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Tuesday, May 28

NUOVA PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE: "ELEZIONI"

Riporto che: "sta nascendo un fronte disponibile a scommettere sulla riforma del sistema elettorale sul modello francese, che significa elezione diretta del presidente della repubblica con un sistema a doppio turno. Di questo modello, è noto, se ne parla ormai dal 1997, dai tempi della Bicamerale, e nonostante negli ultimi tempi sia stato il PdL il maggiore sponsor della riforma in realtà è stato il PdL, ai tempi della Bicamerale, a far saltare l'accordo e a dire no al sistema elettorale francese. Nei prossimi giorni PD, PdL e Scelta Civica, i tre azionisti di governo, torneranno a parlare di legge elettorale. Ci saranno molte proposte e ci sarà anche questa, che come detto è sponsorizzata da tutte la anime del PD."  Qui in basso il testo:

NUOVA PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE

Art. 1.
      1. All'articolo 64 della Costituzione sono aggiunti, in fine, i seguenti, commi: «Il candidato alla Presidenza della Repubblica risultato non eletto che ha ottenuto il maggior numero di voti o che ha partecipato al ballottaggio è membro di diritto della Camera dei deputati per tutta la durata della legislatura in corso al momento dell'elezione. I regolamenti delle Camere definiscono lo statuto dell'opposizione con particolare riferimento all'esercizio delle funzioni di controllo e di garanzia».

Art. 2.
      1. L'articolo 83 della Costituzione è sostituito dal seguente: «Art. 83. – Il Presidente della Repubblica è eletto a suffragio universale e diretto a maggioranza assoluta dei votanti. Qualora nessun candidato abbia conseguito la maggioranza, il quattordicesimo giorno successivo si procede al ballottaggio tra i due candidati che hanno conseguito il maggior numero di voti».

Art. 3.
      1. Al primo comma dell'articolo 84 della Costituzione, le parole: «cinquanta anni» sono sostituite dalle seguenti: «trentacinque anni».

Art. 4.
      1. L'articolo 85 della Costituzione è sostituito dal seguente:
 «Art. 85. – Il Presidente della Repubblica è eletto per cinque anni. Può essere rieletto una sola volta. Novanta giorni prima che scada il mandato del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati indìce l'elezione, che deve aver luogo tra il quarantesimo e il ventesimo giorno precedente la scadenza. Qualora gli ultimi tre mesi del mandato presidenziale coincidano, in tutto o in parte, con gli ultimi tre mesi della legislatura, i poteri del Parlamento sono prorogati e il Presidente della Camera dei deputati indìce, nei cinque giorni successivi a quello del giuramento, le nuove elezioni, che devono aver luogo tra il sessantesimo e il settantesimo giorno successivo. Le candidature sono presentate da un decimo dei parlamentari, da trecentomila elettori, da un decimo dei consiglieri regionali di almeno un sesto delle regioni ovvero da un numero di sindaci o di presidenti di Regioni o delle Province autonome di Trento e di Bolzano che corrisponde almeno a un quindicesimo della popolazione secondo le modalità stabilite dalla legge. La legge disciplina la procedura per la sostituzione e per l'eventuale rinvio della data dell'elezione in caso di morte o di impedimento permanente di uno dei candidati. Il Presidente della Repubblica eletto assume le funzioni l'ultimo giorno del mandato del Presidente uscente o il giorno successivo alla proclamazione in caso di morte, dimissioni o impedimento permanente del Presidente in carica. Il procedimento elettorale, la disciplina concernente i finanziamenti e le spese per la campagna elettorale nonché la partecipazione alle trasmissioni radiotelevisive al fine di assicurare la parità di condizioni tra i candidati e le altre modalità di applicazione del presente articolo sono regolati dalla legge. La legge prevede, altresì, disposizioni idonee a evitare conflitti tra gli interessi privati del Presidente della Repubblica e gli interessi pubblici».

Art. 5.
      1. Il secondo comma dell'articolo 86 della Costituzione è sostituito dal seguente: «In caso di impedimento permanente o di morte o di dimissioni del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati indìce l'elezione del nuovo Presidente della Repubblica entro tre giorni. L'elezione deve aver luogo tra il sessantesimo e l'ottantesimo giorno successivo al verificarsi dell'evento o della dichiarazione di impedimento deliberata dalla Corte costituzionale».

Art. 6.
      1. All'articolo 87 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
          a) al primo comma sono aggiunti, in fine, i seguenti periodi: «Vigila sul funzionamento regolare dei pubblici poteri e assicura che l'indirizzo politico della Repubblica si svolga in conformità con la sovranità popolare, nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione. A tale scopo rivolge, nel mese di gennaio di ogni anno, un discorso al Parlamento riunito in seduta comune sullo stato della Repubblica»;
          b) il decimo comma è abrogato.

Art. 7.
      1. L'articolo 88 della Costituzione è sostituito dal seguente:«Art. 88. – Il Presidente della Repubblica può, sentito il Primo Ministro, sciogliere le Camere o anche una sola di esse. La facoltà di cui al primo comma non può essere esercitata durante i dodici mesi successivi alle elezioni delle Camere».

Art. 8.
      1. L'articolo 89 della Costituzione è sostituito dal seguente: «Art. 89. – Gli atti del Presidente della Repubblica adottati su proposta del Primo Ministro o dei Ministri sono controfirmati dal proponente, che ne assume la responsabilità. Non sono sottoposti a controfirma la nomina e la revoca del Primo Ministro, l'indizione delle elezioni delle Camere e lo scioglimento delle stesse, l'indizione dei referendum nei casi previsti dalla Costituzione, il rinvio e la promulgazione delle leggi, l'invio dei messaggi alle Camere, le nomine che sono attribuite al Presidente della Repubblica dalla Costituzione e quelle per le quali la legge non prevede la proposta del Governo».

Art. 9.
      1. L'articolo 92 della Costituzione è sostituito dal seguente: «Art. 92. – Il Governo della Repubblica è composto dal Primo Ministro e dai Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Il Presidente della Repubblica nomina e revoca il Primo Ministro e, su proposta di questo, nomina e revoca i Ministri. Qualora entro cinque giorni dalla revoca del Primo Ministro il Parlamento confermi la fiducia allo stesso, il Presidente della Repubblica decade e il Parlamento è sciolto. In tal caso si applica il terzo comma dell'articolo 85. Il Presidente della Repubblica presiede il Consiglio dei ministri».
      2. Agli articoli 93, 95, primo comma, e 96 della Costituzione, le parole: «Presidente del Consiglio dei ministri» sono sostituite dalle seguenti: «Primo Ministro».

Art. 10.
      1. All'articolo 104 della Costituzione sono apportate le seguenti modificazioni:
        a) il secondo comma è sostituito dal seguente: «Il Consiglio superiore della magistratura elegge il presidente tra i componenti designati dal Paramento»;
          b) il quinto comma è abrogato.

Art. 11.
      1. La prima elezione del Presidente della Repubblica a suffragio universale e diretto ha luogo entro settanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale. Entro dieci giorni da tale data il Presidente della Camera dei deputati procede alla convocazione dei comizi elettorali. 
     2. Il Parlamento in carica alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale è comunque sciolto di diritto il giorno dell'elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Qualora sia già sciolto, la procedura elettorale è interrotta. 
      3. Le successive elezioni per la Camera dei deputati e per il Senato della Repubblica sono indette dal Presidente della Repubblica entro cinque giorni dal suo giuramento e devono aver luogo entro settanta giorni.

Wednesday, August 29

FRANCESCO COSSIGA: FOTTI IL POTERE.

Fotti il potere
Francesco Cossiga, Reggio Emilia 2010, pp. 298, € 17,00
Si è parlato e scritto poco di questo libro “Fotti il potere”, in libreria da un paio di mesi prima della morte di Cossiga, e che di conseguenza può considerarsi il suo testamento (politico-culturale). È una lunga conversazione con Andrea Cangini pubblicata dall’editore Aliberti che si muove su due piani differenti. Il primo, familiare a chi scrive, da oltre vent’anni direttore di una piccola rivista che s’ispira al realismo politico, è la concezione di cosa sia la politica (e la natura umana) e di come vadano conseguentemente valutate e interpretate vicende e accadimenti politici. La seconda è l’interpretazione/disvelamento di singoli fatti – dei quali l’ex Presidente era un testimone privilegiato, avendo avuto accesso a tanti arcana della Repubblica - e che spesso sono sorprendenti: in particolare (ma non solo) per coloro che sono abituati a ragionare in base agli idola consueti, senza ricorrere a criteri a un tempo più raffinati, culturalmente “titolati” e meno ingenui. Ciò che rende stimolante e originale sotto il profilo politico-culturale il libro non è solo l’impiego costante degli strumenti, concezioni, categorie del realismo politico, ma il fatto che di queste si fa uso limitatissimo e occultato nella pratica quotidiana dei governanti, dei dirigenti e dei giornalisti: dove invece ci si serve di avemaria e paternostri, facendo della lotta politica – ch’è in primo luogo lotta per il potere e come tale va, principalmente, considerata – un catalogo di buone intenzioni e esternazioni edificanti fino a renderla incomprensibile e mistificante. Un raccontare cioè “favole d’orchi ai bimbi” come scriveva Croce. O meglio fare della politica machiavellica, senza la teoria e la passione del Segretario fiorentino, come riteneva Schmitt, forse l’autore più citato da Cossiga; scriveva infatti Schmitt che se Machiavelli “fosse stato un machiavellista, invece del Principe avrebbe certamente scritto un libro messo insieme sulla base di massime commoventi”. Cosa che, servendosi di stampa e televisione – dei libri più raramente – fanno tutti i Tartufi in carriera (e in pensione) della Repubblica. Ad esempio, a considerare i presupposti del politico e in particolare quello del comando/obbedienza (Freund) Cossiga sostiene “Se, dunque, in Italia la struttura del potere traballa è anche perché poggia su una nazione molle. E se il vecchio adagio dice che «chi è adatto a comandare può ben obbedire», noi italiani risultiamo inadatti tanto al comando quanto all’obbedienza”; sul potere “il potere è una cosa grande e in sé magnifica: si lascia ammirare, dunque, ma piace soprattutto perché dal potere ciascuno in realtà si aspetta favori e protezione” e citando Schmitt “«quanto più il potere si concentra in un luogo preciso, nelle mani di un singolo o, come si suo, dire, di un vertice… tanto più violenta, accanita e muta diviene allora la lotta tra coloro che occupano l’anticamera e controllano il corridoio». Affermazione in un certo senso complementare a quella di Nietzsche: «L’uomo è la specie più evoluta che ospita il maggior numero di parassiti»” (pp. 14-15) sull’aspirazione del notabilato (e dei “poteri forti”) a una leadership debole: “gli uomini forti di ciascun partito hanno interesse ad avere leader dimezzati in modo da poterne controllare e indirizzare i passi. E lo stesso vale per i tanti poteri informali del Paese, inevitabilmente spaventati dall’eventualità di una politica forte e autorevole” (p. 31; la debolezza della politica “è così soprattutto nei Paesi che hanno una tradizione statuale debole come l’Italia, dove infatti chi vuole affermarsi in politica finisce spesso per mettersi all’ombra di un qualche altro potere” (p. 48): nel rapporto tra tecnocrazia e politica “un bravo tecnico può essere un bravo politico, ma non diverrà certo un bravo politico per il semplice fatto di essere un bravo tecnico” (p. 273) anche perché “in mancanza di ideali e spesso anche di idee è difficile che si sviluppi quel senso di appartenenza a una comunità politica su cui si fonda la militanza, ed è altrettanto chiaro che la politica senza militanza si riduce a poco più di un comitato d’affari…” (p. 66); sulla Costituzione “l’unico vero criterio interpretativo del diritto costituzionale è avere la maggioranza o non averla… Esattamente, se domattina la maggioranza delle forze politiche e di quelli che lei chiama poteri invisibili del Paese decidessero che, in base alla Costituzione, l’Italia è una monarchia anziché una Repubblica, buon parte dei più raffinati giuristi su piazza avallerebbe senza remore la tesi e quella diverrebbe la corretta interpretazione della lettera costituzionale!” (p. 80). A passare alle rivelazione, cioè alla versione dei (parte dei tanti) misteri della Repubblica, anche qui il criterio privilegiato di Cossiga è quello politico, Per esempio Mani pulite che sembra un’iniziativa di certi settori della magistratura: “In Italia, pochi compresero la portata ‘rivoluzionaria’ della fine della guerra fredda e del conseguente inizio di Mani pulite… Nonostante i miei sforzi, non avevano minimamente capito che il Muro di Berlino sarebbe crollato non sul Partito comunista ma sulla Democrazia cristiana e sul Partito socialista. E questo per il semplice fatto che, scomparso il comunismo internazionale, di loro non ci sarebbe più stato bisogno” (p. 267). Per piazza Fontana, questa fu opera degli americani, anzi “di qualche agente particolarmente imprudente dei servizi segreti americani”; sul presunto golpe del luglio ’64 “Nel luglio ’64 è stato sufficiente evocare un «tintinnar di sciabole» per ottenere i risultati politici auspicati: fu il caso del capo dello Stato Antonio Segni e del comandante generale dell’Arma dei carabinieri, già capo del Sifar, il servizio segreto militare, Giovanni de Lorenzo” (p. 121); la strage di Bologna sembra sia stata provocata dall’imperizia di un terrorista palestinese che portava una valigia d’esplosivo; e così via. Certo, molte di tali rivelazioni possono lasciare e lasciano – in effetti – dei dubbi: ma è altrettanto vero che quelle che sono diventate “verità ufficiali” (sempre consacrate tali dai media, spesso anche dalle sentenze) sono spesso meno probabili, anche perché fondate su presupposti artati, spesso ingenui e talvolta inverosimili. Quando le spiegazioni del fu Presidente, rapportate ai grandi eventi politici e alle loro conseguenti logiche, sono assai più soddisfacenti e ragionevoli. Nel complesso un libro che ci auguriamo – ma la scarsa attenzione che ha ricevuto sulla stampa non promette bene sulla diffusione, mentre è una conferma della qualità ed originalità – possa contribuire a far dell’Italia un Paese meno molle (e malleabile) di quanto sia. E pensiamo che questa sia stata l’intenzione di un buon patriota come Cossiga nel dettarlo.
Teodoro Klitsche de la Grange

Friday, March 9

Giulio Terzi di Sant'Agata

Il Pdl in rivolta al grido: "Sfiduciare Riccardi, ha insultato la politica". Sono proprio un fulmine questi pidiellini, e se vanno contro Andrea Riccardi, il ministro della Cooperazione che è bravissimo, su Giulio Terzi di Sant'Agata, allora, il ministro degli Esteri che non è in grado di dare una risposta sui due marò bloccati in India, che faranno mai, forse lo processeranno a Verona? Con le note di Sottofasciasemplice in sottofondo, va da sè.

Sunday, December 11

Monday, February 22

New Delhi: L'edizione 2010 di DefExpo.

(EPA/HARISH TYAGI)
L’edizione 2010 di DefExpo, importante vetrina biennale indiana del più avanzato materiale per la difesa navale e terrestre, ha aperto i battenti a New Delhi, con la partecipazione di 650 espositori di 27 paesi.
Con un occhio ai progetti del governo indiano, che nel prossimo decennio si propone di spendere 31 miliardi di dollari in materiale bellico, le principali imprese del settore partecipano a questa sesta edizione della manifestazione che è la più grande in termini di partecipazione dal suo esordio nel 1999. Negli spazi espositivi di Pragati Maidan nella capitale dieci fra i principali paesi, fra cui l’Italia, raggrupperanno i loro espositori in padiglioni nazionali.

Tutta la ”crema” dell’industria per la difesa è presente nella capitale indiana, con imprese del calibro di Boeing, Lockheed Martin, General Dynamics, Raytheon, BAE Systems, Finmeccanica, Rosoboronexport State Corporation, Israeli Aerospace Industries e European Aeronautics Defence and Space Company (Eads).
La partecipazione italiana è imperniata attorno alla Finmeccanica e alle sue controllate, fra cui AgustaWestland e Selex, insieme a Elettronica/ELT e Beretta.

In occasione di DefExpo 2010 sarà a New Delhi il sottosegretario italiano alla Difesa, Guido Crosetto.

Wednesday, January 20

CRAXI E NAPOLITANO. QUANT'IPOCRISIA SCRITTA IERI.

Per valutare appieno il lungo e solidale messaggio che il presidente della Repubblica ha voluto inviare alla vedova nel decimo anniversario della morte di Bettino Craxi bisogna sapere che negli ultimi anni di vita i rapporti del leader socialista con Giorgio Napolitano avevano subito un forte peggioramento.

Anzi, si era a consumata fra loro un'autentica rottura, senza più distinzioni, o quasi, fra i vertici dell'ex PCI e quello che era stato per lunghi anni il leader della corrente comunista più vicina o meno lontana dai socialisti: quella dei cosiddetti miglioristi, come si preferiva allora chiamare i riformisti, tanto puzzava il termine «riformismo».

Quando lasciò l'Italia, a ridosso delle elezioni politiche del 1994, per rifugiarsi definitivamente nella sua casa di Hammamet, Craxi considerava anche Giorgio Napolitano responsabile di quello ch'egli definiva «un clima infame». Nel quale la sinistra ex o post-comunista si era liberata, a suo avviso, degli avversari politici lasciandoli ghigliottinare come corrotti e mafiosi dalle Procure e dai Giornali.

Di Napolitano, peraltro insidiatosi con il suo appoggio alla Presidenza della Camera nel 1992, in sostituzione di Oscar Luigi Scalfaro, eletto sempre con il suo appoggio alla Presidenza della Repubblica, Bettino Craxi non aveva condiviso neppure la decisione di mettere in votazione a Montecitorio le richieste di autorizzazione a procedere contro di lui nella stessa giornata in cui si doveva accordare la fiducia al governo appena costituito da Carlo Azeglio Ciampi. La cui sorte rischiò di essere compromessa dalle proteste levatesi contro il no opposto a scrutinio segreto dai deputati ad alcuni dei processi richiesti contro il leader socialista.

I ministri del PDS e l'allora verde Francesco Rutelli si dimisero dal governo per ritorsione. Occhetto andò a pronunciare a Piazza Navona un discorso incendiario, al quale segui un disgustoso ed incivile lancio di monetine e d'insulti, contro il leader socialista, all'uscita dal vicino albergo in cui abitava.

Nel 1997, quando confezionò una serie di litografie sui «bugiardi ed extraterrestri» che, secondo lui, avevano negato o finto d'ignorare il carattere generalizzato del finanziamento illegale della politica, Craxi vi incluse Giorgio Napolitano, oltre a Oscar Luigi Scalfaro, l'ormai ex segretario del Pds Achille Occhetto, il direttore della «Repubblica» Eugenio Scalfari e l'ex presidente del Senato Giovanni Spadolini.

Del quale però, essendo morto nel 1994, evitò la foto per sostituirla con un vuoto manifesto funerario. Per quanto ferito da quella iniziativa, comprendendone evidentemente il contesto emotivo, Napolitano a dieci anni dalla morte ha voluto onorare la memoria del leader socialista e lamentare con nobile equanimità «la durezza senza eguali» patita allora.

Egli ha inoltre riconosciuto quel «brusco spostamento degli equilibri nei rapporti tra politica e giustizia» di cui Bettino Craxi fece le spese. E che purtroppo "alcuni vorrebbero conservare" per danneggiare questa volta Silvio Berlusconi.

Thursday, January 7

COME SQUALIFICARE IL SERVIZIO SEGRETO MILITARE ITALIANO

Nel mondo, dopo i rovesci subiti dalla CIA, si discute di come rafforzare la sicurezza rendendo più efficienti e impermeabili i Servizi Segreti, realizzando una rete di collegamento internazionale tra le Agenzie per contrastare più efficacemente quella terroristica. In Italia, invece, sembra che il problema principale sia quello opposto, quello di smantellare persino il principio del Segreto di Stato, che ogni volta che viene opposto da un Governo, e soprattutto da quello attuale, suscita un coro di proteste. La più recente decisione in questo senso, peraltro delimitata alla protezione delle relazioni internazionali e dei rapporti interni ai Servizi, è stata considerata un'estensione indebita e intollerabile delle prerogative della Presidenza del Consiglio, nonostante essa sia stata recentemente confermata da una sentenza della Corte costituzionale.

Gli argomenti impiegati sono i più vari e i più stravaganti, ma nella sostanza esprimono la convinzione che non ci siano segreti di stato da proteggere, bensì solo interessi personali o al massimo politici di Berlusconi da contrastare. I danni causati dal procedimento giudiziario per il rapimento di un presunto terrorista, con tanto di condanna degli agenti del Servizio segreto americano, sono stati dimenticati, il rischio di emarginazione dell'Italia dalla rete dell'Intelligence internazionale che combatte il terrorismo sembra non conti nulla, di fronte all'opportunità di gettare altro fango e di diffondere insinuazioni sul Governo. Queste campagne sono ospitate in modo particolarmente evidenziato su giornali che esaltano gli appelli del Quirinale e del presidente della Camera al senso del comune interesse nazionale. A quanto pare la solidità dei Servizi che esercitano le più delicate funzioni a tutela della sicurezza dei cittadini, in un Paese in cui ancora si sentono echi di un terrorismo endogeno anche mafioso oltre che gli effetti di quello internazionale, per alcuni non è un interesse nazionale.

E sono per lo più gli stessi che poi denunciano l'inefficienza dell'Intelligence ogni volta che si verifica un fattaccio.

Thursday, December 24

IL PRESIDENTE COSSIGA PROMOSSO A MARESCIALLO

Il Ministro della Difesa Ignazio La Russa ha conferito al Presidente Emerito della Repubblica Francesco Cossiga la promozione dal grado onorifico di Brigadiere a quello di Maresciallo Aiutante dell'Arma dei Carabinieri. Il decreto e' stato firmato dal Ministro La Russa, su proposta del Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri, Gen. C.A. Leonardo Gallitelli, e va a riconoscere il ripetuto, particolare interesse manifestato dal Presidente Emerito Cossiga per la storia, la tradizione e lo spirito di corpo dell'Arma dei Carabinieri, testimoniando, in ogni circostanza, affettuosa vicinanza all'Istituzione.

Monday, November 23

“Francesco Cossiga Suite – In Praise of Brotherly Love”

Pubblicato da fidest su Lunedì, 23 Novembre 2009

Roma 26 novembre 2009, ore 16.30 - Senato della Repubblica – Sala Atti Parlamentari Palazzo della Minerva, Piazza della Minerva, 38 “Cossiga Suite – In Praise of Brotherly Love” di Raffaele Lauro, Senatore, membro della Commissione di Vigilanza Rai prefazione di Francesco Cossiga, GoldenGate Edizioni All’incontro, presente il Presidente del Senato, sen. Renato Schifani, interverranno Daniela Brancati, Giornalista; Carlo Mosca, Consigliere di Stato; Diana De Feo, Commissione Istruzione Pubblica e Beni Culturali del Senato; Gaetano Quagliariello, Vicepresidente Gruppo PDL al Senato; Beppe Pisanu, Presidente Commissione Antimafia; Enzo Scotti, Sottosegretario di Stato al Ministero degli Affari Esteri. Moderatore del dibattito Massimo Milone, Giornalista.  Cossiga Suite è una storia vera i cui personaggi sono esistiti veramente e sono stati conosciuti da molti dei quali, oggi, ne possono leggere le vicende: Nello, Angela, Raffaele, don Raffaele, donna Peppinella, Francesco Cossiga, George Bush sr., Luciano Pavarotti, il barone Hans Heinrich Thyssen-Bornemisza. La bella Penisola Sorrentina, teatro dell’infanzia del protagonista, o Lugano, seconda patria amata con la medesima passione, l’Hôtel Splendide Royal, la villa – museo del barone Thyssen, arca santa di tesori dell’arte, la casa romana dietro Villa Pamphili con gli alberi in fiore, il Teatro alla Scala, i terrazzamenti di Massa Lubrense che si affacciano sul mare, la Grotta Azzurra di Capri, il monte Brè, i tigli a Visso d’Ussita, gli aranceti e le zagare dal profumo che droga nel fondo di Migliaro, la volta stellata sopra il golfo di Sorrento, il lago Ceresio. La politica e la dimensione pubblica dell’impegno politico, tuttavia, occupano uno spazio significativo dell’opera. In Cossiga Suite, la politica diviene sinonimo di libertà e di elogio della democrazia, quale unico luogo dove la libertà stessa trova la sua ipostasi.  Vi è una frase nel libro, una frase in latino, parte dell’epitaffio posto a West Smithfield a Londra, nel luogo in cui fu giustiziato William Wallace, l’eroe dell’indipendenza scozzese, agli inizi del XIV secolo: Dico tibi verum, libertas optima rerum, nunquam servili sub vexu vivito, fili (Dico a te la verità, la libertà è ciò che vi è di più grande, figlio, che mai tu viva sotto il peso della schiavitù). A pronunciarla è don Raffaele, ogniqualvolta si trovava a parlare di libertà, l’amata libertà.

Saturday, October 3

FRANCESCO COSSIGA: "E' GUERRA POLITICO- ISTITUZIONALE.


«Temo che il "caso D'Addario" sia un episodio della guerra interna, politica e istituzionale, italiana. Non mi stupirei se la signora fosse uno strumento di qualche scagnozzo di questo o quel Servizio di sicurezza per fare la forca a Berlusconi. Per ricattarlo».

Una "guerra" in cui Francesco Cossiga inserisce anche l'affondo finale della procura di Milano contro Nicolo Pollari, sul cui capo pende una richiesta di condanna a tredici anni di carcere, per l'arresto di Abu Omar.

«Me li aspettavo, anzi mi sembrano pochi, vista la mentalità da sinistra extraparlamentare del pm Armando Spataro», ironizza il senatore a vita, secondo cui sono in tanti, in Parlamento e non, a tifare per la condanna dell'ex direttore del Sismi: «In quel caso, qualsiasi cosa direbbe Pollari non
sarebbe creduta...». 


Il Presidente Emerito della Repubblica è nella sua "stanza tecnologica". Circondato da televisore con schermo al plasma, computer, telefoni e telefonini. È su quella tv che giovedì sera ha visto la puntata di "Annozero" con Patrizia D'Addario.
«Una trasmissione squallida», sentenzia.
Cosa non le è piaciuto?
«Che un personaggio come Michele Santoro, non trovando altri argomenti contro il governo, si sia abbassato a chiamare una prostituta per fare la trasmissione. Se durante i cinquant'anni della DC e del PCI fosse accaduta una cosa del genere, maggioranza e opposizione, insieme, avrebbero preteso la cacciata del conduttore».
Che impressione le ha fatto PatriziaD'Addario?
«Quella di una donna furba, intelligente e determinata».
Furba perché? 

«Per come ha risposto. E per come è rimasta impassibile. Se fossi un "residente" in ltalia di uno dei tanti servizi di Intelligence, l'arruolerei subito. È una donna spietata».
Spietata?
«Mi meraviglio che faccia quel mestiere, avrebbe potuto fare qualunque altra cosa. Se domani mi dicessero che la signora è un agente di qualche servizio di Intelligence, anche alla luce della guerra che c'è nell'apparato di sicurezza italiano, non mi stupirei».
Cosa non le torna nel comportamento della signora?
«Mi sembra disposta a tutto. E capace di tutto».
Secondo lei con quali obiettivi?
«Innanzitutto far denari. Al di là della tariffa di duemila euro a notte. Io, come è noto, non mi intendo di queste cose, ma mi sembra un prezzo piuttosto basso».
Anche lei pensa che la D'Addario abbia voluto colpire Berlusconi oltre l'aspetto economico?
«Non ho alcun dubbio. L'ha voluto danneggiare politicamente ed economicamente. Non dimentichiamo che Silvio Berlusconi è uno dei più grandi imprenditori del mondo. E la guerra tra le imprese è più implacabile di quella politica».
Uno degli aspetti più inquietanti della vicenda è legato alle registrazioni effettuate dalla signora.
«Ho fatto effettuare una prova dagli esperti: che lei abbia registrato con il telefonino è una colossale balla a cui possono credere solo i magistrati, che non hanno competenze tecniche».
Allora secondo lei come è avvenuta quella registrazione?
«La signora si è dotata di una piccola macchina da ripresa, altro che telefonino. Per registrare non solo l'audio, ma anche le immagini».
Su commissione?
«Non c'è dubbio. Almeno così mi suggeriscono la mia esperienza e i romanzi di John Le Carré, che però è stato uno dei capi  dell'Intelligence britannica in Europa...».
Fatto sta che la escort è entrata a Palazzo Grazioli senza essere controllata.
«Lei pensi cosa sarebbe successo se si fosse saputo che il presidente del consiglio controllava gli ospiti. Già vedo Dario Franceschini dire:"È un'altra manifestazione dello spirito anti-liberale e anti-democratico di Berlusconi, che fa perquisire perfino chi invita a casa sua"».
Sarà, ma a posteriori il Cavaliere non le è sembrato imprudente?
«Un ingenuo, piuttosto. Del resto basta vedere chi sono le due persone che a Palazzo Chigi si occupano di queste cose».
A chi si riferisce?
«Allo stesso Berlusconi e a Gianni Letta. Il primo ritiene che non servirebbero i Servizi, ma che basterebbero i Carabinieri, la Polizia e una spruzzatina di Guardia di Finanza; il secondo,perché è occupatissimo a fare altro. Non ne capisce un tubo».
Lei ha accennato ad una guerra all'interno dell'apparato di sicurezza. Che intendevadire?
«C'è una lotta istituzionale, sorda, tra i due Servizi.  Il primo non vuole osservare la riforma né accettare la differenziazione tra Servizio interno ed esterno. Poi c'è la lotta all'intemo di questo primo Servizio».
In tutto questo come leggere la richiesta di tredici anni di carcere per Pollari da parte della procura di Milano?
«Faccio notare solo questo: Spataro ha fatto un grande elogio del successore di Pollari (l'ammiraglio Bruno Branciforte, ndr), lodando gli attuali grandi servitori dello Stato, al di sopra di ogni sospetto...».
Il carcere per Pollari, però, è solo la richiesta del pm. Cosa si aspetta dalla sentenza?
«Chi comanda è Spataro. Il giudice che dovrà emettere la sentenza dovrebbe ricevere una medaglia d'oro al valor civile se concludesse in modo difforme da lui. In quel caso dovrebbe considerare chiusa la sua carriera da magistrato: appena finirà davanti al CSM sarà distrutto». (fonte: libero)



«Per colpa dei PM avremo spie inefficienti»

di Roberto Scafuri
Roma - Presidente Cossiga: "è «un insulto..." Trillo del telefono, Cossiga si fa passare l’anonimo interlocutore cui rivolge una sfuriata come ai bei tempi del Quirinale : «Caro Amico, e mi chiedi che succede? Ti rendi conto?... Io pedinato da una Punto, bianca... La mia scorta se n’è accorta, e sai di chi era? Dell’AISE, era! Dove vogliamo arrivare? Davvero vuoi che la prossima volta faccia un’interrogazione con numero di targa e nome degli occupanti?». Strano Paese, questo. E lei che si vuole mettere sotto la protezione della CIA...
«Non avrei alcuna difficoltà, sa? Li conosco da tanti anni, affettuosamente li chiamo “i ragazzi di via Veneto”. Frequentavo casa del capo, la moglie preparava deliziose wienerschnitzel...».
(È molto arrabbiato: vorrebbe cambiare i capi dell’Intelligence, Di Pinto, Damiano, Bonsano, e trovare una «buona sistemazione al marinaio Branciforte).
«Branciforte è buon marinaio e brav’uomo. Tanto da potersi fidare di personaggi che prestano alla Procura di Milano bassi servizi da Ovra fascista. Ma cos’aspetta il governo a cacciarli via?». Forse qualche leggerezza, come nell’affare Tarantini a Palazzo Grazioli. Possibile che...
«... possibile che la ragazza che Annozero chiama in tivù abbia potuto scattare foto all’interno della residenza privata del premier? E mica foto fatte col telefonino... Un amico giura che si tratta di un apparecchio ben più sofisticato. Non mi meraviglierei se la signora D’Addario oltre che da Tarantini sia stata pagata anche da altri». In questo bailamme, ecco lei pronto a difendere l’onore di Pollari, Mancini e Pompa.
«Sono stato stamane a casa Pollari. Gli avevo consigliato di fregarsene del segreto di Stato e dare tutte le carte al PM Spataro, per evitare la galera. Non l’ha fatto... Quello che mi meraviglia, semmai, è che D’Alema non abbia speso una parolina buona, nei confronti di Pollari. E dire che gli ha reso brillanti servigi, e qualche aiutino ai tempi della scalata Unipol...». Hanno combattuto Al Qaida, ma è comprensibile che i PM Spataro e Pomarici preferiscano il totalmente inefficiente AISE».Perciò le richieste del PM Spataro sono un «insulto».
«Ora ci manca soltanto la seconda sberla: la possibile, probabile condanna di Gianni De Gennaro, e abbiamo fatto tredici». Servitori dello Stato che mettono le mani dove nessuno ha voglia di metterle, diceva Montanelli.
«Se gli agenti dell’Intelligence non potessero, in taluni casi, lavorare oltre il confine della legalità, avrebbe ragione Berlusconi, quando dice - scherzando ma non tanto - che “basterebbero Polizia e Carabinieri con una spruzzatina di Guardia di Finanza”».
Saranno condannati?
«Non lo so. Ma è certo che per colpa di questi magistrati sarà totalmente inefficiente la nostra intelligence, specie nei confronti dei servizi paralleli amici e alleati... Ma chi di loro potrebbe affidare ai nostri una qualche informazione, con il rischio di vederla citata in un processo, in totale violazione del segreto di Stato?».
Spataro, vecchia conoscenza.
«Un focoso extraparlamentare di sinistra, quando io già ero al Viminale, cui i colleghi consigliarono di andare a Lecco per fare carriera. Credo che ci sia tanto, su di lui, negli archivi della Digos».
La fermo, prima di essere accusati di oblique minacce. Intanto, il CSM ha approvato anche un documento pro-Spataro.
«So che in quell’occasione ha votato a favore il vicepresidente, Nicola Mancino. Ho chiesto i verbali di quella riunione, che il CSM ancora tarda a mandarmi, ma sono pronto a fare il cu.. (lo scriva!) a Mancino se l’invio tarderà ancora».
Le «toghe rosse» hanno conquistato la «testa» del CSM?
«Se Mancino pensa di strizzare l’occhio a Magistratura Democratica per sottrarsi alle sue responsabilità nella trattativa tra Stato e mafia, fa male i suoi calcoli. Ho pronta un’interrogazione che faccia luce sull’incontro con Paolo Borsellino. Capisco che Mancino voglia arrivare alla Consulta, e magari a senatore a vita, ma qual è il partito che lo sosterrebbe?».


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Thursday, September 24


"Novissime Picconate". Intervista a Francesco Cossiga".

Esce venerdì in tutte le librerie il nuovo libro-intervista di Claudio Sabelli Fioretti edito da Aliberti "Novissime Picconate. Intervista a Francesco Cossiga"

Giovedí 24.09.2009 16:00


Cossiga libro
La copertina del libro

Esce venerdì in tutte le librerie il nuovo libro-intervista di Claudio Sabelli Fioretti edito da Aliberti "Novissime Picconate. Intervista a Francesco Cossiga". E', a suo modo, un instant book. Nel senso più nobile del termine. L'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga (secondo la sua stessa, paradossale definizione "il peggior presidente della storia repubblicana") torna a "picconare", menando fendenti a destra e a sinistra. Lo fa nella forma compiuta e già rodata dell'intervista-dialogo con Claudio Sabelli Fioretti, ormai suo interlocutore di fiducia, l'unico che riesca a tenere testa alle sue "mattane" (altra autodefinizione) senza scomporsi, e anzi rilanciando ogni volta. Dopo L'uomo che non c'è - primo volume della coppia Cossiga-Sabelli - l'uomo di Stato più eterdosso che la storia dell'italia repubblicana possa annoverare entra "a gamba tesa" sul quadro politico degli ultimi mesi, delle ultime settimane. Alternando il piccone al fioretto, l'ironia amara di Cossiga non risparmia nessuno. Ce n'è per tutti naturalmente: a partire da Obama, passando per Berlusconi (e per la figlia Barbara), per Veltroni e D'Alema (senza nascondere la sua notoria simpatia per quest'ultimo), per Di Pietro (senza fare mistero della sua risaputa antipatia per l'ex pm).

Come parte attiva e mai accondiscendente del dialogo, Claudio Sabelli Fioretti non si limita a raccogliere le riflessioni ad alta voce dell'ex presidente, ma lo stimola sapientemente, lo incalza, lo contraddice: il risultato è una sorta di atto unico a due voci che ormai funziona benissimo anche in radio. La scorsa estate Cossiga è stato uno dei protagonisti di Un giorno da pecora su Radio 2, dove ha "giocato" per tre mesi con Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro.

Ecco un'anticipazione:

Che voto ti sei dato come presidente della Repubblica?
Una grande insufficienza. Sono stato il peggior presidente della Repubblica della storia italiana.


Obama...
Una parte del suo successo è dovuta al fatto che è riuscito a far credere agli afroamericani di essere uno di loro. Un falso. È il frutto di uno sfizio tra una ricca americana e un keniota. È stato educato nelle scuole più esclusive del Kenia, fa parte dell'alta società di Chicago, è un raffinatissimo intellettuale.


La strategia che hai suggerito a Maroni: lasciare che i manifestanti facciano casino. E poi picchiare.
E certo. Maroni non ha capito che se non si ha la sinistra dietro, non si può picchiare. Bisogna aspettare che venga picchiato qualcuno di sinistra. Se viene picchiato Odifreddi o Pancho Pardi, poi si può anche uccidere!


Berlusconi non ne vuole sapere di rispondere alle famose dieci domande di "Repubblica".
Dai, rispondo io al posto suo...


Claudio Sabelli Fioretti è nato sessantacinque anni fa a Cura di Vetralla. È stato direttore di "Abc", "PM", "Sette", "Cuore", "Gente Viaggi", redattore capo di "Panorama", inviato dell'"Europeo" e del "Secolo xix", caposervizio della "Repubblica" e di "Tempo illustrato". Dopo aver scritto centinaia di interviste per il Magazine del "Corriere della Sera", attualmente le scrive per "La Stampa". Per Aliberti editore ha pubblicato La mia vita è come un blog (2007) e i libri intervista Grillini. Gay. Molti modi di dire ti amo (2007), Cossiga. L'uomo che non c'è (2007), Bondi. Io, Berlusconi, le donne, la poesia (2008), Travaglio. Il rompiballe (2008) e, con Giorgio Lauro, Mogol. Il mio amico Lucio Battisti (2008). Due anni fa è andato a piedi, insieme a Giorgio Lauro, dai Masetti di Lavarone a Cura di Vetralla. Ne è uscito, per Chiarelettere, un libro, A piedi. Ha scritto anche Spadolini, il potere della volontà (Sperling&Kupfer), C'era una volta la provincia (Sperling&Kupfer), Gigliola Guerinoni (Mani), Voltagabbana (Marsilio).
 Alle elezioni per il presidente della Repubblica del 2006 ha avuto tre voti.

Francesco Cossiga (Sassari, 26 luglio 1928), politico, giurista e docente, è stato l'ottavo presidente della Repubblica, dal 1985 al 1992. Ministro dell'Interno del terzo governo Andreotti dal 1976 al 1978, si dimise in seguito al rapimento di Aldo Moro. Presidente del Consiglio dei Ministri dal 1979 al 1980 e presidente del Senato della Repubblica nella IX legislatura dal 1983 al 1985, dal 1992 è senatore a vita.
IL PRESIDENTE COSSIGA

 

Chi erano gli autori delle minacciose telefonate anonime che riempirono di terrore gli ultimi mesi di vita di Marco Biagi, il giuslavorista e all'epoca consulente del ministero del Lavoro, assassinato dalle Brigate rosse di Nadia Desdemona Lioce il 19 marzo 2002 sotto la sua abitazione nell'ex ghetto ebraico di Bologna? 

A riaccendere prepotentemente i riflettori su quello che resta uno dei misteri del caso Biagi sono alcune dichiarazioni del Presidente Emerito Francesco Cossiga, secondo il quale «le lettere e le telefonate anonime erano opera degli assistenti e degli amici» del giuslavorista e l'allora Questore di Bologna, Romano Argenio, «quando lo scoprì», ritenne per questo che non sussistevano le condizioni di pericolosità per ridare al professore universitario quella scorta che gli era stata revocata e che lui disperatamente chiedeva di riavere. 

Nel sostenere la sua tesi, contenuta nel libro-intervista di Claudio Sabelli Fioretti («Francesco Cossiga - Novissime picconate», Aliberti editore, 179 pagine, 14,90 euro, da domani in libreria), l'ex Capo dello Stato, come spesso gli capita, usa espressioni decisamente colorite. Richiesto di un parere su Claudio Scajola, che tre mesi dopo l'omicidio Biagi fu costretto a dimettersi dal Viminale per aver definito «un rompicoglioni» il giuslavorista assassinato, Cossiga afferma: «Biagi era un rompicoglioni. Nessuno, ne la polizia ne i carabinieri hanno mai creduto, sbagliando, che l'avrebbero ammazzato. Anche loro lo consideravano un rompicoglioni. E ancora di meno ci credette il questore di Bologna quando scoprì che le lettere e le telefonate anonime che dicevano che lui era in pericolo erano opera dei suoi assistenti e dei suoi amici. Per questo non gli diedero la scorta»

Sono circolate voci di ogni genere sulle minacce ricevute da Biagi (almeno 5 telefonate del tenore «Se scrivi ancora tè la faremo pagare...», «Ho visto i tuoi angeli custodi andare via...», «E adesso vai a Roma da solo...») tra luglio e ottobre del 2001: esattamente negli stessi mesi in cui al giuslavorista venne revocata la scorta. 

Terrorizzato, il Professore bussò a decine di porte per riottenere protezione: dal Questore al Prefetto, fino ad arrivare all'amico d'infanzia Pier Ferdinando Casini, allora Presidente della Camera. Tutto inutile.

L'inchiesta sulle minacce, aperta dalla Procura di Bologna nel luglio del 2001, venne archiviata nel febbraio del 2002 (un mese prima dell'omicidio) senza alcun risultato. «Riscontri inesistenti» sentenziarono gli inquirenti. E ci fu addirittura chi adombrò il sospetto che quelle telefonate fossero un'invenzione del professore per riottenere la scorta

Invece ulteriori indagini permisero di accertare che le minacce c'erano state, che qualcuno aveva davvero perseguitato telefonicamente il consulente di Maroni, anche se non fu possibile risalire a chi. Venne subito esclusa la pista delle Brigate Rosse: non rientrava nel loro modo di agire e comunque, avendo deciso di eliminarlo, non avrebbe avuto senso metterlo in allarme prima del dovuto. 

Ora Cossiga parla di «assistenti e amici», quindi gente vicina a Biagi. Parole ad alta infiammabilità. Che spalancano una voragine di interrogativi. Francesco Alberti .

Wednesday, September 23


(Fonte: Criminalmagazin) “IL PRESIDENTE COSSIGA: "ADESSO CARLO DE BENEDETTI MI HA ROTTO VERAMENTE I CO...".

Fino a questo momento sono stato con lui fin troppo buono per rispetto alla mia antica amica, sua moglie Silvia Monti che lui non si merita né da un punto di vista estetico, né soprattutto da un punto di vista morale. 

Spero che non vi siano altri attacchi dell’Espresso e Repubblica, noti “avvelenatori di pozzi”, perchè sarei fortemente tentato di aprire una cassaforte elettronica datami dal Governo per custodire documenti Top Secret di cui mi è stata autorizzata la detenzione tra cui, ma forse ricordo male, alcuni appunti del Dipartimento di Stato USA e della CIA che tratterebbero traffici di materiale strategico proibito da precise norme della NATO tra l’Olivetti, allora di sua proprietà, e l’Unione Sovietica in tempo di guerra fredda.
 
E pensare che il Ministro degli Affari Esteri di allora, l’amico Gianni De Michelis, ed io che ero Presidente della Repubblica, durante il nostro viaggio a Washington lo difendemmo a spada tratta pur sapendo di mentire. Che co ... fummo. Ed in particolare io che poi, fesso come sono, gli restituii la mia amicizia dopo che i suoi giornali mi avevano duramente picchiato durante tutta la mia permanenza al Quirinale. 

Meno male che adesso glie l'ho ritirata. E lui, avido com’è, quasi fino al ladrocinio, non mi ha restituito la leppa che gli avevo richiesto: "miserabile!” (Senato della Repubblica)

Friday, September 18

BISOGNA SCAVARE FINO ALLA VERITA' DEI FATTI. RISCHIANDO IL NULLA.


Mentre si posano le polveri dell'attentato a Kabul, Repubblica pubblica una scheda con la contabilità dei caduti:«21 italiani morti in Afghanistan dal 2004». La cronologia è fatta per sua natura di «prima» e di «dopo». Il quotidiano offre un dettaglio rilevante, molto rilevante. Fino a maggio 2006 i morti sono tre: un incidente stradale, un caduto con un aereo civile e un incidente col fucile.

Solo il 5 maggio del 2006 abbiamo le prime vittime, causate dall'esplosione d'un ordigno. Seguono altri sei attentati fino a quello di ieri che svetta sui precedenti per l'efferatezza e si affianca alle spallate antigovernative in Italia. Che gli italiani fossero alquanto esposti lo abbiamo ribadito più volte, esecrando il «tutti a casa» che offre ai Taliban un motivo in più per attaccarci.

Eppure quello spartiacque fra prima e dopo maggio 2006 apre un dubbio vertiginoso perché coincide con la tempesta che prima travolse la gestione dei Servizi segreti di Niccolo Pollari e poi aprì una lunga fase di vuoto operativo, nel quale può essersi inserito, indisturbato e incontrollabile, qualunque interesse, qualunque organizzazione anti italiana, anti occidentale e tale da rendere inefficace la nostra capacità di prevenzione.

Questi dubbi sono a suo tempo affiorati in Commissione Difesa, da autorevoli esponenti della stessa maggioranza di governo, i quali tuttavia non parvero consapevoli del legame possibile con gli avvenimenti del 2006. Diciotto vittime sono state falciate da attentati che non si verificavario sino al 5 maggio 2006. Dopo il 5 maggio 2006 gli attentati sono divenuti ricorrenti ed efficaci. Non basta aprire un fascicolo presso la Procura di Roma o dare la stura alla consueta retorica degli eroi, buona per le litanie da funerale ma non per fare luce su una verità di cui si avverte il fetore pur senza distinguerne, per ora, i contorni.

Non vale fare i paragoni con i britannici che di caduti ne hanno avuto a centinaia. I britannici sono caduti in combattimento, i nostri sono caduti a causa di attentati che prevenivamo fino a maggio 2006, quando ancora funzionava il SISMI e oggi non preveniamo più. Il macabro salto di qualità dell'attentato di ieri obbliga alla chiarezza. Bisogna capire perché, mentre si rovistava nel presunto rapimento di Abu Ornar, presunto torturato e presunto perseguitato dalla Polizia segreta egiziana, nello stesso momento si è aperta una voragine nei nostri Servizi entro la quale sono precipitate 18 giovani vite.

Abu Ornar non ha mai mostrato i segni delle torture che dice di aver subito e non ha fatto mistero di aver vissuto libero e felice in un Paese, l'Egitto, che sarebbe dovuto essere la sua prigione e la sua tomba. Il dubbio che l'Italia paghi quella commedia col sangue dei suoi soldati può essere risolto solo con una Commissione Parlamentare di Inchiesta che spalanchi senza riguardi tutti gli armadi vecchi e nuovi.

Saturday, September 5

IL PRESIDENTE FRANCESCO COSSIGA: LETTERA A CHI DI DOVERE E CONCERNE.


«Quelle dimissioni doverose» Signor Cardinale, i recenti avvenimenti che hanno riguardato il dottor Dino Baffo, direttore de «L'Avvenire», quotidiano della Cei, mi hanno profondamente addolorato come uomo, come cittadino e come cattolico. Nato in una famiglia borghese, radical-repubblicana e laica, con importanti radici massoniche, ho militato nell'Azione Cattolica quando questa era «azione» e «cattolica», dunque movimento di apostolato laico per mandato della Gerarchla Cattolica e alle dipendenze del Papa e dei Suoi vescovi diocesani, dipendenza di cui si gloriava senza alcuna mania o velleità di «indipendenza». Sul piano politico sono stato iscritto al partito della De, militando nella sinistra di Base, e per questo partito ho sempre votato. Quando esso si trasformò, sotto la guida di Mino Martinazzoli, nel Ppi, è a questo partito che diedi il mio suffragio e, confluito poi questo prima ne La Margherita, poi nell'Ulivo e poi nella coalizione dell'Unione, a questi raggruppamenti diedi il mio voto, nelle urne e nel Parlamento. Ho dato il mio voto anche al Pd. Su posizioni di minoranza, sono stato sempre schierato con il «cattolici infanti», contro la stragrande maggioranza di «cattolici adulti»: laici, religiosi, presbiteri, vescovi e, salvo Lei e altri tré o quattro, anche Cardinali, residenziali e di Curia. Risponde al vero che io sono amico, molto amico, e da più di quarant'anni, di Silvio Berlusconi; e risponde al vero che mi considero, e spero di essere da essa considerato, amico della sua famiglia. Non ho mai votato per le liste del partito. Per Berlusconi; ho votato la fiducia al governo da lui presieduto, così come ho Dotato più volte per i governi guidati da Romano Prodi. Ho seguito con dolore le vicende che hanno interessato il dott. Baffo, perché so, per testimonianza comune di amici del cui giudizio mi fido pienamente, essere un cattolico di specchiata moralità, e perché per molti anni è stato direttore del quotidiano della Cei, a quel posto nominato dal Card. Ruini e in quel posto confermato da Lei, suo degno successore, prelati che entrambi molto io stimo e di cui anche oso considerarmi amico. Premetto che non credo assolutamente che il dott. Baffo si sia macchiato delle colpe e dei «peccati che griderebbero vendetta di fronte allo Spirito Santo», colpe di cui è stato accusato di fronte all'Autorità Giudiziaria, dalle quali si è dovuto con poca fortuna difendere e per le quali ha anche dovuto patteggiare. Io credo che il Baffo abbia detto la verità; e che quindi si sia assunto davanti alla giustizia, per cristiana carità, le responsabilità di un povero ragazzo drogato che egli cercava di «recuperare», e che ne ha «tradito» la fiducia, cacciandolo in un brutto impiccio. Così facendo egli però non ha pensato, ai guai nei quali poteva mettere il suo giornale, i suoi «sponsor» e, in fondo, non solo la Cei, ma l'intera Chiesa italiana. Uomo di grande carità quindi, il Baffo, ma di colpevole imprudenza! Egli ha .fatto bene, per sé e per la sua famiglia, a dimettersi, per evitare che questa storia continuasse e tener le prime pagine, con una opinione pubblica, che è portata a credere che ci sia del marcio anche quando il marcio non c'è e che coltiva per istinto il culto della «presunzione di colpevolezza». E bene ha fatto Baffo a dimettersi solo dopo che non soltanto la Chiesa italiana tramite il presidente della Cei, ma la stessa Santa Sede, indirettamente o direttamente, tramite il Santo Padre e il Cardinale Segretario di Stato, gli avevano confermato la propria fiducia; farlo prima di queste manifestazioni significative, avrebbe lasciato spazio anche nel mondo cattolico a dubbi e sospetti. Sono addolorato per quanto è accaduto al dott. Baffo e, pur con la dovuta carità, non posso tacere che impancandosi di fatto a nome della Chiesa italiana a giudice pubblico dei comportamenti, certo eticamente non commendevoli, di Silvio Berlusconi, non dico che «se la sia meritata», ma «cercata» sicuramente.
Francesco Cossiga




Tuesday, September 1

L'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga: questa storia doveva restare privata. La Santa Sede non vuole strappi col Governo italiano.



Presidente Cossiga, lei che ha una qualche esperienza dei rapporti tra lo Stato italiano e la Santa Sede, quale idea si è fatto di questa storia? «A dire il vero, ho la testa da un'altra parte». Cioè?
«Sto cercando di sistemare una parente in Rai». Una parente? «Le mie residue energie sono totalmente profuse a far nominare mia nipote Bianca Berlinguer direttrice del Tg3, anche se mi ha rinnegato... Allo scopo ho appena finito di parlare con il Direttore Generale: Mauro Masi. E questo nonostante lei discenda dal ramo aristocratico della famiglia, mentre io sono pronipote di un pastore».

Veniamo ai rapporti tra Stato e Chiesa. «Ho scritto al Giornale una lettera, per disapprovare l'attacco al direttore di Avvenire. Converrà che si tratta di un gesto nobile, essendo lo stesso Avvenire che nel '91, allora come oggi, al seguito di "La Repubblica", chiese le mie dimissioni da capo dello Stato. Resto convinto però che della vita privata non si debba scrivere. Della vita di Berlusconi come di quella di Boffo; che, come direttore del quotidiano dei vescovi, non è meno personaggio pubblico del premier». La sua non pare una difesa molto convinta. «Al contrario; benché abbia sempre trovato Avvenire un giornale noioso, e abbia considerato fuori luogo gli attacchi a Berlusconi. Meno convinta è la difesa dell'arcivescovo di Mazara del Vallo, che chiede a Boffo un passo indietro. Magari dopo aver chiarito una vicenda che resta oscura. Perché, se davvero il direttore ha prestato il cellulare a un amico che l'ha usato per molestare una signora, ciò denota una bontà inversamente proporzionale all'accortezza.

Come si vede anche dalla sua reazione all'attacco del Giornale». A cosa si riferisce? «Boffo sbaglia a prendersela con Feltri, tanto più a querelarlo. La vicenda doveva restare privata, ma ora che è divenuta pubblica si è fatta seria. Ho qui davanti a me un libretto di preghiere, prefato da Ratzinger, dove a pagina 17 si elencano i quattro peccati che "gridano vendetta al cospetto di Dio": il primo è l'omicidio volontario, il secondo l'atto impuro contro natura. E lo stesso Ratzinger che, tré giorni dopo l'ascesa al soglio, ha deposto il capo dei legionari di Cristo a causa di una figlia segreta». I Servizi segreti italiani, hanno avuto un ruolo? «In Italia, da Rutelli in giù, si imputano ai Servizi segreti pure i 34 alpinisti morti quest'estate in montagna. Mi pare piuttosto che la chiave di questa storia vada cercata nella comunità di Don Gelmini. E quindi semmai riguarda la magistratura». Il punto non è la vita privata di Boffo, quanto la tensione tra governo e Vaticano. «Qui sta l'errore di Feltri. Credendo di far piacere a Berlusconi, gli ha procurato un fastidio inutile».

La mancata cena con Bertone dopo la Perdonanza? «La cerimonia non è importante. Venerdì scorso ho consigliato a Berlusconi di rinunciare, cosi come gli avevo detto di evitare i pellegrinaggi da Padre Pio suggeriti da Nunzia De Girolamo e altre amenità. Palesemente il viaggio all'Aquila non era destinato a omaggiare Celestino V ma a incontrare Bertone. E Bertone non poteva incontrare Berlusconi quella sera senza delegittimare la Conferenza episcopale italiana». Sta dicendo che per un giorno la Cei e il Vaticano, fino a quel momento divisi sul caso Berlusconi, si sono ritrovati sulla stessa posizione? «A essere divisa è la Cei. Sono i vescovi che non riescono a trovare una posizione comune. E questo accade perché monsignor Bagnasco è un'ottima persona, un pastore angelico, ma non ha, come dire, la granitica fermezza di Camillo Ruini. Purtroppo, politici come Ruini non si trovano a ogni angolo.

Quanto al segretario della Cei, monsignor Crociata (nomen omen), se il Vescovo segretario della conferenza episcopale francese avesse detto di Sarkozy e Carla Bruni quello che ha detto lui di Berlusconi e delle sue supposte "fidanzate", verrebbe arrestato per vilipendio in piena Parigi, forse anche nel Duomo di Notre Dame o nella Chiesa abbaziale di Saint-Denis...». Cosa pensano davvero i vescovi italiani di Berlusconi? «Alcuni lo considerano come il ricco epulone. Tenga conto che per molti prelati italiani la ricchezza è peccato più grave della dissolutezza». E gli altri? «La pensano allo stesso modo. Però pensano anche all'8 per mille, all'esenzione dall' lci, alle scuole private.

E ai limiti imposti dal centrodestra al divorzio breve, alla fecondazione assistita, alla pillola abortiva, al testamento biologico. Ma i vescovi devono stare attenti, perché nel Pdl i cattolici sono minoranza. Non vorrei che a destra prevalesse un istinto vendicativo, e la legge sul fine vita venisse insabbiata». E Ratzinger? «Ratzinger sa a malapena chi sia Berlusconi. E del caso Boffo ha letto le cinque righe che gli ha preparato la segreteria di Stato e padre Georg gli ha porto prima della preghiera serale. Ratzinger fa il Papa. Per queste cose c'è Bertone». Come sono allora i rapporti tra Bertone e Berlusconi, dopo la Perdonanza mancata? «L'Italia è uno Stato concordatario. E non c'è nessun motivo di bisticciare con uno Stato concordatario, il Vaticano si occupa del mondo, e fronteggia una situazione drammatica. Benedetto XVI e Bertone si occupano di Obama, che nonostante le promesse si circonda di cattolici pro choice, cioè abortisti. Dell'America Latina, su cui si allunga l'ombra rossa di Chavez. Dell'Europa, dove persino i cattolici belgi si ribellano al Papa sul no ai preservativi. Del Ppe, che è in mano alla Merkel, protestante che si è sposata solo per obbedire a Kohl, ai popolari spagnoli, che introdussero i diritti per le coppie di fatto prima ancora dei socialisti, e a Sarkozy e Carla Bruni, sulla cui moralità non mi pronuncio per non essere arrestato appena mettessi piede a Parigi. L'unico che non da problemi al Vaticano, anzi lo asseconda, è Berlusconi. Vuole che compromettano il rapporto con lui per una notte con la D'Addario? Poniamo che Berlusconi cada. Qual è l'alternativa?». Fini? «Un uomo impegnato a riscoprire il pensiero antiborghese e anticattolico del suo maestro Almirante, per giunta infatuato dell'ebraismo, come confermano le mie fonti in Israele? Peggio mi sento». E il PD? «Da quando Prodi si definì "cattolico adulto" (e io gli risposi definendomi un "cattolico infante") e da quando Franceschini e 60 parlamentari difesero i Dico e protestarono contro l'editoriale di Boffo intitolato "Non possumus", la Chiesa considera il Pd perduto». Casini? «È l'unico che può trarre profitto dalla situazione. Fino a quando Avvenire non ricorderà ai suoi lettori che pure lui è divorziato e risposato...».
(Fonte: "Corriere della sera - Aldo Cazzullo")

Sunday, August 30

Berlusconi doveva stare zitto!


Secondo il Presidente Francesco Cossiga, appena rientrato dalle vacanze, dietro la grande confusione di morali, accuse e querele c'è una strategia precisa. Un filo Berlusconi e Vaticano, Boffo e Cei, politica e Concordato: «II caldo. Colpa del sole. Mai mi è capitato di assistere a una tale fiera degli errori, e la responsabilità di tutto sono le ferie al mare. Non a caso pratico e consiglio le vacanze in montagna, dove la temperatura è più fresca e mette al riparo da tante sciocchezze». Chi ha fatto gli errori peggiori? «Io non mi impiccio degli affari privati di nessuno. Mi limito a rilevare che la storia ci ha consegnato esempi di maggiore prudenza rispetto a quelli cui abbiamo assistito. A Berlusconi ho cercato di dire che doveva stare zitto, ma lui è andato a "Porta a Porta" sul caso Noemi e ha legittimato attacchi su un piano finora mai sperimentato. Poi ha voluto partecipare alla festa della Perdonanza, altra scelta improvvida che ha contribuito all'incidente con Bertone. E alla sua avventatezza si è sommata quella della curia dell'Aquila che, non richiesta, ha fatto sapere che il premier non avrebbe potuto lucrare l'indulgenza».

Ma Boffo? Può fare ancora il direttore di Avvenire? «Premettendo che non leggo Avvenire perché lo considero noioso, Botto doveva sapere che i suoi attacchi colpivano il Governo di uno Stato legato alla Santa Sede da un regime concordatario.

Quanto al resto, ribadisco: chissenefrega della sua vita privata, Alessandro VI (Papa Borgia) fu un ottimo Pontefice. La vicenda che lo vede protagonista potrebbe sempre rivelarsi uno dei tanti pasticci della nostra magistratura». Non ci vede quindi una regia? «Considerare Berlusconi il mandante è assurdo. Certo Boffo si è esposto, cosi come l'ha fatto Famiglia Cristiana. Settimanale che, sotto la copertura religiosa, cela una società d'affari cui, dopo i due commissariamenti subiti dalla Società di San Paolo, non sono capitati altri guai solo perché fondata da don Alberione. E che adesso si è affiancata alla linea di Repubblica. Giornale che Berlusconi, altro errore, ha deciso di querelare». Perché lo ritìene un errore?
«Ma è possibile che Berlusconi si metta in mano alla giustizia italiana? Ripeto: colpa del caldo». Ha colpito anche la Chiesa? «Direi di si. Se il segretario della Conferenza episcopale francese avesse detto di Sarkozy quel che monsignor Crociata ha detto di Berlusconi, a Parigi l'avrebbero arrestato.

Tra l'altro mi ha sempre colpito la scelta di Crociata alla Cei dopo neppure un anno dalla nomina a vescovo. Una rapidità quasi mutuata dalla Terza Repubblica: la stessa facilità con cui si diventa mistri». Ma il governo rischia con queste tensioni Oltretevere? «Al governo e ai vertici del PdL ci sono molti meno cattolici di quanti ce ne siano tra gli elettori. E nella maggioranza c'è una linea laicista capeggiata da Gianfranco Fini che rappresenta il vero rischio per la tenuta». Ma Fini a cosa punta? «All'uomo va riconosciuto il coraggio di chi si è fatto circoncidere a Gerusalemme per poi fare domanda di iscrizione all'Associazione nazionale partigiani d'Italia. Ma credo stia giocando fuori tempo, il che è un altro errore grave. Perché, dovesse esserci un governo istituzionale, Napolitano chiamerebbe Casini. Fini adesso è applaudito dalla sinistra perché alleato oggettìvo contro Bedusconi, ma il vero beneficiario di una caduta del governo non è lui».

Per questo Casini tace? «Pierfùrby - non si offenda, è un complimento - è l'unico che, forse per aver scelto una meta estiva più fresca, ha compreso la lezione della Prima Repubblica e si gode in silenzio i vantaggi di questa situazione: una convergenza verso il centro». Suggerisce a Berlusconi di cercare un'udienza riparatrice? «La Santa Sede non ama le cose ufficiali. Se vuole ricucire col Vaticano, Berlusconi affronti Fini, riunisca i gruppi parlamentari e minacci di far saltare tutto se la legge sul testamento biologico non passa cosi com'è uscita dal Senato». È vero che il caso Boffo può aver fatto sorridere qualcuno alla CEI? «Stando alle parole di Bagnasco, no. Ho assistito a una difesa convinta che mi fa pensare a un errore della magistratura. Il patteggiamento del resto non è un'ammissione di colpa: lo dice la Cassazione.

Certo, se la còsa andasse avanti a lungo Boffo potrebbe fare un passo indietro per ragioni di opportunità». E in tutto questo l'opposizione? «Ricordo che Dario Franceschini, cattolico adulto demitiano e non zaccagniniano, sostenne la lettera con cui 60 parlamentari della Margherita, nel 2007, si schierarono contro l'editoriale di Boffo dal titolo "Non possumus" contro la legge sui DICO. Evidentemente le posizioni del segretario del PD in questi giorni risentono del grande colpevole di tutta questa fiera degli errori: il caldo». Mai mi è capitato di assistere a una tale fiera degli errori, e là responsabilità di tutto sono le ferie al mare. Pierfurby è l'unico che ha compreso la lezione della Prima Repubblica e si gode in silenzio i vantaggi di questa situazione: una convergenza verso il centro ò Berlusconi non è il mandante. Certo Boffo si è esposto così come Famiglia Cristiana. Al governo e nel PdL ci sono molti meno cattolici di quanti ce ne siano tra gli elettori e nella maggioranza c'è una linea laicista capeggiata da Gianfranco Fini.



Friday, August 28