostengono che Draghi non rompe il tabù, ma di fatto sta pilotando un cambiamento nei modi, nei tempi e negli strumenti. 

Daniel Gros attribuisce allo sblocco delle tubature creditizie un ruolo chiave anche per aiutare l`Italia a uscire dal tunnel. Secondo alcune letture benevole, la stessa Germania sarebbe favorevole a un maggiore interventismo della BCE a sostegno dei governi, ma solo a fronte di credibili e rigorosi programmi e dopo l`approvazione del nuovo Patto di stabilità con punizione dei reprobi.

Dunque, appuntamento al vertice di primavera. Non sarà troppo tardi? Senza una barriera anti incendio solida, basta un fiammifero per bruciare tutto: il fallimento pilotato della Grecia può sfuggire di mano, il downgrading della Francia, o un ulteriore allarme per le banche spagnole allo stress test, possono spaventare i mercati. Il vero bazooka non è stato ancora caricato. 

Che vuol dire, fuor di metafora, stampare moneta e difendere i titoli pubblici da attacchi speculativi, per esempio fissando una soglia di riferimento.

Lo ha fatto la Banca Centrale svizzera per il franco. E non ha sborsato un centesimo, è bastato l`annuncio.

Monday, March 8

COPASIR: DOMANI AUDIZIONE DEL SOTTOSEGRETARIO GIANNI LETTA

Comunicazioni del Presidente del Consiglio di conferma del segreto di Stato nei procedimenti penali in corso a Milano (Telecom-Pirelli), Perugia (Pio Pompa- via Nazionale) Roma (Balducci-Anemone).

Questo il contenuto dell'audizione prevista per domani al Comitato parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (Copasir), del sottosegretario Gianni Letta. 

L'audizione, che avra' inizio alle 8 di domattina, servira' ad ascoltare Gianni Letta nella sua funzione di Autorita' delegata per la Sicurezza della Repubblica.