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Monday, August 9

Banlieu a Milano, Roma, Torino, Bologna e altre.

Il rischio banlieu in Italia, è stato commissionato dal ministero dell'Interno dopo alcuni gravi episodi di violenza nelle periferie del capoluogo lombardo, protagonisti giovani migranti. Innanzitutto favorire il mix sociale, con interventi educativi e urbanistici. Poi potenziare il terzo settore e lavorare sulla prevenzione culturale. Infine, garantire il controllo del territorio da parte delle forze dell'ordine. Riserva alcune sorprese la ricerca «Per un'integrazione possibile: periferie urbane e processi migratori», realizzata da un pool di professori e studiosi dell'Università Cattolica di Milano. Il lavoro, che ha lo scopo di offrire indicazioni su come evitare.Le periferie delle grandi città - ci si chiede - possono diventare come quelle di Parigi, dove i giovani figli di immigrati crescono in un contesto di emarginazione e sono più facilmente a rischio devianza? Come fare per evitarlo? La ricerca ha analizzato sei aree periferiche italiane - di cui due a Milano, due a Roma, una ad Aversa (Napoli) e una a Chieri (Torino) - basandosi su una capillare serie di attività "sul campo" (si vedano anche le schede a fianco). Da qui alcune motivate indicazioni di intervento.'Secondo gli studiosi della Cattolica per evitare il rischio banlieu - forse .ancora lontano - è centrale "prevenire" il disagio, investendo in educazione e formazione. Uno degli interventi suggeriti è, per esempio, il rafforzamento della presenza di mediatori culturali nelle scuole, a beneficio di alunni e genitori stranieri; perché anche i genitori immigrati hanno bisogno di comprendere l'importanza del loro ruolo nel processo di integrazione. «Occorre purtroppo registrare la dra-. stica riduzione del ricorso a queste professionalità negli ultimi anni - scrive nella ricerca Giovanni Giulio Valtolina, della facoltà di sociologia dell'Università Cattolica -, soprattutto a causa della carenza di risorse economiche; riduzione che colpisce in particolar modo le periferie». Gli amministratori dovrebbero poi favorire forme "multietniche" di associazionismo familiare, ovvero ogni occasione di incontro tra famiglie immigrate e famiglie italiane, per una maggiore conoscenza reciproca, in quanto è proprio la scarsità di rapporti tra immigrati e italiani ad amplificare il fenomeno della "mixofobia", la paura delle persone etnicamente diverse, atteggiamento che metterebbe in pericolo la stessa coesione sociale. Una risposta particolarmente interessante, in tempi di recessione, è quella fornita in tema di politiche urbanistiche: si parla di interventi di carattere amministrativo su come costruire le periferie in un prossimo futuro, e di direttive capaci di dare - a costo zero - risultati a medio e lungo termine. «Abbiamo lavorato alla ricerca cercando di offrire anche soluzioni prive di voci di spesa spiega Erinio Codini, professore di diritto pubblico alla facoltà di sociologia, che ha curato il capitolo relativo all'impatto urbanistico -. Ogni scelta in questo campo di per sé porta una conseguenza di tipo sociale, senza che dò implichi l'esborso di un euro aggiuntivo per l'amministrazione pubblica. Tutta la letteratura scientifica in materia di conflitti conferma che la concentrazione del disagio aumenta disagio e violenza; se concentriamo in una sola area lo stesso genere di persone problematiche, aumentiamo il rischio di conflitto. Per evitarlo, la soluzione è realizzare un mix sociale. Anche in campo urbanistico è possibile ricorrere a strumenti legislativi che garantiscano, a livello di quartiere e di immobile, la presenza dì una cittadinanza socialmente varia. In questo senso, precise scelte politiche di urbanistica possono essere anche a costo zero». L'indagine suggerisce soluzioni concrete: stabilire, ad esempio, con legislazione statale o locale, che nessun ambito territoriale possa essere destinato esclusivamente a tipologie edilizie residenziali con costi di-costruzione eccessivamente superiori o inferiori allo standard medio (per evitare "ghetti" di poveri o di benestanti e favorire quartieri misti); prevedere una nuova categoria di contributi alle spese di locazione per i non abbienti, come quota da aggiungere alla differenza tra l'affitto da pagare e un canone "di base" definito per legge (per favorire la presenza dei non abbienti in abitazione di livello medio); garantire per legge il massimo mix sociale nelle case "popolari" in modo da evitare un'eccessiva concentrazione di tipologia a rischio emarginazione (immigrati, malati psichici, anziani), fenomeno oggi diffuso. Ultimo ma non meno importante capitolo, quello dedicato all'ordine pubblico, con l'input a creare un sistema cittadino o di quartiere di raccolta di informazioni utili alla sicurezza e di coinvolgere i cittadini nella cura di vie e quartieri, come sperimentato nei "patti di quartiere" e con i "custodi sociali" Lo studio punto per punto óiaricerca «Pér un'integràziéne possibile» si basa su sei casi di studio condQtti su altrettante quattro realtà metrOpolitàne: Roma (Torpignattara e Trullo), Milano (via Padova), Acerra (Napoli) e (Torino). Le aeree sono state scelte perl'altà presenza di immigrati. Il lavoro sul campo è durato 12 mesi;(dicembre 2008 -dicembre 2009). I ricercatori coinvOlti sono docenti ed esperti in sociologia, psicoterapia e psicologia, criminologia, scienze e comunicazione. Dopo l'analisi di norreative locati e dati statistici sulla popolazione,in particolare per la parte immigrata (scuola, mercato del lavorQ, criminalità), i ncercatori hanno condotto la màppatura di istituzioni, servizi, associazioni private,terzo-settore presenti sul terrìtorio.

L'uomo è ovunque fatto di fango

II fatto che nel giro del presidente della Camera e della sua nuova famiglia sia spuntato in circostanze moralmente dubbie l'appartamentino monegasco per un cognato è rilevante, non sorprendente viste le abitudini italiane in fatto di proprietà immobiliari e affitti (qui si accasa l'asino, si direbbe); ma è anche un fatto ridicolo, perfino grottesco, e una punta triste. La notizia è ben trovata, la campagna ha sfondato, forse Fini si dovrà dimettere, l'anatra comunque zoppica, e con lei zoppica tutta la campagna di beatificazione in vita dello sfidante e del dissenziente orchestrata in nome della rottura con il Cav. dalla stampa liberai. Dicono persino che ci sia dell'altro, e le notizie di famiglia in casa Rai non sono certo consolanti ne rassicuranti. Spero che chi ha gioito sappia vedere anche l'altra faccia del problema. Il fattore fango, lo sleaze factor, non è un'esclusiva della vita pubblica italiana. Storie disinvolte di trattamento del patrimonio altrui, privato o pubblico, circolano dovunque e hanno dovunque una certa influenza nella costruzione e distruzione di carriere più o meno promettenti. Il sapore che l'opinione pubblica si trova in bocca nei casi di familismo amorale è acido, il comportamento conseguente è giustamente intrattabile. La stampa celebra la propria funzione inquisitoria, e in effetti sotto il profilo dello scrutinio cronistico del potere niente è meglio dello scandalo circostanziato, quando sia basato su fatti che reggono alla prova del contraddittorio. Nel mondo occidentale, in genere, questo fattore spazzatura è abbastanza limitato e confina mestamente con l'area della più vigorosa competizione politica tra programmi economico sociali, dilemmi tra tasse e spesa pubblica, tra guerra e pace, lotte tra istituzioni e formazioni d'opinione e di interessi tra loro alternative. L'uomo è ovunque fatto di fango o creta, se si voglia essere benevoli, ma se altrove qualcuno nelle classi dirigenti ogni tanto pesta una cacca, da noi prevale la logica del ventilatore e lo schizzo sporcificante non risparmia praticamente nessuno, diventa materia esclusiva del conflitto, invade l'informazione e il discorso pubblico senza requie. La questione morale italiana è tutta qui: da noi la spazzatura tende ormai da molti anni a esaurire la politica, a divorarla, a plasmarla secondo norme o costanti vomitevoli, in un delirante ballo universale sulla piazza di Sputtanopoli. Capisco anche troppo bene la gioia infinita che si prova nel vedere il nemico o l'amico degenerato in nemico a terra, nella polvere, ma se poi nel suo volto sfregiato si riflette il nostro volto?? Insomma lo scandalismo fa parte del gioco, ma non merita più di una maligna e intermittente attenzione: non è il sostituto della politica, l'incanaglimento universale.

Tuesday, August 3

Dipende da lui, soprattutto da lui.

Come era inevitabile, con la nascita in Parlamento dei gruppi finiani di "Futuro e Libertà per l'Italia", più che uno strappo si è consumata una fase politica. Il Pdl non ha saputo gestire una dinamica dialettica al suo intemo, fuoriuscita da argini troppo fragili e politicamente inadeguati a contenerlo. Una crisi di leadership che Beriusconi ha ritenuto di risolvere con una espulsione politica di massa. Uno strumento che ha un solo precedente, quello del Manifesto nel Pci di 40 anni fa, in piena Guerra fredda. In un altro secolo. Adesso che è nato un nuovo soggetto politico, al di là del come e perché sia nato, persino al di là del se sia stato giusto o inevitabile che nascesse (come personalmente crediamo), la domanda politica, freddamente politica e lontana dalle divisioni artificiali tra falchi e colombe, è questa: adesso che si vuole fare? Soprattutto, Berlusconi cosa vuole fare? Dopo avere rifiutato l'offerta dell'ultima ora, ma sensata, fatta da Fini sul Foglio di Ferrara e dopo avere capito che gli "uomini-ex" dentro il suo inner circle gli hanno fatto sbagliare i conti sulla forza delle truppe fìniane, cosa vuole fare Berlusconi? Commettere altri errori? Continuare con l'inutile gioco a dividere i finiani tra buoni e cattivi? Tra identitari e governativi? Tra chi riceve le sue telefonate e chi no? Puntare su questo significa avere capito poco o nulla del mondo che si è ritrovato sotto le bandiere dell'ex leader di An. Perché i finiani, provenienti da ceppi e strade diverse, hanno nel presidente della Camera molto più che un leader. Fini è per loro, per tutti loro, il symbolum, ciò che, al di là delle diversità, delle ambizioni, persino delle umanissime rivalità, li unisce, come la ra, dice linguistica e psicologica della parola indica (sin ballein, tènere insieme, dicevano i Greci). Perché Fini, oltre le qualità e anche i meriti della persona, ha attraversato la storia politica e personale, antica o recente, di tutti loro, di tutti noi. E da alla nuova area un'identità difficilmente piegabile a manovre o tentativi di acquisizione. Se conta su questo Berlusconi commette un madornale errore di valutazione. Mettendosi nei suoi panni, è comprensibile, mai giustificabile, che vorrebbe politicamente morto l'ex cofondatore che ha messo al bando dal partito. Farebbe qualunque cosa, senza badare a spese, per liquidare il presidente della Camera. Anche da presidente della Camera. Ma come ha visto e vedrà ogni giorno, come solo danni al suogoverno, alla coalizione e alla sua immagine. Anche la campagna stampa scatenata dal Giornale e da Libero contro la persona del presidente della Camera che, per bocca di Stracquadanio, evoca espressamente il sinistro e inquietante "caso Boffo", è un suicidio politico, perché rende palese a tutti i contorni di un conflitto d'interessi del presidente del Consiglio, in questa circostanza difficilmente contestabile. In quale paese occidentale può accadere che un grande quotidiano di proprietà del fratello del primo ministro conduca una campagna di attacco personale contro il presidente di un ramo del Parlamento e la sua famiglia, in perfetta coincidenza con la crisi, politica tra i due? Può accadere in una democrazia liberale e costituzionale? E poi: non crede Berlusconi che, cosi facendo, rinsalderà le file di chi vorrebbe distruggere e incrementerà l'empatia di tanti italiani verso la nascente formazione politica? A noi sembra inevitabile. Forse è invece il caso che il premier si faccia bagnare da qualche goccia di saggezza che i suoi consiglieri più avveduti e la stessa logica interna della politica gli hanno inutilmente offerto. Ormai la separazione è avvenuta e non si può tornare indietro. Una fase si è chiusa e una nuova si è aperta. Nel centrodestra ci sono due popoli, due leader e due "stati". Bisogna prenderne atto. Tutti quanti. E' il caso che per primo Berlusconi ne prenda atto. Come è inevitabile di fronte a movimenti, politici e sociali, che non possono essere fermati da singoli, anche se potenti e dotati di grandi risorse. La domanda è: il nuovo movimento politico che si riconosce in Fini e che - è inutile negarlo - è destinato a crescere e radicarsi nel paese, il presidente del Consiglio, lo vuole avversario e alleato? Lo vuole, politicamente parlando, amico o nemico?

Sunday, August 1

GIANNI E' SENZA DIGNITA'!

 La motivazione della sentenza sui fatti della Diaz - con la quale la Corte d'appello di Genova presieduta da Salvatore Sinagra ha condannato nel maggio scorso 25 fra alti dirigenti e agenti di polizia - accusa in 310 pagine l'esecuzione violenta della perquisizione e punta il dito contro i vertici, assolti in primo grado. I vertici della polizia presenti alla scuola Diaz nella notte del 21 luglio 2001 a Genova erano consapevoli della «ingiustificata violenza» usata dagli agenti contro persone inermi. Tuttavia non solo non intervennero per fermare e soprattutto sanzionare chi commetteva abusi, ma si preoccuparono di falsificare i fatti per costruire una giustificazione alla «macelleria messicana». Colpevole e condannato a 4 anni l'allora capo dello SCO Francesco Gratteri (oggi capo dell'Antiterrorismo), colpevole e condannato a 4 anni l'allora vice direttore dell' UCIGOS Giovanni Luperi (oggi responsabile dell'Intelligence), le cui dichiarazioni - come imputati - al processo d'appello vengono definite "tout court" false.

«Hanno cercato di sminuire i loro ruoli e funzioni - scrive la Corte - ma sono stati smentiti dalle molteplici circostanze emerse nel processo». «Le loro condotte - è scritto - hanno costituito concorso morale nella redazione di atti falsi, avendo istigato, suggerito e rafforzato l'intento delittuoso dei sottoscrittori dei verbali» anche se sotto quei verbali non c'è la firma dei dirigenti. Quanto alla vicenda delle false molotov, reperiate per accusare i no global, la Corte dettaglia il «conciliabolo» tra Luperi, l'ex capo della DIGOS Spartaco Mortola e altri, per evidenziare come tutti fossero consapevoli dell'uso che delle molotov si voleva fare. Tutto con l'intento di coprire quella che viene definita «un'irruzione disastrosa» attraverso «false accuse idonee a giustificare arresti e violenze». Da qui le accuse ai no global di aver fatto una resistenza violenta (che non ci fu), le false molotov nella scuola, la falsa coltellata all'agente Nocera, i referti medici sollecitati da Gratteri e Canterini per presunte ferite da aggressione ad agenti di polizia (alcuni se le procurarono da soli nell'azione). Inoltre, anche ammettendo - scrive la Corte - che Luperi e Gratteri fossero arrivati dopo i pestaggi, «chiunque avrebbe constatato l'ingiustificato abuso della forza», eppure non intervennero. La Corte li ha quindi condannati in base all'articolo 40 del codice che stabilisce che non impedire un evento che si ha l'obbligo di impedire equivale a cagionarlo.

«L'origine di tutta la vicenda - è scritto poi nelle motivazioni depositate ieri - è individuabile nell'espliicita richiesta da parte del capo della polizia Gianni De Gennaro di riscattare l'immagine del corpo e procedere ad arresti». «Certo tale pressione psicologica - continuano i giudici - non giustifica in nulla la commissione di reati». La richiesta portò alla perquisizione alla scuola Diaz le cui modalità - i pestaggi - non furono «ne spontanee ne motivate dalla stanchezza e dallo stress», ma furono frutto di «calcolata freddezza». E si sofferma su un particolare: le immagini di un agente che ripone «clandestinamente» alcune mazze nel portabagagli di un'auto privata, sottolineando come questo sia indizio dell'uso di bastoni e mazze da parte della polizia, poi fatti sparire. Ribaltando l'interpretazione del Tribunale di primo grado la Corte d'appello scrive che il massacro della Diaz non è imputabile a comportamenti di singoli agenti che avevano perso il controllo ma si riconduce a precise responsabilità gerarchiche ed è il risultato di «un uso della forza volto a garantire il maggior numero possibile di arresti». Quanto alle violenze - analizzate caso per caso - la Corte si esprime con parole di condanna molto dure, usando anche il termine «sadismo» a proposito del pestaggio del giornalista inglese Mark Covell.

Thursday, July 29

Nè vincitori. Nè vinti.

E' Punica via per evitare che una deflagrazione senza senso si porti via, tra le macerie di un partito e di una esperienza di governo, la credibilità del centrodestra, prima di tutto nella testa e nel cuore di quanti ci hanno seguito e dato il mandato di rappresentarli. Non ci sarebbero ne vinti ne vincitori, alla fine della mattanza. Quando dico che si deve chiudere una pagina conflittuale e aprime una nuova, non faccio appello ai sentimenti, di cui non nego l'esistenza e che hanno la loro importanza per molti di noi; non esibisco ne chiedo ipocrisie, faccio invece appello alla ragione, ai fatti, all'analisi politica e alle basi pubbliche e discorsive, intessute di dialogo e di capacità di riflessione comune, di qualunque possibile fiducia tra diverse leadership". "Resettare tutto, senza risentimenti": con questa formula esordisce -in una breve conversazione serale-  Gianfranco Fini, presidente della Camera, leader di una componente del Pdl con la quale la maggioranza beriusconiana è in rotta aperta dopo mesi di roventi polemiche. Che cosa vuoi dire, presidente? "Vuoi dire che Berlusconi ed io non abbiamo il dovére di essere e nemmeno di sembrare amici, ma dobbiamo onorare un impegno politico ed elettorale con gli italiani. Per questo ci tocca il compito, anche in nome di una storia comune non banale, di deporre i pregiudizi, di mettere da parte carattere e orgoglio, di eliminare le impuntature e qualche atteggiamento gladiatorio delle tifoserie. Osserviamo a Fini che Berlusconi dice di sentire minacciata l'unità del Popolo della libertà e la capacità d'azione del governo, perché sostiene che gli amici politici del presidente della Camera e lui stesso sono passati dal dissenso a ima aspra e irrispettosa opposizione sistematica verso di lui come capo dell'esecutivo e presidente del partito. "Nessuno dei miei amici, tantomeno io, ha mai messo in discussione la leadership di Berlusconi nel partito e nel governo. Il che non significa, tanto più in tempi così turbolenti e gravidi di incognite, rinunciare alle proprie idee". Discutiamo con spirito liberale Come si supera un conflitto tanto duro? "Si prendono le questioni politiche in campo e si discute con spirito liberale, con pazienza, con umiltà e se necessario anche con fervore, ma senza retropensieri, senza farsi condizionare dalle ombre del carattere: Io dico per i miei interlocutori e anche per me stesso, naturalmente". Da che cosa si parte per resettare? "L'e conomia e la condizione della società italiana sono il primo punto. Bersani oggi alla Camera è stato da questo punto di vista convincente: c'è un paese reale che deve essere rappresentato fino in fondo, ci sono problemi sociali, dal mercato del lavoro alle relazioni sindacali, che vanno affrontati con giudizio, ci sono categorie da ascoltare e alle quali fornire risposte, c'è da immaginare di nuovo la condizione in cui il paese possa tornare a crescere e a produrre una ricchezza da dividere. Non mi pare che il leader del maggior partito di opposizione voglia avallare un ritorno agli aspetti più radicali ed estremi di una politica che si illuda di risolvere nei processi e nelle indagini della magistratura i propri problemi. Se Berlusconi prendesse lui stesso l'iniziativa di grandi Assise per la crescita del paese, lui che di economia ne capisce e che la vive sulla sua pelle di imprenditore, faremmo fare un passo avanti decisivo a tutta la discussione pubblica in atto, e ci sintonizzeremmo con tanta gente che è in ansia e vuole veder risolti i suoi problemi. Non possiamo limitarci a difendere, in modo secondo me sbagliato, gli interessi di chi ha adottato comportamenti antieuropei nel mercato del latte". Fini vuole ripartire dalle questioni poste nella dirczione, l'unica finora svolta da parte del Pdl. "Ma per resettare, ripeto, non per replicare. Sono due cose diverse. Sono l'una l'opposto dell'altra. E credo che a Berlusconi piacerebbe riacquistare un ruolo centrale di regia per Palazzo Chigi sul tema della crescita, senza che questo significhi emarginazione di un ministro come Tremonti, che ha segnato alcuni successi importanti. Così anche nei rapporti con la Lega: non è punitivo per Bossi che il Pdl riapra una discussione sul federalismo fiscale, con lo scopo di associare governatori e sindaci di tutto il paese alla decisione su quel che si dovrà fare, una decisione che non può pesare solo sulle spalle di Tremonti e Calderoli". Opponiamo a Fini un'impressione diffusa, che sia ormai molto più la questione del potere nel partito e quella del rapporto tra legalità e garantismo a dividere i quadri, le truppe e il corpo di base del Pdl. Fini non respinge l'osservazione, ma precisa: "Non tutti i problemi vengono dalle posizioni che ho espresso e che alcuni miei amici nel partito hanno espresso. In Sicilia è una specie di caos politico. A Latina e a Reggio Calabria emergono divisioni profonde ai massimi livelli amministrativi. Un partito deve costruire un suo baricentro, inventar- si un modo per convivere, deve sentirsi diretto entro uno sforzo comune. Anche qui si può resettare tutto, e senza risentimenti. Berlusconi non ha nelle sue corde il "modello partito", questo lo so, ma non c'è conflitto tra la sua leadership e un maggiore ordine politico nel Pdl. E a questo si collega anche il fattore della 'questione morale', espressione che per la verità non amo e sa di moralismo vecchio stile, magari di moralismo politicizzato, il peggiore. Vede, garantismo e legalità non sono in conflitto. La mia solidarietà verso chiunque sia colpito da gogna mediatica e da accanimenti palesi è di antica data, e resta intatta.. A Napoli ho parlato della stranezza del comportamento di un sottosegretario che si dimette senza avvertire l'opportunità di dimettersi anche da coordinatore regionale: ho invece letto il giorno dopo sul Giornale di famiglia che avevo chiesto la testa di Silvio Berlusconi. Certo che se poi gli ultras, sempre nemici di ogni buon compromesso politico, riportano al capo che io voglio fare un repulisti giustizialista, allora prevale la logica degli anatemi. Non è possibile equivocare la mia posizione: io ho radici e appartenenza culturali e politiche chiare. Qui sto e qui resto, in ogni senso.. Nel senso dello schieramento e delle idee portanti. Poi, certo, penso che dovremmo discutere seriamente di un codice etico, riflettere seriamente su quanto detto ieri dal neopresidente della Corte dei conti, del disegno di legge contro la corruzione, e penso che tutto ciò sia nell'interesse comune di un'impresa comune, quindi anche nell'interesse di Berlusconi. D'altra parte, se la presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiomo e il ministro Guardasigilli Angelino Aitano si accordano su un testo che libera il governo e la maggioranza dall'assedio, che fa respirare il potere e la libertà del Parlamento, vuoi dire che due teste pensano meglio di una, ed è questo che dobbiamo valorizzare. So bene che Roberto Maroni e gli altri uomini di punta del Viminale stanno facendo un lavoro di immensa importanza per la legalità, quella vera, non quella fatta di sole parole. Se avessi dubbi radicali, se davvero fossi sfiduciato e amaro, non direi, anche sulle questioni della legalità, che si può e si deve resettare tutto, per scrivere un nuovo capitolo con un po di ottimismo.

Saturday, July 24

IL SEGRETO E LO STATO

Un segreto è segreto e quello di stato non può essere sacrificato all'utopia della trasparenza totale. Si discute molto, a proposito e a sproposito, dei "segreti" che ammorberebbero la vita della Repubblica. Si potrebbe obiettare che, caso mai, sono le propalazioni giudiziarie di illazioni e mezze verità non controllate a suscitare tensione. AI di là delle considerazioni relative alle vicende più recenti, bisognerebbe esaminare oggettivamente il tema dell'esigenza tutti gli stati hanno di mantenere il"Segreto" su questioni e vicende particolarmente delicate.

Lo stato di diritto delimita, ma non abolisce, la Ragion di Stato, della quale il segreto è una conseguenza. E' ragionevole porsi il problema del senso specifico che conserta (o meno) la ragion di stato in un regime democratico. Com'è noto il segreto di stato è stato opposto in varie occasioni, e talora sugli stessi argomenti, sia da governi di centrodestra sia di centrosinistra. E' naturale che le opposizioni pretendano sempre la "trasparenza", ma se poi si trovano a governare, le parti si invertono sistematamente. Questo significa che ci sono legittimi interessi nazionali che richiedono di essere tutelati anche col segreto, e sarebbe bene che senza ìpocrisie o strumentalità che questo fosse riconosciuto da tutte le parti politiche responsabili.

D'altra parte il caso più celebre di pubblicazione dei segreti di stato vide come protagonista il Consiglio dei commissari del popolo sovietico, che però, dopo aver rivelato i segreti della diplomazia zarista, costruì il sistema più rigidamente segreto della storia contemporanea. La conduzione delle guerre richiede il segreto, e questo vale sia per quelle esteme come per quelle inteme. Combattere le bande armate terroristiche o la criminalità organizzata richiede strategie, che debbono avvalersi di strumenti di intelligence, che possono agire, spessoai margini della legalità/solo se coperti dal segreto. Naturalmente si rispetta, almeno in linea di principio, la ragion di stato se si riconosce il ruolo unitario dello stato come tutela fondamentale dell'interesse nazionale. Se si introduce il dubbio, si affaccia la tesi del "doppio stato", si abbatte la base stessa su cui si fonda il sistema.

La democrazia, che è una forma di stato, viene proposta come antagonista allo stato, cui non viene riconosciuto il carattere democratico in base al principio della sovranità popolare. L'utopia di uno stato senza segreti, apparentemente affascinante, in realtà finisce col minare proprio le fondamenta dello stato, e quindi, da noi, della democrazia.

Friday, July 23

DEAT
DEA

Mancino punta ad apparire estraneo a tutte le controversie.

Nicola Mancino, vicepresidente di un CSM in scadenza, cerca di assumere un atteggiamento di superiorità di fronte alle questioni più spinose, invitando l'organo di governo dei magistrati ad aprire "una riflessione sulla questione morale". Al tempo stesso Mancino crede di poter sostenere, senza contraddirsi, che il "cono d'ombra" gettato sulla magistratura da recenti e più antiche vicende non incide sulla "sostanza" dell'attività esercitata dal Csm (compresa la nomina di Marra alla Corte d'appello di Milano, timbrata da Mancino medesimo). Frasi generiche, con le quali Mancino punta ad apparire estraneo a tutte le controversie. Mancino, però, non è solo un vecchio signore al termine di un cursus honorum senza macchie (ma con qualche interrogativo). Nella fase più critica dell'offensiva terroristico-mafiosa, dal '92 al '94, esercitava la funzione di ministro degli Interni. E' in quella fase che, anche attraverso operazioni di intelligence abbastanza simili a una negoziazione con la mafia, sì arrivò alla cattura di Totó Riina. E' una pagina assai controversa, sulla quale si innestano speculazioni minatorie da parte di qualche magistrato e circolano le insinuazioni più varie. Mancino non ha mai voluto o saputo chiarire, non ha contrastato le insinuazioni della magistratura sulla trattativa, accontentandosi di nascondere le sue eventuali responsabilità, e le inevitabili conoscenze della vicenda. Un po' poco per imbracciare proprio adesso la spada della questione morale.

Wednesday, July 14

Siamo stati di parola. Lo saremo sempre.

La criminalità organizzata ramificata riesce a infiltrarsi in modo da inaridire tutte le fonti potenziali di rinascita. Basta pensare alla vicenda che ha ostacolato il decollo di un'infrastruttura come l'interporto di Gioia Tauro, e che si teme possa ripetersi in relazione a un'opera colossale come il ponte sullo stretto di Messina. E' interesse della 'ndrangheta mantenere la Calabria nel suo isolamento e nella sua arretratezza, anche per gestire in proprio gli snodi esterni delle attività che controlla, come dimostra la sua ramificazione neppure troppo recente in Lombardia e in altre zone del nord. II colpo contro la 'ndrangheta calabrese è un esempio per la lotta alle mafie L'operazione che ha portato all'arresto di centinaia di esponenti della 'ndrangheta calabrese, compresi quelli inseriti nella società settentrionale, ha un rilievo eccezionale non solo per le imponenti dimensioni quantitative. La Calabria è una regione che, nonostante le sue eccellenti risorse turistiche e la sua collocazione logistica che ne fa un ponte naturale nel Mediterraneo, non riesce a realizzare i processi di modernizzazione e di insediamento imprenditoriale necessari per valorizzare le sue potenzialità. La ragione è tristemente nota.  Per sottrarre alla criminalità organizzata questa sorta di "governo" della Calabria, per evitare che i giovani siano indotti a pensare che la sottomissione alle 'ndrine è l'unico sbocco aperto per il loro futuro, bisogna smantellare il sistema economico criminale, mentre se ne costruisce uno legale, si fanno funzionare bene le infrastnitture esistenti, si costruiscono quelle nuove, si ammodernano autostrade e ferrovie per creare le condizioni per la crescita possibile. Passare da un'economia costruita sull'elefantiasi dei settori pubblici, da quello sanitario a quello forestale, a una basata su imprese innovative richiede un tasso accettabile di legalità, e questo è il primo compito dello stato. Naturalmente, come si dice sempre, molto resta da fare. Ma intanto è significativo che qualcosa di importante sia stato fatto, che le promesse fatte alle popolazioni calabresi ai funerali delle vittime della 'ndrangheta non siano rimaste affermazioni retoriche, che insomma si può passare, razionalmente, dalla passiva assuefazione all'azione e alla speranza. L'operazione di ieri, che fa seguito ad altre condotte brillantemente contro la criminalità organizzata della Campania e della Sicilia, dimostra che lo stato può vincere e che il controllo mafioso dei territori comincia ad essere debellato.

Il Generale Ganzer rappresenta la figura del galantuomo servitore dello Stato.

Il comandante generale dei carabinieri Leonardo Gallitelli è stato inequivocabile: "Nel rispetto della sentenza, questo Comando è fiducioso nel favorevole esito dei prossimi gradi di giudizio e conferma la piena affidabilità del generale Giampaolo Ganzer e del Ros. La grande professionalità e il rigoroso impegno del generale Ganzer e del reparto da lui guidato trovano riscontro negli straordinari risultati conseguiti in questi anni, e anche nella giornata odierna, nella lotta al crimine organizzato e all'eversione". Roberto Maroni è stato netto: "Ho pieno rispetto e fiducia nella magistratura, ma altrettanta fiducia ho nell'operato dei carabinieri, del Ros e del suo comandante". Durissimo il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto: "La conclusione di questo processo rappresenta uno dei punti più bui della storia repubblicana. Da cittadino dichiaro di sentirmi offeso per come è stato trattato dalla giustizia italiana. Ganzer rappresenta meglio di chiunque altro la figura del galantuomo servitore dello stato". Una risposta frontale, in sintonia con la dura reazione del Comando generale dei carabinieri che ha annunciato l'inusuale decisione di non rimuovere Ganzer dall'incarico e di confermargli piena fiducia operativa. La prassi sempre seguita avrebbe imposto invece che venisse quantomeno sospeso dall'ufficio (o, addirittura, dal servizio), ma così non è stato.  L'ultimo riferimento è alla più grande operazione contro le cosche che ha impegnato 3.000 uomini e portato a 304 fermi in tutta Italia e portata a termine - col determinante contributo dei Ros - in perfetta coincidenza con la sentenza che ha condannato Ganzer.  "Dottrina" che trova pieno corrispettivo nel processo intentato dalla procura di Palermo contro il generale Mario Mori per le modalità, che si pretendono "oscure", dell'arresto di Totò Riina. Tré casi in cui determinante è stata l'autonoma iniziativa di indagini dei vertici dei Ros (e del Sismi), sempre in raccordo con le procure, ma dentro "comici operative" totalmente sviluppate e portate al successo dalle forze di sicurezza. La sostanza tutta politica e di aperto scontro istituzionale tra i poteri delle procure e quelli dell'esecutivo è stata polemicamente enucleata da Spataro quando ha contestato, in Aula e fuori, addirittura la legittimità da parte di due governi di disporre del segreto di stato: "E' stato grave apporre il segreto di stato perché con l'inchiesta Abu Ornar l'Italia avrebbe potuto dare l'esempio, assumere un ruolo trainante in campo intemazionale nella tutela dei diritti umani. Avrebbe potuto guidare quel cambiamento che solo oggi, grazie a Obama, inizia faticosamente a prendere corpo. Il caso Abu Ornar ha invece segnato uno spartiacque: da quel momento il segreto di stato, la cui opposizione non può che essere un fatto eccezionale, è entrato in tanti altri processi". E' dunque esplicita, evidente, la pretesa del pm di "guidare un cambiamento nella tutela dei diritti umani" sulla linea che Obama starebbe imponendo (ma anche sul punto Spataro è in errore). La sua amplificazione della pretesa di imporre un ruolo delle procure nella dirczione del controterròrisrno è inequivocabile e sconcertante. Identica è la "filosofìa" che regge il processo "monstre" contro il generale Ganzer, in un contesto in cui le grandi operazioni contro i narcotrafficanti, che portano al sequestro di tonnellate di droga, non possono essere "dirette dal pm", ma devono essere concepite, sviluppate e dirette (spesso lasciando agenti, o "fonti", quali ostaggio in pericolo di vita, nelle mani dei narcotrafficanti sino a un minuto prima del loro arresto) da grandi investigatori, come Ganzer. (segue a pagina due) La riforma del codice che, nel 1987, ha reso i pm padroni assoluti delle indagini (segue dalla prima pagina) Evidente, in tutto il corso del processo, è stata la contestazione da parte del pm degli spazi di iniziativa autonoma dei Ros (che pure hanno sempre agito di concerto stretto con le procure, anche quella di Milano) e la pretesa di sanzionare con una condanna pesante - ottenuta - gli spazi di autonoma iniziativa indispensabili per agire nella complessa "zona d'ombra" che caratterizza il narcotraffico, così come il contrasto al terrorismo (caso Pollar!) o alla mafia (caso Mori). Una forzatura tutta politica - quasi di brama di potere - della riforma del codice del 1987 che stabili che "il pubblico ministero dirige le indagini e dispone direttamente della polizia giudiziaria." Una virata rispetto al codice precedente (ampio fu il dibattito sul punto nell'Assemblea costituente) che garantiva maggiori ambiti di autonoma iniziativa alle forze di sicurezza. Una assunzione di dirczione delle indagini da parte dei pm che peraltro ha sinora dato pessimi risultati perché interpretata da loro in modo sempre più restrittivo, ha finito per formare molti quadri di polizia giudiziaria che spesso non sanno semplicemente più condurre le indagini, come dimostrano molti casi di cronaca, e non solo quello di Grugliasco. Sentenza incomprensibile sino a quando non verrà depositata (Ganzer è stato condannato, più dei suoi coimputati per di più per reati che sarebbero stati commessi in operazioni che non ha minimamente effettuato o diretto), ma che risponde a un evidente disegno politico della procura di Milano, avallato dal tribunale: sottrarre ai Ros la gestione delle investigazioni "coperte" e ad alto rischio per portarla in toto sotto la dirczione del pm. Il caso Ganzer va infatti inserito in una sorta di "dottrina" di cui è esplicito portatore il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro (unico testimone dell'accusa che noii abbia favorito in realtà la difesa di Ganzer) quando ha polemizzato col governo Prodi e con quello Berlusconi per l'apposizione del segreto di stato nel processo a carico del generale Nicolo Pollari per la "extraordinary rendition" di Abu Ornar. C'è del metodo nella "follia" che ha portato alla condanna a 14 anni del comandante dei Ros Giampaolo Ganzer, un disegno talmente chiaro da provocare una dura risposta politica e istituzionale dei responsabili della sicurezza, schierati solidarmente con il condannato.

Tuesday, July 13

Cosentino e i legami con Schiavone

Le accuse a Ferraro - Nicola Ferraro, ex consigliere regionale dell’Udeur, già coinvolto in altre due inchieste, è stato arrestato con l’accusa di associazione camorristica. È infatti incolpato di essersi accordato, nella doppia veste di imprenditore nel settore dei rifiuti ed esponente politico di rilievo regionale, con gli esponenti apicali delle associazioni criminali, egemoni nel Casertano e, in particolare, con i reggenti dei gruppi Schiavone e Bidognetti. Nell'ordinanza del gip Vincenzo Alabiso compare anche il nome del sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino. In base alle dichiarazioni del pentito Raffaele Piccolo, "anche Cosentino è stato favorito dal gruppo Schiavone. Cosentino infatti è titolare di una impresa di commercializzazione del gas. Io so che Cosentino era favorito perchè spesso, quale forma di estorsione nei confronti degli imprenditori, procedevano a dei cambi di assegni che portavamo agli imprenditori; soltanto alcuni assegni, però, potevano essere portati da Nicola Cosentino, ossia quelli per esempio dei soggetti apicali del clan come Nicola Panaro o Nicola Schiavone. Ferraro, inoltre, sempre con l’aiuto del fratello, avrebbe stretto un accordo con Luigi Guida, reggente del clan Bidognetti,  ponendosi come intermediari tra gli esponenti degli enti locali, sui quali l’ex consigliere dell' "Udeur" aveva influenza politica - Castelvolturno, Villa Literno, Lusciano, e l’organizzazione camorristica per influire sull’attribuzione degli appalti a imprenditori di comodo e sul pagamento delle somme estorsive al clan. Voglio specificare che spesso, quando avevamo a che fare per le estorsioni con imprese più importanti, come ad esempio Statuto di Caserta, onde evitare rapporti tra noi affiliati e l'imprenditore, le estorsioni venivano pagate in assegni a Iorio (Salvatore Iorio, attivo nel settore del calcestruzzo e arrestato oggi, ndr), quello del calcestruzzo, il quale poi versava tali assegni a noi".Nello specifico l’ex consigliere regionale avrebbe ricevuto sostegno elettorale e, assieme al fratello Luigi, a sua volta arrestato, un appoggio risultato decisamente determinante per l’affermazione delle loro aziende. E, per ricambiare il favore, avrebbero quindi prestato la loro opera al clan dei casalesi". Maxi blitz delle forze dell'ordine contro il clan camorristico dei Casalesi. L'operazione, condotta dai Carabinieri di Napoli, prevede 17 ordinanze di custodia cautelare e decreti di sequestro di beni per un valore stimato di 1 miliardo di euro. I provvedimenti sono stati emessi su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Tra i destinatari del le ordinanze di custodia, compaiono anche i latitanti Antonio Iovine e Nicola Schiavone, figlio del boss Francesco Schiavone, soprannominato "Sandokan". Tra le accuse, a vario titolo, ci sono quelle di associazione mafiosa, riciclaggio e turbativa d’asta. I sequestri riguardano imprese, complessi turistici, appartamenti e terreni. Le indagini hanno inoltre permesso di evidenziare una ramificata infiltrazione della camorra nel sistema degli appalti pubblici nel Casertano. Nell'inchiesta, coordinata dalla Dda, è indagato anche il Prefetto di Frosinone, Paolino Maddaloni. I pm, Antonello Ardituro e Marco Del Gaudio, ne avevano già chiesto l'arresto, ma il Gip, Vincenzo Alabiso aveva respinto la richiesta. Maddaloni è accusato di turbativa d'asta e l'appalto è quello delle centraline per il monitoraggio della qualità dell'aria, a Caserta.

Comandante del Ros. "Le sentenze non si possono che rispettare. Aspettiamo ora le motivazioni"

L’indagine nasce da un’intuizone del pm Armando Spataro che, nel gennaio 1994, ricevette dall’attuale leader del Ros, col quale aveva all’epoca un rapporto di stima, la richiesta di un’autorizzazione a ritardare il sequestro di una partita di droga.  Sistema Ros - Tra il 1991 e il 1997, il metodo targato Ros individuato dalla Procura sarebbe stato quello "di creare traffico di droga prima al fine di reprimerlo usando a tal fine le conoscenze investigative, strumentalizzando le risorse dell’ Arma, inducendo a importare droga trafficanti-fonti poi non perseguiti e arricchitisi con i soldi versati dagli acquirenti e mai sequestrati, e arrestando persone di sicuro interessate al narcotraffico ma ad esso istigati dai militari e dalle loro fonti". Accuse – Quattordici anni di carcere più 65mila euro di multa per traffico internazionale di stupefacenti, interdizione perpetua dai pubblici uffici, assoluzione dall’accusa di associazione a delinquere finalizzata a questi traffici e prescrizione per il reato di peculato. Questo l'esito della sentenza pronunciata dai giudici del Tribunale di Milano, dopo oltre 5 anni di processo e quasi 200 udienze.
Con Ganzer viene condannato a 7 anni e sei mesi anche Mauro Obinu, ex colonnello del Ros e attuale alto dirigente dei servizi segreti, oltre ad altri 11 ex appartenenti all’Arma, con pene tra i 5 anni e 2 mesi e i 13 anni e 6 mesi per singoli episodi commessi nel corso di alcune operazioni antidroga compiute "sotto copertura". Ritenuto colpevole di aver costituito una frangia malavitosa all’interno del corpo dei Carabinieri finalizzata al traffico di droga, al peculato, al falso e ad altri reati. È arrivata puntuale la sentenza dei Giudici dell’ottava sezione penale di Milano che oggi hanno emesso la sentenza definitiva nei confronti di 18 imputati, accusati di irregolarità nelle operazioni antidroga svolte tra il 1991 e il 1997. Sentenza severa anche per Mauro Obinu (a sua volta del Ros e poi passato al Sisde): nel suo caso i giudici hanno emesso una sentenza di 7 anni e 10 mesi di reclusione. Richieste ridotte – Nonostante il peso delle accuse, la sentenza dei giudici del tribunale lombardo ha alleggerito le richieste del pm, accogliendo solo in parte l’impianto accusatorio, soprattutto per quel che riguarda l'associazione a delinquere e il traffico d'armi. Proprio per questo motivo, anche l'accusa ha deciso di presentare ricorso in Appello. Decisi a ricorrere al secondo grado di giudizio anche tutti i condannati. Prima di muoversi in sede legale, tuttavia, i legali del generale Ganzer attenderanno le motivazioni di questa prima sentenza.

Sunday, July 11

SUPERLOGGIA LOGGIA LOGGETTA LOGGINA.. PRATICAMENTE DEI PIRLONI!

 Il risultato di tutte le oscure trame è che il Lodo Aitano è stato cancellato dalla Consulta, l'ufficio elettorale presso la Corte d'appello ha respinto il ricorso della lista lombarda, il sottosegretario all'Economia non è diventato governatore a Napoli, ma al suo posto c'è colui che si voleva diffamare.  Più che la P3 a me quella di Carboni e soci sembra il suo contrario: la 3P, acronimo che sta per Tré Pirla. Leggendo l'ordinanza con cui è stato disposto l'arresto del faccendiere sardpedeisuoisodalisicapisceunacosa,che quella non era un'associazione a delinquere, ma un'associazione da ridere. E Repubblica li adotta. La loggia avrebbe sostenuto il Lodo Alfano. la lista Formigoni esclusa alle regionali e l'elezione di Sorrentino in Campania: tré flop. Alla faccia del gruppo di potere. E poi avrebbe agito nei confronti del presidente della Corte d'appello di Milano, per far riammettere la lista Formigoni alle scorse elezioni. Infine avrebbe provato a designare Nicola Cosentino alla presidenza della Campania, ostacolando con notizie infamanti il suo rivale nel PdL, Stefano Caldoro. Secondo l'accusa il vecchio trafficone già noto per Calvi e l'Ambrosiano, il giudice tributario Pasquale Lombardi e l'imprenditore Arcangelo Martino costituivano una potente lobby che cercava di condizionare le istituzioni La segretissima loggia avrebbe esercitato la sua influenza sulla Corte costituzionale, per ottenere l'approvazionedel cosiddetto Lodo Alfano. Tirando le somme si può dire che l'associazione segreta di Carboni e soci somiglia più a una banda di pensionati pasticcioni che a un'accolita di criminali. Può essere che gli sia andata a segno qualche raccomandazione - probabilmente più millantata che riuscita - ma se si dovesse mettere in galera tutti quelli che provano a piazzare un amico, o che se ne accreditano il merito, altro che sovraffollamento delle carceri: sarebbero più quelli dentro che chi sta fuori. Detto questo, come una simile combriccola di vecchi pataccari sia finita a tavola con Denis Verdini e Marcelle DelTUtri rimane invece un mistero. Come si fa a sedersi a pranzo con Carboni dimenticandosi che da trent'anni hale procure alle calcagna? Anche se non si ha nulla da nascondere, l'imprudenza con cui una parte del mondo politico frequenta certi tipi resta per me sempre una sorpresa. Ma a proposito di stupore, la meraviglia più grande è stata la ricostruzione della storia di Flavio Carboni fatta da alcuni quotidia- ni, in particolare la Repubblica. Il giornale di Ezio Mauro alla P3 ha dato largo spazio, tré pagine oltre al taglio della prima, raccontando la vita del faccendiere sardo, i suoi rapporti con la P2 e perfino un vecchio progetto degli anni Ottanta cui era interessato anche Berlusconi, ma che non si realizzò mai. Le mille vite di Flavio sono passate ai raggi x da Alberto Staterà, con corredo iconografico composto dafotografie di Roberto Calvi, Banda della Magliana, Emanuela Orlandi, Pippo Calò e altri. Invece solo tré righe, nascoste nel testo, per dire che a Carboni «era riuscito a ottenere una partecipazione azionaria nella Nuova Sardegna grazie alla simpatia di Carlo Caracciolo». Silenzio anche sui contatti tra Carboni e De Mita. Detta così, sembrerebbe che il piccolo trafBcone c'entri col defunto editore di Repubblica solo percaso, anzi,perlagenerositàdel principe, il quale gli concesse di entrare nel giornale di Sassari per «simpatia». In realtà le cose non stanno così. Non fu Caracciolo a fare un piacere a Carboni, ma quest'ultimo a fame molti al prin cipe. Il primo riguardò proprio la Nuova Sardegna, quotidiano che in seguito al disastro della Sir di Rovelli finì nelle mani del faccendiere grazie ai buoni uffici di Armando Corona, Gran maestro della Massoneria, che di Carboni era amico. Fu il piccolo trafficone dunque a fare un favore a Caracciolo vendendogli poi la maggioranzadelgiomaleenonsoselo fece per l'amabilità del nobiluomo che presiedeva Repubblica o per altro. Sopercertocheirapportitra i due furono lunghi e proficui, come testimonia Massimo Teodori, membro della commissione P2 e autore di una controrelazione assai diversa da quella di TinaAnselmi. Cito alcuni brevi passaggi a firma dell'esponente radicale: «Flavio Carboni si assicura la benevolenza di Calvi (il bancarottiere del crac Ambrosiano, ndr} dandogli a intendere di tessere una rete di rapporti funzionali a raggiungere gli obiettivi del suo salvataggio personale e finanziario (...). I progetti spaziano in molte direzioni. Per quanto riguarda la stampa Carboni si adoperò con l'amico Carlo Caracciolo affinchè fosse raggiunto un patto di non belligeranza, cosa che avvenne qualche mese dopo (...).Per la difesa di Calvi furono previsti interventi illeciti sulla magistratura, sulla stampa e sui politici. Lo stesso Carboni parlaaddiritturadiunostanziamento di 100 miliardi daparte di Calvi per prowedere alle diverse operazioni di "protezione". Carlo Caracciolo, editore dell'Espresso, entra a far parte di quella specie di gruppò di informazione e di azione che più volte Carboni ha dichiarato come il proprio centro di influenza, in ragione degli interessi comuni nel quotidiano La Nuova Sardegna controllato da Corona e Carboni. (...) Per l'intera stagione, dall'autunno 1981 alla morte di Calvi, il gran maestro dellaMassoneria Armando Corona, l'editore Carlo Caracciolo, il sottosegretario al Tesoro on. Beppe Pisanu (quello che denuncia i rapporti tra mafia e politica, ndr}, il consulen, tè del ministro del Tesoro Carlo Binetti, e monsignor Franco Hillary (uomo di Marcinkus, ndr} si riconoscono reciprocamente come un gruppo coeso intomo a Carbo ni che opera in nome di interessi comuni o convergenti mentre è pronto a sfruttare le disgrazie finanziarie e giudiziarie di Calvi». Fin qui Teodori. Ma forse vale la pena di chiarire alcuni passaggi. Nel 1981 il Banco Ambrosiano e il suo presidente finiscono nel mirino di Repubblica, che da grande spazio all'inchiesta che la Procura di Milano sta conducendo su Calvi. Il quotidiano di Scalfari, però, all'epoca naviga ancora in brutte acque e ha bisogno di soldi per tirare avanti. Ecco che allora Carbo ni si rende utile e fa incontrare Carlo Caracciolo e Calvi, al quale poi verrà richiesto un finanziamento di 10 miliardi di lire, che però non verrà concesso perché non ci sono le garanzie. Dilla venti giorni Calvi sarà arrestato. Ma gli intrecci tra Repubblica, Calvi e Carboni non si fermano lì. Sarà sempre il faccendiere sardo a far incontrare Calvi e Carlo De Benedetti, il quale poi nell'autunno del 1981 comprò il 2% del Banco Ambrosiano. All'epoca l'Ingegnere non è che nuoti nell'oro, ma grazie a una complicata operazio ne riesce a farsi prestare un po' di soldi eli investe nell'istituto di credito milanese, del quale diventa vicepresidente. Poco più di due mesi più tardi De Benedetti litiga con Calvi ed esce dall'Ambriosiano facendosi ricomprare dal banchiere la propria quota. Non però per 50 miliardi, ovvero per quanto l'aveva pagata, ma per 80. Trenta miliardi di plusvalenza in due mesi e quattro giorni sono un colpo gobbo straordinario, che però, dopo il crac, costerà all'Ingegnere un'accusa per estorsione e concorso in bancarotta, inchiestafinita nel nulla, con assoluzioni, rinvii e prescrizioni varie. Manon è questo il punto. Il punto è che qualchemese dopo Carlo De Benedetti si comprò un pezzo dell'Espresso, cioè della società editrice di Repubblica. E soprattutto è certo che, se la cosa avesse interessato altri, quei giornali non avrebbero ignorato la vicenda della "liquidazione miliardaria" di De Benedetti». Commenta Mario Tedeschi, mitico direttore del Borghese e autore di un libro sul caso Ambriosiano. «Pura coincidenza? Ammettiamolo pure. È certo però che i giornali di Caracciolo e Scalfari, in. altri casi, su molto meno hanno costruito atti di accusa chilometrici.

P1 P2 P3 P4........

La consegna al silenzio, nel rispetto del lavoro dell'autorità giudiziaria che sta investigando da mesi su di lui, il coordinatore del Pdl la mantiene fin che può. Dopodiché, nel primo pomeriggio, si affida a una nota per dire di trovarsi «in mezzo a uno tsunami mediatico-giudiziario di violenza inaudita, senza nessuna possibilità dipotermi difendere da unaserie di ricostruzioni che definire fantasiose costituisce un eufemismo». Trattasi, a detta di Verdini, di un «fiume di fango» che ora straripa con la notizia del suo essere indagato in quanto membro di un'associazione segreta «di cui non sono mai stato a conoscenza e di cui, conseguentemente, non ho malfatto, ne faccio, parte». E ancora: «Mi sono state portate una o due volte a casa mia, e non otto, tutte insieme le tré persone arrestate, e in quelle occasioni non si è mai parlato del lodo Alfano, di pressioni sul Csm o sulla Cassazione». Decine di testimoni pronti a confermarlo. «Che li convocassero» sbotta. Quanto alla sua banca Verdini se la prende «con quei quotidiani che continuano a parlare d un fiume illecito di denaro (chi 8 milioni di euro, chi 4). Notizia smentita più volte da me e dalla banca stessa. Peraltro, la stessa ordinanza del gip di Roma conferma che sono stati fatti regolari versamenti con assegni circolari in più rate per complessivi BOOmila euro, che servivano alla ricapitalizzazione della società che edi ta il Giornale della Toscana. Un'operazione trasparente». Questo il comunicato ufficiale . Quello che segue è lo sfogo affidato ai colleghi di partito e ai suoi più strettì collaboratori Si parte proprio da Carboni, che Verdini ha ricordato essergli stato presentato da Dell'Utri e che successivamente ha partecipato a un aumento di capitale del «suo» Giornale della Toscana per un 30 per cento. Una vecchia passione, questa di Carboni per l'editoria. «Assolutamente lecita», avrebbe ricordato Verdini ai colleghi rammentando i rapporti societari del faccendiere sardo col Caracciolo diRepubblica. «I giornali, si sa, non navigano in buone acque». Ben venga, dunque, chi investe. Ovviamente, avendo questo tipo di rapporto, e avendo Carboni fatto presente di aver dato unamano nella campagna elettorale di Cappellacci, quest'ultimo avrebbe chiesto a Verdini ciò che in precedenza aveva chiesto a tantissime altre persone: una mano per la nomina dell'assessore Farris. «Cosache nonho avuto difficoltà a fare», taglia corto Verdini. Ma che nulla avrebbe a che vedere con le dietrologie degli inquirenti. Quanto agli altri incontri politici, sempre affollati, dunque poco occulti, mai si è tramato per un lodo o per una nomina. «Ecco perché quando sul giornale ho letto le intercettazioni di quei due, Totò e Poppino, beh, devo confessarvi che sono rimasto di stucco». In una occasione addirittura Lombardi e Martino si sarebbero presentati al partito per omaggiare Verdini di uno stock di cravatte di Marinella. Un regalo da «vecchi amici», gente che Verdini però conosce a malapena tanto da scomodare Dell'Utri al telefono. «Marcelle, scusa, ma questi ci fanno o ci sono? Son due cretini». Un altro incontro sollecitato da Carboni in realtà nasconderebbe la raccomandazione del faccendiere a far ricevere da Verdini una delegazione Pdl della Romagna in cerca divisibilità. Quanto all'incontro sull'eoli co con Cappellacci, Carboni e Dell'Utri, Verdini l'avrebbe spiegato così: è vero, Carboni chiedeva una mano sul progetto eolico in Sardegna ma da subito noi sapevamo che non se ne poteva fare niente perché Cappellacci aveva detto no, che non se ne parlava, che c'erano nuove regole e non valevano piùle vecchie dellaleggeSoru fatta su misura per permettere un investimento alla società di De Benedetti, la Sorgenia, ai tempi in cui (2008) proprio Carboni si muovevaper l'eolico. Ecco perché non regge la storia che Carboni paga ima tangente a Verdini (il finanziamento al Giornale della Toscana} senza ottenere nulla in cambio. Poi c'è la vicenda Caldoro e il dossieraggio sui trans. Tempo qualche giorno e su alcuni blog campani compare quella stessa roba. Caldoro finalmente si muove, e fa oscurare i siti. «Da allora non ne ho saputo più nulla» chiosa Verdini. Fino a che, ieri, sui giornali il coordinatore del Pdl scopre che dietro al complotto per screditare Caldoro ci sarebbe l'assessore Sica, in rapporti con Totò (Lombardi) e Poppino (Martino). «L'unica cosa che ricordo, cari amici, è che Sica era uno di quelli che aspirava ad essere candidato governatore del Pdl in campania".Anche questo è un argomento che Verdini fa sapere di conoscere bene, ma non per come la racconta il gip. Stando a quanto riferito a due deputati del Pdl, quando si pone il problema della richiesta d'arresto per Cosentino, Berlusconi avrebbe iniziato a valutare l'ipotesi Caldoro. Contestualmente, però, non da Totò e Poppino, ma da ambienti del partito campano, sarebbe arrivata sulla scrivania di Verdini una nota su fantomatiche abitudini «marrazziane» di Caldoro . Di quel pezzo di carta giunge notizia a Berlusconi che incarica Verdini di parlarne con Caldoro. Cosa che avviene, con la consegna dello scritto.

Friday, July 9

Dall'epoca della caccia al massone cattivo, poi risoltasi in generali assoluzioni e generose

Carboni è stato arrestato con due soci suoi, i campani Pasquale Lombardi, giudice tributario dalle parti di Avelline, e Arcangelo Martino, imprenditore qualificato come partenopeo. Dalla lettura dell'ordinanza di custodia cautelare in carcere, firmata dal Gip su proposta di due pm della procura di Roma, emerge che i tré avevano costituito una lobby non proprio di primaria influenza e levatura per ottenere scopi affaristici e benemerenze politiche in ambiti governativi e regionali, sardi e campani (con un'incursione molto sfortunata a Milano; zona Formigoni). L' arresto di Flavio Carboni non mi sorprende. Questo vecchio brasseur d'affaires, parecchio malvissuto, era un caro amico di un mio amico con il quale tentava di fare affari, il principe Carlo Caracciolo, recentemente scomparso. Un giorno il Carboni, questa figurina minuta e nerissima, venne a una mia surreale e gridata trasmissione televisiva e, alla fine, nel cortile antistante gli studi, si formò un crocchio con gli ospiti per un rapido commento e un arrivederci. Chiesi: "Ma dov'è il dottor Carboni?". Mi dissero: "Sono venuti a prenderlo". Se lo erano portati via seduta stante, una delle non rare volte in cui questo è accaduto, gli uomini in divisa. Non sono nemmeno sorpreso del fatto che il Carboni, prototipo del faccendiere dai lontani tempi del povero Roberto Calvi e dello scandalo IOR-Ambrósiano, tenti di fare affari con miei amici oconoscenti: infatti stavolta aveva cercato di intortare un altro mio amico, Denis Verdini, per fare qualche bell'impianto eolico in Sardegna. Non risultano business con il compianto Caracciolo, anche perché all'epoca non si esagerava con le intercettazioni, e anche quello con Verdini è un tentato business mai realizzato, di cui sarà compito degli inquirenti, che sono uomini d'onore, dimostrare il carattere criminale o penalmente rilevante. Sono invece stupito per il fatto di vivere in uno stato di polizia, e di dovere seri- ; vere di un nuovo romanzo criminale che corre sui nastri delle intercettazioni nel giorno solenne di lotta contro il bavaglio. Le intercettazioni sono un vasto mare di chiacchiere dal sapore trucido e volgarmente lobbistico, ed è il giudice tributario Lombardi il Loquacissimo, spesso rimproverato dai sodali che minacciano di togliergli il telefono, e costretto, poverino, a nascondersi invano ti di puro Totò, non senza Poppino. Però lo stato di polizia è meno divertente dei romanzi che vi si scrivono, firmati Gip. Insomma. Come al solito non è dato ravvisare un fatto o una catena di fatti empiricamente confìgurabili come reati puntualmente compiuti da persone penalmente responsabili dei medesimi, a meno che non si intenda come "reato" la vaga "associazione per delinquere semplice", senza riscontri inattaccabili intorno ai quali far ruotare la brutta fattispecie dell'imputazione di tipo "associativo"; quanto al secondo motivo degli arresti, la legge Anselmi del 1982, quella che sciolse la P2, di cui naturalmente il cattivo Carboni faceva parte, e vietò le associazioni segrete, siamo nel mio libero giudizio alla storia che marxianamente si ripete in forma di farsa. Angelo Rizzoli, prosciolto da ogni addebito come quasi tutti i piduisti, rivuole indietro il "Corriere rapito" all'epoca della caccia al massone cattivo, poi risoltasi in generali assoluzioni e generose, e qui si tende, al di là di ogni migliore intenzione, a ripetere tale e quale l'ammuina. La Anselmi diede giù a chi stava nelle liste dei reprobi che definì senz'ombra di ironia "sostanzialmente veritiere", dove il sostanzialmente spiega tutto. Fu varata una leggina d'emergenza per ripulirsi la coscienza liquidando una massoneria dall'attivismo seccante per tornare a peccare con l'altra massoneria, e quasi trent'anni dopo si ricomincia. Ma dove siamo, nella DDR delle vite degli altri? (Con il che non si vuole certo paragonare Carboni ai dissidenti e ai bohémien di Prenziauer Berg, ci mancherebbe). Andiamo, alla sostanza, che in fatti di giustìzia (come sanno le persone serie) è la forma. Questa lobby segretissima e loquacissima sempre "auscultata" da un nucleo di brigadieri non ha combinato nessuno, dicasi nessuno, degli scopi per cui sarebbe stata costituita. Volevano l'eolico in Sardegna. Niente. Volevano Nicola Cosentino a capo della regione Campania, ma Berlusconi ha scelto Stefano Caldoro, contro il quale invano i congiurati hanno tentato la diffamazione, con mezzi assai biechi. Volevano che fosse accolto un ricorso di Roberto Formigoni presso l'ufficio elettorale, e il ricorso fu respinto. Volevano influenzare la magistratura (c'è anche una gustosa telefonata tra il Loquacissimo e un membro del Csm, che leggerete domani sulla stampa tabloid), e non ci sono riusciti. Volevano che il Guardasigilli Angolino Alfano mandasse ispettori a Milano. Nisba. Volevano influenzare la Corte costituzionale per far passare lo scudo del Cav., chiamando in napoletano deputati ai quali domandavano se avessero per caso relazioni altolocate. Niente di niente. Non posso negare che il Verdini si sia comportato con leggerezza antipolitica, invitando a cena questo trio Lescano. Non posso negare che il Loquacissimo, il giudice tributario, avesse la capacità di fare raccomandazioni solforose per i suoi simili in alto loco. Ne che alla lobby sia riuscito di piazzare un tizio, considerato da loro un amico, a capo di un'agenzia sarda per l'ambiente. Ma non credo francamente che sia l'unica lobby attivatasi per nomine del Csm o per raccomandazioni nella Pubblica amministrazione. E' tra le non molte che vengono scoperte e arrestate, purtroppo a prescindere da reati chiaramente definiti. Ma i reati, che sono il succo della giustizia penale, e le prove, anche quelle utili in uno stato di diritto, ci sono e non ci sono. E questa vaghezza è tipica degli stati di polizia e dell'uso scanzonato delle intercettazioni. Infatti l'ordine di cattura finisce con il solito saggio in cui il Gip, riportando letteralmente gli argomenti dell'accusa, spiega che la legge Anselmi è ottima, e la fattispecie dell'associazione segreta rigorosamente dimostrata, e che i tré si erano associati per delinquere. 

Intercettazioni, sputtanamenti e vizietti italiani

La nostra opinione è che non debba essere offuscato o marginalizzato, nel conflitto intomo al testo della legge, il principio liberale e costituzionale della riservatezza delle comunicazioni, perno della privacy. Gridare "intercettateci tutti" - significa dimenticare il massacro di umanità che si è compiuto nel corso del Novecento per la pretesa del potere di interferire nelle vite degli altri, e gravemente sottovalutare la potenziale deriva orwelliana del nuovo mondo tecnologico - significa ritenere che lo Stato possa ogni cosa, anche penetrare nei luoghi più reconditi e sacri del privato, calpestando quella dignità della persona su cui devono fondarsi leggi e regole della convivenza civile - significa cancellare l'articolo 15 della nostra Costituzione, che sancisce il diritto alla riservatezza La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione fu considerata dai Costituenti inviolabile. Bisogna salvaguardare l'efficienza delle indagini penali contro ogni forma di criminalità e la libertà della stampa e degli altri mezzi di comunicazione di massa. Ma non c'è mobilitazione che possa svolgersi nel disprezzo di questo basilare diritto del cittadino.

Thursday, July 8

Eritrei: Frattìni ha onorato questo obbligo.

La situazione dei profughi eritrei rinchiusi nel carcere libico di Brak pare avviata a soluzione, grazie anche a un intervento del governo italiano, che ha utilizzato gli eccellenti rapporti con il regime libico per fare in modo che i rifugiati ottenessero un lavoro capace di sottrarli alla condizione ingiustificata di detenzione. Benfatto un buon lavoro del governo sui profughi eritrei e una domanda all'Unione europea. 

L'attività del ministero degli Esteri e di quello dell'Interno, che anche questo giornale aveva sollecitato, ha saputo ottenere risultati senza che questo apparisse un'interferenza, per rispettare il senso, spesso esagerato, di indipendenza del governo di Muammar Gheddafi. 

Va anche detto che, per una volta, l'autorità sovranazionale che si occupa di rifugiati ha evitato di usare i consueti toni censori, chiedendo invece all'Italia di interporre i suoi buoni uffici con Tripoli. 

Le polemiche sul presunto respingimento da parte dell'Italia dei rifugiati eritrei, del quale non esiste alcuna prova, sono state archiviate, e l'Italia si è detta disposta ad accogliere eventuali richieste di asilo, come peraltro ha già fatto in occasioni precedenti, come ricorda la sottosegretaria agli Esteri Stefania Craxi. Tutto è bene quel che finisce bene. 

La vicenda tuttavia dovrebbe fornire l'occasione per una riflessione più distesa sull'intervento europeo nella questione dei profughi. L'Unione in quanto tale non è stata finora in grado di dotarsi di una regolamentazione comune, che suddivida anche gli oneri dell'accoglienza tra i vari paesi mèmbri. 

Così i paesi che sono più lontani dagli epicentri delle tragedie che spingono all'emigrazione i profughi, si impancano a censori di quelli mediterranei, sui quali pesa l'intero onere della situazione. Naturalmente questa situazione squilibrata non esime nessuno dal dovere di tutelare i diritti umani, e la risposta di Roberto Maroni e di Franco Frattìni ha onorato questo obbligo. 

Un approccio razionale a un problema complesso può produrre risultati positivi, in primo luogo per chi è costretto a chiedere asilo per sfuggire a tragedie e persecuzioni. 

C'è da sperare che adesso la leggenda nera dell'Italia razzista e disumana venga abbandonata. L'accordo di "liberazione e residenza in cambio di lavoro" applicato dal governo libico nei confronti dei rifugiati, peraltro, può rappresentare un meccanismo che, se implementato anche da rapporti intemazionali, può rappresentare un passo significativo per l'assunzione anche da parte del paese africano di un impegno umanitario.

Tuesday, July 6

L'amicizia, non ha cittadinanza in politica

Com'è noto Silvio Berlusconi non ama sentir parlare di "successione", forse per la convinzione che su quel terreno si possono aprire lacerazioni intempestive nel centrodestra, forse per semplice scaramanzia. Il tema rimosso o messo in burla, però, si ripresenta quasi come una ricorrenza penosa e tragica a ogni passaggio politico. Come rè Lear, Berlusconi probabilmente sognava che, una volta costituito un grande partito unico dei moderati, la sua vera eredità, i pretendenti più titolati, da Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini a Giulio Tremonti, si sarebbero spartiti lealmente poteri e influenze, lasciando a lui un ruolo simbolicamente patriarcale. Casini, invece, ha rifiutato l'eredità di domani cercando di accaparrarsene una più piccola ma più sicura nella competizione elettorale scorsa. Poi Gianfranco Fini si è messo a scalpitare rivendicando la titolarità politica del suo apporto al partito e ora tocca a Giulio Tremonti tentare, seppure in modo più diplomatico, di emanciparsi dalla paternità berlusconiana in nome della sua funzione di garante della stabilità economica. Come l'antico personaggio shakespeariano, Berlusconi interpreta questa potenziale diaspora successoria in base a sentimenti umanissimi, la riconoscenza, il tradimento, l'amicizia, che però non hanno cittadinanza in politica. Berlusconi, a differenza di rè Lear, non ha ceduto il bastone del comando, anche se si rende conto che in realtà la decisione politica è un processo gli consentirebbe, probabilmente gli consentirà, di riacciuffare il bandolo della matassa, a condizione di prendere le misure dei suoi interlocutori in termini di aspirazioni e potenzialità politiche, lasciando da parte le recriminazioni e i sentimenti. Lear è uno dei personaggi più umani della letteratura di tutti i tempi, ma lo è perché è uno sconfìtto, una vittima delle sue illusioni sulla profondità dei sentimenti di fedeltà e di affetto. Per non essere il rè Lear di Palazzo Chigi, il Cav. non può che affrontare una crisi politica nei suoi termini oggettivi, odiosi, disumanizzati, ma reali.