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Wednesday, July 3

IL PRESIDENTE:"GLI F-35 SONO INDISPENSABILI".

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha presieduto oggi, al Palazzo del Quirinale, una riunione del Consiglio Supremo di Difesa. Alla riunione hanno partecipato: il Presidente del Consiglio, Enrico Letta; il Ministro degli Esteri, Emma Bonino; il ministro dell'Interno, Angelino Alfano; il ministro dell'Economia Finanze, Fabrizio Saccomanni; il Ministro della Difesa, Mario Mauro; il Ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato; il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Amm. Luigi Binelli Mantelli. Hanno presenziato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Filippo Patroni Griffi; il Segretario generale della Presidenza della Repubblica, Donato Marra; il Segretario del Consiglio Supremo di Difesa, Gen. Rolando Mosca Moschini. 
2002 L'amm. Di Paola firma il protocollo d'intesa con gli USA per 131 aerei F-35

Il Consiglio, nel riaffermare il ruolo insostituibile delle Forze Armate, ha esaminato - si legge nel comunicato del Quirinale - i principali scenari di crisi e l'andamento delle missioni internazionali, anche in vista del decreto autorizzativo per il quarto trimestre, che sarà in linea con gli impegni assunti nella prima parte dell'anno, confermando una sensibile riduzione di presenze e di oneri rispetto al passato.

Sui programmi di ammodernamento delle Forze Armate, e quindi anche sull'acquisto dei caccia F35, decide il Governo. Cosi il comunicato del Consiglio Supero di Difesa che si é riunito questa mattina. Nella nota non si fa esplicito riferimento ai caccia F35, né al recente dibattito parlamentare. Tuttavia il Consiglio Supremo di Difesa spiega che la progressiva integrazione europea, in coordinamento con l'evoluzione della NATO, e la realizzazione di capacità congiunte costituiscono presupposti fondamentali per l'approntamento di forze in grado di far fronte efficacemente alle esigenze di sicurezza e di salvaguardia della pace

Questa é la prospettiva da perseguire, anche in considerazione della limitatezza delle risorse disponibili e dell'entità, da un lato, degli investimenti da effettuare per la sicurezza e la difesa e della gravità, dall'altro, delle esigenze di rilancio della crescita e dell'occupazione».

«A parere del Consiglio Supremo, tale visione é conforme allo spirito ed al disposto della legge 244, anche per quanto attiene alle necessità conoscitive e di eventuale sindacato delle Commissioni Difesa sui programmi di ammodernamento delle Forze Armate, fermo restando che, nel quadro di un rapporto fiduciario che non può che essere fondato sul riconoscimento dei rispettivi distinti ruoli, tale facoltà del Parlamento non può tradursi in un diritto di veto su decisioni operative e provvedimenti tecnici che, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell'Esecutivo».

E così sia.

Monday, May 20

MAMMA MIA !!!


La politica attuale spaccia la propria incapacità di agire e la sua scarsa autorevolezza, per pacificazione nazionale. Si incontrano nei conventi, fanno finta di litigare, si danno all’avanspettacolo, mentre fuori dall’alveo amicale del governo, i partiti preparano le loro rese dei conti interne. S’è ben capito: nel PD le nuove alleanze mirano a disinnestare la rottamazione di Renzi (reo, a dire il vero, di un attendismo che fa dubitare dell’autenticità del suo acume) e si prepara una stagione di schizofrenia politica tra coloro che terranno in piedi il governo, e quelli che per ritrovare il consenso perduto, tenteranno ogni espediente per minarne la credibilità. 

Nel centro destra, la bipolarità non è meno evidente, ma, al meno, si tratta di mera strategia. Si sta al governo fin quando governare paga, poi - non appena l’elettorato comprenderà che non c’è possibilità alcuna di migliorare lo stato di disgrazia sociale in cui siamo precipitati - si staccherà la spina. Sempre se non sarà proprio il PD, sollecitato da grillini in fuga e base elettorale incazzata, a far cadere - come si dceva poc'anzi - il governo per riconquistare una smarrita credibilità identitaria. Ma è anche vero che l’antipolitica ha mostrato l’ala della demenza che l’alimenta.

Litigano per questioni di rendicontazione di pranzi e cene, meschini ed incapaci usurpatori dell’autorità che questo collassato sistema democratico gli ha fornito. Nella tundra del pensiero nelle menti degli intellettuali più in voga, fiorisce solo la sociologia: ideologica è la fine delle ideologie, statica la visione della storia che ci propongono sui giornali. Anzi sui giornaloni, come li chiama ironicamente qualcuno. La menzogna regna ovunque sovrana. Il peggio sembra essere l’unica certezza che ci rimane. Siamo oggetti ridotti all’impotenza. 

L’assurdo è diventato fatale, la fatalità ha assunto il senso della logica. Il peggio è assicurato e noi ne siamo complici. Perché pensiamo, ognuno di noi in cuor suo pensa, di aver ragione e rendiamo tutto lecito. Impotenti viviamo il malinteso e moltiplichiamo i nostri disordini interiori e sociali. Il ritorno all’origine sarebbe l’unica salvezza. Ma temo si sia perduta la via: le briciole che i più avveduti avevano seminato nel bosco, sono state spazzate forse per sempre.

Nelle piazze si spaccia per rito democratico lo scontro fisico e la demonizzazione dell’avversario, come se nulla fosse, riprendendo e commentandolo in televisione: “ecco il popolo di Berlusconi e, dall’altra parte, i cittadini che protestano”. Si sottovaluta allegramente e morbosamente che siamo ad un passo - ma davvero ad un nonnulla - da uno scontro brutale, che rischia di dar vita a subdole forme di autoritarismo. E’ la ricetta politica da anni in voga nella sinistra italiana che parte dal principio, anzi dal dogma, dell’innocenza originale della loro parte. 

La loro presunzione di superiorità morale, del resto, è una legenda che dura da almeno cinquant’anni I riti più disprezzabili di culture esecrabili, divengono mode, e qualunque amante tradito si sente in diritto di gettare l’acido muriatico sul volto della ipotetica fedifraga. L’amore è tramutato in senso del possesso, il dovere in rogna quotidiana, l’onore è divenuto un accessorio per lo più collocato tra le proprie o altrui gambe. 

Gli imprenditori più grandi e ricchi vivono sulle spalle dello Stato, i più piccoli - e spesso più onesti e capaci - vengono strangolati dalle spire burocratiche dello stesso Stato. Il suicidio è una nuova e drammatica forma di saldo finale economico e morale con la società. La disperazione ha sostituto l’ideologia e arma il nuovo terrorismo “fai da te”.

Un’Italia così mal ridotta non s’era mai vista, non la si ricorda a memoria d‘uomo. Economicamente sul lastrico, socialmente dilaniata, moralmente ai minimi termini, politicamente inesistente. Nelle albe milanesi, vagano assassini con il piccone (trallalalà) e, siccome sono di colore, da un lato il livello di moralismo oramai raggiunto, esenta le istituzioni dal giudizio, dall’altro ci si attacca a questo fatto razziale, come se la questione antropologica fosse l’unica causa del gesto. Nei Tribunali, Milano, si spacciano opinioni personali come verità, e le requisitorie diventano un genere letterario. La incredibilmente pettegola requisitoria della dottoressa Boccassini è un documento che a suo modo farà epoca negli annali della cultura civile italiana. 

Per dirla con il Papa Francesco, che ha messo in guardia dal pettegolezzo e dall’interesse morboso per le vite degli altri nella sua messa mattutina a Santa Marta dello scorso sabato, non può che essere il diavolo a proporsi come linguaggio speciale della diffamazione, fino a entrare nel giudizio, nel dibattimento di rito solenne che si svolge nel tribunale di Milano, per occuparsi della moralità degli acquisti in borse Prada, nel “quadrilatero della moda”, di giovani donne, nella media definite “appena maggiorenni”, che sono state ospiti di una personalità pubblica per la quale si chiede la condanna alla galera e alla perdita dei diritti civili, e che forse è la più spiata, intercettata e sventrata nei suoi diritti in tutta la storia europea moderna. 

Monday, May 6

QUESTIONE DI SIMBOLO

Presidente del Consiglio per 7 volte, senatore a vita, ha ricoperto numerosi incarichi di governo: 8 volte ministro della Difesa, 5 volte ministro degli Esteri, 3 volte ministro delle Partecipazioni statali, 2 volte ministro delle Finanze, ministro del Bilancio e ministro dell’Industria, una volta ministro del Tesoro, una ministro dell’Interno (il più giovane della storia repubblicana), una ministro dei Beni culturali e una ministro delle Politiche comunitarie. 
Sulfureo, amante delle battute e dei motteggi, Andreotti ha scelto di morire solo una volta che fosse certo che Caselli non potesse darsi pace per l’esito di Grasso. Marcenaro

Friday, October 8

A SPESE DEL CONTRIBUENTE

Alessandro Sallusti: Una ventina di Carabinieri spediti da Napoli a Milano, Roma e Como per cercare articoli sul presidente degli industriali Emma Marcegaglia. è la prova.che le procure non sono in bolletta come sostengono i magistrati. I soldi evidentemente ci sono, è da vedere se vengono usati bene. Ilblitz è scattato all'alba, nelle case private, negli uffici miei e del collega Porro. Il mandato del pm Woodcock era di quelli che si riservano a pericolosi criminali. Le perquisizioni dovevano essere complete, in tutti gli ambienti, non esclusi garage e automobili. Non Solo. L'ordine era anche quello di procedere a perquisizioni personali perchè non si sa mai che voluminosi dossier venissero nascosti alle sette del mattino dentro le mutande, nel taschino della giacca o nel portafogli che ho dovuto consegnare ai militari insieme con le ricevute del ristorante, ai soldi contanti, al libretto degli assegni e mi fermo qui perchè l'elenco è veramente lungo!  Messo sotto accusa per un editoriale. E' stupro giudiziario Venti carabinieri da Napoli a Milano: tanto pagano i cittadini Cercavano un dossier. Hanno voluto pure il mio portafoglio dalla prima-DaKina (...) è lungo.Anzi no.Ho dovuto spiegare il senso di appunti, lettere personali, bollette e documenti riservati inerenti la vita dell'azienda, mentre imperito della procura smontava fisicamente i miei computer per curiosare elettronicamente tra la mia corrispondenza. E' vero che chi non ha nulla da temere nulla teme, ma lo stupro giudiziario resta comunque antipatico. Ho chiesto a quale titolo tutto ciò accadesse. Non hanno saputo rispondermi. Nell'ordinanza di perquisizione mi si cita una volta, come autore di un articolo pubblicato il 16 settembre su Emma Marcegaglia. E' vero, l'ho scritto, e pubblicato con grande evidenza in prima pagina: il giorno prima la presidente di Confindustria ci aveva attaccato pubblicamente, dichiarando a un convegno che era l'ora di smetterla con l'inchiesta sulla casa di Montecarlo, della quale - disse non gliene frega niente a nessuno. Essendo leggermente affari miei, risposi per le rime. Argomentai che un sondaggio trasmesso da Ballarò sosteneva che oltre il cinquanta per cento degli italiani era fortemente interessato alla vicenda e voleva sapere tutta la verità. Scrissi che non avrei tenuto in considerazione l'autorevole invito e che avrei continuato per la mia strada. Tutto qui, non un rigo di più. Non ho mai fatto o ricevuto telefonate e messaggini dal segretario della Marcegaglia ne con nessun altro. Non sono più tornato, direttamente o indirettamente sull'argomento, dopo quel giorno, non un rigo è stato scritto sulla presidentessa. Insomma, sono stato indagato, umiliato e diffamato per aver scritto in difesa della mia libertà di pubblicare articoli sul caso Montecarlo, el'ho concordato con Vittorio Feltri e nessun altro. Credo di essere il primo direttore a essere messo sotto accusa per un editoriale, cioè per un'idea. Non a caso ieri i carabinieri non hanno sequestrato nulla. Io ho scritto una opinione, loro cercavano dossier, carte segrete o chissà cosa; Non hanno trovato nulla, non solo perch� non c'è nulla da trovare ma perchè in un giornale non circolano dossier, semmai, a volte, notizie, che è altra cosa. Quest'ultime è facile trovarle; sono stampate tutti i giorni in centinaia di migliala di copie e offerte ai lettori. Mi piacerebbe, questo sì, averne di più. A proposito di questo, trovo che ci siano due coincidenze sospette. La prima: il 24 settembre questo giornale ha pubblicato un interessante articolo del collega Giancaro Woodcock, Era il giorno dell'assoluzione, per non aver commesso 11 fatto, di Vittorio Emanuele di Savoia, arrestato e buttato in carcere dal magistrato in questione anni prima. Perna segnalava come si trattasse, statisticamente parlando, dell'ennesimo buco nell'acqua, sulla pelle di innocenti, del famoso pm acchiappa vip. Woodcock evidentemente non deve aver gradito, così come probabilmente si è irritato quando domenica scorsa ho scritto un articolo sul fatto che al Giornale eravamo certi di avere i telefoni sotto controllo da parte di due procure, una del nord e una del sud. L'ho fatto perchè quando noi sappiamo una notizia non la teniamo nei cassetti, non la usiamo per strani giochi, semplicemente la pubblichiamo. Immagino il disappunto del pm: ma come, loro sanno che li sto intercettando e lo scrivono pure? Adesso glielo faccio vedere io chi sono, a quello gli levo anche le mutande. Detto e fatto. Sono sempre più convinto che quando Berlusconi dice che ci vorrebbe una commissione parlamentare d'inchiesta su come funziona la giustizia in Italia non abbia poi tutti i torti.

Thursday, April 29

SEGRETI DELLO IOR

ior chiesa-CURZIO MALTESE                                                            

Sunday, March 14

EMANUELA ORLANDI

Soldi e Segreti, Il Caso Orlandi La Pista Della Vendetta                                                            

Saturday, March 6

« Curiam, in qua occisus est obstrui placuit Idusque Martias Parricidium nominari, ac ne umquam eo die senatus ageretur. »

Ultime notizie (dopo 32 anni) sull’“affare Moro”: i Servizi segreti italiani dell’epoca si attivarono per ottenere la collaborazione di gruppi della resistenza palestinese al fine di giungere “alla liberazione dell’on. Aldo Moro”. Fin qui nulla da eccepire. Il fatto nuovo, stravagante, e incredibile (pur se qualche dubbio in proposito è già affiorato da alcuni anni) è che l’iniziativa fu presa il 2 marzo 1978, vale a dire quattordici giorni prima dell’agguato in via Fani, quando i cinque uomini della scorta del presidente della Dc furono massacrati e Moro venne sequestrato, e poi tenuto prigioniero, durante 55 giorni, fino alla sua esecuzione. Insomma, i servizi sapevano con buon anticipo quello che sarebbe accaduto la mattina di quel 16 marzo, e si preparavano a gestire la fase immediatamente successiva. Sapevano, ma si erano ben guardati dal segnalare la cosa a chi di dovere - il diretto interessato, il governo, i servizi di sorveglianza -, preoccupandosi invece di prendere contatti nell’agitato e composito (in quegli anni come oggi) calderone mediorientale. I servizi segreti, si è detto, ma quali servizi segreti?
La risposta - come spesso accade quando ci si addentra nei meandri delle “barbe finte” nostrane - è insieme semplice e complessa. Infatti, torna in scena una sigla dietro la quale non si è mai saputo che cosa esattamente vi fosse: Gladio. Ascoltiamo Falco Accame, ammiraglio a riposo con una brillante carriera nella Marina Militare, ex presidente della Commissione difesa della Camera: “In un documento (numero di repertorio 122627), autenticato dal notaio Piero Ingozzi, di Oristano, si legge che il 2 marzo 1978, e cioè quattordici giorni prima del rapimento dell’on. Moro e dell’uccisione della sua scorta, la X Divisione Stay Behind della direzione del personale del ministero della Marina, a firma del capitano di vascello capo della Divisione stessa, inviava l’agente G71, appartenente alla Gladio-Stay Behind (partito da La Spezia il 6 marzo sulla motonave Jumbo M) a Beirut, per consegnare documenti all’agente G219 ivi dislocato, dipendente dal capocentro G216, cioè il colonnello Stefano Giovannone, affinché prendesse contatti con i movimenti di liberazione in Medio Oriente, perché questi intervenissero sulle Brigate Rosse, ai fini della liberazione dell’on.Moro”. “Perché, viene da chiedersi - aggiunge Accame - la X Divisione non avvertì l’on.Moro e le Forze dell’ordine il 2 marzo? Si poteva evitare la prigionia di Moro e la morte dei suoi agenti di scorta? Una domanda incredibile, surreale, se non emergesse da un documento a ‘distruzione immediata’ che però non venne distrutto dal latore, e che ora riemerge come da un profondo abisso. Dell’esistenza del documento è stato informato il Procuratore militare della Repubblica dott. Intelisano. Il documento è riportato, con molti altri, in un libro di prossima pubblicazione negli Stati Uniti, scritto dall’ex gladiatore Antonino Arconte, l’agente G71 che portò il documento a Beirut”.
In effetti il documento in questione esiste, su carta intestata del ministero della Difesa – Direzione generale S. B. – Personale militare della Marina, timbrato, firmato dal capitano di vascello Remo Malusardi, datato (2 marzo 1978), e vi si legge: “Oggetto: autorizzazione ministeriale riferita a G.219. È autorizzato ad ottenere informazioni di 3° grado e più, se utili alla condotta di operazioni di ricerca contatto con gruppi del terrorismo M. O. al fine di ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell.on Aldo Moro”. Si fa riferimento ad Antonino Arconte, “appartenente all’Organizzazione Gladio”, in forza dal 6 marzo 1978 come macchinista navale sulla motonave Jumbo M, che “ha ricevuto in consegna il plico contenente n. 5 passaporti e questo ordine diramato dal Simm presso l’Ammiragliato e proveniente dal ministero della Difesa”. Alla fine, la scritta in lettere maiuscole :”DOCUMENTO A DISTRUZIONE IMMEDIATA”.

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Antonino Arconte, il testimone chiave di questa oscura vicenda, oggi ha 47 anni, sposato con due figli, vive a Cabras (Oristano) e svolge un’attività di costruttore edile, soprattutto in Florida. A 16 anni si era arruolato volontario nell’Esercito, passando poi alla Marina Militare, come sottufficiale fuochista, e assegnato al comando incursori subacquei. In quel reparto i servizi segreti militari reclutavano gli agenti destinati alle operazioni “coperte”, un aggettivo sotto il quale si possono collocare tutte quelle attività che devono rimanere nascoste. Antonino Arconte era così diventato l’agente G71. Un agente molto attivo, utilizzato in vari modi, anche come “postino”. Ed è con questa mansione che entra, senza saperlo, nell’“affare Moro”. In che modo? L’ex agente segreto lo racconta a Giuliano Fontani, in un’intervista pubblicata da Il Tirreno il 1 maggio 2002: “La mattina del 6 marzo 1978 mi danno l’ordine di partire per Beirut con una busta sigillata. Dentro, ma l’ho saputo soltanto dopo, c’erano cinque passaporti falsi, nel senso che riportavano nomi e dati anagrafici di persone italiane, di cui però non c’era la foto. Dovevo consegnarli all’agente G219, che successivamente ho conosciuto come il colonnello Ferraro, un parà distaccato in Medio Oriente. Lui, a sua volta, avrebbe dovuto dare il plico al suo capocentro, il colonnello Stefano Giovannone, sigla in codice G216. Il pomeriggio mi imbarco da La Spezia, sulla motonave Jumbo M, e nel giro di tre giorni sono a Beirut. Consegno la busta a G219, e il mio compito è finito ben prima del rapimento di Moro”.
Passano gli anni, e nel 1985 Antonino Arconte viene licenziato in tronco. Anzi, da un giorno all’altro trova che il suo ufficio è stato smantellato, al pari della struttura alla quale apparteneva. Persino i suoi superiori sono spariti. Del resto, gli viene detto che dovrebbe sparire anche lui, che l’agente G71 non è mai esistito, come non sono mai esistite le operazioni a cui ha partecipato. Ma Arconte non ha alcuna intenzione di sparire, e si rivela un osso duro. Si dà molto da fare, e sa come muoversi. Recupera in maniera riservata dei contatti, raccoglie documenti “top secret”, e, forte delle sue ragioni e del suo dossier, fa causa allo Stato italiano davanti alla Commissione europea di Strasburgo. E vince: lo Stato italiano è condannato a risarcirlo con sentenza definitiva. Tra gli incartamenti presentati per la causa, appare quel documento firmato il 2 marzo 1978 nel quale ci si riferisce profeticamente a un tragico evento quattordici giorni prima che esso avvenga. “Io ne ho sempre parlato con tutti - dice oggi Arconte nell’intervista a Il Tirreno - questa cosa l’ho persino scritta nella causa che ho intentato e vinta contro lo Stato italiano davanti alla Commissione europea per i diritti dell’uomo. Non è colpa mia se nel nostro Paese non se ne è mai parlato. Capisco, è roba scomoda, compromettente. Ma dentro c’è un pezzo della storia del nostro Paese, forse non la migliore, non sta a me giudicare, di sicuro molto interessante”. Definire “scomoda” e “compromettente” la missione di Arconte a Beirut sembra davvero riduttivo. Dietro vi è ben altro, di qualsiasi cosa si tratti. E forse ai morti del “caso Moro” si deve aggiungere, in tempi non troppo lontani, uno strano “suicidio”.

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Il 6 luglio 1995, il colonnello Mario Ferraro viene trovato impiccato al portasciugamani del bagno della sua abitazione, a Roma. Ferraro è l’agente G219 al quale Antonino Arconte il 6 marzo 1978, a Beirut, aveva consegnato il plico contenente i cinque passaporti falsi e il documento che chiedeva di prendere contatti per ottenere la “collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell’on. Aldo Moro” quando la strage di via Fani era ancora di là da venire. A scoprire il cadavere dell’ufficiale è la sua compagna Maria Antonietta Viali: Ferraro è seduto sul pavimento, il collo stretto dalla cintura dell’accappatoio. Suicidio, decreta subito il magistrato incaricato del caso, che non dispone nemmeno l’autopsia. Anche se da un punto di vista “tecnico” l’ipotesi che l’ufficiale abbia voluto e potuto togliersi la vita in quel modo appare molto dubbia. Suicidio per suicidio, sarebbe stato più logico che usasse la sua pistola. E poi, quali motivi aveva Mario Ferraro per uccidersi? “Nessuno - afferma Maria Antonietta Viali - quella domenica lui era sereno, avevamo trascorso una giornata meravigliosa, l’ultima”. Però, se non aveva né l’intenzione né il motivo di suicidarsi, il colonnello non si sentiva tranquillo. Aveva scritto ai suoi familiari una lunga lettera nella quale manifestava il timore di essere ucciso: in particolare era preoccupato per una sua possibile missione a Beirut, che rischiava di essere un viaggio senza ritorno. “È omicidio - ripete Maria Antonietta - Mario non si è ucciso, non ci ho creduto neppure per un attimo, e sono convinta che prima o poi la verità salterà fuori…”.
Omicidio, ma perché? Chi aveva interesse a eliminare il colonnello Mario Ferraro, l’agente G219 misteriosamente implicato nell’“affare Moro”? E torniamo a quell’enigmatico foglio con intestazione del ministero della Difesa - Direzione generale S. B. - Personale militare della Marina, dato 2 marzo 1978, timbrato e firmato da un capitano di vascello, nel quale si fa riferimento (due settimane prima del fatto) al rapimento di Aldo Moro, all’agente G219, all’organizzazione Gladio: documento a distruzione immediata, veniva specificato. Ma Ferraro, che doveva riferirne il contenuto al suo capocentro a Beirut, il colonnello Stefano Giovannone, alias agente G216, evidentemente non lo distrusse, anzi, lo conservò accuratamente, o lo consegnò ad altri (ad Antonino Arconte, agente G71 “postino” dell’operazione?). Forse in proposito, dato il suo grado, ne sapeva molto di più, e aveva pensato che quella fosse una carta forte da giocare in qualche modo, e in effetti lo era. Anzi, troppo forte, tanto da richiedere uno sbrigativo intervento. Il colonnello Giovannone era morto il 17 luglio 1985, dopo essere stato due volte inquisito e arrestato: per l’uccisione del giornalista Italo Toni e della compagna Graziella De Palo da parte del Flp (Fronte di liberazione della Palestina), con l’accusa di averne segnalata la presenza in Libano ai dirigenti dell’organizzazione terrorista, e per un traffico d’armi tra i palestinesi e le Brigate Rosse. Undici giorni dopo la morte dell’agente G216, il Presidente del Consiglio di allora Bettino Craxi aveva opposto il segreto di Stato alla richiesta di notizie e chiarimenti sui rapporti tra i servizi segreti italiani e l’Flp.
Quanto ad Antonino Arconte, si era deciso ad uscire allo scoperto - prima con la causa a Strasburgo, e ora con il libro di prossima pubblicazione - proprio perché, dice, “così non avrebbe più senso uccidermi”. E racconta che il 28 febbraio 1993, mentre stava scalando le scogliere di Capo Marrargiu, due uomini che lo attendevano in cima, sul bordo della spianata dove aveva lasciato la sua auto, avevano tentano di farlo precipitare in basso. Ne era seguita una breve lotta, e i due erano spariti, mentre Arconte era andato ad Alghero a far medicare le sue ferite. “Non ho denunciato la cosa. Potevo dire che ero un ex gladiatore? E chi mi avrebbe creduto? E poi, in quel periodo ero sottoposto a una persecuzione di false accuse. Anche una denuncia per traffico di droga: cinque grammi di hashish. Dopo sentenze e appelli sono riuscito a dimostrare che l’accusa era falsa, e perfino chi l’aveva firmata ha dovuto riconoscere di averlo fatto senza sapere di cosa si trattasse. Ho dunque deciso di parlare, perché mi sento in pericolo. Molti, troppi di noi sono morti. Chi in missione, chi in strani incidenti, e chi perfino suicidato”. La morte del colonnello Ferraro? “L’hanno trovato impiccato al portasciugamani del bagno di casa sua. Figuriamoci. Lui, un omone di un metro e novanta”.

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I servizi segreti sapevano, dunque, che Aldo Moro sarebbe stato rapito. E lo sapevano con un anticipo di almeno due settimane. Ma, ci si chiede ancora, quali servizi segreti? Una componente di Gladio (distinta dalla lista dei 622 nomi ufficialmente rivelata), con compiti del tutto diversi da quelli dello Stay Behind, cioè l’attesa di un’ipotetica invasione sovietica? In una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica, e per conoscenza ai Presidenti del Senato e della Camera, del 4 aprile 2002, l’ammiraglio Falco Accame sottolinea “l’esistenza di una componente mai resa nota dell’organizzazione Gladio S/B che operava tra l’altro dalla sede della Direzione generale del Personale della Marina Militare (X Divisione S/B9, alle dipendenze del ministero Difesa Marina, e ciò a differenza della ‘Gladio conosciuta’ che dipendeva dalla Sezione Sad dell’ufficio R del Sismi (che dopo la riforma del 1977 divenne una Divisione del Servizio alle dirette dipendenze del Direttore del Servizio)… L’esistenza di questa componente di Gladio (forse circa 280 persone) di cui non si conoscono i nomi, che operava con compiti anche all’estero, compiti che non sono mai stati resi noti al Parlamento, compiti di destabilizzazione di governi esteri e di collegamento con il terrorismo mediorientale… Per quanto riguarda quindi la vicenda della strage di via Fani occorre conoscere se vi fu questo preavviso (forse legato a informative venute in precedenza dal Medio Oriente) e perché di conseguenza non sia stato possibile evitare la strage stessa. E infine perché in Italia nessuno è venuto a sapere dell’esistenza di questo preavviso. Con grande preoccupazione quindi si rilegge oggi quanto venne scritto sul settimanale L’Observer il 7 giugno 1992 in cui si affermava che, quanto al rapimento Moro la più grave accusa contro Gladio è ‘che vi ha cooperato o almeno non ha fatto nulla per prevenire’, e che… le Brigate Rosse erano profondamente infiltrate da agenti dei servizi segreti occidentali”.
Nell’articolo del settimanale britannico veniva citato il colonnello Oswald Le Winter, un agente della Cia, secondo il quale “la Direzione strategica delle Brigate Rosse era composta da agenti dei servizi segreti”.

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Alle 9 del 16 marzo 1978 il colonnello Camillo Guglielmi, dirigente di una sezione del Sismi, si trovava in via Fani. La sua presenza era stata rivelata nel 1991 da Pierluigi Ravasio, ex agente del servizio segreto militare, e Guglielmi, interrogato dalla Commissione stragi, l’aveva ammessa, sostenendo di trovarsi lì perché invitato a pranzo da un collega che abitava in via Stresa. A sua volta, il collega aveva riferito che Guglielmi si era presentato a casa sua poco dopo le 9, ma che non era affatto atteso, e non esisteva alcun invito a pranzo: del resto, non ci si presenta alle 9 per pranzare. Il colonnello si era intrattenuto con il collega qualche minuto, ed era tornato in strada, dicendo che “doveva essere accaduto qualcosa”.
Camillo Guglielmi, soprannominato “Papà”, era il superiore diretto di Ravasio, il quale aveva dichiarato che durante la sua attività nel Sismi si addestrava regolarmente a Capo Marrargiu (Cala Griecas), con due istruttori di Gladio, un maresciallo degli Alpini e un ufficiale di Marina.
Vi è di più. Si è più volte rilevato che quella mattina del 16 marzo 1978 in via Fani, nel commando dei brigatisti si era distinto per rapidità, preparazione e precisione di tiro un personaggio che non risulta corrispondere a nessuno degli uomini di Mario Moretti individuati. Uno, o forse due. Il secondo in funzione d’appoggio. In un’interrogazione parlamentare dell’11 gennaio 1991, l’on. Luigi Cipriani ricordava che in via Fani erano stati ritrovati, dopo la strage della scorta e il rapimento di Aldo Moro, 39 bossoli ricoperti da una vernice protettiva, privi di data di fabbricazione, una caratteristica che - secondo un perito del Tribunale - indicava delle munizioni riservate a Forze statali non convenzionali. Come Gladio, per intenderci.
E allora, ecco che trarre delle conclusioni diviene davvero facile e difficile nello stesso tempo. Certo, esisteva un Sismi-Gladio che operava, in quasi assoluta autonomia, non si sa bene per conto di chi. Persino di quel SIMM (Servizio informazioni Marina Militare) citato nel documento che avrebbe dovuto essere immediatamente distrutto, si è sempre ignorata ufficialmente l’esistenza. Misteri della burocrazia militare? Forse. Però, non sarebbe fuori luogo spiegare, anche a distanza di 24 anni, come sia potuto accadere che una branca dei servizi segreti (che si chiamasse Gladio, o in altro modo) avesse previsto un’azione terrorista che avrebbe sconvolto e condizionato la vita del Paese, tessendo poi attorno a questo evento una rete di omissioni, di menzogne, di depistaggi. È lecito ipotizzare che la missione a Beirut dell’agente G71 servisse ad innescare un gioco delle parti che avrebbe potuto riuscire utile in seguito, durante i giorni e le settimane della prigionia di Moro?
Ma chi era a “giocare”? Più che un sospetto, una convinzione si impone: qualcuno ha lasciato fare, qualcuno è intervenuto affinché “la cosa” fosse fatta, qualcuno ha operato per impedire che la prigione di Moro fosse trovata. Qualcuno. E Gladio, in fondo, sembrerebbe essere solo un nome di comodo.

Thursday, February 25

DOSSIER IN CIRCOLAZIONE

Servizi segreti                                                            

Saturday, February 6

Berlusconi pensa che Tarso Genro, una volta fuori dal Governo brasiliano, faciliti l'estradizione di Cesare Battisti.

Destando non poca sorpresa Berlusconi ha annunciato che tra gli obiettivi del Governo c’è l’estradizione del terrorista Cesare Battisti dal Brasile. Ma mentre questa notizia appare in tutta evidenza sul “Corrierone” in Brasile le agenzie e i giornali riportano le dimissioni dal Governo il 10 Febbraio del Ministro Tarso Genro, ovvero di colui che in contrasto con l’organo preposto ha concesso asilo politico a Cesare Battisti. Le dimissioni non sono dettate dalla presa d’atto dell’errore commesso ma semplicemente per potersi candidare alle elezioni per la carica di governatore del suo Stato natale, il Rio Grande del Sud. Molti commentatori avevano messo subito in relazione l’asilo a Battisti e la volontà di Tarso Genro di candidarsi di nuovo, nel 2005 era stato sconfitto e il Partito dei Lavoratori (il PT in portoghese) aveva costretto Lula a metterlo nel Governo. Con l’asilo al terrorista Battisti Tarso voleva acquistare meriti con la sinistra brasiliana ed internazionale, ambedue grandi protettrici del terrorista di sinistra Battisti. Molti si domandano se vi è correlazione tra i due annunci. Forse Berlusconi pensa che una volta fuori dal Governo brasiliano Tarso Genro, sarà più facile per Lula prendere quella decisione a cui lo ha delegato il Supremo Tribunale Federale, ovvero concedere l’asilo politico a Battisti o rimandarlo in Italia per scontare le condanne. Si tenga presente che nelle prossime settimane Berlusconi incontrerà Lula in Brasile. Dovranno discutere di cose non piccole come l’acquisto da parte della Marina Brasiliana di nove navi di vario tipo, oltre all’accordo firmato nel Dicembre passato tra Brasile e Iveco del Gruppo Fiat per la costruzione di ben 2044 blindati per un valore di circa 3 miliardi di dollari. Detto questo è naturale che le diplomazie dei due paesi siano al lavoro per impedire che il caso Battisti crei problemi, non si dimentichi inoltre che i due sono ambedue sotto elezioni, Lula per quelle presidenziali di Ottobre, Berlusconi per quelle regionali di fine Marzo. Interessante è un articolo apparso sulla Folha De S. Paulo, uno dei più accreditati giornali del Brasile. Secondo il giornale il Governo italiano avrebbe fatto presente a José Viegas, ambasciatore brasiliano in Italia, la grave situazione che si verrebbe a creare se Lula dovesse concedere l’asilo politico a Battisti o prima dell’arrivo o subito dopo la partenza di Berlusconi dal Brasile. Certamente la raccomandazione verrà tenuta presente da Lula che è su questa vicenda in mezzo a due fuochi. Anche se nel Governo dopo il 10 Febbraio non ci sarà più Tarso Genro, proprio nei giorni in cui Berlusconi sarà in Brasile, il suo partito, il PT, celebrerà la convenzione nazionale nella quale sicuramente vi sarà presa una posizione a favore di Battisti.

Dall’altro Lula sa che i mezzi d’informazione, la pubblica opinione, quasi tutti i partiti, compresi molti che fanno parte del Governo stesso, sono favorevoli ad estradare Battisti. Senza contare che in caso di asilo l’Italia potrebbe portare il Brasile di fronte alle corti internazionali di giustizia per la rottura dell’accordo esistente tra i due paesi sull’estradizione. Le cose stanno andando molto bene a Lula in campo nazionale ed internazionale. Nel paese la sua candidata alla presidenza Dilma Rousseff ha sorprendentemente superato il 20% dei consensi sui quali era inchiodata da mesi per portarsi ad un 27%, appena sotto di 5 punti da quel José Serra, governatore dello Stato di S. Paolo e candidato dell’opposizione, da mesi attestato su di un pauroso 40% circa dei consensi. Certamente, l’opinione degli osservatori è unanime, il risultato è dovuto al gran lavoro di Lula che gira come una trottola l’immenso Brasile, lavoro che gli è costato un piccolo problema di salute. Il malessere lo ha bloccato sull’aereo che lo doveva portare in Svizzera, dove il Forum Economico Mondiale di Davos gli avrebbe dato il titolo di “Statista mondiale”. A fine Gennaio i No Global del Social Forum Mondiale di Bahia lo avevano appena applaudito come uno di loro. Lula prenderà tempo, molto tempo, forse fino alla sentenza del Tribunale di Rio de Janeiro che sta giudicando Battisti per ingresso illegale nel Paese. Una condanna ad un anno o due dovrebbe essere scontata in Brasile, così saranno salve le elezioni dei due presidenti. Il nuovo presidente del Brasile eletto a Ottobre avrà così tutto il tempo per decidere, Battisti intanto rimarrà in carcere, come merita.

Sunday, January 24

L'Aspen è riunito a Roma in un convegno a porte chiuse

Per le celebrities politiche d'Europa e del mondo, Aspen non è solo una località sciistica dove passare il capodanno. Perché a questo nome, risponde anche una comunità socio politica non profit con sede principale a  Washington che da 25 anni appena compiuti incoraggia leadership illuminate, sforna studi globali, e in seminari e iniziative discute di corsi e ricorsi storici. Ragiona sulle pedine da spostare sullo scacchiere internazionale. Tesse nodi e snodi delle trame del mondo. È, in una parola, una fucina di analisi. Oggi, ad esempio, l'Aspen ci racconta il ruolo fondamentale che avrà la nostra piccola (solo per abitanti e dimensione) Italia nella nuova geo-economia del G-20. In Italia, è stato l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga a volerne una sede nel 1984, sulla scia del gigante d'Oltreoceano. Oggi, la presiede Giulio Tremonti. Che tra i soci, sostenitori e promotori, ha uomini da camicia cifrata del suo calibro, come Valéry Giscard d'Estaing, ex presidente francese, Giuliano Amato, Enrico Letta e Lamberto Dini, oltre a Emma Marcegaglia. Dite un nome dell'imprenditoria, dell'economia o della politica, e ci sarà. Tra loro, Gianni De Michelis, già ministro degli Esteri, ammette: «Tutta la politica europea del Mediterraneo è stata di fatto creata nei seminari dell'Aspen». Mica nulla. Come a dire, (una certa) unione fa la forza. Come a dar prova dell'utilità delle élite, che il giovane viandante di cui parlava Johann Wolfgang Goethe, che a fine 700 percorre le terre europee con suggestioni e visioni poi rivelatrici, esiste davvero, e ancora.

Noi pensiamo che: oggi, l'Aspen è riunito a Roma in un convegno a porte chiuse dal titolo «Quali nuovi indicatori di benessere e ricchezza per l'Italia». Già, quali? Aprite quelle porte dell'Aspen!

Saturday, December 19